Al Museo Barracco riapre la Casa romana chiusa da oltre 20 anni

Al Museo Barracco riapre la Casa romana chiusa da oltre 20 anni

Il Museo Barracco è tra i primi musei al mondo a dotarsi del sistema Li-Fi, acronimo di Light Fidelity. Un meccanismo di comunicazione tra i più moderni e innovativi che consente di trasmettere informazioni e immagini in modalità wireless, mediante la modulazione della luce, da appositi faretti LED (trasmettitori) ai dispositivi mobili dei visitatori dotati di fotocamera (ricevitori).

Per fruire dei contenuti multimediali di approfondimento, rispetto al percorso di visita ordinario, basterà scaricare l’apposita app e posizionare lo smartphone o il tablet sotto la luce del faretto Li-Fi.

Una soluzione realizzata con attenzione a modalità di fruizione ‘non tradizionali’: è presente infatti una doppia modalità di fruizione, sia per vedenti che per non vedenti (o ipovedenti), grazie all’utilizzo di tracce audio realizzate a partire dai contenuti testuali.

La casa romana del Museo Barracco. Foto: Francesco Giordano

La sperimentazione coinvolgerà una selezione di 14 punti di interesse, di cui 9 nelle sale al piano terra e al primo piano e 5 nella c.d. Casa romana, risalente nelle sue principali strutture documentate al IV secolo d.C. e situata nei sotterranei del museo, che riapre al pubblico per l’occasione dopo oltre 20 anni di chiusura.

casa romana Museo Barracco
La casa romana del Museo Barracco. Foto: Francesco Giordano

La scoperta risale al 1899 quando durante i lavori di parziale demolizione dell’edificio rinascimentale, sede del Museo, venne casualmente alla luce questo straordinario edificio. Ad oltre 4 metri di profondità al di sotto del piano stradale attuale, la domus è dotata di peristilio con colonne che in antico dovevano circondare un’area scoperta.

Il cortile porticato si conserva in parte con basi e capitelli sia interi che frammentati. Si possono ammirare inoltre la pavimentazione marmorea, elementi di arredo riferibili a fontane e una mensa ponderaria.

casa romana Museo Barracco
La casa romana del Museo Barracco. Foto: Francesco Giordano

Sia per gli alzati sia per ulteriori elementi decorativi fu utilizzato marmo bianco e colorato, mentre le pareti erano decorate con affreschi, a soggetto acquatico e terrestre, distaccati negli anni Settanta e attualmente conservati nel Museo.

Nei secoli l’edificio subì diverse modifiche strutturali con riutilizzo di materiale di recupero asportato da edifici in disuso e molti degli elementi reimpiegati si datano infatti sia ad epoca augustea sia giulio-claudia. L’ultima fase di vita documentata e con essa la maggior parte delle strutture risale invece al IV secolo d.C.

La casa romana del Museo Barracco. Foto: Francesco Giordano

Molto discussa l’identificazione della struttura. Secondo un’ipotesi abbastanza diffusa si tratterebbe di una delle sedi o di alcuni ambienti delle celebri quattro fazioni degli aurighi che competevano nel Circo, informazione a noi nota grazie alle fonti antiche con il nome di Stabula quattuor factionum.

I resti che si conservano al di sotto del Museo Barracco sono importanti per la loro ubicazione nel cuore del Campo Marzio e per lo studio di edifici pubblici nel centro pulsante di Roma.

La domus, che non è accessibile al pubblico dal 2000, sarà straordinariamente aperta tutti i giorni fino al 9 gennaio e, successivamente, fino alla fine di febbraio, solo nei fine settimana, dal venerdì alla domenica.

La riapertura temporanea della Domus, legata alla sperimentazione, è solo il primo passo di un più ampio e complesso progetto di valorizzazione del sito che avrà sviluppo nei prossimi mesi.

Foto: Francesco Giordano, dall'Ufficio Stampa Zètema Progetto Cultura.


Nuove scoperte archeologiche in via Luigi Tosti

Siamo in via Luigi Tosti nel quartiere Appio Latino e durante dei lavori di archeologia preventiva per la sostituzione della rete idrica, alcuni archeologi della società Sita srl hanno portato alla luce tre edifici sepolcrali appartenenti ad uno stesso complesso funerario sulla via Latina e databili tra I secolo a.C. e I secolo d.C.

Tombe via Luigi Tosti
Tombe via Luigi Tosti. Foto: Fabio Caricchia

Le strutture, parzialmente compromesse a causa di precedenti lavori che ne hanno danneggiato alcune parti, mostrano un possente basamento in opera cementizia e si caratterizzano per le pareti che in una sono in blocchi di tufo giallo, nella seconda in opera reticolata, mentre della terza resta un basamento.

Un edificio mostra segni di combustione, forse un incendio che ha devastato la struttura e ne ha determinato l’abbandono. I rinvenimenti sono avvenuti a circa mezzo metro rispetto all’attuale piano stradale, e hanno portato alla luce una olla cineraria in ceramica comune, ancora perfettamente integra e contenente anche resti ossei) e una sepoltura a inumazione in nuda terra di un individuo giovane.

Tombe via Luigi Tosti
Tombe via Luigi Tosti. Foto: Fabio Caricchia

Il complesso funerario era stato costruito sfruttando una cava di pozzolana abbandonata e dagli strati della cava, prima della realizzazione delle strutture funerarie provengono numerosi frammenti di intonaci colorati e anche una testa canina in terracotta. Il manufatto, la cui funzione originaria era quella di gocciolatoio, è stato qui rinvenuto privo del foro di scolo e aveva quindi perso il ruolo principale per fungere solamente a scopo decorativo.

Tombe via Luigi Tosti
Tombe via Luigi Tosti. Foto: Fabio Caricchia

Lo studio dei materiali e la comparazione con altri reperti ritrovati lungo l’antica via Latina, zona dove sono emersi numerosi edifici funerari porterà ad approfondire lo studio dell’area. A poche decine di metri nel 1956 è stato infatti scoperto lo straordinario ipogeo di via Dino Compagni, che si caratterizza per la varietà architettonica degli ambienti e per la straordinaria decorazione di oltre 100 affreschi, con cicli pittorici pagani alternati a dipinti cristiani.

Tombe via Luigi Tosti
Tombe via Luigi Tosti. Foto: Fabio Caricchia

«Una scoperta che getta nuova luce su un contesto importantissimo – secondo Daniela Porro, Soprintendente Speciale di Roma –, quella via Latina che da Porta Capena arrivava fino a Capua e il cui tracciato è oggi ancora visibile nei Parchi degli Acquedotti e delle Tombe di via Latina. Ancora una volta Roma mostra importanti tracce del passato in tutto il suo tessuto urbano».

 

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2021: Italia leader nel contrasto al traffico illecito di beni culturali

2021: Italia leader nel contrasto al traffico illecito di beni culturali

IL MINISTRO DARIO FRANCESCHINI E IL GENERALE ROBERTO RICCARDI PRESENTANO ALLA STAMPA I RECENTI RITROVAMENTI

COOPERAZIONE INTERNAZIONALE E TUTELA DEI BENI CULTURALI, RIENTRANO REPERTI DAGLI STATI UNITI E DA ALTRI PAESI. IL MINISTRO FRANCESCHINI PRESENTA I RECUPERI DEL 2021

La Dichiarazione di Roma, a conclusione dei lavori del G20 Cultura, aveva affermato la volontà comune dei Paesi membri di cooperare con crescente impegno per la tutela del patrimonio culturale.

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Nei mesi scorsi sono stati diversi i segnali giunti in questa direzione. Recente la presentazione a Bari, presso il Castello Svevo, di 782 reperti archeologici della civiltà Daunia che erano stati esportati illecitamente nel Belgio, rimpatriati grazie all’impegno della Procura della Repubblica di Foggia e dei Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Bari, ma con l’indispensabile apporto dell’Autorità giudiziaria belga e il coordinamento di Eurojust.

https://www.classicult.it/operazione-taras-sgominato-traffico-oltre-2000-reperti-archeologici/

Più vicini nel tempo, il 10 dicembre, i risultati dell’operazione Taras, coordinata dalla Procura di Taranto e che ha visto all’opera, con la Sezione Archeologia del Reparto Operativo TPC, le forze di polizia di Germania, Olanda, Svizzera e Belgio. In questo caso sono stati oltre 2.000 i beni recuperati, prevalentemente riconducibili alle civiltà antiche della Puglia e della Basilicata. Gli oggetti sono stati rinvenuti con le perquisizioni a carico dei 13 indagati per associazione a delinquere, in provincia di Taranto prima che fossero espatriati e ancora una volta nel Belgio, importante mercato per i beni di settore.

L’ultima bella notizia proviene da Oltreoceano. Il 15 dicembre a New York, presso il nostro Consolato Generale, il Procuratore Distrettuale di Manhattan Cyrus Vance ha restituito all’Italia 201 pezzi pregiati che nell’arco degli ultimi decenni erano finiti negli USA, smerciati dai grandi trafficanti internazionali e acquisiti –a volte dopo vari passaggi di mano– da importanti musei, case d’asta, gallerie antiquarie e collezionisti privati. Il giorno dopo i Carabinieri del Tpc, che su quei reperti avevano indagato insieme ai colleghi di F.B.I. e H.S.I. (Homeland Security Investigations), hanno riportato a casa in aereo i tesori.

È molto vario il bottino confluito nel caveau di via Anicia dei detective dell’arte, che comprende sculture in marmo e teste in terracotta, antefisse e crateri, vasi e anfore, coppe e brocche, monete in argento. Sono opere d’arte e oggetti di uso comune di grande interesse storico, risalenti alle civiltà romana, etrusca, magnogreca e apula. La datazione si colloca fra l’VIII secolo a.C. e il I secolo d.C., il valore complessivo può essere stimato in circa 10 milioni di euro.

Dei 201 reperti, 161 sono stati rimpatriati e 40 resteranno in mostra, fino al marzo 2022, presso il Consolato Generale d’Italia a New York e l’attiguo Istituto Italiano di Cultura. Spicca nel novero dei beni rientrati un interessante nucleo di pithoi, con decorazione “white on red”, tra cui si distingue quello che rappresenta l’accecamento di Polifemo da parte di Ulisse.

Sulla sinistra, pithos etrusco del VII sec. a.C. - Fordham Museum; sulla destra pithos etrusco del VII sec. a.C. - Getty Museum

(da scavi clandestini in Etruria meridionale)

A questi si aggiungono alcuni vasi in impasto con decorazione incisa. Da segnalare un’anforetta ad anse cuspidate, di tipica produzione laziale, presente ad esempio a Crustumerium, sito archeologico in passato diffusamente interessato da scavi clandestini.

Anforetta con anse cuspidate del VIII sec. a.C. - Fordham Museum (da scavi clandestini in area Laziale)

Per continuare con la produzione etrusca, è molto interessante l’anfora a figure nere attribuita al Pittore di Micali.

Anfora etrusca a figure nere attribuita al Micali Painter del 540-530 a.C. - Fordham Museum

(da scavi clandestini in Etruria meridionale)

Passando all’ambito magno-greco, spicca il cratere a campana pestano attribuito a Python, unico ceramografo del luogo insieme ad Assteas di cui si conosca il nome, raffigurante Dioniso e un satiro.

Cratere a campana pestano attribuito a Python del 340 a.C. ca - Fordham Museum

(da scavi clandestini in area magnogreca)

È rappresentata anche la ceramica apula con due phialai, di cui una attribuita alla bottega del Pittore di Dario.

Sulla sinistra, phiale apula (Dario) del 340 a.C. - Fordham Museum, sulla destra phiale apula del 340 a.C. - Fordham Museum

(da scavi clandestini in area magnogreca)

Quella attica è invece presente con una hydria a figure nere, attribuita al Gruppo di Leagros, che mostra sulla spalla Herakles che combatte il leone Nemeo, mentre sul corpo lo stesso eroe, dopo le fatiche, è sdraiato su kline affiancato da Atena, Hermes e Iolao.

Hydria attica a figure nere attribuita al Leagros Group del 510 a.C. - Fordham Museum

(da scavi clandestini in Etruria meridionale)

Tra i 40 reperti in mostra a New York, emerge la testa in marmo raffigurante l’Imperatore Settimio Severo, del II sec. d.C., provento di rapina a mano armata perpetrata da ignoti il 18 novembre 1985 ai danni dell’Antiquarium dell’anfiteatro campano di Santa Maria Capua Vetere (CE).

Testa in marmo raffigurante l’Imperatore Settimio Severo, II sec. d.C.

La testa è stata individuata nel settembre 2019 dalla Sezione Elaborazione Dati del Comando TPC e segnalata al Reparto Operativo, quale lotto d'asta del 28 ottobre successivo a New York. Il bene, che partiva da una base d’asta di 600.000 dollari USA, su richiesta dei Carabinieri è stato ritirato dalla vendita. Il dato è stato poi comunicato, fornendo gli elementi utili all’identificazione e alla rivendica, al dr. Matthew Bogdanos, responsabile dell’Antiquities Trafficking Unit del Manhattan District Attorney’s Office – County of New York (USA), che nel mese di giugno 2020 ha disposto il sequestro.

La vicenda, oltre a dimostrare come la restituzione alla collettività dei preziosi beni consenta la ricomposizione di percorsi storici, culturali e sociali, altrimenti leggibili solo parzialmente, costituisce prova della collaborazione consolidatasi, nel corso degli anni, tra il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale e le Autorità Giudiziarie e di Polizia statunitensi, in particolare con il New York County District Attorney.

Il Ministro della Cultura Dario Franceschini, nel presentare oggi presso la sede del Comando TPC i reperti, ha illustrato i dati statistici del 2021 sul contrasto ai traffici illeciti dei beni culturali.

L’attività operativa dell’anno, fino a oggi, ha fatto registrare 261 verifiche sulla sicurezza in musei, biblioteche e archivi, 549 perquisizioni, 1.182 persone denunciate, 23.363 beni archeologici e paleontologici recuperati e 1.693 opere false sequestrate (con un valore, qualora immesse sul mercato come autentiche, di oltre 427 milioni di euro).

I furti di beni culturali sono stati complessivamente 334, così ripartiti: musei 12, luoghi espositivi 83, luoghi di culto 122, archivi 11, biblioteche 16, luoghi privati e pertinenze 90.

Sono stati 38.716 i beni d’arte controllati nella “Banca Dati Leonardo” e 1.700 i controlli alle aree archeologiche terrestri e marine, alcuni eseguiti in collaborazione con i Carabinieri del Raggruppamento Aeromobili o dei Nuclei Subacquei, 57 le persone denunciate per scavo clandestino.

Ammontano a 2.617 i controlli effettuati ad esercizi antiquariali, in parte svolti online anche su cataloghi d’asta, a 392 le verifiche a mercati e fiere.

Dall’inizio dell’anno i Carabinieri del TPC hanno effettuato 1.811 controlli a siti monumentali o paesaggistici (questi ultimi svolti d’intesa con il comparto Forestale dell’Arma), rilevando attività illecite e procedendo al deferimento di 225 persone e al sequestro di 10 immobili e 25 tra aree paesaggistiche o strutture (edificate senza le previste autorizzazioni) ricadenti in aree soggette a vincolo.

2021 Italia traffico illecito beni culturali
2021: Italia leader nel contrasto al traffico illecito di beni culturali

2021 Italia traffico illecito beni culturali

Testo, foto e video dall’Ufficio Stampa Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale

2021 Italia traffico illecito beni culturali

2021 Italia traffico illecito beni culturali

Cultura: Franceschini, Italia leader nel contrasto al traffico illecito opere d’arte
Auspico rapida approvazione ddl inasprimento pene reati contro patrimonio culturale
2021 Italia traffico illecito beni culturali
2021: Italia leader nel contrasto al traffico illecito di beni culturali
“Un recupero straordinario di 200 opere d’arte, di capolavori importanti e assoluti. In gioco non c'è soltanto il valore economico, ma quello identitario e culturale, che verrà sviluppato in tutta la sua potenza nel momento in cui le opere torneranno nei luoghi di provenienza da cui sono state trafugate”.
Così il ministro della Cultura, Dario Franceschini, è intervenuto oggi alla conferenza stampa di presentazione dei recenti ritrovamenti frutto delle attività di contrasto al traffico illecito di beni culturali svolta dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale e del resoconto del lavoro svolto nel corso del 2021.
2021 Italia traffico illecito beni culturali2021 Italia traffico illecito beni culturali
“Il lavoro dal Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale è eccellente e stimato in tutto il mondo ed è motivo d’orgoglio per l’intero paese che è ormai riconosciuto come leader nella lotta al traffico illecito di beni culturali. Questa operazione - ha aggiunto il ministro - rientra in quella che abbiamo portato al centro della Dichiarazione di Roma, documento finale del G20 Cultura, per sensibilizzare la comunità internazionale nel contrasto al traffico illecito di opere d’arte. Come per il progetto “100 opere tornano a casa” - ha proseguito Franceschini - anche questi reperti archeologici torneranno, grazie a un grande lavoro scientifico, nei musei territorialmente più affini a ciascuno di essi: sarà una grande operazione che valorizzerà il nostro straordinario Paese come museo diffuso”.

https://www.classicult.it/musei-cento-100-opere-arte-tornano-casa-depositi-pubblico/

Il ministro ha poi concluso con un riferimento al nuovo regime sanzionatorio dei reati al patrimonio culturale, al centro di un provvedimento legislativo da poco approvato all’unanimità dal Senato e ora all’esame della Camera dei Deputati:

“Sono sicuro che in un tempo molto breve il nuovo regime sanzionatorio diventerà legge e questo aiuterà molto a contrastare i traffici illeciti e a far capire quanto è grave danneggiare o rubare il patrimonio culturale del nostro paese che è la base di tutta la nostra storia”.
Roma, 30 dicembre 2021
2021 Italia traffico illecito beni culturali
2021: Italia leader nel contrasto al traffico illecito di beni culturali

2021 Italia traffico illecito beni culturali

Testo dall'Ufficio Stampa e Comunicazione MiC

Biglietto blu di Sophie Mackintosh | Il diritto di decidere

Quando i loro corpi sviluppano, le ragazze ricevono il verdetto da una lotteria e da quell’attimo il loro futuro è deciso: maternità o carriera, biglietto bianco o biglietto blu. Le biglietto-bianco sono pulite, rispettabili, amate. Le biglietto-blu, a cui la maternità è vietata, diventano terreno fertile per la proiezione delle più sordide pulsioni. Su di loro si sfoga la sessualità più feroce e godono di una completa libertà sentimentale. È questo il sistema che regola Biglietto blu di Sophie Mackintosh – classe 1988, gallese. Il romanzo, portato in Italia da Einaudi, si inserisce in quel genere di recente fortuna che si interroga sulle contraddizioni del femminile attraverso la distopia, il cui capofila è rappresentato dal Racconto dell’ancella di Margaret Atwood.

L’unica cosa che io ho sempre voluto è la libertà, sapere che la mia vita non sarebbe finita in un vicolo cieco, eppure sapevo che sarebbe successo, fin da quando avevo dodici anni. Conoscevo la forma che avrebbe assunto la mia vita prima ancora di comprenderne il significato.[1]

La dicotomia su cui si basa Biglietto blu ha radici profonde nel reale. Già negli anni sessanta Sylvia Plath affrontava un discorso affine nella Campana di vetro attraverso il dilemma di Esther Greenwood, incapace di scegliere tra matrimonio e carriera, famiglia e fama. La psicosi dovuta alla necessità di rinunciare all'uno o all'altro frutto dell'albero - per riprendere la metafora del fico usata da Plath nel romanzo - è alla base del sistema narrativo di Sophie Mackintosh. Ma non è tanto la maternità negata che le donne di Biglietto blu rivendicano, quanto - forse inconsapevolmente - la possibilità di disporre liberamente della propria vita.

Biglietto blu Sophie Mackintosh
Foto di Sofia Fiorini

Biglietto blu: la volontà come "sentimento oscuro"

La narratrice e protagonista del romanzo, Calla, scopre che la lotteria le ha assegnato un biglietto blu, consegnandola a un futuro senza figli. A lei, come a tutte le biglietto blu, viene inserita una spirale, il metodo contraccettivo tramite cui le si impedirà a vita di concepire. Ma il suo nome già contiene in sé il destino: il fiore bianco, il biglietto bianco, la maternità. È questa la direzione verso cui tutte le fibre del suo corpo sembrano indirizzarla. Calla definisce "sentimento oscuro" il desiderio personale di maternità che ha iniziato a farsi spazio in lei contro il sistema e che l’ha portata a gestire una gravidanza illegale.

La forza che fa deviare Calla dal destino imposto dalla lotteria ha la spinta tellurica dell’istinto, della natura. Appartiene tanto alle biglietto-blu che diventano madri illegalmente, quanto delle biglietto-bianco che abortiscono. Il sentimento oscuro si riconnette a tutto quello che è naturale, spontaneo. Il mondo animale e naturale percorre il testo come il reale termine di paragone della vita umana, l’alternativa al sistema sociale che ha condannato le donne del romanzo all’infelicità. La natura le legittima a sentire quello che sentono, laddove la cultura le condanna.

Biglietto blu Sophie Mackintosh
La copertina del romanzo Biglietto blu di Sophie Mackintosh, tradotto da Norman Gobetti, pubblicato (2021) da Giulio Einaudi Editore nella collana Supercoralli. Foto di Sofia Fiorini

Il controllo del corpo femminile: una questione millenaria

Quali sono le ragioni alla base di questo sistema? Cosa ha portato la società distopica di Biglietto blu a istituire la lotteria? Niente di tutto ciò viene svelato al lettore. Quel che è certo è che il tentativo di controllare il corpo femminile e la sua capacità riproduttiva ha una storia millenaria. Prova ne sono, ad esempio, le pratiche della custodia e della cessione del ventre nel mondo romano, illustrate da Eva Cantarella rispettivamente in L'ambiguo malanno e in Passato Prossimo.

La prima pratica era il sistema di controllo sociale con cui il marito, qualora lo ritenesse necessario, si accertava tramite la nomina di un "custode del ventre" che la moglie non abortisse. La seconda coincideva invece con il passaggio di proprietà della moglie da un marito all’altro. I romani concepivano il matrimonio come un’alleanza economico-politica tra famiglie. Di conseguenza, la riproduzione dei gruppi familiari era a sua volta percepita come un dovere civico da assolvere con ordine, per il popolamento di Roma e la salute della città. Di una donna fertile, dunque, era necessario sfruttare al massimo le potenzialità riproduttive. In questo senso, la più economica delle soluzioni era farla “circolare” da un marito già padre a un altro ancora senza figli. Per questa ragione, era possibile – se non probabile – che una donna cambiasse marito proprio mentre era venter, cioè mentre era già incinta.

È quello che, con tutta probabilità, successe a Marzia: sposa giovanissima di Catone l’Uticense in seconde nozze, fu ceduta dal marito, in accordo col padre, ad Ortensio Ortalo a scopo riproduttivo, per poi risposare Catone una volta rimasta vedova di Ortalo.

Biglietto blu Sophie Mackintosh
Foto di Sofia Fiorini

Madri inadatte, impreparate, acerbe

Le donne di Biglietto Blu sono perseguite dal sistema per aver deciso liberamente della propria maternità, per aver eluso il codice sociale che prevedeva di controllarle per sempre, infallibilmente, di sapere a priori cosa fosse giusto per loro. Qualcosa di simile succede alle donne di Acerbe, un podcast di Will realizzato da Valentina Barzago e Agnese Mosconi che raccoglie narrazioni di maternità alternativa e smaschera gli stereotipi legati all’essere madri. Si tratta di storie vere di donne che si sono viste ignorate, fraintese e giudicate per le proprie scelte di madri. Il titolo allude al fatto che le nuove madri siano sempre ritenute impreparate, acerbe appunto, rispetto al loro compito; e a questo vuole rimediare il mondo esterno che si presenta loro con la verità in mano. Oggi, le donne sono libere dalla dittatura della lotteria e non più soggette alle pratiche di controllo del ventre come nell’antica Roma. Nonostante ciò, non sembrano ancora avere completa libertà sulla gestione dei propri corpi e delle proprie scelte. L'arma a cui tutte sembrano ancora essere soggette è lo stigma. Il giudizio negativo le colpisce ogni volta che la loro volontà personale si discosta da quella comune.

Il secondo episodio di Acerbe dà voce a una donna, Stefania, che dopo essere stata giudicata incosciente per le sue scelte durante la gestazione, perde la figlia a poche ore dalla nascita a causa di una malformazione. È così che la sua maternità le insegna da subito la lezione più difficile. Ovvero, che i figli non appartengono a chi li genera e che il compito dei genitori prevede anche di lasciarli andare. È la stessa lezione che sembra offrirsi a Calla: dopo i pericoli di un viaggio estenuante, il momento della nascita della figlia coincide con la separazione da lei, nella speranza di offrirle un futuro migliore.

La copertina del romanzo Biglietto blu di Sophie Mackintosh, tradotto da Norman Gobetti, pubblicato (2021) da Giulio Einaudi Editore nella collana Supercoralli

Biglietto blu: il diritto di decidere

Per Calla, l’imposizione della lotteria, che avrebbe dovuto semplificarle la vita, ha avuto l’esito della disperazione. Il mondo che le è stato consegnato, ovvero un mondo senza scelte, è per lei una realtà invivibile. L’unico senso che resta è la traccia segnata dal sentimento oscuro che si porta dentro, l’istinto che le detta la natura. Di fronte alla mancanza di senso, portare avanti la gravidanza – seppure è ciò che mette a rischio la sua vita – le restituisce una direzione. Anche se infrangere le regole non le ha portato la felicità che si era immaginata, le ha ridato identità. È questo che sembra infine rivendicare Biglietto blu, una storia senza eroi e senza lieto fine: il diritto di decidere e il diritto di sbagliare. Il diritto di comprendere il significato della propria vita man mano che le si dà forma.

 

[1] Sophie Mackintosh, Biglietto Blu, Torino, Einaudi, 2021, p. 225.

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Terme di Caracalla 27 dicembre

Terme di Caracalla: apertura straordinaria il 27 dicembre

TERME DI CARACALLA APERTURA STRAORDINARIA IL 27 DICEMBRE

VISITABILI ANCHE SOTTERRANEI E MITREO

Roma, 24 dicembre 2021

Terme di Caracalla 27 dicembre
Apertura straordinaria delle Terme di Caracalla il 27 dicembre

Un appuntamento speciale per le feste di Natale: le Terme di Caracalla il 27 dicembre, di lunedì giorno di abituale chiusura, saranno aperte dalle 9 alle 13 per offrire ai romani e ai turisti la possibilità di ammirare il monumentale sito della Soprintendenza Speciale di Roma.

Saranno visitabili anche i sotterranei e il mitreo, nel periodo invernale normalmente chiusi, per una giornata dedicata a quanti ancora non conoscono o vogliono ritornare nel più importante impianto termale della Roma imperiale, inaugurato da Marco Aurelio Antonino Bassiano detto Caracalla nel 216 dopo Cristo.

I sotterranei
I sotterranei
I sotterranei
Il mitreo: fossa sanguinis
Il mitreo

«Le Terme di Caracalla – spiega il Soprintendente Speciale di Roma Daniela Porro – con l’alternarsi delle stagioni sono un caleidoscopio di colori: le maestose strutture architettoniche, i bellissimi mosaici che, cosa rarissima, sono ancora nella loro posizione originale, il grande parco che permette una visita in totale sicurezza e distanziamento, con la luce dell’autunno e dell’inverno acquistano un fascino tutto particolare. Per questo abbiamo voluto offrire una possibilità in più per visitarle».

Terme di Caracalla 27 dicembre
I mosaici della palestra delle Terme di Caracalla

Il percorso di visita si snoda tra le strutture termali del calidarium, del tepidarium, e del frigidarium, i laconica, le grandi saune, gli apoditeria, gli spogliatoi e la natatio, la piscina scoperta di imponenti dimensioni.

Terme di Caracalla 27 dicembre
La natatio delle Terme di Caracalla

«Per questo Natale le Terme di Caracalla aprono le loro porte anche di lunedì – aggiunge Mirella Serlorenzi direttore delle Terme di Caracalla – offrendo la possibilità di visitare anche il mitreo, il più grande tra quelli rinvenuti a Roma, e i sotterranei, la sala macchine che permetteva il funzionamento delle Terme di Caracalla, e dove oggi si trova un antiquarium con importanti decorazioni che abbellivano l’impianto termale tra cui spiccano due dei più raffinati capitelli in stile misto di epoca severiana».

Terme di Caracalla 27 dicembre
Apertura straordinaria delle Terme di Caracalla il 27 dicembre

INFORMAZIONI

apertura straordinaria lunedì 27 dicembre

orario: 9 – 13, ultimo ingresso ore 12

biglietti 8 euro, ridotto 2 euro

Info: www.coopculture.it

Terme di Caracalla 27 dicembre
Apertura straordinaria delle Terme di Caracalla il 27 dicembre

Testo, foto e video dalla Soprintendenza Speciale di Roma

Video di Fabio Caricchia e Luca Del Fra.

Terme di Caracalla 27 dicembre
Le Terme di Caracalla

Terme Stabiane di Pompei. Importanti novità dalla campagna scavi 2021

Il progetto Terme Stabiane nasce dalla collaborazione tra la Freie Universität di Berlino, l'Università di Oxford e l'Università degli Studi di Napoli L'Orientale; la quarta campagna di ricerche si è da poco conclusa con interessanti novità che ampliano le informazioni recuperate già tra il 2016 e il 2018 in cui gli archeologi hanno dimostrato che il complesso fu costruito soltanto dopo il 130/125 a. C. nel rispetto degli standard tipici dell’architettura termale romana.
Tre grandi fasi di ristrutturazione hanno interessato il complesso termale: dopo l'80 a.C. quando la città divenne colonia romana dopo l'assalto di Silla, nel periodo augusteo I secolo a.C. - I secolo d.C. circa e ancora dopo il terremoto del 62 d.C. che importanti danni causò a Pompei.
Terme Stabiane. Foto: Parco archeologico di Pompei
Queste ristrutturazioni seguono un ammodernamento tecnologico che determinò anche una diversa articolazione architettonica e decorativa.
Terme Stabiane
Terme Stabiane. Foto: Parco archeologico di Pompei
Come nasce il progetto da cui prende avvio l’indagine presso il complesso termale, quali gli obiettivi e come è stato diviso il lavoro fra le università?

Dal 2015, il nostro progetto si occupa della storia, lo sviluppo, la tecnologia, il programma balneare, la funzione sociale e il contesto urbano delle Terme Repubblicane e Stabiane.

Più precisamente per le Terme Stabiane: Due architetti tedeschi eseguirono scavi e indagini nelle Terme Stabiane, Heinrich Sulze negli anni '30 e '40 e Hans Eschebach negli anni '70 del secolo scorso. Eschebach pubblicò due libri nel 1970 e nel 1979, in cui pubblicò un modello di sviluppo delle Terme Stabiane che è ancora oggi ritenuto un punto di riferimento. Secondo lui nell’area ci sarebbero stati numerosi resti arcaici, soprattutto le fortificazioni (mura e fossa) della cosiddetta Altstadt. Nel V secolo a.C. sarebbe stata costruita una palestra con bagno greco che fu successivamente trasformata in Terme romane nel II secolo a.C.

Questo modello di sviluppo ci è sembrato discutibile sia per ragioni tipologiche che storiche; per esempio, dal 1979 sono noti numerosi bagni greci che non sono compatibili con la ricostruzione di Eschebach e si datano dal IV secolo a. C. in poi, non dal V. Pertanto, nel 2016 abbiamo iniziato a scoprire di nuovo e ampliare i saggi quasi inediti di Sulze e Eschebach per investigare due questioni centrali: l'esistenza della fortificazione della Altstadt e la datazione e la pianta del primo stabilimento balneare. Abbiamo già ampiamente risposto a entrambe le domande e pubblicato i risultati in due articoli nel 2019 e 2020. Non abbiamo trovato nessuna traccia dell’epoca arcaica, né della fortificazione, né di altre strutture. Non abbiamo nemmeno trovato resti di un bagno greco con una palestra dal V al III secolo a.C. Invece, il primo complesso di bagni fu costruito come un tipico bagno romano dopo il 125 a.C., allora al tempo della Pompei Sannitica tardo-ellenistica. Gli scavi e un nuovo studio dell'architettura e delle decorazioni hanno mostrato che si possono distinguere 4 fasi principali per le terme. Dopo la loro costruzione, le terme furono ricostruite e modernizzate dopo l'80 a.C., nel primo periodo imperiale e dopo il terremoto del 62 d.C.

Ma rimangono diverse questioni importanti che volevamo chiarire nella campagna di 2021 (30 agosto – 10 ottobre).

1) La progettazione del muro occidentale della palestra nella fase 1 delle terme: com'era il confine occidentale dei bagni nella prima fase. C'era una serie di nicchie in quel settore delle terme.

2) La datazione e lo sviluppo della casa a ovest delle terme, che fu integrata nelle terme solo dopo il terremoto del 62 d.C. e trasformata nel complesso con natatio (piscina) e ninfei laterali (fontane riccamente decorate) visibili oggi. Abbiamo trovato i resti di una casa che Sulze ed Eschebach avevano parzialmente scavato e ricostruito. Ma la datazione e la pianta della casa restano da verificare.

3) Lo sviluppo dei dispositivi per il riscaldamento e la gestione dell'acqua nell’ambiente VIII: Abbiamo già scavato in diverse aree dell'ala di servizio, ma lo sviluppo esatto e la funzione di una stanza centrale devono ancora essere esplorati; questa e la stanza VIII o cosiddetto cortile di legno.

La Freie Universität e l'Università di Oxford hanno collaborato fin dall'inizio del progetto; Mark Robinson (Oxford), come specialista in archeologia bio-ambientale (bio-environmental archaeology, archeologia preistorica e ambientale), ha lavorato principalmente sulle prime fasi (età del bronzo, età del ferro) e sui resti organici.

Dal 2021, c'è anche una cooperazione con l’Università degli Studi di Napoli L'Orientale, Marco Giglio (specialista per Pompeii, soprattutto case dell’epoca ellenistica e romana).

Nell'ultima campagna, per gli scavi, Robinson si è concentrato sulla Palestra (dove ha già scavato nel 2016 e nel 2018) e Giglio sulla casa sotto l'ala ovest delle terme e sui locali di servizio delle terme.

Ci sono altre cooperazioni (per questa campagna; c’erano altre per campagne passate):

Architettura e decorazione: Dr. Clemens Brünenberg (Technische Universität Darmstadt); Prof. Dr. Jens-Arne Dickmann (Universität Freiburg); Dr. Domenico Esposito (Istituto Archeologico Germanico di Berlino); Prof. Dr. Martin Kim (Hochschule Mannheim)

Numismatica: Dr. Giacomo Pardini (Università di Salerno)

Reperti/ceramica: Dr. Antonio Ferrandes, Alessandra Pegurri (Sapienza Università di Roma)

Terme Stabiane
Terme Stabiane. Foto: Parco archeologico di Pompei

Rispetto agli altri complessi termali presenti a Pompei, quali sono le peculiarità delle Terme Stabiane? Quali le caratteristiche strutturali, di novità nel corso delle varie fasi edilizie e di ristrutturazione?

Le Terme Stabiane sono le uniche terme di Pompei che sono state utilizzate dal II secolo a.C. al 79 d.C. e sono state continuamente modernizzate. Le Terme Repubblicane furono utilizzate solo dal 150-30/25 a.C. circa; le altre terme pubbliche furono costruite solo dopo l'80 a.C. o anche più tardi.

Anche al di fuori di Pompei non esiste un solo complesso termale con questo periodo di utilizzo, praticamente dall'inizio dello sviluppo delle tipiche terme romane fino alla formazione dello standard che fu poi vincolante per tutto l'impero romano in tutto il periodo imperiale. Le Terme Stabiane forniscono quindi un'opportunità unica per studiare lo sviluppo della cultura balneare romana nella fase formativa dal II secolo a.C. al I secolo d.C. Si possono distinguere 4 fasi principali per le terme. Dopo la loro costruzione, le terme furono ricostruite e modernizzate dopo l'80 a.C., nel primo periodo imperiale e dopo il terremoto del 62 d.C.

Mentre le Terme Repubblicane erano probabilmente di proprietà privata, le Terme Stabiane furono certamente costruite, gestite e ripetutamente ricostruite dalle autorità pubbliche. Anche dopo la costruzione delle Terme del Foro dopo l'80 a.C., le Terme Stabiane rimasero il complesso balneare più importante e più grande, che inoltre offriva sempre due sezioni separate per uomini e donne (le Terme del Foro avevano solo una sezione per gli uomini quando furono costruite).

Allego uno mio articolo in lingua inglese sulle terme delle città vesuviane, che apparirà in un Oxford Handbook su Pompei nel 2022. In esso, si spera che il significato delle Terme Stabiane sia ancora una volta più chiaro di quanto brevemente delineato qui.

Terme Stabiane
Terme Stabiane. Foto: Parco archeologico di Pompei

Quali risultati hanno portato le precedenti campagne di scavo rispetto anche al dato archeologico già noto?

Vedi sopra: Non abbiamo trovato nessuna traccia dell’epoca arcaica, né della fortificazione, né di altre strutture. Non abbiamo nemmeno trovato resti di un bagno greco con una palestra dal V al III secolo a.C. Invece, il primo complesso di bagni fu costruito come un tipico bagno romano dopo il 125 a.C., allora al tempo della Pompei Sannitica tardo-ellenistica. Gli scavi e un nuovo studio dell'architettura e delle decorazioni hanno mostrato che si possono distinguere 4 fasi principali per le terme. Dopo la loro costruzione, le terme furono ricostruite e modernizzate dopo l'80 a.C., nel primo periodo imperiale e dopo il terremoto del 62 d.C.

Per le Terme Repubblicane: costruzione verso 150 a. C.; una grande fase di ricostruzione nel I s. a. C.; abbandonate come terme verso 30/25 a. C.

Terme Stabiane
Terme Stabiane. Foto: Parco archeologico di Pompei

È possibile avere già informazioni sulla campagna di scavo 2021 ed eventuali elementi di novità?

Sono stati raggiunti i seguenti risultati (preliminari):

Nell'angolo sud-ovest della palestra, è stata trovata un grande ambiente rotondo con un diametro di circa 8 m, che serviva molto probabilmente come bagno di sudore/sauna (laconicum) nella prima fase delle terme. Vi si accedeva da nord-ovest e veniva riscaldato da un dispositivo (ad esempio un braciere o una caldaia) che si trovava su un grande podio rotondo posto al centro. Il laconicum era delimitato da un corridoio e presumibilmente da una palestra rettangolare con portici su 2-3 lati (nord, est e forse sud). Il ritrovamento è molto importante perché il laconicum non era stato toccato e identificato negli scavi precedenti (1940, 1970) e testimonia la fusione creativa di diversi concetti culturali e funzionali: una palestra "di tipo greco" con un grande laconicum per gli uomini, e un nuovo edificio balneare pubblico "di tipo romano" con sezioni separate per donne e uomini. Il laconicum fu presumibilmente distrutto dopo l'80 a.C. quando due duumviri della nuova colonia romana costruirono un nuovo laconicum (più alla moda) e un destrictarium (sala massaggi/oliatura) e rimodellarono la palestra e i portici. Un grande canale di drenaggio costruito nel periodo augusteo è stato trovato al confine orientale della trincea, che corre da nord a sud. Un secondo grande canale, che va da nord-ovest a sud-est e che taglia proprio la metà settentrionale dell'ex laconicum, fu costruito dopo il 62 d.C. per drenare la nuova grande piscina per gli uomini. Una grande fossa circolare fu scavata tra il 62 e il 79 d.C. nella metà occidentale dell'ex laconicum per estrarre la cenere di pozzolana che serviva per fare il cemento.

Nell’ ambiente VIII delle terme, sono state scoperte diverse installazioni di servizio che possono essere assegnate alle due ultime fasi delle terme. Quando il calidarium degli uomini fu dotato di un'abside a ovest e di un labrum (vasca) con acqua fredda corrente nella fase 3, furono costruite due scale negli angoli sud-ovest e sud-est della stanza VIII. Entrambe permettevano di servire le nuove installazioni sperimentali in superficie e sotterranee. Un canale che correva da est a ovest a nord delle scale drenava l'acqua del praefurnium (forno). Questo canale fu sostituito da un secondo molto più grande più a nord dopo il terremoto del 62 d.C. Lo scavo della sezione di servizio è stato completato e molto arricchito dal lavoro degli speleologi Mauro Palumbo, Mario Cristiano e Marco Ruocco che hanno indagato e documentato completamente per la prima volta tutti i canali d'acqua accessibili, le cisterne e il sistema di ipocausto delle terme. Inaspettatamente, un recipiente con 24 monete e un accumulo di piccoli balsamari (bottiglie per unguenti e profumi) è stato trovato vicino alla scala sud-est. I balsamari possono derivare da attività rituali svolte nella stanza di servizio (che una volta includeva un larario dipinto ormai perduto) o possono essere stati scartati qui dopo l'uso nelle stanze da bagno.

La casa che coesistette con le terme fino al 62 d.C. è stata esplorata scavando la palestra, cinque negozi delle terme (tabernae 2, 4, 54, 60, 61), e due corridoi (59, H’). Sono stati trovati diversi muri rasi al suolo e diversi pavimenti che appartenevano ad almeno otto stanze confinate (diversi cubicula, un vestibolo e altre stanze) e due grandi spazi (forse un atrio e un peristilio). I pavimenti includono esempi di alta qualità di mosaici decorati in opus tessellatum e pavimenti in opus signinum (cemento) negli ambienti chiusi e lithostrota (pavimenti decorativi fatti con piccole pietre irregolari di vari colori) nei grandi spazi. Mentre una data precisa può essere determinata solo sulla base della valutazione completa dei reperti diagnostici, i confronti tipologici dei pavimenti suggeriscono una datazione nel I secolo a.C. Le monete trovate nei riempimenti che servivano a sollevare i pavimenti per le tabernae delle terme possono essere datate al 64 d.C. e confermano che la casa fu distrutta e abbandonata dopo il terremoto del 62 d.C. La casa doveva essere una delle residenze più ricche di Pompei, il che è evidente dalla sua posizione prominente, dalle dimensioni (circa 900 m2), dai ricchi pavimenti e dalla presenza di una grande cantina sotto la sua parte nord.

Terme Stabiane
Terme Stabiane. Foto: Parco archeologico di Pompei

Lo scavo si è arricchito della presenza di speleologi. Quale la loro funzione e i risultati delle loro indagini?

Gli speleologi hanno esaminato tutte le fogne (canali di drenaggio) accessibili e il sistema d’ipocausto sotto gli ambienti delle donne e li hanno documentati in modo completo per la prima volta. Questo ha portato a numerose nuove scoperte sulla fattura e il corso delle fogne, sulle riparazioni, sugli incroci, ecc. Nel sistema dell'ipocausto è stato scoperto un bollo precedentemente sconosciuto e un'apertura (di riscaldamento?) altrettanto sconosciuta; il sistema con pilastri di diversa fattura e differenze di altezza può ora essere completamente ricostruito per la prima volta.

La ricerca speleologica è di enorme importanza per la questione dello sviluppo tecnologico delle terme e degli standard tecnici.

Ci saranno future campagne di scavo? E se si, quali nuovi obiettivi pensate di conseguire?

L'esplorazione della casa sotto le Terme Stabiane si è rivelata molto più rivelatrice e riuscita del previsto. Soprattutto le parti della casa scavate nel 2021 sono molto ben conservate e permettono conclusioni di vasta portata. Ma mancano ancora informazioni su aree centrali della casa che non siamo stati in grado di indagare finora: Atrio (impluvium), peristilio, situazione d'ingresso. Pertanto, almeno un'altra campagna è necessaria e auspicabile per indagare queste aree centrali della casa e possibilmente ricostruire l'intera planimetria.

Anche la questione di come veniva usato questo spazio prima della costruzione della casa è ancora irrisolta. Speriamo di poter chiarire questa questione centrale dal punto di vista urbanistico con altri saggi al centro della casa.

Terme Stabiane
Terme Stabiane. Foto: Parco archeologico di Pompei

 

 


Nuovi ritrovamenti nel quartiere ellenistico-romano della Valle dei Templi

Nuovi ritrovamenti nella Valle dei Templi di Agrigento dove durante l’ultima campagna di scavo dell’Università di Bologna sono state riportate alla luce una serie di pitture e pavimenti mosaicati pertinenti ad una casa nel quartiere ellenistico-romano della città.

La casa crollata o demolita per motivi ignoti ha comunque conservato sotto le macerie accumulate molte parti decorative ritrovate dagli archeologi bolognesi.

Scavi al quartiere ellenistico-romano
Scavi al quartiere ellenistico-romano nella Valle dei Templi.

La scoperta è stata fatta durante la sesta campagna di scavo dell’Università di Bologna nel quartiere ellenistico-romano, la stessa zona dove il team ha scoperto il teatro. Il progetto di ricerca è stato avviato  in collaborazione con il  Parco Archeologico, sotto la direzione di Giuseppe Lepore del Dipartimento di Beni culturali del Campus di Ravenna e dal 2016, con cadenza annuale, l'Università di Bologna si dedica all'indagine di un intero isolato (il terzo del Quartiere), con particolare attenzione alla Casa III M.

Scavi al quartiere ellenistico-romano
Scavi al quartiere ellenistico-romano nella Valle dei Templi.

Il professor Lepore spiega che “si tratta di una scoperta unica nel suo genere. Questa casa è stata ristrutturata, insieme al resto del quartiere, tra la fine del III e gli inizi del II secolo avanti Cristo ed è stata dotata di un complesso sistema di pitture parietali e di pavimenti in cocciopesto e in mosaico, articolati addirittura su due piani. Ben presto, però, forse già nella prima età imperiale, la casa crolla (oppure viene demolita intenzionalmente), cosa che ha determinato il suo straordinario stato di conservazione visto che le macerie hanno “protetto” il pavimento”.

Scavi al quartiere ellenistico-romano
Scavi al quartiere ellenistico-romano nella Valle dei Templi.

L’ambiente centrale dell’abitazione è quello che ha riservato maggiori sorprese perché ha restituito al piano terra il pavimento in cocciopesto con inserti di pietre colorate che formano una decorazione a meandro e inoltre il crollo e le macerie che occupavano interamente lo spazio del vano, hanno restituito numerose porzioni del pavimento del piano superiore (un mosaico policromo sempre con motivo a meandro) e le relative pitture parietali.

Secondo una prima analisti stilistica, pavimenti e pitture si datano ad un rifacimento del I secolo a.C. gli ambienti, particolarmente ricchi ricordano le descrizioni di Cicerone nelle Verrine quando queste risultavano ricche di statue, tappezzeria, arazzi, argenti, con pareti affrescate e pavimenti a mosaico.

Scavi al quartiere ellenistico-romano
Scavi al quartiere ellenistico-romano nella Valle dei Templi.

Speriamo possano continuare le ricerche – spiega l’architetto  Roberto Sciarratta, direttore della Valle dei Templi -: il Quartiere ellenistico-romano deve diventare un punto di forza del nuovo percorso che stiamo allestendo nel Parco archeologico, che collegherà  la Collina dei Templi direttamente con le terrazze superiori della città antica, che ospitano il Quartiere da una parte e il museo archeologico “Pietro Griffo” dall'altra, oltre all'area degli edifici pubblici dell'area centrale, fino all’ipogeo Giacatello. I lavori dell’Università di Bologna, di cui condividiamo gli obiettivi, si inseriscono dunque pienamente nella programmazione del Parco, volto ad ampliare l'offerta culturale ed a comunicare al meglio il proprio patrimonio”.

Scavi al quartiere ellenistico-romano
Scavi al quartiere ellenistico-romano nella Valle dei Templi.

 I lavori sul campo riprenderanno l'anno prossimo, ma nel frattempo il gruppo di lavoro coordinato dal professor Lepore continuerà a lavorare e studiare i materiali rinvenuti all’interno del crollo e la ricomposizione delle pitture parietali e dei frammenti di mosaico.

Foto: Courtesy Parco Valle dei Templi Agrigento; foto e video dall'Ufficio stampa CoopCulture Sicilia.


Le memorie del comandante. Plinio il Vecchio da Como a Miseno

Le memorie del comandante.

Plinio il Vecchio da Como a Miseno

(Bacoli, Napoli 22-25 ottobre 2021)

Comandante in capo della flotta imperiale di stanza a Miseno, celebre naturalista, autore della più antica enciclopedia conosciuta, la Naturalis Historia, storico, retore, grammatico, uomo di pensiero e d’azione perito durante la disastrosa eruzione vesuviana del 79 d.C. nel tentativo di soccorrere gli abitanti delle zone colpite, Plinio il Vecchio è oggi considerato come ineguagliabile storico dell’arte antica (Silvio Ferri), antesignano della Protezione civile (Flavio Russo), “protomartire delle scienza sperimentale” (Italo Calvino), “un uomo che dimostra una attenzione senza precedenti all’umanità” (Michel Onfray).

Quale figura meglio di Plinio il Vecchio può allora segnare il riscatto dopo oltre un anno di pandemia? Certo non molti possono unire l’Italia con un esempio più efficace del suo: nato a Como, dopo una lunga parentesi a Roma e in quasi tutta l’Europa romana, fu prefetto della flotta a Miseno e morì a Stabiae (odierna Castellammare di Stabia) nella tragica eruzione vesuviana che distrusse anche Pompei ed Ercolano.

Le memorie del comandante. Plinio il Vecchio da Como a Miseno
La locandina dell'evento Le memorie del comandante. Plinio il Vecchio da Como a Miseno

L’evento Le memorie del comandante. Plinio il Vecchio da Como a Miseno, che si svolgerà a Bacoli e Napoli e dal 22 al 25 ottobre 2021, mira proprio a mettere in luce i diversi aspetti di una figura eccezionale. E lo fa legandoli ai luoghi della sua vita: a Como, dove nacque; a Miseno, dove esercitò il suo ultimo comando militare; a Stabia, dove morì.

All’evento, organizzato dai Comuni di Bacoli e Como, dal Parco Archeologico dei Campi Flegrei, dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli, dall’Accademia Pliniana, dalla Biblioteca Universitaria di Napoli, dalla Fondazione Alessandro Volta di Como, dall’Associazione Stabiae 79 A.D., e coordinato dall’archeologo e scrittore Alessandro Luciano, parteciperanno alcuni dei principali studiosi nazionali e internazionali di Plinio il Vecchio. Prevista la diretta Facebook sulla pagina del Comune di Bacoli.

La quattro giorni, ad ingresso libero, si articolerà in un ciclo di conferenze e presentazioni di libri, visite guidate ai luoghi “pliniani” e spettacoli dal vivo, nonché in un’esposizione bibliografica e una mostra con video-installazioni, fotografie e riproduzioni artistiche.

Link alla Pagina Facebook.

Testo, locandina e video dall'Ufficio Comunicazione dell'evento.


Il Museo Ninfeo fa rivivere il lusso degli Horti Lamiani a Roma

Riscoprire Roma attraverso uno dei suoi luoghi più incantevoli, gli Horti Lamiani, residenza privata di molti imperatori e locus amoenus per le meraviglie che vi si potevano trovare. Il tutto rivivrà grazie alla creazione di un nuovo museo nella capitale, il Museo Ninfeo che sorge proprio nel luogo mitico della storia romana.

Il museo che sarà inaugurato con due open day il 30 e 31 ottobre e poi aperto al pubblico dal 6 novembre custodisce reperti che vanno dal periodo giulio-claudio, quando gli Horti entrarono a far parte del demanio imperiale sotto Tiberio e Caligola e fino ai Severi, a cui si devono le ultime lussuosissime trasformazioni di alcuni ambienti.

Museo Ninfeo
Museo Ninfeo negli Horti Lamiani. Foto: Fabio Caricchia

Ogni epoca ha lasciato qui testimonianze preziose e reperti di ogni sorta che ricostruiscono una lunga vita. 3000 oggetti selezionati ed esposti, affiancati da ricostruzioni e video che restituiscono in maniera molto suggestiva i diversi aspetti della cultura della città imperiale.

Il Museo Ninfeo di Piazza Vittorio nasce come un importante progetto di musealizzazione e si pone ad essere come luogo emblematico della Roma imperiale. Gli Horti Lamiani restituiscono un’importante evoluzione architettonica e una precisa realtà storico-archeologica in un arco cronologico che va dal I secolo a.C. al III d.C. donando ai visitatori la visione di tanti resti recuperati in questi anni e musealizzati con rigore e scientificità.

Museo Ninfeo
Museo Ninfeo negli Horti Lamiani. Foto: Fabio Caricchia

Fin dall’età preistorica utilizzato come luogo di sepoltura, l’Esquilino, il più alto ed esteso tra i sette colli di Roma, tra le attuali Piazza di Santa Maria Maggiore e Piazza Vittorio venne diviso in due dalla costruzione delle Mura Serviane. In età repubblicana nella parte esterna alla città erano presenti una vasta necropoli, dove spiccava la tomba dei Fabii, coltivazioni e cave di pozzolana, attività di cui lo scavo ha restituito importanti testimonianze.

Museo Ninfeo
Museo Ninfeo negli Horti Lamiani. Foto: Fabio Caricchia

I ritrovamenti più importanti risalgono ad epoca giulio-claudia quando Gaio Clinio Mecenate nella seconda metà del I secolo a.C. fece bonificare il sepolcreto per edificare uno spazio privato destinato alla residenza di molti aristocratici, gli homines novi di Augusto, tra cui Lucio Elio Lamia. Lamia che da rango equestre passò a quello di senatore grazie all’intercessione imperiale si fece costruire qui una lussuosa residenza, gli Horti Lamiani che alla sua morte, nel 33 d.C. lasciò al demanio imperiale.

Museo Ninfeo
Museo Ninfeo negli Horti Lamiani. Foto: Fabio Caricchia

Ma ancora la lunga storia degli Horti Lamiani non finisce qui e se Tiberio non si interessò molto alle questioni di Roma fu con Caligola che l’area assunse nuovamente un grande sfarzo, ordinando una nuova sistemazione e facendo costruire una grande residenza.

Tra i preziosi reperti dell’epoca degli imperatori giulio-claudii spicca una monumentale scala ricurva in marmo, affreschi, decorazioni e molti materiali di vita quotidiana. Tra questi, un impianto idrico con il nome dell’imperatore Claudio – il successore di Caligola–, impresso sui tubi di piombo, certifica l’epoca della sua costruzione. Particolarmente suggestivo è stato il rinvenimento di frammenti di vetro per finestre: Filone Alessandrino scrive infatti che Caligola

«Prima si precipitò di corsa nella sala grande, ne fece il giro e ordinò che le finestre tutto intorno venissero restaurate con materiale trasparente come il vetro bianco…» (Legatio ad Gaium).

Museo Ninfeo
Museo Ninfeo negli Horti Lamiani. Foto: Fabio Caricchia

Ma risale ad epoca severiana una delle impronte più importanti e imponenti dell’intero complesso: un’ aula priva di copertura con pareti lastricate di marmi pregiati e pavimentata a grandi lastre in marmo bianco con una ampia fontana ninfeo, ancora esistente.

Si tratta del ritrovamento architettonicamente più importante per quello che può raccontare della residenza imperiale e che le fonti antiche fanno risalire ad Alessandro Severo. La piazza ninfeo era decorata con gruppi scultorei, erme, vasi da fiori: un luogo evocativo, dove l’imperatore poteva trovare suoi momenti di svago personale o accogliere ospiti importanti da tutto l’impero.

Museo Ninfeo
Museo Ninfeo negli Horti Lamiani. Ricostruzione della piazza ninfeo. Foto: Fabio Caricchia

Anche la cultura materiale abbonda nella lunga esistenza degli Horti Lamiani, reperti importanti per ricostruire non solo il lungo arco di vita dell’area ma anche capire Roma da un particolare punto di vista… quello di Roma stessa.

Oltre a marmi preziosi provenienti dalle province più lontane, abbondanti anfore permettono di identificare le rotte dei commerci durante le varie epoche, da nord a sud, da est ad ovest, sia nel bacino del Mediterraneo sia nel nord Europa. Per facilitarne la lettura, gli archeologi hanno ideato una sorta di mappa con esempi delle tipologie di anfore e la loro provenienza.

Museo Ninfeo
Museo Ninfeo negli Horti Lamiani. Foto: Fabio Caricchia

Fragili e preziosi, i ritrovamenti vegetali permettono di aprire una ulteriore finestra sugli Horti Lamiani: sono state rinvenuti le piantumazioni, in terra e in vaso, che ci permettono di avere un’idea della sontuosità dei giardini nelle varie epoche, ma è anche emerso come un’ampia parte dell’area fosse lasciata a coltura spontanea offrendo così l’effetto di una residenza urbana in un contesto di campagna.

Particolari sono anche i reperti animali, tra cui le ossa di leone, di cerbiatto, di struzzo, denti di orso. Oltre a questa testimonianza di animali esotici e non anche esempi di fauna marina che testimoniano gli usi culinari dei Romani e in particolare dell’aristocrazia. Nel menù di un aristocratico o di un principe non potevano mancare le ostriche.

Museo Ninfeo negli Horti Lamiani. Foto: Fabio Caricchia

Gli Horti Lamiani mantennero la loro funzione di rappresentanza imperiale fino al IV secolo dopo Cristo, periodo del loro probabile abbandono. Durante il medioevo il paesaggio dell’Esquilino, ormai ruralizzato, era caratterizzato da piccoli nuclei abitativi e da campi e orti coltivati in prossimità di chiese e conventi, tra cui Santa Maria Maggiore, Sant’Eusebio, Santa Croce in Gerusalemme e San Giovanni in Laterano. Nel XVI secolo, con la costruzione dell’acquedotto Felice voluto da Sisto V, l’area tra le Mura Serviane e quelle Aureliane tornò a essere una zona residenziale di lusso di proprietà delle più importanti famiglie romane.

Museo Ninfeo negli Horti Lamiani. Foto: Fabio Caricchia

«È un eccezionale risultato scientifico – secondo Daniela Porro, Soprintendente Speciale di Roma –, questo museo porta alla luce uno dei luoghi mitici dell’antica Roma, quegli Horti Lamiani che erano una delle residenze giardino più amate dagli imperatori. L’aspetto virtuoso è la collaborazione tra il Ministero della Cultura ed Enpam, che ha permesso la creazione di un laboratorio di studio per progettare un museo innovativo: non solo la bellezza e la rarità dei reperti, ma a essere esposta è la vera vita della Capitale dell'impero romano».

Museo Ninfeo negli Horti Lamiani. Foto: Fabio Caricchia

Realizzato congiuntamente dalla Soprintendenza Speciale di Roma e da Enpam, il nuovo Museo nasce proprio sul luogo del ritrovamento di un eccezionale contesto archeologico, venuto alla luce nell’area di Piazza Vittorio all’Esquilino, durante i lavori per la costruzione della sede dell'Ente.


Pentesilea Penthesilea Kleist Achille

La Pentesilea di Kleist: cronaca di un amore perverso

La Pentesilea di Kleist: cronaca di un amore perverso

Nel 1806, Heinrich Von Kleist abbandona il suo “posto fisso”, il suo incarico sicuro e ben retribuito a Königsberg, per potersi dedicare anima e corpo alla letteratura. I grandi scrittori non hanno molta scelta, obbligati come sono dalla loro vocazione, ma certamente Kleist non visse male questa necessità, considerato il suo reiterato odio nei confronti della burocrazia e di quel lavoro alienante. Tale avversione e un effettivo malessere, legato alla sua salute cagionevole, lo indussero nell’agosto di quell’anno a dichiarare i suoi problemi di salute e un assoluto bisogno di riposo. E in quella libertà scrisse la Pentesilea. Ci vollero quasi due anni perché, durante quel periodo detentivo, il suo capolavoro vedesse la luce, ma noi moderni non possiamo che essergli grati.

Pentesilea Bernd Heinrich Wilhelm von Kleist
Bernd Heinrich Wilhelm von Kleist, autore della tragedia Pentesilea / Penthesilea. Immagine tratta dalla rivista Die Gartenlaube (Ernst Keil, Lipsia, 1858, p. 221), in pubblico dominio

Protagonista della sua opera è proprio la regina delle Amazzoni, ma il poeta prussiano non ha voluto riproporre la versione ufficiale del mito, ma una minore, passata sotto silenzio e riconducibile alla persona di Tolomeo Chenno, scrittore greco vissuto a cavallo tra l’età traianea e adrianea. In questa versione poco nota non è Achille a risultare vincitore nel duello con Pentesilea, bensì l’amazzone. Insomma, un enorme scarto rispetto ad una tradizione ben consolidata che vedeva l’inaffondabile Achille ancor una volta trionfante, prima della sua disfatta. Eppure, tra tutte le novità introdotte da Kleist, probabilmente questa risulta essere la meno audace.

Però, prima di addentrarci nelle particolarità della tragedia, è bene specificare che non si tratta di un’opera femminista. Il suo autore non ha voluto rappresentare una donna combattente, forte, militaresca per spingere le sue lettrici e spettatrici ad immedesimarsi e ad imitare per quanto possibile l’oggetto della sua opera più bella. In tanti sono caduti in questo inganno, dimenticando che Kleist, da uomo del suo tempo, ritenesse che una donna dovesse innanzitutto essere una moglie e una madre. Non una comandante forte, combattente e autonoma, ma nulla più di quello che la società già le riservava.

Achille e Pentesilea su una kylix attica a figure rosse (470-460 a. C.), opera del Pittore di Pentesilea, ritrovata a Vulci e conservata presso lo Staatliche Antikensammlungen di Monaco di Baviera, Inv. 2688 (= J 370). Immagine The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202 [1], in pubblico dominio
E Kleist presenta, un po’ come facevano i Greci, due mondi antitetici, ma li rappresenta come due esempi sbagliati. Se le Amazzoni sono donne guerriere, spesso etichettate come “vergini”, totalmente avverse alla logica della guerra ma solamente interessate a fare prigionieri per perpetrare la propria stirpe, i Greci sono l’incarnazione della logica guerriera, finalizzata alla conquista di terre e alla soppressione dei nemici. In questo frangente, Ulisse finisce con diventare simbolo assoluto della ragione e Protoe, fedele alleata di Pentesilea, rampollo della genia amazzonica e del loro fine prettamente biologico.

Ad emergere sin dai primi versi, quindi, è la disapprovazione nei confronti di tutto ciò che si allontana dalle loro visioni, rappresentato splendidamente dell’amore dissoluto e insensato tra Achille e Pentesilea. Queste due figure emblematiche dell’antichità rendono talamo la battaglia stessa, la guerra un luogo erotico, dominato da giochi di potere e di dominazione. E sono, infatti, i corpi a lanciarsi in questa sfida, ad inseguirsi, a scontrarsi, paragonati ad animali feroci, forze della natura incontrollabili, esseri dominati dal puro istinto.

Paolo Finoglio, Tancredi affronta Clorinda nel ciclo della Gerusalemme liberata a Palazzo Acquaviva, Conversano. Foto di Velvet, in pubblico dominio

Tra Achille e Pentesilea nasce e si sviluppa un amore, quindi, puramente fisico, una lotta simile al duello tra Tancredi e Clorinda nella Gerusalemme Liberata di Tasso. Non vi sono spade o colpi di lama, lance o scudi, ma corpi che si toccano e si respingono, in un gioco di spinte feroci e corse a perdifiato, che mirano alla sopraffazione dell’altro, alla vittoria sul combattente, fino alla sua totale distruzione. È un amore sadico, ma che ha momenti masochistici, perché sia Achille sia Pentesilea desiderano essere colpiti e deturpati proprio dall’oggetto del loro amore perverso.

L’amazzone sogna che Achille faccia di lei quello che ha fatto con il corpo di Ettore, desidera essere legata, umiliata e farlo a sua volta, traendo piacere dalla violenza. Ricorda per molti versi la Salomè di Oscar Wilde, che desidera a sua volta la testa di San Giovanni Battista, solo per poterla baciare ardentemente e piangere sulla sua morte. Sono dinamiche che saranno, poi, grandemente studiate e sfruttate nel Novecento per rappresentare la tensione erotica tra due nemici. E, infatti, non appena Achille sarà sconfitto, a Pentesilea non resterà che uccidersi con un pugnale, sul modello di Romeo e Giulietta, la tragedia shakespeariana amatissima da Kleist e riproposta in maniera diversa nella prima tragedia di Kleist, La famiglia Schroffenstein.

E molto shakespeariano è il modo in cui viene presentata Pentesilea, sul modello della descrizione che fa Enobarbo a Cleopatra. Come Shakespeare, Kleist affida questo delicato compito al membro più eloquente dello schieramento greco, ma con un’importante differenza: se Enobarbo è affascinato e innamorato della regina egiziana, Ulisse osserva e descrive tutto quello che vede con il suo sguardo clinico e prepara lo spettatore a quello che vedrà, a quest’amore dai tratti sadomasochistici che, da sempre, caratterizza due nemici in lotta in quel talamo che è da sempre la battaglia. E in questo, specialmente in questo, Kleist mostra la sua grande modernità.

Pentesilea ed Achille su un cratere a campana lucano a figure rosse del Pittore di Creusa (tardo V secolo a. C.). Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, CC BY 2.5

Riferimenti bibliografici:

Bosco, Metà furia metà grazia. Il classicismo weimariano e la Pentesilea di Heinrich von Kleist, Pensa Multimedia, Lecce 2009.

Von Kleist, Opere, a cura e con un saggio introduttivo di A.M. Carpi, Mondadori, Milano 2011

Saviane, Kleist, Olschki Editore, Firenze 1989.Szondi, Saggio sul tragico, traduzione di G. Garelli, con una postfazione di S- Givone e uno scritto di F. Vercellone, Aestetica, Milano 2019.

Szondi, Saggio sul tragico, traduzione di G. Garelli, con una postfazione di S- Givone e uno scritto di F. Vercellone, Aestetica, Milano 2019.