avventure di un giovane naturalista David Attenborough

Filmare la natura: le avventure del giovane David Attenborough

Il serpente, l’orso, lo scimpanzé, il drago, il combattimento tra galli. E poi tratti a piedi, su una jeep, in barca. Viaggi reali che vanno oltre l’immaginazione a cui le produzioni televisive, nel dopoguerra, avevano abituato il pubblico. Nel 1954 David Attenborough aveva ventisei anni, era produttore cinematografico con due anni di esperienza e una laurea in zoologia. Come lui stesso scriverà, era ansioso di proporre al pubblico un programma sugli animali: non voleva accontentarsi di ospitarli in trasmissione, come faceva il direttore dello Zoo di Londra George Cansdale, ma neanche voleva imitare i coniugi Denis che durante i loro viaggi in Africa avevano girato ore di filmati.

L’ambizione e la volontà di Attenborough lo spinsero a proporre un progetto che nel suo Avventure di un giovane naturalista definisce semplice: “La BBC e lo Zoo di Londra avrebbero dovuto contribuire a finanziare una spedizione per la cattura di animali” a cui, filmando tutto, avrebbero partecipato lui e l’allora curatore del rettilario dello Zoo Jack Lester. “Ogni sequenza” si legge nell’introduzione del libro, “si sarebbe conclusa con un primo piano dell’animale catturato, poi una dissolvenza avrebbe introdotto una sequenza girata in studio, in cui Jack avrebbe illustrato, alla maniera di Cansdale, la fisiologia e il comportamento dello stesso animale”.

Il testo, arricchito con un inserto di fotografie in bianco e nero, è in parte autobiografico e in parte descrittivo della flora e della fauna e raccoglie i primi tre resoconti delle esperienze vissute in Guyana, Indonesia e Paraguay che Attenborough scrisse dopo ogni spedizione.

La sua idea non era quella di vendere al pubblico l’immagine di un animale in gabbia reprimendo la distanza attraverso lo schermo, bensì quella di raccontare alla maniera di Bruce Chatwin e di Mark Twain quelle terre lontane e quei protagonisti “carismatici”, che in qualche modo fosse prerogativa del programma bilanciare l’intrattenimento con la divulgazione e l’educazione scientifica.

L’obiettivo leggendo, appare raggiunto energicamente in un linguaggio fluido e chiaro. Ciò che aveva ideato seguiva di pari passo quel metodo di cattura dell’animale che oggi potrebbe sembrare al lettore obsoleto e crudele. Con lealtà e consapevolezza, non lo nasconde: “Oggi gli Zoo non si servono più di ‘cacciatori’ incaricati di catturare e consegnare animali vivi, e questo è giustissimo. La natura è già abbastanza in pericolo senza che la si derubi dei suoi abitanti più belli”.

Le sue parole non sono pretestuose e dalle sue frasi traspare la curiosità e l’amore che prova per la natura. Ciò fa sì che il lettore si senta giustificato e privilegiato dalla possibilità di immergersi nella storia, nel racconto geografico ed evolutivo delle specie e del loro habitat.

Con la spedizione, altresì, Attenborough si scrolla di dosso i tipici atteggiamenti di colui che viaggia unicamente per piacere, quando lo vediamo vestire i panni dell’esploratore, del reporter, dello scrittore che nel viaggio scopre, impara, si meraviglia, vive.

avventure di un giovane naturalista David Attenborough
La copertina del libro Avventure di un giovane naturalista di David Attenborough, pubblicato da Neri Pozza Editore (2020) nella collana Il Cammello Battriano

David Attenborough, Avventure di un giovane naturalista, Neri Pozza Editore 2020, pp. 400, Euro 19.

 


"Piccole Donne" di Louisa May Alcott: la riscoperta di un classico

Il Robinson Crusoe di Defoe canonizzò un preciso genere letterario, ovvero quello del racconto avventuroso e dai risvolti negativi, che venivano puntualmente appianati dall'ingegno e dalla forza del protagonista anglo-americano. Tale tradizione novellistica ricevette l'epiteto di “robinsonade” per sottolineare i topoi e le costruzioni narrative estrapolate di sana pianta dal capolavoro di Defoe. Nel Nord America la “robinsonade” si trasformò, nel corso del diciannovesimo secolo, in “edisonade” (termine desunto ovviamente dall'inventore statunitense Thomas Edison). Le “edisonate” sono romanzi/racconti colorati da una forte tinta semi-tecnologica e fantascientifica e determinano il primo passo fondamentale all'interno della letteratura steampunk.

Così gli States sono sconquassati dalle bizzarre peripezie di improbabili inventori e scienziati pazzi e allietano le giornate dei lettori più giovani. La juvenile literature presenta quindi una connotazione prevalentemente avventurosa, con personaggi quasi picareschi che si tuffano in situazioni pericolose quanto comiche/goliardiche, ovviamente tale produzione narrativa fu destinata prevalentemente a un pubblico maschile, fruitore dei boys' books.

Su questa scia si incanalerà anche la produzione di Mark Twain che usò i giovani americani come personaggi dei suoi scritti. Il merito di Twain fu quello di stigmatizzare la figura moralista e positivista dei Good Boy (premiati ovviamente con lieti fine) per “innalzare” i bad boys, personaggi scavezzacollo e teppisti del sud, al ruolo di (anti)eroi. Twain non punisce i suoi young men ma, mediante l'uso della parodia, dimostra quanto sia semplice smontare la recita puritana-americana allestita dagli intellettuali del tempo, profondi debitori della sensibility vittoriana. Così la maschera di un'America perfetta, terra dei sogni/nuovo mondo, viene banalmente gettata via per lasciare spazio a un terreno, per quanto brullo e arido, molto più interessante. A fertilizzare le sterminate pianure del mid-west arrivò proprio il neo-linguaggio di Twain che portò alla letteratura americana un pesante impiego di termini gergali, utili alla costruzione di una narrativa nazionale autonoma senza la patina della “madre-patria” britannica.

Piccole Donne Louis May Alcott D'altro canto meno rosea e più fossilizzata è la produzione dei girls' book, testi stilati da autrici donna e che sintetizzano la vita, l'istruzione, le norme comportamentali e il modus operandi delle “giovani americane”. Tali “prodotti” (le scrittrici del tempo scrivevano, saranno molte ad ammetterlo in prima persona, soprattutto per soddisfare i propri bisogni economici, dando uno slancio “industriale” al romanzo giovanile per il pubblico femminile. Ne deriva la giustificazione del termine prodotto) gravitavano principalmente a plasmare la fanciulla in una creatura del focolare domestico, istruita non in quanto “persona” ma nella sua natura di donna ovvero relegata al ruolo di madre e guardiana del nucleo familiare.

Per la stessa ragione era sconsigliato, per non dire vietato, alle giovani donne di leggere i testi destinati ai giovani uomini, così da scongiurare qualsiasi tipo di “corruzione” morale. La letteratura si sobbarca i medesimi obiettivi delle tutrici o dei genitori del tempo, ovvero educare le girls alla pudicizia e preservare la loro casta innocenza. Tale polarizzazione didascalica di stampo patriarcale renderà ancora più evidente la fragile posizione della donna all'interno della società statunitense. Infatti l'accento paternalistico degli editori e degli scrittori d'oltre oceano imponeva di scegliere le letture più adatte alle donne, cristallizzando la loro crescita culturale e personale. Come accennato poc'anzi non interessa a nessuno modellare una “cittadina americana” bensì una moglie ideale, una madre esemplare e una tutrice delle norme comportamentali dell'ambiente domestico. Tale leitmotiv è reso evidente dalla genesi di nuove “figure” cardine del tessuto sociale americano, infatti nasce una mitologia della nursery, ovvero il primeggiare all'interno dei girls' books di quelle protagoniste che sono semplicemente le victorian good girls, figure dall'estetica sobria e graziosa, dal contegno puritano e completamente estranee alla sfere sessuali della vita, che nella età adulta diventano esempi tangibili di morale granitica e dedizione alla propria famiglia.

Piccole Donne Louis May Alcott La Alcott diede alle stampe il suo capolavoro Little Women nel 1868, quattro anni dopo la morte di Hawthorne, fervido critico delle scribbling women che sfornavano romanzi da “scribacchine”, poveri di arte e ispirazione. Piccole Donne non si allontana drasticamente dalle istanze canoniche dei girls' books e dei romanzi di formazione classici della letteratura anglo-americana, ma ha il merito di arricchire un genere univocamente debitore del mondo puritano e domestico. Alcott connota le sorelle March di una verve comica pungente, di un ventaglio di emozioni e sensibilità che spaziano dal sentimento amoroso al carisma magnetico di attore protagonista della american society. Non vuote figure passive della narrazione, bensì entità attive non arrendevoli al pathos peripatetico dei romanzi precedenti di altre autrici.

La fortuna di Louisa May Alcott si concretizza in primis nel tratteggiare nella “letterature per giovinette” un ruolo essenziale nell'adolescenza, che non viene vista come un pallido periodo per lo sviluppo fisico-psichico (declinato al negativo nelle sue accezioni sentimentalmente vuote, ovvero la corsa al marito perfetto) bensì la pubertà si eleva a tornio che affila l'identità personale e proietta le donne nel dibattito politico. Alcott si distacca da chi l'ha preceduta e porta le sorelle March sul palcoscenico del dibattito americano e del ruolo della donna. Le sue protagoniste diventano le casse di risonanza di tutte quelle donne e fanciulle costrette al silenzio nelle prigioni domestiche.

Piccole Donne Louis May Alcott La critica letteraria Lisa Pual sostenne che la juvenile literature femminile occupava un ruolo marginale all'interno del canone letterario statunitense, fossilizzato nel mainstream della white middle-class americana. In parte è vero, quanto la Alcott venne maggiormente analizzata negli anni '80 del secolo scorso, sorte simile alla Montgomery con la sua Anna dai capelli rossi o alla Travers e Mary Poppins. Comunque è doveroso sottolineare che senza l'apporto di tali scrittrici oggi gli studi di genere e l'emancipazione femminista non sarebbero gli stessi, o forse non esisterebbero affatto. Infatti le lotte della Alcott sono evidenziate dalla statura carismatica delle sue protagoniste che al contrario delle statiche “false eroine” del periodo vittoriano non si sviluppano in senso orizzontale (assenza di evoluzione e formazione) ma in natura verticale, raggiungendo uno stadio di profondità personale, sociale e culturale fin da quel momento inedita.

In conclusione credo che la presente edizione data alle stampe da Oscar Vault (ricca di elementi estetici di pregio e accorgimenti tipografici) non sia una semplice riproposizione di un classico della letteratura dell'infanzia (famoso anche per le sue atmosfere natalizie) ma un'occasione importante per riallacciare i rapporti con una sensibility femminile, banalmente edulcorata in passato da una critica letteraria maschilista e insensibile alle evoluzioni della produzione intellettuale femminile.

Piccole Donne Louis May Alcott
La copertina della prima edizione Oscar Draghi di Piccole Donne di Louisa May Alcott, con traduzioni di Chiara Spallino Rocca e Luca Lamberti

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.