Titane: il body horror che ha stregato Cannes

Titane è il titolo del nuovo film diretto dalla regista francese Julia Docournau, vincitore della Palma d'Oro all'ultimo Festival di Cannes. L'importanza di questa Palma d'Oro è racchiusa in due motivi: era dal 1993 che una donna non stringeva tra le mani il prestigioso premio (l'ultima fu Jane Campion per Lezioni di piano) ed è uno dei rari film horror ad aver vinto.

La Docournau esplose nel 2016 con il controverso Raw, film incentrato su una studentessa di veterinaria vegetariana che si scoprirà cannibale. La prima opera si distinse per l'uso estremo del body horror e per l'accuratezza dei macabri dettagli. Con Titane la situazione è differente, poiché non possiamo parlare solo di body horror.

Titane
Titane. Foto © Carole Bethuel

Titane: trama

Alexia (Agathe Rousselle) adora le automobili sin da bambina, momento in cui, a causa di un incidente in auto, le fu impiantata una placca in titanio nella testa. Alexia cresce piena di rabbia e frustrazione, a causa di un padre anaffettivo e di una mamma che poco ha saputo imporsi per modificare il ménage familiare. Ben presto scopriamo che la passione di Alexia per le automobili non ha valenza estetica, bensì erotica. Alexia fa sesso con le macchine e le ama.

L'amore è così forte che, alla fine, Alexia rimane incinta per diventare anche lei un ibrido tra essere umano e macchina. A causa del suo lato violento, la donna commette una serie di omicidi e, per fuggire dalla polizia, si costruirà una nuova identità. Dopo essersi rotta il naso per modificare i propri connotati, Alexia diventerà Adriane, il figlio scomparso di Vincent (Vincent Lindon) capo dei pompieri della città.

Titane. Foto © Carole Bethuel

L'orrore

Possiamo davvero parlare di film horror quando guardiamo Titane? La domanda sorge spontanea, poiché di paura qui non vi è traccia. Niente jumpscare o creature della notte assetate di sangue, ma solo esseri umani vittime e carnefici. L'orrore di Titane risiede nei rapporti che descrive e nella società patriarcale che li crea. Tuttavia, le carneficine attuate da Alexia non sono giustificate, la sua figura non è mai santificata. Titane è un vero e proprio girone infernale, composto da famiglie anaffettive, relazioni sgangherate, stereotipi di genere ed estrema solitudine.

A far ribrezzo non sono nemmeno le scene di accoppiamento tra Alexia e le automobili, poiché la Docournau possiede la maestria di renderle squisitamente erotiche. Forse, per i più deboli di stomaco, a far ribrezzo potrebbero essere le scene degli omicidi o tutto il lungo percorso di gravidanza in cui l'orrore si manifesta sul corpo della protagonista. Eppure queste risposte sembrano non essere mai sufficienti (la perdita di olio motore al posto del sangue è un esempio). Questa è la sensazione che si ha appena si lascia la sala dopo aver visto Titane. Ovvero di non essere riusciti ad assorbire tutte le sue trame e le sue chiavi di lettura.

Titane. Foto © Carole Bethuel

Il genere

Il film è stato etichettato come body horror, collegando la seconda opera della regista francese alla prima. Tuttavia, come dicevamo poc'anzi, di Raw qui troviamo solo la sua protagonista femminile (Garance Marillier) per i primi minuti del film. Per il resto ci scontriamo con un'opera complessa capace di racchiudere più generi cinematografici: l'horror, il dramma, il trash e la commedia. Vi troverete spesso a ridere durante scene di efferata violenza, poiché l'effetto della dissonanza cognitiva applicato dalla Docournau mira proprio a confondere lo spettatore o, meglio, a farsi beffa di lui. Probabilmente la Docournau si burla di noi da Raw ed è un assoluto piacere lasciarglielo fare!

Per quanto concerne lo stile, l'influenza di Crash di David Cronenberg è palese. Non parliamo di citazionismo, poiché la narrazione e la regia della Docournau restano fedeli ad un suo stile personale. Cronenberg e Carpenter come fari primari per ispirare questo film, ispirazione che cessa nel momento in cui la macchina da presa diventa femminile ed estremamente violenta. La violenza pare essere un elemento primario nelle produzioni al femminile e Julia Docournau ne è l'emblema perfetto.

Titane è un film che contiene tanti film e forse proprio per questo si rimane estasiati durante la visione. In conclusione, per buona pace di Nanni Moretti che si dichiarò contrariato per questa Palma d'Oro, il cinema sta evolvendo e il female gaze sta (finalmente) trovando spazio in questo mondo prettamente maschile.

Titane
La locandina del film Titane di Julia Ducournau

Immagini I Wonder Pictures


Toto corde Maria Grazia Palazzo

Toto corde, di Maria Grazia Palazzo

La raccolta di poesie Toto corde di Maria Grazia Palazzo, edizioni La Vita Felice, 2020.

Che Toto corde sia una raccolta poetica scritta con tutto il cuore, non lo attesta solo il titolo.
Le tracce di questo totale trasporto emotivo, del resto, sono già anticipate da alcuni indizi evidenti ad apertura dell’opera di Maria Grazia Palazzo: la copertina, che riporta un acrilico su tela di Amit, figlio dell’autrice, e la dedica alle persone più care: la sorella e i fratelli.
Ma è addentrandosi nella lettura dei brani che si rivela il completo coinvolgimento dell’autrice, che riporta, passo dopo passo, senza indugi se non quelli legati ai tempi della sua profonda riflessione, il suo essere donna, figlia, madre, sorella, professionista. Ed è così che viene interamente a galla, anche, il suo essere fragile e forte, sconfitta e vincente, vulnerabile e inattaccabile, indifesa e guerriera. Allo stesso tempo.

L’autrice è presente in ogni sua sfumatura e con tutta la sua passione, ma tale passione non si traduce mai in scrittura di getto, scrittura imponderata, scrittura di superficie. La sua penna è costantemente guidata da un controllo sapiente, consapevole, da un certosino lavoro di trasformazione dell’impulso - che pure è alla base - in linguaggio elaborato, meditato, colto.

Il messaggio centrale è immediato, tutto il resto no. Tutto il resto va cercato, va desiderato, va indagato, leggendo e rileggendo sempre più a fondo.

Ogni sua poesia è come un dipinto allegorico: se ne può percepire a primo impatto l’efficacia visiva, la qualità della composizione, ma chi sa, chi può, chi vuole… può andare oltre. Può coglierne i riferimenti, i sottintesi, e in quelli ritrovarsi e riconoscersi.
Toto corde di Maria Grazia Palazzo è un percorso, è un cammino sentimentale che non rimane immutato dall’inizio alla fine della lettura. Come una creatura vivente, nasce, cresce, si trasforma, rallenta, riparte, si evolve.

La raccolta è suddivisa in quattro sezioni, introdotte da citazioni di altrettanti brani, rispettivamente di Akechi Mitsuhide, Ryōkan Daigū, Andrea Zanzotto e Ishida Hakyō. La scelta di rimandi che ruotano intorno alla cultura giapponese (un generale e due poeti del Sol Levante, più un poeta italiano che, tra le altre cose, si è dedicato alla stesura di haiku), dimostra ancora una volta la ricercatezza dell’autrice e, soprattutto, il suo continuo rivolgersi all’Oriente, ribadito in diversi suoi componimenti, inteso come inevitabile dualismo e, insieme, desiderio di un tutt’uno che trascenda i confini: "un crescendo di Oriente e Occidente nella pupilla bifronte di Storia" (Toto corde, p. 41).

 

Copertina del libro Toto Cordi, di Maria Grazia Palazzo
Copertina del libro Toto corde, di Maria Grazia Palazzo

Il primo blocco di poesie rappresenta il tempo del tormento, del fuoco che brucia e non lascia tregua, delle ferite aperte, del dolore ancora pulsante, della perdita. È isolamento e incapacità di trovare ristoro: "Non so dove si attinga coraggio, se nell’abbraccio che non si può più abitare o nel feroce orgoglio di un silenzio scelto" (Toto corde, pag. 24).

Il secondo blocco è quello del raccoglimento, della riflessione, della metabolizzazione. Emerge il bisogno di accettare il dolore e, soprattutto, di accettarsi, con tutta la propria complessità e le inevitabili imperfezioni. L’autunno non è più mese di malinconia e nostalgia, ma di tepore. L’imperativo è rialzarsi, curare le ferite, perdonarsi e perdonare. In una parola, vivere. Il tramite è la poesia. La stessa poesia dentro la quale prima l’autrice si è nascosta per poter soffrire in solitudine, ora diventa strumento per decodificare e medicare.

Nel terzo nucleo di componimenti l’autrice, dopo aver indagato all’interno di sé, volge lo sguardo all’esterno: uno sguardo tagliente, disincantato, spietatamente concreto sulla società, sul ballo ambiguo e corrotto del potere, sul vuoto dei contenuti mediatici e sulle false relazioni, sul perverso concetto di progresso che altro non è se non un continuo inferire sui più deboli e sugli organi vitali di un Pianeta in mille modi violato.

L’ultimo blocco di poesie si racconta in notturna: le immagini evocate riguardano il passato, i ricordi dell’adolescenza, le sensazioni e le meditazioni della notte. È il tempo della sera, una sera che non arriva svuotata delle paure e dei dubbi, della nostalgia e degli affanni, ma che porta con sé una nuova scintilla, una voglia di farcela, di lottare, di armarsi e partire. Ripartire. Rimangono le ferite, restano la sensazione di irrisolto, il vuoto di ciò che manca e sempre mancherà, la consapevolezza della morte che incombe su tutto, ma c’è una nuova voglia di guerreggiare, in circolo nelle vene, perché "si producono i migliori frutti dopo un’annata scarsa di raccolti e la catena di penuria può essere spezzata" (Toto corde, pag. 80).

I quattro nuclei poematici, tuttavia, non sono compartimenti stagni e le tematiche fluiscono dall’uno all’altro, si annunciano e ritornano come onde, come quel mare che sempre ricorre nei versi di Maria Grazia Palazzo, insieme alla figura della madre, immensa presenza e assenza.

Ricorrenti, anche, sono i riferimenti alla natura, una natura dalla forte connotazione territoriale, di immediato rimando alla Puglia: il fragno, il carrubo, l’ulivo, il melograno, il nespolo, il mandorlo, le margherite, i papaveri.

Maria Grazia Palazzo intreccia infiniti elementi con il controllo di un direttore d’orchestra, facendo trasparire qua e là anche la sua vocazione forense, tanto nel linguaggio quanto nella coerenza narrativa, nonché i suoi studi classici, dai quali rievoca le suggestive immagini del frammento di testa di Medusa, del Vello d’Oro, del fuoco prometeico di Pòlemos, di Mercurio, dei fasti millenari di Anfitrione, del mito di Tyche, personificazione della fortuna.
E, ancora, troviamo nella sua poesia gli echi di una Guernica incompresa, della Macondo marqueziana, dei post-sessantottini di Moretti (Ecce bombo), della barcellonese Casa Milà (la Pedrera), del Cireneo gravato dal suo triste compito…
Tutto converge a un fine unico: tessere e intrecciare le parole come una maglia di ferro, imbrigliare nei versi la sofferenza, domarla, lenirla, consegnarla al lettore.

Nota biografica sull'autrice:

Maria Grazia Palazzo è nata nel ’68 in valle d’Itria. Avvocato civilista ha esercitato la professione fino a pochi anni fa.  Negli ultimi anni ha intrapreso lo studio della teologia e delle questioni di genere. È mamma adottiva. È socia di Stati Generali delle donne di Bari. Insegnante precaria, la sua più grande ambizione è riuscire a tenere insieme il piano della quotidianità e quello dell’extra quotidiano. Ha pubblicato: nel 2012 Azimuth per LietoColle editore; nel 2013, in collettanea, Chiedici la Parola per Stilo editrice; nel 2015 Sulla carta del tempo per Terra d’Ulivi edizioni e Libertà, Semi di Poesia in Azione, per Secop Edizioni, a cura di S. Kuhtz; nel 2017 In punta di Piedi per Terra d’Ulivi. Alcuni suoi inediti sono stati pubblicati sul sito web di Cartesensibili, a cura di F. Ferraresso.  Nel 2017 è stato pubblicato online il testo di prosa poetica Da Dove, da Spagine, a cura di M. Marino. Nel 2018 ha pubblicato il suo terzo libro di poesia, Andromeda, un poemetto sul femminile, destinato anche al teatro, per iQdB di S. Donno. Nel 2020 è stato pubblicato il suo ultimo libro di poesia Toto corde per la casa editrice La Vita Felice.

Copertina del libro Toto corde, di Maria Grazia Palazzo
Copertina del libro Toto corde, di Maria Grazia Palazzo, con prefazione di Rita Pacilio, pubblicato dalle edizioni La Vita Felice (2020) nella collana Contemporanea (168); in copertina l'opera di Amit Satalino, Albero di primavera, elaborazione fotografica di acrilico su tela.

 


Il presente non basta Ivano Dionigi

Il presente non basta: il senso dello studio dei classici

Il presente sta diventando, in questo strano periodo, l’unico orizzonte a cui sembra di poter guardare con un livello di sicurezza accettabile. Eppure, nonostante normalmente molti dicano di vivere alla giornata, la consapevolezza di non poter sapere cosa sarà del domani oggi ci sembra più pesante. Il presente non basta, ci verrebbe da dire, riprendendo il titolo di un fortunato saggio del professor Ivano Dionigi, edito nel 2016 da Mondadori.

Tra i numerosi temi toccati da questo libro c’è anche l’immancabile disputa sul senso, oggi, dello studio del latino e dei classici in generale. Chi non si è sentito porre la regina delle domande orride e intrinsecamente mal poste: ma a che serve? Ecco, innanzitutto mi chiedo se non si possa imparare qualcosa da questo periodo di isolamento forzato: vi immaginate intere giornate da trascorrere senza poter non dico leggere un libro, ma neppure guardare un film o una serie tv, ascoltare una canzone, cucinare qualcosa che non sia strettamente necessario alla sopravvivenza? Come si fa a decidere cosa è davvero utile nella vita di qualcuno? Che cosa vuol dire essere utile?

Riprendetevi, Netflix esiste ancora, stavo solo scherzando.

Ivano Dionigi (2016), professore ordinario di latino alla Alma Mater Studiorum - Università di Bologna, autore del saggio Il presente non basta. Foto di Francesco Pierantoni, CC BY 2.0

Tra l’altro, con il latino il discorso è ben più pragmatico di quel che si potrebbe pensare. Dice Dionigi che il latino è la lingua attraverso cui possiamo accedere a tutto quel mondo antico fatto di lasciti archeologici, artistici e letterari che non solo caratterizzano il nostro paese nel mondo, ma ne costituiscono anche una potenziale risorsa economica. Ci si potrebbe chiedere, riprendendo una frase di Giuseppe Pontiggia, che cosa avrebbe fatto l’America se Roma fosse sorta, che so, nel Texas.

Ma il latino non è solo questo. Il latino è un problema, etimologicamente parlando qualcosa che ti si mette davanti e permette l’accesso a una triplice eredità: il primato della parola, la centralità del tempo, la nobiltà della politica.

Il tempo è una strana entità. Tempus […] per se non est, sed rebus ab ipsis / consequitur sensus, “il tempo di per sé non esiste, il suo senso deriva dalle cose” chiarisce Lucrezio (De rerum natura 1, 459 sg.). Il latino è una lingua che ha prodotto innumerevoli nomi per chiamare il tempo, nomi che l’italiano ha in gran parte ricevuto, pur avendone spesso perso il significato originario. Tempus, dalla radice *tem, come il greco témnein, tagliare, è la porzione temporale, la pars aeternitatis, per Cicerone (De inventione 1, 39). Aevum e aetas indicano il tempo considerato nel suo fluire ininterrotto, il tempo come un tutto e da qui deriva aeternitas, che fa la sua prima gloriosa comparsa in Cicerone (De natura deorum 1, 21): “ciò che nessuna divisione temporale può misurare”. Momentum, da moveo, in origine è l’impulso al movimento dato dal peso sulla bilancia dell’orafo: è l’attimo, il secondo, l’unità minima di tempo, la “abissale profondità del tempo” di cui parla Seneca nell’Epistola 21, 5. Dies, invece, è la luce. Indica il giorno luminoso in contrapposizione alla notte, è lux e sol per Catullo, dà senso al carpe diem di Orazio.

Dettaglio dalla Villa di Publio Fannio Sinistore a Boscoreale, New York Metropolitan Museum of Art. Foto in pubblico dominio

La parola è un “sovrano potente” dice Gorgia nell’Elogio di Elena, la parola insegna, affascina e convince nell’oratoria, la parola è materia prima a cui tutto è possibile. La parola latina, poi, è parola dinamica, ma anche concreta: ti distrai un attimo e, mentre parli di letteratura, ti trovi a elencare quello che serve a un’azienda agricola. Ovidius viene da ovis, pecora, Cicero da cicer, cece, Porcius da porcus e non c’è bisogno che lo traduca. È lingua concreta, però, anche quando parla di politica: res è forse il termine che vince la medaglia d’oro per frequenza di apparizioni. Res, cambiando aggettivo, cambia radicalmente significato e se diventa res publica, diventa cosa pubblica: per noi, lo Stato. A Roma è inequivocabile il primato della politica sull’individuo e cristallina l’importanza della parola, nella pratica politica. Ma quanto si è discusso, anche ultimamente, sull’importanza di una corretta comunicazione giornalistica e politica in un momento emergenziale come questo?

Ogni capitolo di questo libro (il cui titolo completo è Il presente non basta. La lezione del latino) apre la strada a una riflessione, ma quella sul valore della parola appare adesso urgente e ineludibile. Diceva Platone che parlare scorrettamente non solo non va bene di per sé, ma fa anche male all’anima. Chi parla male pensa male e vive male, insomma, per virare sul recente – se mi si passa l’accostamento a Platone – e citare Nanni Moretti in Palombella rossa: le parole sono importanti. Conoscere le parole, conoscerle davvero, nella loro etimologia (da étymos, vero, originario) significa saper opporre resistenza ai tentativi di piegarle, ci ricorda Ivano Dionigi. Non sarebbe meglio se tutti sapessimo, per esempio, che “competere” nasce dall’unione di cum e petere e dunque nella sua prima origine vuol dire “andare insieme nella stessa direzione”?

presente non basta Ivano Dionigi
Copertina del libro Il presente non basta. La lezione del latino di Ivano Dionigi, pubblicato da Mondadori