Il ritorno dell’opera “Le Antichità di Ercolano Esposte” al Parco Archeologico

Il 16 Aprile 2021 l’opera settecentesca “Le Antichità di Ercolano Esposte” è stata restituita al Parco Archeologico in seguito al restauro dei primi 8 volumi. La collana potrà essere nuovamente fruibile ai visitatori grazie alla cura della Biblioteca Nazionale di Napoli.

Le Antichità di Ercolano esposte
"Le Antichità di Ercolano Esposte" Tomo 1 dopo il restauro. Foto Ufficio stampa Paerco 

“La collaborazione con la biblioteca Nazionale – dichiara Francesco Sirano, direttore del Parco Archeologico di Ercolano – si è giovata dell’altissimo livello professionale che da sempre ne caratterizza l’opera. I rapporti, già stretti per la presenza dell’officina dei papiri Ercolanesi proprio nella Biblioteca, si sono ulteriormente rafforzati.”

Papiri Ercolanesi dall'Officina dei Papiri Ercolanesi, Biblioteca Nazionale di Napoli. Foto di Gaia Anna Longobardi.

“La sinergia – aggiunge Salvatore Buonomo, direttore della Biblioteca Nazionale di Napoli – in questo caso ha costituito un’occasione per avvalersi al massimo delle risorse e delle potenzialità di cui disponiamo nell’ambito dei beni culturali, consentendoci l’allargamento del concetto stesso di patrimonio culturale componendo l’interesse di bene bibliografico con quello archeologico.”

I primi 6 volumi di “Le Antichità di Ercolano Esposte” hanno richiesto un restauro particolarmente difficoltoso. Difatti, Valerio Stanziano e Luigi Vallefuoco del Laboratorio “Alberto Guarino” della BNN e Elisabetta Canna funzionaria del Parco Archeologico hanno svolto un’azione di ripristino di tutti i dorsi in pelle con iscrizioni in oro a vista. Inoltre, il lavoro di restauro ha visto interventi sulle carte interne, le coperte con incartonatura e le preziose carte marmorizzate dipinte a mano. Infine, le ulteriori azioni di cura dell’opera, con uso di materiali comunicati dalla Biblioteca, sono state affidate alla Ditta Argentino Chiara.

Le Antichità di Ercolano Esposte
Tomo IV prima del restauro. Foto della Biblioteca Nazionale di Napoli.

Le Antichità di Ercolano Esposte
"Le Antichità di Ercolano Esposte " Tomo IV innesti sul dorso. Foto Biblioteca Nazionale di Napoli.

“Il lavoro di restauro – afferma Salvatore Buonomo – ci tengo a sottolinearlo è stato portato a termine grazie alla disponibilità dei nostri ultimi restauratori, che pur se collocati in pensione, hanno continuato il lavoro in forma volontaria per completare questo delicato restauro e le altre esecuzioni in corso. Allo stato il nostro importante e specializzato laboratorio non può continuare l’attività per mancanza di personale.”

La storia dell’opera “Le Antichità di Ercolano Esposte”

Per lungo tempo “Le Antichità di Ercolano Esposte” è stata un’opera di riferimento per gli artisti settecenteschi. Infatti, al suo interno troviamo meravigliosi esempi di decorazioni ellenistiche riportate con disegni ed incisioni, che diedero vita al neoclassicismo nell’arte europea.

La pubblicazione avvenne tra 1757 e 1792 a cura della Stamperia Reale Borbonica della Reale Accademia Ercolanense, centro di studi del materiale archeologico con sede presso la Reggia di Portici dove si trovava l’”Herculanense Museum” luogo di esposizione dei reperti.

Le Antichità di Ercolano Esposte
Herculanense Museum, Sala VII, quadri retroilluminati. Foto MUSA Reggia di Portici.

La prestigiosa opera editoriale non fu mai messa in commercio, ma voluta dal re Carlo di Borbone come dono agli aristocratici ed eruditi della corte napoletana. Infatti, fu proprio il re a strutturare una collezione bibliografica riguardante gli scavi borbonici delle antiche città di Pompei e Herculaneum.

Il direttore del Parco Archeologico Francesco Sirano ritiene fondamentale la riesposizione dell’opera, come fonte di ispirazione artistica inesauribile anche nell’epoca contemporanea. Difatti, sarà a breve disponibile il portale Open Data per l’Herculaneum Conservation Project per la condivisione delle conoscenze tra cui “Le Antichità di Ercolano Esposte”.


"Divina Archeologia": anche il MANN celebra Dante

Giovedì 25 marzo il MANN celebra Dante con un’anteprima digitale della mostra "Divina Archeologia".

Alle 8,30 del Dantedì sui canali social Instagram e Facebook del Museo Archeologico di Napoli i visitatori saranno guidati digitalmente alla scoperta di alcune delle opere pensate per l’esposizione dedicata alla “Mitologia della Divina Commedia”. La mostra sarà inaugurata il prossimo 14 settembre, anniversario della morte del Sommo poeta, e sarà visitabile fino a marzo 2022.

DANTE E IL MANN

Nelle terzine della Commedia, Dante incontra numerosi eroi e personaggi storici della classicità. Frutto della formazione e della cultura del poeta, molti di questi miti ed eventi dell’antichità trovano riferimenti iconografici nelle opere custodite al MANN.

Pochi sanno che lo stesso Dante è raffigurato in veste purpurea e coronato di alloro in una delle volte del Museo Archeologico napoletano. Dipinto tra fine XIX e inizi XX secolo da Paolo Vetri, il ritratto di Dante celebra la poesia negli ambienti dei Culti Orientali, dove si distinguono immagini allegoriche di Muse e lirici.

Divina Archeologia
Scultura marmorea di Diomede proveniente da Cuma. Foto: Luigi Spina

La mostra al MANN vuole sottolineare inoltre il legame intenso tra Virgilio, celebre guida di Dante nell’oltretomba, e il territorio partenopeo. Nei celebri versi del libro VI dell’Eneide, il poeta colloca nei pressi del Lago d’Averno l’ingresso agli Inferi: Spelunca alta fuit vastoque immanis hiatu, scrupea, tuta lacu nigro nemorumque tenebris” (“Vi era una grotta profonda e immensa per la sua vasta apertura, rocciosa, protetta da un nero lago e dalle tenebre dei boschi”).

Quanto questa immagine di "boschi tenebrosi" abbia potuto influenzare la creazione letteraria della “selva oscura” è facilmente intuibile! Il legame tra Virgilio e la popolazione napoletana è molto antico e risale a ben prima di San Gennaro.

Infatti, a Napoli Vergilius era considerato un patrono della città alla stregua della vergine Partenope. In età medievale la figura del poeta mantovano è associata a numerose legende, come quella dell’uovo nelle viscere del Castello da cui prende il nome, e si connota di un’aurea magica ed esoterica. Anche i suoi resti e il sepolcro che il custodisce divennero per i napoletani potenti protettori contro invasioni e calamità.

DIVINA ARCHEOLOGIA

Simbolo dell’evento è la scultura marmorea di Diomede, proveniente dagli scavi cumani. L’astuto eroe greco aiutò coraggiosamente Ulisse a trafugare il Palladio, e per questo furto e per la capacità di ordire inganni entrambi furono inseriti da Dante tra i fraudolenti dell’Ottava Bolgia infernale (Inferno, XXVI).

Il più celebre degli inganni del re di Itaca resta ad ogni modo l’escamotage del cavallo di Troia, raffigurato in un affresco proveniente da Pompei e in mostra nel percorso. La scena ritrae il momento in cui i troiani ignari dell’imminente pericolo, trasportano il cavallo di legno all’interno delle mura della città, condannandola così alla distruzione.

Divina Archeologia
Ulisse. Foto: Luigi Spina

Altro ricorrente eroe della Commedia è Achille, collocato nel girone dei Lussuriosi. Saranno in mostra due affreschi che ritraggono due famosi episodi della vita del Pelide. Il primo, “Achille a Sciro”, proveniente dalla Casa dei Dioscuri di Pompei, raffigura l’episodio in cui l’eroe viene smascherato da Ulisse mentre si trova alla corte di Licomede.

Achille fu inviato qui dalla madre Teti, perché una profezia aveva decretato che se fosse partito per la battaglia di Troia vi avrebbe trovato la morte. Così l’eroe adolescente, si travestì con abiti femminili nascondendosi tra le dodici figlie del re di Sciro.

Ulisse, inviato da Agamennone a reclutare il semidio, pensò ad un astuto stratagemma per identificare Achille travestito: donò alle figlie di Licomede dei gioielli ed una spada, facendo loro scegliere il dono che preferivano. Mentre le dodici fanciulle scelsero i preziosi gioielli, Achille impugnò la spada rivelandosi ai presenti.

Divina Archeologia
Achille a Sciro. Foto: Museo Archeologico Napoli

Il secondo affresco, proveniente da Ercolano, ritrae un’altra immagine dell’adolescenza del Pelide. Egli è raffigurato mentre apprende l’arte della lira guidato dal suo maestro, il centauro Chirone, citato anch’egli nel XII canto dell’Inferno dantesco.

Divina Archeologia
Achille e il centauro Chirone nella basilica di Ercolano. Foto: Giorgio Albano

Questi primi celebri personaggi sono solo alcuni dei protagonisti dell’esposizione Divina Archeologia, un dialogo tra mitologia, archeologia e letteratura che condurrà il visitatore in un viaggio suggestivo tra i reperti del MANN e le terzine di Dante.


Avviata la campagna di restauro del Mosaico di Alessandro Magno

Il Mosaico della Battaglia di Isso, meglio noto come Mosaico di Alessandro Magno, simbolo e icona del Museo Archeologico di Napoli, sarà oggetto di una minuziosa e innovativa attività di restauro. “Scriviamo una pagina importante per la storia del Museo e la conservazione dei beni culturali”​, così il direttore Paolo Giulierini ha salutato l’avvio dei lavori questa mattina alla presenza della stampa. Il restauro avverrà sotto la supervisione dell’Istituto Centrale per il Restauro (ICR) e le attività diagnostiche sono promosse in rete con le Università Federico II (UNINA) e del Molise (UNIMOL) unite nel Center for Research on Archaeometry and Conservation Science (CRACS). I lavori dureranno sette mesi durante i quali i visitatori potranno assistere all’avanzare delle fasi, come in un grandioso “cantiere trasparente”.

Restauratori al lavoro. Ph. Marco Pedicini

UN'OPERA IMPONENTE

Posto a decorazione del pavimento dell’esedra della lussuosa casa del Fauno di Pompei, il mosaico è databile alla fine del II secolo a. C. e faceva parte di una elaborata architettura iconografica. La celebre Battaglia raffigurata è quella che si combatté a Isso (nell'attuale Turchia) nel 333 a. C. tra Alessandro Magno, rappresentato a cavallo del suo amato destriero Bucefalo e Dario III, re di Persia.

Mosaico di Alessandro restauro
I responsabili dei lavori Amanda Piezzo, Maria Teresa Operetto, Antonio De Simone e Claudia Carrer. Ph. Chiara Teodonno

Fin dal suo rinvenimento del 1831, il grande capolavoro musivo composto da un milione e mezzo di tessere, ha destato meraviglia non solo per le eccezionali dimensioni (5,82X 3,13 m), ma anche per lo stato conservativo sostanzialmente buono. La decisione di distaccare il mosaico per trasportarlo da Pompei a Napoli (all’epoca su di un carro trainato da buoi) fu molto travagliata a causa della delicatezza di un’opera tanto imponente.

Mosaico di Alessandro restauro
La tecnologia al servizio delle attività di restauro del Mosaico di Alessandro Magno. Ph. Chiara Teodonno

Collocato a parete per volere di Vittorio Spinazzola dal 1916 il capolavoro raffigurante la celebre battaglia alessandrina domina le sale dei mosaici del Museo Archeologico di Napoli. Tale posizione verticale è uno dei fattori, insieme al notevole peso (circa sette tonnellate) che hanno contribuito ad aggravare negli anni i fenomeni di deterioramento dovuti all’ossidazione dei supporti in ferro del mosaico e al degrado delle malte. Sono presenti, inoltre, microfratture ad andamento verticale e orizzontale, nonché una lesione diagonale, già oggetto di velinatura nel corso di precedenti restauri. Questi i principali motivi per cui si è reso necessario avviare una diagnosi e un piano di intervento puntuali e delicatissimi al fine anche di consentire una migliore lettura organica dell’opera.

Mosaico di Alessandro restauro
Il direttore Paolo Giulierini. Ph Marco Pedicini

LE DUE FASI DEL PROGETTO

La prima fase del progetto riguarda la messa in sicurezza della superficie musiva. Ispezione, pre-consolidamento, pulitura precederanno quella che sarà la fase di movimentazione del mosaico. Mediante un sistema meccanico appositamente progettato, l’opera sarà rimossa dall’attuale collocazione per definire gli interventi di restauro ipotizzati preliminarmente e stabilire le azioni da eseguire.

La seconda ed ultima fase esecutiva del restauro interesserà, il supporto del mosaico. Le lavorazioni saranno eseguite, sulla superficie retrostante dell’opera, per cui in tale frangente le tessere musive non saranno visibili perchè coperte dal tavolato ligneo di protezione.

Il visore intelligente da indossare per inquadrare i punti da restaurare. Ph Marco Pedicini

NUOVE TECNOLOGIE AL SERVIZIO DEL RESTAURO

Un significativo contributo in termini di nuovi servizi e piattaforme è stato fornito da TIM, in collaborazione con NTT DATA. L’Azienda ha messo a disposizione, in via sperimentale, soluzioni digitali che consentono l’utilizzo di nuove tecnologie per il restauro, grazie all’elaborazione simultanea di dati acquisiti nel corso della fase diagnostica. Grazie a queste tecnologie sarà possibile riprodurre, secondo vari livelli sul corpo del mosaico, tutte le informazioni tecniche utili per eseguire il restauro da visualizzare in tempo reale con soluzioni di realtà virtuale e aumentata. Gli applicativi, insieme ad una console di controllo, permetteranno di utilizzare un visore intelligente da indossare per inquadrare la parte d’interesse del mosaico su cui intervenire: il restauratore, in questo modo, avrà sempre le mani libere per operare e, cosa più importante, potrà lavorare sulla parte posteriore dell’opera, controllando in ogni momento gli effetti eventuali prodotti negli strati anteriori del manufatto.

Ingresso del Museo Archeologico di Napoli. Ph Chiara Teodonno

Foto dall'Ufficio Comunicazione MANN sulle attività di restauro del mosaico della Battaglia di Isso tra Alessandro Magno e Dario di Persia. Crediti degli scatti (ad eccezione di quelli di Chiara Teodonno): Pedicini Fotografi


Il Commissario Ricciardi a fumetti

Letteratura a fumetti: il Commissario Ricciardi della Sergio Bonelli Editore

Letteratura a fumetti: il Commissario Ricciardi della Sergio Bonelli Editore

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Maurizio De Giovanni è forse l'autore italiano contemporaneo le cui opere si sono maggiormente prestate alla trasposizione filmica: dopo la serie televisiva ispirata ai suoi Bastardi di Pizzofalcone, andata in onda sulle reti Rai tra 2017 e 2019, l'anno corrente si è aperto con ben due telefilm dedicati rispettivamente a Mina Settembre e soprattutto al Commissario Ricciardi, quest'ultima conclusasi all'inizio di marzo dopo sei puntate premiate da critica e pubblico.

Lino Guanciale Il Commissario Ricciardi
Il Commissario Ricciardi, Lino Guanciale, al Teatro San Carlo. Foto Ufficio Stampa RAI

Ai lettori di più lunga data potrebbe apparire bizzarro che il personaggio-feticcio di De Giovanni abbia dovuto attendere così tanto per raggiungere il piccolo schermo, vedendosi addirittura preceduto dalle creazioni più recenti dell'autore; ciò è di certo dovuto, tra l'altro, alla difficoltà di adattare delle trame ricche di sfumature e suggestioni, ambientate peraltro in una Napoli degli anni '30 viscerale e contraddittoria, rievocata per mezzo di una sapiente gestione di immagini e parole. Forse è proprio per la preponderanza di questi elementi che, ben prima della serie televisiva, il Commissario Ricciardi è stato adottato dal mondo del fumetto.

La prima apparizione di Luigi Alfredo Ricciardi nella “nona arte” risale addirittura al 2010, quando la casa editrice indipendente Cagliostro E-press diede alle stampe Mammarella. Una storia a fumetti del Commissario Ricciardi, per i testi di Alessandro Di Virgilio e i disegni di Claudio Valenti. L'albetto presentava un racconto breve di De Giovanni, comparso in forma testuale in varie antologie. Per meglio comprendere la portata di questo esperimento, occorre appena ricordare che all'epoca la fama del malinconico Commissario era ben lungi dall'essere ampiamente diffusa: il suo primo romanzo, Le lacrime del pagliaccio, era stato pubblicato solo quattro anni prima dalla casa editrice Graus, per poi essere rieditato un anno dopo da Fandango con l'attuale titolo Il senso del dolore. Si era, in altre parole, agli albori del fenomeno mediatico che lo avrebbe visto protagonista negli anni a venire.

Questa sua prima sortita nel mondo delle nuvolette, tuttavia, già metteva in luce le possibilità espressive delle trame di De Giovanni: si optò infatti per un adattamento essenziale, con disegni particolarmente stilizzati e i colori ridotti a una scala di grigi acquerellata, che ben mettevano in risalto la natura chiaroscurale delle storie. Scelta peculiare, poi, quella di preferire la scrittura a mano (tipica delle prime fasi di lavorazione) al lettering computerizzato, quasi a voler simboleggiare il carattere work in progress del progetto – o forse l'anima irrisolta dello stesso Ricciardi.

Cinque anni dopo lo stesso sceneggiatore curò l'adattamento a fumetti di un altro racconto breve di De Giovanni, I vivi e i morti, uscito per i tipi di Star Comics: alle matite, stavolta, c'era Emanuele Gizzi, che scelse di dare alla storia una caratterizzazione più classica, con retinature pregnanti e un tratto deciso e spigoloso simile a quello che ha reso celebre il Dylan Dog bonelliano. I due episodi sceneggiati da Di Virgilio, pur confezionati con grande cura, costituirono di fatto un progetto estemporaneo, nato più che altro con scopi promozionali e senza alcuna pretesa di entrare di fatto nel corpus letterario del personaggio, all'epoca in piena formazione; tuttavia l'importanza di queste due storie è quantomai palese se si prende in esame la storia recente del Ricciardi a fumetti.

Il Commissario Ricciardi a fumetti
Il Commissario Ricciardi a fumetti, di Maurizio de Giovanni, presso Sergio Bonelli Editore

Nel novembre 2017 la Sergio Bonelli Editore lancia la testata trimestrale Le stagioni del Commissario Ricciardi, che propone l'adattamento a fumetti dei primi quattro romanzi della serie (il cosiddetto ciclo delle stagioni). Non è la prima volta che questa casa editrice sperimenta un connubio con la letteratura: la serie nasce come spin-off della collana I romanzi a fumetti, varata nel 2007 per il mercato delle edicole e successivamente traslata in quello di librerie e fumetterie; è inoltre opportuno ricordare Le Storie, testata chiusa nel dicembre 2020, che per 4 anni ha raccolto episodi autoconclusivi pertinenti a vari generi letterari. Le avventure proposte erano inedite e scritte sin dall'inizio come sceneggiatura di un fumetto; con il Commissario Ricciardi, invece, per la prima volta si è scelto di adattare dei testi nati per l'editoria.

Per l'occasione è stato formato un variegato cast di sceneggiatori e disegnatori campani, quasi a voler recepire in toto la “napoletanità” del personaggio e del suo autore; l'inizio dei lavori è stato preceduto da un lungo periodo di documentazione storica e grafica, allo scopo di rendere il mondo in cui Ricciardi si muove verosimile e affascinante. I primi quattro numeri sono usciti tra 2017 e 2018 in un'inedita formula: all'uscita degli albi nelle edicole è seguita, dopo poche settimane, la pubblicazione di un volume cartonato destinato alle librerie, che ripropone la storia in un formato più grande assieme a dei contenuti speciali. Anche in questo caso, come accadeva in Mammarella, si è scelto di ridurre la gamma cromatica delle storie a un solo colore, diverso per ciascuna storia e coerente con la stagione in cui essa si svolge: per Il senso del dolore (novembre 2017) è stato adoperato un freddo blu, per La condanna del sangue (marzo 2018) un verde tenue, per Il posto di ognuno (luglio 2018) un giallo festoso e infine per Il giorno dei morti (novembre 2018) un funebre violaceo. Seguendo la lunga tradizione di assegnare ai personaggi Bonelli i volti delle star cinematografiche, le fattezze del Commissario Ricciardi sono state ricalcate su quelle di un giovane Andy Garcìa (pare su indicazione dello stesso De Giovanni); altre facce note sono quelle del dottor Modo, che sfoggia il cipiglio di Vittorio De Sica, e le sembianze delicate ma aspre di Bambinella, in cui si riconosce Annibale Ruccello. Infine, per meglio raffigurare il fatto (la capacità di Ricciardi di vedere i morti di morte violenta negli ultimi istanti della loro vita), è stata elaborata un'ardita giustapposizione in trasparenza di figure evanescenti, nelle quali è ben riconoscibile il tratteggio a matita.

Gli esiti di questa operazione sono particolarmente felici: la sintesi di spazio e tempo con la quale si estrinseca il linguaggio fumettistico consente infatti di godere appieno dell'intensità delle trame, del fascino ambiguo dell'epoca, delle espressioni marcate dei personaggi. Col suo volto perennemente corrucciato e i suoi flussi di pensieri, Ricciardi sembra essere nato per far parte dell'Olimpo bonelliano, i cui personaggi possiedono sempre una notevole profondità psicologica.

Teatro delle avventure del Commissario è una Napoli splendidamente ricostruita, riconoscibile e credibile sia che si tratti delle zone monumentali che dei vicoli più anonimi. Proprio in questo la serie a fumetti si rivela perfino più efficace di quella televisiva: liberi dalle pastoie della macchina da presa, i disegnatori hanno potuto dar sfogo alle loro fantasie, dando a Napoli le connotazioni di un vero e proprio limbo caotico e gremito di persone vive e morte in egual misura; le visioni del Commissario sono rese con particolari raccapriccianti che mai avrebbero potuto trovar posto sullo schermo in prima serata, ma che sulle pagine degli albi vengono presentati con disimpegno ed eleganza, senza mai risultare gratuiti. Il Commissario Ricciardi bonelliano si muove quindi in perfetto equilibrio tra giallo e horror, indagine e sentimento, introspezione e brivido, senza contravvenire alle tematiche che stanno alla base della serie di De Giovanni, ma addirittura esaltandole e rendendole adatte al più ampio pubblico degli amanti del fumetto.

Il successo delle Stagioni ha consentito l'espansione del progetto: nel 2018 è stato varato il progetto del Commissario Ricciardi Magazine, uno speciale annuale che raccoglie storie brevi aventi come protagonisti Ricciardi e i suoi comprimari, sceneggiate a partire da racconti brevi di De Giovanni o da porzioni dei romanzi che, per ragioni di spazio, hanno dovuto essere tagliate. Nel secondo numero, uscito a maggio 2019, sono presenti anche i remake di Mammarella e I vivi e i morti, sceneggiati e disegnati dagli autori della serie Bonelli.

Il Commissario Ricciardi a fumetti
Il Commissario Ricciardi a fumetti: Per mano mia, pubblicato da Sergio Bonelli Editore (2020)

Dopo una serie di ritardi dovuti alla pandemia, a ottobre 2020 è uscito Per mano mia, primo capitolo della “trilogia delle festività”. Il filtro monocromatico dei primi quattro numeri è stato riproposto con una nuova formula che accosta sfumature vinaccia ad ombreggiature di nero particolarmente belle. Per il 25 marzo è attesa la pubblicazione del nuovo volume, Vipera, al quale con cadenza bimestrale faranno seguito tutte le restanti storie del Commissario; non mancherà l'appuntamento annuale col Magazine, in uscita a maggio, mentre nei mesi estivi dovrebbero vedere la luce anche gli albi destinati alle edicole.

fumetti Commissario Ricciardi
Il Commissario Ricciardi a fumetti: Vipera, pubblicato da Sergio Bonelli Editore (2021), in libreria e fumetteria dal 25 marzo

Ma la collaborazione tra Maurizio De Giovanni e la Bonelli non è che all'inizio: nel 2018 sono approdati nel mondo delle vignette anche i Bastardi di Pizzofalcone, le cui storie sono esclusivamente presenti in albi cartonati a colori; coraggiosa la scelta di presentare una Napoli popolata di animali antropomorfi. I Bastardi titolari della serie, componenti della squadra mobile di Pizzofalcone, guarda caso sono stati dotati di fattezze canine.


Terra d'ombra ombra romanzo storico Mariano Rizzo

Terra d'ombra: quando il caravaggismo si fa romanzo

Terra d'ombra: quando il caravaggismo si fa romanzo

Che la citazione sia voluta o meno, immergersi nella lettura di Terra d’ombra è come rimettersi, a quarant’anni di distanza, sulle strade dissestate percorse da Castelnuovo e Ginzburg nel saggio Centro e periferia, per arrivare come allora a scoprire panorami inaspettati e stupefacenti su ciò che crediamo di conoscere.

Motore dell’opera di Mariano Rizzo sono infatti la vita di Paolo Finoglio e la sua eredità artistica. Fenomeni che costituiscono un esempio quasi paradigmatico di quella periferia che in Italia non è quasi mai per i fenomeni di stile approdo passivo e irrimediabilmente ritardatario. Piuttosto laboratorio di soluzioni divergenti, capaci di entrare in competizione con le proposte che arrivano dei centri.

Per affrontare questo tema, e altri non meno impegnativi, l’autore ha scelto la forma del romanzo storico. Una scelta che sulle prime appare quantomeno insidiosa, se non bizzarra e limitante.
​Si tratta però di un giudizio davvero superficiale: mano mano che si procede nella lettura, infatti, si capisce sempre meglio quanto il racconto e l’immaginazione siano funzionali alla ricostruzione di una figura come quella di Finoglio.

E non perché, come si potrebbe dire ricorrendo a un insopportabile cliché, si tratti di un artista la cui “vita sembra un romanzo”. La motivazione sta piuttosto nella necessità di colmare l’irrimediabile lacunosità delle fonti, sanarne l’ambiguità quando non persino scioglierne la contraddittorietà.

Terra d'ombra ombra romanzo storico Mariano Rizzo
Paolo Finoglio, Rinaldo e Armida nel giardino incantato. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Le fonti

Sono di certo le protagoniste in incognito di questo romanzo, come ben si addice al suo autore, paleografo e archivista. Fonti documentarie, certo, ma anche molte fonti materiali: i dipinti, anzitutto.
Si tratta di un corpus vasto, in cui si incrociano opere firmate e opere attribuite, o per via stilistica o grazie a testimonianze scritte. Disomogeneo: per qualità, suggestioni, tematiche​. Affascinante, proprio per quel tanto di sorprendente ed imperscrutabile che modella anche l’atmosfera del romanzo.

Paolo Finoglio, Sacra Famiglia del Cucito, Museo Diocesano (Lecce). Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Stando a quello che sappiamo, (quasi) per certo Finoglio è un pittore di formazione napoletana e scuola tardo-manierista, che divide la sua carriera tra Napoli, Lecce e Conversano, dove trascorre l’ultima parte della sua carriera alla corte di Giangirolamo Acquaviva d'Aragona.
Guardare alle sue tele è come fissare negli occhi la magmatica stagione storica e artistica di cui sono figlie, e di cui Finoglio è interprete attento, curioso, aperto, anche se (o forse proprio per questo) tecnicamente incostante.
Suggestioni che si trasformano in intrecci, visioni ed atmosfere di Terra d’ombra, che ha il merito di tradurre in ​vicenda umana, pensieri e sentimenti queste impressioni che il contatto con l’opera di Finoglio suscita.

Pittore colto ma lontano dagli esiti esasperati del concettismo seicentesco riesce a far convivere con disinvoltura le più articolate composizioni dell’arte accademica di tradizione tardo rinascimentale e le suggestioni carnali e realiste del caravaggismo.

Paolo Finoglio, Nozze mistiche di Santa Caterina d'Alessandria, Palazzo Pretorio di Prato. Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 4.0

Il caravaggismo come stile di vita

L’incontro con l’arte, necessariamente esplosiva, che Caravaggio porta anche a Napoli è uno dei punti di svolta delle vicende del romanzo.
E nella stessa misura la questione del caravaggismo è dirimente per la ricostruzione dei fenomeni pittorici italiani del diciassettesimo secolo. Decenni roventi e contraddittori che Rizzo descrive con le stesse pennellate piene e sapide di Finoglio.

Caravaggio, Martirio di Sant'Orsola, Palazzo Zevallos Stigliano, Napoli. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Caravaggio non ha allievi, ma nessuno, neppure i suoi detrattori, può fare a meno di misurarsi con la sua radicale via alla rappresentazione. Merisi, messo a confronto con la sua eredità, sembra sempre irrimediabilmente alieno. Troppo nordico, troppo estremo. Troppo estraneo al legame mai davvero interrotto con l’antichità romana e greca della pittura italiana. Eppure proprio nei luoghi di Finoglio, proprio in quelle zone dove la lezione di impietosa realtà ottica pare meno in sintonia con il gusto e la cultura della committenza, lì nasce la scuola caravaggista più vivace e fertile.
Ne sono una dimostrazione Finoglio stesso, così come i suoi compagni d’avventura, che punteggiano con ammirevole misura e veridicità le pagine del romanzo. Ribera, Stanzione, Sellitto, Caracciolo, Gentileschi:‌ una cerchia in cui si evolve un caravaggismo del tutto peculiare. Un ambiente che è allo stesso tempo artistico e sociale, che Rizzo tratteggia con grande bravura.

Battistello Caracciolo, Giuseppe e la moglie di Putifarre. Collezione privata, XXVIII Biennale dell'Antiquariato (2013), Courtesy of Maurizio Nobile. Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 3.0

La finzione narrativa come metodologia d'indagine

Si diceva che la componente “fantastica” e i mezzi della narrazione si rivelano di grande utilità anche dal punto di vista della ricostruzione di fenomeni storico-artistici: il modo in cui l’autore tratteggia le dinamiche della cerchia del caravaggismo napoletano ne è un fenomenale esempio.
Non ci bastano i documenti, non ci bastano le opere. Per ricostruire le dinamiche che legano un gruppo così coeso, che lavora con obiettivi comuni per la stessa committenza, per renderle umane e tangibili non ci si può affidare che alla sensibilità e all’intuito. Alla capacità di creare collegamenti tra quello che si impara sui libri e quello che si apprende attraverso l’esperienza intellettuale, umana ed estetica.

Così rivive nelle pagine di Rizzo una delle stagioni più complesse dell’arte italiana. Attraverso la vicenda umana di Finoglio, così come ce la restituisce l’autore, abbiamo la possibilità di sbirciare nelle prassi di bottega, in quello strano miscuglio di sapienza artigiana, organizzazione aziendale, cialtroneria e talento tanto lontano dalla piatta, riduttiva e insidiosa rappresentazione post-ottocentesca del genio pittorico.

Dipingere nel Seicento

Dipingere nel Seicento, così come praticamente in tutta la storia prima del ventesimo secolo, significa essere artigiani, imprenditori, mercanti di se stessi (e di altri). Senza che tutto questo possa offuscare la reale passione, si potrebbe dire il demone della creazione, di quel fare artistico che inevitabilmente ha qualcosa a che fare con la magia. Rievocare figure, imitarne la carne, il sangue, il calore, fino a renderle più inesorabilmente vere e presenti dei modelli cui si ispirano: il romanzo ci suggerisce che dipingere sia un atto stregonesco, o sciamanico.
E non si può dare torto al suo autore per aver concepito questa lettura dell’opera di Finoglio. Occorre al contrario riconoscere che ci sia qualcosa di dolce e al contempo perturbante nel costante ritorno dei visi femminili, tutti allo stesso modo infantili e imbronciati. Nel dialogo impervio e gustoso degli azzurro polvere con i verdi vescica, che a loro volta duettano con i rossi aranciati, come nei bagliori dei riflessi sui metalli, luci improvvise che mantengono un insondabile fondo di oscurità.

Paolo Finoglio, Martirio di Sant'Orsola e le compagne. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Terra d’ombra è un romanzo che ha più di un merito: provare a indagare un momento vivacissimo dell’arte italiana. Farlo a partire da un nome non così noto, da un autore non impeccabile dal punto di vista tecnico;‌ farlo a partire da un’indagine scrupolosa delle fonti, si tratti di documenti o dipinti. E soprattutto utilizzare l’invenzione, la finzione, come strumento d’indagine. Come metodologia che consente di stabilire una verità più solida, completa e coerente di quella cui possiamo arrivare se ci fermiamo all’indagine delle fonti certe.
​Per raccontare l’avventura di dipingere serve un romanzo.


Lino Guanciale Il Commissario Ricciardi

Il Commissario Ricciardi, dai romanzi alla fiction

Il personaggio del commissario Luigi Alfredo Ricciardi nasce dalla penna del prolifico scrittore napoletano Maurizio de Giovanni, romanziere, saggista, sceneggiatore e drammaturgo, che ha dato vita anche ad altri grandi personaggi, ma che a questo in particolare ha legato il suo esordio, la sua passione per il giallo unito al noir, la sua anima più introversa e malinconica.

Al trentenne commissario di polizia, di nobili origini ma impiegato, senza alcun interesse per la posizione sociale e la carriera, presso la Squadra mobile della Regia Questura di Napoli, nel pieno regime fascista degli anni Trenta, l’autore ha dedicato una serie di romanzi.

I primi quattro rientrano nel cosiddetto “ciclo delle stagioni” (Il senso del dolore. L'inverno del commissario Ricciardi, 2007, già pubblicato con il titolo Le lacrime del pagliaccio un anno prima; La condanna del sangue. La primavera del commissario Ricciardi, 2008; Il posto di ognuno. L'estate del commissario Ricciardi, 2009; Il giorno dei morti. L'autunno del commissario Ricciardi, 2010); seguono, poi, il “ciclo delle festività” (Per mano mia. Il Natale del commissario Ricciardi, 2011; Vipera. Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi, 2012, attinente alla Settimana Santa; In fondo al tuo cuore. Inferno per il commissario Ricciardi, 2014, ambientato nel periodo dei festeggiamenti in onore della Madonna del Carmine) e il “ciclo della canzone”, ancora una trilogia (Anime di vetro. Falene per il commissario Ricciardi, 2015; Serenata senza nome. Notturno per il commissario Ricciardi, 2016; Rondini d'inverno. Sipario per il commissario Ricciardi, 2017). A queste si aggiungono ulteriori pubblicazioni fuori collana, dedicate al medesimo personaggio.

La copertina del romanzo di Maurizio de Giovanni, Il Pianto dell’alba. Ultima ombra per il commissario Ricciardi, pubblicato da Einaudi (2019) nella collana Stile Libero Big

All’affascinante scrittura di De Giovanni si devono, anche, altre serie di romanzi di pari successo, con protagonisti altrettanto incisivi: basti citare, tra i tanti, l’ispettore Giuseppe Lojacono de I bastardi di Pizzofalcone, l’assistente sociale Mina Settembre e, ancora, l’ex dipendente dei Servizi Segreti Sara Morozzi.

La peculiarità del personaggio di Ricciardi, nato nel Cilento nel 1900 dai baroni di Malomonte e rimasto orfano fin da ragazzo, accudito dalla sua tata e divenuto un uomo asociale, silenzioso e misterioso, sta nel suo “dono”, in realtà una condanna, ossia ciò che lui definisce il Fatto: Ricciardi vede i fantasmi, o meglio è in grado di percepire l’ultima immagine lasciata dai defunti, proiettata come una breve sequenza reiterata, una sorta di inquietante loop.

"Vedeva i morti. Non tutti e non a lungo: solo quelli morti violentemente, e per un periodo di tempo che rifletteva l’estrema emozione, l’energia improvvisa dell’ultimo pensiero.

Le parole sospese nell’ultimo pensiero della vittima non sono un vero e proprio indizio per il commissario – sarebbe troppo facile! – e talvolta possono risultare addirittura fuorvianti (“aveva imparato a sue spese come il Fatto sviasse dalla verità molto più spesso di quanto avvicinasse alla soluzione”), perché quasi mai sono didascalicamente connesse alle circostanze, alle cause e agli artefici della morte. Sono, più che altro, un elemento con cui Ricciardi dovrà trovare coerenza nel momento in cui cercherà di tirare le somme delle sue indagini.

Al Fatto si ricollegano tutte le caratteristiche comportamentali del protagonista: è ombroso e inquieto perché costantemente angosciato dalla visione di cadaveri orrendamente sfigurati, presenti ovunque lungo le strade della Napoli degli anni Trenta; rifugge l’approfondimento di ogni contatto umano, che sia di amore o di amicizia, perché convinto, in virtù di quello che gli rivelano i “fantasmi”, che ogni male provenga da una degenerazione dei sentimenti (“il delitto è la faccia oscura del sentimento: la stessa energia che muove l’umanità la devia, fa infezione e suppura esplodendo poi nell’efferatezza e nella violenza”); sceglie di rimanere scapolo per evitare di trasferire ai figli la sua “condanna del sangue”, come la madre ha fatto con lui; riconduce la causa di ogni azione delittuosa a due moventi essenziali, l’amore e la fame, e di conseguenza coltiva, da un lato, un affetto platonico per una donna che si limita a osservare da dietro i vetri di una finestra e, dall’altro, soffre profondamente per le ingiustizie sociali, che condannano i miseri a restare tali, senza possibilità di riscatto.

Quest’ultimo elemento, strettamente connesso con l’avversione per le classi al potere, regola la sua relazione con i suoi superiori, in particolare con l’arrivista vicequestore Angelo Garzo, nei confronti del quale Ricciardi non mostra mai la dovuta deferenza, non ritenendolo meritevole di considerazione, né sul piano umano, né su quello professionale.

A scalfire la corazza dell’introverso Ricciardi, pochi personaggi di particolare spessore: la tata Rosa, che si prende cura di lui con dedizione (“Era nata assieme all’Italia, ma non se n’era accorta, né allora né dopo: per lei la patria era sempre stata la Famiglia, di cui era custode forte e decisa”); Enrica Colombo, la timida dirimpettaia con cui scambia fugaci e appassionati sguardi; l’affidabile brigadiere Raffaele Maione, uomo integerrimo e buon padre di famiglia, ciecamente fedele al commissario; don Pierino Fava, il viceparroco amante dell’opera lirica, che riesce a penetrare la coltre di dolore di cui Ricciardi è ammantato e ad arrivare alla sua essenza più profonda; il medico legale Bruno Modo, imprudente antifascista (“Ricciardi e Modo avevano una strana e ruvida amicizia; il dottore era l’unico che si poteva permettere di dare del ‘tu’ al commissario ed era l’unico in grado di afferrarne l’ironia”); l’affascinante femme fatale Livia Vezzi, da cui è inevitabilmente attratto, pur non nutrendo per lei l’affetto puro che ha per Enrica.

Un’altra caratteristica del personaggio sta nel suo personalissimo senso della giustizia, che se da un lato lo porta a lavorare con ossessiva determinazione su ogni caso fino al raggiungimento della verità, dall’altro lo vede spesso percorrere vie non del tutto legali, manipolare le prove, contraffare la ricostruzione dei fatti, se si tratta di fare la cosa umanamente più giusta e di agevolare le classi deboli e bisognose.

Il metodo che contraddistingue il lavoro d’indagine di Ricciardi è racchiuso in quella che l’autore definisce geografia delle emozioni: “Lui lavorava così: creava uno schema, una geografia delle emozioni che incontrava. Quello che coglieva mediante il Fatto, i sentimenti di chi interrogava, la meraviglia, l’orrore dei presenti. Poi cercava di riconoscere l’anima della vittima: i lati chiari e i lati oscuri; dalle parole, dagli sguardi di quelli che l’avevano conosciuta. Non elaborava le parole dei testimoni […] ma fissava nella memoria l’atteggiamento, l’espressione, la passione di chi parlava; l’emozione che emergeva e soprattutto quella che rimaneva sotto la superficie. Sentiva, insomma, più che ascoltare”.

Questi, in linea di massima, sono i punti fermi e l’impianto narrativo dei romanzi, all’interno dei quali, poi, si svolge di volta in volta l’intreccio relativo al caso da risolvere, un’indagine che si apre e si conclude nell’ambito di ogni volume, così come avviene negli episodi della fiction in programmazione su Rai 1 a partire dal 25 gennaio 2021.

Lino Guanciale Il Commissario Ricciardi
Il Commissario Ricciardi, Lino Guanciale, al Teatro San Carlo. Foto Ufficio Stampa RAI

Girata tra Taranto e Napoli con la regia di Alessandro D’Alatri (già autore della fiction I bastardi di Pizzofalcone), la serie prodotta da Rai Fiction e Clemart ha tra i suoi sceneggiatori lo stesso Maurizio de Giovanni, insieme a Salvatore Basile, Doriana Leondeff e Viola Rispoli. La collaborazione dell’autore alla trasposizione televisiva è, di per sé, una garanzia di aderenza allo spirito con cui i romanzi sono stati concepiti, eppure qualcosa si perde fatalmente dal testo all’immagine, qualcosa resta tra le pagine e fa fatica ad emergere al di là da esse.

Tre fattori sono fisiologici e non aggirabili: è normale che una resa visiva univoca non possa coincidere con la molteplicità di soluzioni generate dal personale immaginario di ogni singolo lettore; è inevitabile che i tempi dilatati del romanzo non possano che risultare compressi all’interno di quelli televisivi, vincolati alla durata di una puntata; è impossibile trasporre nelle azioni recitative tutto il sommerso delle riflessioni, delle digressioni, delle osservazioni, dei ricordi e delle sensazioni espresse dai personaggi e dalla stessa voce narrante, lungo tutta una linea parallela al racconto stesso.

Prescindendo, dunque, da tutto ciò, al netto di quello che oggettivamente un film non può rendere rispetto a un libro (a meno che non si dedichi un’intera serie ad ogni singolo volume), restano diverse valutazioni da fare in merito a questo ottimo lavoro, svolto con uno staff tecnico e attoriale di tutto rispetto.

Gli episodi proposti per questa prima serie sono sei e coincidono con i quattro libri del suddetto “ciclo delle stagioni” (Il senso del dolore; La condanna del sangue; Il posto di ognuno; Il giorno dei morti), più il secondo e il terzo della “trilogia delle festività” (Vipera; In fondo al tuo cuore). Il primo volume della trilogia (Per mano mia), i cui diritti sono stati acquistati da Riccardo Scamarcio e Valeria Golino, è stato saltato.

Protagonista della serie è Lino Guanciale, che nei panni del commissario Ricciardi risulta credibilissimo dal punto di vista estetico. Il personaggio, infatti, è così descritto nel romanzo: “Luigi Alfredo Ricciardi era di statura media, magro. Scuro di carnagione, gli occhi verdi che spiccavano nel viso; i capelli neri, pettinati all’indietro e fissati con la brillantina, liberavano talvolta un ciuffo che gli attraversava la fronte e che lui, distrattamente, metteva a posto con un gesto secco. Il naso era diritto e sottile, come le labbra. Le mani piccole, quasi femminili: nervose, sempre in movimento. Le teneva in tasca, consapevole del fatto che tradivano la sua emozione, la tensione”.

Tutti questi tratti, compresi l’uso del soprabito grigio e il rifiuto di indossare il cappello (che, all’epoca, era considerato un carattere distintivo per tutti gli uomini benestanti) sono puntualmente rintracciabili nella fiction.

Meno intellegibile risulta, invece, il tormento interiore che Ricciardi esprime attraverso la sua costante tristezza di sottofondo e la ritrosia nel relazionarsi con gli altri. Nel romanzo, infatti, tale meccanismo è chiaro e sembra anche immediatamente giustificabile, visto l’orrore a cui è costretto costantemente ad assistere: i fantasmi martoriati sono ad ogni angolo di strada e descritti con una certa truculenza, pertanto si intuisce l’impossibilità del commissario di avere un’esistenza normale, una quotidianità non contaminata da infiniti scenari di violenza. Nel film, invece, si è scelto, per ovvie ragioni, di non insistere troppo su tale aspetto, che sarebbe potuto risultare eccessivamente distante dal genere poliziesco e pericolosamente vicino allo splatter. Gli “spettri”, dunque, sono presenti quasi esclusivamente sulle scene dei crimini, non aggiungendo ulteriore dolore o raccapriccio allo scempio in carne ed ossa che è già sotto gli occhi di tutti. Non si spiega abbastanza, quindi, il taedium vitae del personaggio, il suo “disgusto dell’esistenza”: gli atteggiamenti bruschi e schivi del protagonista, non trovando immediata e adeguata correlazione, sembrano dettati da arroganza e senso di superiorità, più che da uno stato di profondo sconforto e avvilimento psicologico.

Molto convincenti si rivelano i ruoli interpretati dal bravissimo Antonio Milo nei panni di Maione (giusta resa del binomio tra stazza possente e animo fragile, umiltà e grandezza di cuore, modi spicci e occhi che rivelano una dolcezza di fondo); da Enrico Ianniello nelle vesti del dottor Modo (ironico, efficiente, sfrontato nella sua dichiarata avversione per il fascismo); da Fabrizia Sacchi, che ci restituisce un’ottima Lucia (la moglie di Maione, sopraffatta dal dolore per la morte del primogenito eppure disperatamente ancorata alla vita); da Nunzia Schiano come tata Rosa, che sommerge il commissario di attenzioni e affetto, espressi, però, attraverso continue lamentele e rimbrotti; da Nicola Acunzo, perfetto come usciere Ponte (il buffo ometto incapace di guardare le persone negli occhi per innato servilismo e, nel caso del commissario, per “un po’ di superstizioso timore”).

Altrettanto adeguati i ruoli affidati a Serena Iansiti (Livia), Susy Del Giudice (madre di Enrica) e, soprattutto, Massimo De Matteo, il comprensivo ed empatico padre di Enrica.

Maria Vera Ratti nei panni di Enrica è calzante esteticamente e caratterialmente, tranne in alcuni passaggi che sembrano delle forzature, come nell’incontro con Ricciardi in Chiesa (primo episodio), dove la sua postura, il suo aspetto e il suo atteggiamento risultano parossisticamente goffi, da clichè dell’imbranata, quasi una macchietta (non si sa per quale motivo); poco credibile anche nelle scene in cui ricama, perché passa dei punti a caso pasticciando il tessuto come mai farebbe chi davvero ama tale attività, ritenuta un rilassante svago ma anche un lavoro utile e produttivo (Enrica, del resto, sta ricamando il proprio corredo, pur chiedendosi se mai le servirà a qualcosa).

L’interpretazione dell’ottimo Peppe Servillo (apprezzatissimo cantante degli Avion Travel) nel ruolo di Don Pierino risente, purtroppo, di quel gap oggettivamente incolmabile che si crea quando, come ho già accennato, nel romanzo il personaggio è presentato attraverso lunghe digressioni sul suo passato, particolari approfondimenti psicologici, focus sulle sue riflessioni e le sue sensazioni: tutto ciò non può essere reso nei tempi e nelle modalità di un episodio televisivo. Probabilmente è un personaggio che verrà fuori col tempo.

Il brillante Adriano Falivene nel ruolo di Bambinella (il “femminiello” a cui si rivolge spesso Maione per avere qualche soffiata in grado di agevolare le indagini), risulta efficace pur discostandosi dalla descrizione fatta nel romanzo, dove il personaggio pare abbia a tutti gli effetti l’aspetto di una bella donna, tradito solo a volte da un’ombra di ricrescita della barba: “Maione aveva conosciuto Bambinella un paio d’anni prima, quando avevano fatto irruzione in un bordello clandestino a San Ferdinando, uno di quei posti a basso prezzo dove esercitavano abusivamente la professione femmine d’età o ragazze di campagna. Tra tutte le ‘signorine’ brutte, storte e vecchie, spiccava questa bellezza dagli occhi a mandorla; quando presero le generalità, uscì il difetto”. Nel film, invece, si presenta visibilmente come un uomo, con tanto di petto villoso lasciato in bella vista e truccato in maniera teatrale. Insomma, non avrebbe certamente bisogno di dichiarare le proprie generalità perché se ne indovini la natura. Nonostante la divergenza di versioni, resta un bel personaggio.

Indovinata è la scelta di Mario Pirrello nel ruolo di Angelo Garzo: l’attore riesce molto bene a rendere la mellifluità del personaggio, con la sua tendenza a soverchiare i sottoposti e a lusingare in maniera affettata le personalità influenti. C’è, tuttavia una discrepanza rispetto al romanzo, dove ciò che caratterizza particolarmente il vicequestore è il suo continuo dibattersi tra il bisogno di affermare la propria autorità, di farsi rispettare, e la necessità di blandire – suo  malgrado – l’ostico Ricciardi, di mantenere con lui un atteggiamento accondiscendente e adulatorio, dal momento che il commissario è la sua gallina dalle uova d’oro: risolve brillantemente ogni caso (come lui non sarebbe in grado di fare) e, soprattutto, è del tutto disinteressato agli onori o all’avanzamento di grado, tanto da lasciare che il superiore si attribuisca i meriti dei suoi successi. Nel Garzo del film questa continua lotta interiore non c’è: s’impone, rimprovera, dà ordini e svilisce il lavoro di Ricciardi senza farsi problemi, salvo fare un passo indietro e assecondare le richieste del commissario quando questi, manipolandolo astutamente, gli fa credere che sta agendo per salvaguardare l’immagine della Questura o di qualche personaggio influente.

Un’altra dissomiglianza sta nella rappresentazione del Fatto: nel romanzo i “fantasmi” di coloro che sono deceduti di recente sono perfettamente visibili agli occhi di Ricciardi, poi diventano man mano sempre più evanescenti, fino a svanire del tutto, col passare del tempo, indipendentemente dal fatto che qualcuno risolva o meno le questioni lasciate in sospeso nella loro vita terrena, cosa a cui si allude, invece, nel primo episodio. Le ultime parole del defunto che il commissario percepisce, inoltre, sono quasi sempre un fraseggio mesto (un canto “a voce sommessa” nel caso del tenore Vezzi; un “flebile sussurro” nel caso della cartomante Carmela Calise) o, comunque, un suono simile a quello che poteva essere stato nella realtà, mentre nel film diventano un roboante effetto sonoro a voci moltiplicate e sovrapposte, con un'eco che rende, tra l’altro, poco comprensibili le parole pronunciate, il che è un peccato, viso che sono, in qualche modo, un importante riferimento.

Certamente anche la trama degli episodi differisce sensibilmente in più punti, soprattutto in relazione al caso su cui s’indaga, presentando nel romanzo una pluralità di sospetti e di indizi, di piste da seguire e di confronti, di flashback e di storie parallele che nel film vengono meno; ma ciò è comprensibilmente riconducibile, come già detto, alla necessità di adeguarsi ai tempi televisivi, che obbligano a una semplificazione dell’intreccio e degli approfondimenti.

Torna spesso, nei romanzi come nella serie televisiva, l’ambientazione del teatro, dove “le passioni vere e quelle finte si confondono. Da segnalare, nel secondo episodio, l’assenza di un suggestivo dettaglio presente nel libro: la velata allusione alla compagnia di Eduardo de Filippo, dove il brusco capocomico “aveva il viso bianco di cipria e due macchie di belletto rosato all’altezza degli zigomi, il colletto sollevato alla moda di dieci anni prima, la cravatta larga e colorata, la giacca con una evidente toppa su un fianco. Ad onta dell’abbigliamento ridicolo, l’espressione era cupa: i baffetti e le labbra sottili, un sopracciglio molto arcuato sotto la fronte larga divisa da un’unica ruga verticale”; il fratello e la sorella (Peppino e Titina) sono descritti, rispettivamente, come un uomo cordiale e disponibile, rassegnato a sopportare i rimbrotti del maggiore, e “una donna di eccezionale bruttezza ma di grande bravura”.

Ciò che maggiormente affascina e conquista di questa godibile fiction sono le scenografie, le ambientazioni, la fotografia, la preparazione degli esterni e l’allestimento degli interni, la resa del fascino del passato, il clima perfettamente ricostruito di una città bellissima e decadente al tempo stesso, luogo di miserie estreme e di altrettanto sfarzoso benessere: “a valle, la città ricca, dei nobili e dei borghesi, della cultura e del diritto. A monte, i quartieri popolari, al cui interno vigeva un altro sistema di leggi e norme, altrettanto o forse ancora più rigido. La città sazia e quella affamata, la città della festa e quella della disperazione”.

I luoghi ricorrenti del racconto sono presentati con una cura estrema: la casa di Ricciardi, elegante ma sobria, dove regna sovrana l’anziana Rosa; il noto e sfavillante Gambrinus, tempio della Belle Époque napoletana, dove Ricciardi s’intrattiene spesso a colazione; la casa modesta di Maione, resa accogliente dalla presenza dei numerosi figli; l’abitazione e il negozio di cappelli della famiglia di Enrica, espressioni di una piccola borghesia agiata; e poi ancora la Questura, la Chiesa di don Pierino, il Teatro San Carlo, il quartiere equivoco di Bambinella, la Trattoria, i vicoli brulicanti di bambini cenciosi e di ambulanti con i carretti, contrapposti al lusso degli ambienti frequentati dall’alta società.

Tutto ciò conferisce notevole attrattiva alla fiction che, al di là dei confronti con i romanzi, risulta senz’altro un’operazione riuscita e che, certamente, andrà via via acquisendo maggior spessore con il prosieguo della serie.

I racconti e i romanzi dedicati al commissario Ricciardi hanno conosciuto, anche, altre interessanti versioni, come l’adattamento a fumetti proposto da diversi editori, fino al progetto completo realizzato da Sergio Bonelli, che ha pubblicato i seguenti titoli: Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Dieci centesimi e altre storie, Quando si dice il destino e altre storie.

Anche in questa versione illustrata, di grande qualità ed efficacia, Luigi Alfredo Ricciardi ha riscosso un buon successo di pubblico, dimostrando, ancora una volta, che quello evocato dalla felice penna di Maurizio De Giovanni è un personaggio che non lascia indifferenti e che sa ritagliarsi uno spazio ben preciso e ben caratterizzato, nell’ambito del ricchissimo filone poliziesco a cui si legano tanti altri famosi ispettori, tenenti e commissari.

Un personaggio che non ha una vita normale ma che anela ad essa, che non conosce il calore di una famiglia ma che sa ponderarne l’immenso valore:

Non sono io che ti posso dire come funziona in una famiglia. Lo sai, io una famiglia non ce l’ho e non ce l’ho avuta nemmeno da piccolo. Io sono cresciuto con la mia tata, e ancora sto con lei. Le voglio bene, ma non è una famiglia. Lo sai che penso? Che è facile stare insieme quando va tutto bene. Il difficile è quando si devono superare le montagne, fa freddo e tira vento. Allora, forse, per trovare calore, uno si deve fare un poco più vicino. Te lo dice uno che campa nel freddo. E che non ha nessuno per trovare calore.”


Pompei. Si restaurano le colonne della Casa del Fauno

Dopo anni di vicende travagliate si procede al restauro delle colonne dell’atrio secondario della Casa del Fauno, una delle abitazioni più grandi e sontuose della città antica situata nella Regio VI, 12. 1-8. La domus che risulta essere fra le case più sontuose dell’intera città, occupa un intero isolato e si estende all’incirca su un’area di 3.000mq. L’abitazione nelle forme attualmente visibili è il risultato di due fasi costruttive risalenti al II sec. a.C.

La sua fama si deve al ritrovamento del mosaico di Alessandro in battaglia ad Isso contro Dario III di Persia che consta di circa 1 milione e mezzo di tessere e risulta essere una copia di un celebre dipinto realizzato dal pittore greco Filosseno di Eretria. Probabilmente i proprietari della domus dovevano avere rapporti con un atelier di origine alessandrina che si occupò anche dell’esecuzione dei restanti mosaici della casa, mentre una tesi poco accreditata vuole il mosaico un originale alessandrino saccheggiato dalla Grecia e portato a Roma.

colonne Casa del Fauno
Restauro delle colonne della Casa del Fauno. Foto: Parco Archeologico di Pompei

La casa del Fauno è stata colpita durante i bombardamenti aerei del settembre 1943 e ha subito numerosi danni. Due bombe precipitarono sull’abitazione e una di queste colpì l’atrio che conduceva alla zona privata della casa radendo al suolo tre delle quattro colonne corinzie in tufo dell’atrio.

Nel 1946 si procedette alla ricostruzione di queste secondo gli usi dell’epoca, utilizzando grappe in ferro e malte cementizie che successivamente non si rivelarono materiali idonei ai fini della conservazione. Anche nel 1980, successivamente al disastroso terremoto, furono effettuati lavori di conservazione sulle colonne ma anche questi procedimenti si rivelarono estremamente dannosi.

colonne Casa del Fauno
Restauro delle colonne della Casa del Fauno. Foto: Parco Archeologico di Pompei

I recenti lavori di restauro hanno permesso di recuperare in maniera integrale l’atrio tetrastilo intervenendo con procedure idonee secondo i dettami del restauro dell’antico e del moderno. Sono dunque stati rimossi tutti quegli elementi non più idonei e che anzi nel tempo avrebbero causato ulteriori danni alla conservazione (elementi metallici, stuccature cementizie e  malte di restauro non più capaci  di sostenere le varie parti) per sostituirli con nuovi materiali di restauro più stabili e duraturi. Su tutte le colonne, infine, per salvaguardare i materiali originali in pietra, stucco ed intonaco (già consumati dal vento e dalle piogge) sono state eseguite operazioni di pulitura, trattamento biocida, stuccatura, consolidamento, protezione.

colonne Casa del Fauno
Restauro delle colonne della Casa del Fauno. Foto: Parco Archeologico di Pompei

Si tratta di un importante intervento, atteso da anni – dichiara Massimo Osanna, Direttore Generale ad interim del Parco archeologico - che consente di restituire alla pubblica fruizione un altro ambiente di questa prestigiosa dimora, che reca in sé la testimonianza di un capitolo drammatico di Pompei, quello del bombardamento. Come testimoniato anche dai resti degli ordigni conservati, allo scopo, nell’atrio. Un intervento complesso di consolidamento, che ha inteso risolvere in maniera radicale il restauro delle colonne per lunghi anni lasciate in condizioni conservative precarie. Ma anche una operazione di riqualificazione e di recupero estetico, realizzata uniformando e integrando i materiali di restauro. “

https://www.youtube.com/watch?v=dL06lscdaLs&feature=youtu.be

 

 


gladiatori mostra MANN anteprima

Gladiatori: anteprima social dei reperti in attesa della mostra al MANN

Gladiatori: sui social del MANN, da oggi l'anteprima di alcuni reperti per ogni sezione della grande mostra
Proseguono anche le attività per la valorizzazione digitale del Museo, tra piattaforme digitali e gaming
gladiatori mostra MANN anteprima
Elmo di mirmillone
Prosegue online l'attesa della grande mostra sui Gladiatori, la cui apertura è prevista al Museo Archeologico Nazionale di Napoli il prossimo 8 marzo: da oggi mercoledì 13 gennaio, saranno postate, in anteprima digitale sulle pagine Facebook ed Instagram del MANN, le immagini di alcuni preziosi reperti che caratterizzeranno l'allestimento.
L'esposizione, nata dalla collaborazione con l'Antikenmuseum di Basilea e realizzata grazie alla sinergia con il Parco Archeologico del Colosseo, raccoglierà circa centosessanta opere nel Salone della Meridiana; sei le sezioni in cui sarà articolato il percorso: dal funerale degli eroi al duello per i defunti; i gladiatori e le loro armi; dalla caccia mitica alle venationes; vita da Gladiatore; gli anfiteatri della Campania; i Gladiatori in casa e sui muri.
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Cratere con le esequie di Patroclo da Canosa
Seppur in un iniziale "assaggio virtuale" a misura di social, si seguirà il progetto scientifico dell'exhibit: i primi post saranno dedicati, così, al funerale degli eroi ed allo splendido cratere con le esequie di Patroclo (il vaso in terracotta, alto circa un metro e mezzo, proviene da Canosa e risale al 340-320 a.C.).
Spada con fodero
 Fulcro della mostra sarà, naturalmente, la sezione sulle armi dei Gladiatori: quasi cinquanta esemplari che, appartenenti alla collezioni del MANN, saranno visibili insieme per la prima volta e saranno messi in dialogo con rilievi e stele funerarie da Roma, Avenches, Augusta Raurica, Basilea.
Tra le opere esposte, per ora in "mostra sul web", vi sarà la spada con fodero del I sec. d.C., realizzata in ferro, osso, legno e bronzo e ritrovata nel Portico dei Teatri di Pompei nel gennaio del 1768; da non perdere gli scatti dedicati all'elmo di mirmillone con personificazione di Roma, Barbari, prigionieri, trofei e vittorie (seconda metà del I sec. d.C.).
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Santa Maria Capua Vetere, Anfiteatro Campano 
Per quanto riguarda la sezione sulla caccia con animali, momento molto ricercato durante gli spettacoli gladiatorii, i fan e follower di Facebook ed Instagram potranno ammirare il rilievo in marmo (II sec. d.C.) dall'Anfiteatro Campano di Santa Maria Capua Vetere: nella raffigurazione, Pluteo e la caccia di Meleagro ed Atalanta.  Una delle peculiarità dell'allestimento sarà l'attenzione rivolta alla dimensione quotidiana nella vita dei Gladiatori: tra i reperti presentati online vi sarà il coperchio della cassetta medicale in bronzo ed argento ageminato (I sec. d.C.), proveniente da Ercolano e custodito nelle collezioni del MANN.
Anfiteatro. ricostruzione digitale Altair 4 Multimedia
Anfiteatro. ricostruzione digitale Altair 4 Multimedia
Tra archeologia e linguaggi della comunicazione: in occasione della grande esposizione, sarà ricostruita e riprodotta digitalmente, da Altair 4 Multimedia, la sequenza delle pitture ormai perdute dell'Anfiteatro di Pompei; grazie alle nuove tecnologie, alcuni percorsi video riproporranno le tipologie di armature che contraddistinguevano le diverse "classi" di gladiatori. Per questa anteprima online, saranno presentati alcuni frame della ricostruzione dell'Anfiteatro presente in mostra.
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Mosaico da Augusta Raurica, particolare
Ultimi post per un capolavoro in esposizione: si tratta del Mosaico Pavimentale di Augusta Raurica; il reperto, inserito nella sezione "I Gladiatori in casa e sui muri", è esposto per la prima volta al di fuori del territorio elvetico dopo il restauro integrale: l'opera, che risale alla fine del II sec. d.C. e proviene dall'insula 30 del sito romano di Augusta Raurica, rappresenta scene di combattimento su una superficie di eccezionale estensione.
Il progetto scientifico della mostra sui Gladiatori è a cura di Valeria Sampaolo; l'esposizione, il cui coordinamento è di Laura Forte, è stata realizzata con il contributo di Intesa Sanpaolo. 
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Mosaico da Augusta Raurica
 
Accanto alla valorizzazione dei percorsi espositivi, si procede al lavoro per promuovere, anche digitalmente, il patrimonio del MANN; entro la primavera, partirà la nuova piattaforma ICT del Museo: grazie a questa infrastruttura, si potrà partecipare ad una visita virtuale assistita da una guida reale remota con funzionalità e-learning. Si organizzeranno, così, itinerari digitali per gruppi di visitatori, che saranno in grado di connettersi contemporaneamente sul web e selezionare anche particolari percorsi tematici o focus su singoli reperti. La piattaforma permetterà anche una navigazione autonoma ed includerà tutti i prodotti digitali realizzati dal Museo
Per quanto riguarda il gaming, sempre grazie alla collaborazione con l'Associazione Tuo Museo, proseguono le attività per il lancio del sequel di "Father and son" e per l'inserimento del MANN nell'ecosistema virtuale di MineCraft.
 
Testo e immagini dall'Ufficio Comunicazione MANN

Terra d'ombra ombra Mariano Rizzo Paolo Finoglio

I turbamenti di Paolo Finoglio: Terra d'ombra di Mariano Rizzo

I turbamenti di Paolo Finoglio: Terra d'ombra di Mariano Rizzo

Recensione a cura di Esther Celiberti

Terra d’ombra, pubblicato sul finire del 2020 da Edizioni di Pagina, è l’avvincente romanzo di Mariano Rizzo costruito intorno alla figura del pittore campano Paolo Finoglio (1590-1645), noto in Puglia per aver dipinto le volte della camera nuziale del castello di Conversano e il ciclo della Gerusalemme Liberata su committenza di Giangirolamo II d’Acquaviva d’Aragona, il “Guercio delle Puglie”.

Lungo un asse binario e chiaroscurale la trama si snoda alternando parti scritte in prima persona ed altre in terza, con slittamenti non esplicitati ma visibili grazie alla cifra stilistica della sfumatura; si passa così dal piano introspettivo e onirico, lo “scuro” della nuova moda caravaggesca, a quello “chiaro” del reale, all’imitazione del naturale, dal fantastico alla “prosa del mondo”.

Nella prima pagina Rizzo scrive:

[...] Poiché un quadro non è che una storia, un racconto di tela e pigmento, allora il pittore è egli stesso un narratore, che prima di tutto deve avere ben chiaro nella sua mente cosa emergerà dal buio e come dosare correttamente la luce”.

Questa scelta imprime movimento alla narrazione attenuando alcune ridondanze. 

Terra d'ombra ombra Mariano Rizzo Paolo Finoglio Edizioni di Pagina
L'autore Mariano Rizzo con una copia del suo romanzo Terra d'ombra (2020), pubblicato da Edizioni di Pagina

Il ritratto che di Finoglio si tratteggia prende le mosse dall’apprendistato napoletano, prosegue a Lecce, ci riconduce a Napoli per poi concludersi in Terra di Bari, a Conversano. La salda struttura del testo si scompone in quattro parti, che come l'intero romanzo recano il nome di un pigmento: Bianco d’ossa (Napoli,11604-1612), Blu d’oltremare (Lecce,1613-1623), Rosso di Marte (Napoli,1623-1632), Nero di vite (Conversano,1635-1645). Queste sono a loro volta suddivise in capitoletti che hanno come titolo un dipinto e gli incipit smussano le suddivisioni grazie alle malìe delle immagini suggerite. Gli spazi sono ben descritti, soprattutto quelli urbani, unitamente al microcosmo della cittadina/corte di Giangirolamo II, alle botteghe e ai fondachi, luoghi deputati alla ideazione di tele religiose e scene profane ove coniugare trionfo della Fede e successo mondano.

Nell’alunnato di Finoglio i maestri dei quali è stato allievo si mescolano al racconto delle forti influenze di icone come Caravaggio e Artemisia Gentileschi, risonanti di grandezza. La pittura, i problemi della rappresentazione e delle tecniche emergono nella storia così come la ricerca di una via personale, più libera dall’obbedienza alle convenzioni che, però, tenga conto della duttilità necessaria a fronteggiare le richieste dei committenti. Incontreremo la famiglia dell’artista, i pochi amici, gli intermediari, le autorità e una lunga teoria di figuranti da presepe.

Emerge il tema del femminile legato alla figura materna, ai suoi amori, alla misericordia del mito di Cimone e Pero. Le molteplici valenze di una quête simile a quella del Santo Graal conducono il protagonista ai turbamenti dell’eros, ad un infruttuoso tentativo di ricomposizione delle tante tessere del mosaico dell’altro sesso, in infinite sequenze di volti sfuggenti, identità imprecise e lontane sempre in dissolvenza. Di scorcio giocano un ruolo importante il mistero, l’irrazionale, i regni sotterranei e inferi, forse proprio quelle “terre d’ombra” suggerite dal titolo, il buio oscillante fra sogno e incubo alla Fussli.

Mariano Rizzo, che ha esordito nel 2019 con la raccolta Storie di tenebre nella Storia di Puglia, mosso da una vena passionale ha scritto questo romanzo grazie anche a un puntuale lavoro di studio e documentazione, ove qualche falla va ascritta ad alcune stonature espressive, ingenuità o a non sempre riuscite caratterizzazioni psicologiche.

Nel bell’autoritratto di Finoglio, riprodotto sulla copertina, raffiguratosi a mezzobusto, il pittore campeggia tra velature e tonalità terrose, in compagnia di un’ombra/seno, forse eco arcaica di quel regressus ad uterum sotteso al plot. E l’espressione malinconica dell’artista lo sigla come appartenente a quella genìa di “nati sotto Saturno” che spesso presiede alla creatività.

Terra d'ombra ombra Paolo Finoglio Mariano Rizzo
Ritrae Paolo Finoglio la copertina del romanzo storico Terra d'ombra, di Mariano Rizzo, pubblicato da Edizioni di Pagina (2020) nella collana lebellepagine

restauro mosaico Alessandro

Partono le attività di restauro del Mosaico di Alessandro al MANN

Partono le attività di restauro del Mosaico di Alessandro
Il Direttore del MANN, Paolo Giulierini: "Scriviamo una pagina importante per la storia del Museo
e la conservazione dei beni culturali"
La supervisione è dell'Istituto Centrale per il Restauro
Entro luglio 2021, sarà ultimato il cantiere, visibile al pubblico durante i lavori
Foto del Mosaico della Battaglia di Isso tra Alessandro Magno e Dario di Persia (fine II/ inizi I sec. a.C.), partono le attività di restauro. Credits: Pedicini Fotografi

In rete per il “Gran Musaico”a fine mese, partirà la campagna di restauro del Mosaico della Battaglia di Isso, capolavoro che rappresenta un simbolo, universalmente noto, dei tesori custoditi dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Il restauro, che sarà concluso a luglio, è realizzato con la supervisione dell’Istituto Centrale per il Restauro (ICR); le attività diagnostiche sono promosse in rete con l’Università del Molise (UNIMOL) ed il Center for Research on Archaeometry and Conservation Science (CRACS).

"Con l'avvio, nel 2021, del restauro del Mosaico di Alessandro, scriviamo insieme una pagina importante nella storia del Museo Archeologico Nazionale di Napoli e quindi della conservazione dei beni culturali. Sarà un restauro grandioso,  che si compirà sotto gli occhi del mondo. Un viaggio entusiasmante lungo sette mesi ci attende: dopo il minuzioso lavoro preparatorio, studiosi ed esperti  si prenderanno cura con le tecniche più avanzate  del nostro iconico capolavoro pompeiano, raffigurante la celebre battaglia di Isso. La tecnologia e le piattaforme digitali ci consentiranno di seguire le  delicatissime operazioni, passo dopo passo, in una sorta di 'cantiere trasparente', come mai accaduto prima.  Per realizzare  una  operazione così  ambiziosa e complessa è stata attivata dal MANN una rete di collaborazioni scientifiche e di partnership  di grande prestigio", commenta il Direttore del MANN, Paolo Giulierini.
Immagini delle attività di diagnostica sul mosaico del MANN. Credits: Pedicini Fotografi
Lo stato dell'arte: guardando indietro nel tempo, le ragioni del restauro.
Milioni di tessere ed una superficie di eccezionale estensione (5,82X 3,13 m): nella casa del Fauno di Pompei, il mosaico, che decorava il grande pavimento dell'esedra, era al centro di una ricca “architettura” iconografica. Agli occhi degli scopritori, nel 1831, il capolavoro non soltanto si rivelò nell'unicità e nelle dimensioni della scena rappresentata, ma anche nello stato sostanzialmente buono di conservazione: le ampie lacune riscontrate riguardavano, infatti, la sezione sinistra dell'opera, senza “intaccare” il fulcro della raffigurazione. Fu travagliata, in ogni caso, la decisione di distaccare il mosaico, per trasportarlo nel Real Museo Borbonico: dopo circa 12 anni di accesi dibattiti, una commissione espresse parere favorevole e l'opera, il 16 novembre 1844, fu messa in cassa e condotta lentamente da Pompei a Napoli, su un carro trainato da sedici buoi.
 Durante il tragitto, all'altezza di Torre del Greco, un incidente minacciò l'integrità del mosaico: l'opera fu sbalzata a terra e, soltanto nel gennaio del 1845, venne aperta la cassa per verificare l'integrità del capolavoro che, fortunatamente, non aveva subito danni. La prima collocazione della Battaglia di Isso fu, dunque, il pavimento della sala CXL, secondo il progetto iniziale di Pietro Bianchi; fu Vittorio Spinazzola, nel 1916, a definirne la nuova sistemazione a parete nelle riallestite sale dei mosaici. Da allora, in oltre un secolo, il “Mosaico dei record” ha catturato, con la sua bellezza magnetica, l'attenzione dei visitatori di tutto il mondo: dietro il fascino di un'opera senza tempo, si sviluppa il lavoro di scienziati ed esperti per garantire manutenzione e conservazione del nostro capolavoro. L'attività di restauro del mosaico è ontologicamente complessa: conservazione, collocazione, peso (verosimilmente sette tonnellate) e rilevanza storico-artistica del manufatto enfatizzano la necessità di un progetto esecutivo puntuale e delicatissimo. Il mosaico di Alessandro presenta, infatti, diverse criticità conservative, consistenti sostanzialmente in distacchi di tessere, lesioni superficiali, rigonfiamenti ed abbassamenti della superficie. In particolare, la zona centrale destra è affetta da una visibile depressione; rigonfiamenti puntuali sono presenti lungo il perimetro del mosaico, probabilmente dovuti a fenomeni di ossidazione degli elementi metallici dell’intelaiatura lignea posta in opera durante il trasferimento del 1916. Sono presenti, inoltre, microfratture ad andamento verticale e orizzontale, nonché una lesione diagonale, già oggetto di velinatura nel corso di precedenti restauri. Negli ultimi venti anni, la necessità di un restauro complessivo si è resa chiara grazie anche alle indagini diagnostiche eseguite: alle ragioni conservative si sono associate le esigenze di una migliore lettura organica dell'opera.
Immagini delle attività di diagnostica sul mosaico del MANN. Credits: Pedicini Fotografi

Due i momenti significativi nell'iter diagnostico effettuato: nel 2015, con il contributo di IPERION CH.it e del CNR-ISTI di Pisa, si è documentato lo stato di fatto dell’opera, in relazione ai materiali costitutivi, distinguendoli da quelli riconducibili ai restauri effettuati in epoca antica e moderna. Nel 2018, con la partecipazione dell’Università del Molise e del CNR, è stato eseguito il rilievo di dettaglio del mosaico, mediante fotogrammetria ad alta risoluzione: al modello tridimensionale dell'opera si è aggiunta l’indagine tramite georadar per verificare le condizioni del supporto. Tali operazioni hanno consentito anche di mettere in evidenza fratture e fessurazioni non visibili ad occhio nudo, così come anomalie negli strati costitutivi il supporto.

restauro mosaico Alessandro
Immagini delle attività di diagnostica sul mosaico del MANN. Credits: Pedicini Fotografi
Il progetto: metodologia e fasi esecutive.
 Un percorso in fieri, tra diagnostica, tecnologia e restauro.
 Alla luce degli studi realizzati, sembra probabile che i fenomeni di deterioramento siano dovuti essenzialmente all’ossidazione dei supporti in ferro del mosaico ed al degrado delle malte: a questi fattori può attribuirsi l’accentuata depressione che interessa la parte centrale/destra del pannello musivo. Tale stato di fatto è certamente aggravato dal peso del mosaico e dalla posizione verticale, entrambe cause cui può essere ricondotto lo scorrimento verso il basso dello strato più superficiale di malta e tessere. Per avere un quadro esaustivo sulle effettive condizioni dell’opera, è stata prevista una nuova campagna di indagini diagnostiche, effettuate dall’Università del Molise e dal CRACS (Center for Research on Archaeometry and Conservation Science); le indagini interesseranno anche la fase esecutiva del restauro. Un'attenzione particolare riguarderà, inoltre, le condizioni microclimatiche ed ambientali, non soltanto per comprenderne l'eventuale incidenza nel processo di degrado del mosaico, ma soprattutto per individuare le migliori condizioni espositive future, in termini di illuminazione e parametri termoigrometrici. Il progetto di restauro, connotato dal principio del minimo intervento e finalizzato alla conservazione dell'integrità materiale dell'opera nello stato in cui si trova, si articolerà in due fasi diverse: tra i due momenti, sarà effettuata la movimentazione del mosaico. La movimentazione si rende necessaria per esplorare la parte retrostante la battaglia di Isso, verificare lo stato del supporto e definire compiutamente gli interventi conservativi complessivi da realizzare.
restauro mosaico Alessandro
Immagini delle attività di diagnostica sul mosaico del MANN. Credits: Pedicini Fotografi

 

 PRIMA FASE (gennaio- febbraio 2021):
 L’intervento ipotizzato, da eseguirsi in situ mediante l’allestimento di un cantiere visibile, è finalizzato alla messa in sicurezza della superficie musiva prima della movimentazione dell’opera.
 In questa fase, il mosaico sarà oggetto di:
  • Accurata ispezione visiva e tattile di tutta la superficie, preliminare alla successive lavorazioni;
  • pre-consolidamento delle tessere e degli strati di malta distaccati;
  • pulitura;
  • velinatura con idonei bendaggi di sostegno su tutta la superficie attualmente visibile.
In un momento immediatamente successivo, previa apposizione di un tavolato ligneo di protezione, nonché di un'idonea intelaiatura metallica di sostegno, il mosaico sarà rimosso dall'attuale collocazione, mediante un sistema meccanico di movimentazione appositamente progettato. L’indagine diretta sarà accompagnata da ulteriori analisi strumentali, grazie alle quali si definiranno gli interventi di restauro ipotizzati nella prima fase della progettazione, stabilendo le azioni da eseguire sul supporto per garantire la conservazione del manufatto. 
restauro mosaico Alessandro
Immagini delle attività di diagnostica sul mosaico del MANN. Credits: Pedicini Fotografi
SECONDA FASE (aprile- luglio 2021):
La seconda ed ultima fase esecutiva del restauro, quindi, interesserà, innanzitutto, il supporto del mosaico: le lavorazioni saranno eseguite, dunque, sulla superficie retrostante dell'opera.
Per tutelare le tessere musive, che, in tale frangente, non saranno visibili perché coperte dal tavolato ligneo di protezione, un significativo contributo tecnologico sarà fornito dalla TIM: la realizzazione di appositi smart glasses, indossati direttamente dai restauratori, consentirà di monitorare costantemente la corrispondenza tra la zona di intervento e la relativa superficie non visibile.
Le strumentazioni permetteranno, con una metodologia assimilabile a quella utilizzata in chirurgia: 1) la proiezione in scala 1:1 della parte frontale del mosaico su una apposita superficie, che potrebbe essere una parete o un telo appositamente collocato in loco. La proiezione sarà non soltanto uno strumento di lavoro per i restauratori, ma renderà fruibile dal pubblico quanto accade nel cantiere; 2) l’associazione alla proiezione di una serie di parametri geofisici desunti dalle indagini: questi parametri potranno essere interrogati dagli operatori in tempo reale, analizzando tutti i dati inerenti al manufatto nel suo complesso (supporto e superficie). Terminato l'intervento sul supporto, si prevede la rimozione dei bendaggi posti durante la fase iniziale d'intervento ed il completamento del restauro con operazioni di pulitura, ulteriori ed eventuali consolidamenti, trattamento protettivo finale. Il progetto di restauro, così, diverrà un'occasione per valorizzare, anche nella percezione dei visitatori, non solo il complesso percorso di ricerca, ma anche la metodologia adottata: in questa esperienza, la dimensione progressiva, puntuale ed attenta delle diverse fasi di lavoro, sarà una componente essenziale per sottolineare l'interconnessione di contributi e professionalità, alla base di un evento di rilevanza internazionale. 
restauro mosaico Alessandro
Il Mosaico della Battaglia di Isso tra Alessandro Magno e Dario di Persia (fine II/ inizi I sec. a.C.), partono le attività di restauro. Credits: Pedicini Fotografi
Testo e immagini dall'Ufficio Comunicazione MANN sulle attività di restauro del mosaico della Battaglia di Isso tra Alessandro Magno e Dario di Persia. Crediti di tutti gli scatti: Pedicini Fotografi