Catone Purgatory Dante Gustav Dorè

La causa dei vincitori piace agli dèi, quella dei vinti a Catone

Victrix causa deis placuit, sed victa Catoni: Catone Uticense e il senso della lotta e della libertà

«Nec quemquam iam ferre potest Caesarve priorem

Pompeiusve parem. Quis iustius induit arma?

Scire nefas; magno se iudice quisque tuetur:

victrix causa deis placuit, sed victa Catoni»

 

«Cesare ormai non può tollerare un superiore, Pompeo

un eguale. Chi prese le armi con più giuste ragioni?

Non è lecito saperlo; ognuno si avvale d’un grande giudice:

la causa dei vincitori piace agli dèi, dei vinti a Catone»

(Pharsalia I 125-128, trad. di Luca Canali)

 

È con questi versi della Pharsalia, il grande poema sulla guerra civile tra Cesare e Pompeo, che Lucano introduce le posizioni in lotta e la figura titanica di Catone.

E ditemi che non vi è venuta un po’ la pelle d’oca.

Negli esametri di questo giovane poeta aristocratico nato nella Spagna Betica – e che almeno per un po’ fu nella cerchia dei più intimi amici di Nerone, prima che il rapporto si deteriorasse e che il venticinquenne Lucano finisse costretto al suicidio nel 65 d.C. – Catone è la figura più positiva. Spesso è stato associato all’immagine del vero saggio stoico, che raggiunge la parità con gli dei grazie alla saldezza e all’imparzialità della propria posizione, ma, come disse Emanuele Narducci[1], il Catone di Lucano tende a distaccarsi dal modello stoico tradizionale ed è impregnato degli antichi ideali repubblicani.

Vincenzo Camuccini, La morte di Cesare, Napoli, Museo di Capodimonte. Foto di Gordon Johnson

Dice Catone a Bruto, che lo esorta ad astenersi – almeno momentaneamente – dal prendere parte al conflitto, perché la guerra che si sta combattendo è esecrabile e il saggio ne verrebbe contaminato:

«Summum, Brute, nefas civilia bella fatemur;

sed quo fata trahunt, virtus secura sequetur;

crimen erit superis et me fecisse nocentem.»

«O Bruto, definiamo le guerre civili un supremo abominio,

ma un deciso valore seguirà la strada dei fati;

diventi colpevole anch’io: sarà delitto degli dèi!»

(Pharsalia II 286-289, trad. di Luca Canali)

 

Catone non nega l’obiezione di Bruto: sa che partecipare alla guerra civile rende colpevole anche lui, sa che la guerra è summum nefas, sommo abominio, eppure si schiera. Emanuele Narducci ha compiuto una riflessione importante sulle scelte lessicali di questo passo (piccola annotazione, qualora qualcuno rischiasse di dimenticarlo: le parole sono importanti), in particolare sui due verbi trahere e sequi.

Foto di Henryk Niestrój

Trahere significa “trascinare”, sequi “seguire, conformarsi a” e se non è già chiaro perché qui siano sostanzialmente due opposti, basterà citare un passo del De Providentia di Seneca (V 4): gli uomini saggi non trahuntur a fortuna, sequuntur illam, non sono trascinati dalla fortuna, ma la seguono, la assecondano. Qui, però Catone sta dicendo che la sua virtus, il suo valore, seguirà i fati lì dove essi lo trascinano: è trascinato contro la propria volontà, ma allo stesso tempo si conforma. Non ha l’apàtheia del saggio, ma diventa piuttosto la personificazione del vero cittadino.

Ecco il senso del suo appoggiare la victa causa. Gli esiti delle vicende belliche hanno il benestare degli dei, la causa per cui Catone vuole combattere è destinata a fallire e lui lo sa. Prendere parte alla lotta significa rinunciare all’immagine del saggio che si astiene, che considera ogni evento buono e necessario, e che per questo asseconda il corso degli accadimenti: il fato trascina, ciò che accade non è voluto dal saggio, anzi, il saggio prende una posizione contro l’evento e proprio per questo segue quella via e partecipa, accettando di perdere la propria purezza. Lungi dall’attenersi al precetto di vivere in disparte, per questo saggio non schierarsi, quando è in corso una guerra civile è immorale: non significa cercare una incontaminata imparzialità, bensì preferire, in un momento in cui le fondamenta della società sono in pericolo, la propria egoistica salvezza individuale.

Inoltre, Catone non teme Cesare nel combattere contro di lui, perché gli impedisce di esercitare tanto il proprio dominio quanto la sua tanto propagandata clementia: sceglie il suicidio e chissà in che termini l’avrebbe presentato Lucano.

Catone Purgatory Dante Gustave Doré
Dante, Virgilio e Catone nell'illustrazione di Gustave Doré dal primo canto del Purgatorio, dall'edizione inglese della Divina Commedia (1901), Thompson & Thomas, Chicago

Questo racconto non c’è nella Pharsalia, ma possiamo concludere questo breve discorso pensando a un’altra famosa versione che del personaggio di Catone esiste in letteratura: quella di Dante, nel primo canto del Purgatorio.

Libertà va cercando, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta

Questo dice Virgilio a Catone, presentandogli Dante. Questo è il senso che nella Divina Commedia si dà al suicidio di Catone, senso che addirittura giustifica l’aver reso Catone, pagano suicida, custode del Purgatorio.

Catone Uticense
Jean-Baptiste Roman & François Rude, Caton d'Utique lisant le Phédon avant de se donner la mort (1840), marmo, Musée du Louvre. Foto di  M.Romero Schmidkte, CC BY-SA 3.0

Chissà, forse il Catone storico sarebbe contento di aver suscitato tante riflessioni, di essere diventato l’emblema e l’ispirazione di chi combatte lotte impari. Forse scuoterebbe la testa, forse ci riderebbe in faccia, forse l’uomo che davvero ha vissuto non c’entra nulla con tutto questo, ma non importa: l’impalpabile personaggio tessuto dai versi di Lucano si erge titanico davanti agli eventi, esprime le crisi filosofiche e sociali del mondo del suo autore ma è anche diventato il volto e il corpo di chiunque cerchi un senso da dare alla propria lotta e alla propria libertà.

Catone Uticense
Guillaume Guillon Lethière, La mort de Caton d'Utique (1795), Hermitage. Foto [1] in pubblico dominio
[1] Per una trattazione estesa delle principali questioni riguardanti la Pharsalia un riferimento bibliografico imprescindibile sono le opere di E. Narducci, tra cui “Lucano. Un’epica contro l’impero” e “La provvidenza crudele. Lucano e la distruzione dei miti augustei”.

 


Il padre della letteratura italiana: Dante

La notte tra il 13 e il 14 settembre 1321 moriva a Ravenna, gravemente malato, il padre della letteratura italiana, Dante Alighieri.

Intellettuale di riferimento per la nostra identità nazionale, è nel panorama italiano certamente uno dei più affascinanti. Nelle sue opere convergono tutti gli aspetti della cultura medievale, che sempre egli è pronto ad analizzare con curiosità e passione. Ma il suo merito più importante è forse la totale disponibilità al nuovo e all’autocritica, ciò che lo rende il prototipo dell’intellettuale per i letterati di tutto il mondo e di tutte le epoche, a partire dai contemporanei – si pensi alle letture pubbliche della Commedia tenute da Boccaccio - per andare poco più in là con Leonardo Bruni, nel Seicento con Milton e nel Novecento con Eliot e Montale.

E come non nominare l’impegno politico profuso per l’amata Firenze, cominciato con l’iscrizione all’Arte dei Medici e degli Speziali (era il 1295, aveva trent’anni) e culminato con l’accusa di appropriazione di denaro pubblico e di baratteria mentre era Priore del Consiglio dei Cento; nel 1302, con il prevalere della fazione nera guelfa, la pena si sarebbe tramutata in esilio e confisca dei beni. Dopo un periodo di sodalizio con i guelfi bianchi cacciati da Firenze, Dante scelse di accettare la pena e questa si rivelò la scelta definitiva, dopo che l’unica possibilità onesta e dignitosa di rientrare in patria, tramite l’auspicata liberazione della città ad opera di Arrigo VII nel 1310, era svanita. Gli ultimi anni della sua vita lo vedono muoversi di città in città, ospite gradito di eminenti personaggi, come Cangrande della Scala, dedicatario della terza Cantica della Commedia, e Guido Novello da Polenta, a Ravenna, dove tutt’ora giacciono le sue spoglie, invano richieste in futuro dai fiorentini.

Per quanto concerne la sua produzione letteraria, non si esagera quando si dice che nelle sue opere si può rintracciare tutto ciò che caratterizzerà la nostra letteratura nei secoli a venire: la Vita Nova è un prototipo di romanzo; le rime filosofiche, politiche o amorose innalzano la tradizione lirica; il Convivio è il primo esemplare di prosa filosofico-scientifica in volgare; il De vulgari eloquentia getta le basi per quello che sarà un dibattito di secoli sulla lingua letteraria.

Ma a 697 anni dalla sua scomparsa non si può non ricordarlo se non con l'opera che lo ha reso immortale: la Commedia. Questa non solo dà finalmente una possibilità concreta al volgare di dimostrare le sue potenzialità come lingua di cultura, ma racchiudendo in sé ogni campo del sapere, dalla religione, alla filosofia tomistica, all’amore, alla politica, alla cultura classica, alla mitologia, in un impianto organico e brillante, rende la scelta di Dante audace e il suo prodotto un unicum nella storia della nostra cultura.

Si citano qui alcune terzine che, a parere di chi scrive, rappresentano un punto di snodo - brutale forse - all'interno del percorso spirituale del poeta:

“così dentro una nuvola di fiori

che da le mani angeliche saliva

e ricadeva in giù dentro e di fori,

 

sovra candido vel cinta d’uliva

donna m’apparve, sotto verde manto

vestita di color di fiamma viva.

 

E lo spirito mio, che già cotanto

tempo era stato ch’a la sua presenza

non era di stupor, tremando, affranto,

 

sanza de li occhi aver più conoscenza,

per occulta virtù che da lei mosse,

d’antico amor sentì la gran potenza.

 

Tosto che ne la vista mi percosse

l’alta virtù che già m’avea trafitto

prima ch’io fuor di püerizia fosse,

 

volsimi a la sinistra col respitto

col quale il fantolin corre a la mamma

quando ha paura o quand'elli è afflitto,

 

per dicere a Virgilio: ’Men che dramma

di sangue m’è rimaso che non tremi:

conosco i segni de l’antica fiamma’.

 

Ma Virgilio n’avea lasciati scemi

di sé, Virgilio dolcissimo patre,

Virgilio a cui per mia salute die’ mi;

 

né quantunque perdeo l’antica matre,

valse a le guance nette di rugiada

che, lagrimando, non tornasser atre.

 

"Dante, perché Virgilio se ne vada,

non pianger anco, non piangere ancora;

ché pianger ti conven per altra spada".”

[Purgatorio XXX, vv 28-57]

Nell’arco di pochissime terzine avviene  quel che tutti sanno essere il definitivo passaggio del testimone di Virgilio a Beatrice. Ma andando un po’ oltre, si legge un richiamo chiaro alla Vita Nova, con la quale Dante sembra volersi riallacciare solo un istante, per riprenderne sentimenti e motivi subito vestiti però di significati teologici: ecco che “candido vel”, “verde manto” e “vestita di color fiamma viva” indossati dalla figura descrivono niente altro che i colori delle tre virtù teologali (Fede, Speranza e Carità – anche nella Vita Nova Beatrice vestiva di rosso); la “cinta d’uliva” che ha sul capo rappresenta la Pace e la Sapienza; “lo spirito mio […] tremando” adesso trema di fronte alla divinità che trasuda, di natura diversa da quella di VN XXVI.

Il poeta non l’ha riconosciuta, e vorrebbe chiedere, come un bambino, il perché percepisca un “antico amor” e una “antica fiamma” al “carissimo padre” Virgilio. Ma Virgilio è scomparso. O meglio, Dante si è tolto da solo quel padre da cui sembrava volersi affrancare già in Inf. XXV 45, quando lo aveva zittito; che aveva affiancato a Stazio da Pur. XXI e che già in Pur. XXVII aveva pronunciato le sue ultime parole (vv 124-142), congedandosi come maestro e guida (“Tratto t’ho qui con ingegno e con arte;/ lo tuo piacere omai prendi per duce[…]/per ch’io te sovra te corono e mitrio). Ma cosa potrebbe simboleggiare tutto questo?

Quello che avviene in questi versi non è che la rinuncia a tutto ciò che riguarda la condizione umana, a tutto il passato, a tutto il male visto e compiuto, all’amore per qualsiasi altra cosa non sia Dio, alla conoscenza di qualsiasi altra cosa non sia Dio. Ecco perché Dante, tramite quella che gli si presenterà qualche verso più tardi come Beatrice, la donna un tempo amata, si rimprovera immediatamente per indugiare ancora nel pensiero di ciò che ormai è passato e si invita a pensare al lungo cammino che ancora lo attende.

Dante Alighieri padre letteratura italiana
Dante, affresco (1499-1502) ad opera di Luca Signorelli, particolare tratto dalle Storie degli ultimi giorni, cappella di San Brizio, Duomo di Orvieto. Foto di Georges Jansoone (JoJan), CC BY-SA 3.0

Fonti

La Scrittura e l’Interpretazione, Palermo, 2011

La Divina Commedia, Torino, 2012