Il mio nome è Mostro Katie Hale

Il mio nome è mostro: intervista a Katie Hale

Il mio nome è mostro, un romanzo pandemico e femminista - Intervista a Katie Hale

Una trama cesellata nella disperazione e nella desolazione, così appare il gioiello arido di Katie Hale, Il mio nome è Mostro. Un futuro sconfitto dall'epidemia e dalle guerre, è il palcoscenico post apocalittico nel quale compie il suo viaggio di sangue e caligine l'ultimo essere umano sopravvissuto: una giovane donna. Gli stereotipi del genere vengono ribaltati o epurati. Nessuna evoluzione fantastica o incubi lovecraftiani, il mondo dipinto dall'angosciante penna della Hale è la nostra Terra, nel suo crudo realismo, nelle sue verità disincantate. Morte, fame, dolore, il vuoto tutto intorno. Mostro, questo è il nome della sopravvissuta, arranca in una catastrofe personale che si fonde all'apocalisse. Ma un giorno incontra una bambina. Una creatura debole e primitiva, eppure l'unica che ha incontrato nel Nord.

La chiamerà proprio Mostro. Mentre lei sarà la Madre. Dio ha cacciato gli uomini dal paradiso terrestre, Eva non ha visto Adamo. Eva sopravvive con i mostri, i mostri sono forti e non hanno bisogno di dio. Una sofferta Genesi biblica, controcanto della Creazione. Questa la storia che ho assaporato con la sofferenza a languire nel mio corpo. Flashback puntuali modellano il passato dei Mostri, pallide creature assediate dalla società e dalla famiglia. Raffinata ricostruzione di una biografia della malinconia, il dolore come strumento narrativo. Il mio nome è Mostro è una storia potente, uterina, femminista, ma non ricca di falsa retorica. È una ferita che perde pus e sangue. Come un parto difficile. Sullo sfondo di un cielo perennemente assediato dal vuoto della morte una ragazzina e una madre riscoprono cosa significa essere vive, nonostante la fine del mondo. Un romanzo mostruoso, che insegna che la parola "mostro" deriva dal latino, dove indica anche un Prodigio, meraviglia del non-creato.

Con una prosa funambolica che oscilla pericolosamente tra il lirismo evocativo e la grezza rappresentazione visiva, mi sono innamorato di un'esordiente brillante.

Ringraziamo Katie Hale, autrice del romanzo Il mio nome è Mostro, per aver risposto alle domande di ClassiCult.

Il mio nome è Mostro Katie Hale
Katie Hale. Credits Phil Rigby

 

 

Hai sensibilmente cambiato uno stereotipo del genere post-apocalittico, ovvero, hai scritto un “last woman novel” invece di un “last man novel”. Apprezzo molto la tua scrittura, la tua visione del mondo e il tuo lirismo crudo. Volevi scrivere la tua personale (e biografica) apocalisse invece di una catastrofe prevedibile?

Penso che siamo così abituati a film in cui l’unico sopravvissuto è un uomo iper-mascolino, che di solito sopravvive attraverso atti di violenza, quella brutalità che è diventata parte della nostra comprensione culturale di cosa significa sopravvivere. Volevo capovolgerlo – perché mentre Monster non ha paura di usare la violenza se necessario, quello che le permette di sopravvivere è la sua praticità e il suo pragmatismo, insieme al suo allontanamento dalle altre persone. Volevo esplorare quello che diventa importante alla nostra sopravvivenza e successo, una volta che quelle strutture di potere dominate dagli uomini non esistono più: indipendenza, perseveranza, l’abilità di far crescere le cose.

Albrecht Dürer, I quattro Cavalieri, incisione (circa 1496/1498). Foto National Gallery of Art [Open Access Policy] Ferdinand Lammot Belin Fund and William Nelson Cromwell Fund, CC0

L’epidemia nel tuo romanzo rimane un elemento di sfondo disturbante. Leggere quest’opera durante la pandemia è stata un’esperienza davvero potente, pensi di essere stata un po’ profetica?

Spero di non aver accidentalmente richiamato la pandemia in qualche modo! Ma penso che tutti gli elementi per il declino dell’umanità siano già presenti nella nostra società. Ne siamo consapevoli (cambiamento climatico, malattie, batteri resistenti agli antibiotici, la minaccia di una guerra nucleare) ma il più delle volte guardiamo altrove. Ma parte del ruolo dello scrittore è di esplorare non solo i singoli personaggi e i loro difetti, ma anche guardare alle nostre colpe come specie: come quelle mancanze risiedono accanto ai nostri amori, gioie e relazioni personali, e come navighiamo nel nostro stesso futuro, o nella mancanza di esso.

Niente mostri o strane presente, nessun incubo. Puro realismo sospeso in una terra desolata contemporanea. Qual è la tua relazione con gli elementi soprannaturali della letteratura?

Per me, il soprannaturale è qualcosa che esiste dentro tutti noi. È nelle storie che raccontiamo nelle notti buie – sia per spaventare che per confortare noi stessi. È parte del linguaggio che usiamo per relazionarci con gli altri, per dare senso alla nostra esperienza comune come specie umana. Quindi persino quando non vi è un elemento esplicitamente soprannaturale, come in My Name is Monster, penso ci sia qualcosa di soprannaturale – qualcosa di quasi misterioso – nel modo in cui entriamo in contatto gli uni con gli altri.

Il mio nome è Mostro Katie Hale
La copertina della prima edizione italiana del romanzo distopico Il mio nome è Mostro, di Katie Hale, pubblicato da Liberilibri (2020) nella traduzione di Carla Maggiori

Quanto è importante essere un mostro? Quanto è importante essere una madre?

Entrambe le identità riguardano diverse visioni di cosa significa essere una donna, e differenti aspettative del ruolo della donna nella società. Spesso sono presentati come archetipi binari: le donne possono essere sia ‘soft’ e materne, o possono adottare tratti ‘mascolini’ e pensare solo alla carriera – un mostro di ‘successo’. Sono dei binari che esistono nelle fiabe (le splendide principesse contro le streghe malvage) – ma le fiabe sono state tradizionalmente usate come meccanismo per controllare il comportamento delle donne, e nel mondo reale le figura del ‘mostro’ e della ‘madre’ non sono binarie quanto il genere stesso. In My Name is Monster, ‘monster’ arriva a rappresentare il sopravvissuto solitario e indipendente, mentre ‘mother’ riguarda la creazione di relazioni interpersonali di cui abbiamo bisogno per poter sopravvivere emotivamente. Per me, personalmente, sono entrambi elementi necessari per orientarsi nella vita e in tutte le sue difficoltà – come confermato dall’attuale pandemia.

Per contrasti o somiglianze mi hai ricordato vari scrittori, persino alcuni poeti. Chi sono i tuoi mentori o la tua fonte di ispirazione?

In apparenza, My Name is Monster è una rivisitazione di Robinson Crusoe e Frankenstein, quindi è giusto dire che entrambi i libri hanno avuto un’enorme influenza nella scrittura di questo particolare romanzo. Ma sono anche influenzata in modo più ampio da numerosi altri scrittori, inclusi poetesse come Fiona Benson e Liz Berry, entrambe molto interessanti quando si tratta di narrare l’esperienza femminile e rivisitare storie di racconti popolari e mitologici.

Parliamo del tuo stile di scrittura. Spesso molto evocativo, delicato, in altri momenti invece c’è molto dolore, malinconia e smarrimento. Mi piace il tuo stile, è una prosa emozionante. Tu che ne pensi?

Scrivo poesie oltre che narrativa, quindi spero che lo stile del romanzo rifletta alcune di quelle. Il romanzo tratta ampiamente anche il linguaggio, chi può controllarlo e sul potere che il linguaggio ci dà. Il linguaggio può essere usato come strumento di oppressione ma può anche essere sovversivo. Attraverso i diversi approcci di Madre e Mostro al linguaggio, e attraverso le loro diverse voci, ho voluto esplorare come il linguaggio può essere qualcosa di bello e potente, come possiamo perderci in esso e tuttavia usarlo come mezzo di scoperta. Spero che tutto questo sia presente nello stile del romanzo così come nel suo contenuto.

Madri e figli. Volevi scrivere in una Genesi biblica? Una metafora apocalittica di come Eva non ha bisogno di nessun Dio ma di qualcosa per cui combattere?

È interessante che tu abbia scelto l’esempio di Eva e Dio come creato e creatore – specialmente perché in questo caso, semmai, è Adamo quello di cui Eva non ha bisogno, non Dio. Ma quando stavo pensando al ruolo del creatore, stavo pensando più al personaggio di Victor Frankenstein e alla creatura che ha creato (o, come è conosciuto dalla pubblicazione del libro, il ‘mostro’). C'è qualcosa di veramente interessante nel romanzo di Shelley, in cui il personaggio di Frankenstein viene rivelato e sviluppato attraverso le sue risposte alla creatura che ha creato; in altre parole, la creatura creata a sua volta diventa una specie di creatore. È qualcosa che penso ogni genitore abbia sperimentato: come nel crescere un figlio, tu stesso vieni cambiato dalle risposte di quel bambino al mondo. Semmai, la genesi di My Name is Monster è circolare, di creato e creatore in costante simbiosi.

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


"Piccole Donne" di Louisa May Alcott: la riscoperta di un classico

Il Robinson Crusoe di Defoe canonizzò un preciso genere letterario, ovvero quello del racconto avventuroso e dai risvolti negativi, che venivano puntualmente appianati dall'ingegno e dalla forza del protagonista anglo-americano. Tale tradizione novellistica ricevette l'epiteto di “robinsonade” per sottolineare i topoi e le costruzioni narrative estrapolate di sana pianta dal capolavoro di Defoe. Nel Nord America la “robinsonade” si trasformò, nel corso del diciannovesimo secolo, in “edisonade” (termine desunto ovviamente dall'inventore statunitense Thomas Edison). Le “edisonate” sono romanzi/racconti colorati da una forte tinta semi-tecnologica e fantascientifica e determinano il primo passo fondamentale all'interno della letteratura steampunk.

Così gli States sono sconquassati dalle bizzarre peripezie di improbabili inventori e scienziati pazzi e allietano le giornate dei lettori più giovani. La juvenile literature presenta quindi una connotazione prevalentemente avventurosa, con personaggi quasi picareschi che si tuffano in situazioni pericolose quanto comiche/goliardiche, ovviamente tale produzione narrativa fu destinata prevalentemente a un pubblico maschile, fruitore dei boys' books.

Su questa scia si incanalerà anche la produzione di Mark Twain che usò i giovani americani come personaggi dei suoi scritti. Il merito di Twain fu quello di stigmatizzare la figura moralista e positivista dei Good Boy (premiati ovviamente con lieti fine) per “innalzare” i bad boys, personaggi scavezzacollo e teppisti del sud, al ruolo di (anti)eroi. Twain non punisce i suoi young men ma, mediante l'uso della parodia, dimostra quanto sia semplice smontare la recita puritana-americana allestita dagli intellettuali del tempo, profondi debitori della sensibility vittoriana. Così la maschera di un'America perfetta, terra dei sogni/nuovo mondo, viene banalmente gettata via per lasciare spazio a un terreno, per quanto brullo e arido, molto più interessante. A fertilizzare le sterminate pianure del mid-west arrivò proprio il neo-linguaggio di Twain che portò alla letteratura americana un pesante impiego di termini gergali, utili alla costruzione di una narrativa nazionale autonoma senza la patina della “madre-patria” britannica.

Piccole Donne Louis May Alcott D'altro canto meno rosea e più fossilizzata è la produzione dei girls' book, testi stilati da autrici donna e che sintetizzano la vita, l'istruzione, le norme comportamentali e il modus operandi delle “giovani americane”. Tali “prodotti” (le scrittrici del tempo scrivevano, saranno molte ad ammetterlo in prima persona, soprattutto per soddisfare i propri bisogni economici, dando uno slancio “industriale” al romanzo giovanile per il pubblico femminile. Ne deriva la giustificazione del termine prodotto) gravitavano principalmente a plasmare la fanciulla in una creatura del focolare domestico, istruita non in quanto “persona” ma nella sua natura di donna ovvero relegata al ruolo di madre e guardiana del nucleo familiare.

Per la stessa ragione era sconsigliato, per non dire vietato, alle giovani donne di leggere i testi destinati ai giovani uomini, così da scongiurare qualsiasi tipo di “corruzione” morale. La letteratura si sobbarca i medesimi obiettivi delle tutrici o dei genitori del tempo, ovvero educare le girls alla pudicizia e preservare la loro casta innocenza. Tale polarizzazione didascalica di stampo patriarcale renderà ancora più evidente la fragile posizione della donna all'interno della società statunitense. Infatti l'accento paternalistico degli editori e degli scrittori d'oltre oceano imponeva di scegliere le letture più adatte alle donne, cristallizzando la loro crescita culturale e personale. Come accennato poc'anzi non interessa a nessuno modellare una “cittadina americana” bensì una moglie ideale, una madre esemplare e una tutrice delle norme comportamentali dell'ambiente domestico. Tale leitmotiv è reso evidente dalla genesi di nuove “figure” cardine del tessuto sociale americano, infatti nasce una mitologia della nursery, ovvero il primeggiare all'interno dei girls' books di quelle protagoniste che sono semplicemente le victorian good girls, figure dall'estetica sobria e graziosa, dal contegno puritano e completamente estranee alla sfere sessuali della vita, che nella età adulta diventano esempi tangibili di morale granitica e dedizione alla propria famiglia.

Piccole Donne Louis May Alcott La Alcott diede alle stampe il suo capolavoro Little Women nel 1868, quattro anni dopo la morte di Hawthorne, fervido critico delle scribbling women che sfornavano romanzi da “scribacchine”, poveri di arte e ispirazione. Piccole Donne non si allontana drasticamente dalle istanze canoniche dei girls' books e dei romanzi di formazione classici della letteratura anglo-americana, ma ha il merito di arricchire un genere univocamente debitore del mondo puritano e domestico. Alcott connota le sorelle March di una verve comica pungente, di un ventaglio di emozioni e sensibilità che spaziano dal sentimento amoroso al carisma magnetico di attore protagonista della american society. Non vuote figure passive della narrazione, bensì entità attive non arrendevoli al pathos peripatetico dei romanzi precedenti di altre autrici.

La fortuna di Louisa May Alcott si concretizza in primis nel tratteggiare nella “letterature per giovinette” un ruolo essenziale nell'adolescenza, che non viene vista come un pallido periodo per lo sviluppo fisico-psichico (declinato al negativo nelle sue accezioni sentimentalmente vuote, ovvero la corsa al marito perfetto) bensì la pubertà si eleva a tornio che affila l'identità personale e proietta le donne nel dibattito politico. Alcott si distacca da chi l'ha preceduta e porta le sorelle March sul palcoscenico del dibattito americano e del ruolo della donna. Le sue protagoniste diventano le casse di risonanza di tutte quelle donne e fanciulle costrette al silenzio nelle prigioni domestiche.

Piccole Donne Louis May Alcott La critica letteraria Lisa Pual sostenne che la juvenile literature femminile occupava un ruolo marginale all'interno del canone letterario statunitense, fossilizzato nel mainstream della white middle-class americana. In parte è vero, quanto la Alcott venne maggiormente analizzata negli anni '80 del secolo scorso, sorte simile alla Montgomery con la sua Anna dai capelli rossi o alla Travers e Mary Poppins. Comunque è doveroso sottolineare che senza l'apporto di tali scrittrici oggi gli studi di genere e l'emancipazione femminista non sarebbero gli stessi, o forse non esisterebbero affatto. Infatti le lotte della Alcott sono evidenziate dalla statura carismatica delle sue protagoniste che al contrario delle statiche “false eroine” del periodo vittoriano non si sviluppano in senso orizzontale (assenza di evoluzione e formazione) ma in natura verticale, raggiungendo uno stadio di profondità personale, sociale e culturale fin da quel momento inedita.

In conclusione credo che la presente edizione data alle stampe da Oscar Vault (ricca di elementi estetici di pregio e accorgimenti tipografici) non sia una semplice riproposizione di un classico della letteratura dell'infanzia (famoso anche per le sue atmosfere natalizie) ma un'occasione importante per riallacciare i rapporti con una sensibility femminile, banalmente edulcorata in passato da una critica letteraria maschilista e insensibile alle evoluzioni della produzione intellettuale femminile.

Piccole Donne Louis May Alcott
La copertina della prima edizione Oscar Draghi di Piccole Donne di Louisa May Alcott, con traduzioni di Chiara Spallino Rocca e Luca Lamberti

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.