lunedì inizia sabato Strugatskij

Lunedì inizia sabato: magia e ottimismo della fantascienza russa dei fratelli Strugatskij

Per la prima volta in Italia è giunto un capolavoro della fantascienza russa, da tempo ingiustamente ignorato e mai pubblicato in Italia, grazie al pregevole impegno della Ronzani Editore. Lunedì inizia sabato è una delle opere più importanti dei fratelli Arkadij e Boris Strugatskij, se non quella che più di tutte è stata accolta con entusiasmo dai lettori russi.

Un'opera - la cui prima edizione risale al 1964 - di grandissima levatura e in grado di anticipare il futuro, unendo a questo un'ironia senza pari e un lirismo favolistico che incanta il lettore, conducendolo nei meandri fatati del folklore russo. Pervaso di un ottimismo contagioso e dilagante, il romanzo è un invito genuino e meraviglioso ad esplorare la fantasia, non solo dei due autori, ma in generale dell'uomo.

Spinti dal bisogno di esorcizzare i macro-eventi storici come le guerre mondiali e le tensioni politiche coeve, quindi con la volontà di porre una certa barriera ideologica rispetto ad alcuni precedenti autori di science fiction, fortemente pragmatici,  gli autori elaborano il fantastico (di cui la fantascienza è una declinazione) come strumento non di pura evasione dalla realtà, ma come organismo alternativo (non utopico) al presente ecosistema sociale, politico e culturale.

La missione dei fratelli Strugatskij, almeno nei primi lavori, è quella di descrivere le fantasticherie del futuro, possibili soltanto grazie alla fiducia nell'uomo e al positivismo; comunque è necessario sottolineare che anche in Lunedì inizia sabato spuntano fuori anche i leitmotiv più cari ai due fratelli, come la destrutturazione dell'utopia sovietica, la sagace satira contro le inestricabili matasse burocratiche della macchina politico-lavorativa post-staliniana e la proposizione di alcune oscure metafore che proiettano l'uomo verso un destino ignoto e non così tanto solare.

Il romanzo presenta una struttura atipica, anzi sembra più un collage di storie e situazioni surreali, ed è infatti diviso in 3 storie e una postfazione. Il tutto è colorato dall'ironia, gli intenti parodici e macchiettistici dei nostri autori. Le storie dei fratelli Strugatskij sono ambientate nelle foreste della Carelia, regione di cui vi ho ampiamente parlato nell'articolo dedicato al romanzo finlandese La via eterna. Il malcapitato ingegnere Sasha Privalov si imbatte in due strani individui dell'ISSTEMS (Istituto di ricerca Scientifica e Tecnologica per la Magia e la Stregoneria), costoro costringono bonariamente l'inconsapevole Sasha di lavorare per il loro centro di ricerca, che ha molto di scientifico ma fin troppo di fantastico. Una vera accademia delle meraviglie.

Concludo, altrimenti potrei anticipare fin troppo e rovinare la splendida intervista con il traduttore Andrea Cortese (di cognome e di fatto), affermando che il romanzo ha un pregio che moltissimi altri testi possono invidiargli, ovvero la perfetta felice convivenza tra elementi fantastici, mitologici, folklorico-popolari, fiabeschi delle terre russe e i più visionari e futuristici inserti fantascientifici. Il risultato è più che magnifico, un qualcosa che pochissimi hanno fatto nella letteratura di genere (tanto meno la planetary romance di stampo pulp). Il tutto è corredato da alcune illustrazioni di Antonio Carrara, che a mio avviso rispecchiano benissimo lo spirito del romanzo. Un'ulteriore conferma della dedizione editoriale che la Ronzani presta ai suoi prodotti estremamente curati.

Ringrazio nuovamente Andrea Cortese per avermi concesso il suo tempo e per la sua simpatia per intavolare una piacevolissima chiacchierata nell'universo immaginifico di quei formidabili autori, i fratelli Strugatskij.

lunedì inizia sabato StrugatskijGentilissimo Andrea, cosa differenzia, secondo te, i fratelli Strugatskij dagli autori di SF russa?

Ciao Cristiano, innanzitutto ti ringrazio per l’opportunità. Sono molto lieto di vedere interesse per la fantascienza russa e per i fratelli Strugatskij. Per rispondere alla tua prima domanda è necessaria una "piccola" digressione. La fantascienza russa è abbastanza vasta e ha attraversato varie epoche e correnti, dalle prime escursioni ottocentesche di Konstantin Tsiolkovskij (teorico del c.d. ascensore spaziale, spesso definito il Jules Verne russo) alla fase “aurea” nel primo trentennio del novecento con autori come Aleksej Tolstoj (Aelita, 1923, L’iperboloide dell’ingegner Garin, 1927), Vladimir Obručëv (Plutonia, 1924, La terra di Sannikov, 1926) e Aleksandr Beljaev (L’uomo anfibio, 1928). In questo stesso periodo si collocano anche due famosi romanzi brevi di Michail Bulgakov (Cuore di Cane e Le uova fatali, 1925), che possiamo ricomprendere nel genere fantascienza.

L’era di Stalin coincise con quello che è generalmente considerato un “decadimento” della fantascienza: fantastika bliznego pritsela (termine che da noi viene reso come “fantascienza del campo ravvicinato” o “ristretto” o “del respiro breve”). Le tematiche affrontate erano molto “terrene”, ancorate fortemente all’elemento tecnologico e all’ideologia, spesso a discapito della rappresentazione dei personaggi.

Raffigurazione artistica dello Sputnik. Immagine di Gregory R Todd, CC BY-SA 3.0

A bene vedere, comunque, anche questo periodo ha visto scrittori di qualità, come Grigorij Adamov, con il suo memorabile Il mistero dei due oceani (1939). L’era della “rinascita” è senz’altro opera del paleontologo Ivan Efremov che, con il suo romanzo La nebulosa di Andromeda (1957, per coincidenza, l’anno dello Sputnik), dà avvio alla c.d. seconda ondata di fantascienza russa. I fratelli Strugatskij iniziano la loro avventura proprio da qui ed Efremov è senz’altro un riferimento. La loro proposta è però diversa. Efremov descrive meticolosamente un’umanità proiettata in un futuro lontano che, dopo aver raggiunto un elevato grado di sviluppo sociale, tecnologico e morale, è pronta all’incontro con i fratelli d’intelletto (brat’ja po razumu), cioè con le altre civiltà disseminate nell’universo (pensiamo anche al romanzo breve apprezzato da Asimov, Il cuore del serpente, 1959). Efremov crea un mondo ideale popolato da persone quali tutti dovremmo diventare, modelli cui ispirarsi e da imitare: gli uomini del domani.

Ecco, proprio in questo sta la differenza maggiore con i fratelli Strugatskij. Nelle loro opere, anche in quelle che sono ambientate nel futuro, gli Strugatskij collocano le persone del presente (con tutte le loro aspirazioni, debolezze e insicurezze). Anche quando ci proiettano negli scenari futuribili del Polden’ (il c.d. universo del Mezzogiorno), gli Strugatskij immaginano sempre un essere umano non dissimile da quello odierno. Uno dei loro racconti è addirittura intitolato Počti takie že (Quasi gli stessi). Gli Strugatskij non hanno mai scritto utopie, sebbene i loro primi lavori siano pervasi da un forte senso di ottimismo. L’ottimismo tende progressivamente ad affievolirsi e spegnersi (dopo Chruščëv arriva Breznev...). Inoltre, gli eroi strugatskiani si scontrano spesso con veri e propri scenari distopici (È difficile essere un dio, L’isola abitata).

lunedì inizia sabato StrugatskijLunedì inizia sabato è un’opera ampia, scanzonata, lirica e anche onirica. Possiamo considerare questo romanzo come il manifesto letterario dei fratelli Strugatskij?

Lunedì inizia sabato fa parte della prima fase degli autori, la fase dell’ottimismo. È il concentrato dell’entusiasmo e delle aspirazioni di due giovani, di uno scienziato (Boris) e di un linguista (Arkadij), che avevano da poco fatto il loro ingresso nel mondo letterario e che pensavano di vivere della loro arte. È una sorta di compendio di battute e di sketches via via raccolti nei primi anni.

Boris Strugatskij racconta che nel 1960, mentre era in missione nel Caucaso per conto dell’Osservatorio di Pulkovo (per l’individuazione della sede per l’installazione del grande telescopio ottico) lui e i colleghi presero “a comporre storielle senza capo né coda dove c’era quella stessa pioggia, quella stessa lampadina scialba appesa al filo senza abat-jour, quella stessa veranda umida, piena di vecchi mobili e casse con l’attrezzatura, e quello stesso triste mortorio, ma dove, ciò nonostante, accadeva ogni genere di cosa divertente e assolutamente impossibile: apparivano dal nulla persone stravaganti e ridicole, che effettuavano rituali magici e pronunciavano discorsi assurdi e spassosi, e dove tutte quelle quattro pagine di pieno e surreale abracadabra terminavano con le meravigliose parole: IL DIVANO NON C’ERA!!”.

Più in generale, Lunedì inizia sabato è l’esempio perfetto del modo di scrivere degli autori: una prosa “scattante” (anche dove non c’è azione), “densa” (di concetti, ragionamenti, citazioni, problematiche profonde ecc.), “frizzante” (di entusiasmo giovanile), insomma, nerd fino al midollo.

La copertina della prima edizione di Lunedì inizia sabato, di Arkadij e Boris Strugatskij. Fair use

Il folklore russo e nordico/careliano riveste un ruolo centrale all'interno del romanzo. Puoi spiegarci meglio questa interessante fusione fanta-popolare con la "scientificità" del contesto di Lunedì inizia sabato?

La storia su maghi, fattucchiere e stregoni all’interno di un istituto scientifico contemporaneo è stata un “pallino” degli autori fin dagli anni cinquanta. Per capirci meglio: non è la scuola di magia per bambini di potteriana memoria, bensì una vera e propria università della stregoneria. La tradizione letteraria russa è fondamentale. La pietra d’angolo su cui si regge tutta la prima parte del libro è l’incipit del poema Ruslan e Ljudmila di Puškin (“C’è una quercia verde sulla baia del mare…”) in cui ci sono già, radunati, tutti gli elementi del folklore (il gatto cantastorie, la quercia, la russalca, la strega Baba-Jaga, la casetta su zampe di gallina eccetera). Un confronto tra modernità e tradizione, un modo per disinnescare l’atavica superstizione e suscitare l’amore per le discipline scientifiche. Il tutto ha ovviamente un effetto comico ed è concepito anche come satira della vita e dell’organizzazione accademica del tempo. Molti personaggi sono direttamente ispirati a persone realmente esistite (ad esempio, per il professor Vybegallo, personaggio negativo per eccellenza, il modello è l’agronomo sovietico Trofim Lysenko).

Come spiegheresti il titolo del romanzo e quindi una delle massime dei "maghi" del misterioso istituto?
Lunedì inizia sabato è il motto dell’ISSTEMS. È un inno alla dedizione e al lavoro, allo studio e all’applicazione scientifico-sperimentale. È il codice dell’anima di ogni scienziato sinceramente devoto alla propria missione. Ma le parole, come spesso accade, finiscono con l’esporsi a interpretazioni contrastanti (soprattutto ad opera dei membri del dipartimento di Conoscenza Assoluta...). Inoltre, vi è un significato ulteriore del titolo, quasi letterale, legato al segreto che i nostri eroi sono chiamati a svelare nella terza parte del libro. Di più non posso dire, per non spoilerare...

La strega Baba-Yaga in un dipinto di Viktor Mikhailovich Vasnetsov. Immagine in pubblic dominio

Andando nello specifico, come ti sei trovato a tradurre quest’opera?

Beh, direi che è stata una sfida personale appassionante, ma tutt’altro che semplice da affrontare. Come traduttore mi sono trovato davanti vari ostacoli, per lo più di natura storico-culturale, ma non solo. Ad esempio l’acronimo dell’istituto di Solovets è NIIČAVO che in russo somiglia molto alla parola ničego (= niente, fa niente, è lo stesso). Uno sfottò degli istituti di ricerca dell’epoca (i vari NII-). La versione italiana è ISSTEMS, con suono ispirato al parlato settentrionale (l’è istess).

Mi vengono in mente anche le divertenti poesiole in rima disseminate nel testo (“Una dacia voglio costruire…”). Per mia fortuna, un aiuto al superamento di certe “barriere” l’ho avuto da una madrelingua appassionata, Tatiana Florinskaja, che ringrazio ancora una volta. Un altro grande sostegno è senz’altro l’opera della schiera di cultori che va sotto il nome di "ljuden", un gruppo di studiosi appassionati che hanno scandagliato, studiato e commentato tutto lo scibile strugatskiano!

Mi ha sorpreso molto che in Italia sia giunta solo di recente quest’opera dei fratelli Strugatskij, a cosa è dovuta questa tardiva ricezione?

Le opere dei fratelli Strugatskij han cominciato ad arrivare in Italia molto presto, già a partire dal 1961, con la collana di 14 racconti di fantascienza sovietica curati da Jacques Bergier (3 racconti dei fratelli Strugatskij). Pubblicazioni si sono poi susseguite per tutti gli anni sessanta, ma si sono via via rarefatte, salvo ovviamente i bestseller Picnic sul ciglio della strada ed È difficile essere un dio, titoli che hanno avuto più edizioni nel nostro paese. Di recente si sta assistendo a una ripresa d’interesse da parte di pubblico ed editori.

Non so perché Lunedì inizia sabato non sia mai stato pubblicato prima nel nostro paese. In effetti, siamo arrivati un po’ in ritardo, visto che si tratta di uno dei romanzi più noti e popolari degli autori e ha avuto anche moltissime traduzioni in giro per il mondo (a proposito: grazie a Ronzani Editore che ha creduto nel progetto!). Vero è comunque che questo libro è molto ancorato a storia e tradizione russe ed è pertanto un testo di fantascienza molto poco ortodosso che solo un lettore russo può apprezzare appieno.

Inoltre, non dimentichiamo che l’Italia sembra scontare una quasi atavica avversione per la fantascienza, spesso considerata letteratura “minore” (anche se tanti grandi autori se ne sono occupati, da Salgari a Buzzati a Primo Levi ecc.); dall’altra, la fantascienza russa (un tempo si diceva sovietica) è stata spesso (e spesso a torto) bollata come sottoprodotto “minore” della fantascienza, un concentrato di barbosità, per lo più a forte connotazione ideologica, da considerarsi perciò a maggior ragione anacronistica dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Per la mia esperienza, è vero il contrario. Si tratta di una produzione letteraria tutta da scoprire dove non è raro imbattersi in autentici gioielli che possono essere apprezzati trasversalmente da un’ampia platea di lettori (non solo gli appassionati di fantascienza), a prescindere dalla loro specifica idea politica.

A differenza di altri romanzi del genere la vena utopica/socialista viene messa alla berlina molto spesso. In patria come sono stati accolti questi scritti?

Come detto, i fratelli Strugatskij non hanno mai inteso scrivere utopie. Non erano “dissidenti” come alcuni hanno scritto in occidente, semmai umanisti, nel senso pieno della parola. Con la satira hanno spesso messo nel mirino la demagogia e la macchina burocratica del loro tempo e hanno avuto vari problemi con la censura, soprattutto a partire dal 1967.

Pensiamo che libri come La chiocciola sul pendio (1965), La favola della Trojka (1967, una specie di continuazione di Lunedì inizia sabato) e La città condannata (1975), hanno visto la luce solo tra la fine degli anni ’80 e i primi ’90. A parte questo, gli autori sono stati accolti fin da subito molto calorosamente dal pubblico e dalla stessa comunità letteraria. Sono tuttora popolarissimi e considerati i campioni della fantascienza russa. Attualmente, è in corso di pubblicazione una colossale opera omnia in 33 tomi (di oltre 600 pagine l’uno!).

Molte le pellicole cinematografiche realizzate sui loro romanzi. Lo stesso Lunedì inizia sabato è diventato, nel 1981, uno dei film natalizi russi per eccellenza (Charodei, I maghi). Il film, in due puntate (gli stessi autori hanno collaborato alla sceneggiatura), presenta trama e personaggi molto diversi ma sin dalle prime scene è chiaro che la sua ispirazione principale è costituita dal romanzo. Un altro film, del 1965, è molto più aderente al testo, anche se vi è rappresentata per lo più solo la prima storia (è una specie di rappresentazione teatrale).
Per concludere, ti ringrazio molto per l’opportunità che mi dai di poter spendere qualche parola su questi autori straordinari (che amo, come Stanislaw Lem!).

Lunedì inizia sabato Arkadij e Boris Strugatskij Ronzani Editore
La copertina del romanzo Lunedì inizia sabato di Arkadij e Boris Strugatskij, pubblicato da Ronzani Editore, con traduzione dal russo di Andrea Cortese

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Apocalisse: la fantascienza latinoamericana

Apocalisse: la fantascienza latinoamericana

Nel mio personalissimo pellegrinaggio spirituale volto a scoprire l'editoria italiana, ho potuto apprezzare con molto entusiasmo il catalogo di Nova Delphi Libri, che si contraddistingue nel portare alla luce opere purtroppo snobbate da molti, ma non per questo meno importanti e preziose. Per questa ragione oggi voglio parlare di un agile volumetto, che raccoglie delle gemme della letteratura fantascientifica di matrice latinoamericana.

L'anno scorso lessi con sorpresa il libro di Roberto Bolaño, El espiritu de la ciencia-ficción, pubblicato nel 2018 da Adelphi. In quella occasione non entrai in contatto semplicemente con uno dei più grandi autori della letteratura mondiale, ma soprattutto con un appassionato lettore di fantascienza, un giovane Bolaño innamorato di Philip José Farmer e Ursula K. Le Guin.

Da quel momento mi domandai come la fantascienza si fosse impiantata in Argentina, Messico, Brasile e in altri Paesi dell'America Meridionale. A rispondere ci ha pensato l'antologia Apocalisse - Alle origini della fantascienza latinoamericana, tradotta e curata dalla professoressa Camilla Cattarulla e dal professor Giorgio de Marchis, entrambi docenti presso Roma Tre. Il volume presenta i seguenti racconti: La fine del mondo di Joaquim Manuel de Macedo, Demoni di Aluísio Azevedo, La pioggia di fuoco di Leopoldo Lugones, L'ultima guerra di Amado Nervo e Luna rossa di Roberto Arlt.

Descrivere nella loro compiutezza i racconti non è certo il compito di questo articolo, mi limito a segnalare che La pioggia di fuoco di Lugones è, dal mio punto di vista, il racconto più elegante e interessante (anche dal punto di vista narrativo). Invece credo sia più proficuo descrivere gli sviluppi del genere letterario nel continente latinoamericano. Secondo i curatori, e diversamente da Roberto de Sousa Causo, la fantascienza ebbe un'origine embrionale durante l'epoca coloniale, con un picco nel Messico del XVIII secolo. Tale forma letteraria auspicò a creare una cesura col proprio mondo e a sottolineò le profonde crisi sociali, economiche e religiose che colpirono la realtà sudamericana; il tutto non era promosso da uno slancio emotivo tipico del romanticismo europeo bensì era caratterizzato da profonde istanze ideologiche.

Viste le profonde motivazioni sociologiche la fantascienza argentina, messicana e brasiliana, seguì le lezioni della grande narrativa inglese, ovvero quella dei Gulliver's Travels; il risultato fu la genesi di storie utopiche e distopiche come è evidente nel racconto del frate Manuel Antonio de Rivas Sizigias y Cuadraturas Lunares (1773).
Dialogando con Alessandro Vanoli (storico, divulgatore e scrittore) durante la presentazione del volume L'ignoto davanti a noi. Sognare terre lontane (2017, Il Mulino) presso l'incontro organizzato dal sottoscritto e Pierpaolo Alfei per l'associazione culturale Riflessistorici di Macerata, riflettemmo sull'importanza dei viaggi e sul ruolo delle scoperte geografiche. Da questo dibattito venne fuori un'argomentazione interessante, ovvero che la fantascienza nacque (intendiamo generalmente) in concomitanza della fine delle grandi spedizioni scientifiche, antropologiche ed esplorative.

Immagine di GooKingSword da Pixabay 

Ovvero le mappe che usavano gli uomini erano complete, il passaggio a Nord-Ovest trovato, l'Amazzonia attraversata, le sorgenti del Nilo anche; perciò l'uomo occidentale, deluso dalla fine delle avventurose esplorazioni, iniziò ad indagare lo spazio profondo, a rendere la Luna (come in realtà fu) la nuova terra da raggiungere. La fantascienza nacque per alimentare ancora e ancora il bisogno di incontrare l'ignoto. Non è un caso quindi che una delle prime prove di narrativa SF (science fiction) argentina sia Viaje maravilloso del señor Nic-Nac (1875) di Eduardo Ladislao Holmbreg, il quale porta i suoi personaggi in contatto con extraterrestri.

Del resto il mondo latinoamericano è visto dagli occidentali-europei come un abnorme continente esotico, lussureggiante, primitivo, verde e del tutto lontano dalla civilizzazione. Ciò si riflette nella produzione di Herbert George Wells (come ne L'impero delle formiche) e nel Mondo Perduto di Arthur Conan Doyle, il quale descrive proprio un altopiano selvaggio e preistorico, popolato da un clan di ominidi e mostri del Pleistocene.

Tale visione primitivista del mondo amazzonico è ancora radicata nella nostra percezione contemporanea e tende a svuotare di contenuti sociologici e culturali una terra che difficilmente riesce ad agognare uno statuto di rispettabilità accademica e scientifica (anche per colpa di questa percezione). Il libro proposto da Nova Delphi perciò non si ferma ad essere uno strumento di divulgazione letteraria, ma si erge a meccanismo di comunicazione tra l'Occidente ignaro della meravigliosa produzione intellettuale latinoamericana e il continente colonizzato da spagnoli e portoghesi, che oggi deve essere riscoperto non solo come meta turistica.

Apocalisse - Alle origini della fantascienza latinoamericana
La copertina di Apocalisse - Alle origini della fantascienza
latinoamericana, a cura di Camilla Cattarulla e Giorgio de Marchis ed edito da Nova Delphi Libri

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


nascita dei Teogonia

Teogonia della fantascienza: “La nascita degli dei”

Sembra ambizioso quanto profano metabolizzare la fantascienza con la lente d'ingrandimento della letteratura classica: colpa della cesura tra la letteratura “alta” e quella volta (secondo i critici) ad intrattenere, cesura che si è sempre rafforzata grazie all'inasprimento delle sfere accademiche scientifiche e quelle umanistiche; come se pragmatismo e romanticismo fossero inconciliabili.

Per fortuna autori dalla scrittura ispiratissima hanno mescolato i tropi del classicismo con le loro epopee SF (science fiction), come nel caso di Frank Herbert, ovvero il padre della fortunatissima e immortale saga di Dune. Dune è una colossale macchina di recezione culturale, al suo interno si mescolano diverse sfumature antropologiche e sociali, potremmo sintetizzare alcune evidenti “ispirazioni” di Herbert, come il messianismo islamico, i movimenti hippie degli anni '60 con l'abuso di sostanze stupefacenti, l'allarmismo (giustificato) di derivazione ecologica, il medievalismo (un revival feudale in una space opera per intenderci) e una inaspettata rievocazione della grande tragedia greca. Infatti, come ha giustamente sottolineato Brett M. Rogers in Dune c'è una vera riproposizione dell'Oresteia di Eschilo, se non un vero tributo alla classicità ellenica tramite l'uso di “nomi parlanti” come i patronomici dei protagonisti “Atreides”. Altri critici hanno sottolineato la natura ibrida di Dune, ovvero un romanzo legato alla tragedia greca ma che trasuda la stessa epica dei poemi omerici, Herbert quindi oltre alla drammatizzazione pone al suo fruitore un esempio di “mythmaking”, ovvero una creazione del mito e dell'eroe.

Henneberg nascita dei
Nathalie Henneberg, fotografia opera di ignoto (risalente approssimativamente agli anni '30)

Invero il romanzo di cui voglio trattare, “La nascita degli dei”, è ancora più insidioso e sfuggente rispetto al “fratellino” Dune. Seppur il romanzo dei coniugi Henneberg (pseudonimo della coppia Karl Zu Irmlshaussen e Nathalie Novokovsky) presenti i topoi dell'epica classica è molto più affine a un testo arduo da tradurre in romanzo, la “Teogonia” di Esiodo. “La nascita degli dei” è il primo romanzo degli Henneberg e nasce nel solco della seconda guerra mondiale, in una Francia stremata dal trauma nazista e sorretta da intellettuali come Sartre, Camus e Bergier. Quest'ultimo presentò il testo all'editore Martel che non appoggiò la pubblicazione, vedendo nel romanzo troppi elementi bizzarri e innovativi. La svolta editoriale avvenne quando il romanzo, revisionato ed editato da Bergier, venne sottoposto alla giura del premio letterario delle Editions Métal e si aggiudicò il primo posto, scalzando altri titoli molto meritevoli come “L'uomo questa malattia” di Yelnick e “L'esilio su Andromeda” di Long.

Una volta dato alle stampe la “Naissance des dieux” divenne un fenomeno culturale che spaccò la critica in due, per molti un capolavoro letterario unico e visionario, per altri un guazzabuglio confusionario troppo lontano dalla letteratura “distopica” francese e dalle tinte sociali.

La verità, come sempre, è nel mezzo. Il romanzo degli Henneberg fu qualcosa di inspiegabile, ammantato da una prosa sofisticata e ispirata era davvero inedito e potente, ma presentava evidenti difetti di lettura. La narrazione non sempre è lineare e scorrevole ma si tuffa in un magma prosaico sempre di più difficile codificazione, disorientando il lettore con le sue incoerenze di trama e i flussi di coscienza caotici. In realtà ho amato perdermi nei vortici narrativi degli scrittori francesi, un po' come un satiro che si perde nel bosco e noncurante del tragitto rimane ammaliato dalle meraviglie che incontra tra gli alberi e i cespugli.

nascita dei Gea
Foto di Arek Socha da Pixabay 

La Terra è sotto attacco e probabilmente l'umanità tutta sta per estinguersi per mano degli ordigni del Nemico, soltanto tre uomini riescono a lasciare il suolo natio grazie a un'oscura navicella: Sabelius il tecnocrate, Morgan l'astronauta e l'animoso poeta Gaz. Gli esuli raggiungono un altro pianeta, che chiamano Gea, e appaiono sconvolti, infatti Gea sembra un pianeta congelato nel “quinto giorno della creazione” biblica, ovvero soltanto le acque e la flora ricoprono il suolo del pianeta alieno che non sembra ospitare nessuna forma di vita. Gea inoltre sembra ricoperta da una nebbia misteriosa e “viva” che in qualche modo riesce a comunicare, in maniera sottile, con i tre uomini terrestri. Inizia così un sodalizio alieno tra uomo e nebbia, tra un ente razionale come l'essere terrestre del futuro e la materia insondabile del cosmo; presente ma imperscrutabile verità che risponde agli stimoli degli uomini ma di cui respinge i veri interrogativi. Poi appaiono le prime creature, all'inizio classiche e somiglianti alla fauna del pianeta Terra, poi sempre più bizzarre, nate dalla fantasia grottesca di un dio schizofrenico. Gea si anima di vita, vita intessuta ovviamente dai pensieri degli uomini-dei che comunicano con la matrice-creatrice della nebbia, loro sposa divina che plasma i sogni e le paure degli uomini in realtà tangibili.

L'uomo, nella sfera mitica, ha sempre fatto una scalata verso un miglioramento. Nel mondo greco tale salto in avanti si attua grazie alla ribellione di Prometeo, nella narrazione biblica si compie con la cacciata dal paradiso e con la costruzione della civiltà umana tramite il sudore e il dolore. Ora gli uomini non devono rubare il fuoco o arare la terra, sono molto più forti di Prometeo e Adamo, sono demiurghi del loro stesso mondo. Sono anche archetipi, il tecnocrate è la manifestazione del progresso tecno-materiale, l'astronauta è il guerriero avventuriero, colui che difende la comunità, il poeta Gaz è la traduzione futuristica degli istinti panici e satireschi, un attore priapesco del più primordiale degli istinti sessuali. Sua è la mente fantasiosa che partorisce creature simili ad incubi di carne e ossa.

Non è un caso che gli stessi dei ellenici nacquero da Gaia, come canta Esiodo, e da Urano “stellato” (figlio egli stesso di Gea), due divinità fecondatrici. Gli Henneberg, legatissimi alla classicità, proiettano i loro protagonisti su una nuova Gea che ospita un cielo nebbioso ed etereo, un secondo Urano. Ben prima della creazione esiodea-henneberghiana fu il caos a serpeggiare negli interrogativi della creazione, per esempio la guerra planetaria che costò la Terra agli esuli e alla confusione pre-olimpica in Grecia.

I tre uomini-dei ovviamente capirono il nesso tra il loro pensiero e la volontà creatrice della nebbia e così iniziarono ad usare il fenomeno a loro vantaggio, apparvero le prime comunità di umani, primitivi e bestiali (da istruire e comandare) mentre la mente di Gaz portava alla vita sempre più mostri simili ad orrori degni di Bosch.

Pierre-Paul Prud'hon, La Justice et la Vengeance divine poursuivant le Crime, olio su tela (244 x 294 cm), Musée du Louvre, Parigi; foto Web Gallery of Art

Nella Teogonia di Esiodo nasce Nemesi, la sciagura degli uomini mortali, de facto così accorrono su Gea i predatori carnivori da usare contro i placidi umanoidi fedeli agli altri uomini più razionali. Gaz è un nuovo Dioniso e allo stesso tempo la porta del Tartaro, lui è potenza creatrice e distruttrice, la sua poesia nichilista si concretizza nel matrimonio del cielo e dell'inferno, di blakiana memoria.

Il romanzo ovviamente giunge ad un punto dove la ratio deve battere la potenza impulsiva-primordiale della poesia maledetta di Gaz, un nuova scalata verso l'Olimpo per regnare su Gea. I parallelismi con il mito greco sono tanti, densi ed evocativi. Non è un caso che Nathalie Novokovsky sia così legata alla cultura greca, le sue origini sono intrecciate profondamente con quella oscura e antica Colchide patria di Medea, poiché nata nel Caucaso. Terra mitica e culla di leggende. Allo stesso modo nel romanzo sentiamo i sortilegi di una Medea-Nebbia controllare le azioni degli uomini, il fato di questi piccoli “dei” che non riescono a reggere il potere. Poi arrivano delle strane lucertole, e tutte le nostre certezze vanno alla malora.

Queste lucertole senzienti e capaci di dialogare sono i discendenti degli esseri umani, Gea non è Gea, ma la Terra. I tre esuli non si sono mossi di un millimetro nello spazio ma solo nel tempo e stanno assistendo a un nuovo ciclo evoluzionistico della Terra. Quelle lucertole verdognole sono le audaci testimoni di eventi cataclismatici e apocalittici, figlie delle armi radioattive e di una evoluzione coatta che le ha plasmate in maniera tale da sopravvivere ai nefasti avvenimenti del “passato-futuro”. Se nell'opus di Weird Tales, celebre rivista pulp di opere fantastiche e non, autori come Howard, Lovecraft e Smith videro sempre nel passato umano un'antichissima razza di rettiliani gli Henneberg ribaltano il tropo e trasformano l'umanità stessa in una razza lovecraftiana.

Frederick Sandys, Medea, Google Cultural Institute

Come Medea la fantasia di Novokovsky è incontrollabile e non riusciamo a comprendere tanti “perché”, ma non importa perché riusciamo ad assaporare una profezia del nostro futuro mascherata da mito greco ed è sicuramente un traguardo eccezionale della scrittrice franco-caucasica (mi soffermo molto su di lei perché il marito ha sempre ricoperto un ruolo “secondario” nella stesura dei romanzi). L'ibridazione fantascientifica-mitologica è riuscita in una maniera così forte e pregnante che ci catapulta realmente in una Gea “aliena” e ammantata dal fantastico, che ingenuamente non riconosciamo come la nostra Terra perché rinneghiamo (a torto) la stupidità umana come prima nemesi dell'umanità stessa. Così seppur con una narrazione visionaria, simbolica, archetipica e onirica la fantascienza degli Henneberg non si allontana dalla sofisticata letteratura francese di natura sociale, soprattutto da quel sentimento del dopo-bomba che dilaga in tutti gli scritti degli intellettuali europei (e anche giapponesi!). “La nascita degli dei” perciò non merita assolutamente l'etichetta, sempre scomoda, di mera letteratura di intrattenimento perché risplende come una profezia antica per il nostro futuro, perfettamente allineata con i progetti di rinascita e di ricostruzione di una Gea-Terra dopo la catastrofe bellica.

Allo stesso modo il poeta-tiranno Gaz è un termine di paragone mitologico-futuristico dei totalitarismi della seconda guerra mondiale, non uomo razionale spinto verso la creazione di una nuova Gea ma attore nichilistico di una “cangiante” distruzione volta solo a far ricordare il “distruttore”. Ovviamente lascio al lettore con chi paragonare Gaz.

Perciò gli Henneberg sono i fautori di una Teogonia della fantascienza, costruita con la bellezza esiodea e gli insegnamenti di un futuro primordiale.

nascita dei Teogonia
La Nebulosa di Orione. Foto di WikiImages da Pixabay

La galassia dei dementi Ermanno Cavazzoni

Ermanno Cavazzoni, La galassia dei dementi: appunti di lettura

Oggi 14 settembre, a poche ore dalla proclamazione del vincitore del Premio Campiello 2018, con tutti i giochi ancora aperti, mi è possibile pubblicare qualche riflessione nata dalla lettura di questo romanzo di oltre 660 pagine, inatteso da parte di uno scrittore che ci ha abituato a libri sottili, apparentemente svagati, in realtà profondi e acutamente satirici, filosofici. Vergin di servo encomio e di codardo oltraggio, il mio intervento varrà, in caso di vittoria, ad anticipare il torrente di recensioni che inevitabilmente si scatena in questi casi, e nel caso più probabile di “sconfitta” (a Cavazzoni la sconfitta sembra più interessante e più istruttiva della vittoria, e sono certo che in cuor suo non si fa un cruccio di questo verdetto) a fissare le prime impressioni prodotte in me dalla lettura di quest’opera, a pochi giorni dall’uscita (le righe che seguono sono state stese nell’aprile scorso, in contemporanea ad interessanti e illuminanti interviste rilasciate da Cavazzoni, come quella a Antonio Gnoli su La Repubblica del 18 marzo).

Ermanno Cavazzoni, foto ad opera dell'associazione Amici di Piero Chiara, CC BY 2.0, da Flickr

Ci vuole coraggio in Italia e per un Italiano nell’affrontare il genere della finzione fantascientifica, da sempre in pratica monopolio anglosassone. E infatti siamo abituati a collocare le vicende di contatti alieni, UFO e città futuristiche varie in contesti certamente stranieri e spesso decisamente inglesi o statunitensi. Cavazzoni invece ci sorprende attraverso il contrasto che si crea fin da subito tra tutto l’apparato di droidi, androidi, ginecoidi, robot, alieni, veicoli antigravitazionali ecc. e i luoghi italici, domestici, per un lettore del Nord quasi familiari, per l’autore stesso in pratica nel cortile di casa. I personaggi umani non si chiamano Gordon o Han o Jeff Hawke, ma Hanz Vitosi, Ena Vitosina, signor (mi raccomando il “signor”!) Purcassea. La tecnologia robotica è nostrana, i nomi dei vari modelli sono tratti di peso dal repertorio degli studi classici. La città distrutta da una lontana invasione dallo spazio non è New York, una volta tanto, ma… Bologna! L’astronave aliena si posa su una vetta… non delle Rocky Mountains, ma dei Colli Euganei. La droide-servitrice dei Vitosi, la Cassandra, è programmata per ripetere ossessive esclamazioni d’altri tempi, quali: “Dio mio, santo cielo, misericordia, mariavergine!”, solo perché gli umani la vogliono così.

Eppure Cavazzoni sa adattare le formule della Science Fiction ad un telaio narrativo che è indubitabilmente italiano, letterario, tradizionale: il poema cavalleresco. Come ha rivelato egli stesso, lo scrittore reggiano si è proposto di affrontare l’unica forma oggi possibile di romanzo cavalleresco, appunto la fantascienza. E i rimandi sono puntuali e riconoscibili: la bellissima robottina Dafne, che tutti concupiscono e che da tutti fugge, è Angelica; l’enorme, invincibile robot militare Xenofon è Orlando; Jim, timido robot giardiniere, è forse Medoro, e si potrebbe andare avanti con le identificazioni. Cavazzoni ha detto che i paladini di Boiardo e Ariosto si chiudono nelle loro corazze come i robot e gli androidi nelle loro lamiere; come i paladini, prigionieri delle loro idee fisse (conquistare una donna, una spada, un destriero, un regno), sono incapaci di pensiero libero, così i robot devono forzatamente agire come i loro programmatori hanno voluto.

L’universo futuribile cavazzoniano è popolato di creature artificiali; gli umani, quando ci sono, si trovano ridotti ad obesi collezionisti di grucce per abiti o di stampi per scarpe, accuditi da androidi e ginecoidi che ne esaudiscono gli ormai scarsi desideri sessuali, incapaci di lavorare e persino di muoversi. Cosa resterebbe ad un’umanità privata dell’obbligo di dover lavorare? Visto che lo sport sarebbe impraticabile per l’obesità dilagante, resta il darsi agli hobby, per gli uomini soprattutto il collezionismo; in fondo, quale collezione non è fatta di cose inutili?

Il narratore è onnisciente, proprio come nell’Orlando furioso, ma sottilmente svagato e quasi distaccato: sembra poco partecipe del destino dei propri personaggi, ne racconta i casi con completezza ma senza parteggiare per loro, compiangerli, o al contrario criticarli e condannarli. Si tratta di una delicatissima prosa che ricorda un precedente capolavoro cavazzoniano, La città dei ladri, altro universo (in quel caso, concentrazionario) popolato da figure evanescenti e insieme concretissime, quasi anime condannate ad una incoercibile coazione a ripetere.

La vicenda è narrata secondo la tecnica cavalleresca dell’entrelacement: molteplici fili narrativi si dipartono da un nucleo iniziale, si intrecciano, tornano a divergere, confluiscono, indefinitamente, capitolo dopo capitolo. I capitoli (stavamo per dire “i canti”) sono ben 41, per circa 670 pagine, e questo è proprio del genere cavalleresco: l’opera deve essere ipertrofica (proprio come gli obesi umani che la popolano) per mimare la complessità del reale. Tale complessità però è governata da una logica stringente: tutto si tiene, tutto è credibile e coerente nella sua incoerenza programmatica. La storia in realtà non ha un vero inizio e nemmeno una vera conclusione, come sa bene chi ha letto Boiardo e Ariosto: c’è una situazione iniziale che dipende da certe premesse (lo sviluppo della tecnologia robotica, l’invasione aliena, la devastazione del pianeta) che non risultano risolte né chiarite alla fine dell’opera: solo il destino di alcuni personaggi arriva ad una qualche, provvisoria, definizione. Si intuisce che la narrazione potrebbe proseguire ancora, indefinitamente, per altri capitoli; è non è piccolo merito di Ermanno Cavazzoni il fatto che il lettore, giunto a pagina 670, quasi quasi “ne vorrebbe ancora”.

Androidi, dicevamo. E quindi tecnologia. Si nota per tutta l’opera l’arguta competenza con cui Cavazzoni adopera cognizioni di fisica, chimica, neurologia e altre scienze. Tutto è coerente nel mondo da lui costruito, persino il motore ad energia negativa si ha l’impressione che potrebbe funzionare, se realizzato. È piacevole vedere sfatato il mito che vuole gli intellettuali umanisti desolantemente ignoranti in ambito scientifico-tecnologico. Ma torniamo agli androidi, i veri protagonisti del complesso romanzo.

I nomi dei modelli di robot sono quasi tutti classici: l’unità militare si chiama Xenofon, come il celebre condottiero ateniese, la bellissima bambolotta programmata per soddisfare i desideri sessuali dei maschi umani si chiama Dafne, l’androide pedante pieno di erudizione inutile se non fastidiosa si chiama Ippia minore (con una deliziosa allusione per pochi intenditori). Altri modelli di macchine si chiamano Mantinea, Epaminonda, Leonida, Cassandra e così via. Ciascuno di loro è stato progettato, costruito e programmato per determinati servizi o compiti, dai lavori domestici alla guerra, dal sollevamento di carichi ai rapporti col pubblico negli sportelli amministrativi. In pratica l’essere umano non deve fare più nulla, è completamente accudito dai robot. Un futuro che forse ci aspetta, tra qualche secolo.

Le donne invece – almeno quelle delle Città femminili fortificate – hanno, per privilegio biologico, qualcos’altro da fare: hanno da riprodursi. Un’attività tuttavia a tal punto slegata da ogni possibile progetto di coppia, di vita in comune, di condivisione, che queste donne si accoppiano tutte con un solo maschio, il Pipo, che – pingue ed anemico fuco – serve contemporaneamente a tutte le regine dell’alveare, è il padre di tutti i figli che nascono nella Città, è il cocco di tutte le donne in età fertile, almeno per i due o tre anni che regge a quella vita di continua, quotidiana e sfrenatamente poligamica attività sessuale, finché persino una dolce morte gli appare preferibile a tanto dispendio di energie; ed ecco che un altro fortunato subentra in questo sfibrante ruolo.

Gli alieni di questo romanzo sono alieni mai visti prima nella fantascienza. Non tanto perché siano strani, simili a enormi seppie oppure a superorganizzate colonie d’insetti; non tanto perché abbiano raso al suolo sul pianeta ogni traccia d’attività umana; non tanto perché tendano a trasformare gli umani in cibo per le loro larve o, magari, ad accoppiarsi con le femmine umane mediante certe spermatofore dotate di vita propria, come le code delle lucertole. Nemmeno l’essere giunti su enormi astronavi dalla tecnologia avanzatissima distingue gli alieni cavazzoniani da quelli cui ci hanno assuefatti decenni di narrativa e di cinematografia. No, gli alieni in questo romanzo restano memorabili innanzitutto perché non è possibile comunicare in modo sensato con loro, malgrado l’utilizzo di un pezzo classico della fantascienza come il traduttore automatico. L’autore ritiene che gli eventuali alieni che venissero a farci visita sarebbero per davvero totalmente alieni da noi, non sarebbe possibile alcuna interazione comunicativa perché le loro esperienze, e quindi il loro linguaggio, sarebbero radicalmente diversi dai nostri. Proviamo a immaginare di dover tradurre per un alieno la frase: “Porco cane, ma che cazzo dici?”. Innanzitutto bisogna vedere se sul pianeta degli alieni esistono mammiferi come il cane o il porco, poi, che si fa se il loro sistema riproduttivo è di tipo asessuato o si basa, ad esempio, sulla diffusione di spore?

Questo per quanto riguarda la comunicazione, l’incontro ravvicinato con l’extraterrestre. Ma, si chiede ancora Cavazzoni, e se questo E.T., lungi dall’essere superintelligente e superevoluto, è un povero idiota, un demente? Questi alieni simili a seppie cadono dalle astronavi quasi fossero buttati giù, quasi fossero dei noiosissimi rompipalle o dei cerebrolesi che i loro stessi compagni non sopportano e che scaricano sul nostro pianeta per liberarsene. Un ottimo spunto di riflessione per quanti sono convinti che la civiltà umana abbia preso l’avvio grazie ai suggerimenti di visitatori venuti dallo spazio nella preistoria.

I robot, gli androidi e le ginecoidi, che non sono altro che macchine programmate per determinati compiti, malgrado l’aspetto a volte perfettamente umano, o forse proprio per quello, manifestano reazioni agli stimoli esterni che sembrano mimare quelle umane. Il senso di soddisfazione per il proprio dovere eseguito si manifesta attraverso un più agevole flusso della corrente elettrica; la necessità di ricaricare le batterie spinge il robot-femmina Dafne a liberarsi degli abiti e a stendersi al sole (la sua epidermide è un insieme di microscopiche celle solari); il disagio di non poter attendere ai propri compiti istituzionali spinge l’androide-cameriere a iterare fino all’inverosimile il processo di produzione-allestimento-offerta della tazza di caffè, un programma che possiede in memoria e che ripete in maniera che, fosse umano, diremmo ossessiva. Viene il dubbio – e non è un dubbio, perché la scienza lo ha dimostrato – che anche le nostre reazioni di piacere, di dolore, di noia, disagio, paura, soddisfazione, persino i sentimenti, come la simpatia, l’avversione, la solidarietà, l’ostilità, l’amore siano il frutto di sversamenti chimici e di impulsi elettrici da qualche parte nel nostro sistema nervoso e nel nostro cervello.

Nel mondo così ostile descritto da La galassia dei dementi c’è spazio per una prospettiva ottimistica? Non si tratta certo della vita eterna promessa da emissari degli extraterrestri a determinati umani, come Avoscàn, un uomo viziato e losco, interessato solo al proprio piacere somministratogli dai droidi a ciò adibiti, anch’egli come quasi tutti invaghito della bellissima Dafne; senza troppo pensarci su egli accetta la generosa offerta della vita eterna, ma si ritrova ridotto ad una testa staccata dal resto del corpo, conservata dagli alieni in una specie di teca e condannato per quella che in effetti potrebbe essere l’eternità a far funzionare, grazie ai neuroni del proprio cervello in rete con innumerevoli altre teste mozze, un gigantesco computer semibiologico. La sua vita eterna, ma si dovrebbe forse dire il suo inferno o il suo purgatorio (Cavazzoni, come Daniele Benati, è un noto esperto di purgatori) si riduce ad un inudibile farfugliamento (non avendo polmoni, non può nemmeno parlare), una serqua di insulti triviali rivolti alla testa a lui più vicina, quella del Pipo che egli considera colpevole della sua scelta avventata.

Forse l’unico spiraglio positivo sull’avvenire si apre per l’Angelica fuggitiva di questo strano poema in prosa, per quella bambolotta del tipo Dafne che, concupita da qualunque essere di sesso maschile, biologico o meccanico, e sempre scivolata via da ogni insidia grazie alla protezione dell’autore, finisce col trovare un equilibrio, una pace, un proprio spazio in una “libera terra” in mezzo alle paludi del delta del Po, lontano da ogni presenza umana, in un efficiente ménage a quattro con altri tre robot: lo Xenofon, androide militare, che trova soddisfazione e appagamento nel proteggerla da ogni eventuale pericolo; Jim, l’ex-cameriere-giardiniere che pur non possedendo un apparato sessuale funzionante, prova “la disposizione attiva a provvedere alla Dafne sul piano amministrativo e conservativo, però con un sovrappiù indefinito, energizzante, che si può paragonare all’amore”; e infine il Cupido, che, progettato come “articolo per il piacere romantico delle femmine umane”, è dotato dell’apparato necessario e pertanto si congiunge con lei “come avrebbe fatto una vite con un bullone”. Questi quattro personaggi raggiungono nel romanzo un equilibrio invidiabile, scevro da ogni forma di gelosia o di invidia: “La Dafne stava la maggior parte del tempo congiunta con il Cupido, come due calamite, come un perno nel suo alloggiamento, senza muoversi; la risultante della somma era zero, cioè lo stato di mutuo equilibrio. Jim intanto la teneva per mano, gli occhi negli occhi, paroline dolci d’amore, questo era il secondo completamento, lei la chiamava complicità”; e per ultimo lo Xenofon “non aveva altre pretese che di fare la guardia armata, dove esprimeva devozione, fedeltà e qualcosa come un piacere, mentre girava di ronda, lui e il suo cannoncino AZ, a protezione della Dafne e della libera terra”. Sembra suggerire, Cavazzoni, che la coppia perfetta sia formata da quattro individui; a patto, naturalmente, che centro e perno dell’unità così creatasi sia lei, la femmina.

Da meditare.

La galassia dei dementi Ermanno Cavazzoni