Népmese napja, la Giornata della fiaba popolare ungherese

Népmese napja, la Giornata della fiaba popolare ungherese

 

Csontváry Kosztka Tivadar, Magányos cédrus ("Il cedro solitario"), olio su tela (1907), Csontváry Museum. Foto di Szilas in pubblico dominio

Il 30 settembre ricorre l’anniversario della nascita di Benedek Elek (1859-1929), scrittore, traduttore, giornalista, pedagogista ed etnografo ungherese che dedicò la sua vita alla raccolta delle fiabe popolari da lui definite «tesori dell’anima del popolo ungherese». Per la sua intensa attività di raccolta, scrittura e traduzione di fiabe popolari, Benedek viene ancora oggi ricordato come il nagy mesemondó, il grande narratore di fiabe. Dal 2005, su iniziativa della Magyar Olvasástársaság (“Società ungherese di lettura”), il 30 settembre è divenuto, proprio in onore di Benedek, la Giornata della fiaba popolare (népmese napja), che coincide con la Giornata mondiale della traduzione.

Cresciuto ascoltando i racconti popolari degli anziani della natia Kisbacon, paesino della Transilvania passato alla Romania in seguito al Trattato di Trianon (4 giugno 1920), Benedek maturò ben presto uno spiccato interesse per la cultura popolare, in particolar modo per la favolistica ungherese. Fin da giovane prese parte ad alcune spedizioni etnografiche in compagnia dell’amico Sebesi Jób grazie al quale entrò in contatto con la Kisfaludy Társaság, società letteraria di cui divenne membro dal 1900. Le fiabe raccolte in questo frangente vennero pubblicate nel 1882 in Székelyföldi gyűjtés (“Raccolta della terra dei secleri[1]”). Benedek si dedicò anche alla traduzione e alla riscrittura di fiabe classiche, tratte principalmente dalle Mille e una notte e dalle Kinder- und Hausmärchen dei Gebrüder Grimm che confluirono in varie raccolte intitolate Kék, Piros, Ezüst, Arany mesekönyv (“Libro di fiabe azzurro, rosso, argento, d’oro”). La sua opera monumentale fu Magyar mese- és mondavilág (“Mondo delle fiabe e delle leggende ungheresi”), raccolta originariamente in cinque volumi, pubblicata tra il 1894 e il 1896 in occasione dei festeggiamenti del Millennium, i mille anni di presenza degli ungheresi nel Bacino dei Carpazi.

Benedek Elek, foto di ignoto (1924) in pubblico dominio

Il contributo di Benedek Elek fu fondamentale per promuovere il rinnovamento della letteratura ungherese nei secoli XIX e XX: a lui spetta il merito di aver creato il vero e proprio canone della fiaba popolare ungherese. Il suo primo pensiero fu quello di rendere le fiabe popolari ungheresi accessibili a tutti, in modo che potessero essere lette con diletto da giovani e anziani che ne avrebbero tratto «beneficio per l’anima». Si chiese pertanto quale fosse la lingua da impiegare nei testi delle fiabe, in quanto ciascuna era trasmessa in una variante dialettale differente. All’epoca non erano ancora stati pubblicati studi sulle tecniche traduttologiche, ma ciononostante Benedek rese unitari i testi delle fiabe sia dal punto di vista stilistico che linguistico e lo fece non impiegando la lingua ungherese standard in sostituzione ai dialetti, bensì si adoperò per creare una nuova variante che potremmo chiamare Benedek Elek-i népnyelv (la “lingua popolare di Benedek Elek”). Essa ha come base l’ungherese moderno di uso comune ma viene arricchita con un gran numero di elementi dialettali, quali modi di dire, proverbi, oppure semplicemente con espressioni arcaicizzanti tipiche della cultura popolare. Per Benedek era essenziale “consegnare” alle nuove generazioni la favolistica ungherese quale testimone della quotidianità, degli affanni e delle gioie del proprio popolo. “Consegnare” è volutamente rimarcato, in quanto è lo stesso Benedek a impiegare questa espressione (átad in ungherese) nel peritesto di chiusura alla raccolta Magyar mese- és mondavilág, intitolato Itt a vége (“Questo è tutto”). Consegnare le fiabe alle nuove generazioni è un modo per sensibilizzare la loro anima e trasmettere i valori del popolo ungherese in quanto:

Il popolo ungherese ha riversato anche nelle fiabe le eccellenti caratteristiche che lo contraddistinguono da ogni altro popolo: la sua immaginazione coraggiosa che vola in alto, ma tenendo ben saldi sani princìpi lontani dalla smoderatezza e dall’esagerazione; il suo umorismo inesauribile, le sue narrazioni geniali; il suo amore per il linguaggio costumato che offende molto di rado la pudicizia e il sentimento morale; […].[2]

Secondo Benedek le pubblicazioni rivolte ai ragazzi costituivano uno dei generi letterari più difficili, in quanto anche lo scrittore più geniale avrebbe fallito se al talento non avesse affiancato un profondo sentimento e un immenso amore per il mondo fanciullesco. Nella sua teoria pedagogica che ebbe modo di formulare “operando sul campo” come editore di riviste per ragazzi, i giovani dovevano incontrare la letteratura tradizionale in compagnia di genitori, pedagoghi e scrittori ai quali spettava il compito di favorire la loro lelkesítés, ovvero entusiasmarli e incoraggiarli nella lettura. In questo ambito Benedek affermò si operare come magvető (“seminatore”) e gyűmölcsfaültető (“piantatore di alberi da frutto”) in grado di fornire al seme o alla pianticella il giusto nutrimento letterario affinché possa sviluppare radici profonde e dare buon frutto, forgiando la propria identità. Era pertanto fondamentale che la letteratura fosse di alta qualità, in modo che potesse essere impiegata non solo tra le mura domestiche, ma anche negli istituti scolastici che allora non disponevano di testi adeguati per la formazione dei ragazzi. Durante la sua breve esperienza politica (1887-1902), Benedek ebbe modo di presentare in Parlamento le questioni che più gli stavano a cuore, ovvero quelle relative alla letteratura giovanile, poesia popolare, lingua nazionale e all’istruzione pubblica. Nello specifico egli insistette nella necessità di finanziare la scuola pubblica e le case editrici, settori che versavano in condizioni misere, nonché la necessità di disporre di buone traduzioni di opere letterarie straniere in ungherese, al fine di educare i ragazzi alla fratellanza attraverso un’educazione multiculturale.

In onore all’operato di Benedek, desidero proporvi una fiaba popolare ungherese da lui raccolta e da me tradotta in lingua italiana, unendo pertanto le due passioni (la favolistica e la traduzione) che fino all’ultimo sostennero la “stanca mano” di Elek apó (“nonno Elek”) per trasmettere la letteratura e il folklore ungherese.

 

 

Réka királyné sírja (“La tomba della regina Réka”), contenuta in Magyar mese- és mondavilág

 Nel famoso bosco di Rika[3], sulla sponda del ruscello Rika[4], sotto una gigantesca roccia riposa Réka, la moglie di Attila.

Vi ho già raccontato che il potente re degli unni, ogni volta che ritornava dalla battaglia, si ritirava nel bosco di Rika. Gli piaceva abitare qui. Nel bosco di Rika si trovava il colle di Hegyes-tető[5]: qui si ergeva il palazzo di Attila dove abitava con la moglie Réka e i tre figli belli e prodi.

Un giorno Réka fece attaccare quattro focosi puledri alla carrozza dorata foderata di velluto e si fece condurre tra le siepi e i fossati del bosco di Rika.

Proprio mentre i destrieri stavano galoppando sulla collina di Bikás-tető[6], un toro inferocito venne incontro alla carrozza, muggendo in modo terribile. I destrieri si spaventarono, galopparono per monti e valli, attraverso siepi e fossati, ad un tratto la carrozza si capovolse, e la regina Réka precipitò nel ruscello di Rika, morendo di una morte orribile.

Ad Attila fu portata la notizia, come pure il corpo morto della regina Réka. Un panno nero a lutto avvolse la corte di Attila: era morta la regina che il popolo amava intensamente.

La camera ardente per la regina Réka durò tre giorni. Nel frattempo la triste novella venne portata in ogni luogo abitato dagli unni: da ogni dove venivano uomini, donne, bambini per vedere ancora una volta, seppur nella bara, la buona regina.

La regina Réka fu sepolta il quarto giorno e nel momento della sepoltura tutte le persone vennero allontanate dal bosco di Rika, affinché nessuno sapesse dove Réka sarebbe stata sepolta. Il corpo venne posto in una tripla bara: la prima era dell’oro più puro, la seconda di bell’argento chiaro e la più esterna di metallo.[7] Dopodiché quattro schiavi sollevarono la tripla bara e la portarono giù, lungo la sponda del ruscello di Rika, e qui la misero sotto l’enorme roccia dove ancora oggi si trova – la può vedere chiunque vi si rechi –, scavarono una fosse molto profonda e vi posero la tripla bara. Poi ricoprirono per bene la fossa, nascondendola con zolle erbose: non rimase traccia che qualcuno vi fosse stato sepolto.

Nel frattempo Attila se ne stava sul colle di Hegyes-tető da solo e quando si presentarono al suo cospetto i quattro schiavi, li abbatté con la propria spada, gettandoli giù dalla cima.

La regina Réka poteva dormire in pace, nessuno avrebbe disturbato la sua tomba. Prima che giungesse qualcuno, le belve del bosco avevano già divorato i cadaveri dei quattro schiavi e di essi non era rimasta neppure la polvere.

Questa enorme roccia si trova ancora oggi lungo la sponda del ruscello Rika, sotto di essa dorme pacificamente la regina Réka, nessuno turberà la sua silenziosa tranquillità.

 

 

Bibliografia di riferimento

Zanchetta 2020. Benedek Elek, C’era una volta o forse non c’era. Fiabe cosmologiche ungheresi, traduzione e cura di Elisa Zanchetta, Vocifuoriscena, Viterbo 2020.

La copertina del libro C’era una volta o forse non c’era… Fiabe cosmologiche ungheresi che traduce e analizza fiabe popolari con testo ungherese a fronte, tratte dall’opera Magyar mese- és mondavilág di Benedek Elek: il volume è a cura di Elisa Zanchetta e pubblicato da Vocifuoriscena nella collana Bifröst

Note:

[1] Ungherese székely (plurale székelyek). A differenza della concezione occidentale di Attila, gli ungheresi, e in particolare i secleri, sono molto fieri delle loro supposte origini unne. Molte e svariate sono infatti le ipotesi relative alle origini dei secleri, alcune delle quali vorrei menzionare brevemente. Anonymus nei Gesta Hungarorum (1200-1210 ca.) scrisse che i secleri facevano parte delle genti di re Attila che avevano aiutato i magiari a stabilitisi nel bacino dei Carpazi, precedendoli e sconfiggendo i popoli presenti in quest’area; secondo un’altra leggenda, i secleri sarebbero stati i tremila prodi che Csaba, il figlio prediletto di Attila, avrebbe lasciato nel Bacino dei Carpazi (definito Attila földje, “terra di Attila”) affinché occupassero il suolo mentre lui sarebbe ritornato in Scizia a prendere i magiari che non avevano voluto in precedenza seguirlo (cfr. la fiaba A Hadak útja, “La via delle schiere”, contenuta nel volume Magyar mese- és mondavilág).

[2] Zanchetta 2020, pp. 349-350

[3] Rika-erdő.

[4] Rika-patak.

[5] Letteralmente “cima del monte”, rilievo (482 m) situato lungo l’ansa del Danubio dal quale si può godere di una splendida vista del territorio circostante.

[6] Letteralmente “cima del toro”, collina (300 m) che si trova nella città di Eger in Ungheria settentrionale, capoluogo della provincia di Heves.

[7] Secondo Prisco di Panio, fu Attila a essere posto in una tripla bara, l’interna d’oro massiccio, l’intermedia d’argento massiccio e l’esterna di ferro e poi adagiata in una semplice fossa di cui non sarebbe rimasta traccia alcuna. Anche Jordanes riferì che nottetempo «seppellirono il suo corpo in terra, sigillando le sue bare, la prima con l’oro, la seconda con l’argento e la terza con la forza del ferro» (cit. in Scalabrini 1997). Questa informazione è ripresa anche nella fiaba intitolata A hadak útja (“La via delle schiere”), anch’essa contenuta nella raccolta di Benedek Elek, la quale narra invece che la bara sarebbe stata posta sul fondale di un corso d’acqua (probabilmente il ruscello di Rika?). Nella riscrittura della leggenda di Attila fornita da Komjáthy István (1917-1963) nel suo Mondák könyve (“Libro delle leggende”, 1964), sarebbe stato un sogno di Réka (qui nella variante Ríka) a predire come sarebbe stata la sepoltura del marito: «Attila koporsója: Napkirály hajfonata, Hold mosolya és Éjfél pillantása legyen» («La bara di Attila dovrà essere [come] la treccia del Re del Sole, il sorriso della Luna e l’occhiata della Mezzanotte»). Al che il saggio Torda, che secondo alcune leggende sarebbe stato il capo unno padre di Bendegúz, nonché nonno di Attila, fornisce la seguente interpretazione: «Attilának a föld alatt is palotát kell epíteni. Koporsóba kell tenni. Hármas koporsóba. Aranyba, ezüstbe és vasba. Ezt jelenti Napkirály hajfonata, Hold mosolya és Éjfél szempillantása» («Bisogna costruire un palazzo per Attila anche sottoterra. Deve essere sepolto in una bara, una tripla bara d’oro, d’argento e di ferro. Questo sta a significare treccia del Re del Sole, sorriso della Luna e occhiata della Mezzanotte»).

Népmese napja
Népmese napja, la Giornata della fiaba popolare ungherese

Tracia Ateniesi Pisistrato colonizzazione Grecia

La colonizzazione in Tracia dal VII secolo a Pisistrato

I Greci, in modo particolare gli Ateniesi, rivelarono un vivo interesse per la Tracia per oltre due secoli. A partire dalla metà del VII secolo a. C. i Greci fondarono le prime colonie lungo le principali coste della Tracia, quali la costa dell’Egeo, della Propontide e del Ponto, dove erano presenti vecchi villaggi traci. Intorno al 550 a. C. gli Ateniesi riuscirono a colonizzare l’intera area del Chersoneso; più tardi si affacciarono sulle ricche regioni minerarie situate nei pressi della foce dello Strimone.

A partire dalla fine del VI secolo gli Ateniesi cercarono di consolidare i rapporti con le popolazioni locali attraverso legami matrimoniali; ma questa vicinanza tra Greci e Traci si sgretolò durante la spedizione del re persiano Dario contro la Scizia nel 513-512 a. C. Con un imponente esercito Dario avanzò dal Chersoneso verso la foce dell’Istro, soggiogando tutte le tribù tracie incontrate lungo il cammino. Appresa la notizia dell’avanzata persiana, gli Sciti, popolazione nomade di origine iranica, costrinsero i Persiani alla ritirata.

Il re Dario tornò con le sue truppe in Asia Minore, ma lasciò una consistente guarnigione in Tracia guidata dal generale Megabazo. Inoltre, i Persiani nel 512 fondarono Dorisco, roccaforte situata presso il corso inferiore dell’Hebros. Fu proprio da Dorisco che Serse, il successore di Dario, guidò la spedizione contro l’Ellade nel 480, durante la quale la maggior parte delle tribù traci si alleò alle truppe persiane.

Il monte Pangeo. Foto di Diamantis Stagidis (Διαμαντής Σταγγίδης), pubblico dominio

Dopo la disfatta dell’esercito achemenide a Salamina nel 480 e a Platea nel 479, i Persiani si ritirarono velocemente in Asia Minore, e molte roccaforti che avevano fondato in Tracia furono conquistate dagli Ateniesi, che riuscirono ad impossessarsi di tutta la regione delimitata dal fiume Strimone e dal monte Pangeo. I coloni ateniesi sfruttarono i territori che andavano dalla foce dello Strimone al Bosforo, non solo per le preziose risorse naturali ma anche per reperire informazioni sulla conformazione geografica delle principali zone della regione balcanica e sulle popolazioni che abitavano quelle terre. I Greci, infatti, furono i primi ad avere una conoscenza diretta della Tracia che non si basasse più sulla tradizione del mito e della leggenda ma sulla reale osservazione della civiltà trace.

La località di Ennea Hodoi, situata sulla riva orientale del fiume Strimone, poco distante dal mare, fu oggetto di numerosi e reiterati tentativi di colonizzazione da parte di Greci provenienti da diversi luoghi di origine, per la sua eccezionale posizione strategica. Un antico scolio a Eschine riconduce il toponimo “Ἐννέα ὁδοί” (“Nove strade”), ad un affascinante e suggestivo episodio legato ad un anatema di Fillide, principessa trace, figlia del re Fileo. La fanciulla, essendosi recata per nove volte in quel luogo, dove invano attese il ritorno dell’amato Demofonte, avrebbe auspicato agli Ateniesi di subire lo stesso numero di sciagure:

Gli Ateniesi per nove volte fallirono presso il luogo chiamato “Nove strade”, che è un luogo della Tracia, quello che ora è chiamato Chersoneso. Fallirono a causa delle maledizioni di Fillide, la quale, innamorata di Demofonte ed aspettandosi che sarebbe tornato a dar compimento alle promesse fattele, e recatasi per nove volte in quel luogo, poiché quello non giunse, gettò sugli Ateniesi la maledizione di subire in quel posto altrettanti fallimenti. (schol. Aesch. II, 31)

Tracia Ateniesi colonizzazione colonie Pisistrato
Vista dall'Acropoli di Anfipoli col fiume Strimone sullo sfondo. Foto di MarsyasCC BY-SA 3.0

La valle dello Strimone era nota per le abbondanti risorse minerarie di oro e argento e per le ingenti quantità di legname, catrame e pece. Tali caratteristiche resero molto ambita la ricca e florida terra trace, soprattutto dagli Ateniesi quando il tiranno Pisistrato, in esilio presso le zone del Pangeo e del golfo Termaico, ne colse le potenzialità.

Negli anni successivi all’arcontato di Solone, Atene fu straziata da numerosi conflitti tra le più influenti famiglie aristocratiche della città che, attraverso eserciti privati, cercavano di accaparrarsi il potere. In un clima di crisi e anarchia, emerse la figura di Pisistrato, giovane e ambizioso aristocratico di Brauron, località situata sulla costa orientale dell’Attica. Egli riuscì ad acquisire notorietà e rispetto nella guerra che gli Ateniesi combatterono contro Megara per il possesso di Salamina e Nisea.

Attraverso un consueto cursus honorum, scandito da programmi demagogici e riconoscimenti militari, intorno al 560 riuscì a farsi tiranno. Con il supporto di una guardia del corpo, occupò l’Acropoli e conquistò il potere. Ma il sostegno del popolo si tramutò in paura e le fazioni politiche opposte lo costrinsero all’esilio. Successivamente rientrò ad Atene grazie ad un accordo matrimoniale con la famiglia degli Alcmeonidi, compromesso destinato a fallire poco dopo.

Costretto nuovamente alla fuga, Pisistrato raggiunse la zona del Pangeo e dello Strimone, dove reclutò un esercito personale e ottenne ingenti profitti. Nel 546 infatti, il tiranno, grazie agli introiti finanziari provenienti dalla Tracia e ai legami instaurati con gli aristocratici dell’Eretria, di Argo e Tebe, prese ancora una volta possesso della città, fino al 528, anno della sua scomparsa.

Pisistrato torna ad Atene, al suo fianco una donna travestita da Atena (come narrato da Erodoto). Illustrazione di M. A. Barth, da Vorzeit und Gegenwart, Augsbourg, 1832, in pubblico dominio

L’avventura in Tracia consentì a Pisistrato di guadagnare enormi profitti che gli permisero di tornare in pianta stabile ad Atene. Nelle Storie Erodoto fa un chiaro riferimento ai numerosi vantaggi economici, provenienti in parte dalle attività nella regione dello Strimone, attraverso i quali il tiranno tornò al potere ad Atene dopo la sua seconda espulsione dalla città:

Gli Ateniesi si lasciarono persuadere e così Pisistrato per la terza volta fu padrone di Atene; questa volta rese più saldo il proprio potere grazie alle molte guardie e agli ingenti contributi in denaro, che gli provenivano tanto dall’Attica come dal fiume Strimone. (Hdt. I, 64, 1)

Il progetto coloniale ispirato dal tirano ateniese non si tradusse mai in violente campagne contro le popolazioni locali ma ebbe, fin da subito, un carattere collaborativo e diplomatico. Egli non disponeva di un esercito solido che gli garantisse il controllo del territorio e per questo motivo instaurò accordi clientelari con gli abitanti che occupavano la zona del Pangeo, ricca di preziose miniere.

Infatti, Pisistrato e i suoi ricevettero un consistente appoggio soprattutto dagli ethne traci e dagli Eretriesi. Proprio il sostegno di questi ultimi permise agli Ateniesi di adottare il modello cooperativo anche nelle zone dell’Egeo settentrionale. Dunque, l’iniziativa del lungimirante despota non si concretizzò inizialmente in una reale ed effettiva occupazione dell’area trace e non determinò la formazione di una vera e propria colonia, a differenza dei successivi tentativi di V secolo.

Bibliografia

David Asheri, Herodotus on Thracian Society and History, in Hérodote et les peuples non grecs: neuf exposés suivis de discussions, W. Burkert, G. Nenci and O. Reverdin (eds.), Ginevra 1990, 132-133.

Manuela Mari, Un luogo calcato da molti piedi: la valle dello Strimone prima di Anfipoli, “Historikà” 4 (2014), 53-114.

Matthew A. Sears, Athens, Thrace, and the shaping of Athenian Leadership, Cambridge 2013.