Premio Pulitzer 2020

Premio Pulitzer per la narrativa 2020: quando la letteratura precede la storia

Il Premio Pulitzer per la narrativa 2020: tra grandi romanzi americani, Black Lives Matter, archetipi e stereotipi

L’ossessione tutta americana di scrivere la “Great American Novel”, ormai divenuta proverbiale tra gli autori statunitensi e non solo (e canonizzata dal romanzo di Philip Roth, Il Grande Romanzo Americano), sembra aver preso corpo alla perfezione nel terzetto finalista del Premio Pulitzer per la narrativa di quest’anno.

C’è da essere franchi: non tutti i passati vincitori del Pulitzer – figuriamoci solo i finalisti – sono riusciti ad entrare nella storia della letteratura americana, ma quest’anno, l’anno dell’Apocalisse a quanto pare, i giudici ci hanno presentato uno specimen accurato e memorabile di fiorenti romanzi americani contemporanei.

 

View this post on Instagram

 

The 2020 #Pulitzer Prize-winning books are: 1. Fiction "The Nickel Boys," by Colson Whitehead (Doubleday) @DoubledayBooks A spare and devastating exploration of abuse at a reform school in Jim Crow-era Florida that is ultimately a powerful tale of human perseverance, dignity and redemption. . 2. History Sweet Taste of Liberty: A True Story of Slavery and Restitution in America, by W. Caleb McDaniel (Oxford University Press) @OxUniPress. A masterfully researched meditation on reparations based on the remarkable story of a 19th-century woman who survived kidnapping and re-enslavement to sue her captor. . 3. Biography Sontag: Her Life and Work, by Benjamin Moser @BenjaminFMoser (Ecco) @EccoBooks. An authoritatively constructed work told with pathos and grace, that captures the writer’s genius and humanity alongside her addictions, sexual ambiguities and volatile enthusiasms. . 4. Poetry The Tradition, by Jericho Brown @JerichoBrown1 (@Copper_Canyon_Press) A collection of masterful lyrics that combine delicacy with historical urgency in their loving evocation of bodies vulnerable to hostility and violence. . 5. General Nonfiction The Undying: Pain, Vulnerability, Mortality, Medicine, Art, Time, Dreams, Data, Exhaustion, Cancer, and Care, by Anne Boyer (Farrar, Straus, and Giroux). An elegant and unforgettable narrative about the brutality of illness and the capitalism of cancer care in America. . 6. General Nonfiction The End of the Myth: From the Frontier to the Border Wall in the Mind of America, by Greg Grandin (Metropolitan Books) A sweeping and beautifully written book that probes the American myth of boundless expansion and provides a compelling context for thinking about the current political moment. (Moved by the Board from the History category.) . #PulitzerPrizes #Pulitzer #Journalism #Arts #Books #Writers #Playwrights #Bookstagram #Drama #amreading #amwriting

A post shared by The Pulitzer Prizes (@pulitzerprizes) on

La vittoria de I ragazzi della Nickel, di Colson Whitehead (premiato per la seconda volta, dopo il trionfo del 2017 con La ferrovia sotterranea) colpisce nel segno per il suo tempismo. Soltanto 21 giorni prima dell’omicidio di George Floyd, a cui è seguita l’onda di proteste del movimento Black Lives Matter, ancora in corso e destinata a cambiare la storia, il 4 Maggio 2020, un romanzo imperniato sul tema della violenza bianca contro i giovani ragazzi neri di un riformatorio americano ha vinto meritatamente il premio Pulitzer. Una profezia? Una premonizione di quanto sarebbe presto accaduto? O forse solo un segnale, un sintomo della crescente necessità di consapevolezza nei confronti di un problema sociale e storico, che ribolliva sotto la superficie delle cose da molto, troppo tempo.

Quello di Whitehead non è semplicemente un romanzo onesto, profondo e attuale sulla condizione nei neri negli Stati Uniti. Esso è anche – e mi si si scuserà l’eccessiva insistenza sull’espressione d’ora in avanti – un Grande Romanzo Americano.

Cito dalla pagina Wikipedia per Great American Novel: “The term Great American Novel (GAN) refers to a canonical novel that is thought to capture the spirit of American life. It is generally regarded as being written by an American and dealing in some way with the question of America's national character. The Great American Novel is considered America's equivalent of the national epic”.

La copertina del romanzo I ragazzi della Nickel di Colson Whitehead, vincitore del Premio Pulitzer per la narrativa 2020, nell'edizione Mondadori

I ragazzi della Nickel, sebbene non canonicamente “epico” nelle sue 215 pagine, cattura, tuttavia, in modo robusto ed efficace lo spirito di una certa parte di America contemporanea. Nonostante il romanzo racconti una vicenda inventata, la storia (recente e meno recente) ha dimostrato come gli eventi narrati da Whitehead – la brutalità di un violentissimo e multiforme abuso nei confronti di ragazzi di colore – siano lo specchio dei fatti di ogni giorno in America (e non solo), in quanto parte di una società corrosa alle fondamenta dal continuo perpetrarsi di questo tipo di violenza. Il problema del valore delle black lives è per gli Stati Uniti (e molti altri paesi) un problema di carattere nazionale, che la forza della scrittura di Whitehead è riuscita ad immortalare in un modo che pochissimi altri scrittori (e penso naturalmente a Toni Morrison più di ogni altro) sono stati in grado di fare fino ad oggi: questo romanzo contiene una storia profondamente personale e individuale, che ha però la capacità di ergersi ad archetipo di una condizione umana universale di sofferenza, abuso, violenza e discriminazione. Creare archetipi è compito della buona scrittura, mentre la scrittura mediocre, al contrario, finisce sempre per creare fragili e noiosi stereotipi. È per questo motivo, per esempio, che se, da un lato, uno dei due romanzi vincitori del Man Booker Prize 2019, Girl, Woman, Other, di Bernardine Evaristo, ci offre una banale carrellata di cliché mal scritti (stereotipi, per l’appunto) su donne di colore (e non dipinge una realtà con cui riusciamo ad entrare in relazione), Whitehead, invece, crea un mondo immaginario che, nella sua unicità, conferisce al mondo reale una consapevolezza delle sue mancanze e dei suoi difetti, e riverbera, dunque, di una forza archetipica. È in questo senso che diventa epico e merita decisamente l’appellativo di grande romanzo americano.

La scena letteraria del Pulitzer di quest’anno, poi, si arricchisce ulteriormente, dal momento che gli altri due romanzi contendenti sembrerebbero meritare a pieno diritto il titolo di grande romanzo americano.

La copertina del romanzo Topeka School di Ben Lerner, pubblicato in Italia da Sellerio

Topeka School, di Ben Lerner, è un romanzo estremamente raffinato che ritrae un determinato spaccato borghese della società americana: i protagonisti fanno parte di una famiglia di psicoterapeuti, il cui figlio è un campione di declamazioni in dibattiti pubblici. La narrazione è polifonica, non soltanto in luce del susseguirsi di voci diverse (madre, padre, figlio), ma anche e soprattutto per via della scelta dell’autore di alternare il discorso in prima e in terza persona. La tecnica narrativa è sapiente: la storia nascosta e segreta di un ragazzino di nome Darren, che ha toccato solo tangenzialmente ma in modo significativo quella dei protagonisti, si dipana tra i capitoli senza essere mai raccontata troppo esplicitamente. Quello di Ben Lerner ha il potenziale di un grande romanzo americano, non solo per la sua limpida scrittura e l’architettura da maestro che ci regala, ma anche perché approccia con tatto un vasto numero di temi caldi della società americana contemporanea: innanzi tutto la questione dei dibattiti pubblici e dell’eloquenza – e gli ovvi conseguenti pericoli della persuasione –, il femminismo, la psicoterapia e la salute mentale, ma anche (e significativamente) il ruolo critico dell’istruzione. Un tale pastiche di temi avrebbe facilmente potuto incorrere nel rischio di creare degli stereotipi, ma Ben Lerner sembra esserne criticamente consapevole, e, pertanto, sceglie di dare al suo lavoro un’intelaiatura solida, entro la quale questi problemi interagiscono con naturalezza e vigore, e pertanto puntano all’universalità.

La copertina del romanzo The Dutch House di Ann Patchett

Per concludere, è bene spendere alcune parole su The Dutch House, di Ann Patchett, forse il più tradizionale dei tre romanzi (e l’unico non ancora tradotto in italiano), in quanto saga familiare. La storia, in un certo senso una moderna e dura rivisitazione della favola di Cenerentola, è quella di un fratello e una sorella (di cui lui è il narratore), vittime, da un lato, del tragico destino della propria famiglia (abbandonati dalla madre, cacciati dalla casa di famiglia dalla seconda moglie del defunto padre), e dall’altro della propria violenta ossessione per la Dutch House, il sontuoso luogo in cui sono cresciuti – il sostanziarsi del sogno americano del padre, ambizioso e ostinato a dare corpo alla sua scalata sociale tramite il possesso di una casa da sogno, la casa da sogno che porterà sua moglie alla follia e alla fuga. Un’ossessione, quella dei due protagonisti, che li accompagnerà fino alla vecchiaia e alla morte e che verrà ereditata dai figli. Se la trama è semplice, il sentimento di cui si fa portavoce è indubitabilmente epico: la cieca, insistente e cocciuta rincorsa al recupero e mantenimento delle radici; l’attaccamento razionale e irrazionale al bene materiale – la casa – che queste radici le ha conferite; la componente fisica e tangibile della memoria. Raccontandoci questi sentimenti sì universali, ma anche molto fortemente connotati come americani (è nella grande casa, forse, il sogno?), Ann Patchett costruisce un romanzo epico, dall’estenuante forza emotiva, che nella sua semplicità descrive follia, strazio, dolcezza, rassegnazione, amore familiare e una pletora vastissima di emozioni e azioni umane. È, in buona sostanza, un grande (e in questo caso, tradizionale, ma pur sempre universale) romanzo americano.

In definitiva, il Premio Pulitzer per la narrativa 2020 stupisce per la lungimiranza e la brillantezza delle sue scelte, ma soprattutto ci insegna come la letteratura, talvolta, preceda la storia, come i grandi problemi umani e sociali affiorino nelle pagine scritte, prima ancora che nelle azioni. Come grandi romanzi americani (e, speriamo, grandi romanzi universali) diano una spinta propulsiva alle azioni e al pensiero.

Colson Whitehead, vincitore del Premio Pulitzer per la narrativa 2020. Foto di Larry D. Moore, CC BY-SA 4.0

Il colore viola: parla della vita, parla di noi

Il colore viola è un film del 1985 diretto da Steven Spielberg e prodotto dalla casa produttrice americana Amblin EntertainmentLa pellicola fu un grande successo di pubblico e di critica. Tuttavia, nonostante gli innumerevoli consensi e le 11 candidature agli Oscar, Il colore viola non riuscì a vincere l'ambita statuetta.

Akosua Busia and Desreta Jackson in The Color Purple.

It's about life

Il film di Spielberg è tratto dall'omonimo romanzo di Alice Walker, vincitore del premio Pulitzer. Protagoniste della storia sono due sorelle di nome Celie (Desreta Jackson-Whoopi Goldberg) e Nettie (Akosua Busia) bambine di colore cresciute in una piantagione nel sud degli Stati Uniti nei primi anni del Novecento. Celie, dopo aver subito violenze sessuali dal padre e aver partorito due figli, viene data in sposa a Mr Albert Johnson (Danny Glover). La separazione dall'amata sorella e le continue percosse ricevute dal nuovo marito rendono la vita di Celie triste e difficoltosa. Dopo aver preso coraggio, Celie convince Albert a far trasferire Nettie a casa loro, creando il primo punto di svolta sia per la crescita dei personaggio sia per la narrazione.

Desreta Jackson and Akosua Busia in The Color Purple.

Nettie, grazie alla sua grande forza di volontà, si iscrive a scuola. Celie la aspetta in casa, dove è costretta a pulire anni di sporcizia e a crescere figli non suoi. Nettie desidera che la sorella sia libera, così le insegna a leggere tra una faccenda e l'altra. A rompere questo legame sarà Albert il quale, dopo essere stato rifiutato da Nettie, caccia via la giovane, minacciandola di morte se solo si fosse riavvicinata alla proprietà. Durante questo struggente addio Celie grida "Scrivi" e Nettie le risponde "Solo la morte potrà impedirmelo."

Celie cresce e da adolescente diventa una donna: non ha mai ricevuto una lettera di Nettie. A questo punto il personaggio interpretato da una giovane Whoopi Goldberg, è rassegnato e tenta di sopravvivere all'interno delle continue violenze domestiche. A rompere questo cerchio di brutalità saranno due personaggi femminili: Shug Avery (Margaret Avery) il grande amore di Albert, e Sofia (Oprah Winfrey) la futura nuora di Celie.

Il colore viola The Color Purple Steven Spielberg

It's about love

Il rapporto tra Shug e Celie è, inizialmente, conflittuale per via di Albert. Fortunatamente, grazie ad un dialogo in cui le due donne parlano di tutto ciò che una donna (per giunta di colore) deve subire, il conflitto verrà meno e darà il via ad un secondo periodo che le vedrà amiche.

Nel 1916, c'è il matrimonio tra Harpo (Williard E. Pugh) il figlio di Albert e Sofia, una donna risoluta ed emancipata che sposa il giovane Harpo per amore e non perché costretta dalla famiglia. Celie è improvvisamente circondata da figure femminili forti e, difatti, non riesce immediatamente a rapportarsi con loro, data la sua apparente natura timida e dimessa. La presenza di Shug e Sofia è fondamentale per la crescita di Celie e, soprattutto, per soddisfare quel bisogno di amore che tutti proviamo durante lo scorrere della nostra vita.

Nel 1922, Harpo decide di aprire un blues bar, seguendo la scia dei due travolgenti generi musicali noti come jazz e blues. Il blues bar diventa un punto di incontro della comunità di colore e del nucleo famigliare di Celie. Shug diventa la cantante di punta del locale, alimentando la gelosia di Albert.

Il rapporto tra Celie e Shug subisce un ulteriore variazione, sfociando una celata storia d'amore (nel libro molto esplicita, a differenza del film). Celie, quindi, conosce l'amore, ma questo non sarà sufficiente per fuggire da quella prigione che il patriarcato ha costruito intorno a lei e a tutte le donne protagoniste della storia.

It's about us

Nel 1936, la narrazione si spezza definitivamente. I ruoli prestabiliti dal contesto sociale vengono meno e le carte si mescolano. L'arco temporale 1936-1937 sancisce la liberazione definitiva di ogni personaggio, maschile o femminile che sia. Celie riesce a ribellarsi alla volontà di Albert e fugge con Shug. Sofia, dopo aver passato anni in prigione per aver risposto ad una donna bianca, torna ad essere il capo famiglia. Per quanto riguarda gli uomini, la loro liberazione spezza le catene di una struttura sociale che li vuole duri, maneschi e, soprattutto, capofamiglia. Albert, che per anni ha nascosto a Celie le lettere di Nettie, decide di investire i suoi risparmi per far rincontrare le due sorelle. Harpo decide di essere un marito amorevole e rispettoso di una donna indipendente come Sofia.

Perché Il colore viola parla di noi? Sicuramente il film di Spielberg punta i riflettori su una comunità specifica e, soprattutto, sulla questione della segregazione razziale negli USA. Tuttavia, il significato di quest'opera va ben oltre il colore della pelle. Le scene in interni, che si tratti della casa di Albert o del bar Harpo, creano un ambiente intimo e tremendamente privato in cui, però, tutti quanti abbiamo vissuto in un modo o nell'altro. Le dinamiche di potere dell'uomo sulla donna e del bianco sulla persona di colore sono gestite da Spielberg con l'uso di una regia morbida e lineare, pronta ad alternare strette inquadrature a campi medi sui campi in fiore.

Il colore viola è un film da riprendere tra le mani, dato soprattutto le proteste contemporanea che hanno dato il via al movimento #blacklivesmatter, perché è uno dei migliori film contro il razzismo mai realizzati. Possiamo definirlo tale, perché parliamo di un film che non usa mai il termine "razzismo", ma si "limita" a dimostrarlo senza indugiare in virtuosismi registici. "Tutto vuole essere amato" dice Shug a Celie durante una passeggiata tra i fiori violacei della piantagione. In definitiva, noi gridiamo, protestiamo e piangiamo per questo: per essere amati.

Il colore viola The Color Purple Steven Spielberg
La locandina del film Il colore viola (The Color Purple), diretto da Steven Spielberg. Amblin Partners, Amblin Entertainment, © 2020 Storyteller Distribution Co., LLC

Tutte le foto del film Il colore viola sono Amblin Entertainment, © 2020 Storyteller Distribution Co., LLC · All Rights Reserved


Piccole Donne Carolina Capria Louis May Alcott

Le parole che aiutano a crescere, secondo Louisa May Alcott e Carolina Capria

Per parlare del mondo di Piccole Donne bisogna partire da Piccole Donne.

Il romanzo di formazione per ragazze più famoso che esista.

Scrivo 'per ragazze' mio malgrado, perché è un classico e i classici non dovrebbero essere letti da ragazzi o ragazze. Dovrebbero essere letti da tutti.

Nel caso di Piccole Donne il discrimine è forse dato dal suo essere un romanzo che parla di quattro sorelle che vivono a Concorde, Stati Uniti, durante la guerra di secessione.

La guerra è l'espediente che serve per giustificare l'assenza del padre e fare emergere i caratteri di quattro sorelle adolescenti di età diverse.

Quattro caratteri peculiari.

E di donne è piena la storia, perché tutto ruota, per una volta, intorno a loro, alla signora March, la mamma, ad Hanna, la fedele governante, e in un certo senso anche al personaggio di Zia March, la donna eccentrica.

Sì, ci sono il signor Lawrence e Laurie, e il signor Brooke che servono a raccontare il rapporto con il mondo di fuori e con l'altro sesso.

Ma in effetti queste donne potrebbero benissimo fare a meno delle appendici maschili. Gli uomini mostrano esclusivamente il privilegio dato appunto dal loro essere uomini in un mondo che vede le donne in un'unica funzione: sposate o angeli del focolare.

Il bello di Piccole Donne è che queste ragazze hanno delle vite che si reggono anche da sole. Non sono ancora nell'età in cui devono per forza accasarsi e sono libere di essere quel che vogliono nella casa in cui vivono grazie anche all'educazione che hanno ricevuto.

Quando noi donne del ventesimo e ventunesimo secolo abbiamo letto Piccole Donne non ci siamo rese conto che queste ragazze vivevano in un mondo dove le donne erano delle appendici. Erano nostre sorelle, nostre pari.

Forse per questo ha molto senso il libro di Carolina Capria, Nel mondo di Piccole donne, che oltre a spiegare alle ragazze del 2020 perché fa bene leggere un classico mai invecchiato, spiega anche a noi ex ragazze come mai non ci siamo rese conto della sua modernità e del motivo per cui quando lo rileggiamo non ci sembra parlare del passato, ma di nostre contemporanee.

Carolina ragiona per parole chiave.

Prende le protagoniste e il protagonista e le descrive partendo dal loro aspetto fisico usando le parole di Louisa May Alcott e alcune delle loro peculiarità.

Non dà mai un'accezione negativa a queste caratteristiche.

Stiamo parlando di personaggi che sono raccontati a tutto tondo, quindi hanno pregi e difetti.

Anche quel che potrebbe sembrare un difetto insormontabile viene sviscerato, spiegato, analizzato senza un giudizio, ma mostrando come quello che sembra un difetto può trasformarsi in una possibilità per migliorare.

Anche la rabbia e l'invidia in questa narrazione vengono elaborate e trasformate in momenti di riflessione, e mai negate.

Perché tutte abbiamo provato invidia, anche se non ci piaceva, e tutte siamo state arrabbiate.

La cosa importante è capire cosa fare poi con quell'invidia che non ci piaceva e come elaborare la rabbia.

Un'altra peculiarità del lavoro di Carolina sui personaggi è che riesce a farceli amare tutti, anche se per tutta la vita abbiamo avuto la nostra sorella preferita e quella che avremmo volentieri preso a ceffoni.

Viene rispettata ogni individualità, perché non c'è un unico modo di essere donne realizzate, per Louisa May Alcott. Ogni scelta fatta consapevolmente per lei ha una dignità.

E queste piccole donne, presto o tardi, faranno le loro scelte consapevoli.

Anche se a noi non piacciono o non le riconosciamo come nostre.

Non a caso una delle parole chiave indicata nel libro è sorellanza. Quella cosa che ti permette di sentire vicine anche persone che non hanno le tue stesse ambizioni o i tuoi stessi gusti, ma su cui puoi contare nei momenti più difficili.

Carolina ne ha anche per Laurie, che è il classico maschio bianco etero ricco, il più privilegiato di tutti, insomma.

Laurie non percepisce il suo privilegio perché nessuno glielo ha mai messo con evidenza sotto il naso.

Imparerà molto anche lui da questa famiglia così anticonformista, come dovrebbe fare qualunque maschio bianco etero privilegiato a cui non hanno mai fatto leggere Piccole Donne perché è un libro da donne.

Se posso dare un consiglio, regalate Piccole Donne corredato dal libro di Carolina a chiunque, inclusi gli uomini che conoscete.

Cominciamo a sfatare il mito che non sia una lettura da uomini, facciamolo diventare un classico per tutti come dovrebbe essere in un mondo dove i libri non vengono scelti in base al genere ma in base a quanto possono insegnare al singolo individuo, uomo, donna, intersex e tutto quello che vogliamo per essere il più inclusivi possibile.

piccole donne Capria
La copertina del volume di Carolina Capria, Nel mondo di Piccole donne, con illustrazioni di Elisa Macellari, pubblicato da De Agostini

Si ringrazia De Agostini per le illustrazioni di Elisa Macellari che potrete ritrovare all'interno del libro di Carolina Capria, Nel mondo di Piccole donne.


Gli incubi di Shirley Jackson: la riscoperta della regina del gotico americano

GLI INCUBI DI SHIRLEY JACKSON:

La riscoperta della regina del gotico americano

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Nel 1980, in esergo al suo romanzo L'incendiaria, Stephen King pose la seguente dedica: In ricordo di Shirley Jackson, che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce. In questo modo il maestro dell'horror statunitense intendeva rendere omaggio a una grande autrice, da molti ritenuta l'iniziatrice del gotico a stelle e strisce. Autrice che, fino a pochi anni fa, in Italia era praticamente sconosciuta: quasi nulla della sua produzione era pervenuto nel nostro Paese, a parte le traduzioni di due suoi romanzi apparse fugacemente tra gli anni '80 e i '90; per amor di cronaca è opportuno citare il film del 1999 Haunting- Presenze, che all'epoca della sua uscita riscosse un certo successo: pur dichiaratamente ispirato a una delle sue opere più famose, esso non rispecchia alcunché della poetica della Jackson, che i lettori italiani hanno potuto conoscere davvero solo in tempi recenti.

La casa editrice Adelphi ha infatti intrapreso la pubblicazione sistematica dei suoi testi proprio a partire da L'incubo di Hill House (già pubblicato da SIAD nel 1979 come La casa degli invasati), dal quale era stato tratto il lungometraggio; successivamente sono stati rilasciati anche Abbiamo sempre vissuto nel castello (edito nel 1990 da Mondadori col titolo Così dolce, così innocente), Lizzie (apparso nelle nostre librerie nel 2014, a sessant'anni dalla prima uscita americana) e diverse raccolte di racconti brevi.

La ribalta italiana di Shirley Jackson va inquadrata nel contesto di una generale riscoperta dell'autrice: in America, dove la sua fama non è mai venuta meno, di recente sono stati pubblicati ben tre volumi di racconti rimasti finora inediti e curati dal figlio Laurence, l'ultimo dei quali, La luna di miele della signora Smith, sarà nelle nostre librerie in autunno, sempre per Adelphi; nel 2018 sono stati inoltre prodotti una serie (The Haunting) e un film (Mistero a castello Blackwood) tratti dalle sue opere, mentre da qualche settimana è disponibile sulle piattaforme streaming Shirley, un gustoso film a metà tra biopic e thriller che vede Elizabeth Moss nei panni della scrittrice.

A quasi sessant'anni dalla sua morte, dunque, Shirley Jackson sta raggiungendo l'apice della sua fama; stupisce peraltro la velocità con la quale le sue opere hanno cominciato a trascendere la dimensione letteraria per invadere altri media. Le ragioni di questo tardivo (ma meritato) successo sono molteplici: tra di esse c'è di certo il rinnovato interesse per il genere gotico/horror, che in questi anni sta vivendo una peculiare e multimediale evoluzione. Tuttavia sarebbe riduttivo ricondurre l'intera poetica di Shirley Jackson a un solo genere: le sue opere sono veri e propri capolavori d'ingegno, accessibili a qualunque lettore per via della prosa accattivante e scorrevole ma al tempo stesso dotati di estrema profondità, che li rende complessi al pari della personalità dell'autrice.

La biografia della Jackson è in tal senso paradigmatica: nata nel 1916 a San Francisco, Shirley soffrì sin da piccola del mancato amore di sua madre, che non perse mai occasione di sopprimere i suoi sogni e la sua personalità; dopo un'adolescenza trascorsa tra emarginazione e bullismo, sposò Stanley Hyman, che a sua volta la sottopose a continue infedeltà. Bisogna poi considerare il non facile periodo storico in cui ella visse, nel quale al finto benessere ostentato dalla società americana faceva da contrappunto il terrore per l'imminenza di una guerra: tutti questi drammi portarono la sua psiche a frequenti cedimenti, improvvise crisi di nervi e lunghi periodi di depressione. La donna riversò il patimento per la propria vita nella scrittura, per la quale aveva dimostrato una precoce inclinazione: nel corso della sua breve vita (morì a soli quarantotto anni) produsse sei romanzi e un'enorme quantità di racconti brevi, saggi e memoriali.

Shirley Jackson
Nel racconto che le guadagnò l'attenzione del pubblico, The Lottery, Shirley Jackson aveva in mente luoghi come North Bennington. Foto Flickr di Mark Barry, CC BY 2.0

Sarebbe fin troppo facile attribuire l'efficacia delle opere di Shirley Jackson alla sua travagliata vicenda umana, sebbene ciò risponda al vero: in effetti si può affermare che in questo caso l'autrice e la sua opera siano assolutamente inscindibili. L'ansia sociale, la paranoia, la divisione della personalità, i complessi familiari non risolti e la costante sensazione di pericolo sono di casa nelle sue storie, resi con una capacità descrittiva incredibilmente efficace; eppure non è solo questo a renderla unica.

Elisabeth Moss e Odessa Young (Rose Nemser/Paula) nel film Shirley. Foto Courtesy NEON

Il mondo in cui si svolgono i racconti della Jackson è instabile e insicuro; forze oscure tessono i fili delle angosce dei protagonisti, ma a dispetto di quanto ci si potrebbe aspettare esse non si palesano mai direttamente agli occhi del lettore: al massimo le si potrà percepire in minimi segnali - porte che sbattono, ombre dietro un angolo, ricordi remoti di un delitto - i quali non diventeranno mai lampanti; al termine della lettura la domanda che ci si pone può essere una soltanto: quella che abbiamo finito di leggere è davvero una storia dell'orrore, o siamo stati tratti in inganno dalle nostre stesse paure? La Jackson è stata tra le prime a intuire che non ci può essere orrore che tenga di fronte alla capacità della mente umana di interpretare le proprie paure e dar loro un volto; è inutile dare in pasto al lettore demoni, fantasmi e jumpscare: è invece molto meglio orchestrare sottili ed eleganti inganni che lo porteranno inevitabilmente a scontrarsi con sé stesso.

A questo punto non sorprende che queste storie stiano conoscendo apprezzamento e diffusione nel periodo che stiamo vivendo, in cui ciascuno di noi è nel suo piccolo una Shirley Jackson: oggi siamo chiamati di continuo a incontrarci e scontrarci con la nostra parte più oscura, a guardare in faccia le nostre paure e a trovare da soli il modo di combatterle e/o esorcizzarle; tutti, a diversi livelli, temiamo di non essere all'altezza dell'altro, della società, di ciò che ci riserva il futuro: questo è ciò che prende forma nelle pagine dell'autrice americana, adatte a qualsiasi palato.

Shirley Jackson
Michael Stuhlbarg (Stanley Edgar Hyman) ed Elisabeth Moss nel film Shirley. Foto Courtesy NEON

Pat Sullivan Felix the cat il gatto

Pat Sullivan: una vita in bianco e nero

SOGNI ANIMATI II

Pat Sullivan: una vita in bianco e nero

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Pat Sullivan
Pat Sullivan in una foto di ignoto, da p. 48 dell'edizione del 3 Aprile dello Exhibitors Herald (Apr. - Jun. 1920), in pubblico dominio

Il binomio “genio e sregolatezza” viene spesso utilizzato per riassumere le biografie di celebri personaggi il cui formidabile estro andò di pari passo con uno stile di vita esagerato e, quasi sempre, dai risvolti tragici: in genere si parla in questo modo di pittori, scrittori e attori, ma non mancano esponenti di forme d'arte meno convenzionali, come matematici e pionieri dell'informatica. Anche nel mondo dell'animazione vi sono state personalità particolarmente controverse, il cui spessore artistico si accompagna a una vita problematica: paradigmatica, in tal senso, è la storia di Pat Sullivan, che fu in grado di cambiare la concezione stessa dei cartoni animati ma non di salvarsi da un'esistenza ricca di drammi ed eccessi.

Un ragazzo difficile

Patrick Peter “Pat” Sullivan nacque nei sobborghi di Sydney il 22 febbraio 1885 da una famiglia d'origine irlandese; poco più che ventenne emigrò negli Stati Uniti, dove lavorò dapprima come fumettista per alcuni giornali per poi interessarsi all'animazione: tra 1914 e 1915 prestò servizio in due dei primi studios storicamente esistiti, quello di John Randolph Bray e quello di Raoul Barré. Già nel corso di queste prime esperienze emerse la difficile personalità di Sullivan: il ragazzo era un fervente cattolico e difendeva le proprie idee religiose al punto di scatenare vere e proprie risse; inoltre già in questi anni risultarono evidenti il suo narcisismo e la tendenza a bere più del dovuto. In effetti Sullivan si dimise dagli studios di Bray dopo pochi mesi di lavoro perché “non si sentiva sufficientemente valorizzato”; in seguito fu Barré a licenziarlo per divergenze creative, sottolineando il fatto che ai suoi occhi fosse un incompetente.

Nel frattempo il mondo dell'animazione andava incontro a decisive trasformazioni: nel 1916 il magnate americano William Randolph Hearst fondò i propri studios, i primi a presentare un assetto aziendale gerarchico e ben definito, che fu poi replicato dalle case di produzione più famose (Disney e Fleischer in testa); Hearst, la cui abilità negli affari era proverbiale, offrì ai migliori artisti degli studios di Bray e Barré degli stipendi da capogiro, assicurandosi una forza lavoro di prim'ordine e causando al contempo il fallimento delle altre due case di produzione. Sullivan, che all'epoca era già stato cacciato da Barré, non rientrò tra le fila di questi animatori: quasi per ripicca decise di investire i suoi scarsi risparmi per fondare un suo studio personale.

Questa impresa si rivelò sorprendentemente efficace: Sullivan aveva acquistato i diritti di due serie a fumetti alle quali aveva lavorato, Sammy Johnsin e The Tramp (ispirata al personaggio di Charlot), che all'epoca godevano di fama più che discreta; i cartoni animati che ne furono tratti riscossero un buon successo.

Occorre tuttavia considerare che già in partenza l'animatore commise dei gravi errori: piuttosto che guardare al modello Hearst, che prevedeva una suddivisione del potere decisionale tra il direttore e i membri del consiglio d'amministrazione, Sullivan decise di impostare la propria azienda con un assetto padronale, accentrando nella sua persona tutte le responsabilità. Le conseguenze di questa scelta non tardarono a mostrarsi: a causa dei suoi problemi d'alcolismo l'uomo era solito gridare contro i suoi dipendenti mentre era ubriaco, arrivando addirittura a licenziarli per futili motivi e non ricordare nulla il giorno dopo; Al Eugster, uno dei suoi animatori, dichiarò che Sullivan fosse “l'uomo d'affari più coerente del mondo: coerente nel non essere mai sobrio”.

Molti, poi, furono gli animatori afroamericani che denunciarono un razzismo di fondo nella sua gestione degli studios; infine, quando nel 1917 l'uomo fu incarcerato per un'accusa di violenza ai danni di una minorenne, gli studios, privi del loro direttore, dovettero chiudere e restare fermi per circa un anno.

Il successo di Felix the Cat

Nonostante queste controversie, l'accoglienza positiva delle due serie consentì agli studios di prosperare per alcuni anni senza picchi di particolare eccellenza; una vera e propria svolta avvenne solo sul finire del decennio, con l'invenzione di Felix the cat. Questo personaggio, che in Italia è noto anche col nome di Mio Mao, fece il suo debutto ufficiale nel cortometraggio Feline Follies (novembre 1919); il finale a sorpresa lascia intendere piuttosto chiaramente che nelle intenzioni iniziali questa dovesse essere la sua unica apparizione: invece, in maniera del tutto inaspettata, il pubblico gradì questo gatto al contempo simpatico e caustico, le cui avventure mostravano una vena di adulto sarcasmo.

Pat Sullivan Felix the cat il gatto
La celebre “camminata pensierosa” (Felix pace), in Oceantics (1930). Immagine in pubblico dominio

Questo spinse Sullivan a produrre nuovi cortometraggi di Felix; film dopo film il personaggio fu rifinito nella grafica e nel carattere; in particolare furono portati all'estremo tutti quei comportamenti stereotipati e ripetuti ossessivamente che lo rendevano unico e riconoscibile: Felix era in grado di togliersi la coda e utilizzarla come bastone, levarsi lo scalpo a mo' di cappello per salutare una bella fanciulla, afferrare i punti esclamativi utilizzati per visualizzare le sue emozioni (siamo ancora all'epoca dei film muti) e adoperarli nelle maniere più disparate; celeberrima divenne poi la sua “camminata pensierosa” (Felix pace), che in genere preludeva a un'idea strampalata in grado di dare una svolta alla trama. Per la prima volta il pubblico imparò a riconoscere e amare un personaggio animato: è per questo motivo che Felix è oggi considerato il primo personaggio seriale vero e proprio della storia dell'animazione, modello ideale per qualsiasi eroe animato sia stato mai creato in seguito fino ai nostri giorni.

Roscoe Arbuckle mentre tiene il gatto Ethel del Lasky Studio come modello per Pat Sullivan, il quale disegna Felix the Cat per il Paramount Magazine. Foto di ignoto, da p. 78 dell'edizione del 12 Marzo dello Exhibitors Herald (Jan. - Mar. 1921), in pubblico dominio

Anche le origini di questo personaggio, tuttavia, diedero adito a una serie di questioni, prima tra tutte la paternità: all'indomani del successo di Felix scoppiò infatti una diatriba tra Pat Sullivan e Otto Messmer, uno dei suoi animatori, a proposito di chi dei due lo avesse realmente inventato. Messmer dichiarava infatti di aver concepito autonomamente il personaggio in tutte le sue caratteristiche; Sullivan (che comunque ne deteneva i diritti e dunque era legalmente il proprietario ufficiale) gliene riconosceva solo lo sviluppo grafico, ribadendo che fosse un prodotto della sua inventiva. A proprio suffragio Sullivan addusse numerose prove, tra le quali un altro cortometraggio intitolato The Tail of Thomas Kat (oggi perduto), realizzato interamente da lui e con protagonista un prototipo di Felix; alcuni animatori si schierarono invece a favore di Messmer, dichiarando che l'alcolismo di Sullivan gli consentisse a malapena di gestire gli studios, e che i suoi contributi creativi fossero insignificanti.

In ogni caso Messmer ottenne da Sullivan la promozione ad animatore capo e diresse la maggior parte dei corti di Felix, e questo bastò a dirimere pacificamente le questioni tra i due; tuttavia ancora oggi non è ben chiaro chi di loro abbia inventato Felix, e gli storici dell'animazione si dividono tra i sostenitori dell'una o dell'altra tesi.

Un repentino fallimento

Felix il gatto e Charlie Chaplin in Felix in Hollywood (1923). Immagine in pubblico dominio

L'ascesa di Felix continuò per tutto il terzo decennio del '900, durante il quale gli studios non ebbero praticamente alcun rivale; molti personaggi tentarono di replicarne le caratteristiche, ma nessuno di essi ebbe particolare successo: tra di essi ricordiamo Koko il Clown di Fleischer e Oswald il coniglio fortunato, prima creazione di Walt Disney a sua volta protagonista di un clamoroso caso di furto di diritti. Lo stesso Barré, che dieci anni prima aveva licenziato Sullivan, nel 1926 dovette chiudere definitivamente la propria azienda e andare a lavorare presso il suo vecchio dipendente.

Nell'ottobre 1928, tuttavia, ci fu una svolta epocale: gli animatori Amadee von Beuren e Paul Terry rilasciarono il cortometraggio Dinner Time, il primo a far uso del sonoro; un mese dopo Walt Disney pubblicò invece Steamboat Willie, terzo cartoon di Mickey Mouse, che presentava per la prima volta una colonna sonora perfettamente sincronizzata all'azione. In breve i cortometraggi sonori divennero il punto di riferimento per la cinematografia d'animazione, al quale tutte le case di produzione dovettero adeguarsi; Sullivan operò invece una scelta in controtendenza e rifiutò di aggiungere il sonoro ai film di Felix.

Per decenni questa decisione è stata imputata alla scarsa capacità imprenditoriale dell'animatore, aggravata dai suoi problemi con l'alcol e dal suo temperamento difficile; in tempi recenti, tuttavia, essa è stata vista sotto una luce differente: molti furono infatti i cineasti che sulle prime rifiutarono di aggiungere il sonoro ai propri film, considerando il sonoro una moda passeggera; inoltre Felix era stato concepito per una cinematografia priva di sonoro e le sue caratteristiche basilari si fondavano sul fatto di essere muto; probabilmente Sullivan temeva che adattare il personaggio alle nuove mode avrebbe comportato un suo snaturamento; la stessa cosa sarebbe accaduta anni dopo a Walt Disney, quando si trattò di far passare Topolino al technicolor.

Intorno al 1930, comunque, fu chiaro che Felix stava perdendo fama e consensi; Sullivan tentò di correre ai ripari quando era già troppo tardi: a causa della scarsa disponibilità economica l'animatore fu costretto ad adoperare una tecnologia meno costosa ma decisamente obsoleta, che fu implementata in fretta e furia ad alcuni film già completati e concepiti senza sonoro. Questi cortometraggi registrarono un clamoroso insuccesso, e i mancati incassi portarono gli studios a un irreparabile dissesto finanziario.

Sullivan cadde in depressione e il suo alcolismo peggiorò; nel 1931 sua moglie Marge morì in un ambiguo incidente domestico, mentre un anno dopo gli fu diagnosticata la sifilide. L'animatore tentò di investire le sue ultime risorse nel rimodernamento degli studios e in un rilancio del suo personaggio più famoso; alla fine del 1932 annunciò di aver messo in cantiere dei nuovi film sonori di Felix, ma nel frattempo le sue condizioni fisiche e mentali si erano irrimediabilmente deteriorate: nel febbraio 1933, a una settimana dal suo quarantottesimo compleanno, Pat Sullivan morì per le complicazioni di una polmonite.

L'eredità di Pat Sullivan

In seguito alla morte di Sullivan il gatto Felix continuò a vivere sulle pagine dei fumetti, per poi godere di alcuni revival: negli anni '60 Otto Messmer rilevò i diritti del personaggio e promosse la produzione di nuovi cortometraggi a colori, mentre tra la fine degli '80 e l'inizio dei '90 gli furono dedicati un lungometraggio e una serie TV a esso ispirata. Nessuno di questi prodotti conobbe lo stesso successo della serie originale, principalmente perché il personaggio fu effettivamente alterato nelle sue caratteristiche di base: il Felix di Sullivan si rivolgeva a un pubblico adulto e le sue avventure, pur comicamente surreali, riflettevano la società americana del tempo; questo non accadde nelle successive riproposizioni, in cui Felix si trovava a interagire con mondi e personaggi fiabeschi e fin troppo infantili. In ogni caso la sua fama non è mai venuta meno, complice anche il suo massiccio utilizzo nel settore del merchandising.

La vicenda umana e professionale di Pat Sullivan servì da monito a tutti gli imprenditori che si cimentarono col mondo dell'animazione, tanto in negativo nella visione aziendale degli studios quanto in positivo nella serializzazione dei personaggi e nel continuo bisogno di adeguarsi alle mode: tutte caratteristiche pienamente riscontrabili anche oggi, a distanza di quasi un secolo.


Jojo Rabbit

Jojo Rabbit: i semi d'autunno della guerra

Jojo Rabbit è l'ultimo film del regista australiano Taika Waititi, ispirato al libro Come semi d'autunno di Christine Leunens. La pellicola ha vinto il premio Oscar per miglior sceneggiatura non originale e ha ricevuto altre cinque candidature (miglior film, miglior attrice non protagonista, miglior scenografia, miglior montaggio e migliori costumi). Jojo Rabbit è arrivato nelle sale italiane il 16 gennaio 2020 distribuito dalla 20th Century Fox Italia, incassando 3,9 milioni di euro nelle prime 7 settimane di proiezione.

Thomasin McKenzie, Roman Griffin Davis e Taika Waititi nel film JOJO RABBIT. Foto di Kimberley French. © 2019 Twentieth Century Fox Film Corporation tutti i diritti riservati

Spoiler nelle parti seguenti dell'articolo

Leggere di più


Max Fleischer Superman

Max Fleischer: vita e carriera di un altro Walt Disney

SOGNI ANIMATI I

Max Fleischer: vita e carriera di un altro Walt Disney

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Nel vastissimo panorama delle produzioni cinematografiche, i cartoni animati hanno sempre occupato un posto di primaria importanza: personaggi straordinari e storie di pochi minuti o di più ampio respiro accompagnano la vita di grandi e bambini, donando agli uni e agli altri sogni colorati e indimenticabili. Negli ultimi decenni l'avvento del CGI e i più recenti ritrovamenti nel campo della computer grafica hanno dato nuova linfa a questa branca cinematografica, ma l'hanno resa forse un po' più impersonale e meno affascinante rispetto al passato.

In effetti la storia dell'animazione è un pilastro a sé stante nell'immensa avventura del cinema: addirittura si potrebbe dire che il concetto stesso di film trova il suo nucleo nelle affascinanti e antichissime tecniche delle figure animate, che a loro volta evolvono dalle ombre cinesi e dai primi esperimenti di illuminotecnica. A partire dal 1908, anno in cui uscì Fantasmagorie, ritenuto il primissimo esempio di cartone animato, molti sono stati i pionieri di questo genere, la maggior parte dei quali sono stati via via dimenticati fino a risultare ignoti ai non addetti ai lavori; in Italia, per una pluralità di cause, le opere di molti animatori non sono nemmeno mai pervenute.

Il più conosciuto, nel nostro Paese e altrove, è di certo Walt Disney, il quale fu a sua volta un pioniere; il suo lavoro tuttavia partì laddove molti altri prima di lui avevano ideato e implementato nuove tecniche e linguaggi che egli perfezionò aggiungendone dei propri. Per questo motivo oggi vogliamo inaugurare quella che speriamo sarà una lunga serie di approfondimenti tramite i quali ripercorrere la storia dell'animazione e dei suoi protagonisti dimenticati, per ridare loro voce e al tempo stesso lasciarci trasportare dalla fantasia e dai sogni che i cartoni animati sanno sempre regalare.

Max Fleischer: le origini

Il titolo dell'articolo, nel quale in maniera provocatoria lo si equipara al suo diretto rivale, non deve trarre in inganno: sebbene le loro storie presentino alcuni punti in comune sarebbe un errore considerare Max Fleischer subalterno a Walt Disney, in quanto ciascuno dei due rappresenta un modo di intendere l'animazione sensibilmente diverso rispetto all'altro. Potremmo considerare il loro come una sorta di “scontro generazionale”, dato che il primo proveniva da una scuola di pensiero ben più tradizionale del secondo, il quale era invece un self-made man autodidatta, pienamente rispondente ai canoni del “sogno americano”.

Max Fleischer Majer Fleischer
Max Fleischer (nome di battesimo Majer) in una foto dal Moving Picture World (giugno 1919), in pubblico dominio

Nato in Polonia nel 1884, Fleischer emigrò a New York quando era molto piccolo, al seguito della famiglia; in età giovanile si affermò come illustratore e caricaturista per alcuni giornali statunitensi. Intorno al 1912 divenne allievo di John Randolph Bray: costui, oggi sconosciuto ai più, fu tra i primi ad allestire uno studio espressamente dedicato all'animazione, dal quale passarono apprendisti che sarebbero diventati a loro volta maestri del genere, come Pat Sullivan (creatore del primo personaggio seriale, il gatto Felix) e Walter Lantz (ideatore di Woody Woodpecker, da noi chiamato Picchiarello).

Nei Bray Studios, Max Fleischer si distingue immediatamente grazie alla creazione di una serie animata dal titolo Out of the Inkwell, il cui personaggio principale è un clown di nome Koko; la vera svolta avvenne tuttavia nel 1915, col brevetto della sua invenzione più importante: il rotoscopio. Si tratta di un macchinario che consente di ottenere un'animazione fluida e realistica mediante il ricalco dei disegni sui fotogrammi di un filmato girato in precedenza in live-action: per comprendere la portata di questa scoperta basti pensare che il rotoscopio è stato utilizzato per oltre un secolo da qualsiasi studio d'animazione, e molti dei film animati più celebri hanno almeno una sequenza in rotoscopia.

Rotoscope Max Fleischer
Il rotoscopio (Rotoscope), disegnato da un artista sconosciuto. Immagine RI US Patent n° 1,242,674, in pubblico dominio

Grazie ai proventi di questa invenzione Fleischer poté affrancarsi da Bray e fondare, assieme ai suoi fratelli Louis e David la propria azienda cinematografica, i Fleischer Studios, che aprirono i battenti nel 1921. Negli stessi anni Walt Disney istituiva insieme al fratello Roy la ditta Laugh O'Grams, la quale circa un decennio dopo sarebbe divenuta la Walt Disney Pictures: una differenza fondamentale tra i due studi consisteva nel fatto che Disney fu abbastanza abile da riuscire a mantenersi sempre indipendente, mentre la casa di produzione di Fleischer nacque come divisione della Paramount e lo rimase lungo tutta la sua vicenda. Come vedremo, questa divergenza di fondo risulterà decisiva in futuro.

L'avventura dei Fleischer Studios

Nel decennio successivo all'apertura, i Fleischer Studios si specializzarono nei cortometraggi animati: oltre a Out of the Inkwell, che continuarono a produrre autonomamente dopo la scissione da Bray, con l'avvento del sonoro furono ideati i Sound Car-tunes, una serie di brevi storie inframmezzate da segmenti musicali; in essi fece la sua comparsa la “pallina rimbalzante” che scandisce le sillabe del testo in sovrimpressione perché il pubblico in sala canti le canzoni insieme ai personaggi. In seguito le due serie furono riunite sotto un unico titolo, Talkartoons.

Max Fleischer Betty Boop Bimbo Koko
Betty Boop. Foto in pubblico dominio

I cartoni animati di Max Fleischer erano molto diversi da quelli di Walt Disney, che a partire dal 1928 iniziò a conoscere un successo immenso e ininterrotto: quest'ultimo era specializzato nelle Silly Symphonies e nelle avventure di Mickey Mouse/Topolino, storie semplici e divertenti basate sulle fiabe oppure sulla quotidianità americana dichiaratamente destinate a un pubblico di bambini; i Talkartoons contenevano volentieri riferimenti tutt'altro che velati a tematiche adulte quali l'alcoolismo, il fumo, la droga e la sessualità, esaltati da un'animazione più ricercata e con un'innegabile vena di surrealismo. Queste caratteristiche portarono, nel 1932, alla creazione dell'unico personaggio originale di Max Fleischer: la bellissima pin-up Betty Boop.

Nata come personaggio secondario di un episodio di Talkartoon (e inizialmente con le sembianze di un cane antropomorfo), Betty piacque al pubblico proprio per la sua sfrontatezza e per la sensualità decisamente all'avanguardia per l'epoca: in tutte le sue storie c'era almeno una scena in cui il suo vestito si accorciava o spariva per mostrarla in lingerie, senza contare i moltissimi riferimenti al sesso.

Il successo di Betty Boop fu tale che la serie Talkartoons fu dedicata esclusivamente a lei; intanto, nel 1934, fu inaugurata la prima serie animata a colori prodotta dagli studios, denominata Color Classic. Sebbene il primo episodio (Poor Cinderella) vedesse come protagonista Betty, ella non vi comparve mai più.

In Somewhere in Dreamland (1936) risulta evidente l'utilizzo del rotografo

I Color Classic costituirono forse il momento artisticamente più alto degli Studios, grazie anche all'invenzione dei rotografo, un macchinario che consentiva la realizzazione di sfondi realistici e tridimensionali; un altro colpo da maestro fu, nel 1935, l'acquisizione per i diritti di Popeye, il nostro Braccio di Ferro. Questo personaggio, inventato nel 1927 da Elzie Segar, era nato per le strisce a fumetti e godeva di un successo incredibile: Fleischer intuì che portarlo sul grande schermo sarebbe stato estremamente vantaggioso, e così fu. Il Braccio di Ferro animato, va detto, differiva profondamente da quello a fumetti: quest'ultimo era un vero e proprio antieroe sgrammaticato e cinico, mentre quello di Fleischer divenne un valoroso romantico in grado di salvare la sua bella Olivia dalle grinfie dei cattivi; all'animatore si deve inoltre la sua caratteristica che più di tutti ricordiamo: gli spinaci che lo fanno diventare fortissimo, incorporati nei fumetti solo dopo il successo dei cartoni di Fleischer.

La crisi e il declino

A conti fatti, nella prima metà degli anni '30 i Fleischer Studios erano i diretti competitors di Walt Disney tanto per fama quanto per fatturato; tuttavia in questo stesso periodo iniziò la frenata che portò la casa di produzione a un declino lento ma irreversibile.

Il primo sintomo di questa crisi fu l'entrata in vigore, nel 1934, del codice Hays, la legge americana che censurava pesantemente gli audiovisivi ponendo un veto su temi ritenuti scabrosi: non era consentito mostrare o addirittura fare alcun tipo di riferimento al crimine, agli atti sessuali, all'alcoolismo o qualsiasi situazione che sbeffeggiasse la morale e l'ordine civico. I Color Classic e Braccio di Ferro non trattavano tematiche di quel tipo; Betty Boop, invece, era completamente basata sui sexual innuendo, pertanto fu proprio questa serie a subire le conseguenze più drastiche: il personaggio fu ridisegnato per renderlo meno sensuale, e il tono delle vicende fu completamente stravolto mostrando Betty alle prese con i problemi della vita quotidiana e con le beghe sentimentali. Il pubblico non gradì la “nuova” Betty, costringendo Fleischer a chiudere la sua serie nel 1938.

Nel frattempo subentrarono nuove problematiche: innanzitutto, tra Max e suo fratello David scoppiò una faida famigliare che avrebbe portato, pochi anni dopo, all'uscita del secondo dal consiglio di amministrazione; a ciò si aggiunse, nel 1937, uno sciopero degli animatori che decimò la forza lavoro e infine, nello stesso anno, l'uscita di Biancaneve e i Sette Nani, considerato il primo film d'animazione moderno, prodotto da Walt Disney, che in breve divenne un modello di riferimento per tutte le case di produzione.

Per lungo tempo la realizzazione di un lungometraggio animato non rientrò nei piani dei Fleischer Studios poiché, lo ricordiamo, essi dipendevano dalla Paramount, che in quel periodo navigava in cattive acque e aveva ridotto drasticamente i finanziamenti per le produzioni animate. Tuttavia circa un anno dopo dalle analisi di mercato risultò evidente che non fosse più possibile rimandare la realizzazione di un film. Per limitare al massimo il rischio, la Paramount riorganizzò gli Studios e li trasferì da New York a Miami, dove la manodopera era meno costosa; la nuova sede fu il cantiere dove venne prodotto I Viaggi di Gulliver, primo film animato dei Fleischer Studios, che vide la luce nel 1939.

Gulliver riscosse un tiepido successo; il flop dei due film Disney del 1940, Pinocchio e Fantasia, convinse la Paramount a finanziare un secondo lungometraggio, Mr Bug Goes to Town, la cui uscita fu programmata per il novembre 1941. L'inaspettato successo di Dumbo, che fu rilasciato il 31 ottobre di quell'anno, costrinse la Paramount a far slittare l'uscita di Mr Bug al mese successivo allo scopo di non dover competere direttamente con un rivale di tale portata; questa mossa strategica si rivelò fatale: due giorni dopo l'uscita nei cinema di Mr Bug, in seguito all'attacco di Pearl Harbor, l'America entrava nella Seconda Guerra Mondiale.

L'impatto della guerra sull'industria cinematografica fu devastante e costrinse molte case di produzione alla chiusura o a un drastico ridimensionamento; anche i Fleischer Studios ne subirono le conseguenze, la più grave delle quali fu la rescissione, nel 1949, del contratto con la Paramount. Max Fleischer rifondò dunque un nuovo studio autonomo denominato Famous Studios; tuttavia i cambiamenti del mercato postbellico e soprattutto l'età avanzata lo portarono a una complessiva riduzione della qualità dei suoi lavori.

Superman come realizzato dai Fleischer Studios. Immagine in pubblico dominio

In assenza dei Fleischer, tuttavia, la Paramount proseguì quella che viene considerata la loro serie più bella e significativa, quella dedicata a Superman. Avviata nel 1941, essa replicava in sostanza quanto accaduto per Popeye: la Paramount aveva acquisito i diritti del personaggio, nato per le strisce a fumetti; anche in questo caso Max Fleischer aveva deciso di divergere dai toni e dalle tematiche dei comics creando un Superman “suo”, con uno stile grafico futuribile e molte trovate che poi furono incorporate nella mitologia del personaggio. Ad esempio, nei fumetti Superman era in grado di eseguire balzi di molti metri, ma non di volare; tuttavia a Fleischer non piacquero le animazioni di queste evoluzioni, così decise che avrebbe volato: questa divenne in seguito una delle caratteristiche principali del personaggio, unitamente alla frase introduttiva “ È un uccello? È un aereo? No... è Superman!”, nata appunto per i cartoni animati.

La serie di Superman fu l'ultimo vero successo di Max Fleischer; nel 1967, dopo brevi e poco rilevanti esperienze per la TV, l'animatore andò in pensione e morì nel 1972. Il suo nome è forse meno conosciuto, ma la fama dei suoi cartoni animati non è mai venuta meno: basti pensare che i cartoni di Braccio di Ferro sono regolarmente replicati in TV e che Betty Boop è tuttora considerata un'icona della moda. A tal proposito, in chiusura è bene ricordare il commovente omaggio a lei tributato nel film Chi ha incastrato Roger Rabbit? (1988), dove la dolce pin-up appare poco prima della procace Jessica Rabbit, quasi a passare il testimone tra due modi di intendere la sensualità femminile, ma anche la stessa animazione.

Koko il clown e Betty Boop nel ruolo di Snow-White (Biancaneve) nel cartoon omonimo (1933). Foto in pubblico dominio

The Shadow King Maaza Mengiste

The Shadow King di Maaza Mengiste: fascisti in Etiopia, donne coraggiose e un re fantoccio

Si è tornato a parlare di Etiopia, Eritrea e invasione italiana abbastanza di recente, quando nel marzo del 2019 un gruppo di femministe imbrattò di pittura rosa la statua di Indro Montanelli, possessore di una madama, ovvero una bambina-moglie dodicenne, quando fu soldato in Eritrea.  Si è tornato, dunque, a parlare di madamato, di questa istituzione barbara e tutta italiana – dismessa dopo il ’36, quando a Mussolini non sembrò più gradevole che gli italiani si mischiassero con le africane. Esso prevedeva come premio di guerra che i soldati italiani ricessero anche una mini-sposa bambina di cui disporre a proprio piacimento. Gli “animalini docili” di cui parlava Montanelli.

Indro Montanelli nel 1936, anno in cui contrasse il madamato con Fatima. Foto di ignoto [FondazioneMontanelli], in pubblico dominio
Il libro di cui voglio parlare oggi non parla di madamato (anche se una “madama” adulta ad un certo punto c’è), cui ad esempio accenna il romanzo del 2017 di Francesca Melandri, Sangue giusto. L’assenza del madamato, qui, si deve principalmente al fatto che il libro sia ambientato durante guerra in Etiopia (1935-6), alle soglie della soppressione di questa pratica. Questo ricco romanzo, comunque, si colloca bene nella generale necessità di attenzione alla storia di queste guerre, esperimenti coloniali italiani in Nord Africa, spesso surclassati nei libri di storia dagli eventi delle due guerre mondiali.

Il titolo è The Shadow King e si tratta del recentissimo della penna dell’autrice etiope-americana Maaza Mengiste, già famosa in Italia per il suo precedente romanzo Lo sguardo del leone (Beneath the Lion’s Gaze, 2009). Non mi risulta che sia al momento in cantiere una traduzione italiana, ma i diritti del romanzo sono già stati acquistati per la realizzazione di un film.

Ciò che rende The Shadow King particolarmente interessante è la prospettiva interamente femminile: partendo dai racconti sulla resistenza di sua nonna, Maaza Mengiste ci regala il racconto di una parte di storia che non ci viene mai narrata, quella in cui le donne svolgono un ruolo attivo. Le vicende sono quelle di Hirut e Aster (serva e padrona) che, nonostante l’iniziale riluttanza e il continuo scetticismo da parte degli uomini, guidano una rivolta contro l’esercito di fascisti, capitanato dal terribile Carlo Fucelli. Le vicende si intrecciano con quelle del soldato Ettore Navarra, il fotografo dell’esercito, un ebreo. La trama, di per sé, è semplice, l’elemento che la rende originale e innovativa e trasforma il romanzo in qualcosa di più che una semplice narrazione di fatti storici, è l’espediente – come da titolo – dello shadow king, il re-ombra: quando l’imperatore Hailé Selassié fugge, per intimidire i fascisti, l’esercito etiope decide di addestrare un sosia e trasformarlo in fantoccio contro i nemici; Hirut e Aster ne saranno le guardie.

Una trama molto sottile, dunque, che però non sminuisce la forza del romanzo. Maaza Mengiste è una narratrice brillante: scrive benissimo, in un inglese limpido e ricco, e sa costruire l’architettura del suo romanzo con raffinata inventiva, ma soprattutto con sapienza. Non c’è solo il racconto, infatti. Abbiamo un antefatto, un epilogo, vari interludi dedicati all’imperatore, momenti corali reminiscenti della tragedia antica – in cui si racconta il passato e si giudicano gli avvenimenti appena narrati –, e, infine, delle descrizioni di fotografie, delle istantanee su momenti caldi del racconto, forse i lavori di Ettore Navarra. Le descrizioni dei non pochi momenti violenti (stupri, esecuzioni) sono estremamente lunghe, vivide e dettagliate, al tal punto da urtare, ferire, violare chi legge.

Un altro grande merito del libro è che, nel richiamare l’attenzione su un segmento importante e talvolta dimenticato della storia del '900, non costruisce una narrazione totalmente univoca. Se da un lato, finalmente, possiamo sentire la voce degli Etiopi e non solo quella dei dominatori italiani, dall’altro si apprezza che i personaggi di Maaza Mengiste non siano mai monocordi, buoni e cattivi. Ettore Navarra è, sì, un conquistatore, ma anche un uomo dilaniato da un personale conflitto e dal terrore di non rivedere mai più la sua famiglia; gli uomini etiopi non sono tutti degli ottimi mariti e difensori della patria. Kidane, il marito di Aster, per quanto sia il carismatico leader della rivolta, è un uomo violento, prevaricatore, e abusa a più riprese di Hirut, la cui rabbia dà forza all’intera storia e la sorregge.

The Shadow King Maaza Mengiste
Maaza Mengiste a BookExpo, New York City (30 maggio 2019), con le copie di The Shadow King. Foto di Ryan McGrady, CC BY-SA 4.0

Ancora un punto di forza del romanzo è nel ritratto nuovo degli etiopi che ci regala. Pensiamo, ad esempio, ad altra illustre letteratura ambientata durante la stessa guerra e dominazione, ed in particolare al sublime romanzo di Ennio Flaiano, Tempo di uccidere (vincitore della prima edizione del Premio Strega nel 1947), in cui la prospettiva italiana dell’invasore riduce la popolazione nativa ad un branco di esseri bestiali, nei cui occhi si possono leggere i duemila anni del tempo che si è fermato. Gli etiopi di The Shadow King sono invece uomini moderni, certamente tradizionalisti, ma calati nel loro tempo, non arrendevoli, non marchiati dalla percezione di sé come sconfitti.

La bellezza della scrittura certamente ci consente di perdonare qualche piccola imprecisione linguistica (“il cuoco” usato al posto de “la cuoca” per tradurre un “cook” donna, o “vatene” invece di “vattene”), e l’anacronismo sulle persecuzioni razziali (si menziona l’espulsione dei professori ebrei dalle università, che però avvenne nel 1938 e non nel 1936). Ma si tratta di errori veniali, e il secondo è sicuramente funzionale alla trama, poiché di sicuro nel ’36 la paura della segregazione razziale era già ben concreta, e l’espediente giustifica perfettamente il carteggio fra Ettore e suo padre, che sarà presto vittima delle persecuzioni.

Non ci resta che augurarci, dunque, che una traduzione italiana sia annunciata al più presto, e che The Shadow King raggiunga lo stesso successo del romanzo che l’ha preceduto, Lo sguardo del leone, gettando luce su un pezzo di storia italiana che sarà bene tornare a studiare con grande attenzione.

The Shadow King Maaza Mengiste
La copertina del romanzo The Shadow King di Maaza Mengite, nell'edizione Canongate. La prima edizione è uscita per Norton Books. Il romanzo è stato finalista del Los Angeles Times Book Prize 2019 nella sezione Fiction

Matrix

Matrix: il Simulacro della Matrice a cavallo tra due millenni

Matrix è un film a cavallo tra due mondi, tra due millenni, tra due modi di intendere e fare il cinema. Una fusione tra onirico, epico, futuribile, ma casual e punk. La scelta è stata quella di mixare due modi di sentire quasi opposti: da un lato la pesantezza strutturale di una sceneggiatura ricca di pathos, con la sua intensità narrativa; dall'altro l'estrema audacia di un ritmo originale, con un'orchestrazione che conta su tracce musicali epiche, fuse con musica techno e autori come Juno Reactor, Prodigy. Come dimenticare l'immancabile Du hast dei Rammstein, che spiazza sempre alla prima visione?

Un'alchimia che ha funzionato, e che negli anni ha conferito a Matrix l'aura di film cult del genere sci-fi, alla stregua di Alien e Terminator, oltre che di miglior esponente del genere cyberpunk postmoderno, affermazione tuttora valida a distanza di due decenni. Secondo quanto dichiarato dagli stessi ex fratelli Wachowski (oggi sorelle), l'ispirazione partì in primis dai romanzi 1984 (George Orwell) e Simulacri e Impostura (Jean Baudrillard), per il quale troviamo all'interno del film anche un Easter Egg, oltre a svariate opere quali Ghost in the Shell (che ispirò il funzionamento dell'interfaccia neuroanalogica con il quale le macchine collegano le menti umane alla matrice) o il mito della caverna di Platone. Il film riscosse inaspettatamente un notevole successo di critica e pubblico, oltre ad aver dato luogo a un vero e proprio impatto culturale, diventando a sua volta fonte di ispirazione per altre opere, in primis i suoi stessi sequel (Reloaded, Revolutions, non previsti, e l'attualmente in lavorazione quarto capitolo, in uscita nelle sale per maggio 2021).

Dal lato tecnico, Matrix è stata una produzione spartiacque, a cavallo tra il vecchio e il nuovo modo di concepire e fare cinema. Sfrutta infatti tutte le tecniche oggi utilizzate, di cui ne fu in parte collaudatore, quali il green screen di primo piano "trackato" (collegato attraverso dei punti mediani sulla profondità di campo sui tre assi di tridimensione) su sfondi digitali, o le iconiche scene in slow motion omnidirezionale, utilizzate combinando la tecnologia del green screen con l'utilizzo di corpi macchina piazzati lungo la traccia di ripresa, a distanze previste dalla concatenazione del frame rate in base al movimento dell'attore. Sul lato della grafica digitale, ha sancito un significativo salto in avanti, introducendo su campi, modelli e personaggi digitali, un maggior numero di luci dinamiche (punti luce coerenti che simulano la luce reale), il post-processing motion blur (che simula la velocità coerente visiva di elementi digitali in movimento) e gli effetti particellari digitali (fumo, molecole, densità atmosferica, legati ad un motore fisico che renderizza in maniera coerente i movimenti di questi ultimi).

Come se tutta questa spinta in avanti non bastasse per rendere Matrix un piccolo gioiello per gli occhi, si gode anche di un cuore pulsante innovativo, dell'originalità di creare - in un universo fantascientifico - dei personaggi carismatici, ben definiti e strutturati. La legge dello stereotipo, che invade spesso produzioni di alto livello, qui viene audacemente a mancare. Tutti gli attori calzano bene nei loro ruoli: spicca sicuramente Keanu Reeves (Neo/Thomas Anderson), ma probabilmente il ruolo più calzante, tanto per l'interpretazione quanto per la fisicità è da attribuire a Hugo Weaving (Agente Smith) che è andato a vestire i panni di Smith, un programma di controllo di Matrix che costituisce l'antagonista del film e controparte di Neo. Ignorando la tendenza di Hollywood nel creare villain banali e perfettamente "cattivi", si è riusciti a sfornare un trionfo di empietà e malevolenza, trasmettendo solo l'ostilità che egli ha verso il protagonista. In particolare, questo è vero quando lo si sente pronunciare uno dei suoi monologhi:

"Desidero condividere con te una geniale intuizione che ho avuto, durante la mia missione qui. Mi è capitato mentre cercavo di classificare la vostra specie. Improvvisamente ho capito che voi non siete dei veri mammiferi: tutti i mammiferi di questo pianeta d’istinto sviluppano un naturale equilibrio con l’ambiente circostante, cosa che voi umani non fate. Vi insediate in una zona e vi moltiplicate, vi moltiplicate finché ogni risorsa naturale non si esaurisce. E l’unico modo in cui sapete sopravvivere è quello di spostarvi in un’altra zona ricca. C’è un altro organismo su questo pianeta che adotta lo stesso comportamento, e sai qual è? Il virus. Gli esseri umani sono un’infezione estesa, un cancro per questo pianeta: siete una piaga. E noi siamo la cura."
Per chi sicuramente ha dato uno sguardo a Orwell e Baudrillard - un po' i premonitori dell'era moderna - pare chiaro come i registi abbiano attinto a piene mani, in particolare dall'idea dell'occhio che vede tutto di Orwell, e della visione introspettiva del singolo soggetto che pensa diversamente dalla massa, prendendo parte ad un processo di alterazione della società.

Questo concetto, legato al concetto piramidale di società fittizia, dove i pochi (le macchine) controllano i molti (l'umanità), attraverso una complessa simulazione artificiale, è un'idea nel quale la società moderna si rispecchia tutt'oggi.

Ad esempio, molti di noi non hanno idea di come funzionino i propri smartphone o i propri computer, però lo scopo che hanno oggi nelle nostre vite lo comprendiamo bene. In un certo senso noi dipendiamo dalle macchine, perché appunto, le utilizziamo senza sapere effettivamente come funzionino. "Matrix è una realtà virtuale creata per controllarci, al fine di convertire l'essere umano in energia".

Concetto all'avanguardia, premonitore, fatto per creare dentro lo spettatore una domanda: la società in cui vivo è davvero in grado di definirmi? Dalla nascita, sono realmente libero di scegliere, la mia libertà è libera?

Sappiamo tutti in fondo che la nostra libertà è limitata, illusoria: abbiamo la possibilità di scegliere chi essere, e la parola libertà, altro non è che una parola, è la correlazione che collega il significato alla parola, l'essere liberi, che nella società moderna si limita a fare una scelta tra un numero limitato di opzioni. La società può dirti chi sei perché quella stessa società ha prestabilito ruoli da riempire, una scelta così amplia da dare quasi l'illusione di concedere libertà.

In conclusione, Matrix è stato ed è un grande classico del cinema postmoderno, invecchiato egregiamente e forse più apprezzabile oggi che nel '99. Una chicca che consigliamo ai nostri lettori.

The Matrix
Poster del film The Matrix. © 1999 Warner Bros. Entertainment Inc. (US, Canada, Bahamas and Bermuda); © 1999 Village Roadshow Films Limited. (All Other Territories), Fair use
Matrix
Immagine di 024-657-834 da Pixabay

La Rivoluzione totale dell'irrequieto Jack London

La casa editrice Mattioli 1885 ha pubblicato un interessantissimo volumetto di scritti socio-politici
di Jack London, con il titolo Rivoluzione: un inedito spaccato sul leggendario romanziere
americano nativo di San Francisco. Era il 1909 quando Jack London riunì e diede alle stampe 13
contributi saggistici sotto il titolo “Revolution and Other Essays”. Limpide e cristalline, quanto
oscure, sono panoramiche che si affacciavano sulle difficoltà della società americana del primo decennio
del XX° secolo.

London fu sempre una personalità irrequieta, guerriera e sopra le righe; lo si può evincere già solo da uno dei suoi capolavori, Martin Eden. L'autore lo dimostra però principalmente con la sua verve e la capacità retorica di infiammare le masse, appassionando il suo uditorio con discorsi raramente espressi dagli scrittori americani del
periodo. London si erge a profeta di una global revolution, non un effimero tentativo che si spegnerà lentamente e tantomeno un incendio di pochi secondi: il romanziere vuole una rivoluzione totale che trasformi tutti gli uomini in “compagni”, una rivoluzione unificante. Desidera un socialismo mondiale per riabilitare le sorti del movimento operaio di cui è voce. Scrittore per il popolo e di tutti coloro che non hanno i mezzi, le capacità e le conoscenze per far risaltare la propria condizione, al fine di calamitare l’attenzione di coloro che governano gli Stati Uniti d’America. London non è un semplice filoso politico o teorico dei movimenti socialisti è l’anima battagliera di tutti coloro che non hanno la forza di combattere, trascinatore di uomini, fornace di ideali.

Jack London. Foto tratta da Little Pilgrimages (p. 235), pubblicato da L C Page and Company Boston (1903), in pubblico dominio

Vi lascio un breve assaggio della raccolta:

L’altro giorno ho ricevuto una lettera. Veniva dall’Arizona e iniziava così: “Caro compagno.” Alla
fine la persona concludeva con “Tuo per la Rivoluzione”. Per rispondere ho aperto così la mia
lettera: “Caro compagno.” e ho concluso con “Tuo per la Rivoluzione”. Negli Stati Uniti ci sono
quattrocentomila persone su quasi un milione, tra uomini e donne che cominciano le proprie lettere
con che “Caro compagno” e le concludono con “Tuo per la Rivoluzione”. In Germania tre milioni
di persone cominciano le proprie lettere con “Caro compagno” e le concludono con “Tuo per la
Rivoluzione”; in Francia sono un milione, in Austria ottocentomila; in Belgio trecentomila; in Italia
duecentocinquantamila; in Inghilterra centomila; in Svizzera; centomila; cinquantacinquemila in
Danimarca; trentamila in Spagna – sono tutti compagni, tutti per la Rivoluzione.

Sono numeri, questi, che fanno impallidire le grandi armate di Serse e di Napoleone. Ma non sono i
numeri della conquista e del mantenimento dell’ordine costituito, bensì le cifre della conquista e
della rivoluzione. Lanciato il richiamo, queste persone compongono l’esercito di sette milioni di
uomini e donne che, in rapporto alle attuali condizioni, lottano con tutte le forze per portare il
benessere nel mondo e rovesciare completamente l’ordine della società che conosciamo.
Non c’è mai stata una rivoluzione del genere nella storia del mondo. Non vi è alcuna analogia con
la rivoluzione americana o quella francese. Questa rivoluzione è unica ed è colossale. A confronto,
le altre rivoluzioni sono come asteroidi davanti al sole. È l’unica del proprio genere perché è
l’unica rivoluzione mondiale in un mondo la cui storia abbonda di rivoluzioni. Non solo: si tratta
anche del primo movimento organizzato di uomini e donne che diventa movimento mondiale, i cui
confini sono i confini del pianeta stesso.

Sono tanti gli aspetti che rendono questa rivoluzione così diversa da tutte le altre rivoluzioni. Essa
non è sporadica e casuale. Non è una fiammata dello scontento popolare che un giorno si leva e
quello dopo svanisce. È una rivoluzione più vecchia della generazione che la rappresenta e una
storia con le sue tradizioni, con un elenco di martiri che solo quello della cristianità supera. Ha​
anche una propria letteratura che è milioni di volte più scientifica, imponente e accurata della
letteratura di qualsiasi rivoluzione precedente.

Queste persone si descrivono con la parola “compagno”: compagno della rivoluzione socialista.
Non si pensi che sia una parola vuota, coniata giusto per fare effetto. Questa parola rinsalda i legami
tra le persone affratellandole come dovrebbero, rendendole salde e unite sotto il rosso stendardo
della rivolta. Non fraintendiamo: questo stendardo rosso simbolizza la fratellanza degli uomini, non
l’incendiario significato che gli viene attribuito dalla spaventata mente borghese. Il legame tra i
rivoluzionari è vivo e caloroso. Supera i confini geografici, trascende il pregiudizio razziale e si è
dimostrato persino più potente del Quattro di Luglio, l’americanismo dell’aquila con le ali spiegate
dei nostri progenitori...

Sebbene i tentativi di London di creare un’esegesi del socialismo rivoluzionario sfumarono, rimane (anche in Rivoluzione) la grande lezione dello scrittore, il quale non alimentò le sue idee con la violenza, l’odio e il sensazionalismo dei politicanti e dei fanatici militanti, bensì contribuì a postulare la possibilità dell’auto-miglioramento dell’uomo; possibilità che veniva vista da molti davvero lontana. Comunque, verso la fine del volume Mattioli, troverete diversi “racconti di fantapolitica” dove London, a mio avviso, è capace di dare il meglio, sciorinando tutto il suo pensiero e la sua classe narrativa.

Rivoluzione Jack London
La copertina di Rivoluzione di Jack London, edito da Mattioli 1885 con traduzione di Davide Sapienza.