Il Gladiatore Giustiniani torna a Bassano Romano

Musei: MiC, il Gladiatore Giustiniani torna a Bassano Romano (VT)
Con “100 opere tornano a casa” i capolavori dell’arte escono dai depositi e tornano nelle sale dei musei

Il “Gladiatore Giustiniani”, conservato nei depositi del Parco Archeologico di Ostia antica, è tornato nella sua “casa” di Bassano Romano a Villa Giustiniani, il luogo dal quale proveniva e dove, in passato, decorava la grande vasca del parco.

gruppo scultoreo Gladiatore che uccide un leone

L’opera è un pastiche tardo rinascimentale, composta da frammenti antichi e moderni riuniti e fatti integrare dal marchese Giustiniani secondo il gusto del tempo: una testa di leone e un antico torso romano. In origine, la parte romana, di cui resta il torso, raffigurava il dio Mitra che uccide il toro. Mitra teneva fermo l’animale poggiandogli sul dorso un ginocchio, con la mano sinistra tirava verso di sé la testa e con la destra era pronto a colpire con un coltello. Con l’aspetto di un gladiatore che uccide un leone, invece, si presentava nel Seicento.

Gladiatore Giustiniani Bassano Romano
gruppo scultoreo Gladiatore che uccide un leone

Nel corso del Novecento, la statua fu smembrata e i pezzi venduti separatamente sul mercato antiquario. Il torso antico è stato poi recuperato dai Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale al Getty Museum di Malibù e restituito all’Italia nel 1999, mentre la testa del leone è stata ritrovata nella Villa Capo di Bove, oggi parte del Parco archeologico dell’Appia antica.
Dopo il recupero, entrambe le sculture sono state conservate al Parco archeologico di Ostia: qui si trova anche un’altra scultura, raffigurante “Mitra che uccide il toro”, attribuita allo scultore neoattico Kriton, di cui il torso Giustiniani sarebbe una replica.

Il “Gladiatore” sarà collocato in esposizione nella Sala di Amore e Psiche nel piano nobile di Villa Giustiniani.

Questa iniziativa rientra nel progetto “100 opere tornano a casa” voluto dal Ministro della Cultura Dario Franceschini per valorizzare il patrimonio storico artistico e archeologico italiano conservato nei depositi dei luoghi d’arte statali e per promuovere i musei più piccoli, periferici e meno frequentati.

Alla conferenza stampa di presentazione dell’opera erano presenti: Emanuele Maggi, Sindaco di Bassano Romano; Danilo Ottaviani, Vicecomandante del Nucleo Carabinieri tutela patrimonio culturale; Federica Zalabra, Direttrice di Villa Giustiniani; Alessandro D'Alessio, Direttore del Parco archeologico di Ostia Antica.

Roma, 22 gennaio 2022

 

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Testo e foto dall'Ufficio Stampa MiC


Cesare Pavese e quel suo sogno di America

Cesare Pavese e quel suo sogno di America

Parlare di Cesare Pavese significa raccontare l’America. Non l’America reale, della metà del ‘900, ma un’America presunta, trasognata, elaborata attraverso la letteratura. Perché questo grande scrittore, letterato, traduttore, quella sua cara America non l’aveva mai vista se non tra le pagine dei libri che leggeva, se non attraverso i personaggi della grande letteratura americana di quel periodo. Le ragioni di quest’amore possono essere innumerevoli, ma tra tutte una può essere considerata determinante. Pavese sente il bisogno di un processo inverso a quello che si era verificato nel 1492, una sorta di scoperta al contrario, un’invasione culturale che risvegli e risani l’Italia.

Certamente è un amore anticonvenzionale, ma che anticipa una moda che si svilupperà dopo in Italia, che si ritroverà conquistata da ogni aspetto della vita americana. Sul fronte letterario, questo amore per la prosa e la poesia d’oltre oceano si deve alla scrittrice e traduttrice Fernanda Pivano. In particolar modo alla sua traduzione fortunatissimi dell’Antologia di Spoon River. Non una moda solo letteraria, ma un’influenza a tutto tondo che porterà molti scrittori a seguire a ruota Pavese e la moda americana. Nella letteratura, gli intellettuali italiani cercheranno un modo per sfuggire ai tempi correnti, al fascismo, a quegli anni particolarmente opprimenti, e Pavese è stato il primo, colui che ha previsto il grande fascino che avrebbe suscitato l’America in Italia. E questa “fame d’America” viene canzonata in un grande film italiano degli anni 50, dove vediamo una delle più iconiche apparizioni di Alberto Sordi, nei panni di un italiano innamoratissimo dell’America. Si parla, naturalmente, di Un americano a Roma diretto da Stefano Vanzina nel 1954.

Quello che Pavese ricerca non è un modello reale, esistente, ma un modello letterario, ricavato dai testi e dagli autori che lui tanto ama, sin da quando era solo un liceale. L’America che idolatra e insegue è «pensosa e barbarica, felice e rissosa, dissoluta, feconda, greve di tutto il passato del mondo, e insieme giovane, innocente». Un miraggio, un sogno intonso che vorrebbe poter vivere. E ai giovani americani invidia quell’eterno vagabondare e perdersi nelle strade, la fame di libertà di «un’allegra razza di giovani paria cenciosi che girano senza motivo da stato a stato, da regione a regione, in preda alla febbre della strada», come scriverà ne La letteratura Americana e altri saggi.

Cesare Pavese America
Cesare Pavese. Foto di ignoto, in pubblico dominio

Pavese è affascinato da questa tipologia di giovane vagabondo (tramp), che infiamma la letteratura americana, suo indiscusso protagonista. Beve, fuma, lavora dove gli capita, con l’unico scopo di guadagnare il minimo che gli occorre per vivere e stare al mondo, per continuate quella vita che si dipana nel racconto. Non sa bene dove stia andando e non ricorda dove sia stato; di quello che ha visto gli resta solo una manciata di emozioni contrapposte e uno spietato bisogno di vita, di evasione dalla routine quotidiana. Gira sui treni merci o con l’autostop, altrimenti a piedi inforca i sentieri nebulosi delle strade, facendo del cammino il suo stesso esistere. È proprio questo ad affascinare Pavese, questo vagabondare dell’uomo, questa fame di vita che è un po’ anche la sua, finché le tante delusioni non lo porteranno a rinunciare a quella vita che lui così spesso ha affermato di amare ne Il mestiere di vivere.

Traduce Sinclair Levis, Sherwood Anderson e quell’indiscusso capolavoro di Herman Melville, che è Moby Dick, realizza una traduzione così bella da essere considerata da molti critici addirittura meglio dell’originale. Ne coglie tutta la novità stilistica, concettuale, narrativa e auspica un presente ove gli intellettuali italiani e le loro invecchiate scritture prendano spunto dagli scrittori americani, nelle trame ma soprattutto nello stile. Perfino di Arrowsmith Lewis, Pavese non potrà che parlare bene: «mal fatto, tirato giù, privo di costruzione» ma «di quelli che si leggono d’un fiato, cui si torna a pensare avidamente per l’abbondanza pletorica di vita che li informa». Ed è proprio la vitalità della letteratura quella a cui aspira Pavese e quella di cui necessiterebbe l’Italia. In queste storie, questo grande scrittore vede il «bisogno storico» della sua penisola.

Così scrive ne La letteratura americana e altri saggi: «questi americani hanno inventato un nuovo modo di bere. Parlo, s’intende, di un modo letterario. Un personaggio, a un certo punto di un romanzo, pianta tutto: belle maniere, lavoro – famiglia, quando l’abbia – e solo, o in compagnia di un amico del cuore, scompare qualche tempo per la solita spedizione: he has gone on the grand sneak, si è buttato alla gran fuga. Talvolta l’assenza dura giornate. La condotta del ribelle, nel frattempo, è molto semplice: da un baccano di canzoni e di bei motti, a un muso angosciato e meditante. Alla fine, il personaggio torna a posto nella vita. È un po’ abbacchiato e smorto, ma ha una nuova coscienza di se stesso: la macchina della civiltà non lo possiede interamente, la vita è ancora degna».

America Cesare Pavese La letteratura americana e altri saggi Einaudi
La copertina (1990) del volume di Cesare Pavese, La letteratura americana e altri saggi, pubblicato da Giulio Einaudi Editore nella collana Gli struzzi. Fu pubblicato per la prima volta nel 1951, postumo, con prefazione di Italo Calvino

Cesare Pavese si chiude in questo mondo fittizio, in questo sogno che è l’America, per fuggire al reale, alla realtà di ogni giorno, al pallido colore della sua terra, che ha ormai perso quel primitivismo, quella spontaneità così forte nella letteratura americana, che la civiltà ha contribuito a far perdere per sempre. Quello di cui Pavese si rende conto è che queste avventure di cui legge gli scrittori le hanno vissute. Forse, si dovrebbe abbandonare il confortevole nido e gettarsi nel mare delle avventure? Forse è questo il solo modo per sfuggire al «male della civiltà»? Herman Melville, riflette Pavese, ha vissuto avventure reali e, così, non solo ha scritto della grande letteratura, ma ha trovato l’equilibrio nella vita reale.

Pavese è affascinato da questi cercatori di libertà, che hanno ancora modo di forgiare il loro paese, la loro America. Fanno un’antiletteratura e raccontano viaggi, sport, cinema, tutto col sottofondo del jazz. Un mondo barbaro, primitivo, cui si dovrebbe tornare per poter essere liberi, felici, curando l’anima decadente che ogni italiano (ed europeo) serba in sé. Una fuga per riappropriarsi della vita persa, senza essere schiacciati sotto il peso della civiltà. Questo vede Cesare Pavese attraverso quelle lenti distorte della letteratura.
Un sogno che chiama ‘America’.

Questo vede Cesare Pavese attraverso quelle lenti distorte della letteratura: un sogno che chiama America. Foto di 12019

 

Riferimenti bibliografici:

Lajolo Davide, Il «vizio assurdo». Storia di Cesare Pavese, postfazione di A. Bajani, Classics minimum fax, Roma 2020;

Pavese C., La letteratura americana e altri saggi, Einaudi, Torino 1951;

Pavese C., Il mestiere di vivere. Diario 1935-1950, a cura di M. Guglielminetti e L. Nay, introduzione di C. Segre, Einaudi, Torino 2014;

Pavese C., La scoperta dell’America, prefazione di E. Ferrero, a cura di D. Pontuale, Nutrimenti, Roma 2020.


House of Gucci

House of Gucci - i Soprano della moda

House of Gucci è uno dei film più attesi di questa stagione cinematografica. Abbiamo trascorso la seconda metà del 2020 osservando le svariate foto rubate dal set, osservando le metamorfosi degli attori e recuperando la vera storia dell'omicidio Gucci. House of Gucci arriva in pompa magna nelle sale cinematografiche internazionali chiudendo ufficialmente il 2021. Tuttavia, ora è giunto il momento di chiederci se il tanto atteso film di Ridley Scott abbia soddisfatto i palati di pubblico e critica.

House of Gucci
La locandina italiana di House of Gucci, per la regia di Ridley Scott, prodotto (2021) da Metro-Goldwyn-Mayer, Bron Studios, Scott Free Productions e distribuito da Eagle Pictures Italia

 

House of Gucci: la trama

House of Gucci ha inizio con la presentazione del personaggio di Patrizia Reggiani (Lady Gaga) nel 1978. Patrizia lavora nell'impresa di famiglia, dedita all'affitto di camion da lavoro, ma sogna una vita diversa. Una sera incontra Maurizio Gucci (Adam Driver) erede di uno degli imperi della moda più noti a livello mondiale. Maurizio, al contrario di Patrizia, ha un carattere mite e riservato. Vorrebbe proseguire gli studi di giurisprudenza e mantenere le distanze dall'azienda Gucci. Patrizia, dopo aver sposato Maurizio, lo convince a riprendere i rapporti con la famiglia grazie all'aiuto dello zio Aldo Gucci (Al Pacino).

Il plot twist avviene nel momento in cui Rodolfo Gucci (Jeremy Irons), padre di Maurizio, muore senza aver firmato un documento che cederebbe le quote dell'azienda al figlio. In questo momento si comincia a vedere la vera personalità di Patrizia. La Reggiani, tramite azioni illegali e manipolazioni sessuali e psicologiche, diverrà la signora Gucci a tutti gli effetti, manovrando ogni decisione di Maurizio e Aldo. Compreso che Aldo e suo figlio Paolo (Jared Leto) potrebbero essere di intralcio al successo di Gucci, Patrizia convince Maurizio a tradirli e a diventare il capo di maggioranza.

L'unico modo per spezzare questa catena di tradimenti e bugie è quello di terminare l'Idillio amoroso tra i due protagonisti. Maurizio si rende conto di non essere felice e di volere una vita diversa e lontana dalle braccia della moglie. Così chiede il divorzio credendo di aver ottenuto la libertà. Non sa che Patrizia, grazie all'amica cartomante Pina (Salma Hayek), sta progettando una vendetta personale.

House of Gucci

 

Italianità

House of Gucci

Come detto nel primo paragrafo, House of Gucci è stato mitizzato sin dall'inizio della sua produzione. Il mito ha preso il via già dall'annunciazione di attrici e attori protagonisti ottenendo il suo culmine con la pubblicazione delle foto dai set italiani. Scott è riuscito ad affittare mezza Italia in piena pandemia, garantendo a staff e attori un soggiorno controllato e sicuro. Lo scopo del regista era ritrarre una famiglia italiana potente ed influente. Peccato che quando si tocca il concetto di famiglia all'italiana l'ideologia americana sfoci sempre in due stereotipi: la famiglia caciarona o la famiglia mafiosa. Nel caso di House of Gucci ci troviamo nella seconda categoria.

La rappresentazione della famiglia Gucci, partendo dal suo capostipite Rodolfo, è una vera e propria messa in scena mafiosa. Ovvero una famiglia ricca, con un'evasione fiscale alle stelle e che dialoga come se si trovasse al centro di una piazza italiana in piena Commedia dell'Arte. Ci sembra di assistere ad una puntata de I Soprano. I Gucci non hanno assolutamente niente di differente a parte, forse, i rapporti ufficiali con le star.

House of Gucci

Adam Driver ha una recitazione abbastanza statica, ma in questo caso giustificata considerando che Maurizio Gucci non è mai stato ricordato per il suo appeal. La vera protagonista, ovviamente, è Lady Gaga che ruba la scena con la sua Patrizia Reggiani. L'interpretazione della Germanotta è eccessiva, arriva al limite del grottesco o del trash. Però, a conti fatti, questo non ci disturba, poiché l'intera narrazione filmica pare voler prepotentemente sfociare nel trash estremo.

House of Gucci

 

House of Gucci: regia e contrasti

Ridley Scott è un nome che non ha bisogno di presentazioni. Scott è stato uno dei padri fondatori della New Hollywood e regista di film importantissimi per la storia del cinema. Come ogni cineasta gli è concesso fare degli "scivoloni". Ma House of Gucci può ritenersi tale? La regia è pulita, quasi asettica a tratti. Il ritmo del film segue uno schema molto classico e si basa molto sul dialogo e sull'uso del campo e controcampo. E questo, a tratti, stona con ciò che avviene nella messa in scena. Se si decide di mostrare una situazione valorizzandone gli eccessi anche la regia dovrebbe essere tale. Tuttavia, le due ore e mezza di pellicola scorrono senza appesantire troppo lo spettatore, eppure sembra sempre mancare qualcosa.

House of Gucci è ancora nei cinema e continua a portare pubblico in sala. Nonostante i dubbi lasciati a fine proiezione, ci troviamo davanti ad un film godibile. Un film che a tratti potrebbe irritare l'italiano non avvezzo a quelli che sono gli stereotipi degli USA verso il prototipo dell'italiano medio.

House of Gucci

House of Gucci

Si ringrazia Eagle Pictures per le foto e locandina. Video da Ufficio Stampa Fosforo.


2021: Italia leader nel contrasto al traffico illecito di beni culturali

2021: Italia leader nel contrasto al traffico illecito di beni culturali

IL MINISTRO DARIO FRANCESCHINI E IL GENERALE ROBERTO RICCARDI PRESENTANO ALLA STAMPA I RECENTI RITROVAMENTI

COOPERAZIONE INTERNAZIONALE E TUTELA DEI BENI CULTURALI, RIENTRANO REPERTI DAGLI STATI UNITI E DA ALTRI PAESI. IL MINISTRO FRANCESCHINI PRESENTA I RECUPERI DEL 2021

La Dichiarazione di Roma, a conclusione dei lavori del G20 Cultura, aveva affermato la volontà comune dei Paesi membri di cooperare con crescente impegno per la tutela del patrimonio culturale.

https://www.classicult.it/rimpatriati-dal-belgio-782-reperti-il-piu-grande-recupero-archeologico-per-la-puglia/

Nei mesi scorsi sono stati diversi i segnali giunti in questa direzione. Recente la presentazione a Bari, presso il Castello Svevo, di 782 reperti archeologici della civiltà Daunia che erano stati esportati illecitamente nel Belgio, rimpatriati grazie all’impegno della Procura della Repubblica di Foggia e dei Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Bari, ma con l’indispensabile apporto dell’Autorità giudiziaria belga e il coordinamento di Eurojust.

https://www.classicult.it/operazione-taras-sgominato-traffico-oltre-2000-reperti-archeologici/

Più vicini nel tempo, il 10 dicembre, i risultati dell’operazione Taras, coordinata dalla Procura di Taranto e che ha visto all’opera, con la Sezione Archeologia del Reparto Operativo TPC, le forze di polizia di Germania, Olanda, Svizzera e Belgio. In questo caso sono stati oltre 2.000 i beni recuperati, prevalentemente riconducibili alle civiltà antiche della Puglia e della Basilicata. Gli oggetti sono stati rinvenuti con le perquisizioni a carico dei 13 indagati per associazione a delinquere, in provincia di Taranto prima che fossero espatriati e ancora una volta nel Belgio, importante mercato per i beni di settore.

L’ultima bella notizia proviene da Oltreoceano. Il 15 dicembre a New York, presso il nostro Consolato Generale, il Procuratore Distrettuale di Manhattan Cyrus Vance ha restituito all’Italia 201 pezzi pregiati che nell’arco degli ultimi decenni erano finiti negli USA, smerciati dai grandi trafficanti internazionali e acquisiti –a volte dopo vari passaggi di mano– da importanti musei, case d’asta, gallerie antiquarie e collezionisti privati. Il giorno dopo i Carabinieri del Tpc, che su quei reperti avevano indagato insieme ai colleghi di F.B.I. e H.S.I. (Homeland Security Investigations), hanno riportato a casa in aereo i tesori.

È molto vario il bottino confluito nel caveau di via Anicia dei detective dell’arte, che comprende sculture in marmo e teste in terracotta, antefisse e crateri, vasi e anfore, coppe e brocche, monete in argento. Sono opere d’arte e oggetti di uso comune di grande interesse storico, risalenti alle civiltà romana, etrusca, magnogreca e apula. La datazione si colloca fra l’VIII secolo a.C. e il I secolo d.C., il valore complessivo può essere stimato in circa 10 milioni di euro.

Dei 201 reperti, 161 sono stati rimpatriati e 40 resteranno in mostra, fino al marzo 2022, presso il Consolato Generale d’Italia a New York e l’attiguo Istituto Italiano di Cultura. Spicca nel novero dei beni rientrati un interessante nucleo di pithoi, con decorazione “white on red”, tra cui si distingue quello che rappresenta l’accecamento di Polifemo da parte di Ulisse.

Sulla sinistra, pithos etrusco del VII sec. a.C. - Fordham Museum; sulla destra pithos etrusco del VII sec. a.C. - Getty Museum

(da scavi clandestini in Etruria meridionale)

A questi si aggiungono alcuni vasi in impasto con decorazione incisa. Da segnalare un’anforetta ad anse cuspidate, di tipica produzione laziale, presente ad esempio a Crustumerium, sito archeologico in passato diffusamente interessato da scavi clandestini.

Anforetta con anse cuspidate del VIII sec. a.C. - Fordham Museum (da scavi clandestini in area Laziale)

Per continuare con la produzione etrusca, è molto interessante l’anfora a figure nere attribuita al Pittore di Micali.

Anfora etrusca a figure nere attribuita al Micali Painter del 540-530 a.C. - Fordham Museum

(da scavi clandestini in Etruria meridionale)

Passando all’ambito magno-greco, spicca il cratere a campana pestano attribuito a Python, unico ceramografo del luogo insieme ad Assteas di cui si conosca il nome, raffigurante Dioniso e un satiro.

Cratere a campana pestano attribuito a Python del 340 a.C. ca - Fordham Museum

(da scavi clandestini in area magnogreca)

È rappresentata anche la ceramica apula con due phialai, di cui una attribuita alla bottega del Pittore di Dario.

Sulla sinistra, phiale apula (Dario) del 340 a.C. - Fordham Museum, sulla destra phiale apula del 340 a.C. - Fordham Museum

(da scavi clandestini in area magnogreca)

Quella attica è invece presente con una hydria a figure nere, attribuita al Gruppo di Leagros, che mostra sulla spalla Herakles che combatte il leone Nemeo, mentre sul corpo lo stesso eroe, dopo le fatiche, è sdraiato su kline affiancato da Atena, Hermes e Iolao.

Hydria attica a figure nere attribuita al Leagros Group del 510 a.C. - Fordham Museum

(da scavi clandestini in Etruria meridionale)

Tra i 40 reperti in mostra a New York, emerge la testa in marmo raffigurante l’Imperatore Settimio Severo, del II sec. d.C., provento di rapina a mano armata perpetrata da ignoti il 18 novembre 1985 ai danni dell’Antiquarium dell’anfiteatro campano di Santa Maria Capua Vetere (CE).

Testa in marmo raffigurante l’Imperatore Settimio Severo, II sec. d.C.

La testa è stata individuata nel settembre 2019 dalla Sezione Elaborazione Dati del Comando TPC e segnalata al Reparto Operativo, quale lotto d'asta del 28 ottobre successivo a New York. Il bene, che partiva da una base d’asta di 600.000 dollari USA, su richiesta dei Carabinieri è stato ritirato dalla vendita. Il dato è stato poi comunicato, fornendo gli elementi utili all’identificazione e alla rivendica, al dr. Matthew Bogdanos, responsabile dell’Antiquities Trafficking Unit del Manhattan District Attorney’s Office – County of New York (USA), che nel mese di giugno 2020 ha disposto il sequestro.

La vicenda, oltre a dimostrare come la restituzione alla collettività dei preziosi beni consenta la ricomposizione di percorsi storici, culturali e sociali, altrimenti leggibili solo parzialmente, costituisce prova della collaborazione consolidatasi, nel corso degli anni, tra il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale e le Autorità Giudiziarie e di Polizia statunitensi, in particolare con il New York County District Attorney.

Il Ministro della Cultura Dario Franceschini, nel presentare oggi presso la sede del Comando TPC i reperti, ha illustrato i dati statistici del 2021 sul contrasto ai traffici illeciti dei beni culturali.

L’attività operativa dell’anno, fino a oggi, ha fatto registrare 261 verifiche sulla sicurezza in musei, biblioteche e archivi, 549 perquisizioni, 1.182 persone denunciate, 23.363 beni archeologici e paleontologici recuperati e 1.693 opere false sequestrate (con un valore, qualora immesse sul mercato come autentiche, di oltre 427 milioni di euro).

I furti di beni culturali sono stati complessivamente 334, così ripartiti: musei 12, luoghi espositivi 83, luoghi di culto 122, archivi 11, biblioteche 16, luoghi privati e pertinenze 90.

Sono stati 38.716 i beni d’arte controllati nella “Banca Dati Leonardo” e 1.700 i controlli alle aree archeologiche terrestri e marine, alcuni eseguiti in collaborazione con i Carabinieri del Raggruppamento Aeromobili o dei Nuclei Subacquei, 57 le persone denunciate per scavo clandestino.

Ammontano a 2.617 i controlli effettuati ad esercizi antiquariali, in parte svolti online anche su cataloghi d’asta, a 392 le verifiche a mercati e fiere.

Dall’inizio dell’anno i Carabinieri del TPC hanno effettuato 1.811 controlli a siti monumentali o paesaggistici (questi ultimi svolti d’intesa con il comparto Forestale dell’Arma), rilevando attività illecite e procedendo al deferimento di 225 persone e al sequestro di 10 immobili e 25 tra aree paesaggistiche o strutture (edificate senza le previste autorizzazioni) ricadenti in aree soggette a vincolo.

2021 Italia traffico illecito beni culturali
2021: Italia leader nel contrasto al traffico illecito di beni culturali

2021 Italia traffico illecito beni culturali

Testo, foto e video dall’Ufficio Stampa Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale

2021 Italia traffico illecito beni culturali

2021 Italia traffico illecito beni culturali

Cultura: Franceschini, Italia leader nel contrasto al traffico illecito opere d’arte
Auspico rapida approvazione ddl inasprimento pene reati contro patrimonio culturale
2021 Italia traffico illecito beni culturali
2021: Italia leader nel contrasto al traffico illecito di beni culturali
“Un recupero straordinario di 200 opere d’arte, di capolavori importanti e assoluti. In gioco non c'è soltanto il valore economico, ma quello identitario e culturale, che verrà sviluppato in tutta la sua potenza nel momento in cui le opere torneranno nei luoghi di provenienza da cui sono state trafugate”.
Così il ministro della Cultura, Dario Franceschini, è intervenuto oggi alla conferenza stampa di presentazione dei recenti ritrovamenti frutto delle attività di contrasto al traffico illecito di beni culturali svolta dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale e del resoconto del lavoro svolto nel corso del 2021.
2021 Italia traffico illecito beni culturali2021 Italia traffico illecito beni culturali
“Il lavoro dal Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale è eccellente e stimato in tutto il mondo ed è motivo d’orgoglio per l’intero paese che è ormai riconosciuto come leader nella lotta al traffico illecito di beni culturali. Questa operazione - ha aggiunto il ministro - rientra in quella che abbiamo portato al centro della Dichiarazione di Roma, documento finale del G20 Cultura, per sensibilizzare la comunità internazionale nel contrasto al traffico illecito di opere d’arte. Come per il progetto “100 opere tornano a casa” - ha proseguito Franceschini - anche questi reperti archeologici torneranno, grazie a un grande lavoro scientifico, nei musei territorialmente più affini a ciascuno di essi: sarà una grande operazione che valorizzerà il nostro straordinario Paese come museo diffuso”.

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Il ministro ha poi concluso con un riferimento al nuovo regime sanzionatorio dei reati al patrimonio culturale, al centro di un provvedimento legislativo da poco approvato all’unanimità dal Senato e ora all’esame della Camera dei Deputati:

“Sono sicuro che in un tempo molto breve il nuovo regime sanzionatorio diventerà legge e questo aiuterà molto a contrastare i traffici illeciti e a far capire quanto è grave danneggiare o rubare il patrimonio culturale del nostro paese che è la base di tutta la nostra storia”.
Roma, 30 dicembre 2021
2021 Italia traffico illecito beni culturali
2021: Italia leader nel contrasto al traffico illecito di beni culturali

2021 Italia traffico illecito beni culturali

Testo dall'Ufficio Stampa e Comunicazione MiC

Operazione Taras: sgominato un traffico di oltre 2000 reperti archeologici

OPERAZIONE TARAS

Sgominato un traffico di oltre 2000 reperti archeologici.

Da Taranto erano andati in Germania, Belgio, Olanda e Svizzera

A partire dal mese di febbraio del 2019, una complessa attività investigativa, condotta in Italia e all’estero dai Carabinieri della Sezione Archeologia del Reparto Operativo del Comando per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC), in collaborazione con la Sezione di Polizia Giudiziaria – Aliquota Carabinieri della Procura della Repubblica di Taranto e coordinata dalla medesima Procura della Repubblica, ha portato al recupero di oltre 2.000 reperti archeologici magnogreci, risalenti al periodo compreso tra il VI e il II secolo a.C.

L’indagine, mirata a contrastare il traffico illecito di beni archeologici di provenienza italiana in ambito internazionale, è stata sviluppata a più riprese dalla Sezione Archeologia del Reparto Operativo TPC di Roma. Lo spunto si è avuto quando i militari hanno scoperto che un noto indiziato di reati contro il patrimonio culturale alloggiava periodicamente presso un hotel di Monaco di Baviera, ove portava con sé diversi plichi, contenenti degli oggetti verosimilmente di natura archeologica. Visto il modus operandi del soggetto, già emerso in attività precedenti e risultato pressoché coincidente con le informazioni ricevute, è stata interessata la Polizia bavarese affinché fosse effettuato un immediato riscontro presso l’hotel individuato. La Polizia tedesca ha così accertato che la persona in questione vi era stata già diverse volte. I servizi successivi organizzati dalla Sezione Archeologia, insieme ai colleghi bavaresi, hanno appurato che il soggetto partiva in treno da Taranto e, attraversata l’Austria, arrivava a Monaco di Baviera, città ove pernottava per poi proseguire il viaggio, sempre in treno, verso Bruxelles (Belgio). La scelta di viaggiare con quel mezzo per raggiungere destinazioni così lontane, piuttosto che utilizzare il più comodo e rapido aereo, ha fatto intuire che si trattasse di un espediente per eludere eventuali controlli di polizia.

Le attività tecniche di investigazione hanno permesso di definire chiaramente i suoi spostamenti da Taranto verso l’estero. Nel mese di giugno 2019, per non far capire all’indagato che era stato individuato da un’Unità specializzata a lui ben nota, i Carabinieri del TPC lo hanno fatto controllare dalla Polizia Ferroviaria al Brennero: questa circostanza ha confermato le ipotesi investigative, dal momento che l’individuo è stato trovato in possesso di un’anfora. Gli esiti dell’indagine e i riscontri, già comunicati alla Procura della Repubblica di Roma, sono stati poi trasmessi alla Procura di Taranto per competenza.

Il seguito investigativo, sviluppato con l’utilizzo di accurate attività tecniche - intercettazioni telefoniche e ambientali, registrazioni video, servizi di Osservazione, Controllo e Pedinamento (OCP) in Italia e all’estero - nonché con numerose rogatorie e Ordini d'Indagine Europei (OIE) verso la Germania, il Belgio, l’Olanda e la Svizzera, ha fatto emergere un vasto traffico illecito di reperti archeologici, condotto da un sodalizio criminale ben strutturato e con importanti collegamenti all’estero. Nel mese di gennaio 2020 a Monaco di Baviera, su input degli operanti che ne avevano monitorato gli spostamenti, il principale indagato, arrestato dalla polizia tedesca, è stato trovato in possesso di diversi reperti archeologici di notevole interesse storico-scientifico, fra i quali spicca un elmo corinzio in bronzo.

Operazione Taras
Operazione Taras: sgominato un traffico di oltre 2000 reperti archeologici

Nei mesi di giugno e luglio 2020, in collaborazione con la Polizia belga e quella olandese, sono state effettuate perquisizioni presso obiettivi localizzati in Belgio e in Olanda con servizi di osservazione e pedinamento. Un’abitazione di Bruxelles (Belgio) si è rivelata essere la base d’appoggio e il deposito del soggetto arrestato in Germania: lì infatti sono stati sequestrati circa MILLE reperti archeologici provenienti dall’Italia, perlopiù dall’area di Taranto e Provincia, risalenti al periodo compreso dal VI al II secolo a.C., tra cui: ceramiche a figure rosse, ceramiche miniaturistiche, ceramiche votive, corredi funerari, utensili in bronzo e un altro elmo corinzio in bronzo. Contestualmente sono stati individuati altri importanti reperti italiani provento di scavo clandestino, commercializzati a Bruxelles presso esercenti di settore inconsapevoli della loro provenienza illecita, nonché un laboratorio specializzato in restauri di oggetti d’arte antichi a Delft (Olanda), dove erano stati portati nel tempo diversi beni archeologici per i restauri propedeutici alla loro offerta sul mercato.

Operazione Taras: sgominato un traffico di oltre 2000 reperti archeologici

Nonostante le limitazioni e le difficoltà dovute alla pandemia da COVID-19, gli accertamenti sono proseguiti. Si è configurata un’associazione criminale, ricalcante la filiera criminale tipica di questo settore, a partire dai cosiddetti “tombaroli” che riforniscono di reperti i ricettatori di primo e secondo livello, i quali a loro volta alimentano i trafficanti internazionali. L’individuazione di queste figure ha portato nell’ottobre scorso a eseguire nella provincia di Taranto perquisizioni presso le abitazioni dei soggetti coinvolti a vario titolo nel traffico illecito, giungendo al sequestro di ulteriori circa MILLE reperti, risalenti al periodo compreso tra il VI e il II secolo a.C., riferibili prevalentemente alle aree archeologiche tarantine, e in particolare: ceramiche a figure rosse, ceramiche miniaturistiche, ceramiche votive, corredi funerari, utensili in bronzo, lastre di coperture sepolcrali in terracotta, pregevoli monili in oro, nonché due sofisticati metal-detector e diversi strumenti per il sondaggio del terreno (spilloni). Sono state deferite 13 persone per associazione per delinquere, ricettazione, scavo clandestino e impossessamento illecito di reperti archeologici.

Durante le varie fasi delle attività investigative, sono stati individuati numerosi scavi clandestini in aree archeologiche di Taranto e Provincia, giungendo così a inquadrare i probabili siti di provenienza dei reperti sequestrati, grazie anche allo stretto rapporto di collaborazione con la Soprintendenza Nazionale per il Patrimonio Culturale Subacqueo di Taranto, che ha fornito un supporto anche per l’expertise dei beni.

Operazione Taras
Operazione Taras: sgominato un traffico di oltre 2000 reperti archeologici

L’epilogo delle indagini vede di nuovo l’arresto a Delft, in Olanda, pochi giorni fa, da parte della Polizia olandese in coordinamento con i Carabinieri TPC, del promotore dell’associazione criminale, già arrestato a suo tempo in Germania, nonché il sequestro di un ulteriore elmo corinzio in bronzo, che era stato affidato al citato laboratorio per il restauro. L’episodio è emblematico: nonostante la consapevolezza delle indagini in corso, il soggetto ha agito nella totale indifferenza per le eventuali conseguenze, a dimostrazione dell’entità del volume d’affari generato dal traffico illecito di reperti, evidentemente così remunerativo da giustificare i rischi e l’alta probabilità di essere scoperto.

Sono tuttora in corso, sia sul canale della cooperazione internazionale di Polizia che su quello giudiziario, grazie all’intensa e immediata collaborazione con Eurojust, Europol e Interpol, le attività per il rimpatrio di diversi beni localizzati in Olanda, Germania e Stati Uniti, provento del traffico illecito riconducibile a questa associazione a delinquere.

Taranto, 10 dicembre 2021

Testo e foto dall’Ufficio Stampa Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale

Archeologia, Franceschini: Carabinieri eccellenza Italiana nel contrasto al traffico illecito opere d’arte
Approvare presto ddl contro i reati al patrimonio
“Ancora una volta i Carabinieri del Comando per la Tutela del patrimonio culturale dimostrano di essere un’eccellenza nella lotta al traffico illecito di opere d’arte”. Lo ha detto il Ministro della Cultura, Dario Franceschini, nel giorno in cui i Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale hanno presentato la complessa attività investigativa, condotta in collaborazione con la Procura di Taranto, che ha portato al recupero di 2.000 reperti archeologici. “Nella Dichiarazione di Roma, sottoscritta da tutti i paesi del G20, - ha ricordato il Ministro -  il traffico illecito di beni culturali è stato riconosciuto come grave crimine internazionale e tutta la comunità mondiale si è impegnata a combattere queste deplorevoli attività. Auspico adesso - ha concluso il Ministro - che l’iter della proposta di legge sull’inasprimento delle pene per i reati contro il patrimonio culturale, attualmente all’esame parlamentare, arrivi presto a una giusta conclusione”.

Testo dall’Ufficio Stampa e Comunicazione del Ministero della Cultura


Giacomo Cavedone GESTAPO Carabinieri

Restituita opera d'arte di Giacomo Cavedone razziata dalla GESTAPO

Seconda Guerra Mondiale. I Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale restituiscono opera d’arte di Giacomo Cavedone razziata dalla GESTAPO

Dopo 75 anni sarà restituito agli eredi del proprietario il disegno attribuito all’artista emiliano Giacomo Cavedone (Sassuolo 1577 – Bologna 1660), realizzato a gessetto su due lati e intitolato “A Study of a Priest Holding a Book” (recto) e “A Study of the Standing Figure of a Young Soldier” (verso), recuperato dai Carabinieri del Nucleo per la Tutela del Patrimonio Culturale di Monza, con la preziosa collaborazione dell’Holocaust Claims Processing Office di New York e il Federal Bureau of Investigation (FBI).

Giacomo Cavedone GESTAPO
I Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale restituiscono opera d’arte di Giacomo Cavedone razziata dalla GESTAPO: A Study of the Standing Figure of a Young Soldier

Il disegno fu sequestrato da Villa Feldmann a Brno il 15 marzo 1939, poi venduto a un’importante casa d’aste londinese nel 1946, acquistato in seguito da un mercante d’arte finlandese e da uno veneziano poi. Riemerso infine sul mercato dell’arte, è stato individuato qualche mese fa dal personale dell’Holocaust Claims Processing Office di New York e recuperato grazie al pronto intervento dei militari specializzati TPC in collaborazione con il Federal Bureau of Investigation.

L’opera di Cavedone, insieme ad altre settecento appartenenti alla collezione di disegni di antichi maestri del Dr. Arthur Feldmann, era custodita in una casa privata a Brno. Nella primavera del 1939 l’abitazione fu confiscata dalla Geheime Staatspolizei (GESTAPO) che, secondo quanto è stato possibile ricostruire, trasformò lo stabile in alloggi per i soldati. Secondo le deposizioni di diversi testimoni, l’intera collezione di disegni, che si trovava nella villa, vi rimase anche dopo lo sfratto dei proprietari, ma il destino della maggior parte delle opere della collezione non è del tutto noto. Nel 1942, il Museo provinciale della Moravia a Brno acquistò dalle autorità tedesche 135 di quei disegni, che vennero poi restituiti agli eredi nel 2005.

Nei prossimi giorni, grazie all’intermediazione di una casa d’aste inglese, questo disegno tornerà nelle mani dei nipoti del Dr. Arthur Feldmann.

L’indagine testimonia come la cooperazione possa portare, anche dopo molto tempo, alla ricomposizione di collezioni d’arte con la restituzione ai legittimi proprietari di beni trafugati durante una delle pagine più nere del XX secolo.

Giacomo Cavedone GESTAPO Carabinieri
I Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale restituiscono opera d’arte di Giacomo Cavedone razziata dalla GESTAPO: A Study of a Priest Holding a Book

Testo e foto dall’Ufficio Stampa Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale


Titane: il body horror che ha stregato Cannes

Titane è il titolo del nuovo film diretto dalla regista francese Julia Docournau, vincitore della Palma d'Oro all'ultimo Festival di Cannes. L'importanza di questa Palma d'Oro è racchiusa in due motivi: era dal 1993 che una donna non stringeva tra le mani il prestigioso premio (l'ultima fu Jane Campion per Lezioni di piano) ed è uno dei rari film horror ad aver vinto.

La Docournau esplose nel 2016 con il controverso Raw, film incentrato su una studentessa di veterinaria vegetariana che si scoprirà cannibale. La prima opera si distinse per l'uso estremo del body horror e per l'accuratezza dei macabri dettagli. Con Titane la situazione è differente, poiché non possiamo parlare solo di body horror.

Titane
Titane. Foto © Carole Bethuel

Titane: trama

Alexia (Agathe Rousselle) adora le automobili sin da bambina, momento in cui, a causa di un incidente in auto, le fu impiantata una placca in titanio nella testa. Alexia cresce piena di rabbia e frustrazione, a causa di un padre anaffettivo e di una mamma che poco ha saputo imporsi per modificare il ménage familiare. Ben presto scopriamo che la passione di Alexia per le automobili non ha valenza estetica, bensì erotica. Alexia fa sesso con le macchine e le ama.

L'amore è così forte che, alla fine, Alexia rimane incinta per diventare anche lei un ibrido tra essere umano e macchina. A causa del suo lato violento, la donna commette una serie di omicidi e, per fuggire dalla polizia, si costruirà una nuova identità. Dopo essersi rotta il naso per modificare i propri connotati, Alexia diventerà Adriane, il figlio scomparso di Vincent (Vincent Lindon) capo dei pompieri della città.

Titane. Foto © Carole Bethuel

L'orrore

Possiamo davvero parlare di film horror quando guardiamo Titane? La domanda sorge spontanea, poiché di paura qui non vi è traccia. Niente jumpscare o creature della notte assetate di sangue, ma solo esseri umani vittime e carnefici. L'orrore di Titane risiede nei rapporti che descrive e nella società patriarcale che li crea. Tuttavia, le carneficine attuate da Alexia non sono giustificate, la sua figura non è mai santificata. Titane è un vero e proprio girone infernale, composto da famiglie anaffettive, relazioni sgangherate, stereotipi di genere ed estrema solitudine.

A far ribrezzo non sono nemmeno le scene di accoppiamento tra Alexia e le automobili, poiché la Docournau possiede la maestria di renderle squisitamente erotiche. Forse, per i più deboli di stomaco, a far ribrezzo potrebbero essere le scene degli omicidi o tutto il lungo percorso di gravidanza in cui l'orrore si manifesta sul corpo della protagonista. Eppure queste risposte sembrano non essere mai sufficienti (la perdita di olio motore al posto del sangue è un esempio). Questa è la sensazione che si ha appena si lascia la sala dopo aver visto Titane. Ovvero di non essere riusciti ad assorbire tutte le sue trame e le sue chiavi di lettura.

Titane. Foto © Carole Bethuel

Il genere

Il film è stato etichettato come body horror, collegando la seconda opera della regista francese alla prima. Tuttavia, come dicevamo poc'anzi, di Raw qui troviamo solo la sua protagonista femminile (Garance Marillier) per i primi minuti del film. Per il resto ci scontriamo con un'opera complessa capace di racchiudere più generi cinematografici: l'horror, il dramma, il trash e la commedia. Vi troverete spesso a ridere durante scene di efferata violenza, poiché l'effetto della dissonanza cognitiva applicato dalla Docournau mira proprio a confondere lo spettatore o, meglio, a farsi beffa di lui. Probabilmente la Docournau si burla di noi da Raw ed è un assoluto piacere lasciarglielo fare!

Per quanto concerne lo stile, l'influenza di Crash di David Cronenberg è palese. Non parliamo di citazionismo, poiché la narrazione e la regia della Docournau restano fedeli ad un suo stile personale. Cronenberg e Carpenter come fari primari per ispirare questo film, ispirazione che cessa nel momento in cui la macchina da presa diventa femminile ed estremamente violenta. La violenza pare essere un elemento primario nelle produzioni al femminile e Julia Docournau ne è l'emblema perfetto.

Titane è un film che contiene tanti film e forse proprio per questo si rimane estasiati durante la visione. In conclusione, per buona pace di Nanni Moretti che si dichiarò contrariato per questa Palma d'Oro, il cinema sta evolvendo e il female gaze sta (finalmente) trovando spazio in questo mondo prettamente maschile.

Titane
La locandina del film Titane di Julia Ducournau

Immagini I Wonder Pictures


Ridley Scott: l'esordio letterario di Riccardo Antoniazzi

Riccardo Antoniazzi, Ridley Scott. Cinema e visioni della New Hollywood - recensione

Ridley Scott è uno dei registi contemporanei più noti a livello internazionale. Il regista americano, conosciuto al grande pubblico per successi come Alien Blade Runner, è un maestro cinematografico degno di nota e il libro del giovane Riccardo Antoniazzi ne ripercorre fedelmente lo stile e la carriera.

Da critico a saggista

Riccardo Antoniazzi si è formato curando rubriche cinematografiche e sul sito MyWhere, in modo particolare ricordiamo le sue note top 10. Con Ridley Scott. Cinema e visioni della New Hollywood lo scrittore comincia un'avventura verso differenti lidi. Non solo muta lo stile, da scrittura giornalistica a saggistica, ma anche la visione del suo stesso autore. Il libro, edito da Edizioni NPE, è un saggio completo che viaggia all'interno della vita artistica di Scott non tralasciando nessuna tappa. Antoniazzi si concentra sui primi spot pubblicitari di Ridley Scott sino ad arrivare ai grandi successi di pubblico e critica.

Il fascino di Ridley Scott, secondo Riccardo Antoniazzi

Riccardo Antoniazzi gestisce questo saggio cinematografico come un appassionato cinefilo e devoto spettatore. Ridley Scott è, a tutti gli effetti, uno dei registi più versatili della New Hollywood e il saggio in questione ci restituisce proprio questo senso di continuo adattamento appartenente al regista americano.

Il cinema di Ridley Scott può essere diviso nella creazione di due mondi opposti tra di loro: il cyberpunk e il kolossal storico. In un certo senso, Scott è riuscito a coniugare passato e futuro creando pellicole memorabili e ben analizzate durante l'intero saggio. Una nota importante che il saggista tende a sottolineare, risiede nella grande influenza di Scott verso le future generazioni di cineasti. Un esempio tra tutti è Denis Villeneuve, fresco di applausi dalla 78esima Mostra del Cinema di Venezia con il suo Dune.

Non solo visioni futuristiche ma anche visioni del passato e rielaborazioni. Dal più noto e acclamato Il gladiatore sino al "meno amato" Le crociate - Kingdom of Heaven, lo stile della New Hollywood si impone come sguardo alternativo su un passato le cui leggende possono ancora influenzare il presente. Un passato, per l'appunto, che necessita di essere reinterpretato e reso fruibile per lo spettatore senza, ovviamente, stravolgere la Storia.

Riccardo Antoniazzi Ridley Scott Cinema e visioni della New Hollywood
La copertina del saggio di Riccardo Antoniazzi, Ridley Scott. Cinema e visioni della New Hollywood, pubblicato da Edizioni NPE (2021)

Un regista in declino?

Negli ultimi cinque anni molti critici cinematografici e cinefili hanno definito la carriera di Ridley Scott conclusa. Il saggio di Riccardo Antoniazzi ci dimostra come questa affermazione sia fortemente errata. Non solo il saggio, ma anche i due film di Scott in uscita questo autunno House of Gucci e Assassinio sul Nilo ci confermano che il genio di Ridley Scott ha ancora tanto da dire e comunicare al pubblico.

Ridley Scott. Cinema e visioni della New Hollywood è un'opera adatta a chiunque. Non si tratta di un saggio scritto appositamente per gli appassionati di Scott e per gli esperti di un certo linguaggio cinematografico. La bellezza di questo libro risiede nella sua chiarezza linguistica e nella capacità di Antoniazzi di trasmettere l'ammirazione ed il rispetto che nutre nei confronti del regista. Che siate appassionati, curiosi o semplicemente lettori di passaggio, soffermatevi su questo saggio, godetene e poi, soprattutto, cominciate a vedere film di Ridley Scott!

Riccardo Antoniazzi Ridley Scott
La copertina del saggio di Riccardo Antoniazzi, Ridley Scott. Cinema e visioni della New Hollywood, pubblicato da Edizioni NPE (2021)

 

https://issuu.com/edizioninpe/docs/preview_ridley_scott


La poesia dei finali: Ararat di Louise Glück

La poesia dei finali: Ararat di Louise Glück

Ararat di Louise Glück
Ararat di Louise Glück. Foto di Bianca Sorrentino

Le perdite che inaridiscono, quelle che rendono impenetrabili, sono ferite che il tempo non sa cicatrizzare, tagli o lesioni immedicabili che, mentre sanguinano, ribadiscono spietatamente la nostra vulnerabilità senza scampo. È ingenuo chiedere alla poesia di fungere da balsamo, di rimarginare gli squarci del nostro vissuto e, da sola, sovrintendere alla cura; ma se non è lecito cercare consolazione nei versi, è doveroso riconoscerne l’intima natura di gesto creativo, di linguaggio che, se pure addolora, immancabilmente genera conoscenza.

Poesia come strumento di indagine del sé e del mondo: è questa la chiave della ricerca letteraria del Premio Nobel Louise Glück, che all’esperienza totalizzante del verso non chiede sollievo né conforto, ma la possibilità di lasciar emergere l’invisibile e di dargli un nome. In Ararat, silloge del 1990 appena pubblicata da il Saggiatore con la meritoria traduzione di Bianca Tarozzi, l’autrice risignifica perdite e assenze private (la morte del padre e della sorella, il gelo che riecheggia nei silenzi della famiglia) riuscendo a conferire loro carattere di universalità: ricordi, frammenti, dettagli si emancipano dalla vicenda particolare e divengono, per chi legge, simboli attraverso i quali riannodare i fili della propria esistenza.

Quasi obbedendo alle leggi del pensiero magico, la poesia si fa qui linguaggio sacro grazie al quale nominare una fine equivale a rendersi conto di una contemporanea, e conseguente, nascita: essere privati di una presenza implica infatti un nuovo cominciamento, un inedito modo di vedere le cose, l’esordio di un altro sé. La voce di Glück in questo senso assomiglia a quella dell’angelo caduto che parla dal fondo della sua consapevolezza. E se anche il trascorrere del tempo distorce il passato, se anche i nodi negli anni si stringono fino a farsi insolubili, è inderogabile l’urgenza di indagare gli abissi del proprio turbamento, ascoltare il pianto antico del proprio sé bambino, accarezzare con compassione gli errori di chi si ama.

Nel racconto del mito, è il vuoto lasciato da Euridice a determinare, per Orfeo, la possibilità del canto; allo stesso modo, nei versi di Ararat, la pienezza della parola risuona di ciò che Glück ha irrimediabilmente perduto nella sua privata vicenda esistenziale. Ma, se la vita le ha imposto solitudini e mancanze, la scrittura le ha concesso di abitare uno spazio interiore, in cui poter accogliere l’infinito e l’intangibile e tradurre questo silenzio sacro, originale, ineffabile in testimonianza che è lecito pronunciare e condividere.

Ararat di Louise Glück
La copertina di Ararat di Louise Glück, Premio Nobel per la Letteratura 2020, tradotto da Bianca Tarozzi e pubblicato da Il Saggiatore. Foto di Bianca Sorrentino

Questa silloge che conduce nei dedali del lutto non indulge mai ai toni dell’elegia e del lamento, e, se pure l’io poetante contempla con distacco persone e ricordi, l’impressione che se ne ricava non è affatto cupa o angosciante: l’attraversamento che incoraggia, anzi, conserva in una certa misura un senso di timida fiducia, che deriva forse dal perdono. D’altro canto, il titolo, pur facendo riferimento al nome del cimitero di Long Island in cui riposa il padre dell’autrice, inevitabilmente proietta l’allusione biblica al monte di Noè, quello dal quale, dopo il diluvio, la vita poté ricominciare. Ancora una volta, alla minaccia di una fine fa da controcanto un impensabile esordio.

Il mito, la classicità, la tradizione, pur non essendo protagonisti della raccolta, come accade invece in altri lavori di Glück, costituiscono il sostrato poetico e metaforico su cui poggiano l’intero discorso e l’ispirazione stessa dell’autrice. Nei titoli, nei modelli, fin nel modo di intendere la poesia, per la poetessa statunitense il passato greco-romano e quello ebraico si configurano come motore letterario in grado di innescare un movimento, come faro in grado di indicare una possibile via. La foresta di simboli dell’antico risuona qui di rumori altri, della ninnananna materna, di risate lontane e di oggetti che si rompono: dettagli dimenticabili che dicono di noi. Anche così quest’immaginario si compone di continue discese e risalite, come le nostre piccole esistenze, che accanto ad attimi altissimi di assoluto, contemplano precipizi altrettanto vertiginosi. Ararat è un libro per chi non ha paura di stare sulla soglia dei propri abissi.

Ararat Louise Glück
La copertina di Ararat di Louise Glück, Premio Nobel per la Letteratura 2020, tradotto da Bianca Tarozzi e pubblicato da Il Saggiatore

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


letture primavera 2021

Le migliori letture della primavera 2021

Il nuovo anno mi ha portato a confrontarmi con ottime realtà editoriali indipendenti; questo contributo vuole essere una bussola all'interno di questo vastissimo mondo e vi indicherà la direzione per conoscere e scoprire i professionisti del libro: iniziamo questo carosello di uscite e titoli validissimi per questa primavera 2021 di letture.

letture primavera 2021
Foto di Prettysleepy

Mattioli 1885

La casa editrice indipendente ha sicuramente lasciato il segno nel mio cuore grazie a tre distinte pubblicazioni che mi hanno definitivamente conquistato. A partire dall'accattivante thriller Facile preda di John D. MacDonald, una scrittura calibratissima che racconta una storia allucinata d'amore e morte, con inseguimenti da capogiro e un finale all'altezza dei bestsellers di Stephen King. A seguire, c'è una splendida raccolta di scritti di Andre Dubus, Riflessioni da una sedia a rotelle, un devastante caleidoscopio interiore e autobiografico di uno degli scrittori più caratteristici d'America. Una pregevole raccolta di aneddoti, stralci di vita e saggi che ci fanno scoprire l'uomo dietro ai successi letterari. Infine, mi sono innamorato dell'antologia di racconti Le colline ricordano di James Still, dove l'autore americano confeziona racconti ispiratissimi e dotati di una violenta bellezza e finali destabilizzanti.

La copertina del thriller Facile preda di John D. MacDonald, pubblicato da Mattioli 1885

La Vita Felice

La Vita Felice è una casa editrice davvero di grande qualità, una perla rara nell'intero panorama italiano. A partire dalla rinomata collana di poesia (I labirinti) e alla controparte asiatica con la pubblicazione di numerosi poeti giapponesi e le loro raccolte di haiku, senza mai dimenticare il grande impegno a rinnovare la letteratura classica (Il piacere di leggere). Portano in Italia testi inediti e ottimamente tradotti e curati, per esempio Il Re dalla maschera d'oro e altri racconti di Marcel Schwob o Metamorfosi e altri racconti gotici di Mary Shelley. Pregevolissima è la mia ultima lettura, La Sirena di H. G. Wells a cura di Matteo Noja, una storia ispirata al romanticismo di fine 800 in cui si innesta l'immaginazione di uno dei più grandi autori della letteratura fantastica; un testo davvero mordace dove la sensualità va a provocare il bigottismo dell'epoca.  GM. libri è una costola della casa editrice sopramenzionata e si dedica con fervore a riportare in Italia i classici della letteratura fantasy, in particolare questi testi scomparsi da anni nei cataloghi, tra cui il Ciclo Celta di R. E. Howard o i cicli planetari di Edgar Rice Burroughs, da John Carter di Marte al Ciclo di Pellucidar (pubblicazioni a cura di Masa Facchini).

La copertina del volume La Sirena di H. G. Wells, a cura di Matteo Noja, pubblicato da La Vita Felice

 

Del Vecchio Editore

Ho conosciuto Del Vecchio Editore recensendo proprio su ClassiCult la squisita raccolta di racconti brevi di Jacopo Masini, Polpette e altre storie brevissime. Dopo questo primo e felice incontro, mi sono avvicinato alla curatissima collana di poesia con un testo che sta diventando "cult" nella sua nicchia letteraria. Parlo di Non praticare il cannibalismo. 100 poesie (con traduzione e curatela di Paola Del Zoppo, Cristina Consiglio e  Riccardo Frolloni), di un altro autore capitale del canone americano ovvero Ron Padgett che scrive poesie con una disarmante leggerezza (e perciò complessità) e che avvicina la giovinezza con lo sfiorire degli anni, la bellezza alla ruvidezza delle vite distrutte, il pensiero al corpo. Un autore ricco di nostalgia, amore, pensieri candidi e verità disincantate in un continuo sciabordare di ossimori, rivelazioni e metafore dell'innocenza.

La copertina di Non praticare il cannibalismo. 100 poesie, di Ron Padgett, con traduzione e curatela di Paola Del Zoppo, Cristina Consiglio e  Riccardo Frolloni, pubblicato da Del Vecchio Editore

 

NN Editore

Casa editrice che conoscevo da anni, ma che ho iniziato a leggere da pochissimo (ed è stato un colpo di fulmine). Dopo aver recensito su altri portali la squisita antologia di racconti I poteri forti di Giuseppe Zucco e Decameron Project (AA. VV.) - due dirompenti letture - ho scoperto Brian Panowich con Hard Cash Valley uno dei thriller più belli letti nella mia vita, con un ritmo serrato e personaggi complessi e un'orchestrazione della storia a tinte cinematografiche. Consigliatissimo. Sul versante italiano ritorna Michele Vaccari, con un romanzo che è già un classico moderno (in ristampa dopo 3 giorni!). Urla sempre, primavera è un romanzo-mondo, uno squarcio metafisico all'interno della carcassa putrescente della storia e della letteratura nostrana, un titolo che fonde al suo interno generi diversi; eppure Vaccari crea una sinfonia narrativa, invece di una cacofonia di fantasy, science fiction e speculative fiction (e molto altro, come l'avventura, l'epica, etc).

La copertina del romanzo Urla sempre, primavera di Michele Vaccari, pubblicato da NN Editore (2021)

 

 

Carbonio Editore

Dopo aver recensito Solo di August Strindberg, sono tornato da Carbonio grazie alla pregevole raccolta a firma di Sadeq Hedayat, Il randagio e altri racconti, con la traduzione di Anna Vanzan, una delle più grandi studiose dell'Oriente in Italia, che purtroppo ci ha lasciato nel terribile 2020. Avevamo già recensito Hedayat e il suo La civetta cieca con una bellissima intervista ad Anna Vanzan a cui rivolgiamo il nostro amore e la nostra stima, nonché le sentite condoglianze ai suoi studenti e soprattutto ai familiari.

Hedayat è uno dei maggiori rappresentanti del mondo culturale iraniano e punta di diamante della letteratura persiana moderna, un uomo dalla caratura intellettuale infinita e autore di numerosi gioielli. All'interno del libro troverete nove racconti estremamente interessanti e contrassegnati dagli stilemi di Hedayat, dall'estetica grottesca, a volte spettrale e allucinata, dove una lirica spesso surrealista va innestarsi in un repertorio di immagini oniriche e cangianti.

La copertina della raccolta Il randagio e altri racconti, di Sadeq Hedayat, pubblicata da Carbonio Editore

 

Neo. Edizioni

Neo. Edizioni è stata una delle scoperte più sorprendenti di questo 2021. Dopo aver recensito Beati gli inquieti di Stefano Redaelli (con intervista in diretta all'autore) e La carne di Cristò (sempre su ClassiCult) mi sono innamorato definitivamente del loro catalogo e della loro mentalità editoriale.

In lettura ho Vinpeel degli Orizzonti di Peppe Millanta e si sta rivelando uno dei "fantasy" più atipici che io abbia mai letto, scritto con una prosa incantata e pervasa dall'innocenza, una storia intima e di grande coraggio narrativo, perché la narrativa di genere made in Italy sembra essere sotto torchio da parte della critica letteraria contemporanea. Consigliata anche la raccolta (s)poetica Romanticidio. Spoesie d'amore e altre disgrazie di Eleonora Molisani, che coniuga l'ironia all'abusato tema dell'amore e delle relazioni all'interno del mondo poetico e degli autori "sensibili"; Molisani scrive con irriverenza e divertimento e consegna ai suoi lettori una lettura dal sapore agrodolce. perfetta per sovvertire gli stereotipi del poeta classico e moderno, di tutte le sue costruzioni metaforiche e romantiche.

Le copertina di Vinpeel degli orizzonti di Peppe Millanta, pubblicato da Neo. Edizioni

 

Jaca Book

Questa casa editrice è tra le migliori che il pubblico di ClassiCult può scoprire, una realtà indipendente estremamente sensibile al mondo dell'arte, della storia, della religione, dell'archeologia e di tantissime altre discipline umanistiche.

Tra i titoli che mi sento di consigliare c'è certamente Il Mito a cura di Julien Ries, uno stupendo libro cartonato di notevoli dimensioni che raccoglie il repertorio mitologico dell'intero corpus sensibile della storia umana, in maniera verticale e orizzontale perché si spazia dal Paleolitico ai giorni nostri e dalle grotte di Lascaux agli Aborigeni australiani. All'interno del catalogo Jaca Book c'è molto spazio per Mircea Eliade e della sua opera magna del dizionario delle religioni e dei simboli, un acquisto imprescindibile per antropologi, appassionati di letterature comparate e studiosi delle religioni e dell'arte.

La copertina del saggio Il mito. Il suo linguaggio e il suo messaggio, di Julien Ries, pubblicato da Jaca Book

 

NPE edizioni

NPE è una delle realtà fumettistiche che mi sento di consigliare su ClassiCult, Nicola Pesce - oltre ad essere un ottimo scrittore (ne ho parlato già per La Cura del Dolore) - è un editore attento ed esigente e pretende il massimo dai suoi collaboratori e dagli artisti che mette in catalogo.

Mi sento in dovere di consigliare alcune opere cardine del catalogo, a partire da Eccetto Topolino (Gori, Lama, Gadducci) uno splendido volume saggistico che esplora la storia della figura di Topolino con la lente d'ingrandimento della storiografia italiana e del giornalismo nostrano e con un focus sul rapporto tra Walt Disney e il fascismo. Sul lato fumetti consiglio l'intera bibliografia di Sergio Toppi, Dino Battaglia, Nino Cammarata, Attilio Micheluzzi,  Ivo Milazzo, Sergio Tisselli (a cui rivolgiamo amore e stima per la sua recente scomparsa nel 2020), Sergio Vanello. Oltre a questi autori immensi consiglio caldamente agli amanti del fantastico le Guide Immaginarie dei Vampiri e de i luoghi di Lovecraft.

La copertina di Sharaz-de. Le mille e una notte di Sergio Toppi, pubblicato da NPE edizioni

 

Aguaplano Editore

Ottima casa editrice indipendente, che investe nei suoi libri una curatela maniacale (per fortuna!) e tantissima passione. Dopo aver amato Esecuzione dell'ultimo giorno di Lorenzo Chiuchiù sono passato a un libro unico ovvero Aura di Alessandro Celani, un magnifico reportage fotografico della nostra Italia (e che edizione!) che si snoda attraverso un'edizione bilingue caratterizzata da testi di accompagnamento altamente evocativi. Un testo che si può contemplare in un pomeriggio o per tutta la vita.

Sempre per Aguaplano ho apprezzato tantissimo la raccolta di poesie Ragli di Fabio Greco, libro dal carattere sperimentale e dal linguaggio evocativo quanto indomabile; consiglio davvero a tutti gli amanti della poesia l'intera collana edita da Aguaplano. In lettura ho il Gran Bazar del XX secolo, di Stefano Trucco, che si sta rivelando un romanzo pulp-meta lovecraftiano godibilissimo e che gli amanti della letteratura weird/fantastica dovrebbero recuperare. Le edizioni Aguaplano sono particolarmente pregiate, siano esse cartonati rilegati o brossure più economiche.

La copertina di Esecuzione dell'ultimo giorno di Lorenzo Chiuchiù, pubblicato da Aguaplano nella collana Blaupause

 

Ronzani Editore

Chi segue ClassiCult avrà già incontrato Ronzani, una delle realtà editoriali che dà alle stampe libri dalla qualità perfetta, con edizioni di pregio e attente ai bisogni bibliofili dei suoi lettori.

Ultimamente ho concluso il thriller turco di Ahmet Ümit, Perché Istanbul Ricordi, che si è rivelata una lettura pazzesca per esplorare la storia recente della Turchia e il suo viscerale legame con l'antica Bisanzio/Costantinopoli. Un romanzo stratificato e ricchissimo di vita e morte, avventura e momenti davvero travolgente. Ma Ronzani è un editore attento a qualsisia tassello del mondo culturale, che sia la produzione di riviste, poesie, saggi e molto altro. Tutti i loro titoli sono stampati con una cura unica, basti pensare alle poesie di Pasolini per la sua Casarsa.

La copertina del thriller di Ahmet Ümit, Perché Istanbul Ricordi, pubblicato da Ronzani Editore

 

ABEditore

Per i cultori dell'estetica vittoriana, gotica e decadentista non posso non consigliarvi ABEditore, uno dei migliori editori dal punto di vista tipografico e delle traduzioni, per quanto concerne il recupero di testi classici di letteratura immaginifica e fantastica.

Vi consiglio caldamente i volumi miscellanei di Draculea (a cura di Lorenzo Incarbone) e Follettiana (a cura di Pietro Guariello), che analizzano rispettivamente il repertorio folclorico e letterario di Vampiri e membri del Piccolo Popolo. I volumi sono scrigni preziosi per compiere esperienze di lettura eccezionali e curati nei minimi dettagli per fornire al lettore le sensazioni di mondi dimenticati e storie sepolte dal mistero.

Su ClassiCult abbiamo avuto ospite Fabio Camilletti, per un'intervista spettrale.

La copertina della Follettiana di Pietro Guariello, pubblicata da Abeditore

 

Jimenez Edizioni

Jimenez è la mia più recente scoperta e sono davvero felice di presentarvi un catalogo eccezionale, del quale la mia prima lettura è La notte arriva sempre di Willy Vlautin, un thriller a dir poco avvincente che parte dal presupposto della presente crisi finanziaria e immobiliare che ha investito la città di Portland portando la protagonista Lynette a compiere azioni sempre più folli, fino a realizzare un'accozzaglia di avventure grottesche nell'ambito della vita notturna cittadina, tra criminali, individui pericolosi e tanta illegalità. I libri sono di pregevolissima fattura e non vedo l'ora di conoscere l'intero catalogo.

La copertina del romanzo La notte arriva sempre di Willy Vlautin, pubblicato da Jimenez Edizioni

 

Il Palindromo

La casa editrice palermitana Il Palindromo è una delle realtà editoriali indipendenti più interessanti, soprattutto per quanto riguarda la collana I Tre Sedili Deserti, dedicata al fantastico. Dall'Elogio del Fantastico di Jacques Bergier a La Collina dei Sogni di Arthur Machen possiamo riassaporare i testi che hanno canonizzato l'immaginario moderno con elementi weird, fantascientifici e gotici. Una cura esemplare nell'apparato critico, dalle traduzioni alle prefazioni con un notevole innesto di fonti fotografiche o iconografiche a cura di artisti italiani o stranieri coevi alle opere.

Particolarmente amata è la riedizione del "primo" Pinocchio di Collodi, una narrazione più oscura del classico della letteratura italiana arricchito dalle splendide illustrazioni fumose e grottesche di Simone Stuto. Un un'ultima uscita davvero particolare è Etna. Guida immaginifica del vulcano di Rosario Battiato con la travolgente copertina di Chiara Nott.

La copertina di Pinocchio. La storia di un burattino di Carlo Collodi, a cura di Salvatore Ferlita e con le illustrazioni di Simone Stuto, pubblicato da Il Palindromo

 

Miraggi Edizioni

Miraggi è una delle mie case editrici preferite, perché mi ha permesso di conoscere non solo ottimi autori italiani (La Chiusa, Forlani, ecc.)  ma di affacciarmi alla letteratura del mondo slavo grazie alla strepitosa collana NováVlna. Su ClassiCult avevo già recensito Grand Hotel di Jaroslav Rudiš, ma vi consiglio moltissimo anche La perlina sul fondo, Il lago, Il bruciacadaveri e il magnifico Krakatite di Karel Čapek, uno dei più importanti romanzi di fantascienza del '900.  Bellissima anche la collana di poesia e gli Scafiblù, dedicati agli autori italiani, di cui vi consiglio Il bambino intermittente, Colloqui con il Pesce Sapiente e Uno di noi.

 

La copertina del romanzo di fantascienza Krakatite di Karel Čapek, pubblicato da Miraggi Edizioni