Messina Judaica di Giuseppe Campagna: la comunità ebraica messinese tra il XV e il XVI secolo

G. Campagna, Messina Judaica. Ebrei, neofiti e criptogiudei in un emporio del Mediterraneo (secc. XV-XVI), prefazione di L. Scalisi, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2020, pp. 246.

Recensione a cura di Elena Nicoletta Barile

Un nuovo tassello si aggiunge alla nostra conoscenza della storia ebraica in Italia. Il recente volume di Giuseppe Campagna, Messina Judaica, edito da Rubbettino Editore, restituisce infatti una sapiente ed efficace ricostruzione della comunità ebraica messinese tra il XV e il XVI secolo, esplicitandone l’indissolubile intreccio con le dinamiche sociali e politiche cittadine e del più ampio contesto mediterraneo. Inserendosi nel solco degli studi di Shlomo Simonsohn1 e Cesare Colafemmina2, grande attenzione è posta dall’Autore alla raccolta e alla sensibile integrazione della documentazione latina, pubblica e privata, conservata nei principali Archivi siciliani e nell’Archivio Ducale Medinaceli di Toledo, pur nella consapevolezza delle ingenti perdite documentarie dovute al terremoto di Messina del 1908 e ai bombardamenti del 1943, durante l’ultimo conflitto europeo.

Iscrizione dalla Sinagoga di Messina, distrutta col terremoto del 1908. Foto di Michele Bassi, in pubblico dominio

L’esito di questa operazione di spoglio e analisi dei materiali di archivio è una ricostruzione puntuale dei molteplici aspetti della vita ebraica messinese nei due secoli considerati. È offerta infatti un’accurata descrizione del quartiere di residenza e dei luoghi di culto della comunità cittadina, la sua amministrazione interna, in particolare alla figura del dienchelele, giudice generale degli ebrei per le cause di diritto mosaico, lo status giuridico, il matrimonio e la condizione femminile, nonché gli aspetti linguistici e culturali, quali la mistica e la circolazione libraria. La ricostruzione proposta si avvale, all’occorrenza, del confronto con fonti di diversa tipologia e matrice culturale, tra cui la produzione epistolare ebraica, in particolare una lettera del rabbino Ovadyah da Bertinoro del 1487, contratti matrimoniali (ketubot), testimonianze epigrafiche in giudeo-arabo, oltre alla trattatistica cristiana di età moderna.

Un ampio e dettagliato prospetto illustra le professioni, le attività produttive e le reti commerciali della comunità messinese, profondamente inserita nel contesto dei traffici mediterranei, dei quali Messina è punto di partenza e di arrivo: flussi di merci, mercanti, maestranze ebraiche viaggiano da e per la Catalogna, Costantinopoli, Rodi, Tessalonica, passando per le sponde calabre e adriatiche, lasciando traccia nei documenti dei loro contatti con la comunità e con le autorità cittadine, che dall’Autore vengono individuati ed analizzati. Particolarmente suggestiva e precisa è inoltre la ricostruzione delle principali casate ebraiche messinesi dell’epoca, i loro esponenti, i legami parentali, le attività e i mestieri a cui esse devono il proprio prestigio, nonché le loro conflittualità interne ed esterne.

Messina
Messina prima della costruzione della grande palazzata del 1622. Immagine in pubblico dominio

Di carattere più evenemenziale, i capitoli conclusivi rievocano le conseguenze dell’editto di Granada del 1492, con cui i Re Cattolici decretano l’espulsione delle comunità ebraiche dai propri territori, tra cui, appunto, la Sicilia. Gli eventi messinesi subito successivi all’emanazione dell’editto sono esaminati dall’Autore, anche alla luce della più recente bibliografia, seguendo le vicende della comunità ebraica di Messina fino alla definitiva partenza dalla città e alla conseguente diaspora lungo le principali rotte del Mediterraneo, verso il Regno di Napoli, la Calabria, la Puglia (fino al 1541), ma soprattutto Roma, l’Italia centro-settentrionale e il Levante, nei territori dell’Impero Ottomano.

La matrice religiosa dell’editto di espulsione spinge l’Autore ad analizzare un particolare aspetto della storia ebraica e del suo rapporto con il mondo cristiano, ossia il fenomeno delle conversioni forzate. Ai conversos o nuovi cristiani è dedicato l’ultimo capitolo del volume, che accoglie stime quantitative, vicende di singoli esponenti e famiglie abbienti, aree di residenza, mestieri di una comunità divisa tra l’omologazione forzata, la perdita identitaria, la pratica nascosta del proprio culto manifestamente perseguitata dalle autorità cattoliche, ma anche, a volte, la convinta adesione alla nuova fede: una casistica assai eterogenea, e assai ricca di significati se considerata alla luce delle sue ricadute sui successivi rapporti ebraico-cristiani, che completa e arricchisce il presente volume.

Uno studio accurato, che rivela grande dimestichezza con la documentazione d’archivio, nonché con le dinamiche storiche che sono alla base della sua produzione, perdita e conservazione. Una particolare tipologia di fonti quantitativamente ingente, ma anche estremamente dispersa nelle sue diverse occorrenze, che lo studio di Giuseppe Campagna riesce pienamente a valorizzare, apportando un significativo contributo alla storia dell’ebraismo italiano.

Messina judaica Giuseppe Gabriele Campagna
La copertina del saggio di Giuseppe Gabriele Campagna, Messina Judaica. Ebrei, neofiti e criptogiudei in un emporio del Mediterraneo (secc. XV-XVI), con prefazione di Lina Scalisi, pubblicato da Rubbettino Editore (2020)

1 S. Simonsohn, The Jews in Sicily, 18 vols., Brill, Leiden-Boston, 1997-2010.

2 C. Colafemmina, The Jews in Calabria, Brill, Leiden-Boston 2012.


Dante e la questione della lingua: lezione del prof Francesco Sabatini per l'AICC di Bari

DANTE E LA QUESTIONE DELLA LINGUA - LEZIONE DEL PROFESSOR FRANCESCO SABATINI PER L’AICC DI BARI

Scrivere di Dante non è impresa facile. Parlare del Sommo Poeta e della sua Opera immortale richiede uno sforzo non indifferente. Affrontare la Divina Commedia o qualsiasi altro capolavoro del nostro Dante implica l’approfondimento della conoscenza di noi stessi e della nostra storia. Scoprire Dante e seguire la fonte inesauribile del suo intelletto ci porta a disvelare la dimensione più autentica dell’umano sentire.

Già dal primo ed emblematico verso dell’Inferno, siamo calati nel cuore della cultura europea, tra l’evo antico e l’evo moderno, indotti ad assaporare, lemma dopo lemma, il progetto più ambizioso e vasto della letteratura di ogni tempo, volto a stringere l’intero scibile in un abbraccio ecumenico ed atemporale, a discriver fondo a tutto l’universo. Il poema è ormai eterno, avvolto in un’aurea sacrale e misteriosa.

Dettaglio dal monumento equestre a Niccolò da Tolentino: Domenico di Michelino, Dante ed i tre regni, 1465, Firenze, Santa Maria del Fiore. Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, pubblico dominio

Sì, perché le terzine dantesche portano in sé un segreto, l’intima forza caratterizzante di una lingua incredibilmente innovativa e fresca. Dante descrive, nella sua totalità, il mondo che vede e vive in lui. Un mondo con una precisa connotazione storica, ma comprensibile ai nostri occhi per ciò che rappresenta. La Divina Commedia si fa portatrice della visione cristiana della storia, mutandone gli aspetti e i contenuti, ma con lineamenti razionali tipici del pensiero greco e latino, fino a quel momento utilizzati per interpretare la realtà del mondo.

Dante non è il teologo, il moralista che una critica poco attenta descrive. Dante è, prima di ogni altra cosa, un ricercatore appassionato, che si propone di conseguire la piena realizzazione della felicità dell’intero genere umano. L’alto disio dantesco, che è immerso nel suo tempo e del suo tempo raccoglie i dolori, le sofferenze, la miseria e la grandezza, guarda con suprema pietà alla colpa e alla depravazione dell’uomo, attraverso un’immedesimazione unica e commossa. Ogni gesto umano appartiene a Dante, viene da lui interpretato e rivelato, facendo affiorare quell’universalità che fa dell’opera il libro di tutti.

Dante, affresco (1499-1502) ad opera di Luca Signorelli, particolare tratto dalle Storie degli ultimi giorni, cappella di San Brizio, Duomo di Orvieto. Foto di Georges Jansoone (JoJan), CC BY-SA 3.0

Il 17 gennaio 2020 è stata istituita un’intera giornata dedicata al Sommo Poeta, il Dantedì, da celebrarsi il 25 marzo di ogni anno. La data corrisponde allo stesso giorno del 1300, in cui, secondo la tradizione, Dante si perse nella selva oscura, dando così inizio al suo viaggio. Quest’anno, peraltro, ricorre il settecentesimo anniversario della morte del poeta, avvenuta il 14 settembre del 1321. L’idea del Dantedì, proposta a più riprese dal giornalista e scrittore Paolo Di Stefano, è stata divulgata attraverso un’intensa campagna di promozione, supportata anche dal ministro Dario Franceschini. Il Dantedì è divenuto ormai una ricorrenza a cui non è possibile rinunciare, visto anche il patrocinio di prestigiose istituzioni culturali, quali l’Accademia della Crusca, la Società Dantesca Italiana, la Società Dante Alighieri e l’Associazione degli Italianisti nella Società Italiana per lo studio del pensiero medievale.

Per celebrare la ricorrenza, l’Associazione Italiana di Cultura Classica di Bari, presieduta dalla Professoressa Pasqualina Vozza, ha organizzato, con il patrocinio dell’Università degli Studi di Bari, un incontro con il Professore Francesco Sabatini, celebre linguista, filologo e lessicografo, Emerito dell'Università degli Studi Roma Tre, nonché presidente onorario dell'Accademia della Crusca. Il Professor Sabatini già nel 2019 aveva tenuto per l’AICC di Bari due seminari sul tema Il Latino nella società contemporanea.

Francesco Sabatini Dante Alighieri
Francesco Sabatini (Avezzano, 2017). Foto di Marica Massaro, CC BY-SA 4.0

In questa occasione, invece, il professore si è occupato della questione riguardante la formazione della lingua italiana, la cui problematica è trattata ampiamente nel De vulgari eloquentia. L’opera affronta, come si può facilmente immaginare dal titolo, il tema dello sviluppo della lingua volgare dal latino e fu realizzata tra il 1303 e il 1305. Si tratta di un trattato in latino, rivolto ai dotti, che Dante voleva persuadere della bellezza della lingua del bel paese là dove ‘l sì sona. Non ci si sofferma mai abbastanza sulla portata dell’opera e sulla sua incisività.

Dante, prima ancora di occuparsi nello specifico della lingua italiana, tratta a fondo il tema dell’origine del linguaggio verbale umano, gettando le basi per le conclusioni a cui approdò, secoli dopo, Linneo. Leggendo Tommaso d'Aquino e Isidoro di Siviglia, arriva a tracciare una linea di estrema modernità, che vede nel linguaggio la marca distintiva ed esclusiva della specie umana. L’opera, quindi, si sviluppa da un autentico interesse antropologico e filosofico per il fenomeno, che il poeta affronta con lucidità e fermezza e che sarà alla base del suo più noto capolavoro, scritto in volgare proprio per coinvolgere il grande pubblico e dimostrare l’aderenza della lingua stessa a temi di alto valore speculativo.

Attraverso il suo “ingegno e gli scritti e la cultura di altri”, il poeta dà inizio ad un’indagine che lo porta a ricercare il volgare illustre, ovvero la lingua che possa distinguersi per eleganza e prestigio tra i vari volgari italiani. Passa in rassegna le condizioni linguistiche europee, dividendole in tipologie storico-geografiche, affrontando il problema della lingua letteraria unitaria e aprendo la questione della lingua, destinata a rimanere irrisolta per secoli.

I paragrafi iniziali forniscono importanti informazioni sui volgari diffusi in Italia, identificati e suddivisi in una quindicina di tipologie dallo stesso poeta. Nessuno dei volgari municipali, però, dimostra di possedere le caratteristiche adeguate ad una lingua letteraria che sia comune all’intera Penisola, una koinè che dia forma alle alte tematiche trasmesse in prosa e in versi. La lingua volgare, spontanea e naturale, deve scostarsi dall’artificiosità del latino, occuparsi di qualsiasi argomento, ma rispondere a quattro importanti requisiti. Il volgare letterario deve infatti essere illustre, cardinale, aulico e curiale. Doveva dar lustro a chi lo parlava, essere il cardine attorno al quale tutti gli altri dialetti ruotavano, essere aulico e curiale, poiché avrebbe dovuto essere degno delle corti e dei tribunali. Nessuno dei volgari che Dante aveva elencato  poteva, a suo giudizio, prestarsi a tale scopo.

De vulgari eloquentia Dante Alighieri Francesco Sabatini
Un'edizione (1577) del De vulgari eloquentia di Dante Alighieri. Foto Disponibile nella biblioteca digitale BEIC e caricato in collaborazione con Fondazione BEIC, Pubblico dominio

Occorreva concepirlo come una creazione retorica che rispondesse alla lingua adoperata per iscritto dai principali scrittori del tempo, incluso lo stesso Poeta. Le brillanti idee dantesche racchiuse nel De vulgari eloquentia, base teorica ed ineludibile per comprendere la Commedia, non godettero di subitanea fama, a causa della scarsa circolazione dell’opera. È evidente, però, che la messa in pratica delle teorie linguistiche dantesche, ovvero la lingua adoperata per il sommo poema, godette di un successo senza precedenti, viste le numerose ed immediate attestazioni della lettura dell’opera in varie parti della Penisola. La Commedia iniziò presto ad essere recitata e commentata, venne fatta circolare attraverso copie e se ne trova traccia nei documenti notarili del tempo.

Il Poeta riuscì ad unire una terra atavicamente divisa sotto la sua egida, che divenne indiscussa. La sua grandezza risiedette proprio nel dar voce al bisogno di una lingua comune, che unisse le varie realtà politiche italiane sotto un unico vessillo. Dante voleva dar vita a quel progetto di unione culturale, che inevitabilmente avrebbe portato ad un’unificazione politica. La lingua doveva farsi veicolo di pensiero, saldare i legami e permettere la creazione di una società nazionale compatta. Ecco che la Commedia, al di là delle tematiche politiche che animano le sue pagine, diviene un laboratorio necessario alla creazione della nostra identità.

Un continuo evolversi di sperimentalismi, un susseguirsi costante di invenzioni e raffinamenti. Dante dimostrò di aver assimilato il motto di Isidoro di Siviglia, che, nelle Etimologiae (IX I 11), scriveva “Ex linguis gentes, non ex gentibus linguae exortae sunt”, sono le lingue che fanno i popoli, non i popoli che fanno le lingue. Il poeta si sobbarca il ponderoso incarico di creare una lingua per dare voce ad un popolo. Nell’ultimo canto del Paradiso, culmine dell’esperienza trascendente, Dante prova a spiegare ai lettori la visione finale, la folgorazione al cospetto della luce divina. Nel tentare di rendere a parole l’esperienza di cui è stato testimone, scrive:

O somma luce che tanto ti levi
da' concetti mortali, a la mia mente
ripresta un poco di quel che parevi,

e fa la lingua mia tanto possente,
ch'una favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura gente;

(Paradiso, Canto XXXIII 67-72)

 

Chi è la futura gente a cui il poeta fa riferimento? Dante parla a chiunque sia ancora in grado di comprenderlo. Parla a noi posteri, figli della sua loquela. A distanza di settecento anni, siamo ancora cullati dai versi di tutta la sua produzione, che continua a rischiarare il cammino della nostra esistenza, oggi più che mai bisognosa de lo dolce lume del suo genio.


Aquileia Giona pesce inghiottiti mangiati

"De quodam quem ballena absorbuit": dal Leviatano al pesce-cane, quando si finisce mangiati da un pesce

De quodam quem ballena absorbuit:

dal Leviatano al pesce-cane,

quando si finisce mangiati da un pesce

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Finire inghiottiti da un pesce di mostruose dimensioni è di certo ben poco auspicabile, e comunque difficilmente potremmo averne una testimonianza diretta dal malcapitato che subisse questa sventura. Eppure, quantunque improbabile possa essere questo evento, esso ci è stranamente familiare: innumerevoli sono, in letteratura, gli episodi in cui un personaggio ha dovuto suo malgrado soggiornare nello stomaco di un enorme pesce. Si tratta, in effetti, di uno dei topoi più antichi e reiterati, riscontrabile praticamente in ogni epoca e genere letterario: svariate sono le ragioni di questo millenario successo, e vale la pena ripercorrerle.

Basilica di Aquileia. Mosaico con Giona ingoiato da un mostro marino. Foto di YukioSanjo, CC BY-SA 3.0

Tra gli esempi più antichi c'è di certo il Libro di Giona, uno dei cosiddetti profeti posteriori o minori; piuttosto nota è la sua storia, che lo vede gettato in mare per punizione divina e inghiottito da un pesce mostruoso dal quale sarà vomitato dopo tre giorni d'intensa preghiera.

Nonostante sia stato scritto in un'epoca remota (secolo VI a.C.), la storia di Giona presenta molti tra gli elementi cardine del topos, se non tutti: per prima cosa, l'essere mangiato da un pesce ha una valenza precipuamente negativa, che conduce però a una risoluzione felice e a un'evoluzione del personaggio in positivo. I tre giorni nella pancia del pesce simboleggiano l'ascesi, l'allontanamento volontario o meno dal mondo degli uomini, la riflessione su sé stessi e sulla propria colpevolezza, con conseguente redenzione.

Ma perché proprio un pesce? La spiegazione più immediata potrebbe essere che il percorso ascetico sia tanto più efficace quanto più lontani e a fondo si va: e Giona addirittura lascia le terre emerse, il regno degli uomini, per il regno marino, ignoto e oscuro al punto da essere più volte equiparato agli inferi nel corso del racconto. A ben vedere, nella Bibbia il mare e i suoi abitanti hanno quasi sempre accezioni negative: dal Leviatano (col quale spesso si identifica il pesce che mangia Giona) a Rahab, dal demone pisciforme che angaria Tobia alla Bestia che vien dal mare dell'Apocalisse, sembra quasi che nulla di buono possa venire dalle acque oceaniche. Il popolo ebraico, del resto, era fortemente connesso all'elemento terrestre: i viaggi verso la Terra Promessa sono quelli di una comunità nomade che si sposta rigorosamente a piedi; dal mare vengono invece gli invasori, i nemici pronti a usurpare la tranquillità faticosamente raggiunta e mai mantenuta.

Ma il mostro di Giona, assieme a tutti gli altri, potrebbe anche essere un'allegoria dello scontro tra le civiltà mediorientali: Tiāmat, dea creatrice della mitologia babilonese, aveva infatti le fattezze di un serpente marino. Il timore nei confronti dell'elemento acquatico potrebbe dunque riflettere una naturale diffidenza verso una religione profondamente diversa da quella ebraica: l'avventura di Giona potrebbe pertanto non essere l'archetipo, ma solo il più antico esempio pervenutoci di un mito primigenio andato perduto nel tempo, nel quale sarebbe da ricercare l'ancestrale paura dell'uomo nei confronti del mare. Altre culture presenteranno simili miti: basti pensare al gigantesco delfino a bordo del quale s'inabissa Taras, figlio di Poseidone; o ancora Jormungandr, l'immenso “serpente del Mondo” che abiterebbe gli oceani per le civiltà norrene.

pesce enorme inghiottiti mangiati
Jean Beller, Cornelius Scribonius Grapheus, Olaus, Historiae de gentibus septentrionalibus, Antverpiae Apud Ioannem Bellerum [ca. 1557]. Immagine Flickr Biodiversity Heritage Library in pubblico dominio

Per finire occorre notare che, a fronte delle implicazioni teologiche e perfino cristologiche (“Come Giona fu tre giorni e tre notti nel ventre del grosso pesce, così starà il Figlio dell'uomo tre giorni e tre notti nel cuore della terra”, Matteo 12,40), la storia di Giona è pervasa da un'atmosfera fiabesca e avventurosa, poco comune negli scritti biblici.

Quasi tutte le successive iterazioni del topos tendono infatti a spogliarlo dei significati spirituali, per concentrarsi sugli elementi romanzeschi: è ciò che accade, ad esempio, tra il primo e il secondo libro delle Storie Vere di Luciano di Samosata (II secolo d.C.). In uno degli scoppiettanti racconti del libro, l'equipaggio del protagonista viene inghiottito con tutta la nave da un'immensa balena, durante il viaggio di ritorno... dalla Luna! Qui i poveretti troveranno un'intera isola abitata da uomini selvaggi, ai quali daranno battaglia prima di poter uscire nuovamente in mare aperto, grazie a un intelligente stratagemma.

Anfora corinzia a figure nere con Perseo, Andromeda e Ketos, 570-550 a. C., Altes Museum di Berlino (F 1652). Foto di Zdeněk Kratochvíl, CC BY-SA 4.0

 

La bizzarria di questo riassunto non deve stupire: le Storie Vere nascono infatti con il preciso intento di parodiare schemi narrativi abusati, enfatizzandone al massimo gli elementi assurdi e improbabili. Ne consegue che già mille anni fa il topos del pesce che inghiottisce la gente dovesse apparire trito e ritrito, così come quello del viaggio alla Luna e molti altri; tuttavia possiamo solo desumere l'esistenza di testi simili, andati tutti perduti.

Bisogna tuttavia notare che per la prima volta il “pesce mostruoso” assume i connotati di un κῆτος, ossia una balena: sebbene la balena non sia effettivamente un pesce, da quest'opera in poi questo accostamento diventerà la regola, con sporadiche eccezioni. Ad esempio, già dal titolo del poemetto in latino medievale De quodam piscatore quem ballena absorbuit (secolo XI, attribuito a Lethaldo di Micy) si intuisce che il pesce che mangia il protagonista Within sia proprio una balena: anche in questo caso si tratta della rielaborazione a fini didattici di leggende trasmesse per via orale, delle quali non resta alcuna traccia; e anche in questo caso lo sventurato pescatore si salverà non per intervento divino, ma grazie alle sue sole forze.

La fortuna di questo schema narrativo non cessa durante l'Età Moderna e Contemporanea, anzi: è appena il caso di citare alcuni passaggi dell'Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, nei quali il prode Ruggiero salva Angelica da un'orca che ha tutte le intenzioni di mangiarsela (canto X). In effetti il poeta aveva previsto un'ulteriore scena, ben più rispondente agli stilemi del topos, nella quale lo stesso Ruggiero e l'avventuriero Astolfo finiscono nel ventre di una balena dopo averla scambiata per un'isola. Questo episodio, tuttavia, non è rinvenibile nel poema, ma fa parte dei Cinque Canti elaborati da Ariosto ma espunti in fase di studio.

Saldamente inserita ne Le avventure del barone di Münchhausen di Rudolph Raspe (1787) è invece una delle fanfaronate più celebri del protagonista eponimo, che viene mangiato da un'enorme balena mentre si sta godendo un bagno al largo e riesce a uscirne poco dopo, salvato da una nave di passaggio. Sia l'Orlando che il Barone riprendono in pieno alcuni elementi già riscontrabili in Luciano: il carattere avventuroso dell'episodio e l'utilizzo dell'intelletto per uscire dalla tremenda situazione in cui i protagonisti vengono a trovarsi.

Sul finire dell'800 vengono pubblicati due romanzi profondamente diversi tra loro, accomunati tuttavia dalla presenza di un pesce mostruoso: si tratta di Moby Dick di Herman Melville (1851) e, naturalmente, de le avventure di Pinocchio del nostro Carlo Collodi (1883).

Moby Dick. Immagine opera di Augustus Burnham Shute, dalla tavola (pp. 510-511) dall'edizione del 1892 di Moby-Dick or The WhiteWhale, di Hermann Melville, pubblicata dalla St. Botolph Society di Boston; Testo dalle collezioni Harvard University, Digitizing Sponsor Google, in pubblico dominio

In Moby Dick, va precisato, nessun personaggio viene mangiato dalla balena bianca che dà il titolo all'opera: vale comunque la pena di citare il romanzo per la valenza negativa di cui viene caricato l'animale. Moby Dick è infatti l'emblema di quel terrore ancestrale che l'uomo ha nei confronti del mare; l'interminabile caccia che il capitano Achab intraprende per ucciderlo è forse il simbolo della lotta contro le proprie paure, destinata a concludersi amaramente senza vincitori né vinti. Non è un caso, pertanto, che Melville si riferisca spesso alla balena albina adoperando termini quali mostro marino o perfino Leviatano: lo spirito che pervade il romanzo, a due millenni di distanza, è lo stesso del Libro di Giona.

E, sorprendentemente, anche lo stesso Pinocchio cela in sé molti più significati, spirituali e non, di quanti non se ne possano immaginare. L'episodio del pesce-cane (che diventa balena nel film Disney del 1940) avviene infatti poco prima della fine del libro, quando il processo di maturazione del burattino collodiano è in fase estremamente avanzata: nel ventre del pesce-cane Pinocchio ci finisce subito dopo essersi liberato della pelle di somaro (strappatagli via, peraltro, da un banco di pesci voraci); è qui che Pinocchio, dopo una lunghissima separazione, ritrova babbo Geppetto; è qui che impara a fare affidamento sulle proprie capacità fisiche e intellettive per tornare alla libertà e poter concludere il suo percorso di maturazione. Come per Giona, dunque, il soggiorno all'interno del pesce assume le connotazioni di un'ascesi, di un allontanamento dalle malie del mondo per purificarsi e rinnovare sé stessi. Senza rinunciare a quel gusto per l'avventura che caratterizza tutte le storie in cui qualcuno finisce mangiato da un pesce.

pesce enorme inghiottiti mangiati
Illustrazione di Carlo Chiostri da  Le avventure di Pinocchio, storia di un burattino di Carlo Collodi, Bemporad & figlio, Firenze 1902 (con disegni e incisioni di Carlo Chiostri e A. Bongini). Immagine in pubblico dominio

autografi

Di proprio pugno: scrittori, scriventi e autografi

SCRIPTA MANENT VIII

Di proprio pugno:

scrittori, scriventi e autografi

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Le celebrazioni per il Dantedì costituiscono una ghiotta occasione per ricordare, se mai cene fosse bisogno, di quanto la Commedia dantesca sia tra i testi più rappresentativi della letteratura italiana: sin dagli inizi del secolo XIV essa ha conosciuto un successo straordinario e una diffusione senza precedenti; tuttavia di quest'opera non rimane alcun manoscritto autografo, e in generale non esistono documenti riconducibili alla mano del suo autore. Il fantomatico autografo di Dante è infatti croce e delizia per qualunque filologo: molti sono stati, nel corso degli anni, gli “avvistamenti” e i possibili ritrovamenti, tutti categoricamente smentiti poco dopo. A cosa è dovuta questa lacuna? E come mai, anche a settecento anni dalla morte di Dante, sarebbe così importante ricercare e possibilmente trovare un suo autografo? Per dare risposta a queste due domande è necessario comprendere appieno il valore degli autografi.

Dante, affresco (1499-1502) ad opera di Luca Signorelli, particolare tratto dalle Storie degli ultimi giorni, cappella di San Brizio, Duomo di Orvieto. Foto di Georges Jansoone (JoJan), CC BY-SA 3.0

Il rinvenimento di qualsiasi autografo è salutato dalla comunità scientifica come un evento eccezionale: dal punto di vista filologico, si presuppone che un testo vergato dalla mano del suo stesso autore sia il più vicino in assoluto alla sua concezione originale; paleografi e grafologi possono inoltre trarre preziose conclusioni sul suo grado di alfabetizzazione e sulle sue capacità grafiche. Tuttavia un tale ritrovamento avviene molto raramente, specie se si tratta di autori vissuti in epoche molto lontane dalla nostra: più passa il tempo, più cresce la possibilità che il supporto grafico si deteriori o venga distrutto. La distanza cronologica, tuttavia, non è che una delle molte concause che portano alla perdita di un autografo; esiste inoltre la possibilità che l'autografo vero e proprio di un testo non sia mai esistito.

La trascrizione di un'opera è infatti una pratica relativamente recente rispetto alla letteratura stessa; molte opere sono state tramandate oralmente per secoli, finendo poi trascritte solo quando il loro autore era morto da un pezzo; in altri casi chi ha concepito l'opera non possedeva le capacità per scriverla, e ha dovuto dunque dettarla. Bisogna pertanto operare una netta distinzione tra scrittore e scrivente: col primo termine si indica la persona che idea un'opera e ne detiene la proprietà intellettuale; col secondo chi invece possiede le competenze tecniche necessarie a trascriverla. Sebbene nella maggior parte dei casi questi due termini possano essere sovrapposti, non sono rari i casi in cui si tratta di due (o più) persone differenti.

Il più antico (forse): il Papiro di Cornelio Gallo

Per i motivi sopra esposti, è praticamente impossibile verificare se, tra tutti i manoscritti risalenti all'epoca classica a noi pervenuti, almeno uno sia stato scritto di proprio pugno dall'autore del testo ivi contenuto. Esiste tuttavia un clamoroso caso che potrebbe rappresentare un unicum in tal senso: il cosiddetto Papiro di Cornelio Gallo.

Qasr Ibrim (2008). Foto Flickr di rivertay, CC BY 2.0

Si tratta di un unico foglio di papiro ritrovato nel 1978 nella città egiziana di Qasr Ibrim, nel contesto di un'antica discarica rivelatasi un preziosissimo giacimento archeologico. Il papiro, strappato in quattro parti ma perfettamente ricomponibile, contiene pochi versi elegiaci attribuiti a Gaio Cornelio Gallo, poeta romano vissuto nel secolo I a.C. facente parte del circolo virgiliano. Gallo, che apparteneva all'ordine equestre, viene spesso citato nelle opere di altri autori; tuttavia della sua produzione non ci rimangono che esigui frammenti: caduto in disgrazia presso Ottaviano Augusto, egli subì la damnatio memoriae, comprendente la distruzione di tutti i suoi testi.

All'epoca della sua scoperta il papiro eponimo sollevò contemporaneamente entusiasmo e scetticismo: da un lato c'era chi lo considerava un palese falso; dall'altro chi in esso vedeva, se non un vero autografo, quantomeno un esemplare scritto per volontà e secondo le direttive dello stesso Gallo (idiografo). Queste ipotesi non erano certo prive di riscontro: prima della sua caduta, Gallo era stato denominato prefetto di Alessandria d'Egitto, ed era stato il promotore della costruzione del forte di Primis attorno a cui si sarebbe poi sviluppata l'attuale Qasr Ibrim. Il papiro stesso sembra ricondurre alla sua vicenda: le poche righe che esso riporta si aprono con un'invocazione a Ottaviano, che sa tanto di captatio benevolentiae; perfino il fatto che il foglio fosse strappato sembra rimandare al preciso intento di distruggere i suoi scritti. Tra gli elementi a discredito di questa tesi c'era invece la scrittura adoperata per vergare i componimenti, una capitale elegante troppo ben formata per essere coeva a Gallo e comunque utilizzata esclusivamente in ambito librario, non nell'uso comune.

Questi diatriba è perdurata per quasi trent'anni, durante i quali il papiro è stato esposto nel museo archeologico di Alessandria d'Egitto e non è stato consentito farne oggetto di studio; solo nel 2003 è stata condotta un'indagine autoptica che ha stabilito fuori da ogni dubbio l'autenticità dei materiali e la loro datazione all'epoca di Gallo; i paleografi hanno inoltre verificato che all'interno del testo ci sono alcuni errori e incertezze che dimostrerebbero il carattere privato del papiro. Già un decennio prima Guglielmo Cavallo aveva inoltre dimostrato che la capitale elegante era sì una scrittura d'uso quasi esclusivamente librario, ma che essa era anche la scrittura prediletta per l'insegnamento scolastico avanzato, appannaggio degli esponenti dell'aristocrazia di cui lo stesso Gallo faceva parte.

Non potremo mai sapere se il Papiro di Cornelio Gallo sia effettivamente un suo autografo; in ogni caso esso rimane un'importante testimonianza della sua produzione poetica andata in gran parte perduta e ci fornisce l'opportunità di riconsiderare alcuni aspetti della vita dell'autore: esattamente ciò che accade con un autografo conclamato.

Scrittori e scriventi nel Medioevo

Risalgono al VI secolo d.C. i più antichi autografi quasi certamente autentici, appartenenti a Cassiodoro di Vivarium; siamo inoltre in possesso di alcuni documenti del secolo IX controfirmati da Carlo Magno, anche se l'autografia è stata messa in discussione e non è ben chiaro se l'imperatore fosse davvero in grado di scrivere o se vergasse il suo monogramma per mezzo di un normografo. Le testimonianze autografe più numerose e attendibili datano invece a un periodo compreso tra '200 e '300.

Questa precisazione sembrerebbe quasi pleonastica, in quanto nell'ideale comune la letteratura altomedievale viene ritenuta scarsa o addirittura nulla; in realtà abbiamo notizia di una fiorente produzione di testi, quasi tutti riconducibili agli ambienti monacali: è a questo periodo che vanno ascritti i grandi autori delle historiae barbariche, come Paolo Diacono, Beda il Venerabile e Eginardo; tra VI e X secolo furono scritte poi le importantissime opere di Egeria Pellegrina, Rosvita di Gandersheim e Letaldo di Micy, di carattere agiografico e pedagogico. La tradizione di queste opere è molto complessa ed esse ci sono pervenute esclusivamente per mezzo di copie più tarde, così come le notizie sui loro autori, dei quali non ci rimane alcun autografo a parte sporadiche eccezioni: un manoscritto della Historia Francorum di Rodolfo il Glabro, conservato nella Bibliothéque Nationale di Parigi (Paris. Lat. 10912) è considerato parzialmente autografo.

Al momento mancano studi autorevoli che spieghino questa mancanza, ma possono essere fatte delle ipotesi: nell'Alto Medioevo la produzione libraria era circoscritta agli scriptoria monastici, tutt'al più ai rarissimi centri scrittori laici cittadini; nell'uno e nell'altro caso la realizzazione dei manoscritti avveniva per copia o per dettatura, ed entrambe le modalità richiedevano un antigrafo, un esemplare del testo ben leggibile e comprensibile. Va da sé che la minuta prodotta dall'autore fosse poco indicata ad essere usata come antigrafo, poiché trascritta con una grafia d'uso comune e difficilmente leggibile: occorre ricordare che la competenza grafica dei copisti spesso si riduceva alla sola scrittura libraria, e non sempre essi sapevano comprendere quelle d'uso privato. Tra i secoli XII e XIII si verificarono tuttavia due fenomeni che giustificano l'incremento delle testimonianze autografe: la proliferazione dei Santi scriventi e la ripresa degli studi universitari.

Benedizione a frate Leone, autografa. Foto di Ricardo André Frantz, CC BY 3.0

Nel 1200 le vicende di Francesco d'Assisi e Domenico di Guzman sancirono una profonda trasformazione nel monachesimo: i frati abbandonano la clausura per diventare predicatori, e ciò comporta la fioritura di testi teologici volta a rendere la dottrina più facilmente assimilabile. I santi fondatori e i loro successori si trovano così a essere scrittori dei nuovi testi; in alcuni casi essi sono anche scriventi e ci sono pervenuti alcuni documenti scritti di loro pugno. Di San Francesco rimangono tre scritti autografi conservati tra Assisi e Spoleto, la cui veridicità è tuttavia messa in discussione poiché essi sono vergati con una grafia libraria fin troppo sicura, a differenza del taccuino d'appunti di Tommaso d'Aquino conservato nella Biblioteca Nazionale di Napoli: in questo caso si riscontra una scrittura corsiva e incerta, di difficile interpretazione, del tutto rispondente alla necessità di una scrittura estemporanea.

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Plut. Florentinus 34: Codice manoscritto (sec. X/XI) di origine francese con scolii autografi del Petrarca. Foto di Mariano Rizzo

In contemporanea a queste vicende, la nascita delle università comportò un massiccio rifiorire degli studi e la possibilità per i letterati di entrare in possesso non solo di una gran quantità di sapere, ma anche delle competenze grafiche necessarie a trascrivere le loro opere. Siamo infatti in possesso di una straordinaria quantità di autografi di Francesco Petrarca, sia in forma di sue opere (esiste un manoscritto del Canzoniere quasi interamente vergato da lui) sia di glosse sui libri da lui studiati.

Il Decameron di Giovanni Boccaccio, codice Hamilton 90, 47v, immagine Staatsbibliothek zu Berlin, in pubblico dominio

Singolare è poi il caso di Giovanni Boccaccio: l'autore del Decameron era infatti un valido amanuense, regolarmente stipendiato per la copiatura di codici manoscritti. Ci è pervenuta una trentina di codici interamente trascritti dalla sua mano, e altrettanti parzialmente autografi, da lui solo glossati o di dubbia paternità. Questi testi sono importantissimi, poiché si ritiene che alcuni di essi siano stati realizzati dal Boccaccio... per sé stesso: è il caso di alcuni codici contenenti le opere del Petrarca o di Dante (è proprio Boccaccio a definire “divina” la Commedia) e perfino le sue stesse opere, trascritte non con la grafia corsiva degli appunti ma con una scrittura libraria definita e leggibile, come se l'autore volesse tenere per sé una bella edizione dei suoi stessi testi.

L'età moderna

Dal secolo XVI in poi la figura dell'intellettuale subisce profonde trasformazioni che riflettono in pieno i cambiamenti socioculturali, politici e tecnologici dell'Età Moderna: la maggior alfabetizzazione comporta genesi di una letteratura rivolta a un pubblico sempre più vasto, circostanza favorita dall'invenzione della stampa. Già sul finire del '400, inoltre, la necessità di far comunicare territori molto lontani tra loro ma pertinenti a uno stesso regno aveva fatto sì che i servizi postali divenissero più efficienti: la corrispondenza diventa insomma il mezzo di comunicazione prediletto.

Diventa pertanto necessaria, per un autore, la capacità di scrivere da sé le minute da mandare in stampa o le lettere per tenersi in contatto con editori e committenti; in altre parole, diventa imprescindibile che lo scrittore sia anche scrivente.

Questa progressiva evoluzione dell'intellettuale cinquecentesco è perfettamente testimoniata dalle missive autografe di Ludovico Ariosto, esposte presso la sua abitazione a Ferrara, e da un manoscritto della Gerusalemme Conquistata scritta di proprio pugno da Torquato Tasso, conservata nella Biblioteca Nazionale di Napoli: esemplari diversi tra loro per tipologia e finalità, ma accomunati dall'evidente sforzo di entrambi gli autori di scrivere in maniera chiara e comprensibile allo scopo di essere compresi dai loro referenti.

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Manoscritto autografo di Giacomo Leopardi contenente una prima stesura della lirica A Silvia (Biblioteca Nazionale di Napoli). Foto di Mariano Rizzo

Questi cambiamenti culmineranno con l'Illuminismo; dal Settecento in poi la letteratura non sarà più soggetta a committenza. Da questo momento in poi, l'autografo assumerà via via un carattere quasi esclusivamente privato, a uso e consumo dell'autore: lo vediamo, tra l'altro, in alcuni appunti di Giacomo Leopardi, conservati anch'essi presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, contenenti una prima versione della sua A Silvia. In casi come questo, gli autografi sono essenziali per risalire alle intenzioni originarie dell'autore e analizzare a ritroso il processo evolutivo del testo.

L'autografo di Dante: realtà o utopia?

Dopo questo rapido excursus nella storia degli autografi si può tornare alle domande poste in apertura d'articolo, dove ci si chiedeva perché mancano autografi di Dante e se sarà mai possibile trovarne.

Abbiamo potuto vedere che gli autografi più antichi risalgono a un secolo prima della sua epoca, e che anzi possediamo numerosi esemplari di autori a lui coevi; dando per scontato che, oltre a scrittore, egli fosse anche scrivente, in via teorica un suo autografo potrebbe dunque esistere. Tuttavia abbiamo anche constatato come le vicende personali e le contingenze storiche influiscano pesantemente sulla conservazione degli autografi: come Cornelio Gallo, Dante subì una feroce damnatio memoriae che cominciò addirittura quando lui era ancora in vita; è dunque possibile che una gran parte dei suoi autografi sia andata distrutta già all'epoca. Questa istanza sarebbe confermata dal fatto che nessuna fonte diretta o indiretta parli di manoscritti autografi delle opere letterarie di Dante; le uniche tracce sarebbero i famosi “tredici canti del Paradiso” rinvenuti da Jacopo Alighieri dopo la morte del padre e alcune lettere entrate in possesso di alcuni studiosi rinascimentali e umanisti (tra cui Boccaccio), che le studiarono e copiarono: eppure anch'esse sono andate perdute.

Tutto lascerebbe intendere che il sogno di trovare un autografo di Dante sia un'inutile utopia; eppure non è detto che ciò non si verifichi mai. Gli studi danteschi non sono mai cessati, né hanno mai conosciuto periodi di stasi: il Dantedì può essere di certo un punto di partenza (o ripartenza) ideale per questa appassionante ricerca.

autografi autografo di Dante Alighieri
Dante Alighieri, Divina Commedia. Immagine disponibile presso la Biblioteca Europea di Informazione e Cultura e in partnership con la Fondazione BEIC in pubblico dominio
Bibliografia 
"Autografo" in Le Muse, De Agostini 1964

AA. VV., «Di mano propria». Gli autografi dei letterati italiani. Atti del Convegno internazionale di Forlì, 24-27 novembre 2008, Salerno Editrice 2010

BARTOLI LANGELI A., Gli autografi di frate Francesco e di frate Leone, Autographa Medii Aevi 5, Assisi 2000

BERTELLI S., CAPPI D. (a c.), Dentro l’officina di Giovanni Boccaccio. Studi sugli autografi in volgare e su Boccaccio dantista (in Studi e Testi n°486), Biblioteca Apostolica Vaticana 2014

CAPASSO M., Il ritorno di Cornelio Gallo. Il papiro di Qasr Ibrim venticinque anni dopo, Graus 2003

GAGLIARDI P., Rassegna bibliografica sul Papiro di Cornelio Gallo (2004-2012), UniSalento 2013

"A Silvia (1828), Biblioteca digitale della Biblioteca Nazionale di Napoli, http://digitale.bnnonline.it/index.php?it/148/a-silvia-1828


indipendenza Grecia greca

Il lungo e tortuoso cammino dell'indipendenza greca

Quest’anno ricorre il bicentenario dell’indipendenza della Grecia. Ripercorriamone le tappe salienti.

La Grecia aveva perso la sua autonomia dopo la caduta dell’Impero Romano d'Oriente, avvenuta nel 1453. Solo le isole, e Creta in modo particolare, avevano mantenuto una certa indipendenza, ma erano state sottomesse dagli ottomani nella fase della massima espansione di questi ultimi.

Differentemente da altri territori, che con il tempo avevano perduto il tratto essenziale della loro identità culturale, in Grecia tutto questo non accadde probabilmente grazie alla forza coesiva della religione e all’influsso della Chiesa Ortodossa che, per merito del patriarca di Costantinopoli, continuava a mantenere un certo controllo sul territorio ellenico, fungendo da coagulo attorno a cui la cultura e la lingua greca riuscirono a sopravvivere. Ciò che mai si affievolì fu un certo spirito di rivalsa che, nel corso dei secoli, condusse a numerose rivolte e ad un continuo e sfibrante periodo di guerriglia contro le forze ottomane, manifesto di un sentimento di perdurante disagio.

Eugene Delacroix (1789-1863), Guerriero greco a cavallo (1856), olio su tela, Galleria Nazionale di Atene (inv. no. 5618). Foto Flickr di Tilemahos Efthimiadis, CC BY 2.0

I principali fautori di questa guerriglia erano i discendenti di coloro che avevano preferito rifugiarsi negli inaccessibili luoghi di montagna pur di tenere lontano il dominio ottomano. Contro di loro i turchi avevano arruolato altri greci, detti armatolì, che avrebbero dovuto riconquistare i passi più importanti e che, invece, finirono per mischiarsi con questi, al punto che, quando scoppiò la guerra di indipendenza nel 1821, tali forze paramilitari andarono a costituire il grosso dell'esercito rivoluzionario greco.

I finanziamenti più consistenti delle rivolte arrivarono dall’estero, da tutti quei greci espatriati in Europa, soprattutto dalla città ucraina di Odessa dove, nel 1814, un gruppo di greci aveva fondato la filiki eteria, una società segreta che propugnava il ritorno alla indipendenza del territorio ellenico.

E, finalmente, il 1821 fu l'anno in cui questa rivolta prese concretezza. Sembrava un momento propizio, innanzitutto perché l'impero ottomano si era molto indebolito, essendo impegnato in Oriente su un altro fronte di guerra contro l'impero persiano; una guerra che stava portando via ingenti risorse all'impero, costretto a spostare gran parte delle milizie dal territorio europeo verso est.

A questo si aggiungeva una motivazione di politica estera. Come è noto, gli anni Venti dell’Ottocento segnarono l’emergere dei focolai rivoluzionari in tutta Europa; un'epoca in cui le grandi potenze erano impegnate ad evitare l'insorgenza di un nuovo Napoleone che avrebbe potuto mettere a rischio la già labile stabilità internazionale. Più di ogni altro luogo, in Francia e in Inghilterra il popolo accolse con favore la ribellione greca, si crearono dei veri e propri movimenti filellenici a supporto dei movimenti di rivolta.

Dopo l'assedio di Missolungi, la rivolta ebbe inizio al confine fra impero turco e impero russo il 6 marzo 1821, non in Grecia, e questo perché il movimento della filiki eteria era convinto che, per poter avere la meglio sugli ottomani e cacciarli definitivamente dai loro territori, fosse necessario allearsi con tutti i popoli balcanici per conseguire un obiettivo comune. Questa idea, seppur valida in teoria, non trovò riscontro nella realtà e finì col mettere in serie difficoltà i battaglioni dei ribelli della filiki eteria, sconfitti in due battaglie e costretti a fuggire in Austria, terra storicamente ostile all’impero turco.

Si dovette attendere qualche mese prima di vedere la rivolta in Grecia, e la prima zona a mettersi in azione fu il Peloponneso, la terra che più duramente si era opposta al dominio ottomano. La rivolta partì da Patrasso, benché focolai di rivolta scoppiarono in tutta la penisola; senza disperdere molte energie e con grande rapidità, le forze greche riuscirono a prendere il controllo delle campagne, costringendo gli ottomani a ritirarsi nelle città, che caddero una dopo l'altra. A guidare la rivolta, partita il 23 marzo, fu un prete ortodosso, noto con lo pseudonimo di Gregorio Papaflessa, uno dei più importanti esponenti politici della Grecia indipendentista. La data celebrativa del 25 marzo indica l'atto solenne di benedizione del vescovo metropolita di Patrasso, Germanos, che benedisse gli insorti al Monastero della Grande Laura. Decisivo fu anche il ruolo di un giovane capitano di vascello, Theodoros Kolokotronis, che, a soli 17 anni, nel mese di settembre di quello stesso anno, dopo aver vinto i turchi a Valtetsi il 15 maggio, riuscì ad espugnare la piazzaforte ottomana a Tripoli. In risposta all'avvio dei conflitti, a Costantinopoli si dà vita ad una serie di esecuzioni di massa: viene impiccato il patriarca di Costantinopoli, il vescovo Gregorio V, ricordato come martire dalla Chiesa ortodossa.

In Grecia centrale la rivolta colpì Tebe, in Beozia, e rapidamente si diffuse ovunque fino ad interessare Atene. La risposta ottomana non si fece attendere e fu cruenta, com’era facile attendersi, ma la capacità di resistenza convinse i Greci della necessità di riconquistare il territorio. Delle rivolte scoppiarono nelle isole, a Creta e a Cipro, ma anche a Tessalonica, dove i rivoltosi seppur in un bagno di sangue riuscirono a conquistare una certa autonomia tra il 1824 e il 1825. In questo biennio decisivo va ricordata la figura di Lord Byron, che visse in prima persona i contrasti tra i greci che lottavano per la resistenza a Missolungi; e, proprio per celebrare questo eroico atteggiamento degli elleni che seppero resistere eroicamente a Missolungi, il celebre poeta greco Dionysios Solomos scrisse L'inno alla libertà, le cui prime due strofe divennero l'inno nazionale del paese.

A questo punto, in Grecia si cercò di creare un governo ma sorsero le prime rivalità e alcune delle associazioni che avevano maggiormente spinto per la rivolta, tra cui la stessa filiki eteria, vennero messe da parte poiché considerate poco presenti sul territorio greco e, dunque, poco incisive. A ciò si aggiunsero i forti contrasti tra le varie zone della Grecia, in particolare tra i partigiani dell’Attica e quelli del Peloponneso, con questi ultimi che cercarono di rivendicare ad ogni costo la loro maggior forza numerica e militare. Le opposizioni sfociarono in una guerra civile che ovviamente indebolì il fronte greco e lo costrinsero a chiedere un appoggio economico esterno.

La guerra civile si spense improvvisamente perché arrivò un nuovo nemico da fronteggiare: gli egiziani. L’Egitto da parecchi decenni era ormai autonomo ed era governato da Muhammad Ali, un personaggio chiave per il raggiungimento dell’autonomismo del suo paese. Gli ottomani si mostrarono restii a chiedere il loro aiuto, ma quando fu chiaro che non avrebbero potuto farcela da soli, fecero in modo che Ali inviasse le truppe in Grecia, comandate dal figlio Ibrahim Pascià. Gli egiziani sbarcarono nel Peloponneso nel febbraio del 1825 con un contingente di circa 10 mila uomini. I Greci commisero un grave errore di valutazione: erano convinti di poter vincere facilmente anche stavolta; non sapevano che l'esercito egiziano, a differenza di quello ottomano, era molto meglio organizzato grazie ad una serie di addestratori francesi che, negli anni precedenti, avevano migliorato le tecniche di combattimento.

I Greci erano sul punto di capitolare, quando a venire in loro soccorso intervenne l'opinione pubblica europea. Molto rapidamente si diffuse in tutto il vecchio continente la notizia dei massacri egiziani; notizie, queste, di certo veritiere ma ingigantite dai cronisti dell’epoca. Si giunse addirittura a scrivere che il desiderio della potenza ottomana fosse quello di estirpare i Greci e la loro cultura dal territorio ellenico, sostituendoli con turchi ed egiziani, e mettere un punto definitivo alle rivolte. Questo fece un grande effetto sull’Europa e il risultato fu che le potenze iniziarono ad intervenire.

Ioannis Kapodistrias (Giovanni Capodistria) in una litografia di Gustave Adolf Hippius (1822). Гиппиус, Г. А. Современники, собрание литографических портретов государственных чиновников, писателей и художников, ныне в России живущих : Посвящено Его Величеству государю Императору Александру I Г. Гиппиусом. - СПб. : Изд. Г. Гиппиуса ; (Литогр. Гельмерсена), 1822. Immagine in pubblico dominio

La prima potenza a mandare aiuti militari fu la Russia che, in quel periodo, aveva un Ministro degli Esteri greco, Ioannis Kapodistrias, il quale aveva più volte spinto lo zar di Russia ad intervenire in favore della sua patria d’origine. Si fecero avanti anche la Francia e l’Inghilterra; quest’ultima era molto amica dell'impero ottomano, ma decise ugualmente di gettarsi nella mischia, anche perché alcuni dei comandanti inglesi erano dichiaratamente filelleni.

La situazione mutò all’improvviso nel 1827, quando la flotta egiziana, riunitasi a Navarino, venne raggiunta dalle tre flotte di aiuti europei.

La battaglia di Navarino, uno dei momenti più importanti verso l'indipendenza della Grecia. Incisione di Robert William Smart e Henry Pyall, sulla base dei disegni di Sir John Theophilus Lee sotto la supervisione immediata di del Capitano Lord Vis. Inglesre, al National Historical Museum (1830 circa). Foto Flickr di Tilemahos Efthimiadis, CC BY-SA, 2.0

Le trattative di pace vennero avviate da Kapodistrias, che nel frattempo aveva lasciato il Ministero degli Esteri in Russia ed era giunto in Grecia dove era stato nominato Governatore. Gli egiziani furono costretti a lasciare il Peloponneso assieme a tutte le loro truppe; con gli ottomani si cercò di raggiungere una pace che potesse condurre alla tanto agognata autonomia. I primi accordi vennero disattesi, perché gli ottomani manifestarono il loro interesse a proseguire la guerra ad oltranza. Le cose cambiarono quando la Francia inviò 15 mila uomini nel Peloponneso per addestrare le truppe greche: fu grazie a quell’esercito che la Grecia riuscì ad ottenere la sua autonomia. Il 12 settembre 1829 l'esercito greco sconfisse quello ottomano nella battaglia di Petra, località a nord della Beozia, e pose fine alla ribellione. Negli anni successivi si giunse al trattato di Costantinopoli che sancì finalmente l’indipendenza del paese. A quell’epoca la Grecia era formata soltanto da una parte di quella attuale: mancavano infatti tutte le isole, tra cui Creta, e il nord. Ci vollero altri sanguinosi scontri prima di arrivare a definire il paese che conosciamo oggi.

 

Bibliografia:

  • F. Benigno – M. Giannini – N. Bazzano, L’età moderna. Dalla scoperta dell’America alla Restaurazione, Editori Laterza, Roma 2005;
  • R. Clogg, Grecia. Dall’indipendenza ad oggi, Beit Editore, Trieste 2015;
  • M. Veremis – I. S. Koliopulos, La Grecia Moderna. Una storia che inizia nel 1821, Argo Editore, Lecce 2014;
  • E. Ivetic, I Balcani. Civiltà, confini, popoli (1453-1912), Il Mulino Editore, Bologna 2020.

Polifonia

Polifonia: suonando la colonna sonora della Storia

Polifonia: suonando la colonna sonora della Storia

Al via un nuovo progetto internazionale, coordinato dall'Università di Bologna, che indaga il patrimonio musicale europeo, per migliorare la comprensione dell’evoluzione dei generi musicali, la loro diffusione nel tempo e nello spazio e le relazioni esistenti tra musica e società

Foto di Pexels 

Ricreare le connessioni tra musica, persone, luoghi ed eventi in Europa dal XVI secolo fino ad oggi. È l'obiettivo di Polifonia, nuovo progetto europeo finanziato con 3 milioni di euro dal programma quadro Horizon 2020 e coordinato dall'Università di Bologna. Il progetto si svilupperà nel corso dei prossimi 40 mesi, e i risultati - che saranno pubblici e disponibili via web sotto forma di un dataset globale e interconnesso - forniranno un contributo fondamentale al miglioramento della comprensione del patrimonio musicale europeo.

“Polifonia svilupperà strumenti di intelligenza artificiale che permetteranno di navigare attraverso un’incredibile mole di suoni e testi plurilingue”, spiega Valentina Presutti, coordinatrice del progetto e ricercatrice al Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Moderne dell’Università di Bologna. “In questo modo, sarà possibile capire come la musica è cambiata e come ha reagito al contesto sociale e politico negli ultimi sei secoli”.
Louis P. Grijp, professore all’Università di Utrecht e ricercatore in musicologia della Royal Netherlands Academy of Arts and Sciences (KNAW), purtroppo recentemente scomparso, ha dimostrato come la musica tradizionale olandese della fine del XVI secolo fosse stata influenzata dall’Opera francese dello stesso periodo. Considerando che in quegli anni i due paesi erano in guerra, risulta evidente come le connessioni musicali tra individui possano essere stabilite nonostante apparenti ostacoli o confini. Quanti casi analoghi potrebbero esistere? Ci sono somiglianze per quanto riguarda il contesto culturale, politico o artistico di diverse realtà? Attualmente è difficile rispondere a simili domande anche perché i musicologi lavorano principalmente su cataloghi non connessi tra loro.
Lo scopo di Polifonia è creare una risorsa vasta e accessibile da chiunque - ricercatori, artisti, produttori musicali, musicisti e amanti della musica - attraverso un portale web, permettendo in tal modo di svelare fenomeni di connessione in modo sistematico.
Utilizzando la stessa metodologia sarà possibile migliorare la comprensione dell’evoluzione dei generi musicali, la loro diffusione nel tempo e nello spazio e le relazioni esistenti tra musica e società, come le colonne sonore delle rivoluzioni, dei movimenti di emancipazione, delle guerre o addirittura delle pandemie. L’industria musicale, per citarne una, avrà finalmente la possibilità di sfruttare appieno il proprio enorme catalogo: collegamenti inaspettati tra musiche apparentemente lontane potranno rivelare nuovi metodi di classificazione in aggiunta alle usuali etichette.
Tra i diversi temi attorno ai quali si articolerà il progetto, uno è dedicato nello specifico a Bologna, città nella quale la musica riveste da sempre un ruolo centrale, ma con un patrimonio musicale solo in parte conosciuto e sfruttato se comparato al suo pieno potenziale. Il pilot MUSICBO si propone di creare un corpus digitale plurilingue (italiano, inglese, francese, spagnolo e tedesco) contenente testimonianze di studiosi, giornalisti, viaggiatori, scrittori e studenti in un periodo compreso dal Medioevo ai giorni nostri. Saranno pubblicati documenti che mostrano diversi stili discorsivi come narrazioni, epistole, notizie di attualità, resoconti di viaggio: un corpus che costituirà il punto di partenza per costruire un dataset disponibile per il riuso da parte di ricercatori, istituti culturali e pubbliche amministrazioni.

Il consorzio di Polifonia è un gruppo interdisciplinare composto da ricercatori e amanti della musica: informatici, antropologi ed etnomusicologi, storici della musica, linguisti, archivisti del patrimonio musicale, amministrativi e professionisti creativi. Coordinato dall'Università di Bologna, il progetto coinvolge inoltre: The Open University (Regno Unito), King’s College London (Regno Unito), National University of Ireland Galway (Irlanda), Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo (Italia), Centre National de la Recherche Scientifique (Francia), Conservatoire National des Arts et Metiers (Francia), Stichting Nederlands Instituut Voorbeeld en Geluid (Paesi Bassi), Koninklijke Nederlandse Akademie van Wetenschappen (Paesi Bassi), Digital Paths srl (Italia).

Per maggiori informazioni: https://polifonia-project.eu/.

Testo dall'Ufficio Stampa Alma Mater Studiorum - Università di Bologna

Iconoclastia Salento

Volti sfregiati ed effigi nascoste: l'iconoclastia nel Salento grecanico

Volti sfregiati ed effigi nascoste:

l'iconoclastia nel Salento grecanico

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

iconoclastia Salento
Icona della Madonna delle Grazie di Soleto. Foto di Mariano Rizzo

A Soleto, piccolo comune nel cuore del Salento, è conservata un'antica icona della Madonna delle Grazie che presenta una particolarità: il volto di Maria appare deturpato dal colpo di un'accetta. A Galatone, distante una manciata di km, si trova una seconda icona della Vergine delle Grazie, il cui occhio destro è nero e gonfio, come dopo aver incassato un pugno. Le immagini riprendono iconograficamente modelli greci, ed entrambe, secondo la leggenda, sono state vittime di uomini che, mettendo in dubbio la loro santità, vi si sono accaniti con violenza in segno di massimo disprezzo; ad accomunarle ulteriormente è il periodo storico in cui sarebbero avvenuti gli sfregi, tra la fine del XVI e l'inizio del XVII secolo.

iconoclastia Salento
Icona della Madonna delle Grazie di Galatone. Foto di Mariano Rizzo

Come spesso accade, dietro queste affascinanti storie si cela un fondo di verità: esse riassumono in effetti un gran numero di processi storici e socioculturali che, in poco meno di un millennio, hanno plasmato l'identità del Salento intero fino a farlo diventare la terra fascinosa e ambigua che oggi conosciamo e amiamo; sorprendentemente questo lungo periodo di trasformazione ha inizio e fine con episodi di violenza sulle immagini sacre.

All'alba del secolo VIII d.C. il Salento era l'ultima roccaforte peninsulare dell'Impero Bizantino, insidiato a nord dall'avanzata Longobarda e, in seguito, dall'espansione saracena; il territorio si presentava dunque suddiviso in un mosaico di centri di potere assoggettati all'uno o all'altro dominio. Ci sarebbe voluto ancora un secolo e mezzo prima che Bisanzio riuscisse a riprendere possesso dell'intero Meridione, riorganizzandolo in un governatorato (Thema di Longobardia).

Tuttavia l'assoggettamento del Salento agli antichi dominatori trascendeva le questioni politiche: nell'area centrale vivevano infatti alcune comunità di lingua e cultura greca. Le cause della sopravvivenza dei costumi ellenici in questa zona sono molteplici e ancora oggi non del tutto chiarite: si trattava probabilmente delle ultime permanenze delle popolazioni magnogreche, rimpolpate dalle ondate migratorie che, in maniera discontinua ma costante, si sarebbero verificate fino al secolo X; la posizione isolata dei centri abitati, relativamente lontani dalle coste e tra loro, li avrebbe resi impermeabili alle culture dei popoli da cui erano circondati.

Tra il primo e il secondo decennio del secolo l'imperatore bizantino Leone III Isaurico emanò una serie di editti volti a reprimere la venerazione delle immagini sacre: questa prassi, denominata iconoclastia (dal greco εἰκών κλάω, “distruggere le icone”) era basata su fondamenti filosofici e religiosi, ma soprattutto rispondeva a un preciso disegno politico che sarebbe stato portato avanti a fasi alterne dai successori di Leone, fino alla seconda metà del secolo successivo.

La lotta iconoclasta ebbe come conseguenza la distruzione di statue e dipinti sacri, talvolta con estrema violenza: le implicazioni di queste pratiche appaiono assai drammatiche se viste alla luce della spiritualità bizantina, secondo la quale l'icona non è solo immagine, ma presenza stessa del divino; molte furono pertanto le reazioni volte a preservarle, nascondendole oppure portandole in zone dove la furia iconoclasta non era arrivata.

Ambienti esterni alla cripta della Madonna del Gonfalone a Tricase (LE). L'edificio, rimaneggiato nel corso dei secoli, sorge su un'antica laura basiliana nella quale era conservata l'icona della Vergine di Costantinopoli. Foto di Mariano Rizzo

Quest'ultimo espediente fu adottato dai monaci di regola basiliana, che fuggirono clandestinamente dalla penisola balcanica per stabilirsi nei territori periferici dell'Impero: qui, ritiratisi in solitudine o in piccoli gruppi all'interno di celle scavate nella roccia (laure) continuarono la loro vita monastica, venerando com'era loro uso le icone sacre, nella speranza di salvarle dalla distruzione.

iconoclastia salentina
Icona conservata presso la cripta della Madonna del Gonfalone a Tricase (LE). Foto di Mariano Rizzo

La presenza dei Basiliani fu accettata con entusiasmo dalle popolazioni autoctone, che anzi entrarono volentieri in contatto con loro e ne assorbirono usi e liturgie; fu però nel Salento centrale che la penetrazione basiliana ebbe i suoi esiti più felici: complici la comunanza linguistica e culturale, venne a crearsi una vera e propria simbiosi che ebbe come conseguenza un sincretismo religioso senza precedenti. Dai monaci i salentini mutuarono il culto per santi di origine orientale quali Sofia, Biagio di Sebaste e Marina d'Antiochia, riprendendone l'iconografia e le modalità di venerazione; fu però la peculiare devozione alla Madonna ad avere maggior successo: non è un caso che in questi territori tra i suoi appellativi più ricorrenti ci sia “Vergine di Costantinopoli”, e che le rappresentazioni più usuali siano l'Odegitria, la Theotókos e la Blachernitissa, tutte di derivazione bizantina.

Affresco del sec. XIII conservato presso il santuario di Santa Marina a Ruggiano, frazione di Salve (LE). L'iconografia rielabora lo stilema della Blachernitissa costantinopolitana. Foto di Mariano Rizzo

I salentini adottarono inoltre la liturgia bizantina e costruirono chiese che riprendevano, nell'architettura e nella disposizione degli spazi, i corrispettivi orientali: ancora oggi esistono edifici a pianta greca nei quali il presbiterio è separato dalla navata mediante una piccola balaustra a uso iconostasi, che spesso mantengono la specifica “dei greci” accanto al nome del santo titolare.

L'iconoclastia terminò nella seconda metà del secolo IX, nello stesso periodo in cui l'Impero riprendeva possesso del Meridione: il dominio bizantino sarebbe perdurato fino al 1071, anno in cui Roberto il Guiscardo conquistò Bari, ponendo di fatto fine alla presenza bizantina in Italia. Di conseguenza la presenza greca nel Meridione si attenuò notevolmente, e le usanze cultuali di stampo orientale furono assorbite da quelle dei nuovi dominatori.

Questo non accadde nel Salento centrale, dove la cultura greca sopravvisse strenuamente: rimase il culto dei santi orientali, rimase il rito bizantino; rimase anche la lingua, che subì un'evoluzione parallela al ceppo originale trasformandosi in griko, dialetto grecanico con vaghi elementi latineggianti. Nasceva, in altre parole, la Grecìa Salentina, isola linguistica ellenofona tuttora esistente, la quale comprende quasi tutti i comuni del Salento centrale, tra i quali Soleto e, almeno fino al secolo XVIII, Galatone.

La situazione di questi territori rimase a lungo immutata, indifferente a tutti i cambiamenti sociopolitici che si avvicendarono nei secoli successivi; un vero e proprio stravolgimento ci sarebbe stato solo in piena Età Moderna.

Nel 1563, dopo quasi vent'anni dal suo inizio, si concluse il Concilio di Trento, indetto dai rappresentanti del mondo cattolico per arginare la diffusione della Riforma protestante; a questo scopo, tra gli altri provvedimenti, era stata elaborata una liturgia unica (rito tridentino) che tutte le chiese cattoliche avrebbero dovuto adottare: ciò comportava l'abbandono, da parte dei salentini grecanici, del rito bizantino.

iconoclastia Salento
Chiesa di Santo Stefano a Soleto. Gli affreschi, realizzati intorno al sec. XIV, recano numerose iscrizioni in lingua greca. In questa chiesa si officiava il rito bizantino. Foto di Mariano Rizzo

Questo cambiamento fu tutt'altro che indolore: dopo quasi nove secoli in cui era stata adoperata la liturgia orientale, i salentini se la videro proibire; le fonti riferiscono di guerriglie, lotte intestine e proteste da parte dei fedeli, i quali spesso e volentieri continuarono a praticare il rito bizantino in segreto. Ci sarebbero voluti molti decenni prima che esso venisse abbandonato del tutto.

In questo contesto di transizione, furono le icone ad avere la peggio: le antiche immagini orientaleggianti, per secoli adorate e venerate, diventarono improvvisamente simbolo delle “vecchie” usanze, invise al mondo del cattolicesimo post-tridentino. Le chiese furono in gran parte rase al suolo e ricostruite secondo i nuovi dettami; gli antichi affreschi furono coperti con intonaco e calce, distrutti oppure occultati con le sovrabbondanti decorazioni barocche che, nella seconda metà del '600, avrebbero dato al Salento un volto del tutto nuovo.

Le Madonne di Galatone e Soleto, coi loro volti deturpati, sono silenziosi testimoni della seconda furia iconoclasta, forse meno conosciuta della prima ma ugualmente distruttiva: è interessante rimarcare come in entrambi i casi lo sfregio sia avvenuto in seguito al rifiuto di vedere nelle icone un oggetto da venerare, esattamente come avveniva nove secoli prima. Queste icone sono dunque il simbolo della continua lotta del nuovo contro il vecchio: è bene però notare che nel Salento più che altrove il passato possiede una straordinaria resilienza, che lo rende in grado di non trascorrere mai del tutto.

BIBLIOGRAFIA

BEBIS G., Introduction to the Liturgical Theology of St Basil the Great, Greek Orthodox Theological Review 42 (3-4), 1997 (EN)

BESANÇON A., The Forbidden Image: An Intellectual History of Iconoclasm, University of Chicago Press, 2009 (EN)

DANIELI F., Danieli, La Madonna della Grazia in Galatone. Storia, arte e pietà popolare, Congedo Editore, 2006

FONSECA C.D. (a c.), Gli insediamenti rupestri medievali nel Basso Salento, Congedo Editore 1979

LAVERMICOCCA N., Puglia Bizantina, Storia e cultura di una regione mediterranea (876-1071), Capone Editore, 2012

MANNI L., La Madonna delle Grazie di Soleto, Santoro 2001

OSTROGOSKY G., Storia dell'Impero bizantino, Einaudi, 1968

RONCHEY S., Lo stato Bizantino, Einaudi, 2002.

VAN COMPERNOLLE T., Topografia e insediamenti nella Messapia interna, Edizioni ETS 2012


organo incendio cattedrale nantes

Patrimonio in fumo: incendio nella tribuna dell’organo grande della Cattedrale di Nantes

Mai come oggi la definizione di capolavoro del “gotico fiammeggiante” appare sarcastica. È mattina presto quando il fuoco aggredisce il grande organo della Cattedrale di Nantes.

Dal rosone appaiono, spaventose e altissime, le fiamme. L’intervento è rapido e decisivo: in pochissime ore l’incendio è domato. Già a metà mattinata un fumo denso ha preso il posto delle fiamme.
Poche sinora le certezze; certo la velocità dello spegnimento sembra suggerire una situazione meno drammatica di quella verificatasi, poco più di un anno fa, a Notre-Dame.

 

https://youtu.be/sBSVLFTSGRo

 

Le notizie che circolano sinora parlano di innesco doloso, dal momento che pare l’incendio sia partito da tre differenti punti contemporaneamente. Allo stesso modo quella che traspare dalle prime informazioni è una situazione di danni piuttosto contenuta.

cattedrale nantes prima dell'incendio
La facciata della Cattedrale di Nantes prima dell'incendio - foto di Fil22plm, CC BY-SA 3.0

Cosa sappiamo delle cause, oggi 20 - 7

In realtà ancora piuttosto poco; si confermano i tre inneschi in punti tra loro molto distanti. Nella serata di ieri è stato interrogato il volontario che si era occupato della chiusura della chiesa la sera precedente l'incendio. È stato rilasciato senza che nessuna accusa sia stata formalizzata.
Quindi, anche se la natura dolosa non viene ancora esclusa dall'orizzonte delle indagini, comincia ad affacciarsi il dubbio che occorra formulare anche altre ipotesi. Potrebbe essersi trattato di corto circuito? Potrebbe, dal momento che inneschi così distanti paiono del tutto improbabili per causare danni eclatanti, ma allo stesso tempo sono compatibili con il percorso di cavi e quadri elettrici.
Come quasi sempre siamo abituati a constatare nel patrimonio storico, infatti, pare che l'impiantistica fosse stata realizzata in più fasi, con modalità diverse, non sempre in grado di garantire la piena sicurezza.

Si spera che i danni, ancora oggi giudicati non drammatici, consentano di ricostruire in modo credibile la dinamica degli eventi.

Di cosa stiamo parlando

Come sempre, dipende dai punti di vista: danni contenuti in questo caso significa che la situazione appare al momento meno grave di quella di Notre-Dame. Soprattutto perché sono state risparmiate le coperture.

https://youtu.be/J7my651eins

Chi abbia un minimo di conoscenza delle dinamiche conservative dal patrimonio storico sa che le coperture, in pratica tetti e soffitti, sono forse il più importante presidio della salute di un edificio e di tutto ciò che contiene. Lo sanno benissimo proprio a Nantes. Nella Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo (Cathédrale Saint-Pierre-et-Saint-Paul, in francese) già all’inizio degli anni ’70, infatti, un attrezzo lasciato acceso nel cantiere di restauro, in opera per rimediare ai danni causati dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, aveva provocato l’incendio dell’intera copertura. È solo dal 1985 che di nuovo si è potuto godere della bellezza della Cattedrale.

Un edificio dalla storia eccezionale: cantiere avviato nel 1434, già all’esaurirsi della grande ondata che riveste di cattedrali la Francia, forse proprio per questo si trascina per secoli. Possiamo considerare la Cattedrale sostanzialmente edificata solo nel Seicento, ed occorre attendere il 1891 perché sia considerata conclusa.
Cinque navate caratterizzate da uno slancio verticale che le rende tra le più alte in Europa (arrivano a un’altezza di 63 metri) e tra le più iconiche per la stagione conclusiva del gusto gotico. Tutta rivestita in quella pietra bianca calcarea che fa la fortuna dell’architettura medievale francese, è un esempio da manuale dello stile “gotico fiammeggiante”, il più ricco e complesso tra i linguaggi tardo-medievali.

Il prolungarsi del cantiere, peraltro, rende la Cattedrale di Nantes uno di quei momunenti che possiamo definire “gothique médiéval survivant” e che saranno determinanti per ricostruire un lessico gotico in età moderna.

organo incendio cattedrale nantes
Controfacciata e tribuna d'organo della Cattedrale di Nantes prima dell'incendio - foto di © Guillaume Piolle, CC BY 3.0 

Cosa abbiamo perso

Se la pietra pare aver contenuto in maniera efficace l’avanzata del fuoco, quello che ha fatto le spese dell’incendio della Cattedrale di Nantes è purtroppo il Grand Orgue. Un oggetto quasi mitico: il suo nucleo originario risaliva al 1621, opera del costruttore Jacques Girardet. Era poi stato man mano ampliato nel tempo, in cinque fasi successive, fino a raggiungere le 5500 canne. Dal 1627 ben 34 organisti si sono succeduti alle sue tastiere.

Alcuni di essi, eroici: in particolare durante la Rivoluzione Francese, quando la Cattedrale venne destinata ad usi non religiosi, fu proprio l’organista Denis Joubert a salvare lo strumento, mettendosi a disposizione per accompagnare con la sua musica le cerimonie e le feste dei rivoluzionari.

Oggi l’organo è distrutto, e la tribuna del 1620, costruita in controfacciata proprio per ospitarlo, minaccia di crollare.

incendio cattedrale nantes sculture
Particolare della Prudenza, autore Michele Colombe - foto di Florestan, CC BY 3.0

Cosa si è salvato

Non tutto è perduto: torneremo ad ammirare il fastoso monumento funebre che celebra la memoria di Francesco II di Bretagna e Margherita di Foix. Commissionato dalla figlia Anna, allora già vedova di Carlo VIII, e realizzato tra il 1499 e il 1507 da Michel Colombe su disegno del pittore di corte di re Luigi XII, Jean Pérréal. I cuscini dei due sposi sono sostenuti dalle figure di tre angeli, mentre ai quattro lati del sepolcro si ergono solenni le figure delle virtù cardinali: Forza, Temperanza, Giustizia, Prudenza. C’è persino un po’ di Italia in questo capolavoro: Michel Colombe infatti fece acquistare il materiale da suoi aiuti inviati a Genova e Firenze.

momumento funebre di Francesco II di Bretagna e Margherita di Foix
Monumento funebre di Francesco II di Bretagna e Margherita di Foix - foto Flickr di Jean-Pierre Dalbéra, CC BY 2.0

Resta, grave ed eclatante, il problema del controllo del fuoco e della prevenzione degli incendi sul costruito storico. Un tema su cui pare necessario investire, in termini di ricerca, innovazione e gestione, dal momento che oggi possiamo disporre di tecnologie molto avanzate a che i danni causati da questi eventi risultano un ulteriore gravoso fardello economico, oltre che una grave ferita al patrimonio e al suo valore culturale.

 


macchina volante museo roberta barsanti

Tornare a Vinci: conversazioni leonardesche con Roberta Barsanti

Leonardo da Vinci: un nome che oggi porta con sé molto più della figura storica di una delle personalità emblematiche del Rinascimento. Un nome che ormai fa parte della cultura "pop" e intorno a cui gravita un piccolo universo di significati e suggestioni. Un nome da cui non si è mai staccato quello del suo borgo natale, di quello scorcio di Toscana che sentiamo avere tanta parte nel suo percorso. 

  • Museo Leonardiano Roberta Barsanti Leonardo da Vinci

Chi oggi ne ripercorre la tracce fino a Vinci trova una bella realtà: il Museo Leonardiano. Un'istituzione vivace e fluida; diverse sedi che punteggiano il territorio offrono al visitatore diverse tipologie di opere e testimonianze. Un'esperienza che ha tutte le sfaccettature dell'avventura umana e intellettuale di Leonardo. Dal nucleo originario, il Castello dei Conti Guidi donato al comune nel 1919 in cui sono esposte le ricostruzioni delle macchine di Leonardo realizzate da IBM, passando attraverso la Palazzina Uzielli che si affaccia sulla piazza ridisegnata dagli interventi di Mimmo Paladino, fino alla Villa del Ferrale, tutta dedicata alla pittura, e alla presunta casa natale di Leonardo ad Anchiano. C’è anche una biblioteca che fa da centro studi: un punto di riferimento per chi voglia ricostruire le tracce lasciate dalle vicende biografiche e intellettuali di questa figura del tutto singolare.

La dottoressa Roberta Barsanti, storica dell'arte, è oggi alla guida di questa istituzione complessa e vitale; in un momento in cui tutti facevamo fatica a sollevare lo sguardo abbiamo pensato sarebbe stato bello amplificare il racconto di queste realtà piccole e preziosissime. Ne è nata una bella chiacchierata sul museo, su Leonardo e sulle prospettive del patrimonio culturale italiano in questo periodo tanto complesso.

 

macchina volante Museo Leonardiano Roberta Barsanti Leonardo da Vinci

 

Il museo ha più sedi, sparse sul territorio. Ci racconta come si integra il museo in una valorizzazione territoriale, qual è il valore aggiunto che può portare al contesto e quale invece può ricevere da questo rapporto?

Il Museo rappresenta una forte attrattiva sul territorio. Il Museo è dedicato ad illustrare l’attività di Leonardo quale esperto di meccanica, ingegnere, cartografo, studioso di anatomia, scienziato. Al contempo la Casa Natale di Leonardo ad Anchiano, luogo della memoria per eccellenza del suo legame con la città natale, evidenzia il suo legame con il territorio e insieme alla sezione di pittura ospitata nella vicina Villa del Ferrale consente di approfondire il suo operato artistico.

La visita a Vinci vede oggi più che mai il Museo come  volano principale per invitare i visitatori ad esplorare la terra dell’infanzia e della gioventù di Leonardo. Il paesaggio delle colline di Vinci, ancora oggi, richiama l’immagine di una Toscana rinascimentale, con le tipiche coltivazioni della vite e dell’olivo. In un contesto come questo, è facile immaginarsi un giovanissimo Leonardo che esplora la campagna, guarda con attenzione ai “nichi”, i fossili, che è così facile trovare, osserva i numerosi ruscelli che solcano le valli, osserva attento il movimento delle ruote idrauliche che azionavano i mulini, iniziando a costruire quel substrato di interessi e conoscenze che guiderà la sua attività di artista, ingegnere, scienziato.

La stessa mostra del 2019, anniversario dei 500 anni dalla morte di Leonardo, “Leonardo a Vinci. Alle origini del genio” ha voluto mettere in risalto il forte legame fra l’artista scienziato e la sua terra d’origine. Fra l’altro, una delle sedi del Museo è la Rocca dei Conti Guidi che con la sua mole domina il borgo e il territorio circostante rappresentandone un elemento identificativo di assoluto valore. In questo contesto, Leonardo costituisce da sempre un “genius loci” di primaria importanza e lo stesso borgo di Vinci è andato configurandosi nel tempo come luogo della memoria per eccellenza della biografia leonardiana, accentuando i caratteri medievali e, in tempi recenti, prestandosi ad inserimenti di arte contemporanea tesi a valorizzarne il contesto urbano. 

 

 

Lei si trova a dirigere un museo “piccolo” in un momento storico davvero complicato. A suo parere le dinamiche innescate dalla pandemia porteranno a una riscoperta del patrimonio “eccentrico” (cioè, decentrato) e innescheranno nuove modalità di fruizione oppure la necessità di rispettare prassi legate alla sicurezza finiranno per favorire le istituzioni più grandi e più strutturate?

È ancora forse troppo presto per azzardare previsioni in tal senso. Si può immaginare che un museo collocato in un ambiente paesaggistico e naturalistico interessante e piacevole, in cui è facile muoversi con mezzi propri, svolgere attività all’aria aperta, in un anno come questo, risulti particolarmente attrattivo. 

 

Il confronto con la figura di Leonardo. Di sicuro si tratta di uno dei personaggi più stimolanti con i quali confrontarsi, ma nella sua esperienza per un direttore di museo è più facile fare divulgazione dal momento che si parte da una conoscenza condivisa o sono maggiori le insidie legate a cliché, luoghi comuni, aspettative del pubblico?

La figura di Leonardo è una delle più celebri e conosciute al mondo ma, al contempo, risente più di altre di luoghi comuni e soprattutto del mito che la circonda finendo il più delle volte per offuscarne il reale portato. La missione del Museo Leonardiano è proprio quella di contestualizzare l’operato di Leonardo dal punto di vista tecnico e scientifico nel mondo tardo medievale e rinascimentale.

Non è raro che, nello sfatare qualche luogo comune, il visitatore abbia modo di scoprire come la realtà possa essere addirittura più affascinante e più complessa di quello che solitamente ha sentito narrare intorno alla figura di Leonardo e alle sue invenzioni.  

 

 

Il rapporto tra arte e scienza: Leonardo è stato uno degli intellettuali che nella storia ha forse meglio rappresentato la possibile e anzi fruttuosa convivenza tra questi ambiti. Come viene affrontato questo tema all’interno del museo? A suo parere ancora oggi è possibile trarre dall’eredità leonardesca stimoli per far incontrare questi mondi che oggi paiono essere diventati così distanti?

Arte e scienza in Leonardo trovano una perfetta unione. Fondamentale, a tale proposito, è la sua padronanza del disegno, strumento primario per indagare la natura e per dare forma alle sue idee, ai suoi progetti artistici e scientifici. I suoi disegni di meccanica, per esempio,  rivelano una grande bellezza e una estrema efficacia proprio grazie alla sua padronanza delle tecniche espressive maturate nell’ambito della sua attività d’artista.

Nel Museo, questo connubio tra arte e scienza viene evidenziato non solo nelle parti relative alla meccanica,  ma anche nella sezione dedicata agli studi anatomici di Leonardo con ceroplastiche tratte dai suoi disegni, nella sezione di pittura presso la Villa del Ferrale con riproduzioni a grandezza naturale e in altissima definizione delle sue opere pittoriche, nell’esplorazione digitale di alcune di queste nella Casa Natale ad Anchiano. Attualmente, la Sala del Podestà nel Castello dei Conti Guidi, ospita la mostra “Leonardo, l’anatomia dei disegni", che dà conto della grande abilità grafica di Leonardo consentendo un’esplorazione interattiva di alcuni dei suoi disegni più belli. 

All’eredità di Leonardo possiamo oggi fare riferimento quale modello per instaurare un dialogo costruttivo fra discipline diverse per una visione più completa e profonda dell’uomo e della natura. 

Qual è il suo personale rapporto con la figura e l’opera di Leonardo? 

Si tratta di un rapporto estremamente coinvolgente che richiede continuo studio e grandissima attenzione per non cadere nella superficialità e nei luoghi comuni. D’altra parte Leonardo non finisce mai di stupire per la sua complessità e per la profondità del suo pensiero.

 

 

Ci racconta un episodio curioso della vita del museo o che le è rimasto impresso per un motivo particolare?

Ricordo la volta in cui il Museo fu la destinazione segreta di un viaggio aziendale. La visita fu  organizzata, con la complicità dei nostri Uffici, da una compagnia olandese che si occupa di tecnologia. Proprio in virtù del legame dell’azienda con il mondo della tecnica, essa volle celebrare il decennale della propria attività accompagnando per un weekend a sorpresa i propri dipendenti nella terra di Leonardo. Un episodio reale che si racconta di quale sia il ruolo di Leonardo nell’immaginario collettivo mondiale. 

Uno dei momenti più emozionanti, direi anzi il più emozionante, è rappresentato dalla vista del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella che il 15 aprile del 2019 ha inaugurato le celebrazioni leonardiane per i 500 anni dalla morte di Leonardo a Vinci e ha presenziato all’inaugurazione della mostra “Leonardo a Vinci. Alle origini del genio” presso il Museo Leonardiano.

 

NB: tutte le immagini sono state realizzate durante la campagna fotografica di Google Arts&Culture e sono di proprietà del Museo Leonardiano di Vinci, che ringraziamo per avercene concesso l'utilizzo.


fumo negli occhi

Fumo negli occhi, quando Caronte sorride

Fumo negli occhi di Caitlin Doughty, pubblicato da Carbonio Editore, è senza dubbio una rivelazione. Uno squisito memoir in tinte romanzate di una giovane donna che si barcamena in una nuova carriera lavorativa. In parole povere, lavora per l'impresa di pompe funebri Westwind Cremation & Burial in Oakland, California.

Cosa ha spinto una giovane ragazza ad avventurarsi in un ambiente lavorativo così atipico e lugubre? Probabilmente la sete di conoscenza, per placare un'atavica curiosità e saziare preistorici interrogativi. Laureata in storia medievale, poi in scienze mortuarie, il percorso accademico di Caitlin Doughty, per quanto singolare, è connaturato da cangianti nozioni culturali che echeggiano in armonia tra tutte le pagine del libro.

fumo negli occhi
La copertina di Fumo negli occhi e altre avventure dal crematorio di Caitlin Doughty, tradotto da Olimpia Ellero e pubblicato da Carbonio Editore nella collana Cielo stellato

Quindi un memoir autobiografico, ma Fumo negli occhi abbandona qualsiasi pretesa intimistica o fin troppo riflessiva e si erge a scanzonato (non banale) viaggio negli inferi. Caitlin Doughty è un perfetto cicerone che ci guida nei meandri del suo mondo e della sua esperienza lavorativa con ironica intelligenza e densa profondità intellettuale. Una stupenda anabasi nel culto della morte.

Caitlin Dougty fonde le vicende personali e le arricchisce di innesti culturali estrapolati da anni di letture ed esperienze, ogni pagina è uno spaccato nel mondo dell'antropologia, nel folklore, nella mitologia e nella storia. Belle e pungenti le riflessioni filosofiche, metafisiche a volte puramente soggettive che traslano il pensiero dell'autrice in una dimensione inedita e ammantata da una comicità genuina e frizzante. L'intento dell'autrice non è quello di sensibilizzare i suoi lettori con la propria esperienza lavorativa presso le pompe funebri e tanto meno esibire un carosello di nozioni e accorgimenti accademici, bensì è quello di restituire alla morte una dimensione “normalizzata” e di svincolarla dai tabù e dai traumi del dolore.

Crediti © Caitlin Doughty

Facendo questo l'autrice pesca da varie culture e sotto-culture, esplora attraverso lo spazio e il tempo, toccando gli eventi della storia  medievale fino a quelli più recenti, senza mai eccedere nell'erudizione tediosa. Il nostro immaginario viene analizzato chirurgicamente, come sul tavolo dell'autopsia. Vengono cicatrizzate aneddotiche erronee e colmate lacune essenziali. Passando dalla tassidermia alla mummificazione egiziana, alle riflessioni buddhiste al vitalismo del super-uomo fino al negativismo di Cioran e al suicidio della ragione, il percorso mnemonico e culturale di Caitlin Doughty è magnetico e scritto con una leggerezza senza pari. Di questa autrice esigo un romanzo, un saggio, una serie TV. Qualsiasi cosa! Fumo negli occhi è una lettura esplosiva che soddisfa l'apparato cerebrale e l'animo. Assolutamente unico.

fumo negli occhi
Foto di Skitterphoto