Nuova vita per l'Antiquarium di Pompei

L’Antiquarium di Pompei riapre e racconta, grazie agli straordinari reperti, la storia della città dall’età sannitica  (IV secolo a.C.) e fino all’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. con un focus particolare sui rapporti con l’Urbe, Roma.

Antiquarium di Pompei. Foto Nicola Meluziis

Nell’immaginario collettivo, l’Antiquarium di Pompei è uno dei luoghi simbolo della città ed è legato in particolare a due grandi personaggi della storia del sito, Fiorelli e Maiuri. La sua storia comincia nel lontano 1873-1874 quando l’allora direttore degli scavi Giuseppe Fiorelli lo fece realizzare nella sottostante terrazza del tempio di Venere con affaccio verso Porta Marina per ospitare una serie di reperti maggiormente rappresentativi della vita quotidiana di Pompei, oltre alcuni calchi delle vittime dell’eruzione del 79 d.C.

Antiquarium di Pompei. Foto Nicola Meluziis

Maiuri lo ampliò nel 1926 aggiungendo grandi mappe con aggiornamenti sugli scavi dal 1748 in poi , inserendo in esposizione nuovi reperti provenienti da Villa Pisanella a Boscoreale e dagli scavi di Via dell’Abbondanza, creando così, ante litteram, un vero e proprio percorso per guidare i visitatori nella storia di Pompei dalle origini all’eruzione.

Ricordiamo però che a devastare Pompei non fu solo il terribile vulcano, ma grossi danni la città li subì anche durante la seconda guerra mondiale nel settembre del 1943 e solo grazie all’intervento dello stesso Maiuri l’Antiquarium poté riaprire il 13 giugno del 1948 in occasione della celebrazione del secondo centenario degli scavi di Pompei. Danneggiato nuovamente durante il terremoto del 1980, solo nel 2010 venne interessato da una ristrutturazione con la realizzazione di alcuni allestimenti virtuali, ma non aprì mai al pubblico. Solo nel 2016 fu possibile una nuova riapertura con sale dedicate ad esposizioni permanenti.

Antiquarium di Pompei. Foto Nicola Meluziis

Il nuovo riallestimento curato dal Parco Archeologico di Pompei con Electa Editore si avvale anche del supporto di COR arquitectos & Flavia Chiaravoli che hanno pensato ad uno spazio fortemente immerso nella luce con rimandi all’idea primigenia pensata da Amedeo Maiuri. Grazie al recupero dello spazio delle gallerie originali e al restauro delle vetrine espositive risalenti agli anni ’50, l’Antiquarium rinnova ma conserva in se tutte le caratteristiche museali e di introduzione alla visita del sito di Pompei.

Antiquarium di Pompei. Foto Nicola Meluziis

Immenso è il patrimonio archeologico che racconta e accompagna la storia della città antica. Affreschi provenienti dalle domus più ricche e grandi della città, come la Casa del Bracciale d’oro, o gli argenti del sito di Moregine o il triclinio della Casa del Menandro. Grande attesa anche per i reperti di recente rinvenimento come i frammenti di stucco in I stile delle fauces della Casa di Orione o il tesoro di amuleti proveniente da una cassetta della Casa con Giardino, fino agli ultimi calchi delle vittime provenienti dalla villa rustica della vicina Civita Giuliana.

Antiquarium di Pompei
Antiquarium di Pompei. Foto Nicola Meluziis

La sequenza espositiva narra la storia di Pompei dalle origini fino all’eruzione che ne decretò la fine e, al tempo stesso, l’immortalità, grazie al lavoro di riscoperta che da decenni continua a stupire ricercatori e visitatori.

Antiquarium di Pompei
Antiquarium di Pompei. Foto Nicola Meluziis

La sequenza di 12 sale espositive suddivise nelle sezioni: Prima di Roma, Roma vs Pompei, Pompeis difficile est, Tota Italia, Hic habitat felicitas, A fundamentis reficere, L’ultimo giorno, racconta la storia di Pompei, ma anche le imprese degli studiosi, dei ricercatori, di un eroe dell’archeologia come Amedeo Maiuri (1886 – 1963) che lavorò negli scavi e organizzò, nel secondo dopoguerra l’esposizione dei reperti, dei calchi delle vittime, degli oggetti di quotidianità, della statuaria.

Antiquarium di Pompei
Foto: Pompei Parco Archeologico

Ad accompagnare il visitatore anche una guida edita da Electa curata da Massimo Osanna, Fabrizio Pesando e Luana Toniolo in edizione bilingue italiano/inglese.

 

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La scoperta nella Regio V. Un gromatico forse il proprietario della Casa di Orione

Grazie ad un nuovo studio su alcuni ambienti della cosiddetta Casa di Orione, prima conosciuta come Casa di Giove, gli archeologi sono riusciti ad interpretare alcuni mosaici delineanti una professione molto nota nell’antica Roma e anche in Etruria. La scoperta, pubblicata su un articolo “Gromatics illustrations from newly discovered pavements in Pompeii” da Massimo Osanna, Direttore del Parco Archeologico di Pompei, e da Luisa Ferro e Giulio Magli della Scuola di Architettura del Politecnico di Milano, propone una nuova interpretazione di due mosaici recentemente rinvenuti nella Regio V. Essi avrebbero una chiara analogia con le illustrazioni dei codici dei gromatici romani.

Pianta della Casa di Orione. Foto: Pompei Parco Archeologico

Costoro erano tecnici civili o militari alle dipendenze dello stato romano che si avvalevano di uno strumento, la groma, da cui la denominazione di gromatici, il cui unico esemplare ci è noto proprio da un rinvenimento a Pompei, nello scavo di una bottega di un tale Verus, loro fabbricante. Le operazioni sul terreno definivano quella che si chiamava “forma”, documento che oltre ad avere valore cartografico, aveva valenza sia giuridica che amministrativa in quanto registrava le assegnazioni delle terre.

Ricostruzione Groma per Mostra Homo Faber presso Antiquarium di Boscoreale

Nello specifico, uno dei due mosaici mostra un quadrato inscritto in un cerchio tagliato da due linee perpendicolari, una delle quali coincide con l’asse longitudinale dell’atrio della casa e appare come una sorta di rosa dei venti che identifica una divisione regolare del cerchio in otto settori equidistanti. L’immagine tra l’altro è simile a quella usata nel codice medievale per illustrare il modo in cui i Gromatici dividevano lo spazio. La seconda immagine, invece, mostra un cerchio con una croce ortogonale incisa al suo interno, collegata da cinque punti disposti come una sorta di piccolo cerchio a una linea retta con una base.

Questa appare come la rappresentazione di una groma, lo strumento che gli agrimensori utilizzavano, costituito da due bracci uguali perpendicolari tra loro, imperniati su un’asta infissa nel terreno e portanti a ogni estremità un filo a piombo. Con la groma si potevano tracciare sul terreno allineamenti divisori ortogonali fra loro. L’importanza dei gromatici crebbe soprattutto in età imperiale laddove i compiti erano vari: misurazione dei terreni, il tracciare linee decumane e i cardini delle città, stabilire la pianta di un accampamento, suddividere l’ager da assegnare ai coloni. Le piante redatte dovevano essere in duplice copia: una rimaneva alla colonia mentre l’altra era inviata a Roma, nel Tabularium. I frammenti di piante sono documenti preziosissimi per la ricostruzione dell’aspetto del territorio in epoca romana. Il lavoro di questi tecnici aveva anche connessioni religiose e simboliche che risalivano alla tradizione etrusca.

Illustrazione dai testi medievali dei gromatici

Le uniche immagini che illustrano il lavoro dei Gromatici ci sono state trasmesse soltanto dal codice medievale risalente a molti secolo dopo che quest’arte, quella degli Agrimensores, non era più praticata.