Lavandai, minotauri e crocefissi blasfemi: il mondo del graffito latino

SCRIPTA MANENT II
Lavandai, minotauri e crocefissi blasfemi:

il mondo del graffito latino

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Graffiti conservati nel Museo Romano di Augusta Raurica (in Svizzera), foto di Codrin.B, CC BY-SA 3.0

Al giorno d'oggi, quando abbiamo a che fare con un graffito, se non nel contesto di una mostra d'arte contemporanea probabilmente ci troveremo alle prese con una scritta o un disegno ingiurioso, comparsi nottetempo sul muro di casa a opera di un vandalo; persone un po' più smaliziate penseranno invece alle tracce artistiche che i nostri progenitori hanno lasciato su volte e pareti di grotte e caverne.

In effetti l'uomo scrive e disegna sui muri da sempre, perlomeno da quando ha acquisito la consapevolezza di saperlo fare; è bene però precisare che la parola graffito, che oggi indica essenzialmente tutte le tipologie di scrittura sui muri, ha un'origine etimologica ben precisa: si tratta di scritture o disegni a sgraffio, praticati a secco incidendo lievemente il supporto con uno strumento appuntito.

I graffiti sono stati realizzati, nel corso della storia dell'umanità, da persone distanti tra loro nello spazio, nel tempo, nello status sociale e nel grado di alfabetizzazione. Sgraffiavano, come abbiamo già detto, gli uomini del Paleolitico; i prigionieri delle carceri imprimevano sui muri la loro pena e quanti giorni mancavano alla sua fine; tra Firenze e Roma si trovano numerose tracce graffite di Michelangelo Buonarroti; sulle pareti di molti luoghi di culto si sono sovrapposti secoli di preghiere e invocazioni incise dai pellegrini in visita.

Per quale motivo il graffito ha conosciuto questa longeva diffusione, che solo in tempi recenti è divenuta socialmente inaccettabile? Le risposte sono svariate. In primo luogo, è un'arte che non necessita di una particolare strumentazione: basta un chiodo, un punteruolo, perfino una moneta, e l'intonaco o la nuda pietra diventano fogli su cui scrivere ciò che si desidera. Inoltre, rispetto alle scritture eseguite con un pigmento, le scritture a sgraffio appaiono maggiormente durevoli, poiché diventano parte integrante del supporto grafico. La ragione principale, tuttavia, risiede nell'inconscio di chi pratica il graffito: in pochi gesti e senza il bisogno di chissà quale ingegno si ottiene un segno tangibile della propria presenza in un dato luogo e in un dato momento, che al tempo stesso riassume tutte le capacità intellettuali dell'individuo, quali che esse siano. 'Io sono qui, adesso, so scrivere/disegnare questo, la cui traccia perdurerà nei secoli'; o perlomeno finché durerà ciò su cui si scrive.

Ne consegue che i graffiti di qualsiasi luogo e di qualsiasi tempo siano una fonte inestimabile di informazioni; in particolare, i numerosi graffiti pervenutici nei territori dell'Impero Romano, risalenti a un periodo compreso tra il secolo I a.C. e il III d.C., ci aiutano a ricostruire puntualmente l'evoluzione della scrittura latina, dagli albori fino al raggiungimento della sua maturità.

L'Impero dei graffiti

Il mondo romano nell'età imperiale è un variegato mosaico di culture, usanze e religioni uniformati dal senso di identitas raggiunto nei secoli precedenti. C'è un grado di alfabetizzazione altissimo, anche se molto diversificato a seconda degli strati sociali e delle loro necessità: leggono, scrivono e fan di conto gli schiavi, ma solo per servire i propri padroni; così mercanti e artigiani per fare al meglio il proprio lavoro; nelle classi più alte si legge e si scrive anche per diletto, per studiare gli antichi testi o per produrre nuova letteratura.

Ma soprattutto, in un tempo in cui la carta non esiste, qualsiasi cosa meritevole di registrazione dev'essere incisa su pietra ed esposta al pubblico perché tutti ne vengano a conoscenza: è in ambito epigrafico, infatti, che la scrittura autoctona si canonizza in un alfabeto completamente nuovo, dal disegno semplice ma elegante, che oggi chiamiamo scrittura capitale, dal quale deriveranno poi tutte le scritture librarie e documentarie che ancora oggi adoperiamo.

L'Impero è dunque, come dice Guglielmo Cavallo, “un'unica, enorme pagina [...] che i grandi scrivono e i piccoli leggono”. Anche i piccoli scrivono sulla pietra, nei limiti delle loro possibilità: non potendo permettersi lapidi e lapicidi, i comuni cittadini praticano graffiti. Ci è pervenuta un'immensa quantità di scritture a sgraffio risalenti all'epoca qui trattata e pertinenti alla sfera popolare; scritture e disegni su intonaco sono stati rinvenuti in tutte le zone dell'Impero, ma in particolare Roma e le città vesuviane si sono rivelate vere e proprie miniere di graffiti.

Attraverso l'esame dei graffiti è stato possibile tracciarne alcune caratteristiche generali: nel periodo preso in esame, naturalmente, la scrittura con cui essi vengono vergati è la capitale; tuttavia l'angolo di scrittura comportato dalla verticalità del supporto e il forte attrito dello strumento su di esso fanno sì che l'eleganza e il rigore formale di questo alfabeto vengano meno. Le lettere dei graffiti sono in gran parte deformate, sconnesse, coi tratti verticali eccessivamente lunghi e quelli orizzontali sghembi; la lettura risulta abbastanza ostica, ma ci aiuta a ricostruire ciò che non trova spazio nella solennità della lapidi romane: un mondo fatto di gesti quotidiani, di rapporti umani semplici e di usanze che spesso sono in grado di sorprendere.

Il quotidiano nelle scritte

La stragrande maggioranza dei graffiti romani non differisce affatto da quelli che leggiamo oggi: si tratta molto spesso della scrittura del proprio prenomen, quasi sempre accompagnato da nomen e/o dal cognomen. A essi poteva o meno seguire qualche ulteriore informazione come un eventuale soprannome, la professione, riferimenti al fisico (“grande”, “grasso”, “dai capelli rossi”) o l'oggetto del proprio amore. Questo era un modo per affermare la propria identità, che del resto è una delle principali condizioni psicologiche dell'essere umano.

graffito Minotauro Labirinto Pompei
Il graffito pompeiano dalla casa di Marco Lucrezio. Immagine tratta dal libro di William Henry Matthews, Mazes and labyrinths; a general account of their history and developments, London, New York, etc. Longmans, Green, 1922

Altre volte il nome presente non era il proprio ma quello di qualcun altro: poteva trattarsi di un'espressione di gratitudine o di amicizia, ma più che altro in questi casi c'era l'intenzione di burlarsi o addirittura insultare la persona in questione descrivendola con termini poco lusinghieri. A volte, se l'abilità dello scrivente lo permetteva, le scritte erano accompagnate da semplici disegni coerenti o meno con quanto riportato nella scritta: frequenti erano ritratti, autoritratti e caricature, ma anche scene di lotta, immagini di cibarie e di animali. In un graffito rinvenuto a Pompei, per esempio, è raffigurato un tortuoso labirinto, assieme alla didascalia hic habitat minotaurus. Non era infrequente citare elementi mitologici o addirittura interi brani di opere letterarie: far ciò equivaleva ad affermare le proprie conoscenze, che spesso erano superiori alla media della classe sociale d'appartenenza. Di conseguenza frasi come il celebre incipit dell'Eneide, all'epoca opera universalmente nota in ambito romano, appaiono spesso nei graffiti, un po' come accaduto in tempi recenti con la frase io e te tre metri sopra al cielo (perdonateci il paragone).

Esiste poi una categoria di scritture piuttosto particolare, principalmente rinvenute in botteghe o edifici di carattere commerciale: accanto al suo nome e alla sua professione di negoziante, chi verga appone lodi circa il suo operato, la qualità dei prodotti che vende, offerte speciali e prestazioni che oggi chiameremmo extra-budget; inoltre, esattamente come avviene oggi, spesso queste iscrizioni erano corredate da un disegno o da veri e propri slogan ante litteram: i manifesti dovevano ancora essere inventati, pertanto ci si ingegnava in questa maniera.

Un singolare graffito sembra riassumere in sé tutte le tipologie sopra citate; rinvenuto nei pressi di una fullonica appartenuta a un certo Fabius Ululitremulus, vi si legge la seguente frase:

Fullones ululamque cano, non arma virumque

(“Io canto i lavandai e le civette, non le armi e l'uomo”).

Con un geniale riferimento al poema più in voga dell'epoca, si fa una scherzosa ingiuria al povero Fabius, il cui cognomen era etimologicamente collegato alle civette (in latino ulula)!

Tre iscrizioni pompeiane che si riferiscono al celebre incipit dell'Eneide. Immagine realizzata da Fer.filol, in pubblico dominio

Tra sacro e profano

In alcuni casi, più che alla propria identità i graffiti erano collegati direttamente alla funzione del luogo dove venivano praticati: nelle aree mercatali, per esempio, ci si imbatte spesso in scritte che registrano l'entusiasmo per aver fatto un buon affare, o al contrario lamentano una truffa indicando le generalità del mercante disonesto. Gli esempi più calzanti di questo assioma si trovano in due luoghi diametralmente opposti tra loro: templi e lupanari.

Nel primo caso, il fatto di incidere una scritta che rimanesse nel tempio anche dopo che lo scrivente era andato via, serviva a estendere ad libitum la sua permanenza in quel luogo, e per estensione la sua orazione. Fedeli e pellegrini vergavano su colonne e muri dei templi il proprio nome, una breve preghiera o semplicemente la parola iuva o iuvate (“giova, giovate”), che oltre a sintetizzare tutte le richieste era anche semplice da sgraffiare.

Il discorso si fa più complesso quando parliamo dei lupanari, nei quali i graffiti avevano una pluralità di valenze: le lupae scrivevano infatti il loro tariffario e le loro specialità, mentre i clienti, ricevuta la prestazione, indicavano i loro piatti forti o, più raramente, ciò che non avevano gradito.

Le componenti religiose e sessuali del quotidiano compaiono sono frequenti nei graffiti, anche al di fuori dei luoghi a esse deputati: invocazioni alle divinità compaiono in maniera estemporanea lungo le vie pompeiane, unitamente ai vanesi resoconti delle proprie avventure amorose, con espliciti riferimenti al numero di rapporti e... di partner.

Dalla microstoria alla Storia: il graffito di Alexamenos

graffito di Alexamenos
Il graffito di Alexamenos, foto da "Ancient Rome in the Light of Recent Discoveries", 1898, di Rodolfo Lanciani, capitolo 5. Immagine in pubblico dominio

Gli esempi visti finora ci hanno permesso di avere un'interessante panoramica sulla vita quotidiana delle popolazioni romane nei primi secoli dopo Cristo, che in effetti non era poi molto differente da quella attuale; in altre parole i graffiti sembrano funzionali alla ricostruzione della microstoria che fa da corollario alla Storia con la esse maiuscola, grande assente di questa disamina.

Un esemplare su tutti ribalta questa tesi: il cosiddetto graffito di Alexamenos. Rinvenuto a Roma alla fine del secolo XIX, nella zona del palazzo imperiale di Domiziano, questo graffito data intorno al II secolo d.C.; praticato su una superficie di tufo intonacato (e dunque scarsamente visibile se non a distanza molto ravvicinata) è oggi conservato presso l'antiquarium del colle Palatino, nel parco archeologico dei Fori Imperiali.

graffito di Alexamenos
Il graffito di Alexamenos, ripreso da "Ancient Rome in the Light of Recent Discoveries", 1898, di Rodolfo Lanciani, capitolo 5. Immagine in pubblico dominio

Il graffito presenta il disegno di un uomo nell'atto di pregare o porgere la propria offerta a una divinità raffigurata come un uomo nudo appeso a una croce, visto di spalle, con una grottesca testa di mulo o asino. Tutto intorno corre una scritta in greco che è stata interpretata come ΑλΕξΑΜΕΝΟς CЄΒΕΤΕ ΘΕΩN, traducibile come “Alexamenos venera dio”: è piuttosto chiaro che il graffito sia stato realizzato con l'intenzione di prendersi gioco, in maniera alquanto pesante, di una persona di fede cristiana.

Al di là delle implicazioni teologiche delle quali parleremo più avanti, perché abbiamo scelto un graffito in greco per parlare di scrittura latina? In effetti, l'analisi paleografica e, in simultanea, quella linguistica hanno permesso di appurare che lo scrivente non fosse di madrelingua greca, e che invece adoperasse abitualmente l'alfabeto latino: tutto ciò non risulta sorprendente se consideriamo che il graffito è stato rinvenuto nella zona nella quale è stato identificato il paedagogium, una vera e propria scuola dove agli schiavi bambini e adolescenti venivano formati per essere destinati poi a servire in case aristocratiche: cosa non da poco, perché possedere un minimo di cultura poteva avere come esito una futura liberazione. Nel paedagogium convergevano ragazzi autoctoni e provenienti da svariate zone dell'Impero e anche al di fuori, portandosi dietro il proprio bagaglio di culture, credenze e religioni, tra le quali quella cristiana, all'epoca piuttosto recente. L'irriverente disegno del graffito di Alexamenos è in effetti ritenuto la prima raffigurazione, quantunque blasfema, della crocefissione di Cristo: da essa possiamo trarre informazioni che gettano luce sulla situazione dei cristiani dei primi secoli, talvolta in controtendenza rispetto alle tradizionali opinioni in merito.

L'idea più diffusa del primo cristianesimo è quella di una religione nascosta, sotterranea, odiata e sanguinosamente perseguitata, al punto da costringere i fedeli ad adottare espedienti estremi per mantenerla segreta, come ad esempio tener celati i propri simboli: tutti abbiamo in mente il pittogramma del pesce che racchiude l'acronimo di Gesù Cristo, o la crux dissimulata, la croce resa irriconoscibile mediante la trasformazione grafica in àncora.

Il graffito di Alexamenos sembra smentire, almeno parzialmente, questa visione: innanzitutto, la sua stessa esistenza non può prescindere dal fatto che la fede di Alexamenos fosse palese e sostanzialmente accettata, almeno al punto da poter essere esibita in maniera piuttosto manifesta da chi voleva schernirla. Di sicuro non era vista sotto una luce positiva: il dio venerato da Alexamenos ricorda più che altro un demone, con quella sua testa equina e le terga bene in mostra; il graffito sembra tuttavia limitarsi a sbeffeggiare piuttosto che condannare, anche se in un atteggiamento che oggi definiremmo politically incorrect: siamo comunque lontani dalle invettive contro i cristiani riportate nelle opere di Origene e Tertulliano, ben più crudeli e sanguinose.

Il dato più importante, tuttavia, rimane la presenza stessa della croce: del fatto che il cristianesimo degli albori fosse aniconico siamo abbastanza certi; sorprende dunque che chi ha vergato l'ingiuria sembri essere perfettamente a conoscenza di quale sia il simbolo per eccellenza del cristianesimo, che non sarà raffigurato in maniera sistematica per almeno altri due secoli.

graffito di Alexamenos
Dettaglio del graffito di Alexamenos. Foto di Mariano Rizzo e Gianluca Colazzo

Purtroppo il graffito di Alexamenos sembra essere l'unica prova pervenutaci che nel II secolo d.C. il simbolo della croce fosse conosciuto al di fuori degli ambienti cristiani e a essi correttamente associato; tuttavia si può ragionevolmente concludere che in questo periodo la religione cristiana venisse considerata dai pagani al pari di tutte le altre religioni professate nei territori dell'Impero: di essa si aveva un'idea superficiale, se ne conoscevano i principi di base, ma la si vedeva più che altro come una superstizione, al punto da poterne dileggiare gli adepti. In questo contesto le persecuzioni andrebbero lette come atto squisitamente politico, allo stesso modo dell'Editto di Costantino che nel 313 d.C. consentì la libertà di culto. Tesi, quest'ultima, che la moderna storiografia ha da tempo accettato.

BIBLIOGRAFIA

CARLETTI C., Epigrafia dei cristiani in Occidente. Ideologia e prassi (secoli III – VII), Bari 2008.

CARLETTI C., Minuscole lapidarie. A proposito di un'iscrizione funeraria dell'anno 330, in FIORETTI P. (a c.), Storia di cultura scritta. Studi per Francesco Magistrale, Spoleto 2012.

CAVALLO G., Scrivere e leggere nella città antica, Roma 2019.

DONATI A., GENTILI G. (a c.), Costantino il Grande: la civiltà al bivio tra Occidente e Oriente, Cinisello Balsamo 2005.

SMITH B.C., Alexamenos. A christian mocked for believing in a crucified god http://www.textexcavation.com/alexamenos.html (En)


Imago splendida scultura lignea

Mostra "Imago splendida: Capolavori di scultura lignea a Bologna dal Romanico al Duecento"

Imago splendida
Capolavori di scultura lignea a Bologna dal Romanico al Duecento

A cura di Massimo Medica e Luca Mor

Mostra promossa da Istituzione Bologna Musei | Musei Civici d'Arte Antica
In collaborazione con Curia Arcivescovile di Bologna e Fondazione Giorgio Cini, Venezia
Con il patrocinio di Alma Mater Studiorum Università di Bologna - Dipartimento delle Arti

23 novembre 2019 - 8 marzo 2020

Museo Civico Medievale, Sala del Lapidario
Via Manzoni 4, Bologna

Imago splendida scultura lignea
Imago splendida. Capolavori di scultura lignea a Bologna dal romanico al Duecento
Veduta di allestimento della mostra presso Museo Civico Medievale di Bologna, 2019-2020
Foto Giorgio Bianchi | Comune di Bologna

Può dirsi un fenomeno di recente affermazione il rinnovato interesse verso la scultura lignea italiana, ai cui aspetti materiali e tecnici è a lungo mancato, nella storiografia artistica, un pieno riconoscimento di dignità critica. In un quadro di riferimento segnato, in particolare per il patrimonio artistico prodotto nel XII e XIII secolo, da una rarefazione delle opere causata dalla deperibilità del materiale e dalla progressiva trasformazione delle immagini al variare dei canoni estetici, segna un importante momento di ricognizione la mostra Imago splendida. Capolavori di scultura lignea a Bologna dal Romanico al Duecento, visibile al Museo Civico Medievale di Bologna dal 23 novembre 2019 all’8 marzo 2020.

Promossa dai Musei Civici d'Arte Antica | Istituzione Bologna Musei, l'esposizione curata da Massimo Medica e Luca Mor approfondisce l'affascinante e ancora poco studiata produzione scultorea lignea a Bologna tra XII e XIII secolo, restituendone una rilettura aggiornata a distanza di quasi vent'anni dalla grande esposizione Duecento. Forme e colori del Medioevo a Bologna organizzata nell'ambito di “Bologna2000 Città Europea della Cultura”, dove una specifica sezione rappresentava lo spazio del sacro attraverso opere inerenti l'iconografia sacra bolognese. Grazie alla collaborazione della Curia Arcivescovile di Bologna e della Fondazione Giorgio Cini di Venezia, e con il patrocinio di Alma Mater Studiorum – Dipartimento delle Arti, il progetto si configura come esito espositivo di una sedimentata ricerca filologica e documentaria, che consente di fissare una nuova tappa verso la comprensione dei modelli di riferimento nel contesto figurativo della Bologna altomedievale.

Imago splendida scultura lignea
Imago splendida. Capolavori di scultura lignea a Bologna dal romanico al Duecento
Veduta di allestimento della mostra presso Museo Civico Medievale di Bologna, 2019-2020
Foto Giorgio Bianchi | Comune di Bologna

Il nucleo principale della mostra, allestita nella Sala del Lapidario, si compone delle testimonianze più rappresentative della produzione plastica superstite nella città: tre croci intagliate di proporzioni monumentali appartenenti alla variante iconografica del Christus Triumphans che vince la morte, per la prima volta eccezionalmente riunite insieme.
La comparazione ravvicinata dei manufatti offre in visione tangenze e analogie, sul piano della sintassi formale e tecnica, che rendono congetturabile l’ipotesi di un’inedita attribuzione a un’unica bottega, credibilmente di area alpina sudtirolese – il cosiddetto Maestro del Crocefisso Cini – in una fase temporale compresa tra il 1270 e il 1280. Si tratta del Crocefisso conservato nelle Collezioni Comunali d’Arte di Bologna, riallestito nel corso del XIV secolo su una croce duecentesca dipinta da Simone dei Crocifissi, dell’ancora poco conosciuto Crocefisso proveniente dalla basilica di Santa Maria Maggiore a Bologna e, infine, del Crocefisso pervenuto alla raccolta d’arte della Fondazione Giorgio Cini di Venezia.
Ad integrazione esterna della mostra, in un ideale percorso diffuso in città, va inoltre considerata la maestosa Crocefissione scolpita situata nella Cattedrale di San Pietro, di cui in mostra viene elaborata la ricostruzione sull’antico pontile attraverso un video in 3D a cura di Fabio Massaccesi e CINECA, in collaborazione con SAME Architecture.

Imago splendida scultura lignea
Imago splendida. Capolavori di scultura lignea a Bologna dal romanico al Duecento
Veduta di allestimento della mostra presso Museo Civico Medievale di Bologna, 2019-2020
Foto Giorgio Bianchi | Comune di Bologna

Rispetto al numero limitato di crocefissi scolpiti duecenteschi superstiti, quelli dipinti con la stessa iconografia del Christus Triumphans risultano essere documentati a Bologna da svariati esempi, quasi tutti collegabili ad un contesto strettamente mendicante, e in particolar modo francescano. Un confronto tra le due produzioni, scultorea e pittorica, viene proposto nel percorso di visita dall'esposizione di una Croce dipinta, con due figure di Dolenti, attribuita a Pittore giuntesco, databile al settimo decennio del XIII secolo, conservata alle Collezioni Comunali d'Arte di Bologna.

Muovendo dalla ricerca avviata nel 2003 da un contributo critico di Luca Mor, la rete di relazioni stilistiche omogenee che la mostra traccia viene resa più chiaramente leggibile dai dati diagnostici sugli intagli, ricavati dagli interventi di restauro su due delle opere esposte. Per il Crocefisso collocato nella navata destra della basilica di Santa Maria Maggiore,appena riaperta dopo la chiusura per gli ingenti danni causati dal terremoto nel 2012, l'intervento è stato appositamente programmato in vista della presente occasione espositiva. Risale invece al 2011 l'azione conservativa eseguita da Giovanna Menegazzi e Roberto Bergamaschi sul precario stato del Crocefisso acquistato dal conte Vittorio Cini, in origine ubicato nel vestibolo antistante il refettorio palladiano del Convento di San Giorgio Maggiore, che, di fatto, trova al Museo Civico Medievale di Bologna la prima occasione di adeguata valorizzazione espositiva.
Oltre a rendere noti i preziosi dati di restauro e approfondire il tema dello spazio liturgico a Bologna tra XII e XIII secolo, il percorso espositivo consente anche di misurare in dettaglio gli originalissimi effetti della rinascenza gotica sul genere della plastica lignea in rapporto alle arti preziose, che in città conobbero una straordinaria intensità di circolazione. Il dialogo fra le tecniche viene testimoniato dalla presenza di preziosi codici miniati raffinati oggetti liturgici.

La mostra si avvale della sponsorizzazione tecnica di Cineca, Oasi Allestimenti, Radio Sata, SAME architecture.
Un ringraziamento speciale a Silvana Editoriale per la sponsorizzazione tecnica del catalogo, composto da un ricco apparato iconografico, le schede delle opere e i contributi critici di Luca Mor, Massimo Medica, Fabio Massaccesi, Silvia Battistini e Manlio Leo Mezzacasa.  


Si rinnova con la mostra “Imago splendida” dei Musei Civici d’Arte Antica di Bologna quel rapporto speciale e ineludibile che lega la Fondazione Giorgio Cini alla città felsinea. Un legame istituito nel 1963, si può dire in limine, con la fortunata acquisizione della ricchissima raccolta di disegni dal XVI al XIX secolo, che il violoncellista e compositore emiliano Antonio Certani aveva riunito nei primi decenni del secolo scorso, costituendo di fatto una delle sillogi di grafica emiliana tra le più importanti al mondo, alla quale gli studiosi del disegno bolognese non mancano di riferirsi costantemente. La presenza a Venezia dei più di 5000 fogli Certani ha generato, nel corso dei decenni successivi, appuntamenti convegnistici, studi monografici, esposizioni - si pensi solo alle mostre sui Bibiena del 1970 e del 2000 o quella sui Gandolfi tenutasi alla Fondazione Cini nel 1987 - che hanno consolidato il rapporto tra Venezia e Bologna sul fronte dello studio della grafica antica, rafforzando le partnership con il mondo universitario e con numerose istituzioni cittadine della città emiliana; sino alla recente mostra “Il segno dell’Arte” tenutasi a Bologna presso Casa Saraceni nel 2007, dedicata ai disegni di figura e che fece convergere molti dei più importanti studiosi nel campo della grafica bolognese. Tra questi l’indimenticabile amico Stefano Tumidei, sensibile e rigoroso studioso che gli studi sull’arte emiliana hanno perduto troppo presto e alla cui memoria la Fondazione Giorgio Cini, insieme alla Fondazione Federico Zeri e all’Università degli Studi di Bologna, ha dedicato nel 2016 un volume di studi in onore.

Con questa raffinata proposta espositiva, frutto di sedimentate ricerche e analisi feconde sull’arte del Medioevo a Bologna – secondo quella linea di impegno metodologico, improntato alla più rigorosa indagine storica, cui le istituzioni museali civiche bolognesi attendono per tradizione e vocazione – questo legame si salda ulteriormente, grazie al prestito di uno dei gioielli delle raccolte d’arte della Fondazione Giorgio Cini, proveniente dalla collezione di Vittorio Cini. Si tratta del Christus triumphans, un tempo collocato nella Sala della Guardia del Castello di Monselice: monumentale scultura intagliata e policroma duecentesca da tramezzo, che, insieme agli altri due esemplari bolognesi di Santa Maria Maggiore e delle Collezioni Comunali d’Arte, va a comporre un gruppo stilisticamente omogeno d’arte dugentesca bolognese, qui riunito nello splendido contesto di Palazzo Ghisilardi Fava. Un’occasione, questa, come tutte quelle offerte da mostre di studio concepite analogamente, che riteniamo straordinaria per studiosi e visitatori, che avranno modo di comparare le tre grandi sculture. Allo stesso tempo un’occasione importante per leggere e osservare, in un contesto di scambi e relazioni illuminanti con le altre arti, tra miniatura, oreficeria, pittura, il bellissimo Crocifisso ciniano, qui presentato per la prima volta al pubblico nella sua piena leggibilità dopo il restauro del 2011, condotto con passione e competenza dalla compianta Giovanna Menegazzi, cui va il nostro più commosso e sentito ricordo. A lei i curatori, ai quali va il nostro plauso, hanno dedicato questo nuovo importante capitolo sulla scultura bolognese tra Romanico e Duecento.

Luca Massimo Barbero

Fondazione Giorgio Cini, Venezia

 


Ogni persona, di fronte a un’opera d’arte, sia essa antica o più recente, apre la mente e il cuore alla contemplazione del bello. Questo è il grande miracolo dell’arte, che permette di vedere oltre ciò che l’occhio vede e di sentire cio che è al di là della pura esperienza sensibile.

A tutti sarà capitato, qualche volta, davanti a una scultura, a un quadro, ad alcuni versi di una poesia o a un brano musicale, di provare un’intima emozione, un senso di gioia, di percepire, cioè, chiaramente di non essere di fronte soltanto a della materia, a una tela dipinta, a un inseme di lettere o a un cumulo di suoni, ma a qualcosa di più grande, capace di toccare il cuore, di comunicare un messaggio, di elevare l’animo.

Un’opera d’arte è frutto della capacità creativa dell’essere umano, che si interroga davanti alla realtà visibile, cerca di scoprirne il senso profondo e di comunicarlo attraverso il linguaggio delle forme, dei colori, dei suoni.

L’arte è capace di esprimere e rendere visibile il bisogno dell’uomo di andare oltre ciò che si vede, manifesta la sete e la ricerca dell’infinito. Anzi, è come una porta aperta verso l’infinito, verso una bellezza e una verità che vanno al di là del quotidiano. Un’opera d’arte può aprire gli occhi della mente e del cuore, sospingendoci verso l’alto.

La mostra “Imago splendida. Capolavori di scultura lignea a Bologna dal Romanico al Duecento”, organizzata dai Musei Civici d’Arte Antica in collaborazione con la Curia Arcivescovile, la Fondazione Giorgio Cini di Venezia, con il patrocinio dell’Università di Bologna, curata da Massimo Medica e da Luca Mor, ci offre l’occasione per poterci formare di fronte ad alcuni rarissimi capolavori lignei della città di Bologna, principalmente crocifissi, appartenenti alla produzione scultorea del XII e XIII secolo, per aprire gli occhi della mente e del cuore.

Basti menzionare il superbo gruppo della Crocefissione che campeggia nella cattedrale di San Pietro (tra i più antichi in Italia ancora completi delle figure dei Dolenti), il Christus triumphans, ancora poco conosciuto, della chiesa Santa Maria Maggiore, il Crocefisso delle Collezioni Comunali d’Arte, riallestito nel corso del Trecento su una croce dipinta da Simone dei Crocifissi o il Crocefisso pervenuto alla raccolta d’arte della Fondazione Giorgio Cini a Venezia.

Imago splendida”. Il titolo della mostra ci ricorda che le raffigurazioni e le immagini hanno uno splendore e una bellezza che solo la contemplazione ci può far cogliere. Occorre sostare, per poter contemplare. Nella frenesia della vita quotidiana, dove tutto viene divorato con voracità, siamo inviatati a fermarci davanti a una bellezza che continua ad affascinare e a commuovere, portatrice di un messaggio sempre attuale di fede e di umanità.

Matteo Maria Card. Zuppi

Arcivescovo di Bologna


I quattordici musei che fanno parte dell’Istituzione Bologna Musei contengono, nelle loro collezioni permanenti, oggetti che narrano la storia del nostro territorio: da prima della presenza degli Etruschi fino ad oggi, con proiezioni nella storia futura.

I Musei Civici d’Arte Antica hanno raccontato, fin dalla loro istituzione, storie che non coincidevano con la conoscenza scolastica che si ha dei diversi periodi storici, specialmente il relazione al Medioevo, percepito come sconosciuto e, al più, opaco e oscuro.

In occasione di questa mostra, la missione di dare luce a questa penombra i Musei Civici d’Arte Antica l’hanno realizzata in collaborazione con la Curia Arcivescovile di Bologna, l’Università di Bologna e la Fondazione Giorgio Cini di Venezia.

E questa “Imago splendida” è una delle occasioni felici in cui riusciamo a illustrare e narrare al pubblico il Medioevo di Bologna come un periodo di grande effervescenza culturale e artistica, grazie alla presenza consolidata dell’Alma Mater, con la sua eccellente scuola di diritti, e al reticolo di scambi che, grazie anche alla collocazione geografica, si allargava a tutta Europa.

Questa esposizione, curata da Massimo Medica e da Luca Mor, riesce in questo intento di ampliamento della conoscenza del medioevo bolognese partendo dalla presentazione di alcuni rarissimi capolavori lignei della produzione storica di Bologna tra il XII e il XIII secolo.
Rarissimi capolavori perché, anche a causa della deperibilità del materiale in cui sono intagliati, pochi sono giunti fino a noi. E non è un caso che siano quelli di più elevata qualità.

Con un linguaggio contemporaneo, che potrebbe essere giudicato dissacrante se riferito a crocifissi, si potrebbe sostenere che è una preziosa réunion che ricompone per la prima volta le tre grandi Croci trionfali uscite da un’unica bottega bolognese, attiva già dalla seconda metà del Duecento.

Accanto al Grande Crocefisso delle nostre Collezioni Comunali d’Arte, collocato al secondo piano di Palazzo d’Accursio, abbiamo l’occasione di vedere la bellissima Croce della Fondazione Giorgio Cini di Venezia e la Croce di santa Maria Maggiore, restaurata per l’occasione su iniziativa del Comune di Bologna, da Ottorino Nonfarmale e Giovanni Giannelli.
Nella mostra i tre Crocefissi si stagliano in tutto il loro significato devozionale ed estetico e sono accompagnati, per arricchirne la contestualizzazione storica, da diversi oggetti liturgici, anch’essi capolavori, sia di arte orafa sia manoscritti miniati che hanno varie provenienze.

Un arricchimento necessario della contestualizzazione storica è poi fornito dal Cineca che ha prodotto e finanziato, per questa occasione, un filmato che presenta ricostruito l’interno della perduta cattedrale romanica di San Pietro con il pontile e la grande Croce scolpita.

Da parte di tutto il Consiglio d’Amministrazione dell’istituzione Bologna Musei un grazie sentito ai curatori, al personale dei nostri Musei Civici d’Arte Antica e alle tante istituzioni che hanno collaborato con passione e generosità, a dimostrazione di come attraverso la messa in opera di relazioni di collaborazioni reciproche si riesca a offrire al pubblico dei residenti e dei turisti mostre di grande qualità culturale ed espressiva.

Roberto Grandi

Presidente Istituzione Bologna Musei

 

 

 

Testo e immagini da Istituzione Bologna Musei | Museo Civico Medievale

Crediti delle Foto: Giorgio Bianchi | Comune di Bologna