santa anoressia

La santa anoressia: studi tra digiuno e misticismo

SOFFERENZA FISICA, CORPO, APERTURA AL DIVINO, SESSUALITÀ/EROS: LA SANTA ANORESSIA

C'è un legame che accomuna le giovani anoressiche del XXI secolo e le sante ascetiche – Caterina da Siena (1380†), Veronica Giuliani (1727†) – che in età medievale si mortificavano in continui digiuni, talvolta lasciandosi morire di fame? A tal proposito Rudolph M. Bell, professore di Storia alla Rutgers University (New Jersey, U.S.A.), espose chiaramente il suo pensiero attraverso il volume titolato La santa anoressia. Digiuno e misticismo dal Medioevo ad oggi, Roma - Bari 1987, analizzando questo rifiuto del cibo come un medesimo meccanismo psicologico indotto da condizioni sociali simili che spingono le adolescenti a liberarsi di un mondo opprimente con un totale rifiuto della società, della vita e del proprio corpo.

Oggetto dello studio di Bell sono le centinaia di sante, venerabili e beate italiane vissute tra XIII e XX secolo, che presentano comportamenti anoressici. Il loro rifiuto del cibo viene individuato come una forma estrema di protesta contro l’oppressione sociale, culturale e psicologica perpetuata dal genere maschile. Nel Medioevo la società era improntata all’uomo e al suo predominio: le donne apparivano come realtà contrastanti prodotte dalle fantasie e dai timori di padri, mariti e uomini di Chiesa. Questa tendenza maschile all’idealizzazione e alla sottovalutazione della donna dominava socialmente l’universo femminile che si vedeva così imprigionato e custodito in un corpo tutto fisico, sensuale, simbolo del peccato, al quale era preclusa un’autonoma esperienza nel contesto sempre più costrittivo della società cittadina del tardo Medioevo, delle sue regole e delle sue esclusioni.

La copertina americana del libro di Rudolph M. Bell, Holy Anorexia, University of Chicago Press, 1985.

Nel primo capitolo del suo saggio, Bell rappresenta queste donne attraverso la patologia dalla quale crede siano affette, l’anoressia nervosa: ossia l’avversione del cibo dovuta a qualche disturbo della personalità che provoca un affamarsi volontario. Convinto che il modello di comportamento anoressico non sia soltanto un fenomeno intrapsichico ma anche un dato sociale, l’autore esamina come l’anoressia nervosa sia stata definita e trattata nel corso di vari secoli.

Richard Morton, Philippe Pinel e molti altri specialisti della mente, vissuti tra XVII e XVIII secolo, non riuscivano a distinguere l’anoressia nervosa da altre malattie «nervose», come l’isteria. Gli studi, alla fine del XIX secolo, dei medici William W. Gull e Charles E. Lasègue portavano ad una diagnosi e nomenclatura precise, differenziando l’anoressia dal dimagrimento isterico e sintomatico. Inoltre, queste osservazioni portano Bell a considerare i componenti del nucleo familiare e/o quelli emotivamente vicini alle pazienti responsabili della malattia, poiché alimentavano il conflitto interiore, facendo crescere nelle ragazze il desiderio di autonomia e di fissazione di un’identità personale che dipendesse solo dal rifiuto del cibo, reso amaro a causa delle preoccupazioni affettive di coloro che, non solo inconsciamente, volevano controllare il loro corpo ed il loro comportamento.

Sigmund Freud, foto di Max Halberstadt in pubblico dominio

In questa cammino verso l’autoaffermazione, il rifiuto del cibo incontra la pulsione sessuale: nel XX secolo, Freud pone alle origini della negazione della paziente anoressica per il cibo la sua stessa proiezione del rifiuto verso una fantasia di fecondazione orale connessa con il fallo paterno. Bell non accetta questo transfert ma riconosce il vincolo tra appetito e pulsione sessuale, comunque distinti dalle necessità fisiologiche che le “sante anoressiche” cercano di domare ed infine di sopprimere. Queste violente privazioni permettono al corpo e all’anima di comunicare con Dio e saranno compensate tramite la liberazione estrema rappresentata dalla morte. Il cibo diventa un ostacolo all’elevazione dello spirito e la rinuncia ad esso diventa una scelta religiosa affinché si abbandoni quella materialità che rende impossibile l’elevazione dell’anima. Così all’astinenza alimentare si lega quella sessuale, entrambe indispensabili a mantenere quell’equilibrio psico-fisiologico utile per garantire lo status verginale, obiettivo privilegiato per incontrare la grazia divina. Ed ecco comparire una santa ed illustre vittima del digiuno (protagonista del secondo capitolo), Caterina da Siena (1380†): in essa l’insorgenza dell’anoressia che la porterà alla morte sarà dovuta a fattori psichici, alla lotta costante contro i suoi impulsi fisici, veri nemici nel suo cammino verso la santità.

Alle donne medievali è legata l’affermazione di una spiritualità che si esprimeva tramite il linguaggio del corpo: lontane dal controllo del potere e della ricchezza, l’unico ambito che potevano controllare era quello del cibo, così la loro devozione alla carne e al sangue di Dio era totale.

Donne e “sante anoressiche” si battono per la ricerca e l’accettazione del proprio essere poiché, in qualunque epoca storica vivano, cercano l’approvazione attraverso l’annullamento provocato dall’imposizione di altri modelli di vita lontani dalla propria natura. Allora l’intima sfida per il controllo di sé si gioca su di un campo mutevole e prezioso, quello del corpo, dove sono le uniche ad avere pieno dominio.

Questa ricerca di affermazione e indipendenza, prosegue Bell, si riflette, nel caso della santa anoressia, nel rifiutare la pratica cattolica di passività e dipendenza attraverso la mediazione dei sacerdoti e l’intercessione dei santi. In questo modo la donna diventa essa stessa una santa, la sposa di Cristo, non la Sua ancella.

L’acquisizione del dominio della propria vita conduce l’anoressica ad un comportamento autodistruttivo, dove l’unica identità che le rimarrà sarà la malattia stessa.

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Agostino Carracci, estasi di santa Caterina da Siena, Galleria Borghese, Roma. Immagine in pubblico dominio

Bell sembra interessarsi al digiuno femminile dal punto di vista comportamentale, ponendolo in un contesto psicologico; la malattia insorge quando la giovane tende ad un fine socialmente apprezzato che nel XX secolo sarà la stereotipata e bramata magrezza, mentre nel Medioevo la pura salute spirituale. La sola differenza con l’odierna anoressia nervosa è che quest’ultima si propone modelli e valori del tutto estranei a quelli della santità medievale. Una volta definita e raccontata l’evoluzione di questa patologia, lo storico statunitense esplora in profondità tipi diversi di santa anoressia, volendo così dimostrare come questa non rappresenti una malattia caratteristica solo della nostra epoca. Inizia trattando del digiuno mortale attraverso l’esperienza di Caterina da Siena. Bell racconta, quasi con occhio clinico, la vita della Benincasa (Siena 1347- Roma 1380†), figlia di Lapa Piacenti e del tintore Giacomo Benincasa, ripercorrendo gli avvenimenti fondamentali che avrebbero concorso allo sviluppo e all’aggravamento della malattia. L’infanzia di Caterina viene subito turbata da un tragico evento: la prematura morte della piccola Giovanna, sua gemella, instillerà nella santa un profondo senso di colpa per essere sopravvissuta, allattata dalla madre. Non nasconderà i suoi sentimenti ostili allo svezzamento: imposizione che non perdonerà mai alla madre ma che la motiverà alla vittoria in ogni battaglia futura. La bambina speciale, ventitreesima figlia, inizia ad avere le prime visioni all’età di sei anni ma non le condividerà con i familiari, iniziando un percorso di appropriazione del sé e di coinvolgimento totale con Dio.

Nel 1348 arriva la peste a Siena e gli affari della famiglia Benincasa ne risentono, così non resta che investire nel matrimonio della giovane Caterina. Inizialmente restia, ella si abbandona alla mondanità ma la morte della sorella Bonaventura, avvenuta nel suo quindicesimo anno di vita, va cospicuamente a nutrire il senso di colpa della giovane: la collera di Dio per il desiderio materiale di Caterina aveva provocato la morte di un’altra sorella. La futura santa sopravvive nuovamente alla dipartita di un altro familiare, ma se alla scomparsa della piccola Giovanna ancora non aveva un contatto diretto con Dio, adesso la repulsione per questo mondo carnale e contaminato la porta a concedersi totalmente a Cristo, suo unico Sposo. Inizia così, a sedici anni, la conquista del suo corpo: lunghi digiuni, dieta a base di acqua e vegetali crudi, abiti di lana grezza e catena di ferro intorno ai fianchi. Tutto questo provoca un’ostilità da parte dei parenti: Bell sottolinea questo scontro per ricordarci che l’anoressia nervosa di Caterina sta evolvendo e che il rifiuto del nucleo familiare a queste negazioni alimentari, all’implicito allontanamento della giovane dal loro controllo, rientra nel mortale processo intrapsichico da lui indagato. Il digiuno della giovane –in principio frutto genuino dell’ispirazione religiosa- finisce per divenire ingestibile ed involontario, sfuggendo alla sua volontà e trasformandosi nel non poter mangiare, medesima malattia delle ragazze del nostro secolo.

Raimondo da Capua o delle Vigne, Legenda maior sanctae Catharinae Senensis (1477), biblioteca digitale BEIC, immagine in pubblico dominio

Raimondo da Capua, suo fedele confessore, ci narra nella sua Legenda (racconto autorevole sulla vita di Caterina, scritto dieci anni dopo la sua scomparsa) le abitudini alimentari ed i patimenti fisici della santa ; a queste angustie si aggiungevano le accuse di eresia contro un digiuno non ottemperato dalle Sacre Scritture e quelle di stregoneria, secondo cui la Benincasa si saziava esclusivamente del demonio. Ma, forte del suo amore per Dio, la giovane superava le sue sensazioni corporee distruggendo la volontà personale, nutrendosi del corpo di Cristo. La sua conversione alla totale santità inizia nel 1362 e coincide cronologicamente con la morte di un’altra delle sue sorelle, Nanna, chiamata così in ricordo della gemella di Caterina defunta in fasce. Bell sottolinea come la perdita di appetito della santa vada di pari passo con gli eventi negativi nelle sue relazioni familiari: la dipartita della quattordicenne Nanna coincide con la sua conversione all’ascetismo totale attraverso la rinuncia al cibo – mangia solo pane, vegetali crudi e acqua e di lì a poco solo erbacce senza deglutirle- e la necessità di penitenze sempre più grandi e dolorose. Allora, afflitta da una grave malattia della pelle, convince la famiglia della profondità della sua conversione e diventa Sorella della Penitenza presso la chiesa di S. Domenico, guarendo subito dopo. La scelta di entrare nell’ordine terziario delle domenicane Mantellate rivela, secondo lo scrittore, una sua predisposizione ad una vita attiva per salvare la Chiesa, segno di una vocazione pubblica e riformatrice.

Intorno ai venti anni decide di tornare a casa tra i suoi familiari come ascetica penitente, poiché i meriti acquisiti in vita attraverso la sua virtù avrebbero poi riscattato i peccati dei suoi parenti, salvandoli al cospetto di Dio. Il rapporto tra la giovane ed il suo Sposo diventa sempre più forte, ma il suo corpo ancora non Gli appartiene pienamente: Caterina sente il bisogno di penitenze sempre più forti, viene assalita dai demoni e la sua dipendenza emotiva dalla famiglia blocca la sua unione totale con Dio.

Nel 1368, l’enorme dolore causato dalla perdita dell’amato padre Giacomo viene mitigato da una visione rivelatrice: la possibilità di salvarlo dal Purgatorio attraverso le preghiere e il sacrificio. In questo modo la santa senese arriva a percepire l’unione mistica con il Signore attraverso l’immagine di Gesù e Maria che le infilano al dito l’anello nuziale . Smette di mangiare pane e di dormire, aumenta la sua devozione eucaristica perché a saziarla basta il corpo di Dio. Dopo aver assicurato la sua famiglia alla Grazia – anche la madre Lapa entra nell’ordine delle Mantellate – ella rivolge i suoi sforzi alla salvezza della Chiesa. Caterina allarga la sua famiglia abbracciando con il suo spirito di sacrificio anche il clero: scrive lettere a Gregorio XI (ultimo papa ad Avignone), chiamandolo «dolcissimo babbo», il quale nel 1377 riporta a Roma la sede pontificia. Soddisfatta che il papa abbia ascoltato le sue preghiere, la santa percepisce di poter includere la Chiesa all’interno di quel processo volto alla salvazione spirituale che tanto aveva giovato alla sua famiglia. Ma nel 1378 muore Gregorio XI; l'8 aprile i cardinali si riuniscono in conclave ed eleggono al Soglio di Pietro il napoletano Bartolomeo Prignano, arcivescovo di Bari, che assume il nome di Urbano VI. Inizia così per l’Occidente il Grande Scisma che verrà ricomposto solo nel 1417 a seguito del Concilio di Costanza e dell’elezione di Martino V. Per Caterina è un durissimo colpo: perdendo le speranze di riformare la Chiesa il 1° gennaio 1380, riflettendo sul prezioso sangue di Cristo, decide di non bere più acqua e muore dopo pochi mesi.

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Francesco Vanni, Santuario della casa della Santa; immagine in pubblico dominio

Bell ci presenta Caterina come una ragazza alla conquista di se stessa, con un desiderio di autonomia talmente forte da condurla alla morte. I suoi impulsi religiosi si sviluppano nel contesto familiare da cui non riuscirà mai totalmente a staccarsi. Il senso di colpa nei confronti dei suoi cari causato dal ritenersi incapace di ricambiare l’amore da essi ricevuto la condurrà al sacrificio: così Caterina si sentirà in dovere di essere una buona figlia e di espiare i peccati ed i debiti mondani della sua famiglia. Quest’ultima rappresenterà il filtro attraverso cui la Benincasa guarderà il mondo, la sua prigione.

Per riuscire ad analizzare nel profondo l’anoressia di queste sante, Bell ci conduce verso nuovi orizzonti: scoperta la devozione attiva e pubblica di Caterina, ecco aprirsi le porte del convento. Il mondo claustrale rimane la scelta maggioritaria perseguita dalle vergini durante il Medioevo e l’Età Moderna, accolte da un abbraccio spirituale, rassicurante e stabile. La donna è un essere naturale, elemento essenziale della natura affinché l’essere umano si perpetui ed il suo corpo sfugga al dominio dello spirito, come essere governato dai suoi organi sessuali. Fredda e umida, bella e putrefatta, ogni donna deve conoscere la castità, l’umiltà, la modestia, la sobrietà, il silenzio, l’operosità, la misericordia attraverso la custodia dell’uomo dalla paternità al matrimonio. Così, in questo mondo misogino, il chiostro rappresentava una via per ribellarsi dalle condizioni sociali ed acquisire autonomia e dignità. La giovane anoressica cerca disperatamente di far riconoscere la propria personalità ribellandosi al mondo circostante, incarnato dalla sua famiglia.

Secondo Bell, il convento diventa il miglior posto dove realizzare il bisogno femminile di autosufficienza e dove le “sante anoressiche” possono guarire: spesso sono bambine molto amate che vivono l’autorità materna percependo lo svezzamento come frustrazione del proprio piacere e della propria volontà e si rifugiano nella calorosa figura paterna. Egli(o la madre come succede per Caterina) trasforma il piacere della bambina in dolore ed ella, che desiderava solo essere amata, esprimerà la sua disposizione all’amore solo tramite la sofferenza. In convento, la “santa anoressica”, sarà disposta ad ogni penitenza, un atto di liberazione per superare il trauma paterno.

Santa Veronica Giuliani. Immagine in pubblico dominio

Questo è il caso di Veronica Giuliani (1660 Mercatello sul Metauro – 1727 Perugia), battezzata con il nome di Orsola, figlia del gonfaloniere Francesco Giuliani e della pia nobildonna Benedetta Mancini. Per circa 33 anni terrà un diario e più volte scriverà la sua autobiografia ed è in relazione alla quantità ed alla qualità di queste testimonianze che Bell decide di presentarcela. Veronica era una bambina felice, educata alla religione cristiana dalla devota madre; aveva un ottimo rapporto con le religiosissime sorelle che intraprendono la via della clausura prima di lei. Era adorata dal padre e questo amore ,in seguito, lo avrebbe ripagato con il proprio sacrificio a Dio. Alla morte della madre l’educazione di Orsola, che aveva sette anni, viene affidata alle sorelle maggiori e quando il padre deciderà, di lì a breve, di partire per Piacenza resterà nella casa natia. Dopo due anni la piccola santa si trasferisce con le sorelle in Emilia per raggiungere il padre; costui nel frattempo si era ricreato un nuovo nucleo familiare: avvenimento che comporta per Orsola un dolore ed una colpa così cospicui da essere ritenuti imperdonabili.

Ella si abbandona alla mondanità ma desidera fortemente diventare suora, benché il padre sia ostile: dedicare la sua vita a Dio, possedendolo ed essendone posseduta, è l’unico modo per conquistare l’autonomia dagli affetti terreni. Francesco Giuliani rimanda la ragazza e le sorelle a Mercatello in casa dello zio e dopo poco inizia l’anoressia di Orsola. Probabilmente le origini della sua scelta sono da ricercare nel noviziato delle sorelle e nel loro conseguente allontanamento da casa. La santa guarisce solo entrando, nel 1677, nel convento dei Cappuccini a Città di Castello; alla cerimonia della vestizione sceglie il nome di Veronica, dopo aver sopportato il lungo rifiuto del padre e del suo confessore che la riteneva ancora acerba per la vita claustrale. Ma durante il suo noviziato, durato tre anni, ci sarà una ricaduta della malattia: digiuni,iperattività, insonnia e allucinazioni. Bell, allora, ci mostra il cammino per la riconquista del sé di una giovane ragazza che accoglie gli aiuti del clero che la circonda, la guida e la ammonisce. Finisce la sua fuga dal padre, riconosce la propria corporeità e si vota totalmente a Dio attraverso le afflizioni, poiché la madre le aveva insegnato a praticare l’amore punendo se stessa. Riesce a superare la malattia e trascorre tutta la vita in convento diventando anche badessa. Nel chiostro riesce ad interiorizzare il mondo esterno e ad avere maggiore contatto con se stessa; controlla la sua ossessione per il corpo maschile di Cristo in croce, al quale, con dolore, offre l’amore che il padre rifiuta , attraverso gli insegnamenti materni dell’amore/sacrificio ricordati dalle osservanze conventuali.

L’analisi umana di Bell indaga il Medioevo e l’Età Moderna, forzando una categorizzazione anacronistica attraverso uno studio parziale delle sue protagoniste. L’autore si interessa al digiuno femminile dal punto di vista comportamentale, ponendolo in un contesto psicologico e tralascia, volutamente, la realtà culturale, simbolica ed intimamente religiosa. Le “sante anoressiche” diventano lo strumento di un’indagine psicopatologica che cerca di trascendere il tempo storico, condensandosi in una realtà sociale asettica. Dio diventa la trasposizione di un amore paterno negato e dall’unione con la santa dipende il riscatto della vita di quest’ultima. Sembra che la santità e la spiritualità non siano le vere protagoniste: il digiuno, la ricerca di autoaffermazione attraverso l’anoressia combattono il conflitto di potere tra i due sessi, dimostrandosi come una forma estrema di protesta contro l’oppressione sociale, culturale e psicologica dei maschi.

La copertina americana del libro di Caroline Walker Bynum, Holy Feast and Holy Fast. The Religious Significance of Food to Medieval Women, University of California Press, 1988

Al rapporto tra rinuncia al cibo e santità femminile si è dedicata, poco dopo Bell, Caroline Walker Bynum - docente di religioni comparate e studi femminili all’Università di Washington - nel suo libro Sacro convivio, sacro digiuno, Milano 2001, presentando una prospettiva totalmente diversa da quella indagata finora. La scrittrice ci propone una ricerca totalmente incentrata sul Medioevo e perciò dotata di una maggiore compattezza di contenuti e di riferimenti documentari, soffermandosi sull’uso che le donne fanno del cibo come simbolo, ponendolo in un contesto culturale. In questo saggio il digiuno sembra essere visto come una scelta intenzionale, consapevole e riconducibile alle pratiche ascetiche di mortificazione e astinenza del cristianesimo medievale del IV e V secolo. Il cibo assume un valore simbolico perché se ne occupano le donne ed è l’unica cosa che possono controllare: l’uomo la ricchezza e il potere, la donna il cibo. Il dominio esclusivo sull’alimentazione da parte delle donne è un fatto transculturale; così il digiuno e la distribuzione caritativa del cibo erano espressione di pratiche sociali ben consolidate in quanto rendevano manifesta nei comportamenti religiosi la divisione sessuale del lavoro. La Bynum sottolinea la centralità dell’eucarestia e del digiuno nel cristianesimo dove l’astinenza dal cibo alimentava il corpo di Cristo. La privazione alimentare indica il desiderio, indomabile, che il fedele sente verso Dio. Così la devozione eucaristica diventa centrale anche nella spiritualità femminile dove l’ostia consacrata rappresenta la sofferenza di Cristo che muore e si sacrifica per l’umanità: il cibarsene comporta un coinvolgimento ed un’inclusione nell’afflizione redentrice. Per Caterina da Siena il pane sacro, il sangue di Dio e la sofferenza rappresentano i fondamenti della propria spiritualità. La carnalità della santa è antierotica: mentre Bell interpretava l’ imitatio christi femminile come risposta alla struttura sociale e patriarcale del cattolicesimo medievale e ad una trasposizione di un amore paterno bramato e colpevolizzato, la Bynum fonde la fisicità di Cristo con il corpo femminile, collegando al simbolismo di una mistica unione l’ elaborazione storica e culturale degli stereotipi di genere e di nozione cristiana di associazione della donne alla debolezza e alla sensualità nel contesto storico indagato. Caterina vede Cristo come una madre allattante così come S. Chiara vedeva S. Francesco.

La storica sottolinea la visione teologica della santa basata sull’incarnazione e non sulla resurrezione: Cristo si era fatto carne e sanguinando e morendo aveva salvato il mondo, la sofferenza era l’unico modo per servirLo. Sofferenza per l’amore di Dio a cui non ci si può mai unire a pieno, consolata dal corpo di Cristo che diventa cibo e redenzione.

Se per Bell il digiuno ha valore solo se ricondotto ai termini di una patologia clinica mentre per la Bynum si può spiegare attraverso il simbolismo religioso del cibo, Alessandra Bartolomei Romagnoli, in Santità e mistica femminile nel medioevo, Spoleto 2013, ci propone un’altra prospettiva. La storica analizza il linguaggio del corpo delle sante medievali, indagando il digiuno di Caterina da Siena. La santa vive la sua tensione religiosa in contatto con il pubblico, scegliendo di entrare nell’ordine terziario domenicano, ed attraverso la sua materialità testimonia il Verbo, lo copia su di sé e lo trasmette alla comunità. Il corpo diventa lo strumento della Verità e dell’ineffabile, senza il quale non avrebbe modo di esprimersi. La mistica ha un proprio linguaggio coerente, culturalmente riconoscibile e decodificabile che non può essere esiliato nell’irrazionale anomalia psichica. Il digiuno non deve essere letto come un rifiuto del corpo ma come strumento controllato di conoscenza e di unione con Dio. Il sangue di Cristo diventa parola fluida e nutriente per il fedele ed il mistero nascosto diviene pubblico nell’estasi cateriniana manifestandosi poi nelle stigmate.

Caterina da Siena ritratta da Rutilio Manetti; immagine in pubblico dominio

Bibliografia

Bartolomei Romagnoli A. 2013, Santità e mistica femminile nel medioevo, Spoleto;

Bell M. R. 1987, La santa anoressia. Digiuno e misticismo dal Medioevo ad oggi, Roma-Bari;

Bynum C. W. 2001, Sacro convivio. Sacro digiuno, Milano;

Duby G., Perrot M. 2009, Storia delle donne. Il Medioevo, Klapisch-Zuber C. (a cura di), Roma-Bari;

Montanari M. 2004, Alimentazione e cultura nel Medioevo, Roma-bari;

Raimondo da Capua 1978, S. Caterina da Siena, Tinagli G. (a cura di), Siena;

S. Caterina da Siena 1940, Epistolario, Duprè Theseider E. (a cura di), Roma;

Vauchez A. 2006, La spiritualità dell’occidente medioevale, Milano.


America Llosa

"Sogno e realtà dell'America Latina" di Vargas Llosa

Sogno e realtà dell'America Latina di Vargas Llosa

Mitologia e distopia di un continente

Il pamphlet Sogno e realtà dell'America Latina, del premio Nobel per la letteratura del 2010 Vargas Llosa, è una preziosa opportunità per riflettere sulle tematiche trasversali che incatenano tutt'oggi l'America Latina in una griglia di costruzioni stereotipate. A tale ragione non possiamo che rendere grazie alla casa editrice maceratese Liberilibri, che dimostra nuovamente la cura e l'importanza del proprio catalogo.

Come in un mio precedente contributo per ClassiCult sul mito di Eldorado, si ritorna ancora ad esplorare le cause innescate dalla nostra immaginazione e che proiettano nel continente sudamericano le ansie, le paure, le tradizioni folkloriche e il repertorio mitologico del cosiddetto Vecchio Mondo. Come avevo già sottolineato, questi comportamenti maturarono in seno alla letteratura odeporica e grazie alla florida circolazione di notizie e leggende che attecchirono facilmente sul suolo di Brasile, Messico e Caraibi; nacque così la prova tangibile dell'esistenza del famoso paese della Cuccagna, delle mirabili località dorate descritte da Marco Polo in Asia e del regno aureo del Prete Gianni.

In sintesi il medioevo europeo riversò tutto se stesso nelle Americhe, distorcendo l'architettura religiosa, etnica, sentimentale e storica dei popoli conquistati; il risultato non fu una forzata integrazione o ibridazione di vinti e vincitori, bensì l'accentuarsi di una cesura del “noi” e del “loro”. Segnò pure l'avvento di un sensazionalismo esotico che influenzò pesantemente l'immaginario della madre patria e tutte le classi sociali. Hidalgos, mercenari, gesuiti o membri di altri ordini religiosi, semplici contadini o borghesi benestanti accorsero a colonizzare le nuove ricche terre di Eldorado.

Mario Vargas Llosa, dettaglio dalla foto di power axle, XIII Prix Diálogo - Ceremonia de entrega

Vargas Llosa parte da questo assunto e lo sviluppa con la sua solita intelligenza in senso verticale, smascherando la dura realtà che avvolge pesantemente il suo continente d'origine. La sua trattazione, com'è giusto che sia, inizia dalle antiche cronicas dei numerosi compilatori (degli ordini religiosi e non) che accompagnarono condottieri e vice-regnanti nelle Indie americane. Costoro, come ho accennato sopra, si lasciarono sedurre dai racconti favolosi di quelle terre misteriose e spesso la realtà storica venne messa in secondo piano. “La finzione, l'amore per le cose rare e peregrine, predominano sul gusto del reale e del comune” (p. 4); così affermò lo storico peruviano Raùl Porras Barrenechea, riferendosi proprio a queste tendenze immaginifiche che alimentarono il proliferare di scritti macchiettistici sulle Indie.

Llosa procede nell'analisi, valendosi del rinomato scritto del professor Irving A. Leonard: Los libros del conquistador. In questo passaggio è ancora più netta la sovrascrittura tra il mondo reale e quello letterario, poiché l'Europa ammantò di amor “cavalleresco” quelle terre esotiche appena scoperte, paragonandole a quelle immaginarie, descritte nei pomposi romanzi cavallereschi tanto in voga nelle corti iberiche.

Gli uomini di Francisco de Orellana mentre costruiscono un piccolo brigantino, il San Pedro. Dipinto, immagine in pubblico dominio

A ragione di ciò basti portare alcuni esempi. La Foresta amazzonica e il Rio delle Amazzoni devono il loro nome alle donne guerriere del mito greco, che vennero spesso usate come antagoniste o come orpelli narrativi di fascinazione nei romanzi epici delle corti ispaniche. Il missionario domenicano fra' Gaspar de Carvajal e il conquistador Francisco de Orellana esplorarono le foreste amazzoniche e dichiararono proprio di aver visto delle donne bellicose con dei seni recisi: Erodoto non avrebbe saputo descriverlo meglio. Il topos mitologico ellenico, già al servizio dei romanzieri iberici e italiani, subì un pesante revival proprio agli antipodi della sua terra d'origine.

Fu il celebre romanzo Las sergas de Esplandián a inculcare negli avventurieri spagnoli il mito delle Amazzoni, ma non si limitò a questo. L'esploratore portoghese Juan Rodríguez Cabrillo, al servizio della Spagna e divoratore di romanzi cavallereschi (tra i quali proprio Las sergas de Esplandiàn), esplorò nel 1542 una "nuova" terra, alla quale diede il nome dell'isola in cui regnava la sovrana delle Amazzoni Calafia nel romanzo, ovvero California.

Nelle pagine successive, Vargas Llosa procede con meticolosità alla decostruzione delle cataratte ideologiche che promuovono biecamente la cecità intellettuale occidentale e anche latinoamericana. Tale processo parte dal libercolo di Régis Debray Rivoluzione nella rivoluzione? (1967) e dai movimenti politici della Cuba dei “barbudos” di Castro, dalla mancata idealizzazione di un autentico marxismo latinoamericano, non pallida emulazione di quello europeo. La mitologia cubana della rivoluzione di Castro si erge a monumento utopico e leggendario, noncurante delle reali contingenze storiche.

Con tali edulcorazioni, il continente latinoamericano subì una neonata distorsione contemporanea, da paradiso mitologico aureo e esotico divenne il continente perfetto nel quale potevano avverarsi le sperimentazioni politiche del socialismo e del marxismo europeo, sperimentazioni volte a soffocare in nuce parte dello spirito rivoluzionario originario di matrice latinoamericana. Così il continente subì un'evoluzione, o un'involuzione, una realtà distopica non tanto diversa dall'immaginifica mitologia dei conquistadores.

America Llosa Sogno e realtà dell'America Latina di Vargas Llosa
Copertina di Sogno e realtà dell'America Latina di Vargas Llosa, nell'edizione Liberilibri.