mostra Gladiatori

La mostra "Gladiatori" alla conquista del MANN

La mostra “Gladiatori” si preannuncia come il grande evento 2021 del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Il percorso espositivo, allestito nel Salone della Meridiana del MANN e in programma fino al 6 gennaio 2022, si sviluppa in sei sezioni dedicate agli eroi e divi dell’epoca romana, capaci di infiammare le folle, bramati dalle matrone e fomentatori di rivolte che hanno fatto tremare gli eserciti romani: i Gladiatori.

https://www.youtube.com/watch?v=IfSPkYHFEiU

 

 

Un momento dell’allestimento della mostra I GLADIATORI presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
ph. Mario Laporta/KONTROLAB

Tra archeologia e tecnologia, il progetto scientifico unisce istituzioni italiane e straniere in uno sforzo di conoscenza e condivisione da trasmettere ad adulti e ragazzi attraverso un percorso off  nel Braccio nuovo del museo, “Gladiatorimania”, senza tralasciare però il rigore metodologico attraverso un’esposizione che racconta non solo il mito ma anche la dimensione umana e storica dei gladiatori.

Un momento dell’allestimento della mostra I GLADIATORI presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
ph. Mario Laporta/KONTROLAB

“Gladiatori” nasce da un’intensa rete scientifica che ha visto la prima tappa dell’allestimento presso l’Antikenmuseum Basel und Sammlung Ludwig, nata dalla volontà di narrare la fortuna degli antichi spettacoli di lotta in tutte le aree dell'Impero romano.

L’esposizione napoletana si arricchisce inoltre di un focus speciale sugli anfiteatri campani e, tra le partnership, non possono mancare il Parco Archeologico del Colosseo e il Parco Archeologico di Pompei; con quest’ultimo si conclude la ricca collaborazione di itinerari espositivi sui rapporti tra l’antica città vesuviana e le civiltà più importanti del Mediterraneo.

Ma chi erano i Gladiatori? Prigionieri di guerra, schiavi destinati alla gladiatura, condannati a morte, ma pure uomini liberi che, per fama o guadagno, entravano a far parte della rete degli spettacoli di sangue.

Oggetti in mostra al Museo Archeologico Nazionale di Napoli durante la mostra I GLADIATORI.
ph. Mario Laporta/KONTROLAB

Il viaggio nelle sei sezioni -“Dal funerale degli eroi al duello per i defunti”, “Le armi dei gladiatori”; “Dalla caccia mitica alle venationes”, “Vita da gladiatori”, “Gli anfiteatri della Campania”, “I gladiatori "da per tutto”- è stato curato da Valeria Sampaolo (già Conservatore presso il MANN) mentre il coordinamento è di Laura Forte (Responsabile Ufficio Mostre e Archivio fotografico del MANN), con catalogo edito da Electa.

Il percorso della mostra “Gladiatori” comincia a ritroso nel tempo. La prima sezione è dedicata al rintracciare nei riti funerari e nei combattimenti in onore dei defunti elementi antecedenti l’esibizione dei gladiatori; tra i manufatti in mostra è il Vaso di Patroclo (340-320 a.C.), scoperto a Canosa nel 1851 in una sepoltura destinata ad ospitare le spoglie di un cavaliere. Il vaso, alto oltre 150 cm, presenta scene ispirate all’Iliade di Omero, tra cui una scena riconducibile al funerale di Patroclo, identificata dalla scritta “Patroklou taphos” (cioè “tomba di Patroclo”).

Mostra Gladiatori. Foto: Valentina Cosentino

Preziose sono anche le lastre di IV secolo a.C. provenienti dalla necropoli del Gaudo di Paestum: dalla cosiddetta Tomba 7 spiccano infatti due raffigurazioni con una lotta tra guerrieri accompagnati da una suonatrice di doppio flauto e una caccia al cervo.

Proseguendo nel percorso è possibile ammirare anche gli strumenti fondamentali per lo scontro - le armi - indicatorie della provenienza etnica e delle classi dei gladiatori. Sono circa cinquanta gli esemplari della celebre collezione di armi provenienti da Pompei e appartenenti al patrimonio del Museo Archeologico di Napoli che costituiscono la seconda sezione. I reperti, raramente esposti in questi ultimi anni, entreranno a far parte del nuovo allestimento pompeiano del museo.

mostra Gladiatori
Un momento dell’allestimento della mostra I GLADIATORI presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
ph. Mario Laporta/KONTROLAB

Per la sua completezza e per la bellezza degli oggetti esposti fu proprio questa raccolta ad essere di ispirazione per il celebre film “Il Gladiatore” di Ridley Scott con Massimo Decimo Meridio interpretato da Russell Crowe. La collezione è la più celebre raccolta di armi giuntaci dall’antichità e fu ritrovata a Pompei nel Quadriportico dei Teatri, probabile Caserma dei Gladiatori dopo il terremoto del 62 d.C.

Oggetti in mostra al Museo Archeologico Nazionale di Napoli durante la mostra I GLADIATORI.
ph. Mario Laporta/KONTROLAB

In epoca repubblicana i gladiatori avevano un abbigliamento molto simile a quello dei soldati e fu sotto Augusto che vennero divisi in vere e proprie classi gladiatorie in base all’armatura e alla modalità di combattimento. Il retiarius era fornito di un tridente e di una rete con cui cercava di immobilizzare l’avversario che poteva essere un murmillo o un secutor. Quest’ultimo aveva una spada, un lungo scudo rettangolare e un elmo piccolo e arrotondato, l’oplomachus prendeva il nome da un grande scudo con cui si proteggeva; il dimachaerus, che combatteva con due coltelli, il sagittarius, con l’arco e le frecce, il murmillo, dotato di spada e lancia oltre che di scudo rettangolare per la difesa, il thraex, dotato di un piccolo scudo di forma quadrata, due alti gambali e una sica, cioè una spada corta e ricurva; infine l'essedarius che combatteva su un carro da guerra.

mostra Gladiatori
Oggetti in mostra al Museo Archeologico Nazionale di Napoli durante la mostra I GLADIATORI.
ph. Mario Laporta/KONTROLAB

In dialogo con la collezione di armi pompeiane vi sono alcuni rilievi con scene di combattimento tra gladiatori, provenienti sia dal Parco Archeologico del Colosseo sia dai Musei Capitolini di Roma. Caratterizza la sezione anche un’incursione nell’arte contemporanea dove al genio di Giorgio de Chirico è affidata la rappresentazione pittorica “Gladiatori e arbitro terzo”.

Aprivano gli spettacoli gladiatori le Venationes, istituite nel 186 a.C. da Marco Fluvio Nobiliore e in voga fino al regno di Teodorico nel 523 d.C., oggetto della terza sezione. Queste cacce nelle arene avevano un profondo valore, culturale e simbolico, perché incarnavano virtù e coraggio ed erano apprezzatissime dal pubblico: si calcola ahimè che circa due milioni e mezzo di fiere, provenienti da diverse regioni dell’Impero come l’Africa settentrionale, l’Asia Minore, la Germania, furono uccise in oltre cinque secoli di lotte tra uomini e animali.

Un reperto assai interessante è il cranio di un orso databile al II secolo d.C., mentre di epoca più tarda è il dittico di Flavio Areobindo, il cui termine post quem è il 506 d.C. La decorazione del dittico è articolata con una parte superiore in cui è visibile il console che dà inizio agli spettacoli mentre nel partito inferiore vi sono alcuni spettatori intorno all’arena che assistono ad una caccia ai leoni e ad alcuni scontri contro orsi.

mostra Gladiatori
Mostra Gladiatori: Valentina Cosentino

Percorrendo la Sala della Meridiana, ancora, si cerca di indagare, nella quarta sezione, del mito dei gladiatori come uomini più che come macchine da guerra. I reperti in mostra ricostruiscono alcuni aspetti dell’alimentazione, della medicina e della chirurgia dell'epoca.

Dall’archeobotanica ci giungono informazioni su una dieta molto povera di proteine animali e basata su cereali e legumi; non a caso i gladiatori venivano chiamati hordearii, cioè mangiatori di orzo. Questa alimentazione serviva a favorire la formazione di grasso corporeo a proteggerli meglio dai violenti attacchi dei nemici e, secondo Galeno (medico in una palestra di gladiatori), una mistura di ceneri e ossa avrebbe fornito una buona capacità di resistenza nei duelli.

Un momento dell’allestimento della mostra I GLADIATORI presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
ph. Mario Laporta/KONTROLAB

Grande curiosità destano tre scheletri ritrovati in una vasta necropoli di gladiatori portata alla luce a York, in Inghilterra: i resti appartengono a uomini di differente età e restituiscono preziose informazioni sul regime alimentare e sull’area di provenienza.

Novità dell’allestimento napoletano è la sezione dedicata agli anfiteatri della Campania. Sappiamo dalle fonti che la realizzazione di edifici destinati agli spettacoli gladiatori risale al II secolo a.C.; proprio in Campania abbiamo notizia di edifici stabili per i munera, che fino a quel momento venivano svolti in spazi aperti come il Foro.

Mostra Gladiatori, sezione Anfiteatri. Foto: Valentina Cosentino

Grazie alla tecnologia sono state ricostruite virtualmente le sequenze di affreschi che adornavano l’anfiteatro di Pompei. Le pitture non ebbero lunga vita perché furono dapprima danneggiate per poi crollare definitivamente nel 1816. Fu Francesco Morelli a riprodurne i dettagli con tempere: tra le raffigurazioni vi erano otto sezioni dipinte a squame e con finti marmi, separate da erme, vittorie su globo, candelabri metallici su fondo rosso.

Dedicato a Pompei è, ancora, il modello in sughero dell’Anfiteatro realizzato da Domenico Padiglione all’inizio del XIX secolo. Il prototipo è in dialogo con il celebre affresco della rissa tra Pompeiani e Nocerini, episodio che fece scalpore tra i vari episodi della storia romana e che impreziosisce le collezioni pittoriche del MANN.

mostra Gladiatori
Oggetti in mostra al Museo Archeologico Nazionale di Napoli durante la mostra I GLADIATORI.
ph. Mario Laporta/KONTROLAB

Chiude l’allestimento la sezione dedicata al mito visivo dei gladiatori, raffigurati spesso negli apparati decorativi e nelle suppellettili delle case romane. Culmine della mostra è il mosaico pavimentale di Augusta Raurica, della fine del II secolo d.C., rinvenuto nel 1961 durante gli scavi nell’Insula 30 del sito archeologico della colonia romana oggi situata in Svizzera. La scena musiva, di grandi dimensioni, si divide in tre registri con decorazioni vivaci e scene di combattimenti fra diverse classi di gladiatori, con particolari dettagli sulle armi e sul vestiario. Gli studiosi hanno escluso il legame fra la committenza e il mondo della gladiatura, piuttosto il modello riflette la fortuna del mito dei gladiatori nel mondo romano.

mostra Gladiatori
Mostra Gladiatori, Paolo Giulierini. Foto: Valentina Cosentino

«Idoli delle folle, bramati dalle donne e protagonisti di storiche ribellioni, i gladiatori furono baciati da una fama che già alla loro epoca varcò i confini delle arene e che nel corso dei secoli si è ulteriormente ingigantita», dice il direttore del MANN, Paolo Giulierini «Basta pensare ai tanti film che ne hanno spettacolarizzato le vicende o al ruolo che il termine stesso ha assunto nel nostro vocabolario e nella quotidianità.  Quante volte abbiano definito 'gladiatori' gli idoli dello sport e del calcio in particolare?

E “Gladiatori del nostro temposono certamente donne e uomini coraggiosi che si battono per  portare al successo nobili missioni, primi tra tutti gli operatori sanitari in lotta contro Covid-19 La mostra ha l'ambizione di raccontare non solo il mito, ma anche la dimensione umana del gladiatore: non ne nasconde gli elementi più duri, ma li inserisce in una cornice più ampia, rivelando gli uomini sotto gli elmi e il contesto storico in cui vivevano. Da un certo punto di vista, è l' esposizione più sofferta e simbolica che abbiamo realizzato al MANN: come gli antichi gladiatori, oggi ci sentiamo tutti un po' feriti e sofferenti. Ma, prendendo spunto dal loro coraggio e dalla loro tenacia, siamo pronti a rialzarci».


Sala dei Bronzi di Riace Paolo Moreno

Il MArRC rende omaggio a Paolo Moreno; Malacrino: «Ci lascia un grande studioso dei Bronzi di Riace»

Il MArRC rende omaggio a Paolo Moreno

Malacrino: «Ci lascia un grande studioso dei Bronzi di Riace»

Sala dei Bronzi di Riace Paolo Moreno«La scomparsa, questa mattina a Roma, di Paolo Moreno lascia sgomenti. Sia per l'uomo, dalle nobili qualità umane, sia per lo studioso e l'archeologo, il cui contributo sui Bronzi di Riace resterà di fondamentale importanza per la ricerca scientifica».

Così Carmelo Malacrino, direttore del MArRC, commenta la notizia della morte dell’archeologo e storico dell’arte di origini friulane, la cui ricerca scientifica è indissolubilmente legata alle due statue.

«Paolo – continua Malacrino - ci lascia a un anno dal cinquantesimo anniversario del ritrovamento dei Bronzi, in un momento in cui le fasi per la celebrazione dell'evento stanno per determinarsi. La sua assenza si farà sentire. È a Paolo Moreno, infatti, che si deve il primo studio scientifico sui Bronzi di Riace, oggetto di curiosità e interesse da parte dei più grandi studiosi. Moreno è stato il primo a intuire l’importanza delle nuove frontiere aperte dal mondo delle scienze applicate, in primis le analisi delle terre di fusione che hanno indicato la città di Argo, nel Peloponneso, come probabile area di produzione delle due sculture. Il suo nome, ne sono certo – conclude- non sarà dimenticato dal Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria e da tutto il mondo della cultura».

Per Paolo Moreno quei due straordinari capolavori, ‘originali’ del V secolo a.C. dalla bellezza mai vista prima, sono espressione di ‘un’arte che il rinascimento non ha mai neanche sfiorato’. Così lui stesso definiva i Bronzi di Riace nel documentario di Sky Arte andato in onda nel 2016, all’indomani della riapertura al pubblico del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria.

Al 2002 risale, infatti, il suo celebre volume ‘I Bronzi di Riace, il Maestro di Olimpia e i Sette a Tebe’, edito per Electa, in cui una serrata analisi storico-artistica e letteraria ha portato l’archeologo friulano ad identificare i due Eroi di Riace con due delle numerose statue che costituivano il monumento eroico (heroon) dei Sette a Tebe e dei loro epigoni, posto sull’agorà di Argo ed eretto dagli Argivi all’indomani della vittoria di Oinòe contro gli Spartani (456 a.C.).

Secondo Moreno, il Bronzo A rappresenterebbe l’eroe Tideo, opera di Ageladas il Vecchio, mentre il Bronzo B, l’indovino Anfiarao, opera di Alkamenes di Lemno, gli stessi maestri a cui sarebbe da attribuire la decorazione scultorea del tempio di Zeus a Olimpia.

Molte delle ipotesi di Moreno sulle due statue di Riace sono state oggi integrate o superate da nuove acquisizioni scientifiche, ma rimane attuale la sua lezione di metodo, sull’importanza di interpretare insieme, in maniera sinottica, i dati storico-artistici, quelli letterari e quelli archeometrici.

Moreno è stato allievo di grandi maestri dell’archeologia italiano del calibro di Ranuccio Bianchi Bandinelli, Doro Levi e Giovanni Becatti. Ha diretto l’Istituto di Archeologia dell’Università di Bari e dal 1992 è stato ordinario di Archeologia e Storia dell’arte greca e romana all’Università di Roma Tre.

Paolo Moreno è stato soprattutto un instancabile divulgatore della conoscenza del mondo antico, dai grandi maestri della classicità (Fidia e Prassitele soprattutto) alle grandi trasformazioni artistiche del mondo ellenistico e romano.

Alla famiglia e agli affetti del prof. Moreno le più sentite condoglianze da parte di tutto il personale del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria.

Reggio Calabria, 05-03- 2021

Testo e foto dalla Direzione Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria


Pompei la città viva

"Pompei - La città viva", il primo podcast dedicato al Parco

da oggi 8 gennaio 2021 si può ascoltare

POMPEI - La città viva
episodio 1

il primo podcast dedicato al Parco Archeologico di Pompei

Pompei La città viva
"Pompei è la città morta più viva che mai..."
"Pompei è un pilastro della nostra cultura e della nostra memoria..."
"Pompei è un mondo ed è anche il mio mondo..."
"Pompei continua a stupirci e lo farà sempre..."

Pompei. La città viva è un podcast prodotto da Piano P, piattaforma italiana dei podcast giornalistici, per il Parco Archeologico di Pompei, in collaborazione con Electa, in occasione della prossima riapertura al pubblico dell'Antiquarium di Pompei.

Sei episodi, condotti da Carlo Annese, nei quali ventisei tra accademici, archeologi, artisti e scrittori, insieme al direttore Massimo Osanna, raccontano la storia e l'evoluzione di una delle più grandi ricchezze del patrimonio italiano: dalla tragica eruzione del Vesuvio che nel 79 dopo Cristo fece scomparire una città intera sotto una coltre di cenere e lapilli alla scoperta casuale che diede inizio agli scavi nel 1748, fino all'ultimo straordinario rilancio del Parco Archeologico.
Valeria Parrella, Pappi Corsicato, Catharine Edwards, Maurizio De Giovanni, Andrea Marcolongo e molti altri contribuiscono a ricostruire la vita quotidiana, le arti e i costumi della città antica – dal cibo all'erotismo, dall'architettura delle domus ai giardini – mettendoli in relazione con i nostri tempi. Insieme a Cesare De Seta e Anna Ottani Cavina analizzano l'influenza che Pompei ha esercitato sulla cultura degli ultimi tre secoli, dal pensiero illuminista sulla catastrofe alla fascinazione dei viaggiatori romantici del Grand Tour fino ai best-seller sugli ultimi giorni prima della tragedia. E con Maria Pace Ottieri scoprono innumerevoli punti di contatto con la realtà di oggi, a cominciare dal rischio che corrono i 700.000 abitanti dei sette Comuni dell'area vesuviana. «Quelle rovine ci dicono che siamo sostanzialmente gli stessi», dice il popolare scrittore napoletano Maurizio De Giovanni. «Quella città, con i suoi mercati e le sue case, con la sua divisione tra una borghesia commerciale e i suburbi popolari, ricalca nella stessa identica maniera quella che sarebbe oggi la città, se la si fotografasse in una situazione simile. E speriamo che non avvenga mai».

La serie prevede 6 episodi, con uscita settimanale dall'8 gennaio 2021. Gli episodi saranno disponibili all’ascolto su Spotify, Spreaker, Apple Podcast e su tutte le principali app gratuite per l’ascolto dei Podcast.

Sommario degli episodi
Episodio 1. Il museo vivente
Episodio 2. Vivere a Pompei: dall'arte allo street food
Episodio 3. Cinquantamila volte Hiroshima
Episodio 4. I volti della ricerca
Episodio 5. La città dell'amore
Episodio 6. Dal Grand Tour a Lonely Planet

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CREDITI
Autori dei testi: Carlo Annese, Enrico Racca, Lucia Stipari; Speaker: Matteo Alì, Arianna Granata; Illustrazione della cover: Joey Guidone; Musiche originali: Nicola Scardicchio, Michele Bozzi, flauto; Antonella Pecoraro, Arpista, arpa; Montaggio e post-produzione: Giacomo Qualcuno; Editing: Giulia Pacchiarini.

Il link al podcast: https://open.spotify.com/show/6GckvNCGB1vFctfjEUtUPh

Testo e immagini dall'Ufficio Stampa Parco Archeologico di Pompei.

I reperti di Stabiae rivivono nel Museo dedicato a Libero D'Orsi

L'antico sito di Stabiae, oggi Castellammare di Stabia ha finalmente un suo Museo.

Il Museo Archeologico Libero D'Orsi intitolato al preside che negli anni '50 riprese gli scavi nelle ville e ne custodì i reperti nel vecchio Antiquarium della città, sorge negli storici ambienti della Reggia di Quisisana ed accoglie le preziose testimonianze della vita quotidiana delle residenze d’otium e delle ville rustiche che in epoca romana potevano godere di ogni comfort con una vista mozzafiato sul Golfo di Napoli.

foto @Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo/ Parco archeologico di Pompei

La città di Stabiae, già in epoca arcaica, svolgeva un ruolo importante sia dal punto di vista strategico che commerciale. Tra la distruzione della città da parte di Silla (89 a.C.) e la tragica eruzione del Vesuvio (79 d.C.) va collocata la maggiore densità abitativa sul ciglio settentrionale del poggio del Varano dove, ancora oggi, è possibile immaginare quanta sontuosità e ricchezza dovevano possedere queste splendide residenze quasi hollywoodiane.

foto @Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo/ Parco archeologico di Pompei

Il percorso espositivo del museo, il cui progetto scientifico è stato curato dal Parco archeologico di Pompei in collaborazione con Electa si propone di offrire un excursus del territorio di Stabiae, del suo ager e fino all’eruzione nel I secolo d.C.

Le prime sale sono dedicate alla storia della Reggia di Quisisana – il più antico sito reale borbonico e residenza estiva della casata – e alle ricerche archeologiche svolte a partire da Carlo III di Borbone e fino al rinnovato interesse per il sito da parte di Libero D’Orsi.

foto @Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo/ Parco archeologico di Pompei

Si prosegue poi con il racconto, attraverso i reperti, della Stabiae romana e delle sue ville partendo proprio dal complesso più grande, quello della Villa San Marco che in antico doveva avere una superficie di 11.000 mq ed era ad oggi una delle residenze più grandi di tutto il territorio.

foto @Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo/ Parco archeologico di Pompei

Dal Varano si passa all’ager stabianus con altre due residenze rustiche, la villa del Petraro nel comune di Santa Maria la Carità che ha restituito decorazioni in stucco provenienti da splendidi e ricchi complessi termali e quella di Carmiano, nel comune di Gragnano.

Questa è una delle 50 ville rustiche dell’ager circostante che doveva produrre in antico vite e olio. Il tema del cibo è illustrato in questa sezione da appositi oggetti da mensa in bronzo, terracotta, vetro, anfore e vasellame vario che offrono uno spunto interessante per capire la quotidianità domestica, gli usi e i costumi degli antichi romani in fatto di cibo e pasti.

foto @Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo/ Parco archeologico di Pompei

Da ammirare per la sua bellezza anche un carro in bronzo proveniente Da Villa Arianna ed esposto per la prima volta con i suoi finimenti che offre una riflessione sulle conoscenze agricole dell’epoca e sulle produzioni tipiche del territorio stabiano che lo hanno reso, assieme all’area vesuviana in genere, uno dei territori più fertili e famosi per le produzioni in tutto il mondo antico.

L'esposizione si accompagna anche ad un catalogo edito da Electa.

Foto copertina: @Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo/ Parco archeologico di Pompei


#puntoeacapo

#puntoeacapo: comunicazione digitale per l'arte

Durante il lungo periodo di lockdown abbiamo assistito al proliferare di tantissime iniziative culturali da fruire esclusivamente online. Abbiamo avuto e abbiamo Christian Greco che fa da guida turistica su YouTube, tra le sale del Museo Egizio che dirige. Abbiamo avuto la celebrazione dei 500 anni di Raffaello con percorsi espositivi digitali e dirette video. Abbiamo i post quotidiani dalle pagine ufficiali delle fondazioni, i video virali degli Uffizi su TikTok, gli articoli su blog e testate giornalistiche. Gli hashtag a tema culturale.

In un contesto così vivo, proprio all’indomani della riapertura dei musei parte la nuova iniziativa esclusivamente social della casa editrice Electa dal titolo #puntoeacapo.

Da ieri, 19 maggio, Electa raccoglie sui propri profili una serie di brevi video (girati a casa) con protagonisti curatori, storici, archeologi, operatori in genere del mondo culturale. Nei video si parla di libri, mostre, progetti, percorsi museali (vecchi e nuovi), “cantieri” archeologici fino ad arrivare all’editoria e ai bookshop.

 

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In queste settimane sospese ci siamo fermati, come molti, per ripercorrere la nostra storia editoriale, attraverso gli anni recenti e il presente, per riprogettare il domani. Abbiamo quindi deciso di iniziare a pensare ad una Electa contemporanea e futura, iniziando dal progetto #puntoeacapo: una rubrica social, di racconti e testimonianze per proseguire con l’esperienza dell’Arte e della editoria illustrata, attraverso le voci e i volti di curatori, direttori di musei, archeologi, critici d’arte, artisti, architetti, designer, figure che lavorano e collaborano con la casa editrice, da prospettive e con ruoli diversi. La prima serie di video nasce dall’urgenza di rivisitare il #patrimonioitalia, di riconsiderare la nostra identità culturale e il nostro passato mentre ci prepariamo al futuro. Protagonista del primo contributo di oggi è Marcello Barbanera, professore di Archeologia e di Storia dell’Arte greca e romana a La Sapienza Università di Roma, che inaugura gli appuntamenti di #puntoeacapo con una riflessione su parchi archeologici e rovine come luoghi-sentinelle del passato. ____________ MARCELLO BARBANERA Autore di Metamorfosi delle rovine(Electa, 2013) e curatore di mostre Electa quali Il classico si fa pop. Di scavi, copie e altri pasticci con Antonio Pinelli e Mirella Serlorenzi(Roma, Crypta Balbi e Palazzo Massimo, 2018-2019) e La forza delle Rovine (Roma, Palazzo Altemps 2015-2016)

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L’obiettivo dichiarato dalla stessa casa editrice è quello di stimolare una riflessione diffusa sulle domande a cui il mondo della cultura deve rispondere. Quali offerte culturali proporre dopo la stagione dei blocchi e della fruizione telematica dei contenuti? A quale nuovo pubblico rivolgersi?

Il dialogo prende avvio dagli autori e dal ruolo di Electa come editore in questo ampio spettro. Anche se l’iniziativa coincide e insieme celebra i 75 anni di attività della casa editrice, non è però chiusa e rivolta solo alla propria offerta culturale. Al contrario, la rubrica è creata per essere condivisa sulle pagine di tutti coloro che intendono partecipare al dibattito in maniera costruttiva e critica.

La prima serie di video-racconti con cadenza settimanale a partire proprio dal 19 maggio ha come tema #patrimonioitalia. Un Grand Tour digitale attraverso i luoghi della cultura del nostro paese. Il primo ad affrontare l’argomento è Marcello Barbanera professore di Archeologia e di Storia dell’Arte greca e romana a La Sapienza Università di Roma. Nel suo discorso Barbanera riflette sulla forza profonda che hanno parchi archeologici o rovine di essere autentiche ancore di memoria. Posti speciali che instillano il rispetto del passato.

È con questo gusto del passato, e con la volontà di preparare la strada ad un nuovo modo di fare cultura che seguiremo #puntoeacapo nel corso della sua avventura digitale.

#puntoeacapo
Foto courtesy Electa Editore

Domus aurea Raffaello

La Domus Aurea risplende con Raffaello

La Domus Aurea risplende con Raffaello

Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche

Parco colle Oppio, Via Serapide - rinviata a data da destinarsi

Raffaello Domus Aurea Laooconte
Georges Chedanne, Il Laocoonte nella Domus Aurea, Rouen, Musée des Beaux-Arts © DeAgostini Picture Library/Scala, Firenze

L’INCONTRO

I primi decenni del 1500 Raffaello scopriva l’impervia cavità del Colle Oppio che conduceva direttamente nel maestoso palazzo imperiale voluto da Nerone e realizzato tra il 65 e il 68 d.C., la Domus Aurea.

Già nel 1480 Pinturicchio e Filippino Lippi fecero strada a Raffaello nella discesa verso le resta della Villa neroniana sino ad allora invisibile, sommersa dalla coltre delle vestigia del successore Traiano. La terra riempì tutto e nelle viscere del Colle Oppio scese l’oblio, ma proprio la sabbia ha permesso la conservazione di tali reperti.

L’ignoto e l’oscurità di quegli ambienti lasciarono spazio a stupore e meraviglia alla vista delle decorazioni pittoriche parietali. La minuzia decorativa conservata nelle grotte venne approfondita negli studi di Raffaello, nel secondo decennio del Cinquecento, che ne interpretò gli stilemi e la composizione, forte delle sue competenze antiquarie. Solo successivamente queste sequenze di forme vegetali e animali presero il nome di “grottesche” e tornarono in voga nel Rinascimento.

L’INTERVENTO

Dall’accesso su via Serapide, attraversando la Galleria III, si inizia la discesa nelle viscere del Colle Oppio sino ad immergersi nella maestosità dell’Aula Ottagona. La progettazione dell'intervento, voluto dalla direttrice del Parco archeologico del Colosseo, Alfonsina Russo, è stato assegnato allo studio “Stefano Boeri Architetti”. Il professor Stefano Boeri - insieme al suo studio - è noto ai più per l'ideazione del Bosco Verticale a Milano, ma con le sue attività è ormai parte della storia dell'architettura.

Una passerella autoportante in lamiera d’acciaio nera si snoda leggera muovendosi tra le murature originarie e rievocando l’eleganza antica con un fine rivestimento in resina di tonalità bianca.

Si arriva accompagnati così, e da un progressivo attenuarsi dell’intensità della luce artificiale, nella sala Ottagona, come condotti nella discesa da leggerezza e minimalismo hi-tech.

L’ESITO O L’EFFETTO

Questa era il nucleo del settore orientale della Domus Aurea, arricchita come il resto del complesso, dalla preziosità dei materiali e resa leggendaria per la progettazione di un meccanismo unico e irrepetibile di rotazione del soffitto. Questo, costituito da lussuose lastre d’avorio mobili, destava meraviglia con un gioco di luci e una delicata caduta di petali, inebriando tutto lo spazio con essenze: un’esperienza magica assimilabile solo alla potenza di un Dio.

Questa sala intrisa di sapienza costruttiva e effetti immaginifici ospita non a caso la retrospettiva su Raffaello, e le fanno da cornice le cinque sale radiali con installazioni multimediali, dove verranno approfonditi la scoperta e lo studio delle grottesche. Inoltre saranno le opere del pittore urbinate ispirate proprio agli studi effettuati nella Domus.

Al centro della sala sarà visibile l’Atlante Farnese (prestito del Mann di Napoli) le cui costellazioni, raffigurate sul globo del titano, saranno riprodotte sulla volta, rievocando la rotazione dell’antica sala, come omaggio alla volontà di Nerone.

L’allestimento curato da Vincenzo Farinella, Alessandro D’Alessio e Stefano Borghini con la produzione di Electa, si avvale della maestria tecnologica dello studio di Interaction e Exhibit Design Dotdotdot.

Come indicato sul sito di Electa Mondadori, "nel rispetto delle misure precauzionali disposte dal Consiglio dei Ministri e dalle autorità competenti, a salvaguardia della salute e per un'esperienza gratificante di visita, le mostre Electa con apertura prevista nei mesi di marzo e aprile saranno posticipate a data da destinarsi."

Siamo tuttavia sicuri che quella che nel 1980 è stata definita patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, tornerà presto in auge con aperture quotidiane e con un nuovo percorso di visita.


Giulio Romano Experience: così Mantova ricorda il discepolo prediletto di Raffaello Sanzio

A quasi cinquecento anni dal suo arrivo a Mantova, nel lontano 1524 per volere del duca Federico II Gonzaga, Giulio Romano (Giulio Pippi de’ Jannuzzi, 1499 ca. – 1546) viene omaggiato dalla città che lo accolse negli ultimi vent’anni di vita. Allievo prediletto di Raffaello, urbanista e artista di corte, esponente dell’arte rinascimentale e manierista, ha costituito una figura di grande versatilità. Il pittore e architetto, romano di nascita e mantovano d’adozione, è attualmente oggetto di un programma di eventi e mostre avviato a settembre 2019 e terminante a giugno 2020.

Conclusasi la mostra trimestrale “Arte e Desiderio”, si è appena avviata l’esposizione multimediale “Giulio Romano Experience”: ideata da Punto Rec Studios e Visilab, consente di percepire direttamente l’esperienza artistica della sua bottega, toccandone i materiali adoperati, ascoltandone i suoni e avvertendone gli odori. La multimedialità interviene nel narrare la biografia del pittore/architetto attraverso varie tappe che fanno uso di schermi di realtà aumentata, visori di realtà virtuale, audio di prossimità e proiettori ad alta definizione, strumentazione finalizzata a ricreare l’atmosfera originaria della bottega e della corte in cui operava, una tra le più celebri del Rinascimento europeo. È perciò un itinerario espositivo insolito che esalta la maestria dell’artista ed il suo legame con la città di Mantova, luogo di adozione intermedio tra la natìa Roma e l’Europa.

Le sue opere riottengono così vita e volume attraverso la motion grafica di immagini rielaborate in post-produzione. Al centro di ciascuna sala sono inserite delle postazioni multimediali perfettamente integrate nell’ambiente, che illustrano aspetti insoliti e poco noti dell’operato di Romano, anche per i precedenti visitatori di Palazzo Te che ospita l’evento nelle sue sale monumentali. La scelta del sito non è casuale, in quanto l’edificio è stato realizzato proprio dall’artista per Federico II Gonzaga. Usufruendo della documentazione storica disponibile e delle innovative tecnologie applicabili ai beni culturali, si apprende la storia della struttura attraverso mappe tridimensionali che ne mostrano l’estetica e la planimetria originarie, antecedenti alle modifiche apportate dal tempo alla struttura e al paesaggio circostante.

La realtà virtuale è accostata ad effetti sonori che facilitano l’immersione spaziale, primo caso in eventi sui beni culturali; essa consente altresì di vedere il progetto originario dell’artista nello studio delle sue opere. Per esempio, la sala di Ovidio accoglie l’affresco di Palazzo Te rielaborato in un’immagine immersiva a 360° che ne mostra texture e pennellate, fornendo la sensazione di immersione nel paesaggio ventoso raffigurato. La camera dei Giganti riprende i disegni di Giove nell’atto di scagliare saette dall’Olimpo durante la caduta dei Giganti, immagini animate in post-produzione per immergersi pienamente nella scena.

Dunque, iniziando dalla descrizione della sua carriera si prosegue il percorso con l’analisi di Palazzo Te sino a giungere alla narrazione dell’impronta da lui lasciata su Mantova. Si susseguono, così, tre ambienti descrittivi differenti: uno tratta l’aspetto biografico con la formazione presso la bottega di Raffaello Sanzio (affiancato nelle sue maggiori commissioni), la fase mantovana con la realizzazione di opere di grande pregio sia in ambito pittorico che architettonico, e la successiva diffusione del suo stile nel contesto italiano ed europeo; l’altro esamina la location dell’evento, dallo stile innovativo benché caratterizzato da un’architettura di chiara ispirazione classica, associata ad elementi naturali e a rievocazioni archeologiche; l’ultimo illustra l’interconnessione tra Romano e la sua città d’adozione, visibile ad esempio negli affreschi dalle nuvolosità caratteristiche del mantovano. Qui egli ricevette importanti riconoscimenti, come le nomine di Prefetto delle fabbriche dei Gonzaga e di Superiore delle vie urbane, ossia sovrintendente di qualsiasi produzione artistica e architettonica di corte, adornando Mantova di decorazioni fastose e ingegnose che tutt’ora la caratterizzano.

Giulio Romano Experience

La mostra multimediale è inserita nel programma di eventi “Mantova: Città di Giulio Romano”, coinvolgente varie realtà culturali territoriali come la locale Camera di Commercio, della Fondazione Banca Agricola Mantovana, della Fondazione Comunità Mantovana Onlus. Organizzata in collaborazione con Electa Editore, è esito della promozione attuata proprio da Fondazione Palazzo Te e dal Comune di Mantova. Il programma espositivo e culturale “Giulio Romano è Palazzo Te”, di cui fa parte la suddetta mostra, è realizzato anche col contributo della Regione Lombardia, della Fondazione Cariverona e della Banca Monte dei Paschi di Siena. A supporto del progetto vi sono anche gli Amici di Palazzo Te e dei Musei Mantovani, gli sponsor Aermec, Smeg Agroittica Lombarda e infine Trenitalia come travel partner.

Giulio Romano Experience

Un’ampia organizzazione a supporto di un progetto che propone un modo diverso e completo di ammirare una figura ingegnosa che ha segnato la città di Mantova. Un ravvicinato approccio all’arte che sarà disponibile sino al prossimo 30 giugno.

Giulio Romano Experience

Giorni e orari di apertura: lunedì 13.00 – 19.30, da martedì a domenica 09:00 – 19:30 (ora legale). Lunedì 13.00 – 18.30, da martedì a domenica 09:00 – 18:30 (ora solare).

Biglietto d’ingresso: 12 euro (intero), 9 euro (ridotto).

Per informazioni e prenotazioni: +39 0376 1979020; www.giulioromanomantova.it ; www.fondazionepalazzote.it ; www.electa.it

 

Foto Ufficio Stampa Mondadori Electa


Il mondo degli Etruschi si racconta in un viaggio nelle terre dei Rasna

Una grande mostra sugli Etruschi e il loro mondo era necessaria a distanza di 20 anni dalle grandi mostre di Bologna e Venezia. L’occasione è imperdibile e il Museo Civico Archeologico di Bologna presenta un ambizioso progetto scientifico dedicato esclusivamente a questa grande civiltà attraverso un’ampia esposizione di circa 1400 oggetti della cultura materiale provenienti da 60 musei ed enti internazionali ed italiani. “Etruschi. Viaggio nella terra dei Rasna” si presenta come un viaggio lungo secoli attraverso la geografia dei luoghi dove questa civiltà ha trovato terra fertile e che comprende territori che vanno al di là della Etruria nota, con una conoscenza approfondita della cosiddetta Etruria padana e campana, degli esiti di insediamenti, urbanizzazione e gestione economica e sociale con modelli differenti nello spazio e nel tempo ma tutti rigorosamente identificativi nella sola cultura “etrusca”.

Bologna - 06/12/2019 - preview della mostra "Etruschi - Viaggio nelle Terre dei Rasna" organizzata da Electa al Museo di Civico Archeologico di Bologna (Roberto Serra / Iguana / Electa)

Un viaggio quindi quello che guiderà il visitatore in questa dimensione metaforica di conoscenza dalle nebbiose pianure del Po fino alla calda terra Vesuviana, attraverso bronzi, buccheri, iscrizioni, strade e corsi fluviali che percorreranno paesaggi appenninici e mari. Proprio per chi non è addentro all’affascinante mondo etrusco è stato pensato un primo approccio nella sezione iniziale del percorso espositivo così da preparare il visitatore ai lineamenti principali della cultura e della storia di questo popolo attraverso il racconto di contesti archeologici e di oggetti del quotidiano fortemente identificativi. Così il viaggio potrà proseguire con una certa intelligenza e sapere iniziale verso le altre sezioni dove ci si immergerà nelle terre dei Rasna, come gli Etruschi chiamavano se stessi.

Bologna - 06/12/2019 - preview della mostra "Etruschi - Viaggio nelle Terre dei Rasna" organizzata da Electa al Museo di Civico Archeologico di Bologna (Roberto Serra / Iguana / Electa)

Era da anni che mancava un tentativo così ampio e ambizioso di mostrare le ultime ricerche e ritrovamenti così anche di far uscire dai depositi dei veri e propri gioielli nascosti. Una scommessa che non era facile da costruire soprattutto per la creazione di un filo conduttore che unisse realtà diverse sparse dal centro Italia alla Campania con peculiarità diverse ed evoluzioni non sempre lineari, un racconto che potesse attrarre allo stesso tempo esperti e non in un viaggio chiaro, avvincente e aggiornato.

Bologna - 06/12/2019 - preview della mostra "Etruschi - Viaggio nelle Terre dei Rasna" organizzata da Electa al Museo di Civico Archeologico di Bologna (Roberto Serra / Iguana / Electa)

Le tre sezioni della mostra ricalcano con fedeltà il processo che ha portato i curatori a creare questa grande esposizione. La curiosità antiquaria  da cui a partire dal Seicento e dalla Firenze di Cosimo de’Medici hanno preso le mosse tanti viaggi in Etruria e una linea del tempo ricostruita attraverso materiali archeologici noti in quanto a differenza del mondo greco e romano le fonti scritte per la storia degli Etruschi sono fugaci e comunque indirette, senza tralasciare un vasto quadro dello sviluppo sociopolitico del popolo etrusco nelle sue connessioni con la storia della penisola italica e di tutto il Mediterraneo.

Bologna - 06/12/2019 - preview della mostra "Etruschi - Viaggio nelle Terre dei Rasna" organizzata da Electa al Museo di Civico Archeologico di Bologna (Roberto Serra / Iguana / Electa)

Così le vetrine e le vedute romantiche cedono il posto ad un allestimento coerente e ben studiato e scandiscono con dovizia le fasi principali del tempo degli Etruschi: le origini (IX secolo a.C.), l’alba della città (fine IX – terzo quarto dell’VIII secolo a.C.); il potere dei principi (ultimo quarto dell’VIII-inizi del VI secolo a.C.); una storia di città (VI-V secolo a.C.) e la fine del mondo etrusco (IV – I secolo a.C.).

Bologna - 06/12/2019 - preview della mostra "Etruschi - Viaggio nelle Terre dei Rasna" organizzata da Electa al Museo di Civico Archeologico di Bologna (Roberto Serra / Iguana / Electa)

Particolare attenzione nell’ultima e più consistente parte della mostra è dedicata alle ultime scoperte archeologiche messe ben in vista attraverso il racconto delle città di Tarquinia, Veio, Cerveteri, Pyrgi e Vulci, qui denominate come Etruria Meridionale. È un’occasione imperdibile per ammirare i nuovi rinvenimenti come la tomba della sacerdotessa di Tarquinia, i materiali votivi del Santuario – emporio di Pyrgi, la tomba dello scarabeo dorato di Vulci e la maschera visiera di uomo barbato sempre proveniente da questa città.

Bologna - 06/12/2019 - preview della mostra "Etruschi - Viaggio nelle Terre dei Rasna" organizzata da Electa al Museo di Civico Archeologico di Bologna (Roberto Serra / Iguana / Electa)

L’Etruria campana offre corredi funerari principeschi come quello della tomba femminile 74 da Monte Vetrano (Salerno) mentre quella “Interna” ci mostra una delle scoperte archeologiche più importanti degli ultimi anni: il fanum Voltumnae, santuario federale di tutti gli Etruschi fino ad ora ricordato solo dalle fonti letterarie e oggi realtà anche archeologica. Per l’Etruria cosiddetta “settentrionale” è invece da Populonia che provengono alcune delle novità più interessanti della mostra come l’importante sepoltura bisoma di bambini in pithos, databile al IX secolo a.C., o il deposito delle armi rinvenuto sulla spiaggia di Baratti (V-IV secolo a.C.).

Bologna - 06/12/2019 - preview della mostra "Etruschi - Viaggio nelle Terre dei Rasna" organizzata da Electa al Museo di Civico Archeologico di Bologna (Roberto Serra / Iguana / Electa)

Novità affascinanti infine anche dall’Etruria padana, ampio territorio che a partire da Verucchio, terra dei signori dell’ambra, giunge fino a Marzabotto e al mare adriatico con Spina e Adria, passando per Felsina, la Bologna etrusca che le fonti chiamano Princeps Etruriae, per sottolinearne l’importanza e la nascita antichissima. Proprio da Bologna arriva un rinvenimento eccezionale, quello della tomba 142 della necropoli di via Belle Arti con un corredo di suppellettili in legno la cui conservazione rappresenta una novità e una eccezionale rarità nel panorama archeologico felsineo.

Bologna - 06/12/2019 - preview della mostra "Etruschi - Viaggio nelle Terre dei Rasna" organizzata da Electa al Museo di Civico Archeologico di Bologna (Roberto Serra / Iguana / Electa)

Etruschi. Viaggio nella terra dei Rasna è una mostra promossa e progettata da Istituzione Bologna Musei / Museo Civico Archeologico, in collaborazione con la Cattedra di Etruscologia e Antichità italiche dell’Università di Bologna, realizzata da Electa e posta sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana.

Bologna - 06/12/2019 - preview della mostra "Etruschi - Viaggio nelle Terre dei Rasna" organizzata da Electa al Museo di Civico Archeologico di Bologna (Roberto Serra / Iguana / Electa)

Il progetto scientifico è a cura di Laura Bentini, Anna Dore, Paola Giovetti, Federica Guidi, Marinella Marchesi, Laura Minarini (Istituzione Bologna Musei / Museo Civico Archeologico), Elisabetta Govi, Giuseppe Sassatelli (Cattedra di Etruscologia e Antichità Italiche Alma Mater Studiorum Università di Bologna). Il progetto di allestimento è curato da Paolo Capponcelli, PANSTUDIO architetti associati.

Bologna - 06/12/2019 - preview della mostra "Etruschi - Viaggio nelle Terre dei Rasna" organizzata da Electa al Museo di Civico Archeologico di Bologna (Roberto Serra / Iguana / Electa)

Grazie alla collaborazione con ASTER srl Archeologia Storia e Territorio è disponibile una vasta offerta didattica per le scuole di ogni ordine e grado e per il pubblico adulto. Accompagna la mostra anche un ampio catalogo edito da Electa con saggi introduttivi di Giuseppe Sassatelli, Vincenzo Bellelli, Roberto Macellari, Marco Rendeli, Alain Schnapp e Giuseppe Maria Della Fina. All’interno del catalogo ampi saggi sono dedicati alle singole sezioni della mostra con approfondimenti sui musei etruschi italiani corredati da un importante apparato di schede dedicate alle singole opere in mostra.

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La prima grande mostra della collezione dei marmi Torlonia a Roma nel 2020

Dal 25 marzo 2020 al 10 gennaio 2021 novantasei marmi della collezione Torlonia saranno visibili al pubblico in una grande mostra a Roma, nella nuova sede espositiva dei Musei Capitolini a Palazzo Caffarelli di Roma Capitale.
L’esposizione “The Torlonia Marbles. Collecting Masterpieces” segna il primo passo dell’accordo siglato il 15 marzo 2016 tra il Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo e la Fondazione Torlonia, ed è il risultato dell’intesa istituzionale sottoscritta dalla Direzione Generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio e dalla Soprintendenza Speciale di Roma con la stessa Fondazione Torlonia.
Il progetto scientifico di valorizzazione della collezione è stato affidato a Salvatore Settis che cura la mostra con Carlo Gasparri, archeologi e accademici dei Lincei, e con l’organizzazione di Electa, anche editore del catalogo. Le sculture esposte in mostra sono restaurate grazie al contributo di Bvlgari.
Sarà questa l’occasione per inaugurare la nuova prestigiosa sede espositiva di Roma Capitale dei Musei Capitolini a Palazzo Caffarelli. La scelta della sede è stata dettata dal proposito di incentrare il percorso espositivo sulla storia del collezionismo: un aspetto sotto il quale la vicenda del Museo Torlonia alla Lungara (fondato dal principe Alessandro Torlonia nel 1875), che conta 620 pezzi catalogati, appare di eccezionale rilevanza.
Questa raccolta è infatti l’esito di una lunga serie di acquisizioni e di alcuni significativi spostamenti di sculture fra le varie residenze della famiglia.
Si può anzi dire che i marmi Torlonia costituiscono una collezione di collezioni o, meglio, uno spaccato altamente rappresentativo e privilegiato della storia del collezionismo di antichità in Roma dal XV al XIX secolo. Le sculture in mostra non sono solo insigni esempi di scultura antica (busti, rilievi, statue, sarcofagi ed elementi decorativi), ma anche il riflesso di un processo culturale -gli inizi del collezionismo di antichità e il passaggio dalla collezione al Museo- di fondamentale importanza: un processo in cui Roma e l’Italia hanno avuto un primato incontestabile. Perciò la mostra ripercorre il formarsi della raccolta Torlonia, e l’ultima delle sue cinque sezioni si legherà in modo eloquente all’adiacente esedra dei bronzi e del Marco Aurelio nei Musei Capitolini, evidenziando il nesso fra gli inizi del collezionismo privato di antichità e il significato della donazione dei bronzi del Laterano al Comune da parte di Sisto IV nel 1471.
Il progetto di allestimento della mostra sulla collezione Torlonia, nei rinnovati ambienti del nuovo spazio dei Musei Capitolini a Palazzo Caffarelli, tornati alla vita grazie all’impegno e al progetto della Sovrintendenza di Roma Capitale, è di David Chipperfield Architects Milano.
L’appuntamento di marzo 2020 è la prima tappa di un tour espositivo – e sono in corso accordi con importanti musei internazionali – che si concluderà con l’individuazione di una sede espositiva permanente per l’apertura di un nuovo Museo Torlonia.

Kronos e Kairos: il tempo al centro di una mostra al Palatino

Il tempo come flusso sequenziale e il tempo come attimo, momento propizio in cui avviene un determinato evento. Ecco il tema cardine della mostra che ci attende in questi giorni a Roma, che affronta attraverso l’arte contemporanea le sue diverse ma complementari sfaccettature: Kronos* e Kairos, la scorrevolezza e l’occasione, l’aspetto quantitativo e quello qualitativo dell’antico concetto di tempo.

Gli antichi Greci infatti suddividevano il concetto temporale in tre termini: oltre ai già citati Kronos e Kairos caratterizzanti il mondo degli uomini, vi era il trascendente Aion, tempo assoluto ed eterno sovente associato al Cosmo. Peculiari ed interessanti le iconografie cui ricorrevano per raffigurarli: Kronos mediante un potente titano che divora i suoi figli per mantenere il proprio potere; Kairos, figurativamente meno frequente, mediante un giovane dai piedi alati, un rasoio ed il capo rasato ad eccezione di un ciuffo che va afferrato mentre passa rapido. Il pensiero di allora associava Kronos alla divinità divoratrice poiché il tempo cronologico cancella ciò che crea (azioni meccaniche destinate a svanire), a differenza dei singoli attimi di illuminazione che si distinguono per la loro eccezionalità e vanno pertanto colti al volo.

In questo contesto l’arte contemporanea rientra nel Kairos, in quanto comporta una rottura tra presente e passato i cui sviluppi appartengono ad una dimensione “kairologica”, a differenza delle condizioni artistiche che solitamente vengono inquadrate cronologicamente. L’opera d’arte fa sì che l’artista condivida il momento creativo, il Kairos che proietta verso un tempo migliore gli atti creativi che esulano dagli schemi comuni. L’arte è dunque elemento cardine dell’evoluzione dal tempo quantitativo a quello qualitativo, poiché allontanando la bellezza dal distruttivo Kronos la rende eterna in Kairos.

Ecco la riflessione che sta alla base del progetto espositivo organizzato da Electa e curato da Lorenzo Benedetti, il quale ha coinvolto quindici artisti nostrani ed esteri che hanno ideato o riadattato le loro opere al luogo che le accoglie, il Palatino, fonte di riflessione sul rapporto tra passato e presente. Viene infatti ipotizzato un dialogo tra l’attuale ed il patrimonio storico, dialogo che restituisce continuità al Parco Archeologico del Colosseo, che la promuove. La direttrice Alfonsina Russo parla a tal proposito di interventi site-specific che congiungono archeologia e creatività, maestria arcaica ed estro contemporaneo.

Esito del coordinamento scientifico della Direzione Generale Arte e Architettura contemporanee e Periferie urbane, l’esposizione si fonda dunque su quindici opere audiovisive e installazioni che si inseriscono perfettamente nelle diverse aree dell’antica location: le imponenti e complesse Arcate Severiane dalle antiche funzioni polivalenti; lo Stadio Palatino dalla forma simile ad un ippodromo originariamente dedicato alle attività di svago; la Domus Augustana che era luogo di rappresentanza per udienze; e la Sala dei Capitelli, un tempo avente la funzione di antiquario e così denominata poiché contenente numerosi capitelli ben conservati.

Di seguito una breve descrizione delle opere incluse nella mostra “Kronos e Kairos. I tempi dell’arte contemporanea” e descritte nell’omonimo catalogo.

Nina Beier, Beast, 2018 ©ph_studiozabalik
Catherine Biocca, Hey Kiddo!, 2019 ©ph_studiozabalik
Kronos e Kairos
Fabrizio Cotognini, Four Beasts in One, 2019 ©ph_studiozabalik

Beast” (2018), dell’artista danese Nina Beier, riproduce l’opposizione alla dominazione umana attraverso due tori meccanici che attuano un ripetitivo movimento di resistenza. L’istallazione audio di Catherine Biocca, “Hey Kiddo!” (2019), si fonda invece su stampe PVC, colonne, griglie e speaker per rievocare l’epistolario incompleto di Seneca all’allievo Lucillo (65 d.C.). “Four Beats in One” (2019) di Fabrizio Cotognini raffigura il cigno antropomorfo Grillomostro, figura mitologica che ritratta nell’istante della morte vuol interrogare sulla contemporaneità; esito di un assemblaggio di più materiali (marmo, resina, ottone, rame e fegato di zolfo), diviene emblema di uno specifico momento storico, quello attuale destinato a divenire storia.

Kronos e Kairos
Dario D’Aronco, Composizione con voce (Hirayama), 2019 ©ph_studiozabalik

Composizione con voce” (2019) è un’opera di Dario D’Aronco fondata su un tatami, tipico pavimento giapponese con moduli rettangolari, sul quale vengono posizionate sculture che sembrano una pioggia di ricordi unti di una pittura vischiosa, mentre in sottofondo si ode una canzone di Michiko Hirayama. Antecedente è l’installazione “The Stand-In” (2011) dell’artista Rä Di Martino, fondata su dieci proiettori che mostrano aree del deserto nordafricano utilizzate come set cinematografici e divenute poi rovine abbandonate.

Jimmie Durham, Stone Foundation, 2019 ©ph_studiozabalik

Stone Foundation” (2019), dello statunitense Jimmie Durham, è un’opera site-specific che dialoga con l’ambiente circostante, un assemblaggio le cui parti espongono la rapida obsolescenza tecnologica in una sorta di mitologia industriale che illustra gli effetti del tempo e la sua relatività. “Krewne” (2010), scultura in acciaio ideata per la II Wola Biennale di Varsavia dall’inglese Kasia Fudakowski, è costituita da cancelli ritraenti volti astratti che da chiusi si fronteggiano e solo da aperti si “vedono”, illustrando la limpida evidenza tipica del senno di poi.

Giuseppe Gabellone, Senza titolo, 2018 ©ph_studiozabalik
Hans Josephsohn, Untitled (Mirjam), 1953 ©ph_studiozabalik

Giuseppe Gabellone ci propone “Senza titolo” (2018), una struttura in metallo con assi e luci dalle sagome antropomorfe, le cui braccia sembrano voler ampliare lo spazio e sfidare la luce naturale esterna, risultando industriale e poetica al tempo stesso. Hans Josphsohn coi suoi molteplici “Untitled” incentra l’arte sulla forma umana, con figure intere o smezzate poste in varie posizioni e relazionate l’una all’altra.

Kronos e Kairos
Oliver Laric, Hundemensch, 2018 ©ph_studiozabalik
Cristina Lucas, PANTONE -500 +2007, 2007 ©ph_studiozabalik

Con l’opera in poliuretano “Hundermensch” (2018) l’austriaco Oliver Laric vuol far riflettere sul concetto di metamorfosi, di effetti del tempo, di dinamiche tra vita umana e non umana, adoperando lo strumento tecnologico in relazione alla scultura classica. Attraverso l’installazione “Pantone – 500 +2007” (2007) la spagnola Cristina Lucas compara l’astrazione del pantone (sistema internazionale di riferimento per grafica e stampa che relaziona colori e numeri) con quello della mappa del mondo che associa colori e paesi.

Matt Mullican, Untitled (subject, world framed, elements), 2019 ©ph_studiozabalik
Hans Op de Beeck, Blossom Tree (Bronze), 2018 (dettaglio) ©ph_studiozabalik

Untitled” (2019), ideata dallo statunitense Matt Mullican appositamente per la mostra, coniuga storia, geografia e diversità culturali attraverso pittogrammi colorati con cui l’artista realizza tre bandiere nel tentativo di descrivere la relazione tra uomo ed universo. “Blossom Tree” (2018) del belga Hans Op de Beek è invece un albero bronzeo dallo stile nipponico, caratterizzato da particolari effetti visivi con raffigurazioni di sagome umane, oggetti, edifici e panorami usuali ma riprodotti in maniera tacita e distaccata.

Giovanni Ozzola, 3000 BCE – 2000 Il cammino verso se stessi, 2012 ©ph_studiozabalik
Kronos e Kairos
Fernando Sànchez Castillo, Hojarasca (Leaf Litter), 2019 ©ph_studiozabalik

Giovanni Ozzola ha realizzato “3000 B.C.E – 2000 (Il cammino verso se stessi)” (2012) con 98 incisioni su ardesia formanti sulla parete un’ampia immagine del mondo con le rotte dei più celebri esploratori, producendo un effetto poetico da lui definito “stimmung”. Infine, l’opera “Hojarasca” (2019) dello spagnolo Fernando Sánchez Castillo vuol analizzare le diverse forme di potere basandosi su oggetti quotidiani tramutati in sculture in bonzo resi peculiari da una specifica patina.

Come si evince da questa rapida descrizione, numerosi sono gli spunti riflessivi originati dalle suddette creazioni artistiche. Inoltre, dal 1° settembre al 3 novembre, giorno di chiusura della mostra, verrà attuato un progetto formativo di mediazione culturale didattica che coinvolgerà nell’interazione coi visitatori gli studenti di Storia dell’arte dell’Università La Sapienza: forniranno chiarimenti e ausilio nella fruizione attiva delle opere.

Orari di apertura: 10,00 – 17,00 (dal 19 luglio al 30 settembre), 9,00 – 16,00 (dal 1° ottobre al 3 novembre).

Per informazioni sulla mostra “Kronos e Kairos. I tempi dell’arte contemporanea”: www.parcocolosseo.it

Kronos e Kairos* in realtà con la traslitterazione Kronos (Κρόνος) si intende solitamente il padre di Zeus, divinità pre-olimpica; con la traslitterazione Chronos (Χρόνος) si indica invece il dio del tempo. Le due figure furono equate già almeno in Plutarco (insieme a Saturno, nelle Questioni romane 12, 266 E), ma non si può escludere che questa equivalenza fosse pure precedente. In italiano entrambe le figure si rendono spesso col nome Crono. Nota a cura di Giuseppe Fraccalvieri.