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Di proprio pugno: scrittori, scriventi e autografi

SCRIPTA MANENT VIII

Di proprio pugno:

scrittori, scriventi e autografi

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Le celebrazioni per il Dantedì costituiscono una ghiotta occasione per ricordare, se mai cene fosse bisogno, di quanto la Commedia dantesca sia tra i testi più rappresentativi della letteratura italiana: sin dagli inizi del secolo XIV essa ha conosciuto un successo straordinario e una diffusione senza precedenti; tuttavia di quest'opera non rimane alcun manoscritto autografo, e in generale non esistono documenti riconducibili alla mano del suo autore. Il fantomatico autografo di Dante è infatti croce e delizia per qualunque filologo: molti sono stati, nel corso degli anni, gli “avvistamenti” e i possibili ritrovamenti, tutti categoricamente smentiti poco dopo. A cosa è dovuta questa lacuna? E come mai, anche a settecento anni dalla morte di Dante, sarebbe così importante ricercare e possibilmente trovare un suo autografo? Per dare risposta a queste due domande è necessario comprendere appieno il valore degli autografi.

Dante, affresco (1499-1502) ad opera di Luca Signorelli, particolare tratto dalle Storie degli ultimi giorni, cappella di San Brizio, Duomo di Orvieto. Foto di Georges Jansoone (JoJan), CC BY-SA 3.0

Il rinvenimento di qualsiasi autografo è salutato dalla comunità scientifica come un evento eccezionale: dal punto di vista filologico, si presuppone che un testo vergato dalla mano del suo stesso autore sia il più vicino in assoluto alla sua concezione originale; paleografi e grafologi possono inoltre trarre preziose conclusioni sul suo grado di alfabetizzazione e sulle sue capacità grafiche. Tuttavia un tale ritrovamento avviene molto raramente, specie se si tratta di autori vissuti in epoche molto lontane dalla nostra: più passa il tempo, più cresce la possibilità che il supporto grafico si deteriori o venga distrutto. La distanza cronologica, tuttavia, non è che una delle molte concause che portano alla perdita di un autografo; esiste inoltre la possibilità che l'autografo vero e proprio di un testo non sia mai esistito.

La trascrizione di un'opera è infatti una pratica relativamente recente rispetto alla letteratura stessa; molte opere sono state tramandate oralmente per secoli, finendo poi trascritte solo quando il loro autore era morto da un pezzo; in altri casi chi ha concepito l'opera non possedeva le capacità per scriverla, e ha dovuto dunque dettarla. Bisogna pertanto operare una netta distinzione tra scrittore e scrivente: col primo termine si indica la persona che idea un'opera e ne detiene la proprietà intellettuale; col secondo chi invece possiede le competenze tecniche necessarie a trascriverla. Sebbene nella maggior parte dei casi questi due termini possano essere sovrapposti, non sono rari i casi in cui si tratta di due (o più) persone differenti.

Il più antico (forse): il Papiro di Cornelio Gallo

Per i motivi sopra esposti, è praticamente impossibile verificare se, tra tutti i manoscritti risalenti all'epoca classica a noi pervenuti, almeno uno sia stato scritto di proprio pugno dall'autore del testo ivi contenuto. Esiste tuttavia un clamoroso caso che potrebbe rappresentare un unicum in tal senso: il cosiddetto Papiro di Cornelio Gallo.

Qasr Ibrim (2008). Foto Flickr di rivertay, CC BY 2.0

Si tratta di un unico foglio di papiro ritrovato nel 1978 nella città egiziana di Qasr Ibrim, nel contesto di un'antica discarica rivelatasi un preziosissimo giacimento archeologico. Il papiro, strappato in quattro parti ma perfettamente ricomponibile, contiene pochi versi elegiaci attribuiti a Gaio Cornelio Gallo, poeta romano vissuto nel secolo I a.C. facente parte del circolo virgiliano. Gallo, che apparteneva all'ordine equestre, viene spesso citato nelle opere di altri autori; tuttavia della sua produzione non ci rimangono che esigui frammenti: caduto in disgrazia presso Ottaviano Augusto, egli subì la damnatio memoriae, comprendente la distruzione di tutti i suoi testi.

All'epoca della sua scoperta il papiro eponimo sollevò contemporaneamente entusiasmo e scetticismo: da un lato c'era chi lo considerava un palese falso; dall'altro chi in esso vedeva, se non un vero autografo, quantomeno un esemplare scritto per volontà e secondo le direttive dello stesso Gallo (idiografo). Queste ipotesi non erano certo prive di riscontro: prima della sua caduta, Gallo era stato denominato prefetto di Alessandria d'Egitto, ed era stato il promotore della costruzione del forte di Primis attorno a cui si sarebbe poi sviluppata l'attuale Qasr Ibrim. Il papiro stesso sembra ricondurre alla sua vicenda: le poche righe che esso riporta si aprono con un'invocazione a Ottaviano, che sa tanto di captatio benevolentiae; perfino il fatto che il foglio fosse strappato sembra rimandare al preciso intento di distruggere i suoi scritti. Tra gli elementi a discredito di questa tesi c'era invece la scrittura adoperata per vergare i componimenti, una capitale elegante troppo ben formata per essere coeva a Gallo e comunque utilizzata esclusivamente in ambito librario, non nell'uso comune.

Questi diatriba è perdurata per quasi trent'anni, durante i quali il papiro è stato esposto nel museo archeologico di Alessandria d'Egitto e non è stato consentito farne oggetto di studio; solo nel 2003 è stata condotta un'indagine autoptica che ha stabilito fuori da ogni dubbio l'autenticità dei materiali e la loro datazione all'epoca di Gallo; i paleografi hanno inoltre verificato che all'interno del testo ci sono alcuni errori e incertezze che dimostrerebbero il carattere privato del papiro. Già un decennio prima Guglielmo Cavallo aveva inoltre dimostrato che la capitale elegante era sì una scrittura d'uso quasi esclusivamente librario, ma che essa era anche la scrittura prediletta per l'insegnamento scolastico avanzato, appannaggio degli esponenti dell'aristocrazia di cui lo stesso Gallo faceva parte.

Non potremo mai sapere se il Papiro di Cornelio Gallo sia effettivamente un suo autografo; in ogni caso esso rimane un'importante testimonianza della sua produzione poetica andata in gran parte perduta e ci fornisce l'opportunità di riconsiderare alcuni aspetti della vita dell'autore: esattamente ciò che accade con un autografo conclamato.

Scrittori e scriventi nel Medioevo

Risalgono al VI secolo d.C. i più antichi autografi quasi certamente autentici, appartenenti a Cassiodoro di Vivarium; siamo inoltre in possesso di alcuni documenti del secolo IX controfirmati da Carlo Magno, anche se l'autografia è stata messa in discussione e non è ben chiaro se l'imperatore fosse davvero in grado di scrivere o se vergasse il suo monogramma per mezzo di un normografo. Le testimonianze autografe più numerose e attendibili datano invece a un periodo compreso tra '200 e '300.

Questa precisazione sembrerebbe quasi pleonastica, in quanto nell'ideale comune la letteratura altomedievale viene ritenuta scarsa o addirittura nulla; in realtà abbiamo notizia di una fiorente produzione di testi, quasi tutti riconducibili agli ambienti monacali: è a questo periodo che vanno ascritti i grandi autori delle historiae barbariche, come Paolo Diacono, Beda il Venerabile e Eginardo; tra VI e X secolo furono scritte poi le importantissime opere di Egeria Pellegrina, Rosvita di Gandersheim e Letaldo di Micy, di carattere agiografico e pedagogico. La tradizione di queste opere è molto complessa ed esse ci sono pervenute esclusivamente per mezzo di copie più tarde, così come le notizie sui loro autori, dei quali non ci rimane alcun autografo a parte sporadiche eccezioni: un manoscritto della Historia Francorum di Rodolfo il Glabro, conservato nella Bibliothéque Nationale di Parigi (Paris. Lat. 10912) è considerato parzialmente autografo.

Al momento mancano studi autorevoli che spieghino questa mancanza, ma possono essere fatte delle ipotesi: nell'Alto Medioevo la produzione libraria era circoscritta agli scriptoria monastici, tutt'al più ai rarissimi centri scrittori laici cittadini; nell'uno e nell'altro caso la realizzazione dei manoscritti avveniva per copia o per dettatura, ed entrambe le modalità richiedevano un antigrafo, un esemplare del testo ben leggibile e comprensibile. Va da sé che la minuta prodotta dall'autore fosse poco indicata ad essere usata come antigrafo, poiché trascritta con una grafia d'uso comune e difficilmente leggibile: occorre ricordare che la competenza grafica dei copisti spesso si riduceva alla sola scrittura libraria, e non sempre essi sapevano comprendere quelle d'uso privato. Tra i secoli XII e XIII si verificarono tuttavia due fenomeni che giustificano l'incremento delle testimonianze autografe: la proliferazione dei Santi scriventi e la ripresa degli studi universitari.

Benedizione a frate Leone, autografa. Foto di Ricardo André Frantz, CC BY 3.0

Nel 1200 le vicende di Francesco d'Assisi e Domenico di Guzman sancirono una profonda trasformazione nel monachesimo: i frati abbandonano la clausura per diventare predicatori, e ciò comporta la fioritura di testi teologici volta a rendere la dottrina più facilmente assimilabile. I santi fondatori e i loro successori si trovano così a essere scrittori dei nuovi testi; in alcuni casi essi sono anche scriventi e ci sono pervenuti alcuni documenti scritti di loro pugno. Di San Francesco rimangono tre scritti autografi conservati tra Assisi e Spoleto, la cui veridicità è tuttavia messa in discussione poiché essi sono vergati con una grafia libraria fin troppo sicura, a differenza del taccuino d'appunti di Tommaso d'Aquino conservato nella Biblioteca Nazionale di Napoli: in questo caso si riscontra una scrittura corsiva e incerta, di difficile interpretazione, del tutto rispondente alla necessità di una scrittura estemporanea.

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Plut. Florentinus 34: Codice manoscritto (sec. X/XI) di origine francese con scolii autografi del Petrarca. Foto di Mariano Rizzo

In contemporanea a queste vicende, la nascita delle università comportò un massiccio rifiorire degli studi e la possibilità per i letterati di entrare in possesso non solo di una gran quantità di sapere, ma anche delle competenze grafiche necessarie a trascrivere le loro opere. Siamo infatti in possesso di una straordinaria quantità di autografi di Francesco Petrarca, sia in forma di sue opere (esiste un manoscritto del Canzoniere quasi interamente vergato da lui) sia di glosse sui libri da lui studiati.

Il Decameron di Giovanni Boccaccio, codice Hamilton 90, 47v, immagine Staatsbibliothek zu Berlin, in pubblico dominio

Singolare è poi il caso di Giovanni Boccaccio: l'autore del Decameron era infatti un valido amanuense, regolarmente stipendiato per la copiatura di codici manoscritti. Ci è pervenuta una trentina di codici interamente trascritti dalla sua mano, e altrettanti parzialmente autografi, da lui solo glossati o di dubbia paternità. Questi testi sono importantissimi, poiché si ritiene che alcuni di essi siano stati realizzati dal Boccaccio... per sé stesso: è il caso di alcuni codici contenenti le opere del Petrarca o di Dante (è proprio Boccaccio a definire “divina” la Commedia) e perfino le sue stesse opere, trascritte non con la grafia corsiva degli appunti ma con una scrittura libraria definita e leggibile, come se l'autore volesse tenere per sé una bella edizione dei suoi stessi testi.

L'età moderna

Dal secolo XVI in poi la figura dell'intellettuale subisce profonde trasformazioni che riflettono in pieno i cambiamenti socioculturali, politici e tecnologici dell'Età Moderna: la maggior alfabetizzazione comporta genesi di una letteratura rivolta a un pubblico sempre più vasto, circostanza favorita dall'invenzione della stampa. Già sul finire del '400, inoltre, la necessità di far comunicare territori molto lontani tra loro ma pertinenti a uno stesso regno aveva fatto sì che i servizi postali divenissero più efficienti: la corrispondenza diventa insomma il mezzo di comunicazione prediletto.

Diventa pertanto necessaria, per un autore, la capacità di scrivere da sé le minute da mandare in stampa o le lettere per tenersi in contatto con editori e committenti; in altre parole, diventa imprescindibile che lo scrittore sia anche scrivente.

Questa progressiva evoluzione dell'intellettuale cinquecentesco è perfettamente testimoniata dalle missive autografe di Ludovico Ariosto, esposte presso la sua abitazione a Ferrara, e da un manoscritto della Gerusalemme Conquistata scritta di proprio pugno da Torquato Tasso, conservata nella Biblioteca Nazionale di Napoli: esemplari diversi tra loro per tipologia e finalità, ma accomunati dall'evidente sforzo di entrambi gli autori di scrivere in maniera chiara e comprensibile allo scopo di essere compresi dai loro referenti.

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Manoscritto autografo di Giacomo Leopardi contenente una prima stesura della lirica A Silvia (Biblioteca Nazionale di Napoli). Foto di Mariano Rizzo

Questi cambiamenti culmineranno con l'Illuminismo; dal Settecento in poi la letteratura non sarà più soggetta a committenza. Da questo momento in poi, l'autografo assumerà via via un carattere quasi esclusivamente privato, a uso e consumo dell'autore: lo vediamo, tra l'altro, in alcuni appunti di Giacomo Leopardi, conservati anch'essi presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, contenenti una prima versione della sua A Silvia. In casi come questo, gli autografi sono essenziali per risalire alle intenzioni originarie dell'autore e analizzare a ritroso il processo evolutivo del testo.

L'autografo di Dante: realtà o utopia?

Dopo questo rapido excursus nella storia degli autografi si può tornare alle domande poste in apertura d'articolo, dove ci si chiedeva perché mancano autografi di Dante e se sarà mai possibile trovarne.

Abbiamo potuto vedere che gli autografi più antichi risalgono a un secolo prima della sua epoca, e che anzi possediamo numerosi esemplari di autori a lui coevi; dando per scontato che, oltre a scrittore, egli fosse anche scrivente, in via teorica un suo autografo potrebbe dunque esistere. Tuttavia abbiamo anche constatato come le vicende personali e le contingenze storiche influiscano pesantemente sulla conservazione degli autografi: come Cornelio Gallo, Dante subì una feroce damnatio memoriae che cominciò addirittura quando lui era ancora in vita; è dunque possibile che una gran parte dei suoi autografi sia andata distrutta già all'epoca. Questa istanza sarebbe confermata dal fatto che nessuna fonte diretta o indiretta parli di manoscritti autografi delle opere letterarie di Dante; le uniche tracce sarebbero i famosi “tredici canti del Paradiso” rinvenuti da Jacopo Alighieri dopo la morte del padre e alcune lettere entrate in possesso di alcuni studiosi rinascimentali e umanisti (tra cui Boccaccio), che le studiarono e copiarono: eppure anch'esse sono andate perdute.

Tutto lascerebbe intendere che il sogno di trovare un autografo di Dante sia un'inutile utopia; eppure non è detto che ciò non si verifichi mai. Gli studi danteschi non sono mai cessati, né hanno mai conosciuto periodi di stasi: il Dantedì può essere di certo un punto di partenza (o ripartenza) ideale per questa appassionante ricerca.

autografi autografo di Dante Alighieri
Dante Alighieri, Divina Commedia. Immagine disponibile presso la Biblioteca Europea di Informazione e Cultura e in partnership con la Fondazione BEIC in pubblico dominio
Bibliografia 
"Autografo" in Le Muse, De Agostini 1964

AA. VV., «Di mano propria». Gli autografi dei letterati italiani. Atti del Convegno internazionale di Forlì, 24-27 novembre 2008, Salerno Editrice 2010

BARTOLI LANGELI A., Gli autografi di frate Francesco e di frate Leone, Autographa Medii Aevi 5, Assisi 2000

BERTELLI S., CAPPI D. (a c.), Dentro l’officina di Giovanni Boccaccio. Studi sugli autografi in volgare e su Boccaccio dantista (in Studi e Testi n°486), Biblioteca Apostolica Vaticana 2014

CAPASSO M., Il ritorno di Cornelio Gallo. Il papiro di Qasr Ibrim venticinque anni dopo, Graus 2003

GAGLIARDI P., Rassegna bibliografica sul Papiro di Cornelio Gallo (2004-2012), UniSalento 2013

"A Silvia (1828), Biblioteca digitale della Biblioteca Nazionale di Napoli, http://digitale.bnnonline.it/index.php?it/148/a-silvia-1828


La tradizione della letteratura greca: i resti di un naufragio

Semel emissum, volat irrevocabile verbum

                                                                (Hor., Ep. I 18, 71)

Le opere greche e latine a noi pervenute e le condizioni in cui sono state ritrovate sono il risultato di processi storici durati millenni e determinati dai più svariati fattori politici e culturali. Fino alla tarda antichità, il principale supporto scrittorio adoperato fu il papiro. Si tratta di una pianta palustre (Cyperus papyrus L.) che cresceva principalmente in Egitto, soprattutto nel Delta e nella regione del Fayum. Oggi la pianta, praticamente estinta nelle suddette zone, cresce lungo il corso superiore del Nilo, in Etiopia e Uganda. Il papiro è presente anche nel Siracusano, nell’area della fonte Aretusa e lungo il corso del fiume Ciane. Non è chiaro se, limitatamente alla Sicilia, si tratti di una pianta autoctona o se sia stata introdotta nel Medioevo dagli Arabi. Ad ogni modo, il papiro, come materiale di scrittura, è attestato in Egitto fin dal III millennio.

Plinio il Vecchio descrive la sua procedura di lavorazione in pagine di insindacabile interesse (Nat. hist. 13.22 ss.). Il midollo della pianta, ricco di amido, veniva affettato in philyrae (strisce), che venivano poi sovrapposte l’una sull’altra, su una tavola bagnata d’acqua, in due strati perpendicolari (recto e verso), poi pressati e lasciati seccare al sole. Si otteneva un foglio resistente e flessibile detto kòllema. I kollémata, attraverso una colla composta da farina, acqua e aceto, venivano incollati uno di seguito all’altro a formare un rotolo, detto tòmos o chàrtes. Il rotolo costituiva la forma normale del libro antico.

Ostrakon di Cimone, politico ateniese. Foto di Marsyas, CC BY-SA 2.5

Su questo supporto, gli autori antichi abbozzavano le loro opere e le portavano alla redazione definitiva. Accanto al rotolo esistevano altri materiali per la scrittura. Ad esempio, erano diffusi polittici di tavolette lignee, la cui superficie interna, incavata, era ricoperta di cera. Le tavolette venivano adoperate, per la maggior parte, in ambito scolastico, assieme ai cosiddetti ostraka, pezzi di ceramica o pietra solitamente ricavati da vasi o da altri recipienti. Nonostante l’estrema caducità dei materiali usati per la scrittura, si conservano alcuni autografi.

È il caso, ad esempio, dei documenti riconducibili a Dioscoro di Afrodito o dell’Anonymus Londiniensis. Interessante discorrere attorno al periodo in cui le opere letterarie cominciarono ad essere consultate sotto forma di libro da un discreto pubblico.

L’origine del libro greco, sulla base delle parole incipitarie delle Genealogie di Ecateo, va ricercata nel contesto della scienza ionica. È probabile che la forma libraria sia giunta ad Atene quando, nel V secolo, essa divenne il centro della vita culturale greca, la scuola della Grecia avrebbe scritto Tucidide. È possibile che Anassagora, proveniente da Clazomene, abbia giocato, in tal senso, un ruolo fondamentale. In ogni caso, verso la metà del V secolo, è accertata ad Atene l’esistenza di una letteratura tecnica in vari campi, che doveva circolare in forma di libri. Per dare manforte a questa tesi, non si può tacere il riferimento al Vaso di Duride, importante testimonianza iconografica, rappresentante alcuni ambiti paideutici della società ateniese.

Del resto, anche la parodia di Aristofane, che presuppone nel pubblico la conoscenza dei grandi tragici, era possibile soltanto se essi erano largamente letti. La diffusione del libro ebbe un grande incremento nel IV secolo e, in mancanza di tutela delle opere dopo la pubblicazione, era inevitabile che i testi fossero soggetti a guasti di vario genere. L’oratore e statista Licurgo, cercando di proteggere l’opera dei grandi tragici, alterata anche dalle interpolazioni degli attori, impose il deposito di un esemplare di Stato. Le difficoltà riservate all’ecdotica nel mondo antico, dunque, non erano indifferenti e fanno apprezzare a pieno il lavoro compiuto per la letteratura greca dalla scienza alessandrina, nelle figure, solo per citarne alcune, di Zenodoto di Efeso, Aristofane di Bisanzio e Aristarco di Samotracia.

Il simbolo dell’erudizione e della acribia filologica antica è rappresentato, infatti, dalla Biblioteca di Alessandria. Tolomeo I fondò ad Alessandria il Museo, centro di studi e contenitore di menti vivaci e brillanti. Gli intellettuali, però, dovevano disporre di una biblioteca, che fu completata da Tolomeo II Filadelfo, grazie al supporto di Demetrio Falereo. Superfluo sottolineare quanto la perdita della Biblioteca di Alessandria e degli innumerevoli volumi in essa custoditi sia stata tragica per la storia dei testi antichi.

Altro rilevante motivo di perdite fu il passaggio dal rotolo al codice, considerato il primo bottleneck (collo di bottiglia),  prima significativa strozzatura della trasmissione testuale. Il papiro, oltre ad essere scomodo da usare, era anche facilmente deperibile.  I testi dei rotoli che, nel periodo compreso tra I e IV secolo, non furono ricopiati sui codici, per caso o perché meno letti e meno richiesti, furono condannati all’oblio. Il codex, più maneggevole, trasportabile ed economico, era composto di più fogli, preminentemente pergamenacei, uniti in quaderno.

Le teorie sulla nascita e la diffusione del formato codice sono varie e suggestive. Secondo Colin H. Roberts, Marco nel 70 avrebbe composto il suo Vangelo a Roma utilizzando un codex pergamenaceo.  Questo codice, una volta raggiunta Alessandria, grazie al suo prestigio, avrebbe stimolato la diffusione del formato per veicolare i testi evangelici. Un’ulteriore ipotesi, avanzata nel 1983 dallo stesso Roberts e da Skeat, vedrebbe l’uso del codice derivante da una volontà precisa da parte dei cristiani di distanziarsi dal rotolo di pergamena della Torah e da quello papiraceo dei pagani. Skeat, in un altro contributo, giunse ad affermare che ci fosse, da parte dei cristiani, la precisa e coordinata volontà di privilegiare un formato che permettesse di contenere su un solo supporto i quattro Vangeli canonici. Più semplice e soddisfacente apparve la tesi di Guglielmo Cavallo e di altri, che legavano le ragioni del successo del nuovo formato, in generale e presso i cristiani, a fattori economico-sociali.

La storia della tradizione subisce le perdite più rilevanti tra VII e VIII secolo. La scomparsa della letteratura greca sarebbe stata quasi totale se nel IX secolo non ci fosse stato il Rinascimento ispirato dal patriarca Fozio. Questo movimento, peraltro, coincise con un mutamento radicale della forma di scrittura. Tra la fine dell’VIII e gli inizi del IX secolo viene sviluppata, forse nel monastero di Studio a Costantinopoli, una scrittura minuscola libraria, che finì per imporsi e che rivoluzionò anche la trasmissione dei testi.

Il primo manoscritto datato in minuscola che si sia conservato è il cosiddetto Tetravangelo Uspenskij, risalente all’anno 835. La minuscola aveva diversi vantaggi rispetto alla maiuscola. Era, ad esempio, più rapida da tracciare e occupava meno spazio. Questo portava ad una velocizzazione del processo di copiatura dei libri e ad un significativo risparmio. Nell’ambito della paleografia greca, il principale tratto della minuscola studita era la sua estrema regolarità e leggibilità. Al tempo del passaggio maiuscola/minuscola furono trascritte le opere degli autori antichi degne di essere conservate e ne fu garantita la sopravvivenza.

Conseguenze poi particolarmente gravi ebbe la conquista di Costantinopoli da parte dei Crociati nel 1204. Durante quei terribili giorni in cui la città fu messa a ferro e a fuoco, la grande biblioteca imperiale venne quasi completamente distrutta, insieme ai libri che vi erano religiosamente conservati. Perfino la corte imperiale dovette lasciare Costantinopoli per quasi cinquant’anni, mentre veniva fondato l’Impero latino con a capo Baldovino I di Fiandra.

Gli studi classici continuarono, però, ad essere coltivati anche in seguito all’esilio della corte a Nicea. Tuttavia, andarono perduti autori come Ipponatte, molto di Callimaco, Gorgia e Iperide e molto degli storici. Verso gli anni Ottanta del Duecento, ci fu una ripresa dell’attività erudita nella capitale e si distinsero figure del calibro di Massimo Planude e Demetrio Triclinio, che svolse la sua attività filologica a Tessalonica, l’attuale Salonicco. Si rafforzarono i rapporti tra Bisanzio e l’Italia e dotti come Manuele Crisolora portarono in Occidente moltissimi manoscritti greci.

Ritratto di Johannes Gensfleisch zur Laden zum Gutenberg. Immagine SRU.edu in pubblico dominio

L’Occidente, tra 1450 e 1600, divenne cruciale per la conservazione dei classici, poiché in tutti i centri di vita culturale si trascrissero con cura i manoscritti greci, che si accumularono nelle grandi biblioteche (Vaticana, Laurenziana, Ambrosiana, Marciana) e furono presto impressi nel libro a stampa. Come inventore della stampa a caratteri mobili metallici viene tradizionalmente indicato il tedesco Johann Gutenberg, che tra il 1453 e il 1455, a Magonza, produsse una Bibbia in centottanta esemplari.

La diffusione della nuova tecnica fu rapidissima ed interessò anche i classici, soprattutto latini. Fin dagli ultimi decenni del Quattrocento comparvero numerosissime editiones principes (prime edizioni a stampa precedentemente tramandate in forma manoscritta) e, in tal senso, particolarmente rilevante fu la prima stamperia italiana, fondata intorno al 1464 presso il monastero benedettino di Santa Scolastica a Subiaco dal ceco Arnold Pannartz e dal tedesco Konrad Sweynheym.

Come primi incuneaboli (libri stampati entro la fine del Quattrocento), i due tipografi diedero alle stampe un volume con opere di Lattanzio e il De oratore di Cicerone (probabilmente la prima editio princeps in assoluto). Pannartz e Sweynheym, in seguito, si trasferirono a Roma, dove si avvalsero della collaborazione di grandi eruditi e diedero alla luce un numero spropositato di edizioni che finì per saturare il mercato. La stampa dei testi greci, invece, procedette molto più lentamente. A Milano, nel 1476, fu stampata l’Epitome grammaticale di Costantino Lascaris e a Venezia, nel 1484, gli Erotemata di Manuele Crisolora. Si rammenti, poi, l’editio princeps di Omero, redatta a Firenze nel 1488 grazie ai finanziamenti di alcuni nobili fiorentini. Non può non essere poi ricordato l’immenso lavoro effettuato da Aldo Manuzio a Venezia e da Froben a Basilea.

Occorre relazionare poi sulle scoperte di papiri che hanno arricchito la nostra conoscenza della letteratura greca. La stragrande maggioranza di essi proviene dall’Egitto, dove le condizioni climatiche favorevoli hanno permesso ai frammenti di non deteriorarsi completamente. Il primo caso documentato di decifrazione di un papiro proveniente dall’Egitto risale al 1788, quando lo studioso danese Niels Iversen Schow pubblicò la Charta borgiana, un papiro appartenente alla collezione del cardinale Stefano Borgia oggi conservato presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Si tratta di un testo documentario relativo a una serie di lavori di irrigazione effettuati nel 193 d.C. nei pressi di Tebtynis.

In seguito, tuttavia, dall’Egitto sarebbero giunti anche molti papiri contenenti testi letterari. I ritrovamenti più numerosi sono avvenuti scavando le grandi discariche che circondavano le città egiziane, e che fino ai primi decenni del secolo scorso erano ancora visibili come collinette. Queste piccole alture (kiman) hanno rivelato brandelli di papiri, spesso strappati e accartocciati.  Si sono rivelati particolarmente ricchi di materiale i kiman che circondavano l’antica città di Ossirinco, l’attuale el-Bahnasa, scavati a partire dalla fine dell’Ottocento. E. G. Turner ha attribuito la causa della prolificità di Ossirinco al fatto che, in quel luogo, si stabilirono scrittori e intellettuali dell’ambiente alessandrino, come Satiro o Teone.

Ritrovamenti papiracei rilevanti risalgono anche ad altre regioni del Medio Oriente, come la Palestina e la città di Dura Europos. Nel 1977, presso la località di Ai Khanoum, nell’attuale Afghanistan, furono riportati alla luce due strati di fango secco che racchiudevano quanto rimaneva di un rotolo papiraceo. Per effetto dell’umidità, l’inchiostro si era trasferito sullo strato di fango superiore e fu così possibile recuperare alcune colonne di un dialogo filosofico attribuito al giovane Aristotele.

La Villa dei Papiri a Ercolano. Foto http://wiki.epicurus.info/User:Erik_Anderson, CC BY-SA 3.0

Per una serie di straordinarie circostanze, è stato possibile rinvenire degli esemplari anche in Europa. Celeberrimo il caso dei papiri carbonizzati provenienti dalla Villa dei Pisoni (nota come Villa dei Papiri). Questa villa del I sec. a.C., situata in un’area a nord-ovest dell’antica Herculaneum, ricoperta di materiale vulcanico, fu scoperta negli anni Cinquanta del XVIII secolo, nel corso di una difficile operazione di scavo di una galleria sotterranea. In questa occasione venne riesumato un ricco tesoro, consistente in un’opera d’arte e in circa milleottocento papiri (tra rotoli e frammenti di ogni grandezza). Il nome di Lucio Calpurnio Pisone, suocero di Cesare, come proprietario della villa, rappresenta una supposizione.

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Immagine di Giacomo Castrucci dal libro: Tesoro letterario di Ercolano, ossia, la reale officina dei papiri ercolanesi, Stamperia e cartiere del Fibreno, Napoli, 1858, p. 27, in pubblico dominio

Dopo numerosi, e per lo più falliti, tentativi di svolgere e leggere i rotoli carbonizzati e fragili, il Centro Internazionale per lo Studio dei Papiri Ercolanensi, fondato a Napoli da Marcello Gigante nel 1969, si è occupato del problema con diversi metodi, ottenendo ottimi risultati.  I papiri in questione hanno rivelato scritti filosofici di contenuto epicureo, riconducibili ad Epicuro e a Filodemo di Gadara. Guglielmo Cavallo ha addirittura ipotizzato che la villa ospitasse la biblioteca di lavoro di Filodemo, data la grande quantità di brogliacci e abbozzi letterari a lui ricollegabili. Tra i papiri rinvenuti nelle altre zone della villa vi sono alcuni scritti in lingua greca di epoca post-filodemea, oltre che un esiguo numero di opere latine. Più recentemente, nel 1961-1962 presso la località di Derveni, a nord di Salonicco, nel corso di uno scavo di una sepoltura fu rinvenuto un piccolo rotolo carbonizzato, contenente un commentario filosofico ad una teogonia orfica, pubblicato nel 2006.

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Frammenti del Papiro di Derveni al Museo Archeologico di Salonicco. Foto di Fkitselis, CC BY-SA 3.0

Senza i ritrovamenti papiracei, non possederemmo gran parte della letteratura antica. Avremmo solo pochi o pochissimi frammenti di Bacchilide, Menandro, Eroda, non potremmo leggere nella sua interezza la Costituzione degli Ateniesi di Aristotele, e conosceremmo molto meno dei drammi satireschi di Eschilo o Sofocle o dei carmi di Archiloco e Saffo, per citare solo pochi esempi.

Altrettanto importanti sono state le scoperte dei palinsesti, che non si sono mai arrestate. Si tratta di manoscritti antichi, su papiro o, più frequentemente, su pergamena, il cui testo originario è stato cancellato mediante lavaggio e raschiatura e sostituito con altro disposto nello stesso senso o in senso trasversale al primo.

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Il palinsesto di Archimede. Foto The Walters Museum - http://www.archimedespalimpsest.net, CC BY 3.0

Nel 1988 è riemerso dall’oblio il palinsesto di Archimede. Un corposo eucologio (libro di preghiere), scritto nel 1229, probabilmente a Gerusalemme, rimase conservato fino agli anni Venti del Novecento nel metochio del monastero del Santo Sepolcro a Costantinopoli. Già nel corso dell’Ottocento, secolo d’oro per le scoperte dei palinsesti, il celebre biblista Constantin von Tischendorf notò il codice e si accorse che fosse stato ricavato a partire da trattati matematici. Nel 1906, lo stesso manoscritto fu esaminato da J. Heiberg, che ne ricavò il testo greco del trattato Sui corpi galleggianti, fino ad allora noto solo in traduzione latina, nonché del Metodo dei teoremi meccanici, che era andato perduto, e un ampio frammento dello Stomachion. Negli anni Venti, in circostante non molto chiare, il manoscritto passò nelle mani di un collezionista francese, che non volle metterlo a disposizione degli studiosi e lo conservò in condizioni inappropriate, contribuendo, in tal modo, al suo deterioramento. Passato agli eredi, il codice fu venduto nel 1998 da Christie’s a New York a un collezionista anonimo, per due milioni di dollari. Il collezionista, a sua volta, lo depositò presso il Walters Art Museum di Baltimora, dove fu oggetto di restauro e di analisi che hanno svelato la storia di questo straordinario testimone.

Dal codice, oltre ai trattati di Archimede, sono stati recuperati anche frammenti di due orazioni di Iperide, Contro Timandro e Contro Dionda. Fino alla scoperta del palinsesto di Archimede, non era noto nessun manoscritto medievale delle orazioni di Iperide, e quello che di lui si conosceva derivava da scoperte papiracee. Il palinsesto ha svelato anche parte di un commentario alle Categorie di Aristotele e parti di ulteriori opere ancora da identificare.

Nel 2003, il paleografo italiano Francesco d’Aiuto, esaminando un codex bis rescriptus (Vat. Sir. 623), letteralmente codice riscritto per due volte, si è reso conto del fatto che alcuni fogli derivassero da un codice in maiuscola del IV secolo, su due colonne, che tramandava 400 versi di Menandro, di cui la metà del Dyskolos.

La letteratura antica ci si mostra come un naufrago, un sopravvissuto lacero e sfinito. “Se i libri potessero scrivere, racconterebbero avventure degne di Sinbad”, affermò lo studioso Alan Cameron. Le opere che possediamo non sono altro che una scheggia dell’universo classico. Fortunatamente, con il passare del tempo, relitti di quel mondo così lontano e vicino continuano ad emergere, per parlare a questo secol morto, al quale incombe tanta nebbia di tedio.


Lavandai, minotauri e crocefissi blasfemi: il mondo del graffito latino

SCRIPTA MANENT II
Lavandai, minotauri e crocefissi blasfemi:

il mondo del graffito latino

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Graffiti conservati nel Museo Romano di Augusta Raurica (in Svizzera), foto di Codrin.B, CC BY-SA 3.0

Al giorno d'oggi, quando abbiamo a che fare con un graffito, se non nel contesto di una mostra d'arte contemporanea probabilmente ci troveremo alle prese con una scritta o un disegno ingiurioso, comparsi nottetempo sul muro di casa a opera di un vandalo; persone un po' più smaliziate penseranno invece alle tracce artistiche che i nostri progenitori hanno lasciato su volte e pareti di grotte e caverne.

In effetti l'uomo scrive e disegna sui muri da sempre, perlomeno da quando ha acquisito la consapevolezza di saperlo fare; è bene però precisare che la parola graffito, che oggi indica essenzialmente tutte le tipologie di scrittura sui muri, ha un'origine etimologica ben precisa: si tratta di scritture o disegni a sgraffio, praticati a secco incidendo lievemente il supporto con uno strumento appuntito.

I graffiti sono stati realizzati, nel corso della storia dell'umanità, da persone distanti tra loro nello spazio, nel tempo, nello status sociale e nel grado di alfabetizzazione. Sgraffiavano, come abbiamo già detto, gli uomini del Paleolitico; i prigionieri delle carceri imprimevano sui muri la loro pena e quanti giorni mancavano alla sua fine; tra Firenze e Roma si trovano numerose tracce graffite di Michelangelo Buonarroti; sulle pareti di molti luoghi di culto si sono sovrapposti secoli di preghiere e invocazioni incise dai pellegrini in visita.

Per quale motivo il graffito ha conosciuto questa longeva diffusione, che solo in tempi recenti è divenuta socialmente inaccettabile? Le risposte sono svariate. In primo luogo, è un'arte che non necessita di una particolare strumentazione: basta un chiodo, un punteruolo, perfino una moneta, e l'intonaco o la nuda pietra diventano fogli su cui scrivere ciò che si desidera. Inoltre, rispetto alle scritture eseguite con un pigmento, le scritture a sgraffio appaiono maggiormente durevoli, poiché diventano parte integrante del supporto grafico. La ragione principale, tuttavia, risiede nell'inconscio di chi pratica il graffito: in pochi gesti e senza il bisogno di chissà quale ingegno si ottiene un segno tangibile della propria presenza in un dato luogo e in un dato momento, che al tempo stesso riassume tutte le capacità intellettuali dell'individuo, quali che esse siano. 'Io sono qui, adesso, so scrivere/disegnare questo, la cui traccia perdurerà nei secoli'; o perlomeno finché durerà ciò su cui si scrive.

Ne consegue che i graffiti di qualsiasi luogo e di qualsiasi tempo siano una fonte inestimabile di informazioni; in particolare, i numerosi graffiti pervenutici nei territori dell'Impero Romano, risalenti a un periodo compreso tra il secolo I a.C. e il III d.C., ci aiutano a ricostruire puntualmente l'evoluzione della scrittura latina, dagli albori fino al raggiungimento della sua maturità.

L'Impero dei graffiti

Il mondo romano nell'età imperiale è un variegato mosaico di culture, usanze e religioni uniformati dal senso di identitas raggiunto nei secoli precedenti. C'è un grado di alfabetizzazione altissimo, anche se molto diversificato a seconda degli strati sociali e delle loro necessità: leggono, scrivono e fan di conto gli schiavi, ma solo per servire i propri padroni; così mercanti e artigiani per fare al meglio il proprio lavoro; nelle classi più alte si legge e si scrive anche per diletto, per studiare gli antichi testi o per produrre nuova letteratura.

Ma soprattutto, in un tempo in cui la carta non esiste, qualsiasi cosa meritevole di registrazione dev'essere incisa su pietra ed esposta al pubblico perché tutti ne vengano a conoscenza: è in ambito epigrafico, infatti, che la scrittura autoctona si canonizza in un alfabeto completamente nuovo, dal disegno semplice ma elegante, che oggi chiamiamo scrittura capitale, dal quale deriveranno poi tutte le scritture librarie e documentarie che ancora oggi adoperiamo.

L'Impero è dunque, come dice Guglielmo Cavallo, “un'unica, enorme pagina [...] che i grandi scrivono e i piccoli leggono”. Anche i piccoli scrivono sulla pietra, nei limiti delle loro possibilità: non potendo permettersi lapidi e lapicidi, i comuni cittadini praticano graffiti. Ci è pervenuta un'immensa quantità di scritture a sgraffio risalenti all'epoca qui trattata e pertinenti alla sfera popolare; scritture e disegni su intonaco sono stati rinvenuti in tutte le zone dell'Impero, ma in particolare Roma e le città vesuviane si sono rivelate vere e proprie miniere di graffiti.

Attraverso l'esame dei graffiti è stato possibile tracciarne alcune caratteristiche generali: nel periodo preso in esame, naturalmente, la scrittura con cui essi vengono vergati è la capitale; tuttavia l'angolo di scrittura comportato dalla verticalità del supporto e il forte attrito dello strumento su di esso fanno sì che l'eleganza e il rigore formale di questo alfabeto vengano meno. Le lettere dei graffiti sono in gran parte deformate, sconnesse, coi tratti verticali eccessivamente lunghi e quelli orizzontali sghembi; la lettura risulta abbastanza ostica, ma ci aiuta a ricostruire ciò che non trova spazio nella solennità della lapidi romane: un mondo fatto di gesti quotidiani, di rapporti umani semplici e di usanze che spesso sono in grado di sorprendere.

Il quotidiano nelle scritte

La stragrande maggioranza dei graffiti romani non differisce affatto da quelli che leggiamo oggi: si tratta molto spesso della scrittura del proprio prenomen, quasi sempre accompagnato da nomen e/o dal cognomen. A essi poteva o meno seguire qualche ulteriore informazione come un eventuale soprannome, la professione, riferimenti al fisico (“grande”, “grasso”, “dai capelli rossi”) o l'oggetto del proprio amore. Questo era un modo per affermare la propria identità, che del resto è una delle principali condizioni psicologiche dell'essere umano.

graffito Minotauro Labirinto Pompei
Il graffito pompeiano dalla casa di Marco Lucrezio. Immagine tratta dal libro di William Henry Matthews, Mazes and labyrinths; a general account of their history and developments, London, New York, etc. Longmans, Green, 1922

Altre volte il nome presente non era il proprio ma quello di qualcun altro: poteva trattarsi di un'espressione di gratitudine o di amicizia, ma più che altro in questi casi c'era l'intenzione di burlarsi o addirittura insultare la persona in questione descrivendola con termini poco lusinghieri. A volte, se l'abilità dello scrivente lo permetteva, le scritte erano accompagnate da semplici disegni coerenti o meno con quanto riportato nella scritta: frequenti erano ritratti, autoritratti e caricature, ma anche scene di lotta, immagini di cibarie e di animali. In un graffito rinvenuto a Pompei, per esempio, è raffigurato un tortuoso labirinto, assieme alla didascalia hic habitat minotaurus. Non era infrequente citare elementi mitologici o addirittura interi brani di opere letterarie: far ciò equivaleva ad affermare le proprie conoscenze, che spesso erano superiori alla media della classe sociale d'appartenenza. Di conseguenza frasi come il celebre incipit dell'Eneide, all'epoca opera universalmente nota in ambito romano, appaiono spesso nei graffiti, un po' come accaduto in tempi recenti con la frase io e te tre metri sopra al cielo (perdonateci il paragone).

Esiste poi una categoria di scritture piuttosto particolare, principalmente rinvenute in botteghe o edifici di carattere commerciale: accanto al suo nome e alla sua professione di negoziante, chi verga appone lodi circa il suo operato, la qualità dei prodotti che vende, offerte speciali e prestazioni che oggi chiameremmo extra-budget; inoltre, esattamente come avviene oggi, spesso queste iscrizioni erano corredate da un disegno o da veri e propri slogan ante litteram: i manifesti dovevano ancora essere inventati, pertanto ci si ingegnava in questa maniera.

Un singolare graffito sembra riassumere in sé tutte le tipologie sopra citate; rinvenuto nei pressi di una fullonica appartenuta a un certo Fabius Ululitremulus, vi si legge la seguente frase:

Fullones ululamque cano, non arma virumque

(“Io canto i lavandai e le civette, non le armi e l'uomo”).

Con un geniale riferimento al poema più in voga dell'epoca, si fa una scherzosa ingiuria al povero Fabius, il cui cognomen era etimologicamente collegato alle civette (in latino ulula)!

Tre iscrizioni pompeiane che si riferiscono al celebre incipit dell'Eneide. Immagine realizzata da Fer.filol, in pubblico dominio

Tra sacro e profano

In alcuni casi, più che alla propria identità i graffiti erano collegati direttamente alla funzione del luogo dove venivano praticati: nelle aree mercatali, per esempio, ci si imbatte spesso in scritte che registrano l'entusiasmo per aver fatto un buon affare, o al contrario lamentano una truffa indicando le generalità del mercante disonesto. Gli esempi più calzanti di questo assioma si trovano in due luoghi diametralmente opposti tra loro: templi e lupanari.

Nel primo caso, il fatto di incidere una scritta che rimanesse nel tempio anche dopo che lo scrivente era andato via, serviva a estendere ad libitum la sua permanenza in quel luogo, e per estensione la sua orazione. Fedeli e pellegrini vergavano su colonne e muri dei templi il proprio nome, una breve preghiera o semplicemente la parola iuva o iuvate (“giova, giovate”), che oltre a sintetizzare tutte le richieste era anche semplice da sgraffiare.

Il discorso si fa più complesso quando parliamo dei lupanari, nei quali i graffiti avevano una pluralità di valenze: le lupae scrivevano infatti il loro tariffario e le loro specialità, mentre i clienti, ricevuta la prestazione, indicavano i loro piatti forti o, più raramente, ciò che non avevano gradito.

Le componenti religiose e sessuali del quotidiano compaiono sono frequenti nei graffiti, anche al di fuori dei luoghi a esse deputati: invocazioni alle divinità compaiono in maniera estemporanea lungo le vie pompeiane, unitamente ai vanesi resoconti delle proprie avventure amorose, con espliciti riferimenti al numero di rapporti e... di partner.

Dalla microstoria alla Storia: il graffito di Alexamenos

graffito di Alexamenos
Il graffito di Alexamenos, foto da "Ancient Rome in the Light of Recent Discoveries", 1898, di Rodolfo Lanciani, capitolo 5. Immagine in pubblico dominio

Gli esempi visti finora ci hanno permesso di avere un'interessante panoramica sulla vita quotidiana delle popolazioni romane nei primi secoli dopo Cristo, che in effetti non era poi molto differente da quella attuale; in altre parole i graffiti sembrano funzionali alla ricostruzione della microstoria che fa da corollario alla Storia con la esse maiuscola, grande assente di questa disamina.

Un esemplare su tutti ribalta questa tesi: il cosiddetto graffito di Alexamenos. Rinvenuto a Roma alla fine del secolo XIX, nella zona del palazzo imperiale di Domiziano, questo graffito data intorno al II secolo d.C.; praticato su una superficie di tufo intonacato (e dunque scarsamente visibile se non a distanza molto ravvicinata) è oggi conservato presso l'antiquarium del colle Palatino, nel parco archeologico dei Fori Imperiali.

graffito di Alexamenos
Il graffito di Alexamenos, ripreso da "Ancient Rome in the Light of Recent Discoveries", 1898, di Rodolfo Lanciani, capitolo 5. Immagine in pubblico dominio

Il graffito presenta il disegno di un uomo nell'atto di pregare o porgere la propria offerta a una divinità raffigurata come un uomo nudo appeso a una croce, visto di spalle, con una grottesca testa di mulo o asino. Tutto intorno corre una scritta in greco che è stata interpretata come ΑλΕξΑΜΕΝΟς CЄΒΕΤΕ ΘΕΩN, traducibile come “Alexamenos venera dio”: è piuttosto chiaro che il graffito sia stato realizzato con l'intenzione di prendersi gioco, in maniera alquanto pesante, di una persona di fede cristiana.

Al di là delle implicazioni teologiche delle quali parleremo più avanti, perché abbiamo scelto un graffito in greco per parlare di scrittura latina? In effetti, l'analisi paleografica e, in simultanea, quella linguistica hanno permesso di appurare che lo scrivente non fosse di madrelingua greca, e che invece adoperasse abitualmente l'alfabeto latino: tutto ciò non risulta sorprendente se consideriamo che il graffito è stato rinvenuto nella zona nella quale è stato identificato il paedagogium, una vera e propria scuola dove agli schiavi bambini e adolescenti venivano formati per essere destinati poi a servire in case aristocratiche: cosa non da poco, perché possedere un minimo di cultura poteva avere come esito una futura liberazione. Nel paedagogium convergevano ragazzi autoctoni e provenienti da svariate zone dell'Impero e anche al di fuori, portandosi dietro il proprio bagaglio di culture, credenze e religioni, tra le quali quella cristiana, all'epoca piuttosto recente. L'irriverente disegno del graffito di Alexamenos è in effetti ritenuto la prima raffigurazione, quantunque blasfema, della crocefissione di Cristo: da essa possiamo trarre informazioni che gettano luce sulla situazione dei cristiani dei primi secoli, talvolta in controtendenza rispetto alle tradizionali opinioni in merito.

L'idea più diffusa del primo cristianesimo è quella di una religione nascosta, sotterranea, odiata e sanguinosamente perseguitata, al punto da costringere i fedeli ad adottare espedienti estremi per mantenerla segreta, come ad esempio tener celati i propri simboli: tutti abbiamo in mente il pittogramma del pesce che racchiude l'acronimo di Gesù Cristo, o la crux dissimulata, la croce resa irriconoscibile mediante la trasformazione grafica in àncora.

Il graffito di Alexamenos sembra smentire, almeno parzialmente, questa visione: innanzitutto, la sua stessa esistenza non può prescindere dal fatto che la fede di Alexamenos fosse palese e sostanzialmente accettata, almeno al punto da poter essere esibita in maniera piuttosto manifesta da chi voleva schernirla. Di sicuro non era vista sotto una luce positiva: il dio venerato da Alexamenos ricorda più che altro un demone, con quella sua testa equina e le terga bene in mostra; il graffito sembra tuttavia limitarsi a sbeffeggiare piuttosto che condannare, anche se in un atteggiamento che oggi definiremmo politically incorrect: siamo comunque lontani dalle invettive contro i cristiani riportate nelle opere di Origene e Tertulliano, ben più crudeli e sanguinose.

Il dato più importante, tuttavia, rimane la presenza stessa della croce: del fatto che il cristianesimo degli albori fosse aniconico siamo abbastanza certi; sorprende dunque che chi ha vergato l'ingiuria sembri essere perfettamente a conoscenza di quale sia il simbolo per eccellenza del cristianesimo, che non sarà raffigurato in maniera sistematica per almeno altri due secoli.

graffito di Alexamenos
Dettaglio del graffito di Alexamenos. Foto di Mariano Rizzo e Gianluca Colazzo

Purtroppo il graffito di Alexamenos sembra essere l'unica prova pervenutaci che nel II secolo d.C. il simbolo della croce fosse conosciuto al di fuori degli ambienti cristiani e a essi correttamente associato; tuttavia si può ragionevolmente concludere che in questo periodo la religione cristiana venisse considerata dai pagani al pari di tutte le altre religioni professate nei territori dell'Impero: di essa si aveva un'idea superficiale, se ne conoscevano i principi di base, ma la si vedeva più che altro come una superstizione, al punto da poterne dileggiare gli adepti. In questo contesto le persecuzioni andrebbero lette come atto squisitamente politico, allo stesso modo dell'Editto di Costantino che nel 313 d.C. consentì la libertà di culto. Tesi, quest'ultima, che la moderna storiografia ha da tempo accettato.

BIBLIOGRAFIA

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CAVALLO G., Scrivere e leggere nella città antica, Roma 2019.

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SMITH B.C., Alexamenos. A christian mocked for believing in a crucified god http://www.textexcavation.com/alexamenos.html (En)