Caravaggio San Giovanni Battista

Il San Giovanni Battista di Caravaggio ai Musei Reali di Torino: il futuro delle mostre sostenibili

Il San Giovanni Battista di Caravaggio ai Musei Reali di Torino: il futuro delle mostre sostenibili

Arrivato a Torino pochissimi giorni prima che il Piemonte entrasse in zona rossa, il San Giovanni Battista di Caravaggio si potrà ammirare negli spazi della Galleria Sabauda ancora fino a fine maggio.

La presenza del dipinto è frutto di uno scambio con le Gallerie Nazionali d’Arte Antica di Roma, che hanno ricevuto a loro volta in prestito la tavola di Hans Memling che raffigura la Passione di Cristo per la mostra L’ora dello spettatore. Come le immagini ci usano.

Caravaggio dipinge questo San Giovanni all’apice della sua carriera. Difficile riconoscere il Santo, che non esibisce i tradizionali attributi, in particolare la veste in peli di cammello.

Caravaggio San Giovanni Battista mostra sabauda
Caravaggio, San Giovanni Battista, 1604-6, Galleria Corsini - l'allestimento in Galleria Sabauda. Foto Credits: Musei Reali Torino

Appare invece, come in un’altra versione dello stesso Merisi, avvolto, o sarebbe meglio dire circondato, da un gran manto rosso. Sontuoso, nel colore come nella consistenza morbida ma robusta:‌ l’unico vero indizio dell’eccezionalità di questo ragazzo.

Per il resto quello che vediamo è un adolescente ostinatamente imbronciato, le mani indurite dall’asprezza nella vita del deserto e un evidente disinteresse per la cura del proprio aspetto. Questo ragazzo tutto concentrato in una profondità di pensiero che lo allontana da qualunque possibilità di interazione diventa riconoscibile come San Giovanni solo quando lo sguardo comincia a soffermarsi sui dettagli e scopre la croce di canne, la ciotola per l’acqua del battesimo.

Il tronco del cipresso alle sue spalle, come spesso accade nei dipinti di Caravaggio, emerge progressivamente dall’ombra, a mano a mano che gli occhi si abituano ad indagare l’oscurità. E una volta emerso si va a porre come comprimario, una figura con una propria identità, appena meno importante del protagonista in primo piano.


Caravaggio San Giovanni Battista
Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, San Giovanni Battista, in prestito dalle Gallerie Nazionali d’Arte Antica di Roma alla Galleria Sabauda di Torino. Foto Credits: Musei Reali Torino

In questi giorni il San Giovanni è in compagnia delle altre opere di scuola caravaggesca che appartengono alle collezioni permanenti della Galleria Sabauda.

Alle sue spalle occhieggia (un po' maligno) il San Pietro di Giovanni Baglione, mentre di fronte alla scandalosa gioventù del profeta caravaggesco si impone la veneranda vecchiezza esibita senza alcuna censura dal San Girolamo dipinto da Valentin de Boulogne.

Caravaggio San Giovanni Battista Galleria Sabauda Musei Reali di Torino
Foto Credits: Musei Reali di Torino

E nonostante i rapporti più immediati e caldi con l’opera di Caravaggio che viene dalle collezioni romane siano esplorati in questa sala, tutta la collezione permanente sembra riverberare nuovi significati grazie a questo arrivo.

Come un sasso gettato in uno specchio d’acqua, capace di increspare la superficie fino alle sponde.

 

E così torniamo ad ammirare le due tele di Giovanni Gerolamo Savoldo, l’Adorazione dei pastori in particolare. Curiosa quanto raffinata scelta quella di Savoldo per una collezione reale;‌ pittore di grande qualità ma non di così grande fama.
Oggi quella luce argentea, quell’umanità popolare che inscena la storia sacra senza un briciolo di retorica, quella verità spiazzante sulla natura umana non possiamo non leggerle come una lezione per il giovane Caravaggio. Anche se dovremmo piuttosto sorprenderci dell’intensa qualità di questo pittore e di una scuola lombarda cinquecentesca che ancora non ha conquistato il grande pubblico.

Guido Reni, San Giovanni Battista nel deserto, ca. 1632 - ca. 1637. Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 3.0

Torniamo a considerare un altro celebre San Giovanni Battista, dipinto da Guido Reni trent’anni dopo l’opera caravaggesca. Reni risolve il soggetto ritraendo un giovane dalla bellezza idealizzata e molto più francamente erotizzata dell’adolescente scontroso e acerbo di Caravaggio. Ma nella verità accolta, seppur ammorbidita, nell’essenzialità della composizione, nella luce che costruisce l’anatomia e allo stesso tempo denuncia la presenza del sacro, continuiamo a leggere l’onda propagata dalla vicenda artistica del Merisi.

E infine come non celebrare la riunione tra amici di fronte all’Annunciazione di Orazio Gentileschi?
Un’opera che è allo stesso tempo un vanto e un biasimo per le collezioni di casa Savoia. Orazio la invia come prova della sua bravura, nella speranza e forse nella convinzione di trovare posto a Torino come pittore di corte.
Ma lo stigma del caravaggismo, di quell’amicizia ingombrante e di quello stile troppo poco consono alla propaganda di una casata che aspira a ritagliarsi un ruolo di primo piano nell’Europa dell’Ancient Régime gli preclude qualsiasi possibilità.

Orazio Gentileschi, Annunciazione, ante 1623. Foto di Paris Orlando, in pubblico dominio

Appare insomma evidente che l’inserimento anche di una sola opera, se ragionato, riesce a dare nuova vita e fresche chiavi di lettura alle collezioni permanenti.


Foto Credits: Musei Reali di Torino

Questi scambi tra musei sono segno di un dialogo tra istituzioni che porta sempre frutti di grande valore. Nello stesso tempo pare segnare un percorso verso nuove forme espositive. Lo suggerisce la direttrice dei Musei Reali di Torino, Enrica Pagella:

“Nonostante i mesi di lockdown, i Musei Reali non si sono mai fermati. L’emergenza che abbiamo vissuto e che stiamo tuttora vivendo ha evidenziato la necessità di offrire al pubblico proposte culturali inedite, misurate sulle attuali esigenze di fruizione e di sostenibilità, sviluppate anche in collaborazione con altre realtà nazionali. I Musei Reali si fanno promotori di un costante scambio e confronto con lo scenario nazionale, oggi essenziale per offrire al pubblico nuovi contenuti capaci di moltiplicare le opportunità di conoscenza e di esperienza”.

Moltiplicare la conoscenza con interventi mirati, a basso impatto.
Il sistema delle “grandi mostre” mostrava avvisaglie di crisi ben prima degli sconvolgimenti portati dalla pandemia. Ma si trattava di meccanismi che si auto-replicano quasi per inerzia, difficili da fermare in modo non traumatico.

Oggi, però, il trauma è evidente. Le dinamiche di turismo e fruizione sono destinate a cambiare in maniera radicale ed inevitabile.

Di fronte a questo scenario l’iniziativa in corso presso i Musei Reali pare indicare la possibilità di percorrere nuove strade. Che tornino a farci gustare la familiarità con collezioni ben note senza rinunciare a quelle opportunità di riflessione e conoscenza che le mostre temporanee hanno sempre offerto.

Perché‌ in fondo sono proprio le energie che sapremo mettere in campo a disegnare il futuro delle dinamiche anche di fruizione del patrimonio.


Musei: comunicare in digitale. Intervista a Nicolette Mandarano

Che tipo di rapporto c'è tra i musei e il mondo digitale?

È una domanda che sorge naturalmente, soprattutto in questi tempi, ed è stata percepita con urgenza negli ultimi mesi, pur non essendo certo un tema nuovo per gli addetti ai lavori.

Nicolette Mandarano,  Digital Media Curator delle Gallerie Nazionali di Arte Antica Palazzo Barberini e Galleria Corsini, ha realizzato una dettagliata disamina del fenomeno che lega tecnologie e musei nel volume “Musei e Media Digitali”. Il testo ne illustra il processo di nascita e di sviluppo, ma anche i momenti di stasi, dovuti non tanto a carenze tecniche quanto ad una mentalità non sempre in grado di apprezzare la potenzialità del digitale. Non di rado, infatti, lo strumento informatico è percepito come un elemento "contaminatore" della nobiltà dell'arte o addirittura sostitutivo dell'arte. Si tratta naturalmente di un preconcetto: il discorso sotteso alla crescita del digitale espresso, da Nicolette Mandarano, non auspica a sostituire la visita fisica al museo, bensì ad una fruizione sempre più  ampia, coinvolgendo un maggior numero di pubblico.

Riportando esperienze e considerazioni puntuali sull'utilizzo della tecnologia nel mondo museale, Nicolette Mandarano delinea un quadro completo e soprattutto critico di una materia quantomai discussa, e che è stata oggetto di dibattito anche in un'interessante diretta con Christian Greco e Paola Matossi, rispettivamente Direttore e Direttore della comunicazione del Museo Egizio di Torino. Il confronto ha messo in luce aspetti positivi e criticità su temi quali le visite virtuali ai musei, il dialogo della cultura sui social, e i risvolti della digitalizzazione del patrimonio museale.

In questa nostra intervista a Nicolette Mandarano qui di seguito riportata, discutiamo proprio di questi temi.

Nicolette Mandarano
Nicolette Mandarano

Nella diretta con Christian Greco e Paola Matossi si è parlato dell’importanza del dialogo digitale tra istituzione e fruitori online, e di come molte persone che hanno visitato fisicamente il museo - e ne sono state entusiaste - siano propense a seguirlo anche virtualmente. Se questa è una conseguenza molto spontanea che avviene subito dopo l’esperienza positiva, potrebbe non esserlo quando è già trascorso diverso tempo dalla visita. Come si possono, quindi, mantenere vivi l’attenzione e l’interesse dei visitatori nel lungo periodo?

Dobbiamo sempre partire dal presupposto che può non esistere una simmetria fra visitatori “reali” del museo e visitatori online. Ci possono essere persone che non potranno mai compiere la visita al museo e ci saranno, d’altra parte, visitatori che non seguiranno il museo sui canali social o sul sito. Detto questo, la comunicazione deve essere univoca e ben strutturata fra spazio fisico e digitale per consentire a tutti i visitatori, reali o virtuali, di accedere alle stesse informazioni e poter scoprire il museo e le sue opere nel miglior modo possibile e con la scelta di fruizione preferita.

Per mantenere vivo l’interesse nel lungo periodo – che è uno degli obiettivi della comunicazione digitale – è fondamentale il dialogo, che permette di instaurare un rapporto continuativo fra visitatori e museo. Dobbiamo, infatti, ricordare sempre che il web 2.0 è partecipato, quindi un’istituzione culturale non è tenuta solo a veicolare comunicazione e a coinvolgere, ma anche ad ascoltare e rispondere. Il sistema virtuoso del dialogo permette di implementare un rapporto che contempli sia la diffusione e l’incremento della conoscenza, sia la creazione di una community. Se ci si mette in ascolto le persone si metteranno in gioco facendo domande, rilasciando contenuti e partecipando attivamente alla vita del museo. In questo modo la comunicazione si trasforma in una rete di partecipazione e coinvolgimento.

Un tema molto interessante riguarda la reticenza nei confronti delle visite ad un museo, che per alcuni è ancora un luogo che suscita soggezione. Il compito dei social in questo caso è di “agevolare” l’avvicinamento. Quali sono i modi che ritiene migliori per attirare le persone che sono meno sensibili a questi temi?

Il museo ha l’indubbio vantaggio di possedere un patrimonio di storie, bisogna “solo” trovare il giusto modo per raccontarle. È fondamentale lavorare sulle storie, sulle diverse chiavi per raccontarle e sul linguaggio più adatto a farlo, per permettere l’accessibilità al più ampio pubblico possibile.

Io, ad esempio, amo molto lavorare su rubriche ad hoc per dare sempre un taglio diverso alle storie che raccontiamo. Di una stessa opera, di un ritratto per esempio, potremmo raccontare mille cose. La storia del personaggio ritrattato, la storia dell’artista, la storia che probabilmente legava i due personaggi, il contesto storico in cui è nata quella determinata opera, il luogo per cui era stata pensata, che storia ha avuto nei secoli successivi, se è diventata protagonista di un libro o di un film, come accaduto per esempio per il presunto ritratto di Beatrice Cenci, già attribuito a Guido Reni e oggi attribuito a Ginevra Cantofoli e conservato a Palazzo Barberini a Roma. Se anche solo una di queste storie raggiunge il suo obiettivo noi avremo avvicinato un nuovo potenziale visitatore al nostro museo.

La comunicazione in ambito digitale - partita dall'estero - è ormai pratica comune anche nel nostro Paese, Sono ancora percepibili differenze, realtà in cui il potenziale dei social non è dovutamente preso in considerazione? Sarebbe ancora possibile riscontrare problemi di mentalità in questo?

In Italia si trovano ancora molte realtà che non utilizzano le piattaforme social per la comunicazione o che non le utilizzano al meglio, a volte anche per la mancanza di figure professionali dedicate alla loro gestione. I recenti dati pubblicati dall’Osservatorio per l’innovazione digitale nei Beni e Attività culturali del Politecnico di Milano fotografano una realtà piuttosto interessante da questo punto di vista e segnalano che molto è ancora da fare. Dall’ultima rilevazione emerge, infatti, che in questo 2020 il 76% dei musei è presente su almeno una piattaforma social (Facebook è la piattaforma preferita, seguita da Instragram), ma sappiamo che non basta essere presenti sui social per dire di fare comunicazione.

È necessario lavorare ad un piano strategico della comunicazione in generale e poi della comunicazione digitale in particolare. È importante decidere su quali piattaforme essere presenti, sapendo che ogni social ha un suo linguaggio, un suo pubblico, caratteristiche peculiari che la rendono diversa dalle altre, nell’utilizzo e nella fruizione. Bisogna poi capire cosa si vuole comunicare, a chi si vuole comunicare (analisi del pubblico e obiettivi da raggiungere nel coinvolgimento), e poi analizzare quale sia lo strumento più adatto per raggiungere gli obiettivi dati. Inoltre è di fondamentale importanza essere in grado anche di valutare le risorse a disposizione, sia umane che economiche e, ovviamente, bisogna ideare un piano editoriale.

Per affrontare al meglio questa sfida sono necessarie professionalità specifiche, ma sempre dai dati dell’Osservatorio emerge che il 51% delle istituzioni non ha personale dedicato all’innovazione digitale, e questo è un problema non trascurabile. Da un confronto fra i numeri citati possiamo facilmente comprendere come alcune istituzioni siano presenti sui social ma senza personale adeguatamente formato per lavorarci.

Ovviamente ci portiamo dietro ancora dei problemi di mentalità e probabilmente alcune persone ancora non hanno compreso l’importanza della comunicazione digitale in generale e sui social in particolare. Forse i mesi di lockdown dovuti all’emergenza Covid-19 – e immagino anche i mesi che verranno in cui gli accessi ai musei saranno per forza di cose più limitati – hanno però iniziato a far comprendere a tutti, anche ai più “resistenti”, quanto sia necessario essere presenti online e quanto sia necessario fare una comunicazione di qualità.

Daniele da Volterra presso la Galleria Corsini a Roma. Fotografia: Alberto Novelli

Nel momento in cui si fa divulgazione, uno degli aspetti più complessi da affrontare forse è il tono da mantenere: un museo è visitato da specialisti, così come da appassionati, fino ad arrivare a chi è completamente inesperto in materia, e per finire ai bambini. Quali sono le basi di una comunicazione tipo, dalle quali partire e le modalità quindi per differenziarla?

La diversità di pubblici è una delle ricchezze del museo, tuttavia dal punto di vista comunicativo può creare delle complessità. Per quanto riguarda la comunicazione interna al museo è più semplice studiare supporti alla visita, analogici e digitali, che siano destinati a pubblici differenti e con diverse finalità di coinvolgimento.

Per quanto riguarda, invece, la comunicazione online bisogna fare un’analisi per comprendere quale tipologia di pubblico si vuole raggiungere. Solo dopo si può pensare a strutturare una comunicazione adeguata, con un tono di voce che rappresenti l’istituzione e che la renda riconoscibile alla propria community, una modalità espressiva per parlare con il proprio pubblico.

Mi aspetto però, come già accennato sopra, che l’istituzione culturale adotti un linguaggio accessibile ai più, un linguaggio scevro da complessità non necessarie. Se, ad esempio, non si può evitare di utilizzare un tecnicismo mi aspetto che questo venga spiegato in modo da non mettere in difficoltà i fruitori.
Dobbiamo assolutamente fare in modo che l’accesso al museo, fisico o digitale che sia, sia per tutti. Lavoriamo, tutti insieme, per accogliere e per diffondere conoscenza, questi sono due importanti obiettivi della comunicazione museale.

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La copertina del saggio Musei e media digitali, di Nicolette Mandarano, pubblicato da Carocci editore nella collana Bussole