Museum Week 2020: ne parliamo con Fabio Pariante

È tempo di bilanci per questa insolita edizione di MUSEUM WEEK 2020. Il festival culturale internazionale, dedicato alle Istituzioni sui social, ha visto affrontare questa edizione con tanti dubbi e domande, a causa di questa delicata situazione sanitaria che l'intero mondo sta vivendo. Dopo un'attenta e accurata riflessione però, si è deciso di andare avanti ed essere comunque presenti, modificando gli hashtag dell'edizione ma non lo spirito della manifestazione.

Ora più che mai, la riscoperta dei social ha permesso, durante il lockdown, una vicinanza che forse mai prima si era avvertita, distanti ma uniti e con la possibilità soprattutto per le Istituzioni, di condividere collezioni, oggetti, far parlare volti che fino ad ora il pubblico conosceva magari solo parzialmente.

Un mondo nuovo di utilizzare uno strumento di comunicazione che è stato sempre più rivalutato anche per il mondo della cultura e un'opportunità quanto mai irripetibile per non staccarsi dal proprio pubblico di visitatori e potenziali visitatori creando rete tra le stesse Istituzioni e gettando le basi di un futuro che ci vedrà sempre più in rete facendo rete.

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Togetherness è stato l'hashtag lanciato per questa edizione 2020; ora più che mai questa parola assume un valore: "insieme". L'unione è stata fondamentale proprio perchè il virus ci ha allontanati ma solo con l'unione stiamo riuscendo ad uscire da questa tragica situazione e sarà, anche per il futuro, l'unico modo con cui l'umanità potrà affrontare le sfide del ventunesimo secolo.

Unione che sottolinea anche il mondo della cultura, che crea un legame, lo rafforza, lo porta a livelli sempre più alti e costituisce le basi della nostra società. L'arte e la cultura sono fondamentali per l'umanità e kermesse come la Museum Week non fanno altro, attraverso le Istituzioni, a celebrarla nelle sue forme più alte.

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Gli obiettivi della #MuseumWeek sono quanto mai importanti: consegnare e fare conoscere a tutto il mondo l'arte e permette, ancora una volta in maniera eccezionale di legare, scambiare, far circolare idee, nuovi orizzonti di ricerca anche sulle piattaforme digitali. Anche l'Italia partecipa sempre più attivamente a questa iniziativa con la diffusione di immagini e contenuti che fanno dialogare in una escalation di emozioni i temi lanciati per 7 giorni sui social.

Con l'occasione abbiamo chiesto a Fabio Pariante, giornalista e referente per l'Italia del progetto #MuseumWeek di fare un bilancio di questa edizione.

La #MuseumWeek unisce virtualmente tutto il mondo della cultura attraverso i canali social e mai come quest’anno si è sentita maggiormente la necessità di iper-connessione. Si è avvertito anche fra istituzioni questo particolare legame?

Assolutamente sì. Abbiamo confermato l’edizione 2020 quasi come una sfida, consapevoli del lockdown, considerando i musei chiusi.

Ad eccezione di qualche piccolo aggiornamento per adeguarci alla situazione, abbiamo ritenuto opportuno confermare il nostro programma definito in tempi non sospetti, a partire dal tema centrale di quest’anno con #togetherness: oggi più che mai appunto, l’unione ha un valore molto importante che bisogna cogliere sempre e farne tesoro.

Abbiamo avuto oltre 60mila utenti unici in tutto il mondo: un’unione molto evidente tra i partecipanti tutti, non solo per quanto riguarda l’Italia. Insomma, un ottimo risultato!

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Come vengono visti i canali virtuali in Italia e nel resto del mondo? Ritieni che siano strumenti ormai imprescindibile per una buona diffusione dell’arte e dell’istituzione stessa? Riscontri differenze tra Italia e resto del mondo?

In generale, considero il digitale una prerogativa importante per qualsiasi realtà, brand e paese. Bisogna adeguarsi ai tempi che cambiano e quindi è fondamentale investire in questo senso. Significa darsi nuove opportunità e questo vale anche per le figure professionali del settore, a mio avviso, non solo per le istituzioni.

Nel mio lavoro, sia in Italia che all’estero, mi capita spesso di conoscere soprattutto artisti che non hanno un sito internet per pigrizia o per poco interesse. Preciso: non è obbligatorio, ma secondo il mio parere è un punto importante sul quale bisogna fare leva per il proprio business e spesso, anche le istituzioni purtroppo, non sono presenti su alcuni social network principali, quali Instagram, Facebook, LinkedIn e Twitter.

In Italia stiamo sulla buona strada, anzi. Ci sono musei che investono molto in questo senso, anche per quanto riguarda le mostre, dove la tecnologia aiuta molto il pubblico di massa ad avvicinarsi all’arte, soprattutto, per farla conoscere ai più piccoli.

#Togetherness è stato l’# ufficiale della manifestazione 2020. Quanto è stato sentito in questo particolare momento questo tema?

Come ho precisato prima è stato un tema molto sentito. Ne ho avuto la netta percezione quando l’ultimo giorno del festival, il 17 maggio con #SogniMW, molte istituzioni hanno condiviso in rete il desiderio di tornare al proprio quotidiano, di riaprire le porte ai visitatori e ai nuovi progetti.

Va bene il digitale, ma il rapporto umano viene prima di tutto. Bisogna trovare il giusto compromesso come in ogni cosa: la forza risiede nell’entusiasmo di chi svolge il proprio lavoro con dedizione e passione.

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7 giorni, 7 temi, 7#. Com’è organizzare un evento mondiale e come si scelgono le tematiche che lanciate ogni anno?

Dietro a un evento del genere c’è un grande lavoro di squadra e di pianificazione. Certo, l’imprevisto, le difficoltà non mancano mai, ma si è sempre pronti a qualsiasi necessità.

Diversi in ogni edizione, gli hashtag sono il risultato di una scelta ponderata di Benjamin Benita, fondatore e coordinatore del progetto #MuseumWeek, e dal confronto con i community manager di tutto il mondo. Ad ogni modo, i sette temi come il main hashtag, la causa globale, talvolta vengono valutati anche in base agli eventi collaterali.

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L’emergenza che stiamo affrontando ha inevitabilmente cambiato anche il modo di gestire la comunicazione delle Istituzioni culturali. Pensi che questa vicenda abbia rafforzato la voglia di aumentare i contenuti online o invece quando tutto tornerà alla normalità la quantità e la qualità pian piano andranno a scemare?

Credo che questa emergenza sanitaria abbia risvegliato e in alcuni casi svegliato la voglia e la necessità di produrre contenuti online per non cadere nell’oblio. Voglio dire: credo sia giusto provare a offrire al pubblico maggiori opportunità di interazione, poi la scelta resta sempre all’utente.

Mi auguro quindi che la quantità, ma soprattutto la qualità dei contenuti online, sia sempre presente. La tecnologia offre tante opportunità e bisogna saperle individuare e metterle a disposizione.

Da giornalista conosci bene anche delle piccole regole per una buona comunicazione. Secondo te in che modo un Museo, un Parco può definirsi un “buon vettore” per i propri contenuti online?

Una realtà culturale deve raccontarsi il più possibile e quindi individuare il proprio storytelling e i punti di forza. In realtà, in qualità di utente, mi piacerebbe leggere la storia di un’opera, qualche aneddoto particolare - così da incuriosire il pubblico-, il backstage di un progetto e poi certo, visite virtuali, live con il personale e perché no, qualche intervento di visitatori speciali.

Come hanno risposto le Istituzioni Italiane alla #MuseumWeek?

Direi benissimo! In riferimento ai dati globali, l’Italia è il primo paese, segue la Spagna, la Francia, poi gli Stati Uniti e altri. Tra le dieci istituzioni che hanno creato maggior engagement, quest’anno ci sono ben tre realtà italiane: all’ottavo posto il Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo, al sesto MuseItaliani e al quarto posto il Parco Archeologico di Pompei.

In merito ai risultati europei invece, rispettivamente quinto e quarto posto, MuseItaliani e il Parco Archeologico di Pompei.

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Secondo te esiste ancora questa reticenza nell’utilizzo dei social o pian piano pensi che la comunicazione si stia aprendo sempre più a nuove sfide comunicative?

Penso che i social network debbano essere considerati un’opportunità, un collante per creare engagement in rete, con la mission di far arrivare l’utente nelle istituzioni. Quindi, dal virtuale alla realtà concreta, per farla breve. Poi certo, bisogna seguire il mondo della comunicazione, in continuo cambiamento.

Bilancio MW2020?

Considerando il periodo nel quale si è svolta questa edizione, direi pienamente positivo, oltre ogni aspettativa! La #MuseumWeek si conferma il primo festival digitale al mondo dedicato alle istituzioni e inoltre, quest’anno abbiamo lanciato ufficialmente il magazine MuseumWeek, di cui sono editorial chief.

Quali saranno gli obiettivi futuri della MW?

Abbiamo già annunciato una seconda edizione a novembre, per la prima volta due in un anno: pensiamo che sia giusto supportare le realtà culturali di tutto il mondo in questo particolare periodo storico. Inoltre, stiamo lavorando ad alcune idee in merito al magazine e ad altri progetti, ma è ancora presto per darne notizia. Intanto potete seguirci sul sito istituzionale, attraverso la newsletter e sui social network ufficiali.

https://www.youtube.com/watch?time_continue=1&v=SPZZU_fDE80&feature=emb_logo

Fabio Pariante Museum Week
Foto di Daniel Nebreda

scrittura minuscola

Dai cocci di vaso a Carlo Magno: storia della scrittura minuscola

SCRIPTA MANENT VII

Dai cocci di vaso a Carlo Magno:

storia della scrittura minuscola

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

L'articolo che state leggendo è stato scritto utilizzando l'elaborazione elettronica di quello che sin dall'età scolastica siamo abituati a chiamare “stampatello minuscolo”; il nome della serie Scripta Manent, con tanto di numero romano, è invece in “stampatello maiuscolo”, mentre il titolo dell'articolo viene presentato in “corsivo”. Questi modi di scrivere uno stesso alfabeto ci sono estremamente familiari: essi sono adoperati per gran parte dei testi che quotidianamente ci passano sotto gli occhi; allo stesso modo i termini che li indicano sono entrati nel linguaggio comune, assieme ad altri più pertinenti all'ambito tipografico (“grassetto”, “carattere”, “interlinea” e così via). Siamo talmente abituati a usarli che spesso ignoriamo che, come qualsiasi prodotto dell'intelletto umano, queste scritture hanno una loro storia e una loro evoluzione; da circa un secolo e mezzo esiste una disciplina, la paleografia, che si occupa di ricostruire questa storia, tanto affascinante quanto, per certi versi, ancora sconosciuta.

L'avventura grafica che ha portato alla formazione della scrittura che oggi usiamo comunemente va a intrecciarsi con eventi storici e fenomeni socioculturali, che vale la pena di prendere in esame.

Dalla capitale alla minuscola

Agli occhi di noi contemporanei “maiuscole” e “minuscole” sembrano quasi del tutto differenti: se m e M si assomigliano, non è così per B e b, R e r, D e d e così via, tanto da far pensare che si tratti di due scritture distinte. Per i paleografi non è così: l'alfabeto è uno solo, quello latino, trascritto con due sistemi alfabetici differenti; in altre parole la scrittura è la stessa, mentre a cambiare è il modo di scriverla. “Maiuscolo” e “Minuscolo” sono infatti due concetti ben definiti, la cui storia e le regole grafiche sono state puntualmente ricostruite.

Semplificando al massimo la nomenclatura accademica si potrebbe dire che, in un virtuale “pentagramma”, le lettere appartenenti al sistema maiuscolo possono essere inscritte in un sistema bilineare, mentre quelle minuscole si sviluppano in quattro righe, come ben illustrato nel seguente schema.

Tra i due sistemi quello più antico è il maiuscolo, diretto discendente dell'alfabeto latino arcaico, che trova la sua massima espressione nella scrittura capitale. Si tratta di una scrittura totale, ossia adoperata indifferentemente in qualsiasi ambito: in effetti tutte le testimonianze scritte del mondo latino databili tra il secolo III a.C. e I d.C., siano esse lapidee, librarie o documentarie sono vergate in una variante di questa scrittura.

Avendo una tradizione antichissima la scrittura maiuscola possiede forme semplici e facili da memorizzare e trascrivere, tant'è che il suo utilizzo non è mai venuto meno nel corso di oltre tre millenni: verrebbe quasi da domandarsi perché mai essa sia stata sostituita dalla minuscola, che invece possiede delle forme più elaborate.

La ragioni principale risiede nel ductus, ossia nel grado di velocità con cui ciascuna mano è in grado di scrivere, che può essere posato oppure veloce, ovvero corsivo. La scrittura maiuscola ha un disegno fortemente geometrizzato, e perché sia comprensibile è necessario che le lettere siano ben staccate e distinte le une dalle altre: questo è difficilmente conciliabile con un ductus corsivo, a causa del quale le lettere tendono a comprimersi, ad accavallarsi le une sulle altre e, soprattutto, a deformarsi abbandonando la loro regolarità geometrica; tuttavia il ductus corsivo è proprio di un utilizzo istintivo della scrittura; non è dunque un caso che le prime trasformazioni delle scritture maiuscole si siano verificate in età Imperiale, quando l'accessibilità degli insegnamenti primari consentì l'alfabetizzazione delle classi sociali più basse.

È proprio nell'ambito della scrittura d'uso comune che la capitale subisce i suoi primi cambiamenti, riscontrabili nelle testimonianze grafiche di artigiani e commercianti ma anche nei moltissimi graffiti pervenutici: le rigide regole che avevano caratterizzato la scrittura fino al secolo I d.C. vengono pian piano meno e si assiste a una corsivizzazione della capitale, specie in ambito documentario; questa usanza finirà per canonizzarsi in una vera e propria tipologia grafica denominata corsiva romana (anche detta antica). A partire da essa si svilupperanno in seguito due scritture a sé stanti, l'onciale e la semionciale, entrambe adoperate massimamente in ambito librario. Sebbene si tratti di scritture maiuscole, alcune lettere (A,D,E,M e altre) si sviluppano in un sistema quadrilineare: è dunque lecito pensare che all'epoca della loro invenzione sussistessero già alcune forme di scrittura minuscola.

Terra sigillata iscritta da Condatomagos (La Graufesenque). Foto di Rossignol Benoît, CC BY-SA 3.0

I paleografi hanno individuato i primissimi esempi di scrittura minuscola in un giacimento di ostraka nel sito archeologico francese di Condatomagos, databile tra il III secolo a.C. e il I d.C.: in età imperiale questa città era celebre per la produzione di vasellame in ceramica. Gli artigiani erano soliti riutilizzare i cocci dei manufatti scartati per incidervi a sgraffio brevi frasi con fini pratici (nome del committente, luogo di consegna e così via); l'istintiva velocità con cui questa operazione veniva compiuta, unitamente all'angolo di scrittura sfalsato, causava una deformazione delle lettere maiuscole. Fenomeni molto simili si verificarono in altre zone dell'Impero: l'utilizzo sempre più frequente di questo modo di scrivere ebbe come risultato un nuovo sistema alfabetico, quello minuscolo. Dunque la scrittura minuscola deriva geneticamente dalla maiuscola e ne rappresenta una vera e propria evoluzione, come ben si vede nello schema che illustra tutte le forme intermedie della lettera E.

scrittura minuscolaLa minuscola, più pratica e veloce da vergare, fu pian piano preferita alla maiuscola; nata come scrittura d'uso comune, pian piano si diffuse anche nei ceti sociali alti e, intorno al III secolo d.C., fu canonizzata la minuscola romana (anche detta corsiva nuova), adoperata dapprima in ambito documentario; nello stesso periodo, complice anche la diffusione della nuova forma libraria a codex, la minuscola fu adottata anche in ambito letterario, nel quale convisse a lungo con le scritture maiuscole: si cominciò ad utilizzare queste ultime per mettere in evidenza le porzioni rilevanti del testo, il cui corpo principale era invece in scrittura minuscola.

Il particolarismo grafico

Lungo tutta l'età tardoantica le scritture romane, ormai pienamente formate, si diffusero uniformemente in tutte le zone dell'Impero Romano, comprese le colonie mediorientali, africane e britanniche. L'unità grafica era uno strumento efficace per appianare le inevitabili divergenze socioculturali tra i popoli di un territorio tanto vasto: l'utilizzo di una stessa scrittura e di una stessa lingua facilitava la comprensione dei documenti e rendeva vivace la circolazione libraria.

Nel V secolo, all'indomani della dissoluzione dell'Impero, il panorama cambiò drasticamente: ciascuno dei popoli germanici che presero possesso dei territori romani instaurò nella sua zona nuove infrastrutture politiche e burocratiche, spesso estremamente diverse da quelle imperiali; le nuove genti parlavano lingue di ceppo germanico estremamente diverse dal latino, ma anche tra loro stesse; i centri scrittori laici vennero meno, così come il sistema scolastico; ci fu, in altre parole, una completa frammentazione socioculturale che influenzò notevolmente la produzione scritta, e di conseguenza l'evoluzione della scrittura.

Questa situazione frammentaria cagionò l'insorgere di impeti nazionalistici da parte di ciascuno dei regni romano-barbarici, che desideravano mettere in luce la propria supremazia nei confronti di tutti gli altri; è questo il periodo in cui vengono composte le historiae barbariche, poemi di carattere annalistico finalizzati a indagare le origini del regno, ma soprattutto a sancirne il primato assoluto. Il recupero delle proprie radici ebbe come risultato indiretto la ricerca (e talvolta l'invenzione) di quegli stilemi artistici propri di ciascun popolo, che poi venivano declinati in tutti i linguaggi artistici, esattamente com'era accaduto con i mores del mondo romano.

Questi caratteri tipici andarono quindi a fondersi con la sparuta eredità culturale dell'Impero, che comprendeva anche le scritture da noi prese in esame; esse andarono incontro a un'evoluzione grafica senza precedenti che portò alla formazione delle scritture barbariche, aventi come base principale la minuscola romana ma con l'aggiunta di caratteri tipici del regno d'adozione.

scrittura minuscola
Diploma del re franco merovingio Childeberto III (695), minuscola merovingica; dal libro di Franz Steffens, Paléographie latine, Parigi 1910, tav. 28. Foto in pubblico dominio

Così in Francia fu elaborata la scrittura merovingica, caratterizzata da un corsivo esasperato e dal disegno elaborato dei caratteri; usata in origine per la documentazione della dinastia da cui prende il nome, fu in seguito adottata per la produzione libraria dei maggiori centri scrittori monastici in area francese, Corbie, Laon e Luxeuil, ciascuno dei quali ne elaborò una propria tipizzazione.

Nei territori ispanici si diffuse invece la scrittura visigotica, detta anche mozarabica poiché nel suo disegno sussistono evidenti reminiscenze delle grafie adoperate dai popoli arabi, stanziati nella parte meridionale della Penisola. È importante notare che la visigotica, più di qualunque altra scrittura barbarica, recuperasse non solo le forme minuscole ma anche le maiuscole, le quali furono elaborate in un elegante sistema dal disegno estremamente raffinato.

Scrittura minuscola beneventana: la Regola di San Benedetto, scritta a Montecassino (tardo XI secolo), Biblioteca dell'Abbazia, Cas. 444; da E. A. Lowe, Scriptura Beneventana. A history of the South Italian minuscule, 2 voll., Oxford 1929. Foto in pubblico dominio

In Italia il panorama era invece molto più variegato: nella zona settentrionale continuò a insistere l'utilizzo delle scritture d'età romana, con minime variazioni che non trovarono mai piena canonizzazione; nel Sud, invece, fece la sua comparsa la littera langobardisca, più nota come scrittura benventana. Diretta discendente della minuscola romana, ma con un disegno ben più sofisticato e con rigide regole di realizzazione, la beneventana è per molti versi ancora avvolta dal mistero; non è ben chiaro, ad esempio, in quale centro scrittorio essa fu inventata. Non deve trarre in inganno il nome comune, che rimanda piuttosto al principale ducato longobardo: l'ipotesi più probabile è il centro di origine sia stata l'abbazia benedettina di Capua oppure quella di Cava de'Tirreni. Certo è che questa scrittura, a differenza delle altre, si rivelò estremamente longeva e fu adoperata ininterrottamente fino al XV secolo in due tipizzazioni ben distinguibili, quella d'area cassinese e quella barese.

Un caso a sé è invece costituito dalle Isole Britanniche: nell'Alto Medioevo questi territori avevano visto una massiccia immigrazione di missionari cristiani giunti per convertire i popoli autoctoni, per lo più di religione pagano-celtica; costoro avevano portato con sé una gran quantità di testi realizzati in area romana, con le scritture in uso prima del particolarismo grafico: i monasteri che essi fondarono divennero quindi delle vere e proprie roccheforti dove l'eredità grafica romana venne conservata e preservata; inoltre, poiché i testi più antichi venivano presi a modello per quelli prodotti ex novo, questi ultimi vennero trascritti con grafie imitative che riprendevano in toto i caratteri primigeni, senza le modificazioni delle scritture barbariche.

Si svilupparono quindi diversi gruppi di minuscole insulari, ben distinte le une dalle altre ma tutte riconducibili al modello romano, ben più delle scritture che sul continente avevano gradualmente soppiantato le originali romane.

La nascita della carolina

scrittura minuscola
Scrittura minuscola carolina: Volgata, Luca 1, 5-8. Foto in pubblico dominio

La data con cui convenzionalmente si fa terminare il periodo del particolarismo grafico è l'800, anno in cui Carlo Magno divenne imperatore di un territorio vastissimo nel quale erano stanziati popoli molto diversi tra loro per lingua, società e cultura. Il sovrano comprese immediatamente che amministrarli avrebbe necessariamente comportato una nuova uniformazione delle strutture politiche e burocratiche per garantire, pur nella divisione tipica della feudalità, un forte accentramento dei poteri in nome di un'identità comunitaria che unisse tutti i popoli: diede dunque inizio a quel processo che oggi chiamiamo renovatio carolingia.

Carlo Magno e la sua corte, nell'opera di Jacob van Maerlant, "Spieghel Historiael" Originale alla Koninklijke Bibliotheek, Paesi Bassi. Firma KB, KA 20, p. 208. Immagine in pubblico dominio

Questo rinnovamento comprendeva anche la burocrazia, e uno dei dilemmi da sciogliere fu proprio l'adozione di una grafia comune, facile da vergare e da leggere. Le scritture barbariche erano del tutto inadatte allo scopo, in quanto eccessivamente cariche di orpelli; il modello a cui attenersi erano invece le minuscole romane delle origini: occorreva però enuclearne le regole di base, canonizzarle e possibilmente elaborare nuove norme che le semplificassero ulteriormente per sveltirne l'apprendimento.

Non fu dunque un caso che Carlo Magno chiamasse come suo consigliere personale Alcuino di York, celebre erudito britannico, il quale portò con sé una gran quantità di libri trascritti in minuscola insulare; fu proprio grazie al raffronto tra essa e le tipizzazioni di Corbie e Laon che fu elaborata una grafia che ereditava i caratteri antichi, eppure del tutto nuova, che in onore del grande imperatore prese il nome di carolina.

Albrecht Dürer, Carlo Magno. Immagine The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distribuito da DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202, in pubblico dominio

La nuova scrittura recuperava quasi totalmente le forme della minuscola romana, rendendole se possibili ancora più veloci da scrivere grazie a uno snellimento del tratteggio; per facilitare la comprensione del testo fu inoltre elaborato un sistema di punteggiatura: sebbene anche i romani ne avessero utilizzato diversi, quello elaborato alla corte carolingia comprendeva caratteri del tutto nuovi che sono giunti fino a noi, come il punto interrogativo.

Complice anche una progressiva ripresa degli studi, questa nuova scrittura ebbe molto successo e fu presto adottata in tutti gli ambiti; successivamente essa si diffuse in tutte le zone dell'Europa continentale, andando a sostituire le scritture preesistenti; l'unica a resistere fu la Beneventana, attestata nell'Italia Meridionale fino al secolo XIV: si verificò tuttavia una vera e propria convivenza tra le due scritture, e in molti centri si adoperarono indifferentemente l'una o l'altra.

Dall'Umanesimo ai giorni nostri

Tra IX e XII secolo molti fenomeni socioculturali trovarono il loro effettivo compimento: la ripresa degli studi rese alfabetizzata gran parte della popolazione; si verificò un massiccio inurbamento che favorì la nascita delle università e, in parallelo, quella di centri scrittori laici affrancati dagli ambienti monastici. Di conseguenza il numero di persone in grado di leggere e scrivere tornò a crescere, e con esso il fabbisogno di testi e di scritture adatte alle varie necessità.

La carolina fu presa come base per lo sviluppo di nuove scritture “professionali” come la mercantesca e la notarile, adoperate in ambito commerciale e giuridico; negli ambienti universitari nacque invece la famigerata gotica: di quest'ultima parleremo diffusamente in un prossimo articolo, ma in questo contesto è bene sottolineare che essa ebbe un successo clamoroso che la portò in breve a essere la scrittura di riferimento per la produzione libraria, fino all'invenzione della stampa.

Scrittura minuscola umanistica: Poggio Bracciolini firma la sua trascrizione di Cicerone (1425). Foto in pubblico dominio

Tra '300 e '400, tuttavia, la carolina conobbe un timido revival a opera degli studiosi umanisti, i quali mal sopportavano la gotica ritenendola inutilmente artificiosa e difficile da leggere; inoltre, per i loro studi che si rifacevano ai testi antichi, desideravano una scrittura priva di modernismi e adulterazioni, rispondente invece ai modelli di austera perfezione dell'antichità. La carolina, essendo la diretta discendente dei modelli romani, fu dunque recuperata e ulteriormente perfezionata: vennero rivisti il sistema abbreviativo e la punteggiatura, e furono messe a punto efficaci regole di distanziamento tra lettere e righe, volte a rendere il testo ancora più sobrio e leggibile.

Francesco Petrarca, in un ritratto del XV secolo di Giusto di Gand ove porta la tradizionale corona d'alloro, simbolo del poeta laureato. Oggi è conservato presso la Galleria Nazionale delle Marche di Urbino.

Nonostante tra i promotori della minuscola umanistica ci fossero personalità del calibro di Francesco Petrarca, questa scrittura non godette di particolare successo ai suoi esordi, e terminata la stagione dell'Umanesimo scomparve quasi del tutto per oltre un secolo; la gotica continuò a essere adoperata massicciamente anche dopo l'avvento della stampa a caratteri mobili, negli incunaboli e i libri del primo '500.

Versò la metà del XVI secolo, tuttavia, la massiccia diffusione dei libri ebbe come conseguenza la profonda trasformazione dei modi di fruirne: il consumo di massa aveva reso necessaria l'elaborazione di nuovi specchi grafici ed espedienti tipografici volti a snellire il processo di lettura; le forme imitative dei codici medievali, che prevedevano lo specchio grafico a due colonne, l'ampia marginatura e un sistema di abbreviazioni estremamente complesso, non era funzionale a questo scopo; e soprattutto non lo era la gotica, col suo disegno elaborato che rendeva difficile realizzare i caratteri tipografici. A quel punto, iniziò l'elaborazione della minuscola tipografica, quasi del tutto identica a quella umanistica a eccezione di una sola lettera: la s.

Sin dai tempi dell'Impero romano la s minuscola era molto diversa da come la conosciamo: somigliava a una f priva del tratto orizzontale, cosa che spesso portava alla confusione dei due caratteri; per evitare questo sbaglio, nel sistema gotico si preferiva utilizzare la forma maiuscola in finale di parola, mentre all'interno di uno stesso vocabolo la s rimaneva “a effe”.

I tipografi del XVI secolo decisero di abbandonare completamente la s “a effe”, andando a creare un nuovo carattere denominato s lunga da usare all'interno della parola, mentre in finale si utilizzava ancora la s maiuscola a modulo ridotto. Questa usanza rimase in voga fino ai primi decenni del XX secolo, quando la s minuscola divenne quella che noi conosciamo: questa fu l'ultima tappa di un lunghissimo processo attraverso il quale la scrittura che oggi adoperiamo si è stabilizzata; nonostante le molte trasformazioni subite nel corso dei millenni, essa è rimasta sostanzialmente uguale a quella utilizzata dai romani e da Carlo Magno.


I Padroni dell'Acciaio di Gabriele Campagnano

I Padroni dell'Acciaio: dieci protagonisti dell'ars bellica

I Padroni dell'Acciaio di Gabriele Campagnano è stata una boccata d'aria fresca, un'interessantissima lettura che potrà appassionare tantissimi. Gli amanti della storia, i neofiti che vogliono immergersi in un mondo affascinante quanto duro e spietato, o gli specialisti che possono confrontarsi con monografie eccezionalmente curate sotto l'aspetto critico.

Infatti è proprio questo I Padroni dell'Acciaio: una raccolta di dieci monografie dedicate a grandi personaggi storici e protagonisti dei più disparati eventi bellici. L'attenzione di Campagnano è tuttavia rivolta a quelle figure ingiustamente dimenticate da molti storiografi contemporanei, ma non per questo di minor conto.
Nel volume, riccamente illustrato dal magistrale Francesco Saverio Ferrara, avremo modo di approfondire le peculiarità biografiche e geopolitiche di questi uomini d'arme:

1) Giorgio Castriota Scanderbeg
2) Pregianni De Bidoux
3) Ettore Fieramosca
4) Pier Gerlofs Donia
5) Enrico V di Brunswick
6) Jean de la Valette
7) Giovanni delle Bande Nere
8) Alberto Alcibiades
9) Astorre Baglioni
10) Franz Schmidt

Sicuramente merita una menzione d'onore uno de I Padroni dell'Acciaio tra i più atipici, che ha fatto della morte la sua vita. Franz Schmidt conosciuto come il boia di Norimberga. Tutta la vita della famiglia Schmidt si interseca con le vicende di un altro dei protagonisti delle monografie, ovvero Alberto Alcibiades, margravio di Brandeburgo-Kulmbach: nel 1547 il "bellator" di Brandeburgo mette a morte 3 armaioli rei di tradimento.

In quella circostanza non c'era il boia e quindi Alcibiade rievoca un'usanza cittadina; scegliere il boia tra la folla degli spettatori. Il suo dito sceglie Heinrich Schmidt, il padre di Franz, e condanna tutta la famiglia degli Schmidt a un'esistenza poco nobile, visto che il mestiere del boia non era certo ben visto dall'intera popolazione. Franz cresce aiutando il padre e già da giovane è un esperto torturatore e sviluppa una corporatura massiccia abituata ai lavori più pesanti.

Di pari passo svilupperà una certa sensibilità scientifica, grazie allo studio dei cadaveri e dell'anatomia umana. Questo padrone dell'acciaio poi sarà ricordato come "L'onorabile Franz Schmidt, medico"; perché dopo aver abbandonato il mestiere del boia (esercitato per 40 anni) a causa della vecchiaia presterà servizio come medico (come in parte già faceva durante gli anni precedenti). Non solo: una notifica imperiale gli laverà l'onta di essere stato un "portatore di morte" e gli garantirà la nobile posizione di medico.
Nel suo diario apprendiamo che ha accompagnato il trapasso di 361 criminali; ma possiamo credere a ben ragione che con le sue doti scientifiche abbia salvato quasi diecimila abitanti di Norimberga, grazie alla sua spiccata inclinazione medica.

Uno dei maggior pregi del volume è quello di rivolgersi al lettore senza un apparato di note, la volontà dell'autore è di offrire un testo direttamente fruibile a tutti senza il proliferare di commenti che possono appesantire l'esposizione della materia. Con una prosa cristallina, svuotata di qualsivoglia retorica o spirito romantico (tipico di alcuni storici schierati e fin troppo “innamorati” dell'argomento), Campagnano offre tutte le informazioni in uno slancio divulgativo dall'alto valore. A mio avviso raramente troverete, inoltre, una bibliografia così commentata, che permette la nascita di un'interfaccia ragionata tra lo scritto dell'autore e i suoi predecessori, che si tratti di colleghi del passato recente o di cronisti dei tempi più remoti. Infatti, come dice Campagnano nell'introduzione, questo è l'obiettivo dello storico del futuro, “della storiografia 2.0”, ovvero intessere un dialogo con le fonti e riesumarle dal dimenticatoio, correggere dove c'è ne il bisogno, arricchirle con fonti iconografiche e visive, usare i supporti informatici e tecnologici al servizio della storia, senza aver il timore di esserne dipendenti.

Il risultato è palese, un libro - manifesto che permette a chiunque di assaporare la Storia da punti di vista inediti e affascinanti. Non solo episodi bellici, ma vivi ritratti di antagonisti eccezionali, coinvolgenti spiegazioni dei contesti geo-politici e degli scacchieri mediterranei, italici e nordici. Aneddoti, episodi estrapolati dal retaggio leggendario e snocciolati con accortezza storiografica, mitologie personali declinate alla rappresentazione dell'uomo prima dell'eroe invincibile e molto altro. I Padroni dell'Acciaio è un libro magistralmente presentato nell'estetica e nella qualità della stampa, con una carta patinata opaca da 135 grammi: il volume si presenta come un monolite solido dal peso notevole. La carta è la stessa che troverete in mirabili cataloghi d'arte e permette di apprezzare in pieno le cartine geografiche, le illustrazioni di Ferrara e il font grande dei caratteri.
Il volume inoltre presenta la dedica dell'autore (menzionato con onore su Indiegogo come “Top Inspirational Project”, unico in Italia), i segnalibri sempre illustrati da Ferrara e delle Card A5 che derivano dalle impressionanti illustrazioni interne.

Non posso far altro che invitarvi a conoscere le gesta dell'irriducibile Scanderbeg d'Albania, genio militare che si oppose allo strapotere di Maometto II il conquistatore di Costantinopoli, ad avventurarvi per mare con Piergianni l'ospitaliere, a vendicare i torti subiti a colpi di spada titanica come Pier Gerlofs Donia o a difendere ogni palmo della sacra Malta, come Jean de la Valette fece contro le armate di Solimano il Magnifico.
Gabriele Campagnano è il fondatore e il curatore del Centro Studi Zhistorica e dell'omonima pagina Facebook, autore di articoli, monografie e del romanzo dark-fantasy Zodd. Alba di Sangue.

Sito: http://zweilawyer.com/

I Padroni dell'Acciaio di Gabriele Campagnano
I Padroni dell'Acciaio di Gabriele Campagnano e con illustrazioni di Francesco Saverio Ferrara, pubblicato da Zhistorica


traffico illegale Ca' Foscari

Traffico illegale di beni culturali: a Ca' Foscari focus su Italia e Vicino Oriente

TRAFFICO ILLEGALE DI BENI CULTURALI

A CA’ FOSCARI FOCUS SU ITALIA E VICINO ORIENTE

Lunedì 9 dicembre dalle 9 in Aula Baratto convegno su saccheggio, furto, traffico illegale, esportazione clandestina di oggetti archeologici e artistici

traffico illegale Ca' FoscariVENEZIA – Il saccheggio, il furto, il traffico illegale, l’esportazione clandestina di beni culturali sono fenomeni che colpiscono tutti i paesi ricchi di giacimenti storico-artistici, Italia compresa, che nei secoli ha visto il proprio patrimonio culturale lentamente e inesorabilmente saccheggiato, arricchendo collezioni pubbliche e private in tutto il mondo. La tematica sarà affrontata coinvolgendo studiosi, esperti, forze dell’ordine e l’Unesco in “Patrimonio sottratto / Stolen heritage”, giornata di approfondimento organizzata nell’Aula Baratto dell’Università Ca’ Foscari Venezia lunedì 9 dicembre dalle 9 alle 17.

Promosso dal Dipartimento di Studi Umanistici di Ca’ Foscari e dal Center for Cultural Heritage Technology dell’Istituto Italiano di Tecnologia, nell’ambito del progetto NETCHER, finanziato dal programma HORIZON 2020 dell’UE, il convegno guarderà alla tematica del saccheggio, distruzione e traffico illegale di oggetti archeologici e artistici attraverso prospettive multiformi: dopo un inquadramento normativo a livello internazionale e nazionale, la giornata si svolgerà analizzando e presentando casi di crimini ai danni del Patrimonio Culturale, prima secondo una prospettiva Italiana, quindi dalla prospettiva delle aree del Vicino Oriente più fortemente danneggiate. Concluderanno la giornata una serie di interventi che presenteranno alcune iniziative di studio, monitoraggio e contrasto ai crimini culturali.

Il progetto NETCHER – NETwork and digital platform for Cultural Heritage Enhancing and Rebuilding - ha l’obiettivo di mettere in connessione attraverso un network di scala europea enti, istituzioni, associazioni e singoli coinvolti nella salvaguardia del Patrimonio Culturale. NETCHER comprende sette entità Europee e diversi third parties: in Italia l’Università Ca’ Foscari di Venezia, con il Center of Cultural Heritage Technologies dell’Istituto Italiano di Tecnologia e Science Gallery della Fondazione Ca’ Foscari, in Francia il Centre National de la Recherque Scientifique, con l’istituto HiSoMa dell’Università di Lione2, l’École National Supérieure de la Police e Capital High Tech, in Belgio Michael Culture Association, in Spagna Interats e in Germania il Deutsches Archäologische Institut.

NETCHER mira ad armonizzare e coordinare varie iniziative di contrasto al traffico di beni culturali attraverso un approccio partecipativo che porterà alla creazione di un network formato da organizzazioni internazionali, governi nazionali, ricercatori, legislatori, organizzazioni non governative, così come fondazioni pubbliche e private. Questo progetto è il passo iniziale verso una efficiente, internazionale e multidisciplinare lotta contro il traffico e il saccheggio di Beni Culturali e per future azioni a livello europeo.

Questo progetto ha ricevuto il finanziamento dal programma ricerca e innovazione Horizon 2020 dell'Unione Europea con il grant agreement no. 822585.

Programma

9:00-9:15 – Registrazione ospiti

 

9:15-9:30 – Saluti istituzionali

 

9:30-10:30 – Il Quadro legislativo nazionale e internazionale

  • Edouard Planche – UNESCO Head of Culture Unit - "The UNESCO International Conventions for the Protection of Cultural Heritage in Emergency Situation"
  • Marina Schneider – Senior Legal Officer & Treaty Depositary UNIDROIT - "L’impatto della Convenzione UNIDROIT del 1995 e la sua influenza sul mercato delle antichitá"
  • Lauso Zagato – Docente di Diritto internazionale ed europeo dei Beni Culturali Ca’ Foscari - "Il contributo di UE e CoE alla lotta contro il traffico illecito di beni culturali: recenti sviluppi"

 

10:30-11:00 – Pausa

 

11:00-12:00 – Il saccheggio e il traffico di Beni Culturali sul territorio italiano

  • Ten. Col. Christian Costantini – Tenente Colonnello Carabinieri Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Venezia - "Il compito del Comando Tutela Patrimonio Culturale di Venezia"
  • Daniela Rizzo, Maurizio Pellegrini – Già funzionari archeologi Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio dell'Etruria Meridionale - "Il Patrimonio archeologico italiano all'estero tra accordi, dispute e indifferenza"
  • Simonetta Bonomi – Direttore Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio del Friuli-Venezia Giulia - "Alcuni casi italiani di furti e recuperi di Beni Archeologici"

 

12:00-12:30 – Discussioni e domande

 

12:30-14:00 – Pausa

1

4:00-15:00 – Il saccheggio, la distruzione e il traffico di Beni Culturali nel Vicino Oriente

  • Michela De Bernardin - Ricercatrice e co-direttrice The Journal of Cultural Heritage Crime - "Guerra e saccheggio: mercato lecito e illecito dei ritratti funerari palmireni"
  • Samuel Hardy – Post-Doctoral Research Fellow in Cultural Heritage and Conflicts, Norwegian Institute in Rome (DniR), University of Oslo (UiO) - "Il Crimine Organizzato per il Traffico di Beni Culturali in Turchia"
  • Deodato Tapete, Francesca Cigna – Ricercatori Agenzia Spaziale Italiana - "Le tecnologie satellitari per il monitoraggio dei siti archeologici a rischio"

 

15:00-15:30 – Pausa

 

15:30-16:30 – Il Contrasto al saccheggio e traffico di Beni Culturali: prospettive multidisciplinari

  • Marianne Moedlinger – Ricercatrice European Association of Archaeologists - "‘EAA Community on the Illicit Trade in Cultural Material’: funzione, attivitá e responsabilitá"
  • Serena Epifani – Direttrice The Journal of Cultural Heritage Crime - "L'informazione come strumento di contrasto ai crimini contro il patrimonio culturale"
  • Arianna Traviglia – Coordinatrice CCHT-IIT – “NETCHER, un progetto di interconnessione multidisciplinare per la salvaguardia, il monitoraggio e la ricostruzione del Patrimonio Culturale a rischio”

 

16:30-17:00 – Discussioni, domande e saluti

 

Testo dall'Ufficio Comunicazione Università Ca' Foscari Venezia


Il 29 settembre torna la Giornata Nazionale dei Piccoli Musei

C’è fermento tra i musei che domenica 29 settembre 2019 saranno aperti in occasione della terza giornata nazionale dei Piccoli Musei.

Storia dell’APM

L’Associazione Nazionale Piccoli Musei è stata fondata nel 2007 dal Prof. Giancarlo Dall’Ara, studioso e docente di Marketing nel Turismo, per promuovere una nuova cultura gestionale dei Piccoli Musei che sia in grado di valorizzarne le specificità che sono differenti rispetto ad un grande museo, in particolare il legame più stretto con il territorio e con la comunità, la capacità di essere accoglienti e di offrire esperienze originali ai visitatori.Fin dalla sua nascita, l’APM ha voluto confrontarsi con i professionisti museali, con gli operatori del settore e con gli studiosi, nei propri convegni nazionali annuali: Castenaso (BO), 7 maggio 2010, Battaglia Terme (PD), 27 ottobre 2011, Amalfi (SA), 5 e 6 novembre 2012, Assisi (PG), 11-12 novembre 2013.

C’è sempre stato un sentire comune tra i Piccoli Musei, un “sentire” dovuto al fatto che i Piccoli Musei hanno sempre percepito di essere diversi dal modello ufficiale di museo.
Quando un PM partecipa ad un incontro sui musei, percepisce che molte delle cose che si dicono non fanno al caso suo, non sono adatte alla sua realtà.


La nostra associazione ha voluto dare a questo “sentire” un luogo di incontro, e di riflessione. Contemporaneamente ha voluto cercare di individuare quali siano le differenze reali, le specificità, allo scopo di delineare una cultura gestionale rapportata alla piccola dimensione, così da avere dei riferimenti chiari e magari anche dei punti di forza sui quali puntare.
Mentre noi ci sforziamo con i nostri incontri di creare momenti di scambio, dall’altro lato rimane la necessità di convincere di questo le Istituzioni, perché fino a quando per le Istituzioni esisterà un solo museo, inevitabilmente ad essere penalizzato sarà il piccolo museo.

Tra gli scopi della nostra Associazione vi è quello di sviluppare una rete di relazioni tra quanti affrontano le problematiche dei piccoli musei con passione, sviluppando forme di condivisione e di divulgazione della conoscenza, e anche di sostegno reciproco. Il nostro appuntamento per eccellenza è il Convegno Nazionale che si svolge una volta l’anno, preceduto da un convegno regionale preparatorio. Il convegno nazionale dell’Associazione dei Piccoli Musei è l’unico appuntamento di questo genere nel nostro Paese, ed ha l’obiettivo di sostenere la realtà dei piccoli musei, attraverso la presentazione di studi, di relazioni e di casi pratici, attraverso lo scambio di esperienze, e la possibilità di condivisione e di incontri.

Di seguito alcuni “doni” che saranno offerti a quanti visiteranno i musei - aperti per l’occasione e con ingresso gratuito.

Lazio

Il Piccolo Museo Garibaldino di Mentana (RM) offre in dono ai visitatori la “pergamena della memoria”; il Museo della Ceramica della Tuscia di Viterbo ha preparato come dono una pubblicazione d'arte, e il Museo Civico di Monte Romano (VT) offrirà una stampa con una veduta storica di Monte Romano;

Toscana

Il Centrum Sete Sois Sete Luas di Pontedera (PI) offre ai visitatori del sale aromatizzato dell'isola di Maio (Capo Verde); il Museo della vita e del lavoro della Maremma settentrionale di Cecina (LI) offrirà un sacchetto contenente grani antichi.

Sempre in Toscana, il Museo archeologico del Territorio di Populonia, a Piombino in provincia di Livorno, offrirà in dono un medaglione ottenuto a sbalzo, con divinità, ispirato ai miti rappresentati sull’Anfora argentea di Baratti, simbolo del museo; il Museo Archeologico di Cecina donerà ai visitatori un sacchetto contenente grani antichi.

Sempre in Toscana il Museo Remiere di Limite sull'Arno e il Museo Diffuso del Chianti organizzeranno una attività di Photo Booth con cornice Polaroid personalizzata per donare foto ricordo della giornata a tutti i visitatori e i musei di villa Baciocchi di Capannoli (Pisa) doneranno unpiccolo monile ispirato all'anfora etrusca esposta nella sezione archeologica del museo, mentre il  museo Archivio carducciano darà in dono una stampa autografa della poesia "San Martino";

Friuli Venezia Giulia

Il piccolo Museo delle Lavandere diTrieste offrirà ai visitatori “Savon e ciapin”, e il Magazzino dei Venti di Trieste offrirà le corde della bora.

Sempre a Trieste, come tappa del percorso di avvicinamento alla 3° Giornata Nazionale dei Piccoli Musei, sabato 21 settembre, alla casa della Musica, l’Associazione Nazionale Piccoli Musei organizza la “Fieretta dei Piccoli Musei”, per far conoscere ai cittadini il grande patrimonio culturale di queste realtà museali.

Veneto

Piccolo Museo Sanpaolo di Monselice (PD) offrirà in dono un gesso profumato, mentre il Museo Civico A. Giacomelli di Montagnana (PD), ha già preparato dei sacchettini contenenti alcune varietà di cereali coltivati nel territorio in epoca romana;

 Sardegna

Il MuT – Museo della Tonnara di Stintino in provincia di Sassari donerà agli ospiti una cartolina che recherà su un lato la copia anastatica della poesia "Sogno", scritta nel dicembre 1951 da Antonio Penco, sull’altro lato una fotografia che ritrae i tonnarotti al lavoro, opera di Renato Gadau.

Sempre in Sardegna il museo Contus de Arrejolas di Cagliari, offrirà una formella in terracotta realizzata a mano, assieme ad un sacchetto di biscotti che rappresentano una “riggiola” trovata durante il restauro dei locali, realizzata da una nota pasticceria della città.

Il museo Laboratorio dell'Età Nuragica di Arzachena darà in dono un ciondolo in ceramica con simboli della Preistoria sarda, mentre a Pau in provincia di Oristano, il Museo dell'ossidiana, ha già pronta per i visitatori la valigia del Neolitico.

Piemonte

Il Museo di Archeologia e Paleontologia Carlo Conti di Vercelli organizza per il 29 settembre laboratori didattici e visite guidate speciali a cura dei ragazzi dell'Istituto G. Ferrari; a Baveno (Verbania) il Museo GranUM offrirà il gioco dello scalpellino, mentre il dono del museo archeologico di Caburrum a Cavour (TO) è una moneta romana (in copia). Sempre in Piemonte, in provincia di Alessandria il museo Antichi mestieri e tamburello di Basaluzzo offrirà un sacchetto di grano e una spiga, mentre l’ Ecomuseo Sogno di Luce di Alpignano (TO) offrirà una lampadina commemorativa di Cruto (inventore del filamento a carbone artificiale delle lampadine) da collezione e una pergamena.

In Sicilia il Polo museale di Ciminna (Palermo)  offrirà come gesto di benvenuto un aperitivo greco-romano, e il libretto "Ricettario di Cucina Greca e Romana", mentre il museo Epicentro, in provincia di Messina, offrirà in dono una mattonella circolare in terracotta; e se il Centro Esplora Ambiente di Santa Ninfa (TP) ha già pronti dei ciondoli in pietra di gesso, il Museo dell' Antica Farmacia Cartia di Scicli ha preparato dei pacchettini di spezie;

 In Emilia, a Montagnana di Modena, il museo Acetaia La Noce antica darà in dono una bottiglietta di aceto balsamico, mentre in provincia di Bologna il museo dei Botroidi offrirà ai visitatori i biscotti del museo. A Monghidoro il piccolo museo dell'emigrante e della civiltà contadina dell'Appennino bolognese offrirà dei sacchetti ricamati a mano (o di pizzo) con lavanda.

In Romagna il museo del Bottone di Santarcangelo ha già preparato una serie di  bottigliette di vetro con il logo del museo, e quello di APM, dove si spiccano tre bottoni Verdi Bianchi e Rossi.

In Calabria, a Maierà, il Museo Casamaierà donerà un vasetto di crema di peperoncino o di marmellata di cedro, mentre il Museo del Peperoncino, di Maiera', offre come dono una Bustina di Peperoncino; il Museo di Paleontologia e Scienze Naturali dell'Aspromonte, a Bova (RC) offrirà un segnalibro realizzato con materiale riciclato, con descrizione fossile;

In Lombardia il museo Contadino della Bassa Pavese donerà un sacchetto di farina di riso coltivata nel territorio, e il museo dei Tasso e della Storia postale di Camerata Cornello (BG) offrirà alcuni francobolli tematici donati al Museo da un collezionista appositamente per l'evento, e ilMuseo Archeologico di Angera (VA) offrirà un originale specchietto con scritto 'Persona da Museo';

In Puglia la casa museo Spada “Antichi strumenti musicali” di Lecceaccoglierà i visitatori offrendo birra artigianale, mentre il museo della Città e del Territorio di Nardò darà in dono una riproduzione di un frammento di una statua di I sec. a.C.; la “Casa Museo della Civiltà Contadina e della Cultura Grika” di Calimera (LE) donerà agli ospiti una pergamena con epigrafi in greco, latino e italiano;

In Trentino

il Mulino Museo dell'Ape di Croviana, 38027, offrirà uno spargimiele in legno;

Nelle Marche l’ecomuseo delle Case di Terra di Villa Ficana (MC) ha già pronto un piccolo manufatto in terra cruda e paglia con semi di fiori ed erbe aromatiche.


L'Italia dopo la Ricostruzione, deve ricostruirsi!

Una delle domande che spesso venivano e, tutt’ora, vengono fatte ai nonni o ai genitori da parte di nipoti o figli è: come si viveva, in Italia, dopo la guerra? Come vi divertivate? Cosa facevate? Ci sono somiglianze con la nostra epoca?

Sono domande lecite, poste con quel pizzico di curiosità che anima i più piccoli alla ricerca di una identità o, almeno, desiderosi di capire la storia del nostro paese.

Aldo Cazzullo, inviato ed editorialista del Corriere della Sera, ha dedicato un libro alla tematica relativa alla Ricostruzione dell’Italia nel periodo post-bellico: Giuro che non avrò più fame (edito da Mondadori nel 2018). Un libro che, attraverso una scrittura lineare e concisa, racconta, con la tipicità della narrazione giornalistica, le sofferenze, i sacrifici e i divertimenti di chi, come nonni e genitori, hanno dovuto sopportare la fame, hanno combattuto per ridare all’Italia quella dignità lacerata e che hanno rischiato, anche, nell’investire in industrie che, ancora oggi, rappresentano i capisaldi dell’economia italiana.

Oggi, spesso, ci si lamenta di un cellulare retrogrado, di una linea internet poco veloce o di come ci si debba comportare e presentare sui diversi social, quasi fossimo alla ricerca di una perfezione che non esiste, non è esistita e non esisterà mai. Molti italiani restano inermi; il lavoro rappresenta un bene di prima qualità, ma, spesso, è denigrato. Molti ‘lavoretti’ non sono in linea con le nuove leve che pretendono la ‘pappa pronta’ e tanto, ma tanto riposo…

Milano, foto di anonimo, da SkyScraperCity - Milano Sparita, Pubblico Dominio

Questi discorsi, però, sono la diretta conseguenza di una mancata ricerca del passato italiano, quel passato recente che ha visto come protagonisti i nostri nonni e genitori. I giovani di un tempo, come racconta Cazzullo, non avevano tempo per lamentarsi, dovevano rimboccarsi le maniche e ricostruire l’Italia per le generazioni future. Se oggi il modus vivendi è sulla soglia della sufficienza e, alcune volte, la supera, lo si deve a chi, dal 1948 in poi, è sceso in campo per garantire quella libertà che per noi è un dato acquisito, per loro era un miraggio da rendere reale.

In ben dodici capitoli, Cazzullo esamina la situazione italiana post-bellica, prendendo in considerazione diverse tematiche: la politica, il cinema, gli imprenditori, lo sport. È esemplare come, il giornalista, spesso faccia un confronto tra gli anni post-bellici e i giorni nostri. È chiaro che i giovani del XXI secolo devono ritenersi fortunati o, almeno, devono riconoscere che la loro libertà è frutto di una lunga e dura conquista di chi, tra volontari e lavoratori d’ogni genere, ha dedicato la propria vita per instaurare quel diritto, sacro e inviolabile, insito nel concetto di democrazia.

Nel primissimo capitolo, Cazzullo si lascia ad una riflessione che suona icastica e che, spesso, non viene presa in considerazione da chi, nel continuo lamento, ritiene di vivere una vita di stenti «Avevamo 16 milioni di mine inesplose nei campi. Oggi abbiamo in tasca 65 milioni di telefonini, più di uno a testa, record mondiale. Solo un italiano su 50 possedeva un’automobile. Oggi sono 37 milioni, oltre uno su due. Tre famiglie su quattro non avevano il bagno in casa; per lavarsi dovevano uscire in cortile o sul balcone. L’Italia non esportava tecnologia, ma braccia: minatori in cambio di carbone». Questo confronto mette in mostra un differente modus vivendi che a noi risulta, ormai, quasi estraneo. Oggi l’Italia esporta menti e beni primari; gli italiani, oggi, piuttosto che scendere in piazza, si lamentano o, nel peggiore dei casi, fanno gran baccano sui social: la vita virtuale predomina su quella reale, si viaggia agli antipodi dei nostri antenati.

La politica italiana, dopo il 1945, doveva fare i conti con l’instaurazione del miglior governo possibile che garantisse stabilità e libertà ad un popolo in agonia: l’ombra del fascismo era ancora forte. La DC (Democrazia Cristiana) alle elezioni del 18 aprile 1948 vince sul Fronte Popolare, dopo una guerra politica combattuta con giornaletti, preghiere e persuasioni varie. Il partito di Alcide De Gasperi è al comando. Una nuova Italia sta crescendo.

La politica, o meglio, la guerra politica è solo uno degli ingredienti dell’Italia post-bellica. Oggi, a Natale, i regali che vanno per la maggiore sono: cellulari, viaggi, beni di lusso…ma i nostri nonni, invece, avevano regali? Certo, mandarini, fichi secchi, ceci e legumi vari: questi erano i regali. L’imperativo era far nutrire gli italiani. Lo stesso Cazzullo spiega che la tipologia di questi regali e l’ossessione per il cibo era dovuta alla volontà dei genitori di non far rivivere gli stessi stenti che loro stessi avevano vissuto durante il periodo bellico.

Si tornava a lavorare la terra; gli italiani, come dice Cazzullo, erano i ‘cinesi’ odierni: tanto lavoro e poco riposo.

Negli anni bellici e post-bellici si registrano una serie di personalità che hanno offerto all’Italia la possibilità di riscattarsi: Vittorio Valletta, Adriano Olivetti, Enrico Mattei, Luigi Einaudi, Lina Merlin.

Valletta è il precursore di Marchionne, è stato colui che ha portato in alto il nome della Fiat, lo stesso Cazzullo scrive «L’idea di Valletta è semplice: fare dell’Italia un Paese industriale, e della Fiat la prima industria d’Italia». Olivetti è, giustamente, definito da Cazzullo: lo Steve Jobs degli italiani. Il sogno di Olivetti è stato quello di «[…] dare all’Italia una cultura industriale moderna. Un progetto in cui far confluire cristianità e umanesimo, le scienze sociali e l’arte, la tecnologia e la bellezza». È stato l’ideatore della famosissima Lettera 22 con la quale miriadi di italiani hanno scritto libri, pensieri, tesi e lavori. Mattei è stato il pioniere dell’industria petrolifera italiana, fondando l’Eni nel 1952; ha permesso all’Italia di mettersi alla pari di USA, Inghilterra, Olanda nella lavorazione del petrolio. È stato, anche, il fondatore del quotidiano Il Giorno. Einaudi è stato il secondo presidente della Repubblica Italiana. La sua politica ha previsto delle riforme dal punto di vista economico, come afferma Cazzullo «[…] è il vero artefice della Ricostruzione sul fronte dello Stato». Ed, infine, la Merlin colei che ha permesso alle donne quel riscatto di cui necessitavano. Durante la guerra e nell’immediato dopoguerra, le donne non avevano alcun diritto. La Merlin si è battuta, dura e coriacea, per chiudere le case chiuse: le donne non erano merce e non dovevano essere schiavizzate. Si deve a lei, anche, se nel 2016 si è giunti al divieto di licenziare le donne prima del matrimonio o del parto (disegno di legge avanzato dalla Merlin nel 1951).

A contorno di queste figure, si possono citare personalità quali: Achille Lauro, comandante e politico; amato dai napoletani perché egli stesso si prodigò per la sua terra «Sono un uomo che non ha rubato niente, che ha sempre lavorato, che ha dato ai poveri, e che prima di morire vorrebbe vedere felice questa bella e amatissima Napoli». Giuseppe Dossetti, vicesegretario della DC che, ritiratosi, si dedicò alla vita religiosa. Giuseppe Di Vittorio, strenuo difensore del Meridione, fondatore, insieme a Achille Grandi (DC) e Emilio Canevari (PSI), della CGIL (Confederazione Generale Italiana del Lavoro) che vanta di essere, tutt’oggi, il più antico sindacato italiano. Guglielmo Giannini, fondatore del partito dell’Uomo Qualunque che ebbe vita effimera, osteggiato dalla Democrazia Cristiana e da Confindustria di Angelo Costa.

Come si è detto, però, dopo il 1948 gli italiani si divertivano e si dilettavano col cinema ed anche con lo sport. Ancora oggi riecheggiano le gesta del Grande Torino, cui è stato dedicato un film nel 2005 con Beppe Fiorello. Una squadra formidabile, artefice di cinque scudetti consecutivi; i componenti del Grande Toro furono i protagonisti della Nazionale che vinse per due competizioni consecutive i mondiali di calcio (1934-1938). La strage di Superga ancora oggi è ricordata ed ha lasciato una lacerazione incolmabile negli sportivi di un tempo e in quelli tutt’ora in attività; Indro Montanelli, nel tratteggiare la bellezza del suo sguardo sugli atleti Granata, dice «Gli eroi sono sempre stati immortali, agli occhi di chi in essi crede. E così crederanno, i ragazzi, che il Torino non è morto; è soltanto in trasferta».

Oggi il calcio è, giustamente, ritenuto sport nazionale. Negli anni bellici e nel dopoguerra era il ciclismo lo sport di massa. Chi può dimenticare Fausto Coppi e Gino Bartali? Due sportivi che hanno regalato all’Italia numerose vittorie nei diversi tour e che hanno divertito gli appassionati del settore nei loro ‘rispettosi’ duelli su due ruote.

Anche il cinema poteva vantare personalità di spicco: Totò, Macario, Alberto Sordi, Anna Magnani, Renato Rascel…e registi del calibro di Roberto Rossellini e Federico Fellini. Un cinema privo degli effetti scenici che si possono osservare oggi, ma ricco di quella semplicità che permetteva a chi, dopo una giornata di duro lavoro, voleva rilassarsi dinanzi alla TV (non tutti potevano permettersela!).

Aldo Cazzullo durante una conferenza su Beniamino Andreatta svoltasi a Trento. Foto di Filippo Caranti, CC BY-SA 3.0

«Molti giovani non hanno fiducia nel loro Paese, e il loro Paese non ha fiducia in loro. L’Italia investe troppo poco nelle cose per cui è importante: la cultura, l’arte, la bellezza, lo spettacolo, la ricerca». Queste sono le parole di Aldo Cazzullo in uno dei capitoli del suo libro; oggi c’è un profondo scoraggiamento, gli italiani sembrano arrendevoli e chi non s’arrende fugge all’estero per realizzarsi, dimenticandosi di come, un tempo, i loro genitori o nonni reagirono dinanzi ad un’Italia distrutta dalla guerra. Questo dipende, anche, dalle troppe comodità cui si è avvezzi nell’era della tecnocrazia, Cazzullo afferma «Il tempo della rete è il tempo del narcisismo, della fatuità, dell’effimero: fashion blogger, inventori di videogame, scrittori di ministorie pubblicitarie per smartphone; start-up tutte uguali […] Tutto molto smart, cool, trendy. Nel frattempo però si sta perdendo il gusto del lavoro ben fatto, dei mestieri d’arte, del talento delle piccole cose […]». La tecnologia non va demonizzata, certo!, ma è necessario quell’est modus in rebus oraziano che cerchi, almeno, di spingere gli italiani a rimboccarsi le maniche e dare una svolta ad uno Stato in stallo: se le formidabili personalità del passato, genitori e nonni, sono riusciti a far riemergere un’Italia distrutta, vinta e indebolita, anche Noi, sulle orme dei nostri predecessori, siamo tenuti ad offrire un valido contributo affinché la crisi che sta piegando l’Italia da anni possa cessare e che l’Italia rialzi il capo una buona volta!

Aldo Cazzullo Ricostruzione Giuro che non avrò più fameBIBLIOGRAFIA:

Aldo Cazzullo, Giuro che non avrò più fame, Milano 2018.


Operazione Antiques Carabinieri TPC

Carabinieri TPC: con l'Operazione "Antiques" beni sequestrati per un valore di € 1.500.000

ESECUZIONE DI PROVVEDIMENTO DI ORDINANZA DI CUSTODIA CAUTELARE

Operazione “ANTIQUES”

La mattina del 26 luglio, al termine di una complessa attività d’indagine della Procura della Repubblica di Reggio Calabria, diretta dal Procuratore dott. Giovanni Bombardieri, in Reggio Calabria, Napoli, Brescia, Catania, Torre del Greco (NA), Arzano (NA), Melito di Napoli (NA), Sant’Antonio Abate (NA), Ischia (NA), Castrezzato (BS), Isola del Liri (FR), Grana (AT), i Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale (TPC) di Cosenza, coadiuvati da quelli del Reparto Operativo TPC di Roma, dei Nuclei TPC di Napoli, Roma, Bari, Perugia, Firenze, Monza, Torino, della Sezione TPC di Siracusa e dell’Arma territoriale hanno dato esecuzione a 4 ordinanze di custodia cautelare agli arresti domiciliari, emesse dal Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale Ordinario di Reggio Calabria e a 20 decreti di perquisizione, emessi dalla locale Procura della Repubblica nei confronti di altrettanti indagati, ritenuti responsabili del reato di associazione per delinquere finalizzata alla ricettazione di opere d’arte, quali dipinti, sculture in bronzo e marmo, oggetti chiesastici, provento di furto in territorio nazionale ed alla loro esportazione illecita, per la successiva commercializzazione in ambito internazionale.

I suddetti provvedimenti scaturiscono dall’esito di un’indagine, convenzionalmente denominata “ANTIQUES”, svolta dai Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Cosenza supportati dai militari del Nucleo TPC di Napoli e coordinata dal Procuratore Aggiunto Gerardo Dominijanni e dai Sostituti dott. Giovanni CALAMITA e dott. Alessandro MOFFA.

Le investigazioni, avviate nel novembre del 2015 a seguito di un controllo ad esercizio commerciale d’antiquariato di Reggio Calabria e corroborate anche da attività tecniche e di riscontro mediante l’utilizzo della Banca Dati dei beni culturali illecitamente sottratti gestita dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, hanno consentito di:

  • acquisire numerosi elementi investigativi di colpevolezza nei confronti dei componenti di un pericoloso sodalizio criminale, con base a Napoli e provincia e con ramificazioni nel bresciano, dedito alla ricettazione di beni antiquariali trafugati sul territorio nazionale e commercializzati anche tramite antiquari calabresi compiacenti ovvero esportati illecitamente per essere venduti presso fiere di settore in Francia, come Avignone e Montpellier;

  • recuperare diverse opere trafugate, alcune di rilevante importanza, nonché un ingente quantitativo di oggetti d’antiquariato esportati in territorio francese, senza la prescritta autorizzazione dei competenti organi del MiBAC.

Nello specifico venivano recuperati beni di rilevanza storico artistica, provento di furto ai danni di abitazioni private del territorio nazionale, tra i quali emerge, per importanza, un dipinto, olio su tela, del ‘700, raffigurante “Madonna con Bambino”, di Scuola Napoletana, trafugato nel 2014 da un palazzo nobiliare di Arcevia (AN) (visibile nel video), nonché di sequestrare, al valico di Ventimiglia (IM), al confine con la Francia, centinaia di beni antiquariali, costituiti prevalentemente da elementi di arredo antico e di pregio, quali sculture in marmo e bronzo, consolle, dipinti su tavola e su tela, suppellettili antichi in argento, ceramica e porcellana, trasportati a mezzo di furgoni presi a noleggio per l’occasione dagli appartenenti al sodalizio criminale (visibili nel video).

Il valore economico di tutti i beni sequestrati è stato stimato in circa 1.500.0000 Euro.

Cosenza, 26 luglio 2019

Operazione Antiques Carabinieri TPC

Video e testo per l'Operazione Antiques forniti dalla Sala Stampa Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale


Velletri: conferenza “Folklore e Tradizioni Popolari”

La conferenza “Folklore e Tradizioni Popolari” si terrà lunedì 22 luglio, alle ore 18:00, presso la sala Tersicore del palazzo comunale di Velletri. L’incontro conclude la manifestazione “Giornate del Folklore Internazionale” che vedrà esibirsi a Velletri, nei giorni precedenti, gruppi folklorici provenienti dall’Isola di Pasqua, Honduras, Bielorussia, Botswana e Italia.

In basso trovate il programma completo della conferenza e link utili per ottenere maggiori informazioni.

Non mancate!

Museo delle Religioni “Raffaele Pettazzoni”

 

Folklore e Tradizioni Popolari

Lunedì 22 luglio 2019

Sala Tersicore del Palazzo Comunale di Velletri

Piazza Cesare Ottaviano Augusto 1, Velletri (Roma)

Saluti:

 

Orlando Pocci, sindaco di Velletri

Romina Trenta, assessore alla cultura

Sabina Ponzo, consigliere comunale

Intervengono:

Alessandra Broccolini (Sapienza Università di Roma), Folklore o patrimonio culturale immateriale? I diversi significati della tradizione nel nuovo millennio

Katia Ballacchino (Università degli Studi di Salerno), Il patrimonio culturale immateriale come risorsa per la comunità

Daniele Parbuono (Università degli Studi di Perugia / Chongqing University of Arta and Sciences), Folklore e folclorismi. Diversi modi di sentirsi locali

Coordina:

Igor Baglioni (Museo delle Religioni “Raffaele Pettazzoni”)

Ore 19:30

Folklore Velletrano

Info

Mail: [email protected]


Una paradossografia pseudo-aristotelica: il “De mirabilibus ascultationibus”

UNA PARADOSSOGRAFIA PSEUDO-ARISTOTELICA: IL “DE MIRABILIBUS ASCULTATIONIBUS”

Quando ci si imbatte nella lettura di Aristotele spesso l’attenzione ricade su opere come la Metafisica, Poetica, Politica etc. che, seppur pregevoli per le informazioni e ricche di spunti filologici, non mancano certo di contributi esplicativi. La situazione, però, non è omogenea, non tutte le opere, aristoteliche o presunte tali, hanno ricevuto lo stesso trattamento o, seppur emendate e commentate, non risaltano all’attenzione del lettore esperto e non.

Raffaello Sanzio, La Scuola di Atene, particolare con Platone e Aristotele. Affresco (1509-1511 circa), Musei Vaticani (fonte: Web Gallery of Art), Pubblico dominio

La questione del De mirabilibus ascultationibus è degna di nota sia per le problematiche storico-filologiche sia per le informazioni, spesso stravaganti, contenute all’interno della raccolta. Come si deduce dall’intestazione, l’opera è definita pseudo-aristotelica, non a caso differenti filologi (Alessandro Giannini, per citarne uno) hanno riscontrato diverse problematiche nel ricercare l’autore di questa raccolta di eventi mirabolanti. La difficoltà nell’individuazione della paternità è connessa con la varietà dei contenuti, varietà che riguarda non solo le informazioni, ma anche e soprattutto la datazione delle stesse. Non mancano, infatti, capitoli che riferiscono eventi precedenti o, addirittura, posteriori ad Aristotele stesso: in questa circostanza, allora, come ci si dovrebbe comportare? Giunge in soccorso la tradizione del Corpus Aristotelicum. Per quanto riguarda la tradizione dei filosofi, in particolar modo Platone e Aristotele, le loro ‘scuole’ hanno giocato un ruolo fondamentale per la salvaguardia delle loro opere, nel caso di Aristotele il Liceo ha permesso che una buona parte della produzione aristotelica venisse tramandata ai posteri. All’interno di questa istituzione, il Liceo per l’appunto, definendola con una terminologia moderna, Aristotele ammaestrava i suoi allievi con le sue lezioni. Non è da escludere, quindi, che se diversi capitoli del De mirabilibus ascultationibus possano essere, con i dubbi del caso, ascritti allo Stagirita, gli altri possano avere una paternità diversa: si può ipotizzare, in questo caso, che differenti capitoli siano ascrivibili agli allievi. A confermare quest’ultima ipotesi c’è la questione della fonte o delle fonti della raccolta. Se ci si attiene alle informazioni degli studiosi, le fonti principali dell’opera paradossografica pseudo-aristotelica sono da indicare in Timeo, Teopompo e Teofrasto. Quest’ultimo, infatti, è stato allievo di Aristotele al Liceo.

Gustav Adolph Spangenberg, Die Schule des Aristoteles, affresco (1883-1888), (fonte: Hetnet.), Pubblico dominio

Connessa alla difficoltà della paternità della raccolta c’è la questione della datazione. Anche in questo caso si deve ipotizzare una pluralità di aggiunte seriori, anche se, cercando di datare quei capitoli ascrivibili ad Aristotele, si potrebbe definire come terminus ante quem il 384 a.C. (anno della nascita di Aristotele) e come terminus post quem il 322 a.C. (anno della morte dello stesso), in quest’arco di tempo, presumibilmente, va cercata l’origine di alcuni capitoli di probabile paternità aristotelica.

Le difficoltà legate alla paternità e alla datazione ricadono, anche, sulla struttura dell’opera. I capitoli non hanno una successione cronologica né tantomeno contenutistica, ma spesso risultano inseriti in maniera confusionaria e priva di una organizzazione razionale.

Dopo questa brevissima parentesi storico-filologica, è importante spiegare le ragioni che devono spingere studiosi e appassionati alla lettura del De mirabilibus ascultationibus. Come si evince dal titolo, l’opera presenta informazioni paradossali. Lo Pseudo-Aristotele (o si potrebbe definire anche Anonimo, date le suddette problematiche di paternità), tratta argomenti di vario genere: dalla zoologia alla botanica sino ai fenomeni geologici. Tutti i paradossi, eccetto rari casi, sono accompagnati dal luogo d’origine: si va dal Medio Oriente alla Grecia continentale sino all’Illiria e Italia (Sicilia e Magna Grecia).

Ogni sezione presenta delle caratteristiche principali: la sezione botanica è legata agli effetti ed usi delle diverse erbe e fiori disseminati sulla Terra (si deve tener presente che per Terra va intesa la superficie conosciuta sino al IV-III a.C.). Lo Pseudo-Aristotele (o Anonimo) parla di erbe benefiche e malefiche, di erbe legate ai culti religiosi e quelle legate alla sfera matrimoniale e, addirittura, racconta di fiori che emanano un odore acre tale da allontanare le bestie feroci.

La sezione zoologica è interessata alle dimensioni e alle funzioni di diversi animali. Si passa da bestie più grandi del normale a pesci che riescono a sopravvivere sulla spiaggia. Lo Pseudo-Aristotele tratta anche, per esempio, di locuste che, se ingerite, salvano dai morsi dei serpenti; quest’ultima informazione poteva (e può) essere utile per uno studioso di rimedi farmaceutici.

La sezione geologica è legata sia ai diversi fenomeni naturali: vengono trattati i casi di alta e bassa marea nello stretto di Messina, laghi che generano vortici e sputano una grande quantità di pesci, sia alla presenza, in diverse località, di metalli e pietre preziose. Spesso questa sezione è interessata, anche, da fenomeni mitologici: lo Pseudo-Aristotele parla, per esempio, di un evento accaduto a Catania ai due pii fratres (fratelli devoti), Anfinomo e Anapio; dopo l’eruzione dell’Etna, i due fratelli, con i loro genitori sulle spalle, furono salvati dalla lava grazie alla loro pietas (devozione), questo evento segnò così tanto i catanesi da farlo incidere sulle monete coniate tra il II e il I a.C. Quest’ultimo dato, per esempio, può risultare utile agli studiosi di numismatica.

L’intera raccolta è ricca di queste informazioni e il De mirabilibus ascultationibus, per concludere, può essere definita un’opera poliedrica: utile agli studiosi del Corpus Aristotelicum o agli appassionati e interessante anche per medici, erboristi e zoologi, antichi e non.

De mirabilibus ascultationibus Aristotele Pseudo-Aristotele
Busto di Aristotele. Copia romana di originale greco in bronzo di Lisippo, con aggiunta moderna del mantello in alabastro. Foto di Marie-Lan Nguyen (2006), Pubblico dominio

Roma: convegno “Creature ibride dall’oriente alla penisola italiana: appropriazioni e (ri)creazioni”

Il convegno internazionale “Creature ibride dall’oriente alla penisola italiana: appropriazioni e (ri)creazioni”, incontro di studi promosso dall’Università di Friburgo, si terrà il 3 e il 4 aprile all’Istituto Svizzero di Roma, in via Ludovisi 48.

Oltre a rappresentare gli animali esistenti e a evolvere al loro fianco, diverse civiltà hanno immaginato creature
ibride, comunemente dette Mischwesen. Gli artisti hanno dimostrato una grande creatività, che sfocia nella creazione di un abbondante bestiario, presente su molti supporti quali i vasi attici, i gioielli etruschi, e le gemme del periodo romano.

Queste figure ibride non sono sistematicamente legate alla mitologia, anche se nell’antica Grecia il riferimento mitologico è maggiormente presente in confronto alla penisola italiana dove tali figure conquistano una propria autonomia.

Le suddette differenze ci invitano a riflettere tanto sul fenomeno dell’ibridazione quanto su questa apparente indipendenza dalle fonti letterarie delle creature ibride della penisola italiana, dall’epoca etrusca a quella
imperiale. Attraverso l’esame di testi, ma soprattutto di immagini ricche e variegate, proponiamo un viaggio nella terra di queste creature mostruose eppure così formalmente attraenti.

Di seguito il programma.

Mercoledì 3 aprile 2019

10 : 00 Benvenuto

10 : 15 Véronique Dasen (Università Friburgo)

Chnoubis, un hybride à toutes épreuves : petits maux, grands dieux

11 : 00 Cecilia d’Ercole (École des Hautes Études en Sciences Sociales, Parigi)

I Viaggi dei Grifi, tra Oriente e Occidente ( IVe - IIIe )

11 : 45 Valentino Nizzo (Museo Villa Giulia)

Di Potnia in Potnia. Ricezione e reinterpretazione di un modello archetipale nell’Italia centro-meridionale protostorica

12 : 30 Pranzo

14 : 00 Igor Baglioni (Museo delle Religioni « Raffaele Pettazzoni », Velletri)

Tra le spire della donna serpente. Echidna nella Teogonia esiodea

14 : 45 Esau Dozio (Antikenmuseum Basilea)

Un’anfora del Pittore di Berlino : creature ibride tra Grecia ed Etruria

15 : 30 Pausa

16 : 00 Flavia Morandini (Università Ca’ Foscari, Venezia)

Bestie divoratrici: sfingi e teste mozzate

16 : 45 Anna Angelini (Università Losanna)

Mostri marini nelle tradizioni greco-romane: tra informità e polimorfismo

18 : 00 Visita Villa Giulia

19 : 30 Fine della visita

Giovedì 4 aprile 2019

 

10 : 00 Benvenuto

10 : 15 Maria Cristina Biella (Università Roma, La Sapienza)

Al di qua e al di là degli Appennini. Appunti sullo sviluppo del bestiario orientalizzante nella Penisola Italiana

11 :00 Lorenzo Fabbri (Università Milano)

Il serpente che non è in grado di cambiare pelle muore: l’emblematico caso di Lamia

11 : 45 Enrico Giovanelli Leoni (Università Milano)

Chimere e sfingi nelle arti minori in età Orientalizzante: spunti per l’individuazione dei modelli iconografici

12 : 30 Pranzo

14 : 00 Arnaud Zucker (Université Côte d’Azur)

Les hybrides sont-ils des animaux comme les autres ? Montage et démontage d’un « prototype »

14 : 45 Doralice Fabiano (Università Ginevra)

Gli dei del fiume nell’antica Grecia tra « ibridismo » e « natura »

15 : 30 Pausa

16 : 00 Fabio Spadini (Università Friburgo)

Un ibrido al soldo della vendetta, il Capricorno

16 : 45 Daniela Ventrelli (Università Friburgo)

Creature ibride e mostruose nella ceramica figurata. Rubi antiqua / apula e lucana, « fascination » per i collezionisti del XIX secolo

17 : 30 Sandra Jaeggi (Università Friburgo)

Représenter des hybrides à mamelles : génération ou régénération ?

 

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