Premio IILA Cinema Cine

Premio IILA - Cinema: premiazione dei vincitori della prima edizione

Domenica 24 ottobre, presso la Casa del Cinema, proiezione e premiazione dei 

vincitori della prima edizione del 

Premio IILA - Cinema

Premio IILA Cinema

Domenica 24 ottobre presso la Casa del Cinema di Roma, nell’ambito del programma “Risonanze”, una specifica rassegna della prestigiosa Festa del Cinema di Roma, l’IILA - Organizzazione internazionale italo-latino americana presenta i film vincitori del Premio IILA - Cinema, un progetto realizzato con il contributo del Ministero degli Esteri e Cooperazione Internazionale italiano, in collaborazione con Fondazione Cinema per Roma e Festa del Cinema di Roma, rivolto a divulgare la nuova cinematografia latinoamericana presso il pubblico e presso gli operatori dell’industria cinematografica italiana ed europea.

Con questo Premio, alla sua prima edizione, l’IILA vuole dunque offrire un riconoscimento alla creatività dei giovani registi latinoamericani e incentivare la produzione di nuove opere, con la ulteriore finalità di contribuire alla riattivazione dell’industria cinematografica, uno dei settori più duramente colpiti dalla pandemia.

Una giuria d’eccezione, presieduta da Felice Laudadio (già Direttore della Mostra del Cinema di Venezia e Presidente della Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia  Italia) e composta da Esteban Ferrari (Presidente FEISAL - Federación de Escuelas de Imagen y Sonido de América Latina - Argentina), Eleonora Loner (regista - Brasile), Daniela Michel (Direttrice Festival de Morelia – Messico), Giorgio Gosetti (Direttore Casa del Cinema, Italia) e Giovanna Taviani (regista, Fondatrice del Salina Doc Fest - Italia), ha scelto i film vincitori della 1° edizione del Premio IILA - Cinema, che saranno proiettati nella Sala Deluxe, in lingua originale con sottotitoli in italiano, secondo il seguente programma:

Ore 16.30 - Categoria Innovazione:

Terranova, vincitore, Alejandro Alonso Estrella (Cuba)

Ore 18.00 - Categoria Documentari:

Danza combate, vincitore, Camila Daniela Rey (Argentina)

Pàttàki, menzione d’onore, Everlane Moraes Santos (Brasile/Cuba)

Ore 20.00 – Cerimonia di premiazione delle opere selezionate

Ore 20.30 - Categoria Fiction:

Años luz, vincitore, Joaquín Mauad (Uruguay)

Acordes, menzione d’onore, José Antonio de la Torre Vega (Messico)

Acordes Premio IILA Cinema

Nel corso della serata la Segretario Generale dell’IILA Antonella Cavallari procederà alla premiazione dei vincitori delle categorie Innovazione, Documentari e Fiction che, a causa delle attuali restrizioni sanitarie, assisteranno on-line alla cerimonia, alla presenza degli ambasciatori di vari paesi della Regione. I registi premiati viaggeranno in primavera a Roma, come previsto dal Premio, per partecipare ad una serie di incontri organizzati dall'IILA con professionisti e studenti di cinema, definiti in base al profilo e agli interessi di ciascuno dei vincitori.

Modalità di accesso

Ai sensi del decreto n.105 del 23 luglio l’accesso è consentito ai soggetti muniti di certificazione verde COVID-19 (Green Pass) e di documento di identità. L’ingresso alle sale gratuito e subordinato alla prenotazione da effettuare presso la portineria a partire da un’ora prima dell’inizio. Ingresso libero fino ad esaurimento dei posti disponibili.

Premio IILA CinemaTesto e immagini dall'Ufficio Stampa Zètema Progetto Cultura


tartaro agricoltura Europa

Nel tartaro dei nostri antenati preistorici, le origini dell’agricoltura in Europa

Nel tartaro dei nostri antenati preistorici, le origini dell’agricoltura in Europa

L’analisi del tartaro preistorico di 44 individui provenienti da siti archeologici italiani e balcanici ha permesso di confrontare le abitudini alimentari dei cacciatori-raccoglitori-pescatori del Paleolitico e Mesolitico con quelle dei primi agricoltori del Neolitico e di individuare una specie batterica del cavo orale la cui variabilità genetica permette di ripercorrere le migrazioni dei primi agricoltori. I risultati dello studio coordinato dalla Sapienza Università di Roma nell’ambito del progetto ERC Starting Grant HIDDEN FOODS sono stati pubblicati sulla rivista PNAS.

tartaro agricoltura Europa
Nel tartaro dei nostri antenati preistorici, le origini dell’agricoltura in Europa

Il tartaro dentale, da sempre considerato un grande nemico della nostra salute orale, negli ultimi anni è diventato oggetto di studio della bioarcheologia, rivelandosi uno strumento fondamentale per la ricerca sulle abitudini alimentari e lo stile di vita di individui che vivevano in epoca preistorica. Infatti, durante il processo della sua formazione le cellule dei microrganismi che popolano il cavo orale (la cosiddetta flora batterica), le microscopiche particelle di cibo e anche strutture vegetali e/o animali e le loro molecole di DNA, possono essere intrappolate e conservate per millenni.

Nello studio pubblicato sulla rivista scientifica PNAS e condotto nell’ambito del progetto ERC Starting Grant HIDDEN FOODS dal team del laboratorio DANTE - Diet and ANcient TEchnology Laboratory del Dipartimento di Scienze odontostomatologiche e maxillo-facciali della Sapienza in collaborazione con l’Università di Vienna, l’analisi del DNA antico conservato nel tartaro di 44 individui provenienti da siti archeologici in Italia e nei Balcani, risalenti fino a oltre 15.000 anni fa, ha permesso di ricostruire l’evoluzione della flora orale degli antichi cacciatori e raccoglitori del Paleolitico e Mesolitico e dei primi gruppi di agricoltori che arrivarono dal Vicino Oriente durante il Neolitico, delineando così le tappe che hanno segnato in Europa meridionale la transizione verso l’agricoltura.

“Le analisi sui denti preistorici – commenta Claudio Ottoni, paleogenetista e primo autore dell’articolo – sono state condotte utilizzando tecniche avanzate di estrazione del DNA e di sequenziamento genico chiamate Next-Generation Sequencing (NGS) e hanno evidenziato come l’arrivo dei primi agricoltori abbia modificato solo parzialmente la composizione della flora orale degli antichi cacciatori. Nonostante ciò, tale evento è stato registrato nel genoma umano e in quello di molte specie di animali che sono state portate dagli antichi agricoltori. Attraverso lo studio della variabilità genetica e l’analisi filogeografica di una specie batterica che popola la cavità orale, l’Anaerolineaceae bacterium oral taxon 439, siamo riusciti a ricostruire il flusso migratorio dei primi agricoltori che, circa 8.500 anni fa, spostandosi dal Vicino Oriente, sono giunti nei Balcani e in Italia”.

“La nostra analisi - continua Emanuela Cristiani del Dipartimento di Scienze odontostomatologiche e maxillo-facciali, responsabile scientifico del progetto HIDDEN FOODS e coordinatrice dello studio - ha permesso di individuare in due campioni di tartaro degli antichi cacciatori, rinvenuti nel sito di Vlasac, in Serbia, alcune tracce di DNA di piante tra cui betulla, nocciola e sambuco. Macro-resti di queste specie vegetali sono stati rinvenuti anche nei contesti mesolitici nello stesso territorio e confermano il consumo di tali specie a scopo alimentare e/o tecnologico”.

Precedenti studi avevano già dimostrato che la resina di betulla veniva masticata per essere poi usata come collante, ad esempio per la fabbricazione di utensili, un’attività che potrebbe aver lasciato una traccia molecolare nel tartaro degli antichi cacciatori-raccoglitori.

“Un cambiamento più profondo nella composizione della nostra flora batterica - spiega Claudio Ottoni - è avvenuto successivamente al Neolitico, come ha dimostrato il confronto con alcuni dataset di tartaro umano riferibili al 18° e 19° secolo fino a oggi. Nello specifico, i nostri risultati hanno evidenziato come l’attività funzionale della flora orale umana moderna sia mutata a seguito dell’uso massiccio di antibiotici a partire dagli anni ’40 del secolo scorso, un utilizzo che ha portato all’insorgenza di meccanismi di resistenza agli antibiotici precedentemente assenti nei campioni preistorici”.

“Lo studio – conclude Cristiani - rappresenta un decisivo passo avanti nell’analisi del tartaro antico sebbene occorreranno ulteriori indagini per stabilire se le dinamiche osservate nei Balcani e in Italia si siano verificate anche in altre regioni d’Europa. Per capire esattamente quando la nostra flora orale è cambiata, sarà necessario analizzare campioni più recenti, dall’Età del Bronzo fino al Medioevo”.

 

Riferimenti:

Tracking the transition to agriculture in Southern Europe through ancient DNA analysis of dental calculus - Claudio Ottoni, Dušan Boric, Olivia Cheronet, Vitale Sparacello, Irene Dori, Alfredo Coppa, Dragana Antonovic, Dario Vujevic, T. Douglas Price, Ron Pinhasi, and Emanuela Cristiani - PNAS 2021 https://doi.org/10.1073/pnas.2102116118

 

Testo e foto dall'Ufficio stampa e comunicazione Sapienza Università di Roma


Il male degli angeli Luisa Gasbarri

Il male degli angeli, un romanzo di Luisa Gasbarri

Luisa Gasbarri, Il male degli angeli, Baldini e Castoldi - recensione

Articolo a cura di Alfredo Sgroi

Il male degli angeli Luisa Gasbarri
La copertina del thriller Il male degli angeli di Luisa Gasbarri, pubblicato da Baldini+Castoldi (2020) nella collana Romanzi e racconti

Il romanzo di Luisa Gasbarri stuzzica la curiosità del lettore (e nostra) fin dal titolo: ossimorico e, se si vuole, un poco inquietante. Ed enigmatico. In che senso ci può essere infatti una componente malefica in quelle creature (gli angeli) che incarnano il bene nella sua massima purezza? Il lettore sorvegliato, dunque, è messo sull’avviso fin dall’inizio: non si aspetti il consueto romanzo inquadrabile in uno schema ben definito e costruito con un intreccio lineare. Ma, al contrario, una narrazione che si dipana sotto il segno della continua e labirintica contraddizione. Il che, puntualmente, è confermato dalla lettura del testo, come pure dalla breve nota critica (pp. 9-10) con la quale l’autrice avverte che il suo libro ha una natura ibrida, composita, in cui confluiscono ricerche storiche, estese alla sfera dell’occultismo, ed elementi di schietta invenzione fantastica.

Ma, si può dire, in questo romanzo è sempre arduo discriminare ciò che è frutto di fantasia da ciò che poggia sul solido terreno della storia, anche per il ricorso ad una particolare tecnica di collage, per la quale i fili del racconto sono continuamente spezzati e riannodati. Non si può perciò definire con nettezza dove comincia la realtà e dove finisce. Basta questa premessa per comprendere che Il male degli angeli è una miscela (ben dosata) di elementi dissonanti e stranianti; un racconto che concentra i generi e i temi più disparati: il giallo, il mistero, la storia, l’eros e i turbamenti profondi dell’anima, le passioni elementari e accese, dai toni violenti. L’autrice compone questo complesso mosaico saldando le diverse tessere in modo da comporre un quadro armonico al di là delle discordanze, a riprova che l’ossimoro è il timbro essenziale di questo racconto dall’ampio respiro.

La copertina del romanzo The Coming Race (1871, anche pubblicato come Vril, the Power of the Coming Race) di Edward Bulwer-Lytton. Il tema fu poi ripreso da Le Matin des magiciens (1960) di Louis Pauwels e Jacques Bergier che per primi ipotizzarono la Società Vril, al centro del romanzo Il male degli angeli di Luisa Gasbarri. Immagine in pubblico dominio

Di conseguenza l’intreccio è amplificato e spezzato, sia per la collocazione temporale che spaziale, e i personaggi che si muovono in un vorticoso gioco degli specchi, in maniera a ben vedere corale, sono coinvolti in fosche vicende che come un fiume carsico scaturiscono dalla Germania degli anni Venti, trascorrono i cupi avvenimenti del secondo conflitto mondiale, lambendo la grande storia, si inabissano e riaffiorano nella contemporaneità.

Il filo rosso che lega eventi così distanti nel tempo e divaricati nello spazio (tra Germania e Italia) è un misterioso circolo esoterico: la Società Vril, che raccoglie donne dotate di particolari poteri e che perciò calamitano l’attenzione dei gerarchi nazisti, che con l’occulto hanno un rapporto stretto e disturbato. Ad innescare l’indagine di Sara Wolner, l’eccentrica e tormentata poliziotta dal carattere ribelle ed indolente, in questo mondo misterioso è una catena di delitti che hanno tutti il sigillo satanico del fuoco: diverse donne sono state rapite, torturate e bruciate. La pista che imbocca nel corso delle indagini la porta ad incappare proprio nella Società Vril; a scoprirne le radici nelle ossessioni sinistre di certi gerarchi nazisti; a inseguire ombre inquietanti che sfilano tra il passato e il presente.

Così scopre, tra tanti turbamenti, quella componente luciferina che ha le stimmate del male impresse nelle creature, apparentemente angeliche, reclutate per riscattare l’umanità; così i colori luttuosi delle tenebre, che simboleggiano il male, si intrecciano ambiguamente con le folgoranti immagini illuminate da un fuoco che è, al contempo, purificatore e distruttore. Ambiguità, questa, che si riverbera sugli adepti della setta dal cui seno sono partiti i delitti misteriosi; sulle loro allucinazioni che hanno la fisionomia della realtà: «I Vril-ya non sono buoni, miss Wolner. I Vril-ya sono creature malvagie, anche se sono i signori del mondo, e non vogliono il nostro bene, per quanto ci siano infinitamente superiori». (p. 345) Qui, come altrove, il lettore si chiede come stiano veramente le cose: se ci si trova di fronte ad un gigantesco vaneggiamento di menti esaltate o, dietro l’apparenza, ci sia dell’altro.

E proprio su queste ambiguità feconde, secondo il classico assunto di Todorov, si impernia il gioco narrativo dell’autrice, che si diverte (e ci diverte) a lasciare nel limbo della sospensione il lettore stesso, a tenerlo con il fiato sospeso e inchiodato ad un dubbio che, in fondo, non si scioglie. Luisa Gasbarri ha perciò imbastito un romanzo che è anche molto altro: saggio storico, indagine psicologica e scandaglio dei sentimenti, virtuosisticamente sfruttando le infinite possibilità che il genere romanzesco offre, demolendo le barriere tra i generi canonici.

Se scrivere è un atto d’amore, come diceva Cocteau, in questo caso l’autrice ha anche compiuto un atto di coraggio. Perché nel tempo della semplificazione banalizzante, della scarnificazione del romanzo ridotto a scheletro narrativo, opta per una strada diversa, controcorrente. E, come il Savinio che si sceglieva i lettori, anche lei si sceglie il suo pubblico: quello di chi ama immergersi nella lettura senza fretta o superficiali frenesie, per assaporarne con i giusti tempi le diverse sfumature. E lo fa proponendo una prosa polimorfa, essenziale ma mai scialba, talvolta impreziosita da deliziosi squarci lirici, innestando sequenze descrittive nitide ed eleganti, talaltra da brusche accelerazioni del ritmo. Mai, comunque, banalmente.

Luisa Gasbarri, Il male degli angeli, Milano, Baldini e Castoldi, 22, pp. 403. La scheda del romanzo è qui.


Dante Alighieri gesto osceno Vanni Fucci Inferno Malebolge

Come Dante Alighieri "disonorò l’opera sua" inserendo un gesto osceno

Come Dante Alighieri "disonorò l’opera sua" inserendo un gesto osceno

Quanto è bello iniziare a studiare la Divina Commedia. Si è al terzo anno di scuola superiore, nel pieno dell’adolescenza, magari innamoratissimi, persi nel pensiero di quel ragazzo o ragazza che proprio non vuol cessare di incantarci e, in un bel pomeriggio d’autunno, ci vediamo (almeno inizialmente) obbligati a leggere l’incomprensibile opera di quel burbero di Dante Alighieri. Un nome spaventoso, che atterrisce gli studenti alle prime anni e gli studiosi che ormai hanno fatto il callo. Parliamo, in fondo, del Padre della letteratura italiana e della lingua italiana, ed è pur comprensibile lasciarsi prendere dallo sconforto. Ma questi sono sentimenti passeggeri, perché non c’è studente, per quanto pigro, svogliato e disinteressato, che non venga rapito dai versi di quel tristissimo fiorentino. Perché quando Dante iniziò a scrivere la Divina Commedia era triste davvero e mortalmente arrabbiato con i fiorentini.

E mentre era in esilio, non avendo a disposizione altro mezzo per farla pagare a tutti, condannò i suoi nemici alla damnatio memoriae, assai meglio di chiunque altro. E, così facendo, ha reso immortali tutti quanti, specie il papa Bonifacio VIII. Non tutti sono in grado di segregare i propri nemici all’Inferno, e con quale stile! Eppure, vi è un punto della prima cantica dantesca che ha fatto particolarmente impressione a Nicolò Machiavelli, al punto che questi, irato col maestro fiorentino, giunse a dire che avesse «disonorato l’opera sua». E questo perché il nostro poeta prediletto, desideroso di rappresentare con estremo realismo la genia umana, avrebbe «fuggito l’osceno», facendo fare ad un personaggio piuttosto scurrile un gestaccio che Machiavelli proprio non ha perdonato al poeta. Ne parla in un’opera poco conosciuta e mai resa pubblica, in cui immagina di parlare con il grande Poeta. Si sta parlando del Discorso intorno alla nostra lingua.

Nel ventiquattresimo canto, dopo aver attraversato l’Inferno in tutto il suo indicibile orrore, esserci impietositi e irritati, interrogati su alcuni versi misteriosissimi e averne imparato qualcuno per poterlo sfoderare al momento giusto, si cammina insieme a Dante e Virgilio tra le Malebolge, i cerchi più remoti del regno infernale. E qui giungiamo nella bolgia dei ladri, che vengono morsi al collo da un serpente, cadono a terra come cenere e rinascono da essa, esattamente come la fenice.

Un’immagine straordinaria, tra le più belle e spaventose di questo immenso poema:

Ed ecco a un ch’era da nostra proda, / s’avventò un serpente che ‘l trafisse / là dove ‘l collo a le spalle s’annoda. / Né O sì tosto mai né I si scrisse, / com’ el s’accese e arse, e cener tutto / convenne che cascando divenisse; / e poi che fu a terra sì distrutto, / la polver si raccolse per sé stessa / e ‘n quel medesmo ritornò di butto. / Così per li gran savi si confessa / che la fenice more e poi rinasce, / quando al cinquecentesimo anno appressa”.

Qui Dante trova un abitante di Pistoia, città detestatissima dal poeta, e il buon Virgilio chiede al figuro chi sia: si parla di Vanni Fucci, un nome che a noi non dice niente, ma che ai tempi di Dante era ben noto per diversi furti e un omicidio. Non a caso, si presenta al poeta dicendo che

vita bestial mi piacque e non umana / sì come a mul ch'i' fui; son Vanni Fucci / bestia, e Pistoia mi fu degna tana”.

Precisamente, quest’uomo era considerato il famigerato autore di un furto sacrilego che era avvenuto nel 1293 nella cappella di San Iacopo, all’interno del duomo di Pistoia. Qui, sarebbero state rubate le sante reliquie custodite e un tesoro, straordinariamente ricco. Inizialmente fu arrestato e quasi impiccato un innocente, tale Rampino Foresi, per poi essere acciuffato uno dei complici, il notaio Vanni della Monna. E questi, ormai prossimo all’impiccagione, rivelò di essere stato aiutato da Vanni Fucci, che era già parecchio celebre per le sue malefatte. Il problema, a quel punto, era che il presunto ladruncolo aveva già lasciato la città, senza che si potesse verificare in alcun modo un suo effettivo coinvolgimento. Ma Dante, a prescindere, lo colloca tra i ladri e risolve il giallo con l’inappuntabilità di un Poirot medievale. Naturalmente, gli fa confessare il furto.

Davanti a Dante, l’uomo arrossisce di trista vergogna, ma non perché si vergogni del suo gesto, ma perché si sente umiliato e ritiene che Dante goda nel vederlo in quello stato. Allora, inizia col dire “apri li orecchi al mio annunzio, e odi”, e lo avverte che se mai riuscisse ad uscire dall’Inferno, troverà una sorte amara ad attenderlo. E a quel punto gli racconterà tutte le future disfatte di Firenze. Lo fa perché il poeta soffra: “E detto l’ho perché doler ti debbia” sostiene infelicemente.

Dante Alighieri gesto osceno Vanni Fucci Inferno Malebolge
La bolgia dei ladri nell'illustrazione di Gustave Doré dal XXV° canto dell'Inferno, dall'edizione inglese (tradotta dal Rev. Henry Francis Cary) dell'Inferno (senza data), Cassell, Petter, Galpin & Co., New York, London and Paris

Così, si conclude il ventiquattresimo canto, lasciando i lettori attoniti, ma non appena ha inizio il successivo, Vanni Fucci, in linea con il sacrilegio compiuto in vita, compie un gesto terribile verso Dio, che non compare per la prima volta nella Divina Commedia, ma nel Novellino.

Qui verrebbe da ridere ad un lettore di qualunque secolo, perché si assiste alla prova provata che, gira e volta, passano le epoche, e si resta sempre gli stessi da un secolo all’altro:

Alla fine delle sue parole il ladro / le mani alzò con ambedue le fiche, / gridando: Togli, Dio, ch’a te le squadro!

E subitamente, come un novello Laocoonte, Fucci viene attaccato dai serpenti e stretto in una morsa. Ha bestemmiato contro l’Etterno e deve pagarla. Ma precisamente che gestaccio ha fatto quella canaglia di un Vanni?

Era un gesto volgare molto conosciuto all’epoca, che voleva mimare l’atto sessuale e precisamente la sottomissione sessuale. Un equivalente del nostro dito meglio o del gesto dell’ombrello, per intendersi. E si faceva stringendo la mano a pugno e mettendo il pollice tra medio e indice. All’epoca, chi osava fare un simil gesto verso il Signore Iddio e la Vergine Maria o, addirittura, osava mostrare le natiche, andava incontro a multe modiche o a qualche scappellotto. Di certo non veniva soffocato dai serpenti, ma all’Inferno questi gesti irrispettosi venivano presi parecchio sul serio. Specie perché, all’epoca di Dante, i Pistoiesi si erano preoccupati di erigere, sulla torre del castello di Carmignano, due braccia di marmo con le mani che facevano le fiche a Firenze. E non esiste che Dante perdoni chi si burla della sua città. Quindi, potremmo dire che si è tolto più di un dente con Vanni Fucci e che Machiavelli avrebbe dovuto piuttosto ringraziarlo per aver debitamente ripagato Firenze del torto subito.

Manufica, amuleto di epoca romana in faïence, che riprende il gesto delle fiche. Immagine donata a Wikimedia Commons come parte di un progetto del Metropolitan Museum of Art di New York, come da politica di accesso aperto per le risorse grafiche e per i dati. Foto Metropolitan Museum of Art, CC0

 

Riferimenti bibliografici:

Barbero A., Dante, Editori Laterza, Bari-Roma 2020;

Bonatti M., Dante a piedi e volando. La Commedia come racconto di viaggio, Edizioni Terra Santa, Milano 2020;

Cazzullo A., A riveder le stelle. Dante il poeta che inventò l’Italia, Mondadori, Milano 2020;

Ferroni G., L’Italia di Dante. Viaggio nel paese della Commedia, La nave di Teseo, Milano 2019;

Sermonti V., L’Inferno di Dante, supervisione di Gianfranco Contini, Bur Rizzoli, Milano 2018;

Veneziani M., Dante nostro padre: il pensatore visionario che fondò l’Italia, Vallecchi, Firenze 2020.


Aboubakar Soumahoro umanità in rivolta Feltrinelli

Aboubakar Soumahoro: Umanità in rivolta. La lotta, la speranza e il diritto alla felicità

Aboubakar Soumahoro - Umanità in rivolta. La lotta, la speranza e il diritto alla felicità

Che cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice di sì, fin dal suo primo muoversi. Uno schiavo che in tutta la sua vita ha ricevuto ordini, giudica ad un tratto inaccettabile un nuovo comando.

Albert Camus

Aboubakar Soumahoro umanità in rivolta Feltrinelli
La copertina del saggio di Aboubakar Soumahoro, Umanità in rivolta, pubblicato da Feltrinelli (2019) nella collana Serie Bianca

I dati INAIL parlano chiaro: nel 2021, le morti sul lavoro sono aumentate esponenzialmente, facendo registrare un incremento dell’11,4% rispetto al 2020. Al 31 marzo, si parlava di 185 morti bianche in 3 mesi, per una media di 2 decessi al giorno. I settori maggiormente colpiti da questa tragedia sarebbero quelli dell’edilizia e dell’agricoltura. I recentissimi fatti di cronaca, poi, richiamano l’attenzione su tematiche che è bene approfondire costantemente, ricercando le cause di ingiustizie connaturate nel sistema in cui siamo immersi.

È evidente come l’attuale modello economico garantisca sempre meno la persona del lavoratore e si presti bene a dinamiche di sfruttamento. Le lotte e le richieste di un esercito sempre più compatto, però, non si fermano, portando i sindacati a guidare un’umanità in rivolta, che chiede maggiori tutele e il diritto alla felicità. Questa moltitudine in marcia e gradualmente in crescita è la principale protagonista del saggio d’esordio di Aboubakar Soumahoro, Umanità in rivolta, pubblicato per Feltrinelli nel 2019.

Nato in Costa d’Avorio nel 1980, difende da anni i diritti dei lavoratori, occupandosi soprattutto della tutela dei braccianti, della lotta al caporalato e dello sfruttamento lungo la filiera agricola. È arrivato in Italia nel 1999, a soli 19 anni. Animato dal sogno di un’Europa inclusiva e dalle prospettive allettanti, nell’era dei dannati della globalizzazione, ha preso la via del mare, per uscire dall’angolo in cui era stato relegato con la sua gente e per ricercare la Felicità sulle sponde opposte del Mediterraneo. Nel primo capitolo, scrive:

Il primo ricordo che ho dell’Europa è il freddo che mi trasformava l’alito in fumo. Non mi era mai capitato. Una certa incosciente ingenuità mi guidava in questo viaggio: non conoscevo la situazione politica italiana, ignoravo le condizioni di lavoro dei migranti (le avrei imparate di lì a poco) e non sapevo nulla di questioni sindacali. Custodivo solo il senso di giustizia e libertà trasmessomi dai miei genitori.

La sensazione iniziale fu di spaesamento, mi sentivo in una condizione di temporaneità, senza luogo e fuori posto, “al confine tra l’essere e il non-essere sociale”, come ha scritto Pierre Bourdieu. Senza luogo perché avevo lasciato la terra che conoscevo per una che mi era ancora estranea, fuori posto perché ogni giorno qualcuno mi ricordava che non avevo il diritto di stare dove ero.

Soumahoro affida alla carta i suoi ricordi, donando al lettore il racconto commosso della disillusione che l’approdo portò con sé. Racconta del suo primo alloggio, della miseria che ha dovuto patire e delle prime esperienze al mercato delle braccia, uno dei tanti luoghi di reclutamento per manodopera giovane e sottopagata. Alla rotonda di Melito, Soumahoro ha svenduto la sua forza lavoro al migliore offerente, assieme ad altri immigrati, merci esposte al mercato delle braccia, denudati della propria umanità:

La mattina in cui, per la prima volta, sono arrivato alla rotonda c’erano asiatici e migranti da tutta l’Africa fermi ad aspettare. Una scena surreale, centinaia di persone in attesa, disponibili ad accettare qualunque lavoro e a qualunque condizione. Il giorno in cui non si trovava lavoro, l’alternativa era rimanere in piedi per ore nell’attesa, dopo essersi svegliati all’alba, e poi tornare a casa a stomaco vuoto e senza un soldo in tasca.

Tra soprusi di ogni genere, cresce in Soumahoro, giorno dopo giorno, la voglia di lottare e di riscattare il popolo degli ultimi, nella consapevolezza di dover prima risvegliare le coscienze e sensibilizzarle alle condizioni di vita dei cosiddetti invisibili, scardinando una normalità assurda e di una violenza indiscriminata. Lavora e studia, laureandosi nel 2010 in Sociologia all’Università Federico II di Napoli con il massimo dei voti e con una tesi su Analisi sociale del mercato del lavoro. La condizione dei lavoratori migranti nel mercato del lavoro italiano: persistenze e cambiamenti.

La profonda cultura di Aboubakar Soumahoro si riflette in questo saggio, trapelante di citazioni e riferimenti ad opere filosofiche, storiche, sociologiche ed economiche. Umanità in rivolta ha il grande pregio di offrire una prospettiva differente su temi continuamente strumentalizzati per fini elettorali e, per questo, volutamente distorti. Soumahoro grida a gran voce il suo dolore e la sua voglia di combattere, obbligandoci a guardare il mondo dal suo punto di vista e a comprendere le responsabilità da cui non siamo esenti. Lui, migrante, affronta le tematiche legate alla sua condizione e a quella dei suoi compagni senza intermediari:

Abbiamo dovuto lavorare molto per riuscire a prendere la parola in prima persona nei luoghi e negli spazi politici. Per molto tempo, tanti in buona fede hanno ritenuto doveroso prendere la parola al nostro posto. Mi viene da dire che il pensiero di deriva paternalista a volte contamina involontariamente chi è impegnato in difesa dei migranti, che vengono ritenuti incapaci di generare, esprimere e declinare un pensiero politico e una forma di lotta.

Con sguardo lucido e al contempo commosso, traccia i legami tra sfruttamento del lavoro ed immigrazione, evidenziando, a parità di mansione, salari inferiori per i lavoranti stranieri rispetto ai colleghi italiani. Il lavoratore straniero, inoltre, risulta essere maggiormente esposto a licenziamenti e a forme stratificate di ricattabilità, causata specialmente dalla razzializzazione del lavoro. Essa, strettamente legata al razzismo, mira alla categorizzazione di una parte della popolazione e ad infondere l’idea che la coabitazione sia impossibile. Tutto ciò è stato legittimato sul piano normativo da una serie di leggi sull’immigrazione, a partire dalla legge Martelli del 1990.

Politiche sempre più restrittive e securitarie hanno reso il migrante sempre più fragile nel mercato del lavoro. Ad esempio, la legge Bossi-Fini, varata nel 2002, ha introdotto l’elemento del contratto sociale e del contratto lavorativo. Il contratto sociale ha imposto al migrante criteri diversi per accedere ai servizi del welfare rispetto a un cittadino italiano, mentre il contratto lavorativo ha subordinato la permanenza in Italia del migrante a un contratto di lavoro regolare, ragion per cui il migrante diviene vulnerabile e ricattabile nei rapporti di lavoro. Politiche simili sono risultate essere ottimali per le esigenze di profitto del capitale: rendere più vulnerabile un’intera categoria di individui ha permesso ai padroni guadagni più sostanziosi dall’impiego di manodopera migrante. Scrive:

Riponevo tutta la mia speranza nel datore di lavoro di turno, o forse sarebbe meglio chiamarlo “padrone”, se la parola oggi non apparisse fuori moda. Parlare di sfruttamento per molti significa essere ideologici. Al contrario, temo che sia “ideologico” rifiutare di vedere forme di organizzazioni sociali e del mercato che consentono a pochi di disporre delle vite degli altri.

Soumahoro non si limita a descrivere una situazione vituperevole, ma offre una sua attenta analisi sociopolitica, proponendo dei modelli per mettere fine allo sfruttamento:

Il primo punto è semplice, è un principio che non dovrebbe mai essere messo in discussione: “uguale lavoro, uguale salario”. Un lavoro dignitoso e una giusta paga, indipendentemente dalla provenienza geografica dei lavoratori e delle lavoratrici. Il secondo punto è la garanzia del rispetto degli oneri a carico dei datori di lavoro: diritti salariali previdenziali (quindi disoccupazione agricola), sicurezza sul lavoro e il trasporto. Devono essere riconosciute le ore e le giornate effettivamente lavorate, rendendole evidenti in busta paga. Il terzo punto imprescindibile per una riforma che rispetti i diritti di tutti è la “regolarizzazione” di migranti e profughi, nonché l’abrogazione della legge Bossi-Fini, l’accesso al permesso di soggiorno per la protezione sociale e la rottura del legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro.

L’obiettivo di Aboubakar Soumahoro con Umanità in rivolta è anche quello di ricordare i tanti sommersi, i lavoratori morti nella lotta per la sopravvivenza. Il saggio diviene allora una pietra di inciampo, un modo per evitare che tanti nomi cadano in oblio. Con il medesimo spirito investigativo adottato dal compianto Alessandro Leogrande in Uomini e caporali, viene narrata la storia di Soumaila Sacko, bracciante fucilato mentre era alla ricerca di lamiere con cui fabbricarsi un riparo nella baraccopoli di San Ferdinando; la storia di Jerry Essan Masslo, rifugiato politico sudafricano, militante contro l’apartheid, barbaramente ucciso a Villa Literno per essersi opposto ad alcuni balordi che volevano privare lui e i suoi compagni delle misere paghe ricevute per la giornata nei campi; la storia di Becky Moses, morta in uno dei tanti roghi divampati a San Ferdinando; la storia di Paola Clemente, deceduta dopo un malore sul posto di lavoro per la mancanza di un intervento di primo soccorso, senza contare le sedici vittime nelle campagne pugliesi nell’estate del 2018; la storia di Abd Elsalam, travolto da un camion durante un picchetto dei lavoratori della logistica; la storia di Alberto Piscopo Pollini, studente barese e rider investito e ucciso a diciannove anni mentre effettuava una consegna.

 

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Tutte queste morti, spesso inficiate e non degnamente raccontate dalla stampa, hanno messo in luce l’effettivo bisogno di sostegno da parte delle categorie più deboli, che necessitano di un supporto sindacale sistematico e continuo, per accorciare il divario, rafforzatosi nel tempo, tra la classe lavoratrice e i suoi organi di rappresentanza. Per frenare l’atomizzazione e l’impotenza dei lavoratori, l’azione sindacale di Aboubakar Soumahoro ha dato vita alla “Lega Braccianti”. In questa occasione, nell’agosto del 2020, è stata inaugurata la prima “Casa dei diritti e della dignità Giuseppe Di Vittorio” a Borgo Mezzanone, nel foggiano. Soumahoro è convinto che tra l’uomo e il raggiungimento della felicità si frapponga la solitudine a cui questo sistema ci condanna. Rinchiudendoli in un vuoto esistenziale con la privazione dei diritti fondamentali, gli uomini divengono succubi del capitale, senza prospettive di crescita e miglioramento. Umanità in rivolta di Soumahoro chiama a raccolta tutte le donne e tutti gli uomini, per generare l’unione di una classe lavoratrice che si riappropri dell’esistenza collettiva, stabilendo l’equilibrio fra i bisogni essenziali e la salvaguardia dell’ambiente.

L’attuale modello economico domina la politica a discapito delle esigenze e delle sofferenze degli esseri umani. Il prodotto interno lordo sembra essere l’unica misura del benessere e della felicità. Eppure autorevoli economisti come Joseph Stiglitz, Amartya Sen e Jean-Paul Fitoussi ci hanno messo in guardia sui limiti di una visione economica che misura tutto in termini di PIL. Perciò raccomandavano di considerare nella valutazione dello stato dell’economia gli indici di diseguaglianza, di sostenibilità del benessere e delle risorse ambientali. Occorre poi tener conto di molte altre variabili (vulnerabilità, sicurezza sociale, qualità e aspettativa di vita ecc.) se davvero si vuole valutare il benessere sociale di una popolazione. Il problema non è inventare nuovi indici, ma avere una visione capace di immaginare un orizzonte diverso.

L’attuale paradigma è una minaccia per la nostra umanità. Il nostro compito collettivo è quello di elaborare un modello alternativo basato sulla giustizia sociale e ambientale.

Umanità in rivolta mira a scalfire l’individualismo attuale, la solitudine annichilita in cui è piombata l’umanità, per far riemergere la solidarietà necessaria alla salvaguardia della comunità cosmopolita, che non annoveri più esclusi ed emarginati.

Perché abbia un valore politico, questa solidarietà deve nascere, come ha scritto Albert Camus, dalla rivolta di chi dice no a una condizione inumana di schiavitù, tracciando con questo rifiuto una linea di rottura con il passato. Al di là di quella linea, dire di no si trasforma nell’affermazione positiva del diritto alla propria umanità e alla propria felicità. La solidarietà è quindi la lotta per la propria integrità, per essere parte di un tutto e non solo braccia per lavorare.

Questa felicità è la realizzazione dei bisogni, dei sogni e delle aspirazioni. Ma la ricerca della felicità non può consistere nel calpestare la vita e la felicità altrui. Per realizzarla serve un cammino collettivo, un cammino che, in una prospettiva globale, non può prescindere dal protagonismo dei giovani, che devono essere coinvolti nelle scelte presenti e future di ogni comunità. Il destino delle prossime generazioni va progettato e condiviso con loro, dando centralità alla cultura intesa come veicolo imprescindibile di trasmissione di un insieme di valori centrati sulla persona e di un paradigma economico radicato nell’umanità. Per loro abbiamo l’obbligo della speranza. Una speranza che non sia la promessa di un futuro illusorio ma la costruzione concreta di una prospettiva nuova, che sappia garantire la felicità a questa umanità in rivolta.


Recuperate anfore dai fondali del mare di Favignana, località Bue Marino

Località Bue Marino: i Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale recuperano importanti anfore dai fondali del mare di Favignana

I Carabinieri del Nucleo per la Tutela del Patrimonio Culturale di Palermo - in un’attività congiunta con la Soprintendenza del Mare, con l’ausilio dell’Arma territoriale, del Nucleo Subacquei di Messina e grazie anche all’intervento dell’equipaggio della MV CC 811 “Pignatelli” e del Battello Pneumatico CC 405 del distaccamento navale di Favignana (TP) - hanno recuperato, a largo delle acque antistanti la Località Bue Marino dell'isola di Favignana (TP), tre anfore fittili italiche del IV secolo a. C. e un’anfora fittile punica del III secolo a. C., verosimilmente appartenenti a un relitto naufragato.

L'intervento è stato sviluppato dalle unità subacquee dell'Arma e della Soprintendenza del Mare che hanno scandagliato il fondale, individuando le importanti anfore, sulla scorta delle indicazioni fornite dagli archeologi dell’Ente regionale e dai Carabinieri del Nucleo TPC di Palermo. A conclusione delle operazioni, gli antichi manufatti sono stati consegnati ai funzionari della Soprintendenza del Mare.

anfore fittili Bue Marino Favignana
I Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale recuperano importanti anfore dai fondali del mare di Favignana, in Località Bue Marino

La località del ritrovamento, ritenuta di rilevante importanza, è al vaglio degli archeologi per le relative valutazioni scientifiche poiché da un successivo studio dei materiali recuperati potranno essere acquisiti importanti indizi circa le rotte di navigazione per il collegamento lungo la costa tra le varie città mediterranee, in un periodo storico di fondamentale importanza per gli scambi commerciali.

L'attività rientra nell'ambito di una più vasta azione di prevenzione dei siti archeologici marini che i Carabinieri TPC, in sinergia con i Comandi dell’Arma della linea territoriale e in collaborazione con la Soprintendenza del Mare, conducono sistematicamente a difesa dell'importante patrimonio culturale siciliano.

I Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale recuperano importanti anfore dai fondali del mare di Favignana, in Località Bue Marino

Testo, video e foto dall’Ufficio Stampa Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale


Augusto e quel sogno chiamato "TOTA ITALIA"

TOTA ITALIA, la formula con cui i popoli italici giurarono ad Ottaviano non ancora Augusto fedeltà nel 32 a.C. legittimando il suo comando nella guerra contro Marco Antonio e Cleopatra:

"Iuravit in mea verba tota Italia sponte sua et me be[lli] quo vici ad Actium ducem depoposcit"

Inaugurata pochi giorni fa presso le Scuderie del Quirinale, la mostra “TOTA ITALIA. Alle origini di una nazione” ha riscontrato un grande successo.

La narrazione, scandita dai preziosi reperti in prestito dai più importanti Musei Italiani, offre allo spettatore un viaggio a ritroso in quell’Italia ancora da formare, dove Roma a partire dal IV secolo a.C. comincia ad affacciarsi su una realtà pluristratificata di popoli e culture.

TOTA ITALIA. Statua di pugile in riposo I sec. a.C. Museo Nazionale Romano - Palazzo Massimo alle
Terme, Roma
credit: Museo Nazionale Romano - foto L. Mandato

Conosciamo pur con qualche difficoltà nella ricostruzione delle fonti e dei contesti archeologici, come il processo di unificazione che ha coinvolto diversi popoli italici non sia stato affatto facile. Roma nel corso dei secoli dovette affrontare nemici che avevano già basi consolidate in tutto il Mediterraneo. Ma è con la Guerra Sociale e con la successiva cittadinanza agli italici che si può considerare questo processo di unificazione come un qualcosa di possibile per Roma.

Da un concetto meramente geografico di Italia si raggiungerà pian piano a partire da Augusto quell’unità politica che porterà poi contro la guerra con Marco Antonio a far giurare tutte le comunità d’Italia a favore di Ottaviano. E questo giuramento non passerà certamente inosservato nella politica augustea, tanto da essere enfaticamente espresso anche nel testamento morale e politico del princeps, le Res Gestae, che “L’Italia unita aveva giurato per lui”.

TOTA ITALIA Augusto
TOTA ITALIA Augusto. Statua di Apollo lampadoforo I sec. a.C. Parco Archeologico di Pompei, Pompei

Siamo nel 32 a.C., ancora ben lontani da quel concetto di unità nazionale tipicamente moderna e post unitaria, ma le basi erano state gettate almeno per considerare TOTA ITALIA sottomessa sotto l'aquila di Ottaviano - Augusto.

L’Italia fu riorganizzata da un punto di vista politico e amministrativo in forme sorprendentemente moderne ma non bisogna pensare che le cose cambiarono o si modificarono in breve tempo. Il processo fu lungo, la penisola fu martoriata di guerre spesso fratricide, le guerre civili e sociali avevano esasperato tutti, si invocava la pace.

La conclusione delle guerre lasciava però aperta una difficile questione legata alla veste legale da dare al potere del nuovo vincitore. L'ipotesi di un regime apertamente monarchico progettato da Cesare era da scartare, il suo assassinio in Senato aveva difatti decretato il fallimento di questo disegno.

La soluzione adottata da Ottaviano, poi Augusto nel 27 a.C., era restauratrice nella forma ma rivoluzionaria nella sostanza, un punto di cesura nella storia romana. Nel 31 a.C. convenzionalmente si fa iniziare il Principato, il regime istituzionale che vede nelle mani di un reggitore unico il potere di Roma, un princeps.

"Fui superiore a tutti per autorità, pur non possedendo un potere superiore a quello degli altri che mi furono colleghi nelle magistrature"

La sottolineatura che Augusto fa nel suo testamento delle RES GESTAE evidenzia l'alone carismatico che circondava la sua persona e che ne faceva il vero principe, il primo uomo dello Stato. Augustus fu l'appellativo che gli diede il Senato, un appellativo che lo sottraeva alla sfera propriamente politica per proiettarlo in una dimensione sacrale e religiosa.

Il termine "Augusto" va ricollegato etimologicamente al verbo latino augere che significava "innalzare".

TOTA ITALIA Augusto.
Decorazione di uno scudo (episema) con Taras IV sec. a.C. dal santuario di Rossano di Vaglio Museo Archeologico Nazionale della Basilicata _Dinu Adamesteanu_, Potenza

Roma dal IV secolo a.C. incluse progressivamente nella sua orbita popoli di estrazione sociale e culturale diversi, a volte in maniera più o meno pacifica, la deditio in fidem era in genere praticata dai nemici vinti che preferivano affidarsi alla pietas di Roma, altri mostrarono fieramente un opposizione totale ai nuovi padroni con duri scontri che spesso lacerarono gli eserciti per anni.

Dalla Pianura Padana, al canale di Sicilia nel corso di quattro secoli si inchinarono tutti all’astro nascente. Popoli che nel corso della loro storia erano spesso interconnessi con il mondo greco, orientale, celtico e centro europeo subirono un processo di romanizzazione assumendo tratti sempre più uniformi nella lingua, nelle leggi, nei culti, nei modi di vivere e abitare, commerciare e seppellire i morti.

TOTA ITALIA Augusto
TOTA ITALIA Augusto.
Corona, Corredo di una tomba femminile III sec. a.C. Museo archeologico nazionale delle Marche, Ancona credit: Museo Archeologico Nazionale delle Marche su concessione della Soprintendenza
Archeologica, Belle Arti e Paesaggio delle Marche, su concessione del Ministero della
Cultura.

La mostra TOTA ITALIA con una rappresentazione di opere altamente significativa, vuole raccontare le dinamiche e la trasformazione di queste varie culture italiche, muovendo dal variegato mosaico di differenze che si erano venute a creare sulla penisola italiana sin dall’età del Ferro fino alla progressiva costruzione di una identità nazionale pienamente romana.

La narrazione si spinge anche verso il grande sforzo organizzativo di Roma di superare la dimensione città-stato verso un’entità territoriale unitaria, articolata in colonie e municipia non soggette ad imposta fondiaria. Augusto divise inoltre l’Italia in 11 regioni che servivano in primo luogo per il censimento delle persone e delle proprietà, ma non vi erano funzionari amministrativi responsabili di queste suddivisioni.

TOTA ITALIA Augusto
TOTA ITALIA Augusto.
Ala di Vittoria I sec. a.C. Museo Nazionale Romano- Terme di Diocleziano, Roma
credit: Museo Nazionale Romano - foto L. Mandato

TOTA ITALIA con una rappresentazione coerente rappresenta così l’occasione di valorizzare l’importante patrimonio dei musei italiani, da nord a sud, rievocando la ricca pluralità culturale del nostro paese.

L’occasione è unica per vedere capolavori incredibili quali: il Trono decorato a rilievo delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini di Roma, il Ritratto di Augusto con il capo velato del Museo Archeologico Nazionale delle Marche, il Busto di Ottavia Minore del Museo Nazionale Romano – Palazzo Massimo alle Terme.

Tota Italia. Rilievo con processione funeraria
seconda metà I secolo a.C., da Amiternum, L’Aquila, Museo Archeologico Nazionale d’Abruzzo
Su concessione del Ministero della Cultura

Corredi funerari iconici come il Corredo della “tomba dei due guerrieri”, conservato presso il Museo Archeologico Melfese “Massimo Pallottino” e il Corredo di una tomba femminile proveniente dalla necropoli di Montefortino d’Arcevia e custodita presso il Museo Archeologico Nazionale delle Marche.

E ancora la Cista portagioielli con iscrizione in latino arcaico del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, il Sostegno di mensa con due grifoni che attaccano un cerbiatto del Museo Civico di Ascoli Satriano fino al celebre Rilievo con scena di battaglia tra un cavaliere greco e un persiano custodito presso il Museo Archeologico Nazionale di Taranto.

tota italia
TOTA ITALIA, volume ARTE'M

Ad accompagnare l'allestimento presso le Scuderie del Quirinale un prezioso volume edito da Arte'm, in cui attraverso i saggi dei curatori della mostra, Massimo Osanna, Stèphan Verger, Fabrizio Pesando, Carmela Capaldi et alii, viene ripercorso questo processo nazionale di unità fortemente voluto da Augusto, TOTA ITALIA.


Liliana Segre mare indifferenza

La memoria come cura per l'indifferenza

Nel 2019 esce per una casa editrice appena nata nel panorama editoriale un piccolo libro che raccoglie le parole di Liliana Segre e del suo impegno per mantenere viva la memoria contro l'indifferenza.

Lo cura Giuseppe Civati, che della giovane casa editrice è tra i fondatori.

Sono poche pagine, è un volumetto che può essere benissimo infilato senza sforzo tra un tomo e l'altro per lo spazio fisico che occupa.

Per lo spazio morale ed etico invece potrebbe occupare un intero scaffale e strabordare.

Facciamo un passo indietro. Anzi due.

Liliana Segre mare nero indifferenza
La copertina della nuova edizione del libro di Liliana Segre, Il mare nero dell'indifferenza, a cura di Giuseppe Civati, che è stato pubblicato da People (2020) nella collana Storie

La prima volta che ho sentito nominare Liliana Segre è stato nel 2017. Forse l'avevo già sentita nominare prima ma il suo cognome per me si confondeva con quello di un altro Segre, anzi, uno con l'accento sulla e. Un fisico che faceva parte del gruppo dei Ragazzi di Via Panisperna. Il gruppo che lavorò agli studi sull'atomo negli anni '30. Prima delle leggi razziali che costrinsero la maggior parte di quei fisici alla fuga dall'Italia.

Emilio Segrè, come ti sbagli, era ebreo.

Per me Segrè fino a qualche anno fa era lui.

Da quel 19 gennaio 2017 i Segre, con o senza accento sulla e, nella mia memoria sono aumentati.

Da quel mattino in cui Milano ha cominciato a fare i conti con la sua memoria. Era il giorno in cui venne posta la prima pietra d'inciampo in città.

Liliana Segre indifferenza
Le pietre poste davanti al palazzo in Corso Magenta 55, in ricordo del padre Alberto, del nonno Pippo e della nonna Olga. Foto di Giuliana Dea

Quel giorno c'erano Gunter Demnig, il sindaco Sala e l'unica sopravvissuta della famiglia ebrea che abitava in Corso Magenta 55 fino al 1943: Liliana Segre.

La prima pietra d'inciampo milanese era dedicata a suo padre Alberto.

Alberto Segre non è più tornato da Auschwitz. È morto nel maggio 1944.

Eppure Alberto Segre continua a esistere nei racconti e nella memoria di sua figlia, scampata per caso allo sterminio. Dico per caso perché dagli stessi racconti di Liliana si capisce che non c'è stato qualcosa di straordinario nel suo essere sopravvissuta. Come non c'è stato per nessuno dei sopravvissuti.

Ricordo del convoglio partito da Milano su cui hanno viaggiato Liliana e suo padre. Ce n'è una per ogni viaggio. Foto di Giuliana Dea

Per caso finisce nel gruppo di 31 donne che non vengono mandate subito alle docce al loro arrivo al campo. Per caso dimostra più dei suoi 13 anni compiuti pochi mesi prima. Le ragazze di 13 anni venivano mandate subito alle docce.

Per caso non le tagliano i capelli per qualche tempo, finché non arrivano i pidocchi. Per caso è ancora viva quando Auschwitz viene smantellato dai tedeschi.

Per caso non muore di stenti durante la marcia della morte cui i carcerieri costringono lei e le altre donne sopravvissute.

Quando torna a casa è una ragazza troppo grande rispetto alle sue coetanee. E si trova davanti un mondo che non vuole sentire raccontare la sua storia. E lei non la racconta, per tanto tempo. Fino agli anni 90.

 
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La copertina del libro di Liliana Segre, Il mare nero dell'indifferenza. Foto di Giuliana Dea

Allora comincia a parlare. Racconta ai bambini. I bambini sono quelli che hanno meno contatto con i ricordi della guerra. Negli anni 90 il fascismo, le leggi razziali, la deportazione, lo sterminio, sembrano lontani.

Chi non ha i nonni che hanno visto la guerra e la raccontano non ha idea di quello che è stato quel periodo. Sembra distante.

Eppure è dietro l'angolo. Perché l'unica cosa che impedisce alla storia di ripetersi è la memoria collettiva. E quella memoria comincia già a non essere più diffusa.

Il racconto dei testimoni è fondamentale.

Questo è quello che fa Liliana per anni. Racconta quello che successe molto prima della deportazione. A partire dalle leggi razziali.

Quando le scuole del Regno vengono chiuse a chiunque sia ebreo. Insegnanti e studenti. Professori universitari. I senatori ebrei, per una concessione regia, mantengono la loro carica. Ma non potranno più entrare al Senato. Questo fino alla fine del regime e della guerra, che porta all'abolizione delle leggi razziali.

Nel 1938 l'Italia fascista mostra in pieno la sua anima razzista che fino a quel momento era stata sottovalutata, perché in fondo cosa poteva importare agli italiani della popolazione slovena o delle popolazioni abissine?

Non erano italiane.

Gli ebrei erano italiani. A tutti gli effetti. Alberto Segre e suo fratello avevano combattuto nell'esercito italiano durante la Prima Guerra mondiale. Lo zio Alfredo era fascista. Un convinto fascista. Come tanti altri ebrei.

Improvvisamente questi italiani vengono privati della loro cittadinanza, dei loro diritti, delle loro attività.

Vengono privati delle loro amicizie, perché gli italiani non possono avere contatti con gli ebrei.

E molti italiani, troppi, si voltarono dall'altra parte.

Italiani di qualsiasi età, estrazione sociale e cultura.

Dalle compagne di scuola di Liliana, che all'epoca ha 8 anni, a persone laureate, o con un titolo di studio. Come la sua maestra, che dice al padre della sua piccola allieva 'non sono io a fare le leggi'. Con un'indifferenza per la sorte di una bambina senza nessuna colpa che fa rabbrividire, nei racconti della senatrice.

Quelle leggi razziali non sono un unico errore come spesso vuole far credere una retorica ancora convinta dei valori fascisti. Non sono nemmeno una responsabilità esclusiva dei tedeschi. Anzi, gli italiani sono i primi a cacciare gli ebrei dalle scuole. Nella Germania nazista in questo erano ancora indietro. Anche se di poco.

Le leggi razziali del 1938 rendono evidente che gli italiani non sono affatto brava gente, per legge.

Al contrario gli italiani sembrano non vedere l'ora, in quel momento e in altri della storia più recente, di dimostrare che non hanno nessuna grande qualità umana a contraddistinguerli dal resto del mondo.

Ne parla il libro, ma anche senza averlo letto arrivi a questa scritta e capisci cosa significa la scritta 'vietato il trasporto di persone' per treni che portano ebrei ad Auschwitz o ai campi di smistamento. Foto di Giuliana Dea

In questo piccolo volume, aggiornato nel 2020 con la discussione in Senato intorno alla Commissione Segre, si parla di passato e soprattutto di presente. Perché la sorte che è toccata agli ebrei italiani in quegli anni sembra essere identica a quella che si vorrebbe per i migranti del nuovo millennio.

La differenza è che stavolta esiste una coscienza democratica diffusa, che sotto il fascismo non poteva esserci per forza di cose.

Ma non basta lo stesso, perché i rigurgiti di odio e indifferenza verso esseri umani in fuga per ragioni di sopravvivenza, persecuzione e quant'altro tornano anche in questi anni. In nome della prevalenza di chi è italiano per diritto di nascita. Come se davvero contasse qualcosa ai fini dell'umanità il posto dove sei venuto al mondo e non fosse solo una questione di fortuna o sfortuna.

indifferenza Liliana Segre il mare nero dell'indifferenza
La copertina del libro di Liliana Segre, Il mare nero dell'indifferenza. Foto di Giuliana Dea

Questo piccolo volume curato da Giuseppe Civati ha una serie di appendici. Una in particolare mi colpisce. Racconta il percorso che Giuseppe Civati fa da Corso Magenta alla scuola di via Ruffini. Il percorso che faceva Liliana tutti i giorni fino alle leggi razziali.

Sono pochi passi. E il percorso fino a San Vittore dove è stata incarcerata con il padre tra la fine del 1943 e l'inizio del 1944, sempre a poca distanza dalla sua casa nel salotto buono di Milano. E infine al Binario 21, da dove partivano i treni in direzione Auschwitz. Da dove sono partiti anche Liliana e suo padre. Oggi il Binario 21 è il Memoriale della Shoah.

Mi colpiscono, i percorsi di Liliana, perché Corso Magenta fin da quando ero bambina è sempre stato un luogo della memoria, delle passeggiate con mia madre. I miei nonni abitavano a poca distanza. Bastava percorrere tutto Corso Vercelli per arrivare all'inizio di Corso Magenta, percorrerlo tutto, passando davanti a Santa Maria delle Grazie e al refettorio dei frati dove viene conservato il Cenacolo. Posti noti anche ai turisti, ma per chi è milanese hanno un significato diverso. E ancora diverso per chi è milanese e li ha percorsi da quando era bambino.

L'idea di ciò che è successo a una famiglia in un palazzo di quel salotto buono, quella via tranquilla, fa rabbrividire e pure un po' vergognare, anche se non siamo stati noi a firmare le leggi razziali e a deportare la famiglia Segre.

Per questo è importante leggere le parole di Liliana, così come le ha pronunciate negli anni, come fa Civati. Perché quell'indifferenza che ha permesso un abominio non si ripeta più. Per nessuno.

Consiglio anche la lettura di Fino a quando la mia stella brillerà, di Daniela Palumbo e Liliana Segre, tra le fonti citate in Liliana Segre, Il mare nero dell'indifferenza.

Liliana Segre il mare nero dell'indifferenza
La copertina del libro di Liliana Segre, Il mare nero dell'indifferenza. Foto di Giuliana Dea

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.

 


Gherardo Colombo Anche per giocare regole Costituzione

L'ultimo saggio di Gherardo Colombo, omaggio alla Costituzione

Gherardo Colombo, Anche per giocare servono le regole: un libro che è omaggio alla Costituzione

Nonostante la Storia ci insegni che ci sono cose che è meglio non fare, ogni giorno e in ogni parte del globo anche se possiamo avere persino una accurata previsione di come andrà, ci ritroviamo a replicare quella determinata azione incuranti di quello che il passato aveva tentato di ricordarci.

Così dopo anni in Italia lottiamo ancora per i diritti civili, contro le discriminazioni e la violenza, come se non avessimo ben chiare le regole di partenza e per questo ci muovessimo disorientati nello spazio sociale.

L’approccio che l’ex magistrato Gherardo Colombo affronta in Anche per giocare servono le regole è allora ancor più decisivo, inaugurando Ri-Creazioni (il nuovo progetto editoriale di Chiarelettere), apre infatti le porte al significato della Costituzione e della consapevolezza di essere e di diventare cittadini.

La divulgazione e l’approfondimento di queste materie, oggetto della sua professione ma anche della sua vita etica e morale, si rivolge agli studenti fin dalle prime battute del libro con un linguaggio chiaro che ricalca, in qualche misura, gli obiettivi dell’associazione 'Sulle regole' da lui fondata e con cui da tempo si dedica all’educazione alla legalità nelle scuole.

Gherardo Colombo. Foto di Stefano Bolognini, CC BY-SA 3.0

“La nostra Costituzione riconosce che ciascuno di noi ha caratteristiche peculiari – genere, etnia, religione, lingua, opinioni, condizioni personali e sociali – e stabilisce che essere non possono creare discriminazione”,

così egli scrive spronando soprattutto i giovani a pensare con cognizione della Storia e della giustizia in poco più di centocinquanta pagine. In particolare fa riferimento al principio cardine su cui si fondava la Repubblica dopo le due guerre mondiali, ossia l’universalità della dignità umana.

“Tutto l’impianto della Costituzione è diretto a realizzare questo punto di partenza. Il principio della pari dignità universale costituisce il legame tra tutti gli articoli, che ne discendono a cascata; è la chiave di lettura che serve per capire, anzitutto, i motivi che hanno spinto i Costituenti a lasciarci questo testo”.

Mentre leggiamo comprendiamo che per vivere insieme agli altri e per relazionarsi con il mondo che ci circonda, come egli ricorda, abbiamo bisogno di regole che ci indichino la via su ciò che si può, si deve e non si deve fare, spiegando sia il contesto per cui la Costituzione è nata sottoscritta dalle persone in tutti i suoi 139 articoli sia la relazione che intercorre tra diritto e dovere di ognuno. Riprende:

“Questo testo non è un cumulo di norme complicato e inaccessibile, ma un documento vivo, le cui disposizioni definiscono ciò che ciascuno di noi può essere”.

Un esplicito atto di responsabilità civica.

 

Gherardo Colombo Anche per giocare servono le regole
La copertina del libro di Gherardo Colombo, Anche per giocare servono le regole. Come diventare cittadini, pubblicato da Chiarelettere Ri-Creazioni (2020), p. 176, Euro 14.

Gherardo Colombo, Anche per giocare servono le regole. Come diventare cittadini, Chiarelettere Editore 2020, p. 176, Euro 14.

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.