Il male degli angeli Luisa Gasbarri

Il male degli angeli, un romanzo di Luisa Gasbarri

Luisa Gasbarri, Il male degli angeli, Baldini e Castoldi - recensione

Articolo a cura di Alfredo Sgroi

Il male degli angeli Luisa Gasbarri
La copertina del thriller Il male degli angeli di Luisa Gasbarri, pubblicato da Baldini+Castoldi (2020) nella collana Romanzi e racconti

Il romanzo di Luisa Gasbarri stuzzica la curiosità del lettore (e nostra) fin dal titolo: ossimorico e, se si vuole, un poco inquietante. Ed enigmatico. In che senso ci può essere infatti una componente malefica in quelle creature (gli angeli) che incarnano il bene nella sua massima purezza? Il lettore sorvegliato, dunque, è messo sull’avviso fin dall’inizio: non si aspetti il consueto romanzo inquadrabile in uno schema ben definito e costruito con un intreccio lineare. Ma, al contrario, una narrazione che si dipana sotto il segno della continua e labirintica contraddizione. Il che, puntualmente, è confermato dalla lettura del testo, come pure dalla breve nota critica (pp. 9-10) con la quale l’autrice avverte che il suo libro ha una natura ibrida, composita, in cui confluiscono ricerche storiche, estese alla sfera dell’occultismo, ed elementi di schietta invenzione fantastica.

Ma, si può dire, in questo romanzo è sempre arduo discriminare ciò che è frutto di fantasia da ciò che poggia sul solido terreno della storia, anche per il ricorso ad una particolare tecnica di collage, per la quale i fili del racconto sono continuamente spezzati e riannodati. Non si può perciò definire con nettezza dove comincia la realtà e dove finisce. Basta questa premessa per comprendere che Il male degli angeli è una miscela (ben dosata) di elementi dissonanti e stranianti; un racconto che concentra i generi e i temi più disparati: il giallo, il mistero, la storia, l’eros e i turbamenti profondi dell’anima, le passioni elementari e accese, dai toni violenti. L’autrice compone questo complesso mosaico saldando le diverse tessere in modo da comporre un quadro armonico al di là delle discordanze, a riprova che l’ossimoro è il timbro essenziale di questo racconto dall’ampio respiro.

La copertina del romanzo The Coming Race (1871, anche pubblicato come Vril, the Power of the Coming Race) di Edward Bulwer-Lytton. Il tema fu poi ripreso da Le Matin des magiciens (1960) di Louis Pauwels e Jacques Bergier che per primi ipotizzarono la Società Vril, al centro del romanzo Il male degli angeli di Luisa Gasbarri. Immagine in pubblico dominio

Di conseguenza l’intreccio è amplificato e spezzato, sia per la collocazione temporale che spaziale, e i personaggi che si muovono in un vorticoso gioco degli specchi, in maniera a ben vedere corale, sono coinvolti in fosche vicende che come un fiume carsico scaturiscono dalla Germania degli anni Venti, trascorrono i cupi avvenimenti del secondo conflitto mondiale, lambendo la grande storia, si inabissano e riaffiorano nella contemporaneità.

Il filo rosso che lega eventi così distanti nel tempo e divaricati nello spazio (tra Germania e Italia) è un misterioso circolo esoterico: la Società Vril, che raccoglie donne dotate di particolari poteri e che perciò calamitano l’attenzione dei gerarchi nazisti, che con l’occulto hanno un rapporto stretto e disturbato. Ad innescare l’indagine di Sara Wolner, l’eccentrica e tormentata poliziotta dal carattere ribelle ed indolente, in questo mondo misterioso è una catena di delitti che hanno tutti il sigillo satanico del fuoco: diverse donne sono state rapite, torturate e bruciate. La pista che imbocca nel corso delle indagini la porta ad incappare proprio nella Società Vril; a scoprirne le radici nelle ossessioni sinistre di certi gerarchi nazisti; a inseguire ombre inquietanti che sfilano tra il passato e il presente.

Così scopre, tra tanti turbamenti, quella componente luciferina che ha le stimmate del male impresse nelle creature, apparentemente angeliche, reclutate per riscattare l’umanità; così i colori luttuosi delle tenebre, che simboleggiano il male, si intrecciano ambiguamente con le folgoranti immagini illuminate da un fuoco che è, al contempo, purificatore e distruttore. Ambiguità, questa, che si riverbera sugli adepti della setta dal cui seno sono partiti i delitti misteriosi; sulle loro allucinazioni che hanno la fisionomia della realtà: «I Vril-ya non sono buoni, miss Wolner. I Vril-ya sono creature malvagie, anche se sono i signori del mondo, e non vogliono il nostro bene, per quanto ci siano infinitamente superiori». (p. 345) Qui, come altrove, il lettore si chiede come stiano veramente le cose: se ci si trova di fronte ad un gigantesco vaneggiamento di menti esaltate o, dietro l’apparenza, ci sia dell’altro.

E proprio su queste ambiguità feconde, secondo il classico assunto di Todorov, si impernia il gioco narrativo dell’autrice, che si diverte (e ci diverte) a lasciare nel limbo della sospensione il lettore stesso, a tenerlo con il fiato sospeso e inchiodato ad un dubbio che, in fondo, non si scioglie. Luisa Gasbarri ha perciò imbastito un romanzo che è anche molto altro: saggio storico, indagine psicologica e scandaglio dei sentimenti, virtuosisticamente sfruttando le infinite possibilità che il genere romanzesco offre, demolendo le barriere tra i generi canonici.

Se scrivere è un atto d’amore, come diceva Cocteau, in questo caso l’autrice ha anche compiuto un atto di coraggio. Perché nel tempo della semplificazione banalizzante, della scarnificazione del romanzo ridotto a scheletro narrativo, opta per una strada diversa, controcorrente. E, come il Savinio che si sceglieva i lettori, anche lei si sceglie il suo pubblico: quello di chi ama immergersi nella lettura senza fretta o superficiali frenesie, per assaporarne con i giusti tempi le diverse sfumature. E lo fa proponendo una prosa polimorfa, essenziale ma mai scialba, talvolta impreziosita da deliziosi squarci lirici, innestando sequenze descrittive nitide ed eleganti, talaltra da brusche accelerazioni del ritmo. Mai, comunque, banalmente.

Luisa Gasbarri, Il male degli angeli, Milano, Baldini e Castoldi, 22, pp. 403. La scheda del romanzo è qui.


Dante Alighieri gesto osceno Vanni Fucci Inferno Malebolge

Come Dante Alighieri "disonorò l’opera sua" inserendo un gesto osceno

Come Dante Alighieri "disonorò l’opera sua" inserendo un gesto osceno

Quanto è bello iniziare a studiare la Divina Commedia. Si è al terzo anno di scuola superiore, nel pieno dell’adolescenza, magari innamoratissimi, persi nel pensiero di quel ragazzo o ragazza che proprio non vuol cessare di incantarci e, in un bel pomeriggio d’autunno, ci vediamo (almeno inizialmente) obbligati a leggere l’incomprensibile opera di quel burbero di Dante Alighieri. Un nome spaventoso, che atterrisce gli studenti alle prime anni e gli studiosi che ormai hanno fatto il callo. Parliamo, in fondo, del Padre della letteratura italiana e della lingua italiana, ed è pur comprensibile lasciarsi prendere dallo sconforto. Ma questi sono sentimenti passeggeri, perché non c’è studente, per quanto pigro, svogliato e disinteressato, che non venga rapito dai versi di quel tristissimo fiorentino. Perché quando Dante iniziò a scrivere la Divina Commedia era triste davvero e mortalmente arrabbiato con i fiorentini.

E mentre era in esilio, non avendo a disposizione altro mezzo per farla pagare a tutti, condannò i suoi nemici alla damnatio memoriae, assai meglio di chiunque altro. E, così facendo, ha reso immortali tutti quanti, specie il papa Bonifacio VIII. Non tutti sono in grado di segregare i propri nemici all’Inferno, e con quale stile! Eppure, vi è un punto della prima cantica dantesca che ha fatto particolarmente impressione a Nicolò Machiavelli, al punto che questi, irato col maestro fiorentino, giunse a dire che avesse «disonorato l’opera sua». E questo perché il nostro poeta prediletto, desideroso di rappresentare con estremo realismo la genia umana, avrebbe «fuggito l’osceno», facendo fare ad un personaggio piuttosto scurrile un gestaccio che Machiavelli proprio non ha perdonato al poeta. Ne parla in un’opera poco conosciuta e mai resa pubblica, in cui immagina di parlare con il grande Poeta. Si sta parlando del Discorso intorno alla nostra lingua.

Nel ventiquattresimo canto, dopo aver attraversato l’Inferno in tutto il suo indicibile orrore, esserci impietositi e irritati, interrogati su alcuni versi misteriosissimi e averne imparato qualcuno per poterlo sfoderare al momento giusto, si cammina insieme a Dante e Virgilio tra le Malebolge, i cerchi più remoti del regno infernale. E qui giungiamo nella bolgia dei ladri, che vengono morsi al collo da un serpente, cadono a terra come cenere e rinascono da essa, esattamente come la fenice.

Un’immagine straordinaria, tra le più belle e spaventose di questo immenso poema:

Ed ecco a un ch’era da nostra proda, / s’avventò un serpente che ‘l trafisse / là dove ‘l collo a le spalle s’annoda. / Né O sì tosto mai né I si scrisse, / com’ el s’accese e arse, e cener tutto / convenne che cascando divenisse; / e poi che fu a terra sì distrutto, / la polver si raccolse per sé stessa / e ‘n quel medesmo ritornò di butto. / Così per li gran savi si confessa / che la fenice more e poi rinasce, / quando al cinquecentesimo anno appressa”.

Qui Dante trova un abitante di Pistoia, città detestatissima dal poeta, e il buon Virgilio chiede al figuro chi sia: si parla di Vanni Fucci, un nome che a noi non dice niente, ma che ai tempi di Dante era ben noto per diversi furti e un omicidio. Non a caso, si presenta al poeta dicendo che

vita bestial mi piacque e non umana / sì come a mul ch'i' fui; son Vanni Fucci / bestia, e Pistoia mi fu degna tana”.

Precisamente, quest’uomo era considerato il famigerato autore di un furto sacrilego che era avvenuto nel 1293 nella cappella di San Iacopo, all’interno del duomo di Pistoia. Qui, sarebbero state rubate le sante reliquie custodite e un tesoro, straordinariamente ricco. Inizialmente fu arrestato e quasi impiccato un innocente, tale Rampino Foresi, per poi essere acciuffato uno dei complici, il notaio Vanni della Monna. E questi, ormai prossimo all’impiccagione, rivelò di essere stato aiutato da Vanni Fucci, che era già parecchio celebre per le sue malefatte. Il problema, a quel punto, era che il presunto ladruncolo aveva già lasciato la città, senza che si potesse verificare in alcun modo un suo effettivo coinvolgimento. Ma Dante, a prescindere, lo colloca tra i ladri e risolve il giallo con l’inappuntabilità di un Poirot medievale. Naturalmente, gli fa confessare il furto.

Davanti a Dante, l’uomo arrossisce di trista vergogna, ma non perché si vergogni del suo gesto, ma perché si sente umiliato e ritiene che Dante goda nel vederlo in quello stato. Allora, inizia col dire “apri li orecchi al mio annunzio, e odi”, e lo avverte che se mai riuscisse ad uscire dall’Inferno, troverà una sorte amara ad attenderlo. E a quel punto gli racconterà tutte le future disfatte di Firenze. Lo fa perché il poeta soffra: “E detto l’ho perché doler ti debbia” sostiene infelicemente.

Dante Alighieri gesto osceno Vanni Fucci Inferno Malebolge
La bolgia dei ladri nell'illustrazione di Gustave Doré dal XXV° canto dell'Inferno, dall'edizione inglese (tradotta dal Rev. Henry Francis Cary) dell'Inferno (senza data), Cassell, Petter, Galpin & Co., New York, London and Paris

Così, si conclude il ventiquattresimo canto, lasciando i lettori attoniti, ma non appena ha inizio il successivo, Vanni Fucci, in linea con il sacrilegio compiuto in vita, compie un gesto terribile verso Dio, che non compare per la prima volta nella Divina Commedia, ma nel Novellino.

Qui verrebbe da ridere ad un lettore di qualunque secolo, perché si assiste alla prova provata che, gira e volta, passano le epoche, e si resta sempre gli stessi da un secolo all’altro:

Alla fine delle sue parole il ladro / le mani alzò con ambedue le fiche, / gridando: Togli, Dio, ch’a te le squadro!

E subitamente, come un novello Laocoonte, Fucci viene attaccato dai serpenti e stretto in una morsa. Ha bestemmiato contro l’Etterno e deve pagarla. Ma precisamente che gestaccio ha fatto quella canaglia di un Vanni?

Era un gesto volgare molto conosciuto all’epoca, che voleva mimare l’atto sessuale e precisamente la sottomissione sessuale. Un equivalente del nostro dito meglio o del gesto dell’ombrello, per intendersi. E si faceva stringendo la mano a pugno e mettendo il pollice tra medio e indice. All’epoca, chi osava fare un simil gesto verso il Signore Iddio e la Vergine Maria o, addirittura, osava mostrare le natiche, andava incontro a multe modiche o a qualche scappellotto. Di certo non veniva soffocato dai serpenti, ma all’Inferno questi gesti irrispettosi venivano presi parecchio sul serio. Specie perché, all’epoca di Dante, i Pistoiesi si erano preoccupati di erigere, sulla torre del castello di Carmignano, due braccia di marmo con le mani che facevano le fiche a Firenze. E non esiste che Dante perdoni chi si burla della sua città. Quindi, potremmo dire che si è tolto più di un dente con Vanni Fucci e che Machiavelli avrebbe dovuto piuttosto ringraziarlo per aver debitamente ripagato Firenze del torto subito.

Manufica, amuleto di epoca romana in faïence, che riprende il gesto delle fiche. Immagine donata a Wikimedia Commons come parte di un progetto del Metropolitan Museum of Art di New York, come da politica di accesso aperto per le risorse grafiche e per i dati. Foto Metropolitan Museum of Art, CC0

 

Riferimenti bibliografici:

Barbero A., Dante, Editori Laterza, Bari-Roma 2020;

Bonatti M., Dante a piedi e volando. La Commedia come racconto di viaggio, Edizioni Terra Santa, Milano 2020;

Cazzullo A., A riveder le stelle. Dante il poeta che inventò l’Italia, Mondadori, Milano 2020;

Ferroni G., L’Italia di Dante. Viaggio nel paese della Commedia, La nave di Teseo, Milano 2019;

Sermonti V., L’Inferno di Dante, supervisione di Gianfranco Contini, Bur Rizzoli, Milano 2018;

Veneziani M., Dante nostro padre: il pensatore visionario che fondò l’Italia, Vallecchi, Firenze 2020.


Aboubakar Soumahoro umanità in rivolta Feltrinelli

Aboubakar Soumahoro: Umanità in rivolta. La lotta, la speranza e il diritto alla felicità

Aboubakar Soumahoro - Umanità in rivolta. La lotta, la speranza e il diritto alla felicità

Che cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice di sì, fin dal suo primo muoversi. Uno schiavo che in tutta la sua vita ha ricevuto ordini, giudica ad un tratto inaccettabile un nuovo comando.

Albert Camus

Aboubakar Soumahoro umanità in rivolta Feltrinelli
La copertina del saggio di Aboubakar Soumahoro, Umanità in rivolta, pubblicato da Feltrinelli (2019) nella collana Serie Bianca

I dati INAIL parlano chiaro: nel 2021, le morti sul lavoro sono aumentate esponenzialmente, facendo registrare un incremento dell’11,4% rispetto al 2020. Al 31 marzo, si parlava di 185 morti bianche in 3 mesi, per una media di 2 decessi al giorno. I settori maggiormente colpiti da questa tragedia sarebbero quelli dell’edilizia e dell’agricoltura. I recentissimi fatti di cronaca, poi, richiamano l’attenzione su tematiche che è bene approfondire costantemente, ricercando le cause di ingiustizie connaturate nel sistema in cui siamo immersi.

È evidente come l’attuale modello economico garantisca sempre meno la persona del lavoratore e si presti bene a dinamiche di sfruttamento. Le lotte e le richieste di un esercito sempre più compatto, però, non si fermano, portando i sindacati a guidare un’umanità in rivolta, che chiede maggiori tutele e il diritto alla felicità. Questa moltitudine in marcia e gradualmente in crescita è la principale protagonista del saggio d’esordio di Aboubakar Soumahoro, Umanità in rivolta, pubblicato per Feltrinelli nel 2019.

Nato in Costa d’Avorio nel 1980, difende da anni i diritti dei lavoratori, occupandosi soprattutto della tutela dei braccianti, della lotta al caporalato e dello sfruttamento lungo la filiera agricola. È arrivato in Italia nel 1999, a soli 19 anni. Animato dal sogno di un’Europa inclusiva e dalle prospettive allettanti, nell’era dei dannati della globalizzazione, ha preso la via del mare, per uscire dall’angolo in cui era stato relegato con la sua gente e per ricercare la Felicità sulle sponde opposte del Mediterraneo. Nel primo capitolo, scrive:

Il primo ricordo che ho dell’Europa è il freddo che mi trasformava l’alito in fumo. Non mi era mai capitato. Una certa incosciente ingenuità mi guidava in questo viaggio: non conoscevo la situazione politica italiana, ignoravo le condizioni di lavoro dei migranti (le avrei imparate di lì a poco) e non sapevo nulla di questioni sindacali. Custodivo solo il senso di giustizia e libertà trasmessomi dai miei genitori.

La sensazione iniziale fu di spaesamento, mi sentivo in una condizione di temporaneità, senza luogo e fuori posto, “al confine tra l’essere e il non-essere sociale”, come ha scritto Pierre Bourdieu. Senza luogo perché avevo lasciato la terra che conoscevo per una che mi era ancora estranea, fuori posto perché ogni giorno qualcuno mi ricordava che non avevo il diritto di stare dove ero.

Soumahoro affida alla carta i suoi ricordi, donando al lettore il racconto commosso della disillusione che l’approdo portò con sé. Racconta del suo primo alloggio, della miseria che ha dovuto patire e delle prime esperienze al mercato delle braccia, uno dei tanti luoghi di reclutamento per manodopera giovane e sottopagata. Alla rotonda di Melito, Soumahoro ha svenduto la sua forza lavoro al migliore offerente, assieme ad altri immigrati, merci esposte al mercato delle braccia, denudati della propria umanità:

La mattina in cui, per la prima volta, sono arrivato alla rotonda c’erano asiatici e migranti da tutta l’Africa fermi ad aspettare. Una scena surreale, centinaia di persone in attesa, disponibili ad accettare qualunque lavoro e a qualunque condizione. Il giorno in cui non si trovava lavoro, l’alternativa era rimanere in piedi per ore nell’attesa, dopo essersi svegliati all’alba, e poi tornare a casa a stomaco vuoto e senza un soldo in tasca.

Tra soprusi di ogni genere, cresce in Soumahoro, giorno dopo giorno, la voglia di lottare e di riscattare il popolo degli ultimi, nella consapevolezza di dover prima risvegliare le coscienze e sensibilizzarle alle condizioni di vita dei cosiddetti invisibili, scardinando una normalità assurda e di una violenza indiscriminata. Lavora e studia, laureandosi nel 2010 in Sociologia all’Università Federico II di Napoli con il massimo dei voti e con una tesi su Analisi sociale del mercato del lavoro. La condizione dei lavoratori migranti nel mercato del lavoro italiano: persistenze e cambiamenti.

La profonda cultura di Aboubakar Soumahoro si riflette in questo saggio, trapelante di citazioni e riferimenti ad opere filosofiche, storiche, sociologiche ed economiche. Umanità in rivolta ha il grande pregio di offrire una prospettiva differente su temi continuamente strumentalizzati per fini elettorali e, per questo, volutamente distorti. Soumahoro grida a gran voce il suo dolore e la sua voglia di combattere, obbligandoci a guardare il mondo dal suo punto di vista e a comprendere le responsabilità da cui non siamo esenti. Lui, migrante, affronta le tematiche legate alla sua condizione e a quella dei suoi compagni senza intermediari:

Abbiamo dovuto lavorare molto per riuscire a prendere la parola in prima persona nei luoghi e negli spazi politici. Per molto tempo, tanti in buona fede hanno ritenuto doveroso prendere la parola al nostro posto. Mi viene da dire che il pensiero di deriva paternalista a volte contamina involontariamente chi è impegnato in difesa dei migranti, che vengono ritenuti incapaci di generare, esprimere e declinare un pensiero politico e una forma di lotta.

Con sguardo lucido e al contempo commosso, traccia i legami tra sfruttamento del lavoro ed immigrazione, evidenziando, a parità di mansione, salari inferiori per i lavoranti stranieri rispetto ai colleghi italiani. Il lavoratore straniero, inoltre, risulta essere maggiormente esposto a licenziamenti e a forme stratificate di ricattabilità, causata specialmente dalla razzializzazione del lavoro. Essa, strettamente legata al razzismo, mira alla categorizzazione di una parte della popolazione e ad infondere l’idea che la coabitazione sia impossibile. Tutto ciò è stato legittimato sul piano normativo da una serie di leggi sull’immigrazione, a partire dalla legge Martelli del 1990.

Politiche sempre più restrittive e securitarie hanno reso il migrante sempre più fragile nel mercato del lavoro. Ad esempio, la legge Bossi-Fini, varata nel 2002, ha introdotto l’elemento del contratto sociale e del contratto lavorativo. Il contratto sociale ha imposto al migrante criteri diversi per accedere ai servizi del welfare rispetto a un cittadino italiano, mentre il contratto lavorativo ha subordinato la permanenza in Italia del migrante a un contratto di lavoro regolare, ragion per cui il migrante diviene vulnerabile e ricattabile nei rapporti di lavoro. Politiche simili sono risultate essere ottimali per le esigenze di profitto del capitale: rendere più vulnerabile un’intera categoria di individui ha permesso ai padroni guadagni più sostanziosi dall’impiego di manodopera migrante. Scrive:

Riponevo tutta la mia speranza nel datore di lavoro di turno, o forse sarebbe meglio chiamarlo “padrone”, se la parola oggi non apparisse fuori moda. Parlare di sfruttamento per molti significa essere ideologici. Al contrario, temo che sia “ideologico” rifiutare di vedere forme di organizzazioni sociali e del mercato che consentono a pochi di disporre delle vite degli altri.

Soumahoro non si limita a descrivere una situazione vituperevole, ma offre una sua attenta analisi sociopolitica, proponendo dei modelli per mettere fine allo sfruttamento:

Il primo punto è semplice, è un principio che non dovrebbe mai essere messo in discussione: “uguale lavoro, uguale salario”. Un lavoro dignitoso e una giusta paga, indipendentemente dalla provenienza geografica dei lavoratori e delle lavoratrici. Il secondo punto è la garanzia del rispetto degli oneri a carico dei datori di lavoro: diritti salariali previdenziali (quindi disoccupazione agricola), sicurezza sul lavoro e il trasporto. Devono essere riconosciute le ore e le giornate effettivamente lavorate, rendendole evidenti in busta paga. Il terzo punto imprescindibile per una riforma che rispetti i diritti di tutti è la “regolarizzazione” di migranti e profughi, nonché l’abrogazione della legge Bossi-Fini, l’accesso al permesso di soggiorno per la protezione sociale e la rottura del legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro.

L’obiettivo di Aboubakar Soumahoro con Umanità in rivolta è anche quello di ricordare i tanti sommersi, i lavoratori morti nella lotta per la sopravvivenza. Il saggio diviene allora una pietra di inciampo, un modo per evitare che tanti nomi cadano in oblio. Con il medesimo spirito investigativo adottato dal compianto Alessandro Leogrande in Uomini e caporali, viene narrata la storia di Soumaila Sacko, bracciante fucilato mentre era alla ricerca di lamiere con cui fabbricarsi un riparo nella baraccopoli di San Ferdinando; la storia di Jerry Essan Masslo, rifugiato politico sudafricano, militante contro l’apartheid, barbaramente ucciso a Villa Literno per essersi opposto ad alcuni balordi che volevano privare lui e i suoi compagni delle misere paghe ricevute per la giornata nei campi; la storia di Becky Moses, morta in uno dei tanti roghi divampati a San Ferdinando; la storia di Paola Clemente, deceduta dopo un malore sul posto di lavoro per la mancanza di un intervento di primo soccorso, senza contare le sedici vittime nelle campagne pugliesi nell’estate del 2018; la storia di Abd Elsalam, travolto da un camion durante un picchetto dei lavoratori della logistica; la storia di Alberto Piscopo Pollini, studente barese e rider investito e ucciso a diciannove anni mentre effettuava una consegna.

 

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Tutte queste morti, spesso inficiate e non degnamente raccontate dalla stampa, hanno messo in luce l’effettivo bisogno di sostegno da parte delle categorie più deboli, che necessitano di un supporto sindacale sistematico e continuo, per accorciare il divario, rafforzatosi nel tempo, tra la classe lavoratrice e i suoi organi di rappresentanza. Per frenare l’atomizzazione e l’impotenza dei lavoratori, l’azione sindacale di Aboubakar Soumahoro ha dato vita alla “Lega Braccianti”. In questa occasione, nell’agosto del 2020, è stata inaugurata la prima “Casa dei diritti e della dignità Giuseppe Di Vittorio” a Borgo Mezzanone, nel foggiano. Soumahoro è convinto che tra l’uomo e il raggiungimento della felicità si frapponga la solitudine a cui questo sistema ci condanna. Rinchiudendoli in un vuoto esistenziale con la privazione dei diritti fondamentali, gli uomini divengono succubi del capitale, senza prospettive di crescita e miglioramento. Umanità in rivolta di Soumahoro chiama a raccolta tutte le donne e tutti gli uomini, per generare l’unione di una classe lavoratrice che si riappropri dell’esistenza collettiva, stabilendo l’equilibrio fra i bisogni essenziali e la salvaguardia dell’ambiente.

L’attuale modello economico domina la politica a discapito delle esigenze e delle sofferenze degli esseri umani. Il prodotto interno lordo sembra essere l’unica misura del benessere e della felicità. Eppure autorevoli economisti come Joseph Stiglitz, Amartya Sen e Jean-Paul Fitoussi ci hanno messo in guardia sui limiti di una visione economica che misura tutto in termini di PIL. Perciò raccomandavano di considerare nella valutazione dello stato dell’economia gli indici di diseguaglianza, di sostenibilità del benessere e delle risorse ambientali. Occorre poi tener conto di molte altre variabili (vulnerabilità, sicurezza sociale, qualità e aspettativa di vita ecc.) se davvero si vuole valutare il benessere sociale di una popolazione. Il problema non è inventare nuovi indici, ma avere una visione capace di immaginare un orizzonte diverso.

L’attuale paradigma è una minaccia per la nostra umanità. Il nostro compito collettivo è quello di elaborare un modello alternativo basato sulla giustizia sociale e ambientale.

Umanità in rivolta mira a scalfire l’individualismo attuale, la solitudine annichilita in cui è piombata l’umanità, per far riemergere la solidarietà necessaria alla salvaguardia della comunità cosmopolita, che non annoveri più esclusi ed emarginati.

Perché abbia un valore politico, questa solidarietà deve nascere, come ha scritto Albert Camus, dalla rivolta di chi dice no a una condizione inumana di schiavitù, tracciando con questo rifiuto una linea di rottura con il passato. Al di là di quella linea, dire di no si trasforma nell’affermazione positiva del diritto alla propria umanità e alla propria felicità. La solidarietà è quindi la lotta per la propria integrità, per essere parte di un tutto e non solo braccia per lavorare.

Questa felicità è la realizzazione dei bisogni, dei sogni e delle aspirazioni. Ma la ricerca della felicità non può consistere nel calpestare la vita e la felicità altrui. Per realizzarla serve un cammino collettivo, un cammino che, in una prospettiva globale, non può prescindere dal protagonismo dei giovani, che devono essere coinvolti nelle scelte presenti e future di ogni comunità. Il destino delle prossime generazioni va progettato e condiviso con loro, dando centralità alla cultura intesa come veicolo imprescindibile di trasmissione di un insieme di valori centrati sulla persona e di un paradigma economico radicato nell’umanità. Per loro abbiamo l’obbligo della speranza. Una speranza che non sia la promessa di un futuro illusorio ma la costruzione concreta di una prospettiva nuova, che sappia garantire la felicità a questa umanità in rivolta.


Recuperate anfore dai fondali del mare di Favignana, località Bue Marino

Località Bue Marino: i Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale recuperano importanti anfore dai fondali del mare di Favignana

I Carabinieri del Nucleo per la Tutela del Patrimonio Culturale di Palermo - in un’attività congiunta con la Soprintendenza del Mare, con l’ausilio dell’Arma territoriale, del Nucleo Subacquei di Messina e grazie anche all’intervento dell’equipaggio della MV CC 811 “Pignatelli” e del Battello Pneumatico CC 405 del distaccamento navale di Favignana (TP) - hanno recuperato, a largo delle acque antistanti la Località Bue Marino dell'isola di Favignana (TP), tre anfore fittili italiche del IV secolo a. C. e un’anfora fittile punica del III secolo a. C., verosimilmente appartenenti a un relitto naufragato.

L'intervento è stato sviluppato dalle unità subacquee dell'Arma e della Soprintendenza del Mare che hanno scandagliato il fondale, individuando le importanti anfore, sulla scorta delle indicazioni fornite dagli archeologi dell’Ente regionale e dai Carabinieri del Nucleo TPC di Palermo. A conclusione delle operazioni, gli antichi manufatti sono stati consegnati ai funzionari della Soprintendenza del Mare.

anfore fittili Bue Marino Favignana
I Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale recuperano importanti anfore dai fondali del mare di Favignana, in Località Bue Marino

La località del ritrovamento, ritenuta di rilevante importanza, è al vaglio degli archeologi per le relative valutazioni scientifiche poiché da un successivo studio dei materiali recuperati potranno essere acquisiti importanti indizi circa le rotte di navigazione per il collegamento lungo la costa tra le varie città mediterranee, in un periodo storico di fondamentale importanza per gli scambi commerciali.

L'attività rientra nell'ambito di una più vasta azione di prevenzione dei siti archeologici marini che i Carabinieri TPC, in sinergia con i Comandi dell’Arma della linea territoriale e in collaborazione con la Soprintendenza del Mare, conducono sistematicamente a difesa dell'importante patrimonio culturale siciliano.

I Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale recuperano importanti anfore dai fondali del mare di Favignana, in Località Bue Marino

Testo, video e foto dall’Ufficio Stampa Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale


Augusto e quel sogno chiamato "TOTA ITALIA"

TOTA ITALIA, la formula con cui i popoli italici giurarono ad Ottaviano non ancora Augusto fedeltà nel 32 a.C. legittimando il suo comando nella guerra contro Marco Antonio e Cleopatra:

"Iuravit in mea verba tota Italia sponte sua et me be[lli] quo vici ad Actium ducem depoposcit"

Inaugurata pochi giorni fa presso le Scuderie del Quirinale, la mostra “TOTA ITALIA. Alle origini di una nazione” ha riscontrato un grande successo.

La narrazione, scandita dai preziosi reperti in prestito dai più importanti Musei Italiani, offre allo spettatore un viaggio a ritroso in quell’Italia ancora da formare, dove Roma a partire dal IV secolo a.C. comincia ad affacciarsi su una realtà pluristratificata di popoli e culture.

TOTA ITALIA. Statua di pugile in riposo I sec. a.C. Museo Nazionale Romano - Palazzo Massimo alle
Terme, Roma
credit: Museo Nazionale Romano - foto L. Mandato

Conosciamo pur con qualche difficoltà nella ricostruzione delle fonti e dei contesti archeologici, come il processo di unificazione che ha coinvolto diversi popoli italici non sia stato affatto facile. Roma nel corso dei secoli dovette affrontare nemici che avevano già basi consolidate in tutto il Mediterraneo. Ma è con la Guerra Sociale e con la successiva cittadinanza agli italici che si può considerare questo processo di unificazione come un qualcosa di possibile per Roma.

Da un concetto meramente geografico di Italia si raggiungerà pian piano a partire da Augusto quell’unità politica che porterà poi contro la guerra con Marco Antonio a far giurare tutte le comunità d’Italia a favore di Ottaviano. E questo giuramento non passerà certamente inosservato nella politica augustea, tanto da essere enfaticamente espresso anche nel testamento morale e politico del princeps, le Res Gestae, che “L’Italia unita aveva giurato per lui”.

TOTA ITALIA Augusto
TOTA ITALIA Augusto. Statua di Apollo lampadoforo I sec. a.C. Parco Archeologico di Pompei, Pompei

Siamo nel 32 a.C., ancora ben lontani da quel concetto di unità nazionale tipicamente moderna e post unitaria, ma le basi erano state gettate almeno per considerare TOTA ITALIA sottomessa sotto l'aquila di Ottaviano - Augusto.

L’Italia fu riorganizzata da un punto di vista politico e amministrativo in forme sorprendentemente moderne ma non bisogna pensare che le cose cambiarono o si modificarono in breve tempo. Il processo fu lungo, la penisola fu martoriata di guerre spesso fratricide, le guerre civili e sociali avevano esasperato tutti, si invocava la pace.

La conclusione delle guerre lasciava però aperta una difficile questione legata alla veste legale da dare al potere del nuovo vincitore. L'ipotesi di un regime apertamente monarchico progettato da Cesare era da scartare, il suo assassinio in Senato aveva difatti decretato il fallimento di questo disegno.

La soluzione adottata da Ottaviano, poi Augusto nel 27 a.C., era restauratrice nella forma ma rivoluzionaria nella sostanza, un punto di cesura nella storia romana. Nel 31 a.C. convenzionalmente si fa iniziare il Principato, il regime istituzionale che vede nelle mani di un reggitore unico il potere di Roma, un princeps.

"Fui superiore a tutti per autorità, pur non possedendo un potere superiore a quello degli altri che mi furono colleghi nelle magistrature"

La sottolineatura che Augusto fa nel suo testamento delle RES GESTAE evidenzia l'alone carismatico che circondava la sua persona e che ne faceva il vero principe, il primo uomo dello Stato. Augustus fu l'appellativo che gli diede il Senato, un appellativo che lo sottraeva alla sfera propriamente politica per proiettarlo in una dimensione sacrale e religiosa.

Il termine "Augusto" va ricollegato etimologicamente al verbo latino augere che significava "innalzare".

TOTA ITALIA Augusto.
Decorazione di uno scudo (episema) con Taras IV sec. a.C. dal santuario di Rossano di Vaglio Museo Archeologico Nazionale della Basilicata _Dinu Adamesteanu_, Potenza

Roma dal IV secolo a.C. incluse progressivamente nella sua orbita popoli di estrazione sociale e culturale diversi, a volte in maniera più o meno pacifica, la deditio in fidem era in genere praticata dai nemici vinti che preferivano affidarsi alla pietas di Roma, altri mostrarono fieramente un opposizione totale ai nuovi padroni con duri scontri che spesso lacerarono gli eserciti per anni.

Dalla Pianura Padana, al canale di Sicilia nel corso di quattro secoli si inchinarono tutti all’astro nascente. Popoli che nel corso della loro storia erano spesso interconnessi con il mondo greco, orientale, celtico e centro europeo subirono un processo di romanizzazione assumendo tratti sempre più uniformi nella lingua, nelle leggi, nei culti, nei modi di vivere e abitare, commerciare e seppellire i morti.

TOTA ITALIA Augusto
TOTA ITALIA Augusto.
Corona, Corredo di una tomba femminile III sec. a.C. Museo archeologico nazionale delle Marche, Ancona credit: Museo Archeologico Nazionale delle Marche su concessione della Soprintendenza
Archeologica, Belle Arti e Paesaggio delle Marche, su concessione del Ministero della
Cultura.

La mostra TOTA ITALIA con una rappresentazione di opere altamente significativa, vuole raccontare le dinamiche e la trasformazione di queste varie culture italiche, muovendo dal variegato mosaico di differenze che si erano venute a creare sulla penisola italiana sin dall’età del Ferro fino alla progressiva costruzione di una identità nazionale pienamente romana.

La narrazione si spinge anche verso il grande sforzo organizzativo di Roma di superare la dimensione città-stato verso un’entità territoriale unitaria, articolata in colonie e municipia non soggette ad imposta fondiaria. Augusto divise inoltre l’Italia in 11 regioni che servivano in primo luogo per il censimento delle persone e delle proprietà, ma non vi erano funzionari amministrativi responsabili di queste suddivisioni.

TOTA ITALIA Augusto
TOTA ITALIA Augusto.
Ala di Vittoria I sec. a.C. Museo Nazionale Romano- Terme di Diocleziano, Roma
credit: Museo Nazionale Romano - foto L. Mandato

TOTA ITALIA con una rappresentazione coerente rappresenta così l’occasione di valorizzare l’importante patrimonio dei musei italiani, da nord a sud, rievocando la ricca pluralità culturale del nostro paese.

L’occasione è unica per vedere capolavori incredibili quali: il Trono decorato a rilievo delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini di Roma, il Ritratto di Augusto con il capo velato del Museo Archeologico Nazionale delle Marche, il Busto di Ottavia Minore del Museo Nazionale Romano – Palazzo Massimo alle Terme.

Tota Italia. Rilievo con processione funeraria
seconda metà I secolo a.C., da Amiternum, L’Aquila, Museo Archeologico Nazionale d’Abruzzo
Su concessione del Ministero della Cultura

Corredi funerari iconici come il Corredo della “tomba dei due guerrieri”, conservato presso il Museo Archeologico Melfese “Massimo Pallottino” e il Corredo di una tomba femminile proveniente dalla necropoli di Montefortino d’Arcevia e custodita presso il Museo Archeologico Nazionale delle Marche.

E ancora la Cista portagioielli con iscrizione in latino arcaico del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, il Sostegno di mensa con due grifoni che attaccano un cerbiatto del Museo Civico di Ascoli Satriano fino al celebre Rilievo con scena di battaglia tra un cavaliere greco e un persiano custodito presso il Museo Archeologico Nazionale di Taranto.

tota italia
TOTA ITALIA, volume ARTE'M

Ad accompagnare l'allestimento presso le Scuderie del Quirinale un prezioso volume edito da Arte'm, in cui attraverso i saggi dei curatori della mostra, Massimo Osanna, Stèphan Verger, Fabrizio Pesando, Carmela Capaldi et alii, viene ripercorso questo processo nazionale di unità fortemente voluto da Augusto, TOTA ITALIA.


Liliana Segre mare indifferenza

La memoria come cura per l'indifferenza

Nel 2019 esce per una casa editrice appena nata nel panorama editoriale un piccolo libro che raccoglie le parole di Liliana Segre e del suo impegno per mantenere viva la memoria contro l'indifferenza.

Lo cura Giuseppe Civati, che della giovane casa editrice è tra i fondatori.

Sono poche pagine, è un volumetto che può essere benissimo infilato senza sforzo tra un tomo e l'altro per lo spazio fisico che occupa.

Per lo spazio morale ed etico invece potrebbe occupare un intero scaffale e strabordare.

Facciamo un passo indietro. Anzi due.

Liliana Segre mare nero indifferenza
La copertina della nuova edizione del libro di Liliana Segre, Il mare nero dell'indifferenza, a cura di Giuseppe Civati, che è stato pubblicato da People (2020) nella collana Storie

La prima volta che ho sentito nominare Liliana Segre è stato nel 2017. Forse l'avevo già sentita nominare prima ma il suo cognome per me si confondeva con quello di un altro Segre, anzi, uno con l'accento sulla e. Un fisico che faceva parte del gruppo dei Ragazzi di Via Panisperna. Il gruppo che lavorò agli studi sull'atomo negli anni '30. Prima delle leggi razziali che costrinsero la maggior parte di quei fisici alla fuga dall'Italia.

Emilio Segrè, come ti sbagli, era ebreo.

Per me Segrè fino a qualche anno fa era lui.

Da quel 19 gennaio 2017 i Segre, con o senza accento sulla e, nella mia memoria sono aumentati.

Da quel mattino in cui Milano ha cominciato a fare i conti con la sua memoria. Era il giorno in cui venne posta la prima pietra d'inciampo in città.

Liliana Segre indifferenza
Le pietre poste davanti al palazzo in Corso Magenta 55, in ricordo del padre Alberto, del nonno Pippo e della nonna Olga. Foto di Giuliana Dea

Quel giorno c'erano Gunter Demnig, il sindaco Sala e l'unica sopravvissuta della famiglia ebrea che abitava in Corso Magenta 55 fino al 1943: Liliana Segre.

La prima pietra d'inciampo milanese era dedicata a suo padre Alberto.

Alberto Segre non è più tornato da Auschwitz. È morto nel maggio 1944.

Eppure Alberto Segre continua a esistere nei racconti e nella memoria di sua figlia, scampata per caso allo sterminio. Dico per caso perché dagli stessi racconti di Liliana si capisce che non c'è stato qualcosa di straordinario nel suo essere sopravvissuta. Come non c'è stato per nessuno dei sopravvissuti.

Ricordo del convoglio partito da Milano su cui hanno viaggiato Liliana e suo padre. Ce n'è una per ogni viaggio. Foto di Giuliana Dea

Per caso finisce nel gruppo di 31 donne che non vengono mandate subito alle docce al loro arrivo al campo. Per caso dimostra più dei suoi 13 anni compiuti pochi mesi prima. Le ragazze di 13 anni venivano mandate subito alle docce.

Per caso non le tagliano i capelli per qualche tempo, finché non arrivano i pidocchi. Per caso è ancora viva quando Auschwitz viene smantellato dai tedeschi.

Per caso non muore di stenti durante la marcia della morte cui i carcerieri costringono lei e le altre donne sopravvissute.

Quando torna a casa è una ragazza troppo grande rispetto alle sue coetanee. E si trova davanti un mondo che non vuole sentire raccontare la sua storia. E lei non la racconta, per tanto tempo. Fino agli anni 90.

 
indifferenza Liliana Segre il mare nero dell'indifferenza
La copertina del libro di Liliana Segre, Il mare nero dell'indifferenza. Foto di Giuliana Dea

Allora comincia a parlare. Racconta ai bambini. I bambini sono quelli che hanno meno contatto con i ricordi della guerra. Negli anni 90 il fascismo, le leggi razziali, la deportazione, lo sterminio, sembrano lontani.

Chi non ha i nonni che hanno visto la guerra e la raccontano non ha idea di quello che è stato quel periodo. Sembra distante.

Eppure è dietro l'angolo. Perché l'unica cosa che impedisce alla storia di ripetersi è la memoria collettiva. E quella memoria comincia già a non essere più diffusa.

Il racconto dei testimoni è fondamentale.

Questo è quello che fa Liliana per anni. Racconta quello che successe molto prima della deportazione. A partire dalle leggi razziali.

Quando le scuole del Regno vengono chiuse a chiunque sia ebreo. Insegnanti e studenti. Professori universitari. I senatori ebrei, per una concessione regia, mantengono la loro carica. Ma non potranno più entrare al Senato. Questo fino alla fine del regime e della guerra, che porta all'abolizione delle leggi razziali.

Nel 1938 l'Italia fascista mostra in pieno la sua anima razzista che fino a quel momento era stata sottovalutata, perché in fondo cosa poteva importare agli italiani della popolazione slovena o delle popolazioni abissine?

Non erano italiane.

Gli ebrei erano italiani. A tutti gli effetti. Alberto Segre e suo fratello avevano combattuto nell'esercito italiano durante la Prima Guerra mondiale. Lo zio Alfredo era fascista. Un convinto fascista. Come tanti altri ebrei.

Improvvisamente questi italiani vengono privati della loro cittadinanza, dei loro diritti, delle loro attività.

Vengono privati delle loro amicizie, perché gli italiani non possono avere contatti con gli ebrei.

E molti italiani, troppi, si voltarono dall'altra parte.

Italiani di qualsiasi età, estrazione sociale e cultura.

Dalle compagne di scuola di Liliana, che all'epoca ha 8 anni, a persone laureate, o con un titolo di studio. Come la sua maestra, che dice al padre della sua piccola allieva 'non sono io a fare le leggi'. Con un'indifferenza per la sorte di una bambina senza nessuna colpa che fa rabbrividire, nei racconti della senatrice.

Quelle leggi razziali non sono un unico errore come spesso vuole far credere una retorica ancora convinta dei valori fascisti. Non sono nemmeno una responsabilità esclusiva dei tedeschi. Anzi, gli italiani sono i primi a cacciare gli ebrei dalle scuole. Nella Germania nazista in questo erano ancora indietro. Anche se di poco.

Le leggi razziali del 1938 rendono evidente che gli italiani non sono affatto brava gente, per legge.

Al contrario gli italiani sembrano non vedere l'ora, in quel momento e in altri della storia più recente, di dimostrare che non hanno nessuna grande qualità umana a contraddistinguerli dal resto del mondo.

Ne parla il libro, ma anche senza averlo letto arrivi a questa scritta e capisci cosa significa la scritta 'vietato il trasporto di persone' per treni che portano ebrei ad Auschwitz o ai campi di smistamento. Foto di Giuliana Dea

In questo piccolo volume, aggiornato nel 2020 con la discussione in Senato intorno alla Commissione Segre, si parla di passato e soprattutto di presente. Perché la sorte che è toccata agli ebrei italiani in quegli anni sembra essere identica a quella che si vorrebbe per i migranti del nuovo millennio.

La differenza è che stavolta esiste una coscienza democratica diffusa, che sotto il fascismo non poteva esserci per forza di cose.

Ma non basta lo stesso, perché i rigurgiti di odio e indifferenza verso esseri umani in fuga per ragioni di sopravvivenza, persecuzione e quant'altro tornano anche in questi anni. In nome della prevalenza di chi è italiano per diritto di nascita. Come se davvero contasse qualcosa ai fini dell'umanità il posto dove sei venuto al mondo e non fosse solo una questione di fortuna o sfortuna.

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La copertina del libro di Liliana Segre, Il mare nero dell'indifferenza. Foto di Giuliana Dea

Questo piccolo volume curato da Giuseppe Civati ha una serie di appendici. Una in particolare mi colpisce. Racconta il percorso che Giuseppe Civati fa da Corso Magenta alla scuola di via Ruffini. Il percorso che faceva Liliana tutti i giorni fino alle leggi razziali.

Sono pochi passi. E il percorso fino a San Vittore dove è stata incarcerata con il padre tra la fine del 1943 e l'inizio del 1944, sempre a poca distanza dalla sua casa nel salotto buono di Milano. E infine al Binario 21, da dove partivano i treni in direzione Auschwitz. Da dove sono partiti anche Liliana e suo padre. Oggi il Binario 21 è il Memoriale della Shoah.

Mi colpiscono, i percorsi di Liliana, perché Corso Magenta fin da quando ero bambina è sempre stato un luogo della memoria, delle passeggiate con mia madre. I miei nonni abitavano a poca distanza. Bastava percorrere tutto Corso Vercelli per arrivare all'inizio di Corso Magenta, percorrerlo tutto, passando davanti a Santa Maria delle Grazie e al refettorio dei frati dove viene conservato il Cenacolo. Posti noti anche ai turisti, ma per chi è milanese hanno un significato diverso. E ancora diverso per chi è milanese e li ha percorsi da quando era bambino.

L'idea di ciò che è successo a una famiglia in un palazzo di quel salotto buono, quella via tranquilla, fa rabbrividire e pure un po' vergognare, anche se non siamo stati noi a firmare le leggi razziali e a deportare la famiglia Segre.

Per questo è importante leggere le parole di Liliana, così come le ha pronunciate negli anni, come fa Civati. Perché quell'indifferenza che ha permesso un abominio non si ripeta più. Per nessuno.

Consiglio anche la lettura di Fino a quando la mia stella brillerà, di Daniela Palumbo e Liliana Segre, tra le fonti citate in Liliana Segre, Il mare nero dell'indifferenza.

Liliana Segre il mare nero dell'indifferenza
La copertina del libro di Liliana Segre, Il mare nero dell'indifferenza. Foto di Giuliana Dea

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.

 


Gherardo Colombo Anche per giocare regole Costituzione

L'ultimo saggio di Gherardo Colombo, omaggio alla Costituzione

Gherardo Colombo, Anche per giocare servono le regole: un libro che è omaggio alla Costituzione

Nonostante la Storia ci insegni che ci sono cose che è meglio non fare, ogni giorno e in ogni parte del globo anche se possiamo avere persino una accurata previsione di come andrà, ci ritroviamo a replicare quella determinata azione incuranti di quello che il passato aveva tentato di ricordarci.

Così dopo anni in Italia lottiamo ancora per i diritti civili, contro le discriminazioni e la violenza, come se non avessimo ben chiare le regole di partenza e per questo ci muovessimo disorientati nello spazio sociale.

L’approccio che l’ex magistrato Gherardo Colombo affronta in Anche per giocare servono le regole è allora ancor più decisivo, inaugurando Ri-Creazioni (il nuovo progetto editoriale di Chiarelettere), apre infatti le porte al significato della Costituzione e della consapevolezza di essere e di diventare cittadini.

La divulgazione e l’approfondimento di queste materie, oggetto della sua professione ma anche della sua vita etica e morale, si rivolge agli studenti fin dalle prime battute del libro con un linguaggio chiaro che ricalca, in qualche misura, gli obiettivi dell’associazione 'Sulle regole' da lui fondata e con cui da tempo si dedica all’educazione alla legalità nelle scuole.

Gherardo Colombo. Foto di Stefano Bolognini, CC BY-SA 3.0

“La nostra Costituzione riconosce che ciascuno di noi ha caratteristiche peculiari – genere, etnia, religione, lingua, opinioni, condizioni personali e sociali – e stabilisce che essere non possono creare discriminazione”,

così egli scrive spronando soprattutto i giovani a pensare con cognizione della Storia e della giustizia in poco più di centocinquanta pagine. In particolare fa riferimento al principio cardine su cui si fondava la Repubblica dopo le due guerre mondiali, ossia l’universalità della dignità umana.

“Tutto l’impianto della Costituzione è diretto a realizzare questo punto di partenza. Il principio della pari dignità universale costituisce il legame tra tutti gli articoli, che ne discendono a cascata; è la chiave di lettura che serve per capire, anzitutto, i motivi che hanno spinto i Costituenti a lasciarci questo testo”.

Mentre leggiamo comprendiamo che per vivere insieme agli altri e per relazionarsi con il mondo che ci circonda, come egli ricorda, abbiamo bisogno di regole che ci indichino la via su ciò che si può, si deve e non si deve fare, spiegando sia il contesto per cui la Costituzione è nata sottoscritta dalle persone in tutti i suoi 139 articoli sia la relazione che intercorre tra diritto e dovere di ognuno. Riprende:

“Questo testo non è un cumulo di norme complicato e inaccessibile, ma un documento vivo, le cui disposizioni definiscono ciò che ciascuno di noi può essere”.

Un esplicito atto di responsabilità civica.

 

Gherardo Colombo Anche per giocare servono le regole
La copertina del libro di Gherardo Colombo, Anche per giocare servono le regole. Come diventare cittadini, pubblicato da Chiarelettere Ri-Creazioni (2020), p. 176, Euro 14.

Gherardo Colombo, Anche per giocare servono le regole. Come diventare cittadini, Chiarelettere Editore 2020, p. 176, Euro 14.

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Polifonia

Polifonia: suonando la colonna sonora della Storia

Polifonia: suonando la colonna sonora della Storia

Al via un nuovo progetto internazionale, coordinato dall'Università di Bologna, che indaga il patrimonio musicale europeo, per migliorare la comprensione dell’evoluzione dei generi musicali, la loro diffusione nel tempo e nello spazio e le relazioni esistenti tra musica e società

Foto di Pexels 

Ricreare le connessioni tra musica, persone, luoghi ed eventi in Europa dal XVI secolo fino ad oggi. È l'obiettivo di Polifonia, nuovo progetto europeo finanziato con 3 milioni di euro dal programma quadro Horizon 2020 e coordinato dall'Università di Bologna. Il progetto si svilupperà nel corso dei prossimi 40 mesi, e i risultati - che saranno pubblici e disponibili via web sotto forma di un dataset globale e interconnesso - forniranno un contributo fondamentale al miglioramento della comprensione del patrimonio musicale europeo.

“Polifonia svilupperà strumenti di intelligenza artificiale che permetteranno di navigare attraverso un’incredibile mole di suoni e testi plurilingue”, spiega Valentina Presutti, coordinatrice del progetto e ricercatrice al Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Moderne dell’Università di Bologna. “In questo modo, sarà possibile capire come la musica è cambiata e come ha reagito al contesto sociale e politico negli ultimi sei secoli”.
Louis P. Grijp, professore all’Università di Utrecht e ricercatore in musicologia della Royal Netherlands Academy of Arts and Sciences (KNAW), purtroppo recentemente scomparso, ha dimostrato come la musica tradizionale olandese della fine del XVI secolo fosse stata influenzata dall’Opera francese dello stesso periodo. Considerando che in quegli anni i due paesi erano in guerra, risulta evidente come le connessioni musicali tra individui possano essere stabilite nonostante apparenti ostacoli o confini. Quanti casi analoghi potrebbero esistere? Ci sono somiglianze per quanto riguarda il contesto culturale, politico o artistico di diverse realtà? Attualmente è difficile rispondere a simili domande anche perché i musicologi lavorano principalmente su cataloghi non connessi tra loro.
Lo scopo di Polifonia è creare una risorsa vasta e accessibile da chiunque - ricercatori, artisti, produttori musicali, musicisti e amanti della musica - attraverso un portale web, permettendo in tal modo di svelare fenomeni di connessione in modo sistematico.
Utilizzando la stessa metodologia sarà possibile migliorare la comprensione dell’evoluzione dei generi musicali, la loro diffusione nel tempo e nello spazio e le relazioni esistenti tra musica e società, come le colonne sonore delle rivoluzioni, dei movimenti di emancipazione, delle guerre o addirittura delle pandemie. L’industria musicale, per citarne una, avrà finalmente la possibilità di sfruttare appieno il proprio enorme catalogo: collegamenti inaspettati tra musiche apparentemente lontane potranno rivelare nuovi metodi di classificazione in aggiunta alle usuali etichette.
Tra i diversi temi attorno ai quali si articolerà il progetto, uno è dedicato nello specifico a Bologna, città nella quale la musica riveste da sempre un ruolo centrale, ma con un patrimonio musicale solo in parte conosciuto e sfruttato se comparato al suo pieno potenziale. Il pilot MUSICBO si propone di creare un corpus digitale plurilingue (italiano, inglese, francese, spagnolo e tedesco) contenente testimonianze di studiosi, giornalisti, viaggiatori, scrittori e studenti in un periodo compreso dal Medioevo ai giorni nostri. Saranno pubblicati documenti che mostrano diversi stili discorsivi come narrazioni, epistole, notizie di attualità, resoconti di viaggio: un corpus che costituirà il punto di partenza per costruire un dataset disponibile per il riuso da parte di ricercatori, istituti culturali e pubbliche amministrazioni.

Il consorzio di Polifonia è un gruppo interdisciplinare composto da ricercatori e amanti della musica: informatici, antropologi ed etnomusicologi, storici della musica, linguisti, archivisti del patrimonio musicale, amministrativi e professionisti creativi. Coordinato dall'Università di Bologna, il progetto coinvolge inoltre: The Open University (Regno Unito), King’s College London (Regno Unito), National University of Ireland Galway (Irlanda), Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo (Italia), Centre National de la Recherche Scientifique (Francia), Conservatoire National des Arts et Metiers (Francia), Stichting Nederlands Instituut Voorbeeld en Geluid (Paesi Bassi), Koninklijke Nederlandse Akademie van Wetenschappen (Paesi Bassi), Digital Paths srl (Italia).

Per maggiori informazioni: https://polifonia-project.eu/.

Testo dall'Ufficio Stampa Alma Mater Studiorum - Università di Bologna

Due ritratti di Enea: lettura e confronto dell'Eneide secondo Giulio Guidorizzi e Andrea Marcolongo

Due ritratti di Enea: lettura e confronto dell'Eneide, secondo Giulio Guidorizzi e Andrea Marcolongo

Articolo a cura di Francesca Barracca e Chiara Rizzatti

Simon Vouet, Enea e suo padre abbandonano Ilio, olio su tela (circa 1635), The San Diego Museum of Art. Foto Wmpearl  CC0

Quando si parla di Eneide, non sempre abbiamo ben chiaro l’apporto straordinario di quest’opera e la risonanza che ha avuto nel corso dei secoli. Si tende, piuttosto, a collocarla nel filone dei poemi epici precedenti, e a sottoporla ad un ingiusto confronto con Iliade e Odissea, con cui ha in comune molto meno di quanto si possa pensare, a partire dal protagonista.

Ben lontano dall’eroe che combatte per il proprio κλέος come Achille o da una figura scaltra come Odisseo, Enea ha subito le impietose critiche di una letteratura romantica che esaltava l’azione mossa da un sentimento dirompente; in questa luce, Enea è stato bollato come un personaggio passivo, semplice esecutore della volontà del fato.

È una considerazione senz’altro superata, ma che poggia le sue ragioni in alcune incongruenze del carattere di Enea, che da una parte si fa carico dei piani del destino, ma dall’altra è permeato di dubbi, sciolti solo dall’intervento divino.

Se la critica ottocentesca ha visto in Enea un personaggio “artisticamente fallito” è perché non è stata colta la profonda essenza della struttura virgiliana, che va intesa nel suo insieme, non per singoli episodi.

Abbracciando tutta l’opera, infatti, si può facilmente notare che le opposizioni logiche del personaggio sono frutto di una duplice funzione di Enea: egli risponde ad un doppio statuto letterario, in cui il punto di vista soggettivo dell’Enea personaggio convive con quello oggettivo del realizzatore del Fato.
Enea sa che non ha scelta se non assecondare la sorte a lui destinata, anche se questo va contro la sua identità di personaggio, che tuttavia non è mai annullata del tutto. Essa vive nelle pause della narrazione, nelle attese in cui il meccanismo del destino lo dispensa dal richiedergli un nuovo sacrificio.

L’elogio di Enea è quello di una pietas lontana dalla nostra sensibilità, ma di cui ci colpisce l’assoluta devozione, che sfocia più nella tragedia che nell’epica. Proprio come un eroe tragico, Enea paga il prezzo di un destino a cui è talmente devoto da non disobbedire, anche quando gli chiede di rinunciare ad amore e felicità per plasmare un futuro che non sarà mai suo.

Per ritornare ancora una volta sull’Eneide e sulla sua risonanza nel corso dei secoli, si è pensato di condurre un confronto tra La lezione di Enea di Andrea Marcolongo ed Enea, lo straniero di Giulio Guidorizzi, soffermandoci su come alcuni temi pregnanti dell’opera virgiliana – quali l’amore, il fato, le reinterpretazioni moderne – sono stati trattati dai due studiosi.

Enea lo straniero Giulio Guidorizzi Chiara Rizzatti
Il saggio di Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma. Foto di Chiara Rizzatti

La vicenda di Enea si snoda su binari prestabiliti dal volere superiore del Fato, e lo designa come artefice di un futuro da cui dipenderà la successiva gloria di Roma. Virgilio mette in chiaro il duplice ruolo di Enea, di personaggio – dotato di un suo punto di vista relativo – e di non-personaggio, in quanto rappresentante di una forza divina, che lo rende partecipe di un punto di vista soggettivo.

Nel testo di Guidorizzi questo aspetto è ben presente, e anzi si enfatizza lo scarto apprezzabile tra la visione assoluta del Fato e la conoscenza – niente affatto assoluta – del personaggio Enea. Questo significa che da una parte Enea contribuisce a realizzare il progetto del Fato, ma dall’altra non ha mai davanti agli occhi il piano nella sua interezza. L’autore mette in evidenza la conseguenza più significativa di questo dislivello tra soggettività e oggettività, ovvero la “sospensione” dell’Enea-personaggio. Se prendiamo sempre come riferimento il testo virgiliano, fa prevalere volutamente il risvolto soggettivo; in effetti si tratta di una scelta che risponde ad un’esigenza precisa, e che strizza l’occhio a un lettore contemporaneo che non ha familiarità con la figura stratificata di Enea: mettendo l’accento sui sentimenti di Enea, risulta ancora più grande il divario tra ciò che vuole e ciò che deve fare.

Ma se il conflitto interiore che vive Enea non può essere espresso in una esternazione drammatica, può trovare modo di realizzarsi con l’incertezza e il dubbio, che nell’Eneide vengono allontanati da frequenti epifanie di divinità, il cui ruolo è interrompere i momenti di riflessione e richiamare l’eroe all’azione. In Enea, invece, non c’è traccia degli dèi, e gli elementi sovrannaturali sono ridimensionati per dar modo alle ragioni di Enea di avere una voce, per quanto limitata alla sfera interiore. Emerge al massimo grado la natura delle incertezze di Enea, dovute non tanto al dover compiere una scelta, quanto al bisogno di una conferma di qualcosa che è già stato deciso.

Guidorizzi fa in modo di mostrare il valore della pietas antica e il sacrificio che Enea compie per onorarla: se accettasse di trovare per sé un futuro diverso da quello determinato, Enea tradirebbe la sua missione, allontanandosi dall’ideale della norma romana. Enea deve compiere, quindi, una spoliazione di sé, della sua personalità individuale per fondersi con il volere del Fato, almeno dal punto di vista formale.

“Insensibile sensibilità” è l’ossimoro che meglio riassume lo stato d’animo di Enea di fronte alle difficili scelte che deve compiere. La narrazione che Guidorizzi fa in prima persona aiuta a comprenderlo meglio, e a esplicitare quella doppia facies di Enea che Virgilio lasciava intravedere solo a intervalli, limitatamente ai momenti in cui l’Enea personaggio, con la sua soggettività, poteva permettersi di affacciarsi nel racconto.
Un esempio particolarmente riuscito di questa prospettiva riguarda il libro IV, dedicato all’incontro di Didone. Non è un caso che Guidorizzi si sia soffermato a lungo su questo celebre incontro: la fine dell’amore con la regina cartaginese è stata oggetto di una delle critiche più aspre relative al personaggio di Enea, dipinto come un individuo freddo, incapace di riconoscere (e ricambiare) la passione.

L’autore, invece, fa in modo di proiettare il lettore nelle vesti dell’eroe, di vivere la sua angoscia in quanto profugo in una terra straniera, di percepire la sua riconoscenza per essere stato accolto, e soprattutto di avere una panoramica di come Enea si rapportasse a Didone, donna pulcherrima.

Ne emerge un Enea per certi versi inedito, profondamente innamorato e desideroso di essere riamato da Didone; e soprattutto di trattenersi a Cartagine con lei, accarezzando l’idea di godere a pieno del proprio sentimento, che supera anche il ricordo della prima moglie, Creusa.

Il distacco da Didone è raccontato in modo da far partecipi dei veri pensieri di Enea, che sono ben lungi dall’essere privi di umanità, anzi: Enea è smarrito, dilaniato da un dolore intenso ma impossibile da esternare. Si esprime al massimo grado la tensione dell’Enea-personaggio e il Fato di cui è portatore, e che non può manifestarsi in nessun modo se non nella sfera più intima.

Enea lo straniero Giulio Guidorizzi Chiara Rizzatti
Il saggio di Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma. Foto di Chiara Rizzatti

Didone è una vittima del fato, così come ce ne sono moltissime sul percorso di Enea, a partire dalla caduta rovinosa di Troia. Virgilio si soffermava su di esse, intervenendo nella narrazione con una sorta di commento sulle ingiuste circostanze che avevano portato a una fine prematura. Il poeta esprimeva
συμπάθεια, partecipazione per la sorte dei personaggi, elaborando una deformazione dell’oggettività epica tradizionale: pur rimanendo onnisciente, il narratore si soffermava anche sulle ragioni dei vinti.
Mentre nell’Eneide la συμπάθεια del narratore arriva a fondersi con il punto di vista di Enea, che perde così la propria empatia individuale, Guidorizzi unifica da subito questa contrapposizione, col risultato di accentuare un tema molto caro al poema augusteo, quello della mors immatura.
Esso si esprime al massimo grado nella sezione relativa alla guerra in Lazio, che vede in particolare la morte della vergine guerriera Camilla, di Pallante e di Turno, personificazioni di ideali non meno virtuosi di quelli che ricopre Enea stesso.

Guidorizzi, inoltre, prende in considerazione la figura evanescente di Lavinia, la silenziosa fanciulla che si trova promessa a un uomo diverso da quello a cui era destinata, Turno. L’autore sottolinea subito il dispiacere di Enea per lo stato d’animo della giovane, tacitamente sconvolta per essere costretta a unirsi a un estraneo, avanti con gli anni, e per dover rinunciare all’uomo che ama.

Una particolarità dell’opera di Guidorizzi è la mancanza – quantomeno esplicita – di riferimenti con la modernità. Tuttavia questa “lacuna” fornisce l’occasione per riconsiderare l’Eneide come capolavoro letterario e per percepirne la complessa ideologia di fondo, senza doversi affrettare a ricercare paralleli più recenti.
Ben lungi dall'essere una semplice riesposizione in prosa del poema virgiliano, il testo permette di indugiare attentamente sulle peregrinazioni per mare di Enea che, profugus, si avventura in un viaggio incerto: sebbene il viaggio fosse già stato un argomento utilizzato dall’epica per descrivere il ritorno di Odisseo, il poema latino rovescia drasticamente la prospettiva. Per quanto gravoso, il viaggio di Odisseo determinava un ritorno a casa, a ciò che è noto; Enea, al contrario, abbandona la sua patria per fondare una nuova città, per gettarsi in un futuro oscuro in cui non esistono porti sicuri.

Una nota di particolare interesse riguarda le sezioni dedicate alle divinità latine che si mescolano con la vicenda di Enea, e ai luoghi sacri che in qualche modo ne ricordano il passaggio. L'autore pone davanti ad un quadro inaspettato il lettore, che man mano vede dipanarsi non solo la storia virgiliana, ma anche i presupposti culturali che hanno permesso alla stessa storia di essere concepita da Virgilio, fatti di dèi silvani e riti agresti, gli stessi in cui si sarebbe imbattuto Enea una volta approdato in Lazio.

 

la lezione di Enea Andrea Marcolongo Francesca Barracca
La lezione di Enea, di Andrea Marcolongo. Foto di Francesca Barracca

Nel contesto delle numerose interpretazioni contemporanee che sono state fatte di Enea, ne La lezione di Enea Andrea Marcolongo cerca di fornire un quadro più o meno obiettivo, analizzando una serie di aspetti che contribuiscono a illuminare l’Eneide e il personaggio di Enea. Che si tratti di un tentativo di liberarlo dai numerosi cliché che si sono sempre accompagnati alla figura dell’eroe virgiliano o di un’interpretazione ex-novo per presentare Enea in una nuova veste, resta indubbiamente apprezzabile lo scopo ultimo dell’opera di Andrea Marcolongo: rendere accessibile a chiunque la conoscenza e la comprensione di una figura e di un’opera da sempre ritenuta controversa e troppo spesso esclusivo appannaggio dei classicisti.

Bisogna innanzitutto considerare che la storia di Enea era già conosciuta attraverso i poemi omerici, ma se in Omero Enea è un eroe come tanti altri, quasi “anonimo” se messo a confronto con Achille o Ulisse, capo dei Dardani, alleati dei Troiani, che riesce a scampare alla morte poiché padre che ha il dovere di prendersi cura del figlio, in Virgilio Enea si presenta in prima persona con queste parole: “Sum pius Aeneas, raptos qui ex hoste Penates classe veho mecum, fama super aethera notus; Italiam quaero patriam ”.

Risulta chiaro, allora, che Enea non cerca un regno da governare, come la maggior parte degli eroi omerici, ma una patria, sebbene Enea non sembri propriamente l’uomo di cui potersi fidare e al quale affidare una nazione. Eppure, è ciò che gli viene richiesto e ciò che fa senza indugi. Se in Omero, inoltre, c’è una dimensione eroica collettiva, Enea si muove invece da solo nello spazio del fato: è lui stesso un fato profugus, laddove con “fato” ci si riferisce a una categoria completamente romana, una legge che esiste e basta cui non sfuggono neppure gli dei e che riveste notevole importanza nella prospettiva in cui si guarda non a cosa accadrà, ma come. Enea infatti sa già cosa accadrà, perciò quello che dovrebbe sorprendere è scoprire come reagirà ai colpi che il fato gli assesterà, perché ha necessità di reagire e rialzarsi.

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La lezione di Enea, di Andrea Marcolongo. Foto di Francesca Barracca

A questo punto, alla lecita domanda che potrebbe sorgere, e cioè che “se tutto è già scritto, allora Enea non sceglie mai?”, la scrittrice fa notare che Enea non fa nulla spontaneamente e questo perché l’Eneide non è certo il poema della forza o dell’istinto, piuttosto nasconde un significato più evanescente: nessuno resiste se non è costretto. Ed Enea è proprio costretto a resistere, non può fare altrimenti. Se l’Eneide risulta oggi noiosa a molti, ci dice Andrea Marcolongo, è perché, forse, abbiamo sempre sbagliato a leggere, ricercando un obiettivo diverso da quello necessario, sempre orientati alla ricerca dell’effetto sorpresa. Risulta conseguenziale, allora, che Enea diventi un eroe passivo, soltanto un burattino nelle mani del fato. Eppure, ciò non significa che Enea non provi emozioni, che non abbia desiderato restare a Cartagine con Didone, per esempio. Enea fa quel che deve e, al contempo, resiste. In questo sta la sua misura eroica: non cedere, né ribellarsi mai. Quella di Enea si profila, così, come un’accettazione consapevole, dal momento che non c’è assolutamente nulla di meccanico in ciò che fa. Il fato è, infatti, un obbligo di cui non si conosce né motivo né mutamento, ma al quale non ci si può sottrarre. Per questo anche gli dei soccombono ad esso, sono in questo vicini ai mortali, dai quali si distinguono solo per la loro immortalità, in quanto non danno neppure grandi esempi di virtù, ma fanno anche loro quello che devono e possono.

Diverse sono state le ipotesi relative alla rappresentazione degli dei: da semplice strumento narrativo a riflesso di un’impossibilità di credere in qualcosa quando tutto va male o un ateismo di fondo da parte di Virgilio. Eppure, secondo Marcolongo, non si è riusciti a comprendere la loro presenza perché, nell’analisi, sono sempre state applicate categorie moderne: a questo proposito occorre ricordare che, nonostante l’indifferenza degli dei, nell’Eneide, li si prega ugualmente. E ciò perché la fede negli dei è quanto il fato ha concesso agli uomini che hanno bisogno di sperare per continuare a vivere.

Il pregio maggiore di Enea diventa, quindi, non il suo essere “pius”, ma la sua resistenza in virtù del destino incontrovertibile a lui assegnato con un’accettazione totale della propria condizione che non fornisce alternative: Enea non fa ciò che vuole, perché a quel punto sarebbe già morto eroicamente per salvare Troia, ma fa ciò che deve.

Da questo punto di vista, bisogna ammettere che Enea non ha grandi qualità, se non la pietas, da non intendere come “pietà” in senso moderno, cioè devozione verso la divinità, quanto piuttosto “senso del dovere” strettamente connesso alla moralità e a uno scopo da perseguire. L’espressione, l’atteggiamento che Enea mostra nel corso di tutta la vicenda è sempre chiaro, saldo, piuttosto che perplesso o inetto e ciò contribuisce a darne un’immagine quasi sempre coerente.

Persino nell’episodio di Didone, infatti, dove viene espressamente detto che Enea soffre e prova emozioni reali, non si assiste ad alcun cedimento vero e proprio, perché il dovere di sbarcare nel Lazio è la priorità che Enea non perde mai di vista, sebbene il suo desiderio più grande non sia mai stato questo. Il suo diventa allora un vero e proprio sacrificio e la sua personalità acquista tratti sempre più umani e simili ai nostri. Per Marcolongo la mors immatura di Didone, inoltre, viene indagata da un nuovo punto di vista. La scrittrice sembrerebbe allontanare da Enea la colpa del suicidio, liberando l’eroe dalle accuse di vigliaccheria e indolenza che nei secoli gli sono state rivolte, contribuendo piuttosto a restituirne una figura più corrispondente alla realtà oggettiva. Enea, infatti, non è del tutto colpevole nei confronti di Didone perché non ha più una moglie, né fa promesse di un futuro insieme. Certo Enea non manca di goffaggine e superficialità (nel VI libro si mostra addirittura sorpreso del fatto che la propria partenza abbia causato dolore!), ma lungi dal condannare Enea come vigliacco e demonizzarlo per questo come si è sempre fatto. Didone soffre perché aveva già sofferto prima con la perdita del primo amore. Il suo, dunque, non è altro che un dolore irrisolto e il vero conflitto quello interiore che la regina mostra di avere con se stessa. Ne emerge, quindi, un punto di vista singolare che merita di essere approfondito, poiché cerca di sbarazzarsi di numerosi cliché relativi alla “questione femminile” e alle varie interpretazioni dell’episodio di Didone che sono state fatte nel corso dei secoli. Del resto, la scrittrice ricorda che c’è una sola ragione per cui Enea e Didone non possono vivere il loro lieto fine ed è che i fati lo vietano. Allo stesso tempo fa notare come anche le figure femminili di Creusa, che scompare alla vista di Enea e alla vita in maniera poco chiara, e Lavinia, che addirittura non pronuncia parola in tutta la vicenda, siano solo funzionali a un disegno più ampio: la fondazione di Roma.

Altro punto di vista meritevole di riflessione è quello che emerge in relazione ai luoghi dell’Eneide e al rapporto che gli Italiani, in quanto popolo moderno, hanno avuto ed hanno tutt’ora con il poema. Non sono luoghi troppo lontani quelli che fanno da sfondo alla storia di Enea. Eppure, secondo la scrittrice, gli Italiani non se ne vantano abbastanza: rari sono infatti sul territorio nazionale i monumenti che celebrano il capostipite degli Italiani, rara anche l’iconografia se messa a confronto con quella degli eroi omerici. Tra i luoghi reali che prendono “vita” nell’Eneide, in quanto ad essi vengono dedicati veri e propri miti eziologici sono, ad esempio, Gaeta, Capo Miseno, Palinuro, mentre gli altri sono evanescenti e funzionali alla trama. Del resto, Virgilio non si preoccupava di descrivere minuziosamente l’Italia, piuttosto voleva mettere in evidenza la sua bellezza, semplice e rustica.

Bisogna allora non fermarsi alla superficie, alle incongruenze geografiche, alle invenzioni di sana pianta, perché l’Italia dell’Eneide è quella idealizzata che Virgilio vorrebbe definire “patria” nella stressa accezione di Enea che, una volta approdato nel Lazio, la saluta con queste parole: “Qui è la patria, questa è a casa”.

Tra gli italici, però, Enea non viene subito accolto favorevolmente. In essi, infatti, contadini latini parchi e operosi, vi è il disprezzo per l’educazione e la cultura greca. Nell’Eneide gli Italiani ai quali Enea si lega per sempre non sono la parte “buona”, semmai quelli che, pur praticando agricoltura e allevamento, oscillano tra durezza e violenza: “vivono di prede e di rapine”. Potremmo dire che non siano ancora del tutto civilizzati prima dell’arrivo di Enea. Per questo Marcolongo non va cauta con le accuse, quando si tratta di dover condannare le misinterpretazioni del Fascismo, ma è indubbio che esso abbia creato un nuovo Enea, l’emblema del conquistatore che sottomette senza scrupoli, tutto ciò che Enea non è, per giustificare un presunto dovere ereditario di sottomettere con la forza il resto del mondo. Nell’ideologia del Fascismo Enea perde i suoi tratti più caratteristici ed umani, la pietas e le sue inquietudini di uomo sventurato. Si tace, per lo più, della sua condizione di profugo e, quindi, di straniero, proprio ciò su cui si insiste maggiormente in tempi moderni, per farne il vero cittadino romano E a quanti obiettano che Enea stesso dimostra, alla fine del poema, di essere violento, quando uccide a sangue freddo il re dei Rutuli Turno nonostante il vacillamento iniziale, la scrittrice propone un’interpretazione che non si può non prendere in considerazione: quello che, in apparenza, potrebbe risultare un gesto incoerente rispetto alla personalità di Enea perché per la prima volta Enea sperimenta un istinto mai avuto, è in realtà il primo gesto di un Enea già “meticcio”, che sta già acquistando quelle caratteristiche del popolo con cui sta per unirsi, segno di una sorta di adattamento naturale ai nuovi costumi. Emerge, quindi, il nuovo Enea mediterraneo.

Sembra evidente, allora, che il Fascismo abbia volutamente ignorato il più grande merito di Enea, riassumibile nella seguente “equazione”: l’unione dello spirito troiano con quello italico dà vita alla cultura romana e di qui all’italiana e, infine, europea.

Per quel che riguarda la “fortuna” di Enea e dell’Eneide nei secoli successivi alla sua stesura, va detto che si passa dal considerare Virgilio un semplice burattino nelle mani di Augusto, e quindi sminuire la sua opera, a farne un vero e proprio santo. Con la collocazione di Enea tra i magni spiriti del limbo, Dante ne riconosce la portata e la magnificenza, in quanto fondatore dell’alma Roma per volere divino. Attualmente dell’Eneide vengono spesso menzionate e riproposte scene in ambito politico per giustificare pretese razziste e puriste, per non parlare dell’interpretazione tutta contemporanea di Enea quale migrante, funzionale a ricordare il dovere di accogliere chi, profugo e vinto proprio come Enea, arriva in Italia dal mare. Giorgio Caproni, invece, scorse in Enea la condizione dell’uomo contemporaneo e la sua solitudine nel dolore, linea sulla quale si pone anche Marcolongo, che non a caso sceglie una selezione di tali poesie per aprire i capitoli del suo saggio. In effetti, Enea resiste nonostante l’incertezza del futuro, proprio come noi.