Stephen Fry, il centesimo Lego Classicist

Stephen Fry, il centesimo Lego Classicist

Ancora un grande annuncio per i classicisti appassionati di LEGO. Il noto artista, Liam D. Jensen, alias The Lego Classicist, archivista storico australiano, ci informa dell’uscita del numero 100 della sua preziosa e ricca collezione di classicisti. Questa volta, l’ambito riconoscimento andrà ad una star mondiale: il britannico Stephen Fry.

Lo abbiamo visto recitare a teatro, in serie televisive di successo, in film che hanno fatto la storia del cinema, è stato regista, autore televisivo, sceneggiatore, giornalista, attivista e scrittore.

Stephen Fry ha concentrato una parte importante della sua attività letteraria proprio sul tema del mito: abbiamo avuto l'onore di intervistarlo per ClassiCult in questa occasione.

Stephen Fry LEGO Classicist
Stephen Fry, il LEGO Classicist centenario

Lei ha scritto diversi libri sul mito. Come mai questa materia e cosa la ispira?

La mitologia, ma in particolare il mito greco, mi ha preso sin da subito. Quando ero giovane - come la maggior parte dei bambini - mi piacevano le fiabe, ma percepii immediatamente che i miti erano in qualche modo differenti, potevano provenire da luoghi differenti, potevano esser "presi per veri" in un certo modo che era più forte della fantasia. Penso che siano state le personalità del mito greco ad avermi ammaliato così. Senza essere conscio in alcun modo di ciò che il mito è - da dove viene, chi concepì le storie - mi fu chiaro che avessero una verità e anche una profondità che era imperitura e in qualche modo più importante che, ad esempio, Biancaneve o Raperonzolo da una parte, o l'Hobbit e Narnia dall'altra. Non ho obiezioni sui mondi fantastici creati dagli autori, ma non mi sono mai arrivati allo stesso modo con cui le storie del mito possono e ancora riescono a giungermi.

Cosa significa fare divulgazione per Stephen Fry?

Oddio! Non ne sono sicuro. Suppongo che nei momenti di massimo ottimismo e fiducia nelle mie capacità potrei sperare che combinando sufficiente abilità di animare e divertire con sufficiente una autorità e conoscenza - una tale combinazione permette al pubblico di godere di ciò che scrivo e al contempo pure di sentirsi in qualche modo arricchito, nella fiducia di attingere (forse per la prima volta, o almeno dopo molto tempo) dalle stesse acque narrative dalle quali avevano attinto tante generazioni dei nostri antenati. Traggo un simile piacere quando le persone mi dicono che si sono sentite finalmente in grado di unire i puntini tra — ad esempio —  Apollo ed Ermete o i Titani e gli Olimpi, o che sentono ora familiari personaggi i cui nomi avevano sempre sentito lontani od ostili, come Clitennestra o Antigone. Quello che un tempo aveva un suono "accademico" era adesso almeno conosciuto. Ma soprattutto, spero di aver spazzato via l'odore di polvere di gesso e di antiquata aula scolastica...

I suoi studi in letteratura inglese come hanno influito sulle sue scelte e attività lavorative?

È impossibile da spiegare: sospetto che le tracce di un amore per la lettura lungo una vita avrebbero lasciato il segno in tutta una serie di modi che non sarei necessariamente in grado di conoscere o definire. Credo che un senso di ironia (col quale intendo qualcosa di più di un'ironia beffarda, del sarcasmo o del senso di un'ironia cosmica) sia cruciale per un pieno sviluppo sociale dell'individuo. Una mente ironica è quella che comprende come adottare un altro punto di vista, come sostituire (quasi una sorta di algebra sociale) differenti forme di pensiero, come porre i pattern da una forma di percorso all'altro (mi rendo conto che non suona particolarmente chiaro, ma spero si intenda cosa voglio dire). Il contrario di una mente ironica è una mente letteralista, una presenza pericolosa e fin troppo comune nel nostro mondo, coll'emergere di sempre più grandi proporzioni della società come nuove generazioni, tristemente non sembra fornito dell'abilità di pensare ironicamente (una tale abilità presuppone il dono di pensare logicamente e in maniera immaginifica, perché non si può essere ironici senza un rigido senso della logica abbinato all'abilità di penetrare la conoscenza e l'esperienza degli altri). Il mio amico Matt D'Ancona ha posto la questione molto bene quando ha scritto di un altro amico, il compianto Christopher Hitchens: “La sfida di un'intelligenza libera è sempre stata quella tra una mente ironica e una letterale [...] contrariamente alle ideologie rigide e al fondamentalismo, l'ironia – dire qualcosa intendendone un'altra – ci aiuta a riconoscere la complessità, il paradosso, le sfumature e l'assurdità.” E niente, suggerirei, permette questa facilità quanto l'esposizione alla letteratura e al dramma.

Stephen Fry LEGO Classicist
Stephen Fry, il LEGO Classicist centenario

Nel suo libro Eroi, lei racconta la mitologia classica tra vizi e virtù degli dei. Si è fatto un'idea di come si viveva in un immaginario Olimpo?

Be', mi spiace rovinare tutto, ma un Olimpo popolato da dèi litigiosi e insofferenti è finzione. Quando si sale sul Monte Olimpo in Grecia non si trova nient'altro che uno spazio vuoto, roccioso, molto freddo, umido, nuvoloso. Nessun dio. L'idea che ci siano mai stati dèi lì è... be', se non frutto dell'immaginazione, mito. Possiamo pensare cosa intendiamo per mezzo della differenza. Una finzione è prodotta da una mente individuale, occasionalmente da un gruppo di menti che collaborano. Un mito è prodotto da un'intera società. I miti possono essere chiamati, come disse Joseph Campbell, “sogni pubblici” o, se preferite le parole di Carl Jung, sono espressione di un “inconscio collettivo”. L'inconscio collettivo dei Greci, a mio parere, è così attraente perché comprende che se il mondo è grandioso, maestoso, bello (come chiaramente è) allora gli dèi devono essere tutte queste cose... MA, i Greci sapevano che se il mondo è brutale, crudele, capriccioso, ingiusto, brutto e selvaggio allora gli dèi devono anche essere tutte queste cose. Di conseguenza, per la prima volta nella narrazione umana, il pantheon greco viene presentato come un insieme di personalità che sono diverse cose al contempo: meschine ma belle, crudeli ma giuste, nobili ma capricciose, ecc. In altre parole, differentemente da altri cicli mitici, quello greco è riempito di ambiguità, contraddizioni e molteplicità di carattere che ritroviamo nelle nostre vite reali. La complessità, il paradosso, le sfumature e l'assurdità precedentemente menzionate. Costituiscono il primo ciclo mitico della nostra storia umana ad aver modellato e rimodellato poeti e drammaturghi nell'essere una perfetta miscela di religioso, letterario, drammatico, visionario, comico e simbolico. Costituiscono, credo si possa conseguentemente dire, un'opera d'arte.

La copertina del saggio Eroi. Mostri e mortali, imprese e avventure di Stephen Fry, pubblicato in Italia da Salani Editore

Stephen Fry 100esimo Lego Classicist, conosceva già il progetto?

Ne avevo sentito parlare, ma mai mi sarei immaginato di diventare il Centenario Lego.

Stephen Fry
Liam D. Jensen e Alessandra Randazzo parlano del LEGO Classicist centenario

Per tutte le foto si ringrazia Liam D. Jensen, The Lego Classicist.


"La sapienza segreta delle api" di Pamela L. Travers

La sapienza segreta delle api di Pamela L. Travers
L'eroina dai mille volti

La ragione sa ogni cosa, ma i sentimenti, a volte, sanno sempre qualcosa in più.
E non si può approcciare La sapienza segreta delle api come qualsiasi altra antologia di scritti saggistici, come un semplice arazzo di articoli e testi divulgativi, perché rimarrete intrappolati in un pathos tragico-emotivo dove soltanto i lumi della disragione e della sensibility brillano di lucore proprio; e quel pragmatismo asettico e moderno rimane sepolto tra le macerie di una razionalità stantia.

Pamela L. Travers insegna a ragionare non con il cuore, non con il ventre o l'anima, ma con qualcosa di ben più antico e nascosto dentro noi stessi; una particella embrionale del racconto mitico, mutevole e indomabile, dove le leggende e le fiabe regnano libere.

Sicuramente il libro di saggistica folklorica e misterica più bello di quest'anno, un libro che sdogana la scrittrice Helen Lyndon Goff (vero nome di Pamela L. Travers) dalla etichetta univoca (e forse troppo limitante) di scrittrice per l'infanzia. Come non ricordare infatti che la Travers siglò la serie di successo globale di libri per ragazzi di Mary Poppins? Romanzi che essa stessa vedeva non come il compimento della sua maturità artistica e culturale. Infatti La sapienza segreta delle api diventa un'opera quasi testamentaria, un codice di 21 saggi/articoli che delineano perfettamente lo spessore intellettuale e la sensibilità artistica di questa donna nata sul finire del diciannovesimo secolo, proprio nel 1899.

La sapienza segreta delle api Pamela Lyndon Travers
Pamela Lyndon Travers, nel ruolo di Titania per la commedia "Sogno di una notte di mezza estate"(attorno al 1924). Foto di ignoto, nella collezione di foto personali e di famiglia della scrittrice, dalla State Library of New South Wales, PX*D 334

Nata in Australia, ai tempi considerata tra le più antiche terre del mondo, visse ascoltando storie irlandesi e filastrocche delle Highlands attraverso i cuori parlanti dei suoi genitori. In un clima così stimolante la giovane Pamela si nutrì di miti, fiabe e favole e crebbe all'ombra degli antichi alberi custodi delle verità primigenie. Lo racconta anche lei, ora i bambini sono troppo distratti (Ah! Cara Pamela L. Travers, ora è molto peggio) dai giochi e da altre diavolerie moderne, mentre nella sua giovinezza poteva rincorrere farfalle e ascoltare le parole sussurrate da quelle api che lei reputava guardiane delle verità del tempo e della natura. Come suggerisce lei stessa, le api sono esseri mitologici appartenenti alle più svariate culture sulla terra, basta riflettere sulla loro etimologia: beu in cornico, beo in irlandese, byw in gallese, e in greco bios (che poi significa anche vita).

«Dunque, l'ape rappresenta fondamentalmente – o ne viene considerata come la manifestazione – il verbo “essere”, to be. Non stupisca dunque che l'ape, nella mitologia, venga vista come l'ospite rituale dei più alti spiriti – essa simboleggia Vishnu, Indra e Krishna, noto in India come “Colui che è nato dall'albero di nettare”»

Il mito per Pamela L. Travers non è una menzogna o una volgare allegoria per spiegare un evidente fatto scientifico o una sfumatura della realtà, bensì qualcosa di molto più potente e pregnante, la più autentica verità. Infatti, come sottolinea la Travers, in accordo con Kerényi, la mitologia è viva (bios), più viva dell'arte e della poesia e di qualsiasi altra forma di espressione perché lei è realtà vivente. Una visione così evocativa e allo stesso tempo scientificamente corretta, perché, secondo Alessandro Voglino (alto divulgatore di letteratura fantastica e direttore della fantacollana Nord), il fantastico (alla stregua della mitologia) è così saturo di costruzioni archetipiche di essere, in una visione sottile, più reale della realtà stessa. Perché incarna i topoi e il bagaglio mitico-ancestrale dell'umanità per tradurli nel racconto.

Potremmo dilungarci per molto, sospinti come accennavo dalla emotività di questa scrittrice brillante (colpa anche della poetica e correttissima introduzione del mio compaesano Cesare Catà), ma credo sia più corretto lasciare questa meravigliosa scoperta saggistico-letteraria (finora inedita in Italia) ai lettori che acquisteranno il volume della casa editrice maceratese Liberilibri.

Mi soffermo nell'evidenziare la mente cangiante di Pamela L. Travers, capace di sciorinare (con competenza e passione, non per mero sfoggio nozionistico) collegamenti coerenti e complicati, di districarsi in foreste celtiche come in giungle orientali e tornare viva alla “civiltà” per raccontarci gli insegnamenti carpiti da questi viaggi tra i libri e le storie. Una lettrice avida di leggende, eroi e eroine, capace di riconoscere e promuovere la forza attiva delle donne, insegnando loro tramite il folklore e i racconti del focolare o delle leggende antiche. Donne che non devono ristagnare in un ruolo passivo come vittime di un fato imperante bensì diventare attive e padrone del loro racconto, non uditrici di gesta ma eroine. Perché tutti dobbiamo essere capaci di narrare una storia, la nostra.

Eroina dai mille volti

La Travers è perciò un'eroina dai mille volti, parafrasando il testo capolavoro di Campbell, in bilico tra gnosticismo zen e ballate epiche irlandesi, tra i meandri della poesia vedica e nei labirinti della tragedia greca, guidata da una profonda conoscenza della filosofia e della psicanalisi junghiana, dagli incontri con AE e Gurdjieff, e il poetico esoterismo di William Blake, Keats e Shakespeare.

I fratelli Wilhelm e Jacob Grimm in un dipinto (1855) di Elisabeth Jerichau-Baumann. Immagine in pubblico dominio

Per non parlare di quell'amore che sempre coltivò per il “romanticismo nero” delle favole “crudeli” dei fratelli Grimm e di quella tragica visione del mito che sempre si scontrò con la visione positivista di Walt Disney, pover'uomo che sempre si scontrò con Pamela L. Travers per la realizzazione del film di Mary Poppins.

I due non potevano essere più diversi: Walt Disney promuoveva una visione “if you can dream it, you can do it” la Travers al contrario voleva dare alle sue storie uno spessore più significativo del normale happy ending, insegnare i valori di quella “sofferenza” che tutti i miti e anche le fiabe sanno insegnare, perché il dolore è anche uno strumento di auto-indagine per la forgiatura non del IO ma della comunità. Gli ammaestramenti morali, etici e pratici delle fiabe e dei miti non possono essere edulcorati e sottomessi a puerili visioni ottimistiche e mascherate da colonne sonore e balletti. La Travers lottò con caparbietà per lasciare la sua impronta nel film di Mary Poppins, il risultato, come spesso succede, è una via di mezzo.

Tra le cose che ho apprezzato di più delle disquisizioni sparse all'interno del volume curato da Cesare Catà sono le riflessioni sulla letteratura fantastica. Infatti la Travers non solo leggeva fumetti come Superman o Hulk ma coltivava l'amore del legendarium tramite la lettura di Tolkien e di Ursula K. Le Guin. Di Tolkien parlerà benissimo come:

«Tolkien è uno dei segni dei nostri tempi. Coloro che in futuro emigreranno nello spazio in colonie interstellari certamente porteranno con loro i libri di Tolkien. Tutte le subcreazioni saranno quanto mai necessarie per dare a quegli uomini lassù una pienezza psicologica interiore che equilibri la vacuità dell'esterno. »

John Ronald Reuel Tolkien nel 1916, a 24 anni. Foto in pubblico dominio

L'other world tolkieniano quindi si arricchisce di connotazioni essenziali. Il secondary world fantastico, ovvero un mondo sub-creato dal nostro, diventa unica matrice per alimentare la fantasia dell'uomo e di salvarlo dalla vacuità cosmica, ma non solo da quella universale ma anche dall'asfissia turbo-moderna che ci costringe a dimenticare il ruolo didattico, evocativo e primordiale delle fiabe. Il mondo fantastico (di Tolkien, Le Guin, Lewis o di Hulk) non è un mero tentativo di evasione dalla realtà, non si tratta di escapismo letterario, più che fuga possiamo parlare di volontà di analizzare il nostro mondo con una nuova lente di ingrandimento, un microscopio potentissimo fatto di leggende e canzoni di gesta.

Forse dovremmo perderci nei boschi o seguire i corsi dei fiumi, rimanere incantati davanti agli alberi che possono raccontarci storie o ascoltare il ronzio delle api. Chissà cosa potranno dirci.

La sapienza segreta delle api Pamela L. Travers
Copertina dell'edizione italiana (Liberilibri) del saggio La sapienza segreta delle api (titolo originale: What the Bee Knows: Reflections on Myth, Symbol and Story) di Pamela Lyndon Travers

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