teoria del piacere Giacomo Leopardi

Un viaggio tra gli scritti privati di Leopardi: la "teoria del piacere" parla all'uomo del XXI secolo

Giacomo Leopardi è spesso definito dai manuali scolastici il primo dei moderni tra i letterati del suo tempo. Una reputazione che gli calza a pennello, per gli occhi nuovi con cui si interessò e approcciò a tutte le sfere del sapere di cui si sia biograficamente a conoscenza, proponendo soluzioni altrettanto nuove.

Giacomo Leopardi teoria del piacere
Ritratto di Giacomo Leopardi, ad opera di Domenico Morelli (1845). Immagine in pubblico dominio

Intellettuale brillante dalla cultura impareggiabile già da ragazzo, lo si trova sui limina di tutte le correnti letterarie annoverabili tra Settecento e Ottocento, sia per suo stesso sentimento, sia guardando alla realtà dei fatti. Ed è forse questo il punto cruciale, che lo ha reso tanto inviso ai contemporanei (che pur ne riconoscevano le capacità e il potenziale) quanto interessante agli occhi di chiunque non sia immediatamente interessato a collocarlo in un compartimento stagno. È chiaro che Leopardi non sia inscrivibile in nessuna corrente letteraria a livello poetico, né tematico, né letterario e forzare tale collocazione potrebbe indurre a non giudicare di egual portata e valore tutta la sua produzione letteraria (si sa che fino agli studi di Walter Binni e Sebastiano Timpanaro, quasi esclusivamente le opere poetiche - gli idilli per lo più - venivano lette con piacere).

C’è un altro importante fattore non ancora nominato e che nella cronologia della ricezione leopardiana tendenzialmente si tese a sottostimare, quantunque fondamentale: Giacomo Leopardi fu anche e soprattutto un filosofo, e il suo pensiero filosofico (mutuato dalla corrente sensistica francese ma ben presto spogliato della sua patina ottimistica) è quella chiave di lettura delle opere inscindibile da esse che se non presa in considerazione le rende “solo” degli ottimi prodotti letterari (come sappiamo dalle recensioni di suoi amici come il Monti o il Giordani) ma talvolta incompresi nel loro intento divulgativo a tutti gli effetti (celebre è l’astio che provava per Leopardi Niccolò Tommaseo).

Vincenzo Monti, ritratto ad opera di R. Cooper (1803), tratta dalle Satire di A. Persio Flacco, p. 6. Immagine in pubblico dominio
Ritratto di Pietro Giordani, contenuto negli  Scritti editi e postumi (1856). Immagine in pubblico dominio

 

Niccolò Tommaseo. Foto in pubblico dominio

L’opera filosofica per eccellenza si sa essere le Operette Morali, ventiquattro prose di taglio satirico che Leopardi voleva smuovessero l’uomo dalle sue certezze e gli mostrassero il suo vero posto nel mondo, molto meno favorevole di quello che con i secoli aveva avuto la superbia di credere. Tuttavia esse, pubblicate in diverse edizioni dal 1827, furono tiepidamente accolte e incluse nell'Indice dei libri proibiti entro breve.

 

Ma se c’è un vero “tesoro nascosto” all'interno della produzione leopardiana sono le dissertazioni filosofiche che i lettori possono trovare sfogliando le pagine dello Zibaldone. Molte di esse sono riflessioni giovanili che colpiscono per la scelta dei temi lucidamente analizzati e le teorie di risoluzione proposte o scartate con sagacia notevole. La scrittura, nata come privata, si presenta in un tono molto più irrequieto rispetto alle opere pubbliche e alcuni temi ricorrono spesso, quasi che l’autore si renda conto di avere solo se stesso quale interlocutore alla pari per poter affrontare certi dilemmi, alla ricerca di soluzioni più convincenti e razionali (come di fatto avverrà nelle Operette).

Due parole sullo Zibaldone di pensieri, diario intellettuale cominciato nel 1817 e che ha raccolto tutta una serie di appunti fino al 1832. Purtroppo fu un tesoro effettivamente nascosto per diversi anni, affidato ad Antonio Ranieri dopo la morte dell’autore ma reso pubblico, a cura di Carducci, solo nel 1898.

Giacomo Leopardi teoria del piacere
Giacomo Leopardi, Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura (vol. VI), Successori le Monnier, Firenze 1900. Fonte Internet Archive. Foto in pubblico dominio

Questo grande quaderno di più di quattromilacinquecento fogli prende il nome dalla natura variegata e frammentaria del contenuto. Preziosissimo perché all'interno vi si possono ritrovare, oltre che appunti di natura scolastica (è noto che il giovane conte si interessasse di molte discipline: lingua  greca, latina o francese, linguistica, filologia, botanica, grammatica) considerazioni personali su usi, costumi, religione e politica contemporanea, spesso paragonati agli stessi nei tempi antichi, recensioni di opere lette. Bellissimi i veri e propri abbozzi o spunti di quelle che di lì a breve sarebbero diventate poesie e prose pubbliche. Alcuni esempi:

Dolor mio nel sentire a tarda notte seguente al giorno di qualche festa il canto notturno de’ villani passeggeri. Infinità del passato che mi veniva in mente, ripensando ai romani così caduti dopo tanto romore e ai tanti avvenimenti ora passati, ch’io paragonava dolorosamente con quella profonda quiete e silenzio della notte, a farmi avvedere del quale giovava il risalto di quella voce o canto villanesco.

(Zibaldone 50-51 – un chiaro appunto da ricordare in prospettiva della stesura de La sera del dì di festa.)

L’antico non è eterno, e quindi non è infinito, ma il concepire che fa l’anima uno spazio di molti secoli, produce una sensazione indefinita, l’idea di un tempo indeterminato, dove l’anima si perde, e sebben sa che vi sono confini, non li discerne, e non sa quali sieno. […] sebbene i confini si vedano, e quanto ad essi non vi sia indefinito, v’è però in questo, che lo spazio è così ampio che l’anima non l’abbraccia e vi si perde; e sebbene distingue gli estremi, non distingue però se non se confusamente lo spazio che corre tra loro. Come allorché vediamo una vasta campagna, di cui pur da tutte le parti si scuopra l’orizzonte.

(Zibaldone 1429-1430 – un preludio all'idillio L’infinito).

Giacomo Leopardi teoria del piacere
I primi due volumi delle Opere di Giacomo Leopardi, nell'edizione stampata da Stella (Napoli) nel 1835; a sinistra i Canti, a destra la prima parte delle Operette Morali. Foto di Roman Eisele, CC BY-SA 3.0

Tornando agli appunti di carattere filosofico, ve ne è una serie in particolare datata ancora 1820 (che anticipa quindi di circa dieci anni la pubblicazione delle Operette), la quale probabilmente più di tutto ha la capacità di far riflettere chiunque, di toccare le corde di un’anima senza età, senza genere, senza classe sociale, senza tempo. Questa si è condensata in quella che Leopardi stesso ha chiamato “Teoria del piacere” (Zibaldone 165-172 – dove non specificato diversamente, si citeranno estratti), dai toni essenzialmente negativi che non si confacevano affatto a quel "secolo decimonono" che dava il progresso come assodato, promettendo redenzione dall'infelicità. Ma il (possiamo chiamarlo così) filosofo di Recanati, farà dire qualche anno più tardi al suo alter ego Tristano nel Dialogo di Tristano e di un amico:

calpesto la vigliaccheria degli uomini, rifiuto ogni consolazione e ogn'inganno puerile, ed ho il coraggio di sostenere la privazione di ogni speranza, mirare intrepidamente il deserto della vita, non dissimularmi nessuna parte dell'infelicità umana, ed accettare tutte le conseguenze di una filosofia dolorosa, ma vera. La quale se non è utile ad altro, procura agli uomini forti la fiera compiacenza di vedere strappato ogni manto alla coperta e misteriosa crudeltà del destino umano“ [...].

Ciò a conferma non solo che nessun punto preso in esame da ragazzo era stato oggetto di ripensamenti, anzi, se possibile si era persino acuito; insomma in qualità di saggio doveva condividere le sue scoperte invece che essere dispensatore di una consolatoria non-verità.

Uno dei nodi principali della filosofia leopardiana (non potendoli affrontare tutti) che lo aveva reso presto conscio del dramma della vita umana, riguarda infatti la possibilità della felicità, secondo l’autore impraticabile. Tema dai chiari richiami epicurei e oraziani ma che, senza fare salti temporali estesi, solo qualche anno prima il romanticismo tedesco aveva analizzato elaborando il concetto di Sehnsucht, un termine difficilmente rendibile con un’unica parola ma che con una locuzione intende “intenso desiderio per una felicità irraggiungibile”: l’uomo leopardiano è comunque, come quello romantico, capace di provare un forte desiderio senza raggiungerlo mai.

Caspar David Friedrich, Il viandante sul mare di nebbia, olio su tela (1817 circa), attualmente alla Hamburger Kunsthalle. Immagine in pubblico dominio

Leopardi presenta immediatamente la tragicità della situazione da un punto di vista però molto più materiale che spirituale, mettendo su due piani diversi l’uomo finito e la sua anima infinita. Il desiderio, il piacere, tramite la conquista del quale l’uomo potrebbe proclamarsi “felice”, è però “congenito coll’esistenza”, senza limiti in estensione e in durata perché infinito come l’anima e dunque destinato a solleticare gli esseri umani fino alla morte. L’uomo vanamente cerca di soddisfare la sua bramosia con obiettivi e piaceri terreni, talmente tanto desiderati che una volta ottenuti, non soddisfano che per pochi attimi. Ciò perché non abbisogna di quelli, ma del desiderio in sé, un piacere di tutt'altra levatura (si vedano le teorie di Schopenhauer di quegli stessi anni a proposito della voluntas). Come tollerare allora il proprio soggiorno sulla terra? Secondo Leopardi l’uomo può, grazie alle proprie facoltà immaginative, provare a figurarsi l’entità del piacere puro e infinito e rifugiarsi nell'illusione di esso:

Considerando la tendenza innata dell’uomo al piacere, è naturale che la facoltà immaginativa faccia una delle sue principali occupazioni della immaginazione del piacere. E stante la detta proprietà di questa forza immaginativa, ella può figurarsi dei piaceri che non esistano, e figurarseli infiniti 1. in numero, 2. in durata, 3. e in estensione. Il piacere infinito che non si può trovare nella realtà, si trova così nella immaginazione, dalla quale derivano la speranza, le illusioni ec. Perciò non è maraviglia 1. che la speranza sia sempre maggior del bene, 2. che la felicità umana non possa consistere se non se nella immaginazione e nelle illusioni.” 

Questa possibilità viene considerata da Leopardigran misericordia e gran magistero della natura” e ritenuta ancora più proficua nei fanciulli e negli antichi (questi ultimi invidiati da Leopardi per la condizione di beatitudine in cui hanno vissuto, inconsci dell’illusorietà della loro ricerca - si legga a tal proposito la Storia del genere umano, che introduce le Operette), entrambi avvolti nell'ignoranza.

Joseph Mallord William Turner, Regulus, olio su tela (1828 circa), oggi alla Tate Gallery. Immagine (Art Daily) in pubblico dominio

Deleteria sarebbe allora la condizione del moderno sapiente, irrimediabilmente al corrente della realtà. Eppure Leopardi ha già suggerito in altri luoghi i mezzi per barcamenarvisi: la vaghezza e l’indeterminatezza:

alle volte l’anima desidererà ed effettivamente desidera una veduta ristretta e confinata in certi modi, come nelle situazioni romantiche. La cagione è la stessa, cioè il desiderio dell’infinito, perché allora in luogo della vista, lavora l’immaginazione e il fantastico sottentra al reale. L’anima s’immagina quello che non vede, che quell'albero, quella siepe, quella torre gli nasconde, e va errando in uno spazio immaginario, e si figura cose che non potrebbe, se la sua vista si estendesse da per tutto, perché il reale escluderebbe l’immaginario. Quindi il piacere ch’io provava sempre da fanciullo, e anche ora, nel vedere il cielo, ec. attraverso una finestra, una porta, una casa passatoia, come chiamano. Al contrario, la vastità e moltiplicità delle sensazioni diletta moltissimo l’anima. […] la moltiplicità delle sensazioni confonde l’anima, gl'impedisce di vedere i confini di ciascheduna, toglie l’esaurimento subitaneo del piacere, la fa errare d’un piacere in un altro, senza poterne approfondare nessuno, e quindi si rassomiglia in certo modo a un piacere infinito. Parimente, la vastità, quando anche non sia moltiplice, occupa nell'anima un più grande spazio, ed è più difficilmente esauribile. La maraviglia similmente rende l’anima attonita, l’occupa tutta e la rende incapace in quel momento di desiderare. Oltre che la novità, inerente alla maraviglia, è sempre grata all'anima, la cui maggior pena è la stanchezza dei piaceri particolari.

Altra dimensione importantissima è quella del ricordo, che non solo contribuisce all'incremento della poeticità di luoghi, oggetti e sensazioni (cfr “Le ricordanze” e altri vari luoghi dello Zibaldone) ma permette di ritornare con la mente alla fanciullezza:

Da fanciulli […] quel piacere e quel diletto è sempre vago e indefinito; l’idea che ci si desta è sempre indeterminata e senza limiti; ogni consolazione, ogni piacere, ogni aspettativa, ogni disegno, illusione ec. (quasi anche ogni concezione) di quell'età tien sempre all'infinito; e ci pasce e ci riempie l’anima indicibilmente, anche mediante i minimi oggetti. Da grandi, o siano piaceri e oggetti maggiori, o quei medesimi che ci allettavano da fanciulli […] proveremo un piacere, ma non sarà più simile in nessun modo all'infinito, o certo non sarà così intensamente, sensibilmente, durevolmente ed essenzialmente vago e indeterminato. […] Anzi, osservate che forse la massima parte delle immagini e sensazioni indefinite che noi proviamo pure dopo la fanciullezza e nel resto della vita non sono altro che una rimembranza della fanciullezza, […] Così che la sensazione presente non deriva immediatamente dalle cose, non è un’immagine degli oggetti, ma della immagine fanciullesca; una ricordanza, una ripetizione, una ripercussione o riflesso della immagine antica. […] In maniera che, se non fossimo stati fanciulli, tali quali siamo ora, saremmo privi della massima parte di quelle poche sensazioni indefinite che ci restano, giacché non le proviamo se non rispetto e in virtù della fanciullezza.”

Giacomo Leopardi teoria del piacere
Busto del Leopardi op.1 in gesso esposto nel Museo Tripisciano di Palazzo Moncada a Caltanissetta. Foto di OppidumNissenaeCC BY-SA 3.0

La posizione di Leopardi è insomma ben altro sia rispetto a quella dei romantici tedeschi, che vedevano in questo immenso desiderio di felicità una testimonianza del grande animo dell’uomo moderno; sia rispetto a quella di Schopenhauer, che proponeva in opposizione a questo straripante bisogno di piaceri inappagabile la noluntas, la volontà di non volere: solo traendosi fuori da ogni possibilità di tentazioni inutili e illusorie sarebbe stato possibile raggiungere il nirvana, la "vera felicità".

Ritratto (1855) di Arthur Schopenhauer ad opera di Jules Lunteschütz. Immagine in pubblico dominio

Non volendo in questa sede negare la potenzialità di alcuna delle due scuole di pensiero confrontate alla presente, non possono non colpire prepotentemente le parole del giovane Leopardi, decisamente meno astratte e a ben vedere troppo vicine alla realtà odierna.

Sforzandosi di addentrarsi in quello che non è solo un “pensiero pessimistico”, ma una presa di coscienza consapevole di quella che giorno per giorno si è rivelata essere l’oggettiva esistenza quotidiana, lo si può seguire anche oggi delle sue dissertazioni e rendersi conto della validità dei suoi ragionamenti, probabilmente con la stessa inquietudine che spinse tanti nel corso degli anni ad ignorare il suo pensiero se non a rigettarlo. L’uomo del ventunesimo secolo non si sente infatti, stando a quanto si legge su giornali o social network, parimenti solo, mai soddisfatto, sempre alla ricerca di nuovi limiti superati i quali è solo momentaneamente felice? Che sia un abbaglio la costante brama dell’ultima uscita, la rincorsa alla moda, la volontà di prevaricare? Permarrà un'arsura perenne difficilmente placabile. Si ripresenta allora la stessa domanda: come tollerare il proprio soggiorno sulla terra?

Già a scuola è insegnato come storia e letteratura siano insegnamenti. Certamente da questi appunti dello Zibaldone come da alcuni passi di dialoghi delle pluricitate Operette e soprattutto da La ginestra Giacomo Leopardi insegna a non indugiare in consumismo e piaceri terreni, di cui è meglio riconoscere futilità e fugacità, ma coltivare la persona anzitempo nonostante sembri inutile (cfr Il Parini, ovvero della gloria) e soprattutto a collaborare tra esseri umani per migliorare la società e sopportare quella “fatica della vita” (cfr il Dialogo di Plotino e di Porfirio e La Ginestra, ove è esplicato il meraviglioso concetto di “social catena”).

Giacomo Leopardi teoria del piacere
La biblioteca di Giacomo Leopardi nella sua casa a Recanati. Foto di Quinok, CC BY-SA 4.0

Fonti

“La scrittura e l’interpretazione” di Luperini, Cataldi, Marchiani, Marchese; Palermo, 2011.

Dizionario di filosofia, 2009

I classici Ricciardi, Introduzioni di Sergio Solmi, 1956

Il “Leopardi verde” di Timpanaro in “Belfagor”, XLII, 6; Firenze, 1987

Su Schopenhauer: Enciclopedia online, Enciclopedia italiana di Guido Calogero, 1936

Emilia Cirello, “La teoria del piacere: in cosa consiste e cos’è il piacere?” Su Eroica Fenice.

 


Quando il territorio non viene messo in mostra

Nelle Marche c’è stata una mostra, tempo fa, che come motto si fregiava di un verso de La Ginestra di Giaccomo Leopardi: “Nobil natura è quella che a sollevar s’ardisce”.

Giacomo Leopardi, La Ginestra (o fiore del deserto)

In questo brano Leopardi dice che gli uomini dovrebbero accorgersi di non essere affatto creature privilegiate, ma parti del sistema della Natura; una natura che non riserva loro particolari privilegi. È veramente saggio, per Leopardi, solo colui che accetta lo stato delle cose, smette di ritenersi un eletto e affronta le difficoltà unendo le sue forze a quelle di altri uomini: tutti li “abbraccia con vero amor”, porgendo un aiuto valido e veloce ed aspettando altrettanto per sé.

In un certo senso la scelta del brano si adatta perfettamente alla situazione del terremoto, dove si è visto come la “Natura” può sconvolgere in un momento, improvvisamente le vite di tante persone. Ed è davvero necessario, in casi come questo, che gli uomini agiscano, insieme e rapidamente, per risolvere la situazione d’emergenza.

D’altro canto, però, la citazione non sembra essere adatta per rappresentare le numerose mostre realizzate e programmate, in questi anni, con le opere provenienti dai territori feriti. Queste esposizioni, pure se organizzate per la maggior parte in città costiere o addirittura in altre regioni, avevano l’intento di aiutare la “ripresa” delle zone colpite dal sisma. Proprio come suggerito da Leopardi.

Ma questo è davvero accaduto?

Le mostre, ma anche no.

Quando c’è una ragione scientifica, un concetto che si vuole mostrare al pubblico, allora una mostra può essere utile e ha senso affrontare i rischi connessi alla movimentazione delle opere. Negli altri casi le mostre servono a poco. Di esposizioni temporanee si è parlato molto, ultimamente, ma è del 2008 una raccomandazione dell’ICOM in cui si analizzano i rischi di un’offerta culturale che punti su questo tipo di attività. E l’analisi è ancora tristemente attuale.

Alla base di gran parte delle esposizioni temporanee, infatti, c’è l’idea di mostrare “tesori”, “meraviglie”, “fantastici capolavori”, “bellezze nascoste” e via promuovendo; ma questa nozione di cultura è ormai davvero obsoleta.

Il vero “tesoro” dell’Italia, secondo gli esperti del settore, è un patrimonio diffuso capillarmente, in strettissimo legame con il territorio che lo ospita e con la vita di chi ha curato quel territorio fino ad oggi.

A questa “meraviglia” deve essere applicato lo stesso criterio di sostenibilità di cui si parla tanto oggi per la Terra: come il nostro pianeta, infatti, il patrimonio culturale è uno, e non è ripetibile, perciò si ha necessità di tutelarlo e ovviamente di farne un uso consapevole. I continui spostamenti fatti per andare da una mostra all’altra sono invece rischiosi, e causano alle opere uno stress che non va molto d’accordo con la conservazione. Non solo, proprio per la difficoltà della movimentazione, è necessario stipulare delle assicurazioni: si spende denaro che potrebbe essere destinato a più utili attività di conservazione ordinaria. “Conservazione ordinaria” significa prendersi cura quotidianamente delle opere nei musei che le conservano… un’operazione che non è fatta di grandi momenti ma di cura costante. E i grandi momenti piacciono sempre a tutti; se infatti è facile invitare blogger e influencer alla magnifica inaugurazione di una mostra, più difficile potrebbe essere creare un evento a porte chiuse in cui si controllano le schede conservative o i termoigrometri (tipo: #umiditàrelativaparty).

Gli Abitanti di Serrapetrona (MC) si accalcano all’esterno della chiesa dove sono nuovamente esposte le opere salvate dal terremoto (novembre 2018)

Eppure queste operazioni così noiose sono fondamentali, perché servono per far durare il più possibile le opere, allo scopo di farle vedere e comprendere al più ampio pubblico possibile. E per questo meritano l’investimento di risorse da parte delle amministrazioni. Invece, molto spesso, l’attrattività della mostra temporanea ha la meglio, e le amministrazioni, spesso supportate da finanziatori esterni, riversano denaro su questi eventi, attirate ovviamente dalla pubblicità che li accompagna. In questo modo, però, si dà la possibilità di gestire il patrimonio culturale soltanto ai soggetti più ricchi, una cosa un po’ lontana dall’idea di museo come pubblico servizio...

Una volta che si è investito denaro in una mostra, poi, è ovvio che la si voglia promuovere, e così si crea di fatto una forte concorrenza al museo. Il pubblico è uno (è fatto di gente che magari ha un solo pomeriggio da dedicare all’offerta culturale, oppure soldi limitati da spendere in biglietti di ingresso) e se la mostra ha risorse e splendore per attrarlo, è ovvio che questo pubblico la preferirà rispetto al museo locale. Anche perché l’idea è che la mostra ha una fine, e quindi “non me la devo perdere”, mentre il museo “è sempre lì, quindi prima o poi ci vado”. Così la mostra diventa l’occasione mondana preferita dagli amanti dell’arte e il museo si definisce come triste e vuoto contenitore di beni culturali.

Bisogna però ricordare che il museo, che pure ha necessità di dare una svecchiata alle sue attività di valorizzazione (non con gente che ci fa feste private e ginnastica dentro, ma col lavoro di professionisti retribuiti), ha funzione di custodire, preservare le opere: quell’attività, cioè, che serve a rendere la cultura disponibile per chi verrà dopo di noi. Cosa che nessuna mostra può fare dato il suo carattere temporaneo e i rischi di cui si diceva sopra.

Il museo locale, poi, per quanto piccolo, è proprio il luogo che permette di mostrare il valore di testimonianza delle opere, a prescindere da quanto siano famose o “strepitose”.

Territorio e terremoto

Che significa? Significa che quel “tesoro d’Italia” composto da tanti musei piccoli e sparsi sul territorio è in grado di comunicare un sacco di cose. Le opere che si conservano in quei musei provengono da chiese e committenze locali; la nascita di ciò che oggi conserviamo con tanta cura è legata a grandi eventi storici, ad attività economiche, a spaventose epidemie o momenti di vita privata di chi ha vissuto in un certo luogo prima di noi. Perciò, nei luoghi che li hanno custoditi per secoli, questi beni dialogano con il paesaggio, il cibo, le tradizioni, le danze, le storie e tutto ciò che è nato sullo stesso territorio nel corso del tempo. Se questi legami vengono mostrati, allora il patrimonio culturale può dare il meglio di sé e comunicare a tutti, non solo agli esperti, il proprio messaggio. Difficile è invece mostrarli lontani dai “loro” luoghi.

Volontari del gruppo “Legambiente Protezione Civile-Beni Culturali” durante le operazioni di messa in sicurezza delle opere a Sarnano (MC) (foto di Lucia Paciaroni)

Nelle Marche, in particolare, poco dopo l’unità d’Italia si è creato il problema della sistemazione di molte opere d’arte entrate nelle proprietà statali dopo la soppressione di tanti ordini ecclesiastici. La proposta di un museo unico centralizzato ad Urbino è stata subito rifiutata dalle piccole città marchigiane, che rapidamente hanno avviato un percorso di apertura di musei locali, per tenere nel loro territorio gli oggetti che testimoniano la propria storia. Queste piccole realtà hanno certamente bisogno di essere valorizzate e comunicare tutto il loro potenziale, purtroppo, poi, il terremoto si è messo in mezzo.

Dopo il terremoto, i beni culturali mobili sono stati trasportati dai Sibillini fino a depositi dove sono al sicuro e dove si può restaurarle, se necessario. Se da un lato la messa in sicurezza delle opere è ovviamente un successo, dall’altro lato queste opere, chiuse in deposito, sono sottratte allo sguardo del pubblico. Per non parlare del fatto che non esiste un piano definito e condiviso per affrontare il ricovero delle opere in caso di emergenza.

Dunque, queste mostre sono l’unico modo per poter vedere, adesso, i beni culturali dei Sibillini, da cui la scelta della citazione leopardiana.

La questione dei Sibillini

È legittimo però chiedersi se davvero questa operazione sta portando “valido e pronto aiuto” ai paesi feriti dal sisma.

Come può un paese dei Sibillini beneficiare di una mostra che si svolge sulla costa a nord della regione, oppure addirittura in città come Milano o Firenze? La risposta che viene in mente è “la notorietà”, cioè in questo modo si fa conoscere al “grande pubblico” il magnifico patrimonio culturale che i Sibillini conservano.

Ma se le opere che viaggiano per l’Italia sono soltanto quelle più note, le più “belle”, le più attraenti, cosa rimane ai Sibillini? Le opere “minori”, quelle meno famose, quelle che non conosce nessuno…

mostra mostre territorio terremoto Marche
Le 12 tele con Sibille, di proprietà del Comune di Visso, vengono messe in sicurezza

Quanti visitatori, allora, dopo aver visto le opere più attraenti in giro per l’Italia, verranno sui Sibillini a guardare quelle più sconosciute? Quanti ricorderanno che la mostra vista a Firenze era allestita con opere provenienti da città che mai hanno sentito nominare prima? Quanti affronteranno un viaggio per arrivare in paesi che non hanno attualmente la possibilità di accogliere visitatori, perché ancora gli stessi abitanti fanno fatica a trovare una sistemazione dignitosa?

È impensabile riattivare un flusso turistico in luoghi dove ancora ci sono macerie e SAE di pessima qualità, dunque qual è il ritorno per il territorio dell’investimento fatto su queste mostre? Chi ne ha beneficiato? Non sarebbe stato più opportuno spendere quei soldi per cercare di esporre il patrimonio culturale il più vicino possibile ai luoghi colpiti dal sisma (come recentemente proposto)?

Se queste mostre si fossero fatte sui Sibillini, anziché sulla costa, quante attività commerciali, faticosamente riaperte, avrebbero potuto beneficiare del flusso dei visitatori? E quanto i visitatori stessi avrebbero beneficiato del paesaggio che arricchisce di significati quelle opere, riuscendo quindi a cogliere davvero la cultura di un territorio, che esiste nonostante le macerie?

Quanto, se vogliamo continuare, la conoscenza e la promozione di queste attività, può aiutare la rinascita dei luoghi e delle vite feriti dal sisma (perché è nei momenti di difficoltà che si fa appello alla propria storia)?

#SipuòFaro

La convenzione di Faro parla di “comunità di eredità” e cioè della comunità che si riconosce in un certo patrimonio culturale e quindi se ne prende cura. Secondo questa convenzione, sottoscritta da numerosi paesi europei, quindi, il valore di un bene non è più quello “in sé”, la preziosità o la bellezza (promosse da gran parte delle esposizioni temporanee), ma l’importanza che riveste come specchio in cui una comunità vede riflessa sé stessa. Questo gruppo di persone va quindi coinvolto nelle attività di tutela e valorizzazione.

mostra mostre territorio Marche
La signora Peppa aiuta volontariamente gli operatori durante il trasporto delle opere da Treia (MC). Foto di Luca Marcantonelli

Sui Sibillini esiste una vita culturale: gli abitanti, proprio come descritto dalla Convenzione di Faro, si interessano al proprio patrimonio culturale, materiale e immateriale, anche dopo il terremoto, perché c’è bisogno di quel patrimonio per restare comunità, per non essere solo le famigerate macerie, per mostrare che la tanto nominata resilienza non è un irrigidimento di persone testarde, ma ha una ragione di esistere.

Ma come si può mettere in pratica quanto previsto dalla Convenzione, se le comunità in questione non hanno potere decisionale e, in alcuni casi, non sanno nemmeno dove si trovano le opere che appartengono ai loro musei o quale sarà la prossima sede costiera in cui saranno esposti? Il grande pubblico, poi, ha beneficiato di queste mostre, o così crede, perché pensa di aver visto il meglio dell’arte dei Sibillini in una comoda mostra dove si arriva in metropolitana. Ma non sa che il meglio è, in realtà, un viaggio in quel territorio dove le opere d’arte sono legate al paesaggio, alle produzioni agroalimentari, alle tradizioni orali, agli stili di vita, e che quel “meglio”, in realtà, se lo sta perdendo.

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