Animali. Miti, Saperi, Simbologie. Convegno in ricordo di Enrico Comba

Animali. Miti, Saperi, Simbologie. Convegno in ricordo di Enrico Comba (Nemi, 7-10 luglio 2021)

Animali Miti, Saperi, Simbologie. Convegno in ricordo di Enrico Comba (Nemi, 7-10 luglio 2021)
Animali. Miti, Saperi, Simbologie. Convegno in ricordo di Enrico Comba (Nemi, 7-10 luglio 2021)

Il Museo delle Religioni “Raffaele Pettazoni” non ha smentito le aspettative, anzi le ha decisamente superate. Dal 7 al 10 luglio è stato il promotore e l’organizzatore, insieme all’Associazione Calliope, di un convegno incentrato sul regno animale. Il convegno “Animali, miti, saperi e simbologie”, che ha avuto luogo negli spazi suggestivi del comune di Nemi, di altissimo livello accademico e culturale, ha commemorato la recente scomparsa dell’antropologo Enrico Comba, professore presso l’Università di Torino. Molti tra i suoi studenti e colleghi hanno partecipato, ricordandolo con affetto e stima.

Gli animali, i protagonisti indiscussi di questa stimolante occasione, come degli spiriti guida hanno condotto l’uditore in un viaggio spaziale e temporale, attraverso popoli, culture e paesaggi incredibili, partito dall’età del ferro e approdato ai nostri giorni. Sotto la multidisciplinarità che ha spaziato dall’archeologia alla letteratura classica, dall’antropologia alla storia medievale e moderna, si è creato un clima di interscambio unico.

Gli oratori hanno parlato approfonditamente di teriomorfismo e metamorfismo, del lupo e di tanti altri animali. Non è mancate nemmeno un’incursione al mondo indiano a proposito delle tigri mannare presenti nella tradizione del subcontinente asiatico.

L’importanza delle fonti è stata evidenziata lungo tutte le giornate, ma è stata la prima attrice nell’intervento di Nicola Reggiani esposto nel pomeriggio del 7 luglio: i papiri, le immagini, le raccolte e i testi sacri non sono solo meri supporti, ma entità parlanti in grado di raccontare storie incredibili e di donare informazioni fondamentali per comprendere la vita quotidiana di una determinata cultura. Le fonti, però, sono anche orali, basilari nello studio dell’antropologo. Oltre ad aver respirato un certo esotismo suggerito da esposizioni inscenate in luoghi lontani nello spazio e nel tempo come l’Egitto in epoca ellenistica, l’America latina, l’Asia, la Siberia, Cartagine, il Vicino Oriente antico, l’Africa nera, alcuni momenti sono stati dedicati al patrimonio folklorico della nostra bella penisola. Hanno ripreso vita le tradizioni popolari, le narrazioni e le festività che echeggiano nelle montagne italiane. Sono stati ricordati i carnevali della Val d’Ossola che hanno cani e lupi come maschere di spicco, oppure le favole che tuttora vengono raccontate ai bambini liguri sui lupi. Sul filo conduttore della memoria, ha preso parola una ricercatrice, Eleonora D’Agostino, la quale ha incentrato il suo lavoro sulle forme del neo paganesimo in Italia. Il rapporto tra gli animali e la religione è molto stretto e oltre a comparire in alcuni testi sacri come è stato dimostrato da diversi interventi, è materia di speculazione di tipo esoterico. Il leone ad esempio è un elemento chiave nell’astrologia, così come nell’alchimia moderna.

Gli interventi non sono stati solo di carattere umanistico, alcuni hanno appoggiato i loro contributi a discipline di natura scientifica, come l’etologia, imprescindibile nello studio degli animali, o le scienze cognitive affiancate all’antropologia, con il fine di dare una spiegazione più dettagliata di certi fenomeni legati al regno animale.

Come era già accaduto per il convegno precedente, Romulus. Dio, re, fondatore di Roma, del ciclo estivo promosso dal Museo della Religioni, è stato possibile per chi lo desiderasse consumare il pranzo e la cena con i relatori, creando un clima convivale, incentivato dalle escursioni pomeridiane, occasioni uniche per scoprire o riscoprire l'incredibile patrimonio culturale e paesaggistico offerto dal territorio dei Castelli Romani. È stato esplorato il suggestivo bosco di Nemi ed i più impavidi si sono inoltrati fino a Fontan Tempesta. Un’altra gita ha avuto come location il sito archeologico del santuario di Diana Nemorense. È stata organizzata anche una passeggiata presso il centro storico di Genzano. Tutte le gite sono state accompagnate dalla guida del preparatissimo direttore del Museo della Religioni, Igor Baglioni. Non posso che consigliare vivamente la partecipazione ai prossimi appuntamenti in programma. Non ho dubbi che costituiranno delle esperienze indimenticabili. Il prossimo sarà a Genzano dal 30 al 31 luglio col titolo Mythos III. I Miti e l’Epica dell’Antichità Classica e del Mondo Medievale nella Fantascienza e nel Fantasy”. Anche ad agosto non mancheranno degli incontri, dal 13 al 15, infatti si terranno i Nemoralia presso il comune di Nemi, manifestazione ruotante sulla Dea Diana.

Foto Free-Photos 

convegno Romulus

Il convegno Romulus. Dio, Re, Fondatore di Roma

Il convegno Romulus. Dio, Re, Fondatore di Roma (Ariccia, 3-5 giugno 2021)

Nelle giornate del 3, 4 e 5 giugno, ai Castelli Romani, nel comune di Ariccia, si è tenuto un convegno, organizzato dal Museo delle Religioni “Raffaele Pettazzoni” e dall’Associazione Calliope, riguardo Romolo, il leggendario fondatore di Roma.

L’iniziativa nasce a seguito del ritorno al centro del dibattito culturale italiano della figura del primo re della Città Eterna, un ritorno dovuto al successo di film e serie televisive a lui dedicate come a discusse (ri)scoperte archeologiche nel foro di Roma che al fondatore sono state associate. Nell’arco dei tre giorni, si sono susseguiti innumerevoli interventi mirati a districare il complesso profilo di Romolo, personalità che, nella memoria collettiva, rinvia a una dimensione sospesa, mitica, a cavallo tra leggenda e realtà. L’approccio è stato di natura pluridisciplinare.

Gli interventi, infatti, hanno toccato diverse tematiche, intrecciando la storia delle religioni, la storia antica, l’urbanistica, l’archeologia, l’antropologia e il diritto. Gli oratori sono accorsi da molteplici università italiane ed estere, creando un clima internazionale. Sono stati in grado di fornire un quadro dettagliato e puntuale concernente Romolo, non tralasciando i contesti di produzione delle storie a lui inerenti e lo spazio e il tempo in cui queste narrazioni venivano raccontate.

L’intento, prefissatosi dagli organizzatori, è riuscito alla perfezione, ed è stato impossibile non avvertire il trasporto verso una Roma arcaica, per certi versi memore di una dimensione quasi onirica. A differenza di altri simposi, i quali sono indirizzati unicamente al mondo accademico, la grande novità, che novità non è per il Museo delle Religioni, è stata quella di coinvolgere anche chi non appartiene a tale ambiente e dare spazio a momenti di carattere differente, come la presentazione della saga di romanzi, edita dalla “Mondadori”, concernente la storia dei re di Roma.

Le discussioni sono state spesso vivaci, i dibattiti coinvolgenti e appassionati. Nel complesso è stata un’occasione unica di confronto e crescita intellettuale e un grande esempio per la cultura che cerca di riprendere i suoi spazi, sottratti dalla situazione pandemica. Nelle norme vigenti per la questione sanitaria, nel rispetto della parità dei sessi, molte sono state infatti le studiose che hanno partecipato alle giornate, si è creata un’occasione di alto livello culturale e al tempo stesso conviviale.

convegno Romulus
Il convegno Romulus. Dio, Re, Fondatore di Roma (Ariccia, 3-5 giugno 2021). Si ringrazia il Direttore del Museo delle Religioni “Raffaele Pettazzoni”, Igor Baglioni, per questa foto che lo ritrae

Era possibile, infatti, per chi lo desiderasse, consumare il pranzo e la cena con i relatori del convegno, usufruendo di convenzioni gentilmente proposte dalla struttura alberghiera ospitante l’evento. Tutto si è svolto all’aria aperta, sotto un gazebo immerso nel verde della bellissima Villa Aricia. Grazie all’impeccabile programmazione dell’Associazione Calliope sono state organizzate, al termine delle giornate del convegno, delle escursioni nel circondario, col fine di rendere vivida l’esperienza narrata durante gli interventi e di far conoscere la corona meravigliosa in cui si sono incastonati. Gli ospiti si sono recati al palazzo Sforza-Casarini a Genzano, in cui è al momento allestita una mostra di quadri, dal titolo “Idoli”, del maestro Massimo Pennacchini, la quale rimarrà in esposizione fino al 18 luglio. Un’altra escursione si è tenuta nel comune di Albano Laziale, in cui sono state visitate le Cisternoni, cisterne romane uniche nel loro genere, e il sito archeologico dell’Anfiteatro.

È stata un’esperienza veramente speciale, che ha dato la possibilità di conoscere un territorio, quello dei Castelli Romani, meraviglioso, ma che purtroppo per ragioni di notorietà viene sovente offuscato dall’imponente città di Roma. Un’esperienza che si potrà ripetere a breve. Infatti, nonostante che le giornate dedicate a Romolo siano terminate, le occasioni all’insegna della cultura continueranno per tutta l’estate. Consiglio vivamente la partecipazione ai successivi appuntamenti in programma. Per luglio sono previsti due momenti d’incontro. Il primo si terrà a Nemi dal 7 al 10 luglio: “Animali, Miti, Saperi, Simbologie. Convegno in ricordo di Enrico Comba”. Il secondo dal 30 al 31 luglio si svolgerà a Genzano di Roma: “Mythos III. I Miti e l’Epica dell’Antichità Classica e del Mondo Medievale nella Fantascienza e nel Fantasy”.

convegno Romulus
La copertina del convegno Romulus. Dio, Re, Fondatore di Roma (Ariccia, 3-5 giugno 2021)

 

Jacques-Louis David, Le Sabine (1794-1799), olio su tela (385×522 cm), Musée du Louvre. Foto di Mbzt, CC BY-SA 4.0

Accordo per recupero e valorizzazione dell’ex Carcere Borbonico dell’Isola di Santo Stefano - Ventotene

Siglato un accordo quadro tra Sapienza e il Commissario straordinario del Governo per il Progetto di Recupero e Valorizzazione dell’ex Carcere Borbonico dell’Isola di Santo Stefano - Ventotene

La collaborazione punta allo studio di nuove tecnologie per la salvaguardia del territorio e ad attività che valorizzino il patrimonio storico-culturale dell’Isola

 

accordo ex Carcere Borbonico dell’isola di Santo Stefano - Ventotene
L'accordo siglato da Silvia Costa, Commissario straordinario del Governo per il Progetto di Recupero e Valorizzazione dell’ex Carcere Borbonico dell’isola di Santo Stefano - Ventotene, e Antonella Polimeni, rettrice della Sapienza

Mercoledì 16 giugno alle ore 11.00, presso la Sala Senato, Silvia Costa, Commissario straordinario del Governo per il Progetto di Recupero e Valorizzazione dell’ex Carcere Borbonico dell’isola di Santo Stefano - Ventotene, e Antonella Polimeni, rettrice della Sapienza hanno siglato un accordo quadro. Alla cerimonia ha partecipato in modalità telematica il Sindaco di Ventotene Gerardo Santomauro.

L’intesa promuove iniziative di ricerca, trasferimento tecnologico, formazione, educazione e divulgazione integrate, aventi ad oggetto il recupero e la valorizzazione dell’ex carcere di Santo Stefano e dell’Isola di Ventotene dal punto di vista culturale e paesaggistico ed ambientale, in stretta connessione con le caratteristiche storico-ambientali dei contesti di riferimento e con particolare attenzione alla loro vocazione europea, puntando su tecnologie innovative di intervento in un’ottica di Green Deal e di raggiungimento degli obiettivi 2030 dell’ONU.

accordo ex Carcere Borbonico dell’isola di Santo Stefano - Ventotene

“La collaborazione che si avvia con la firma di oggi è un’ulteriore conferma dell’impegno della Sapienza nel territorio e  della volontà di dialogo con le istituzioni del Paese – dichiara la Rettrice, Antonella Polimeni – Voglio sottolineare in particolare l’importanza di una sinergia realizzata su temi di estrema attualità, come la crescita sostenibile, la salvaguardia dell’ambiente e della biodiversità, la valorizzazione e fruizione del patrimonio archeologico, storico, paesaggistico, naturalistico, materiale e immateriale, in un luogo fortemente simbolico per l’Italia e per l’Europa”.

accordo ex Carcere Borbonico dell’isola di Santo Stefano - Ventotene

“Ritengo di grande importanza questo accordo quadro che dà seguito all’impegno preso già in ambito CRUL di attivare forme di collaborazione stabili con il sistema universitario del Lazio - sottolinea la Commissaria Silvia Costa - In questo caso si tratta della più grande università d’Europa, la “mia“ università, che con le competenze altamente specialistiche e interdisciplinari dei suoi importanti dipartimenti, con i suoi docenti, ricercatori e studenti,  potrà dare un supporto significativo alle attività legate a due isole dal così alto valore simbolico. Oggi è il primo passo di un accordo in cui a breve entrerà formalmente anche il Comune di Ventotene grazie a un Addendum che andremo a sottoscrivere quanto prima”. Aggiunge la Commissaria: “Lo sviluppo di questa progettualità comune ha il suo fulcro nella valorizzazione, ricerca e innovazione per la fruizione del Patrimonio culturale e delle aree archeologiche, nella ricerca nell’ambito delle infrastrutture innovative e sostenibili, nell’alta formazione in ambito europeo e mediterraneo, nella prospettiva della New European Bauhaus a cui il progetto di recupero si ispira.”

A supporto dei progetti mirati allo sviluppo e recupero, alla promozione e valorizzazione del paesaggio e dell’ambiente, saranno approfonditi i temi legati alla sostenibilità ambientale ed energetica, allo sviluppo di tecnologie innovative e green nel campo dell’approvvigionamento di energia elettrica, dell’efficientamento energetico, della resilienza dei sistemi, della gestione delle risorse idriche, dello smaltimento e riciclo dei rifiuti.

“Sapienza realizzerà le attività previste attivando progetti di ricerca ed innovazione tecnologica, - sottolinea Maria Sabrina Sarto, Prorettrice alla Ricerca - attraverso l'elaborazione di studi volti alla valorizzazione e alla fruizione dei contesti oggetto di intervento, da un punto di vista storico-culturale e paesaggistico, promuovendo sinergie con il Distretto Tecnologico Culturale della Regione Lazio - DTC Lazio.”

Focus - Ventotene e Santo Stefano

Un solo comune, due isole situate al confine geografico e storico tra Lazio e Campania, hanno condiviso la destinazione a reclusorio e confino legate anche alla dissidenza politica, alla libertà di pensiero e alla costruzione dei principi democratici e europeisti.

Luogo di esilio coatto già a partire dagli antichi romani, e in seguito bagno penale dei Borbone ed ergastolo del Regno d’Italia, del regime fascista e della Repubblica, Santo Stefano viene scelta alla fine del ‘700 da Francesco IV di Borbone per l’edificazione di una possente struttura detentiva immaginata come un teatro San Carlo rovesciato, per consentire un totale controllo dei galeotti comuni e dei deportati politici, secondo i principi illuministi dei fratelli Bentham, ripresi dall’arch. Francesco Carpi.

Tra i detenuti i Settembrini, padre e figlio, Giuseppe Poerio, Silvio Spaventa, accanto a Fra Diavolo, e poi Gaetano Bresci e Pietro Acciarito, Rocco Pugliese e il bandito Giuseppe Musolino. E, non da ultimi, Mauro Scoccimarro, Pietro Secchia, Umberto Terracini e il futuro presidente della Repubblica, Sandro Pertini, poi confinato a Ventotene, la più grande struttura confinaria del fascismo. Nel 1952, un nuovo direttore, Eugenio Perucatti, sperimentò a Santo Stefano pratiche di recupero dei detenuti alla comunità civile.

L’ergastolo fu chiuso nel 1965 e da allora giace in stato di abbandono.

Il panopticon

 

Testo e foto dall'Ufficio stampa e comunicazione Sapienza Università di Roma

 


arena Colosseo

Arena Colosseo. Presentato oggi il progetto vincitore

È stato presentato questa mattina il progetto vincitore per la copertura dell’arena del Colosseo dal Ministro della Cultura Dario Franceschini e dal direttore del Parco Archeologico del Colosseo Alfonsina Russo.

Ancora un passo avanti verso la ricostruzione dell’arena, un progetto ambizioso che aiuterà la conservazione e la tutela delle strutture archeologiche recuperando l’immagine originale del Colosseo e restituendogli anche la sua natura di complessa macchina scenica”.

Così il Ministro della Cultura, Dario Franceschini, commenta l’esito della procedura di gara gestita dal Parco del Colosseo insieme a Invitalia per l’affidamento della progettazione e della realizzazione del nuovo piano dell’arena dell’Anfiteatro Flavio.

Arena Colosseo. Foto: MIC

Il progetto nasce idealmente il 2 novembre 2014, quando il Ministro Dario Franceschini rilancia l’idea dell’archeologo Daniele Manacorda di restituire al Colosseo la sua arena. Il 1° settembre 2015 l’arena del Colosseo viene inserita tra i Grandi Progetti Beni Culturali con un finanziamento di 18,5 milioni di euro. Dal 2015 al 2020 si sono svolti numerosi studi e indagini per definire le modalità di realizzazione dell’intervento che hanno portato al bando di gara appena conclusosi.

https://www.youtube.com/watch?v=DLZyAYqxxS0

Lo studio Milan Ingegneria si è aggiudicato la progettazione della nuova arena del Colosseo che, come previsto dal Documento di Indirizzo della Progettazione (DPI) elaborato dagli architetti, archeologi, restauratori e strutturisti del Parco Archeologico del Colosseo, sarà leggera, reversibile e sostenibile. Si entrerà così, a breve, nella fase operativa dell’ambizioso programma che prevede tecniche costruttive innovative, ecosostenibilità, uso di materiali appropriati e metodologie che permetteranno di garantire la sicurezza e la funzionalità del monumento più famoso al mondo.

Il team di lavoro mira a restituire l’immagine quanto più prossima all’idea originaria del Colosseo, pensato nel suo funzionamento come una complessa macchina scenica e che, al tempo stesso, cercherà di tutelare e conservare le strutture ipogee.

https://www.youtube.com/watch?v=itgCaQF2g40

Il nuovo piano dell’arena sarà fruibile per l’intera superficie e apribile in diverse configurazioni con un sistema automatico al fine di ottimizzare i cicli di apertura e chiusura in funzione della corretta conservazione delle strutture ipogee; il pavimento sarà impostato alla stessa quota Flavia del preesistente piano ligneo permettendo la corretta relazione in tutti i punti di contatto tra l’esistente e il nuovo: lungo il perimetro, con gli accessi dal “corridoio di servizio”, dalla Porta Triumphalis e dalla Porta Libitinaria.

Come descritto nella presentazione del progetto il piano dell’arena sarà in legno di Accoya, ottenuto con un particolare processo che ne aumenta resistenza e durabilità con una scelta sostenibile che evita l’abbattimento di specie pregiate. Alcune porzioni del piano saranno costruite con pannelli mobili che, grazie a rotazione e traslazione, garantiranno flessibilità e renderanno possibile l’apertura delle strutture ipogee per illuminazione naturale.

https://www.youtube.com/watch?v=pxQ2z5YMMFM&feature=emb_title

A livello conservativo poi, 24 unità di ventilazione meccanica distribuite lungo il perimetro controlleranno la temperatura e l’umidità degli ambienti ipogei: in soli 30 minuti sarà garantito il ricambio completo dell’intero volume d’aria. Il piano proteggerà le strutture sottostanti dagli agenti atmosferici, riducendo il carico idrico con un sistema di raccolta e recupero dell’acqua piovana che alimenterà i bagni pubblici del monumento.

https://www.youtube.com/watch?v=qsPSg_z1EtI

L'intervento consentirà di ripristinare la lettura integrale del monumento e permetterà al pubblico di comprendere appieno l'uso e la funzione di questa icona del mondo antico, anche attraverso eventi culturali di altissimo livello.

COLOSSEO, STORIA

La valle tra l’Oppio, il Palatino e il Celio fu urbanizzata a partire dal II secolo a.C. e fino all’età augustea; l’incendio che devastò Roma il 18 luglio del 64 d.C., sotto Nerone, determinò una modificazione profonda dell’assetto precedente e parte del territorio venne ad ospitare la Domus Aurea, la villa urbana di Nerone che si estendeva su 250 ettari e che comprendeva il grande lago artificiale dello Stagnum Neronis, un vasto specchio d’acqua cinto da un triportico colonnato di almeno 200 metri di lato e profondo non più di 4.

Arena Colosseo, Foto: Alessandra Randazzo

La costruzione della villa fu abbandonata alla morte di Nerone e la presa di potere di Vespasiano, il nuovo imperatore, determinò, dopo il risanamento dell’erario pubblico, la riorganizzazione urbanistica dell’area e l’edificazione, tra altri interventi pubblici, dell’Amphitheatrum novum sul sito del lago artificiale a partire dal 71 d.C.; lo ricorda Marziale: “Hic ubi conspicui venerabilis Amphitheatri/erigitur moles, stagna Neronis erant”.

Per i Romani era anche il Teatro per le cacce, nel Medioevo Colosseo e poi Anfiteatro Flavio. Il Colosseo fu costruito in poco più di otto anni e inaugurato dal figlio di Vespasiano, Tito, nell’80, con 100 giorni di spettacoli venatori, giochi gladiatori e battaglie navali. L’edificio inaugurato, tuttavia, non ancora completato, mancava di parte dell’attico e delle strutture ipogee dell’arena che saranno realizzate solo sotto Domiziano, insieme ai grandi edifici di servizio esterni come le caserme gladiatorie, i depositi delle armi, l’ospedale per i feriti, la caserma della flotta di Miseno, l’edificio per le spoglie dei gladiatori morti.

Arena Colosseo, Foto: Alessandra Randazzo

Incendi, terremoti e la necessità di mantenere in efficienza l’edificio determinarono restauri, aggiornamenti e modifiche fino al VI secolo, quando furono definitivamente interrotti i ludi gladiatori e l’edificio subì un inarrestabile abbandono, trasformandosi, a partire dal regno di Teoderico, in cava di materiale, poi residenza delle famiglie romane dei Frangipane e degli Annibaldi nel XII e XIII secolo e poi di nuovo e fino alla metà del Settecento a cavar marmi a Coliseo.


Adorazione Alice Urciuolo

Adorazione di Alice Urciuolo: la declinazione di un sentimento

Adorazione, Alice Urciuolo – recensione di Francesca Barracca

 

Adorazione Alice Urciuolo
Adorazione di Alice Urciuolo. Foto di Francesca Barracca

Romanzo di formazione, trasformazione, evoluzione e involuzione, Adorazione è l’esordio letterario di Alice Urciuolo, sceneggiatrice, tra le autrici della serie di successo Skam Italia. Anche stavolta, l'autrice sceglie di far parlare degli adolescenti. Personalità diverse, ma ragazzi accomunati dalla condivisione di un lutto: la morte della loro amica Elena per mano del fidanzato e dalla loro condizione di  “vittime” di un’eredità culturale difficile da togliersi di dosso.

Lo sfondo è quello di un piccolo centro di fondazione fascista della provincia di Latina, Pontinia. Vanessa, Diana, Vera, Giorgio, Christian e Gianmarco affrontano la propria personale lotta alla sopravvivenza nel mondo dell’adolescenza, chi con più chi con meno intensità, intrecciando più volte i rispettivi cammini. Del resto, Adorazione è anche un romanzo fatto di relazioni: giuste, ingiuste, disfunzionali, tossiche, affettive che siano, ognuna di esse restituisce un pezzo di una trama più grande in cui alla definizione di sé contribuisce in maniera inevitabile il rapporto con l’altro.

Adorazione è la declinazione del sentimento in tutte le sue sfumature, fino a sfociare in estremismo: l’ammirazione può trasformarsi in ossessione, la celebrazione come divinità può comportare depersonalizzazione e messa in discussione di sé stessi, l’amore può rivelare i suoi aspetti più tossici in relazioni in cui mancano gli strumenti necessari per affrontare la vita, perché nessuno o chi ne deteneva il compito non è stato in grado di indicarli.

Adorazione Alice Urciuolo
Adorazione di Alice Urciuolo. Foto di Francesca Barracca

Adorazione non è soltanto la storia di Vanessa, Diana, Vera, Giorgio e Christian, è la storia di chiunque si trovi, o si sia mai ritrovato, a lottare contro il retaggio culturale di una piccola provincia; è il riflesso di una società in cui si dà spazio alle apparenze e nella quale i giovani fanno fatica a liberarsi dell’eredità genitoriale. Il tentativo di liberarsene che pure si percepisce, di tanto in tanto, quasi mai va a buon fine, ma aleggia la speranza che ci si immetta, prima o poi, sulla via della consapevolezza. Adorazione, infatti, è anche il racconto di un’estate di trasformazione e di evoluzione, anche se si tratta soltanto di un momento, di una scintilla che, se alimentata, può permettere al fuoco di divampare nel cuore e in tutte le ossa di Vanessa e Diana, stanche di dover rispondere come marionette a standard superficiali ed etichette non veritiere.

Se si sceglie di leggere Adorazione senza fermarsi alla superficie e a quelli che, a prima vista, potrebbero sembrare cliché e situazioni dell’adolescenza banalizzate, che a tratti rischiano di non rappresentare più un adolescente medio del nuovo millennio, Adorazione diventa una verità nuda e cruda. Non la verità, ma una verità, quella di giovani cresciuti in un ambiente sociale e culturale asfissiante in cui ancora sussistono temi considerati tabù.

Basta guardare al modo in cui si affronta, o meglio, al modo in cui non si affronta affatto, il femminicidio di Elena o all’assenza di un dialogo vero e proprio tra figli e genitori, tutti più o meno inadeguati nel proprio ruolo. Per controreazione, i protagonisti, che si impara a odiare e amare proprio come se si avesse a che fare con degli amici, scelgono di rispondere da soli, provando a distruggere i tabù, andando alla ricerca della propria libertà sessuale, di parole di sostegno e di conforto che non arrivano come dovrebbero e di legami che, dietro la promessa di attenzioni, celano distruzione.

Adorazione è il silenzio che scava fino a creare voragini incolmabili, perché nascondersi dietro il non detto è più semplice che prendersi le responsabilità delle proprie parole e azioni. Non importa se ciò rischia di non aiutare nell’elaborazione del lutto, di creare un muro con l’esterno, ciò che importa è che si continui a fingere che sia tutto sotto controllo, che le apparenze vengano salvate, che il mondo continui a essere ancorato ai propri rigidi schemi.

Alice Urciuolo ha raccontato un’altra versione degli adolescenti messi sullo schermo con Skam e l’ha fatto con la semplicità e la freschezza di un linguaggio immediato, nudo e crudo proprio come la realtà che ha descritto. Un linguaggio in cui i dialoghi funzionano proprio come quelli di un film in cui si viene coinvolti irrimediabilmente, ma che fa del tacito un suo punto di forza, perché il segreto di Adorazione sta proprio in questo: in quanto non si dice, nella staticità apparente che apre inavvertitamente riflessioni continue.

Adorazione di Alice Urciuolo
La copertina del romanzo Adorazione di Alice Urciuolo, pubblicato da 66thand2nd (2020)

Adorazione di Alice Urciuolo è candidato alla LXXV edizione del Premio Strega.

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Le Terme romane sul fiume Cosa: la sorprendente scoperta a Frosinone

Le Terme romane sul fiume Cosa: la sorprendente scoperta a Frosinone

In seguito alle operazioni della Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Frosinone e Latina, nell'ambito dell'archeologia preventiva in località Ponte della Fontana, sono state rinvenute delle terme romane. I saggi d'indagine archeologica seguivano i lavori per l'impianto fognario della città di Frosinone presso il fiume Cosa.

Terme romane sul fiume Cosa
Il fiume Cosa, Frosinone. Foto Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Frosinone e Latina

La nuova scoperta, presentata durante la conferenza del 9 aprile, potrà fornire nuove e interessanti informazioni sulla città romana. Difatti, nel corso degli anni diversi reperti italici e romani sono riaffiorati nella zona, come affermato dalla direttrice della Soprintendenza Paola Refice. Questi però, non hanno finora permesso una ricostruzione storica importante, come potrà farsi grazie al nuovo rinvenimento.

Le terme romane, che si collocano sulla sponda sinistra del fiume Cosa, presentano numerosi dati per la datazione della frequenza d'uso. Infatti, la pavimentazione musiva bicroma del primo ambiente risale al II secolo d.C. ed è tipica dell'architettura adrianea. Inoltre, sono state portate alla luce due monete, una dell'età di Diocleziano e la seconda di IV sec. d.C., dato con cui si può affermare la frequenza degli ambienti fino a tale periodo, come spiegato durante la conferenza dalla dott.ssa Quadrino.  Presenti anche alcune opere di restauro del tappeto musivo, sottolineando l'uso prolungato di questi spazi termali.

Il sito è accessibile da Via San Giuseppe ed è, nella sequenza stratigrafica, a pochi centimetri dal piano di calpestio, dimostrando che la città contemporanea si sviluppa esattamente sulle rovine antiche.

Frosinone, principali siti archeologici e, in rosso, la posizione delle terme romane sul fiume Cosa

Lo scavo archeologico, coordinato dall'archeologo Davide Pagliarosi e diretto dalla funzionaria della Soprintendenza locale, Daniela Quadrino, dovrà proseguire per riportare in luce altri ambienti, oltre alla necessità di opere di tutela e messa in sicurezza del sito.

La dott.ssa Refice ha sottolineato, con particolare riferimento a questa scoperta, dell'importanza dell'archeologia preventiva sul territorio italiano, che conserva nel sottosuolo la sua storia millenaria.

Gli ambienti delle Terme romane sul fiume Cosa

Gli ambienti rinvenuti, ha spiegato l'archeologo Pagliarosi, sono da riferirsi al frigidarium, con spazi in opera reticolata e laterizi che conducono ad una grande vasca.

L'elemento più interessante è certamente la pavimentazione in tessere musive bicrome bianche e nere, che potrebbero indicare una committenza facoltosa o addirittura imperiale sulla quale indagare, tramite il riscontro di alcune tracce di fistole (condutture di epoca romana con marchio di fabbricazione) impresse nella malta del tappeto pavimentale.

Particolare della pavimentazione musiva con Tritone. Terme sul Fiume Cosa, Frosinone. Foto Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Frosinone e Latina

Il ciclo figurativo rappresentato si riferisce all'ambiente marino con una teoria di figure mostruose. Individuati un bue marino, Tritone che suona il corno, probabilmente anche un ippocampo acefalo e alcune code squamate. Difatti, lo stato di conservazione non è ottimo e alcune tessere non sono presenti, a causa di azioni antropiche successive come quelle agricole. Inoltre, parte dell'edificio è stato compromesso in seguito alla deviazione nel tempo del corso del fiume Cosa.

Terme romane sul fiume Cosa
Particolare del mosaico pavimentale con bue marino. Terme romane sul fiume Cosa, Frosinone. Foto Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Frosinone e Latina

La grande vasca doveva essere rivestita con lastre di marmo bianco, al suo interno è presente una abside anch'essa marmorea, dalla quale probabilmente potevano scaturire giochi d'acqua.

Vasca marmorea delle Terme romane sul fiume Cosa con gradini d'accesso. Foto Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Frosinone e Latina.

La soglia delle terme è in tufo, con un'incamiciatura in piombo fatta in seguito all'usura delle porte, dato che dimostra l'importante utilizzo dell'edificio, forse di carattere pubblico.

Infine, le ricerche archeologiche potranno analizzare anche la crescita demografica della città. Infatti, nel 2007 fu rinvenuto un altro edificio termale di III secolo in zona De Matteis. La necessità di due strutture termali nell'antica città romana è un'importante indizio sulla sua società.


Due ritratti di Enea: lettura e confronto dell'Eneide secondo Giulio Guidorizzi e Andrea Marcolongo

Due ritratti di Enea: lettura e confronto dell'Eneide, secondo Giulio Guidorizzi e Andrea Marcolongo

Articolo a cura di Francesca Barracca e Chiara Rizzatti

Simon Vouet, Enea e suo padre abbandonano Ilio, olio su tela (circa 1635), The San Diego Museum of Art. Foto Wmpearl  CC0

Quando si parla di Eneide, non sempre abbiamo ben chiaro l’apporto straordinario di quest’opera e la risonanza che ha avuto nel corso dei secoli. Si tende, piuttosto, a collocarla nel filone dei poemi epici precedenti, e a sottoporla ad un ingiusto confronto con Iliade e Odissea, con cui ha in comune molto meno di quanto si possa pensare, a partire dal protagonista.

Ben lontano dall’eroe che combatte per il proprio κλέος come Achille o da una figura scaltra come Odisseo, Enea ha subito le impietose critiche di una letteratura romantica che esaltava l’azione mossa da un sentimento dirompente; in questa luce, Enea è stato bollato come un personaggio passivo, semplice esecutore della volontà del fato.

È una considerazione senz’altro superata, ma che poggia le sue ragioni in alcune incongruenze del carattere di Enea, che da una parte si fa carico dei piani del destino, ma dall’altra è permeato di dubbi, sciolti solo dall’intervento divino.

Se la critica ottocentesca ha visto in Enea un personaggio “artisticamente fallito” è perché non è stata colta la profonda essenza della struttura virgiliana, che va intesa nel suo insieme, non per singoli episodi.

Abbracciando tutta l’opera, infatti, si può facilmente notare che le opposizioni logiche del personaggio sono frutto di una duplice funzione di Enea: egli risponde ad un doppio statuto letterario, in cui il punto di vista soggettivo dell’Enea personaggio convive con quello oggettivo del realizzatore del Fato.
Enea sa che non ha scelta se non assecondare la sorte a lui destinata, anche se questo va contro la sua identità di personaggio, che tuttavia non è mai annullata del tutto. Essa vive nelle pause della narrazione, nelle attese in cui il meccanismo del destino lo dispensa dal richiedergli un nuovo sacrificio.

L’elogio di Enea è quello di una pietas lontana dalla nostra sensibilità, ma di cui ci colpisce l’assoluta devozione, che sfocia più nella tragedia che nell’epica. Proprio come un eroe tragico, Enea paga il prezzo di un destino a cui è talmente devoto da non disobbedire, anche quando gli chiede di rinunciare ad amore e felicità per plasmare un futuro che non sarà mai suo.

Per ritornare ancora una volta sull’Eneide e sulla sua risonanza nel corso dei secoli, si è pensato di condurre un confronto tra La lezione di Enea di Andrea Marcolongo ed Enea, lo straniero di Giulio Guidorizzi, soffermandoci su come alcuni temi pregnanti dell’opera virgiliana – quali l’amore, il fato, le reinterpretazioni moderne – sono stati trattati dai due studiosi.

Enea lo straniero Giulio Guidorizzi Chiara Rizzatti
Il saggio di Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma. Foto di Chiara Rizzatti

La vicenda di Enea si snoda su binari prestabiliti dal volere superiore del Fato, e lo designa come artefice di un futuro da cui dipenderà la successiva gloria di Roma. Virgilio mette in chiaro il duplice ruolo di Enea, di personaggio – dotato di un suo punto di vista relativo – e di non-personaggio, in quanto rappresentante di una forza divina, che lo rende partecipe di un punto di vista soggettivo.

Nel testo di Guidorizzi questo aspetto è ben presente, e anzi si enfatizza lo scarto apprezzabile tra la visione assoluta del Fato e la conoscenza – niente affatto assoluta – del personaggio Enea. Questo significa che da una parte Enea contribuisce a realizzare il progetto del Fato, ma dall’altra non ha mai davanti agli occhi il piano nella sua interezza. L’autore mette in evidenza la conseguenza più significativa di questo dislivello tra soggettività e oggettività, ovvero la “sospensione” dell’Enea-personaggio. Se prendiamo sempre come riferimento il testo virgiliano, fa prevalere volutamente il risvolto soggettivo; in effetti si tratta di una scelta che risponde ad un’esigenza precisa, e che strizza l’occhio a un lettore contemporaneo che non ha familiarità con la figura stratificata di Enea: mettendo l’accento sui sentimenti di Enea, risulta ancora più grande il divario tra ciò che vuole e ciò che deve fare.

Ma se il conflitto interiore che vive Enea non può essere espresso in una esternazione drammatica, può trovare modo di realizzarsi con l’incertezza e il dubbio, che nell’Eneide vengono allontanati da frequenti epifanie di divinità, il cui ruolo è interrompere i momenti di riflessione e richiamare l’eroe all’azione. In Enea, invece, non c’è traccia degli dèi, e gli elementi sovrannaturali sono ridimensionati per dar modo alle ragioni di Enea di avere una voce, per quanto limitata alla sfera interiore. Emerge al massimo grado la natura delle incertezze di Enea, dovute non tanto al dover compiere una scelta, quanto al bisogno di una conferma di qualcosa che è già stato deciso.

Guidorizzi fa in modo di mostrare il valore della pietas antica e il sacrificio che Enea compie per onorarla: se accettasse di trovare per sé un futuro diverso da quello determinato, Enea tradirebbe la sua missione, allontanandosi dall’ideale della norma romana. Enea deve compiere, quindi, una spoliazione di sé, della sua personalità individuale per fondersi con il volere del Fato, almeno dal punto di vista formale.

“Insensibile sensibilità” è l’ossimoro che meglio riassume lo stato d’animo di Enea di fronte alle difficili scelte che deve compiere. La narrazione che Guidorizzi fa in prima persona aiuta a comprenderlo meglio, e a esplicitare quella doppia facies di Enea che Virgilio lasciava intravedere solo a intervalli, limitatamente ai momenti in cui l’Enea personaggio, con la sua soggettività, poteva permettersi di affacciarsi nel racconto.
Un esempio particolarmente riuscito di questa prospettiva riguarda il libro IV, dedicato all’incontro di Didone. Non è un caso che Guidorizzi si sia soffermato a lungo su questo celebre incontro: la fine dell’amore con la regina cartaginese è stata oggetto di una delle critiche più aspre relative al personaggio di Enea, dipinto come un individuo freddo, incapace di riconoscere (e ricambiare) la passione.

L’autore, invece, fa in modo di proiettare il lettore nelle vesti dell’eroe, di vivere la sua angoscia in quanto profugo in una terra straniera, di percepire la sua riconoscenza per essere stato accolto, e soprattutto di avere una panoramica di come Enea si rapportasse a Didone, donna pulcherrima.

Ne emerge un Enea per certi versi inedito, profondamente innamorato e desideroso di essere riamato da Didone; e soprattutto di trattenersi a Cartagine con lei, accarezzando l’idea di godere a pieno del proprio sentimento, che supera anche il ricordo della prima moglie, Creusa.

Il distacco da Didone è raccontato in modo da far partecipi dei veri pensieri di Enea, che sono ben lungi dall’essere privi di umanità, anzi: Enea è smarrito, dilaniato da un dolore intenso ma impossibile da esternare. Si esprime al massimo grado la tensione dell’Enea-personaggio e il Fato di cui è portatore, e che non può manifestarsi in nessun modo se non nella sfera più intima.

Enea lo straniero Giulio Guidorizzi Chiara Rizzatti
Il saggio di Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma. Foto di Chiara Rizzatti

Didone è una vittima del fato, così come ce ne sono moltissime sul percorso di Enea, a partire dalla caduta rovinosa di Troia. Virgilio si soffermava su di esse, intervenendo nella narrazione con una sorta di commento sulle ingiuste circostanze che avevano portato a una fine prematura. Il poeta esprimeva
συμπάθεια, partecipazione per la sorte dei personaggi, elaborando una deformazione dell’oggettività epica tradizionale: pur rimanendo onnisciente, il narratore si soffermava anche sulle ragioni dei vinti.
Mentre nell’Eneide la συμπάθεια del narratore arriva a fondersi con il punto di vista di Enea, che perde così la propria empatia individuale, Guidorizzi unifica da subito questa contrapposizione, col risultato di accentuare un tema molto caro al poema augusteo, quello della mors immatura.
Esso si esprime al massimo grado nella sezione relativa alla guerra in Lazio, che vede in particolare la morte della vergine guerriera Camilla, di Pallante e di Turno, personificazioni di ideali non meno virtuosi di quelli che ricopre Enea stesso.

Guidorizzi, inoltre, prende in considerazione la figura evanescente di Lavinia, la silenziosa fanciulla che si trova promessa a un uomo diverso da quello a cui era destinata, Turno. L’autore sottolinea subito il dispiacere di Enea per lo stato d’animo della giovane, tacitamente sconvolta per essere costretta a unirsi a un estraneo, avanti con gli anni, e per dover rinunciare all’uomo che ama.

Una particolarità dell’opera di Guidorizzi è la mancanza – quantomeno esplicita – di riferimenti con la modernità. Tuttavia questa “lacuna” fornisce l’occasione per riconsiderare l’Eneide come capolavoro letterario e per percepirne la complessa ideologia di fondo, senza doversi affrettare a ricercare paralleli più recenti.
Ben lungi dall'essere una semplice riesposizione in prosa del poema virgiliano, il testo permette di indugiare attentamente sulle peregrinazioni per mare di Enea che, profugus, si avventura in un viaggio incerto: sebbene il viaggio fosse già stato un argomento utilizzato dall’epica per descrivere il ritorno di Odisseo, il poema latino rovescia drasticamente la prospettiva. Per quanto gravoso, il viaggio di Odisseo determinava un ritorno a casa, a ciò che è noto; Enea, al contrario, abbandona la sua patria per fondare una nuova città, per gettarsi in un futuro oscuro in cui non esistono porti sicuri.

Una nota di particolare interesse riguarda le sezioni dedicate alle divinità latine che si mescolano con la vicenda di Enea, e ai luoghi sacri che in qualche modo ne ricordano il passaggio. L'autore pone davanti ad un quadro inaspettato il lettore, che man mano vede dipanarsi non solo la storia virgiliana, ma anche i presupposti culturali che hanno permesso alla stessa storia di essere concepita da Virgilio, fatti di dèi silvani e riti agresti, gli stessi in cui si sarebbe imbattuto Enea una volta approdato in Lazio.

 

la lezione di Enea Andrea Marcolongo Francesca Barracca
La lezione di Enea, di Andrea Marcolongo. Foto di Francesca Barracca

Nel contesto delle numerose interpretazioni contemporanee che sono state fatte di Enea, ne La lezione di Enea Andrea Marcolongo cerca di fornire un quadro più o meno obiettivo, analizzando una serie di aspetti che contribuiscono a illuminare l’Eneide e il personaggio di Enea. Che si tratti di un tentativo di liberarlo dai numerosi cliché che si sono sempre accompagnati alla figura dell’eroe virgiliano o di un’interpretazione ex-novo per presentare Enea in una nuova veste, resta indubbiamente apprezzabile lo scopo ultimo dell’opera di Andrea Marcolongo: rendere accessibile a chiunque la conoscenza e la comprensione di una figura e di un’opera da sempre ritenuta controversa e troppo spesso esclusivo appannaggio dei classicisti.

Bisogna innanzitutto considerare che la storia di Enea era già conosciuta attraverso i poemi omerici, ma se in Omero Enea è un eroe come tanti altri, quasi “anonimo” se messo a confronto con Achille o Ulisse, capo dei Dardani, alleati dei Troiani, che riesce a scampare alla morte poiché padre che ha il dovere di prendersi cura del figlio, in Virgilio Enea si presenta in prima persona con queste parole: “Sum pius Aeneas, raptos qui ex hoste Penates classe veho mecum, fama super aethera notus; Italiam quaero patriam ”.

Risulta chiaro, allora, che Enea non cerca un regno da governare, come la maggior parte degli eroi omerici, ma una patria, sebbene Enea non sembri propriamente l’uomo di cui potersi fidare e al quale affidare una nazione. Eppure, è ciò che gli viene richiesto e ciò che fa senza indugi. Se in Omero, inoltre, c’è una dimensione eroica collettiva, Enea si muove invece da solo nello spazio del fato: è lui stesso un fato profugus, laddove con “fato” ci si riferisce a una categoria completamente romana, una legge che esiste e basta cui non sfuggono neppure gli dei e che riveste notevole importanza nella prospettiva in cui si guarda non a cosa accadrà, ma come. Enea infatti sa già cosa accadrà, perciò quello che dovrebbe sorprendere è scoprire come reagirà ai colpi che il fato gli assesterà, perché ha necessità di reagire e rialzarsi.

la lezione di Enea Andrea Marcolongo Francesca Barracca
La lezione di Enea, di Andrea Marcolongo. Foto di Francesca Barracca

A questo punto, alla lecita domanda che potrebbe sorgere, e cioè che “se tutto è già scritto, allora Enea non sceglie mai?”, la scrittrice fa notare che Enea non fa nulla spontaneamente e questo perché l’Eneide non è certo il poema della forza o dell’istinto, piuttosto nasconde un significato più evanescente: nessuno resiste se non è costretto. Ed Enea è proprio costretto a resistere, non può fare altrimenti. Se l’Eneide risulta oggi noiosa a molti, ci dice Andrea Marcolongo, è perché, forse, abbiamo sempre sbagliato a leggere, ricercando un obiettivo diverso da quello necessario, sempre orientati alla ricerca dell’effetto sorpresa. Risulta conseguenziale, allora, che Enea diventi un eroe passivo, soltanto un burattino nelle mani del fato. Eppure, ciò non significa che Enea non provi emozioni, che non abbia desiderato restare a Cartagine con Didone, per esempio. Enea fa quel che deve e, al contempo, resiste. In questo sta la sua misura eroica: non cedere, né ribellarsi mai. Quella di Enea si profila, così, come un’accettazione consapevole, dal momento che non c’è assolutamente nulla di meccanico in ciò che fa. Il fato è, infatti, un obbligo di cui non si conosce né motivo né mutamento, ma al quale non ci si può sottrarre. Per questo anche gli dei soccombono ad esso, sono in questo vicini ai mortali, dai quali si distinguono solo per la loro immortalità, in quanto non danno neppure grandi esempi di virtù, ma fanno anche loro quello che devono e possono.

Diverse sono state le ipotesi relative alla rappresentazione degli dei: da semplice strumento narrativo a riflesso di un’impossibilità di credere in qualcosa quando tutto va male o un ateismo di fondo da parte di Virgilio. Eppure, secondo Marcolongo, non si è riusciti a comprendere la loro presenza perché, nell’analisi, sono sempre state applicate categorie moderne: a questo proposito occorre ricordare che, nonostante l’indifferenza degli dei, nell’Eneide, li si prega ugualmente. E ciò perché la fede negli dei è quanto il fato ha concesso agli uomini che hanno bisogno di sperare per continuare a vivere.

Il pregio maggiore di Enea diventa, quindi, non il suo essere “pius”, ma la sua resistenza in virtù del destino incontrovertibile a lui assegnato con un’accettazione totale della propria condizione che non fornisce alternative: Enea non fa ciò che vuole, perché a quel punto sarebbe già morto eroicamente per salvare Troia, ma fa ciò che deve.

Da questo punto di vista, bisogna ammettere che Enea non ha grandi qualità, se non la pietas, da non intendere come “pietà” in senso moderno, cioè devozione verso la divinità, quanto piuttosto “senso del dovere” strettamente connesso alla moralità e a uno scopo da perseguire. L’espressione, l’atteggiamento che Enea mostra nel corso di tutta la vicenda è sempre chiaro, saldo, piuttosto che perplesso o inetto e ciò contribuisce a darne un’immagine quasi sempre coerente.

Persino nell’episodio di Didone, infatti, dove viene espressamente detto che Enea soffre e prova emozioni reali, non si assiste ad alcun cedimento vero e proprio, perché il dovere di sbarcare nel Lazio è la priorità che Enea non perde mai di vista, sebbene il suo desiderio più grande non sia mai stato questo. Il suo diventa allora un vero e proprio sacrificio e la sua personalità acquista tratti sempre più umani e simili ai nostri. Per Marcolongo la mors immatura di Didone, inoltre, viene indagata da un nuovo punto di vista. La scrittrice sembrerebbe allontanare da Enea la colpa del suicidio, liberando l’eroe dalle accuse di vigliaccheria e indolenza che nei secoli gli sono state rivolte, contribuendo piuttosto a restituirne una figura più corrispondente alla realtà oggettiva. Enea, infatti, non è del tutto colpevole nei confronti di Didone perché non ha più una moglie, né fa promesse di un futuro insieme. Certo Enea non manca di goffaggine e superficialità (nel VI libro si mostra addirittura sorpreso del fatto che la propria partenza abbia causato dolore!), ma lungi dal condannare Enea come vigliacco e demonizzarlo per questo come si è sempre fatto. Didone soffre perché aveva già sofferto prima con la perdita del primo amore. Il suo, dunque, non è altro che un dolore irrisolto e il vero conflitto quello interiore che la regina mostra di avere con se stessa. Ne emerge, quindi, un punto di vista singolare che merita di essere approfondito, poiché cerca di sbarazzarsi di numerosi cliché relativi alla “questione femminile” e alle varie interpretazioni dell’episodio di Didone che sono state fatte nel corso dei secoli. Del resto, la scrittrice ricorda che c’è una sola ragione per cui Enea e Didone non possono vivere il loro lieto fine ed è che i fati lo vietano. Allo stesso tempo fa notare come anche le figure femminili di Creusa, che scompare alla vista di Enea e alla vita in maniera poco chiara, e Lavinia, che addirittura non pronuncia parola in tutta la vicenda, siano solo funzionali a un disegno più ampio: la fondazione di Roma.

Altro punto di vista meritevole di riflessione è quello che emerge in relazione ai luoghi dell’Eneide e al rapporto che gli Italiani, in quanto popolo moderno, hanno avuto ed hanno tutt’ora con il poema. Non sono luoghi troppo lontani quelli che fanno da sfondo alla storia di Enea. Eppure, secondo la scrittrice, gli Italiani non se ne vantano abbastanza: rari sono infatti sul territorio nazionale i monumenti che celebrano il capostipite degli Italiani, rara anche l’iconografia se messa a confronto con quella degli eroi omerici. Tra i luoghi reali che prendono “vita” nell’Eneide, in quanto ad essi vengono dedicati veri e propri miti eziologici sono, ad esempio, Gaeta, Capo Miseno, Palinuro, mentre gli altri sono evanescenti e funzionali alla trama. Del resto, Virgilio non si preoccupava di descrivere minuziosamente l’Italia, piuttosto voleva mettere in evidenza la sua bellezza, semplice e rustica.

Bisogna allora non fermarsi alla superficie, alle incongruenze geografiche, alle invenzioni di sana pianta, perché l’Italia dell’Eneide è quella idealizzata che Virgilio vorrebbe definire “patria” nella stressa accezione di Enea che, una volta approdato nel Lazio, la saluta con queste parole: “Qui è la patria, questa è a casa”.

Tra gli italici, però, Enea non viene subito accolto favorevolmente. In essi, infatti, contadini latini parchi e operosi, vi è il disprezzo per l’educazione e la cultura greca. Nell’Eneide gli Italiani ai quali Enea si lega per sempre non sono la parte “buona”, semmai quelli che, pur praticando agricoltura e allevamento, oscillano tra durezza e violenza: “vivono di prede e di rapine”. Potremmo dire che non siano ancora del tutto civilizzati prima dell’arrivo di Enea. Per questo Marcolongo non va cauta con le accuse, quando si tratta di dover condannare le misinterpretazioni del Fascismo, ma è indubbio che esso abbia creato un nuovo Enea, l’emblema del conquistatore che sottomette senza scrupoli, tutto ciò che Enea non è, per giustificare un presunto dovere ereditario di sottomettere con la forza il resto del mondo. Nell’ideologia del Fascismo Enea perde i suoi tratti più caratteristici ed umani, la pietas e le sue inquietudini di uomo sventurato. Si tace, per lo più, della sua condizione di profugo e, quindi, di straniero, proprio ciò su cui si insiste maggiormente in tempi moderni, per farne il vero cittadino romano E a quanti obiettano che Enea stesso dimostra, alla fine del poema, di essere violento, quando uccide a sangue freddo il re dei Rutuli Turno nonostante il vacillamento iniziale, la scrittrice propone un’interpretazione che non si può non prendere in considerazione: quello che, in apparenza, potrebbe risultare un gesto incoerente rispetto alla personalità di Enea perché per la prima volta Enea sperimenta un istinto mai avuto, è in realtà il primo gesto di un Enea già “meticcio”, che sta già acquistando quelle caratteristiche del popolo con cui sta per unirsi, segno di una sorta di adattamento naturale ai nuovi costumi. Emerge, quindi, il nuovo Enea mediterraneo.

Sembra evidente, allora, che il Fascismo abbia volutamente ignorato il più grande merito di Enea, riassumibile nella seguente “equazione”: l’unione dello spirito troiano con quello italico dà vita alla cultura romana e di qui all’italiana e, infine, europea.

Per quel che riguarda la “fortuna” di Enea e dell’Eneide nei secoli successivi alla sua stesura, va detto che si passa dal considerare Virgilio un semplice burattino nelle mani di Augusto, e quindi sminuire la sua opera, a farne un vero e proprio santo. Con la collocazione di Enea tra i magni spiriti del limbo, Dante ne riconosce la portata e la magnificenza, in quanto fondatore dell’alma Roma per volere divino. Attualmente dell’Eneide vengono spesso menzionate e riproposte scene in ambito politico per giustificare pretese razziste e puriste, per non parlare dell’interpretazione tutta contemporanea di Enea quale migrante, funzionale a ricordare il dovere di accogliere chi, profugo e vinto proprio come Enea, arriva in Italia dal mare. Giorgio Caproni, invece, scorse in Enea la condizione dell’uomo contemporaneo e la sua solitudine nel dolore, linea sulla quale si pone anche Marcolongo, che non a caso sceglie una selezione di tali poesie per aprire i capitoli del suo saggio. In effetti, Enea resiste nonostante l’incertezza del futuro, proprio come noi.


Enea lo straniero Giulio Guidorizzi

"Enea, lo straniero" di Giulio Guidorizzi

Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma - recensione di Chiara Rizzatti

Fin dall'antichità, gli albori di Roma sono materia per miti e leggende che avevano come scopo quello di regalare natali illustri agli antenati di quelli che, molti secoli più avanti, sarebbero stati cittadini di un vasto impero. Mentre i Greci si dichiaravano nati dalla terra, ciò che i romani sapevano era che discendevano da un uomo venuto da lontano, scappato dalla propria patria con un manipolo di seguaci. Si trattava di Enea.

Il saggio di Giulio Guidorizzi Enea, lo straniero. Le origini di Roma ripercorre le tappe dell'eroe a cui Virgilio aveva dato vita per glorificare Roma e Augusto, in una narrazione che Enea stesso porta avanti in prima persona.
Ben lungi dall'essere una semplice riesposizione in prosa del poema virgiliano, il testo permette di indugiare attentamente sulle peregrinazioni per mare di Enea e anche su momenti che non avvengono nell'Eneide, immaginati dall'autore, che sono funzionali a comprendere alcuni personaggi mai troppo approfonditi nel poema, come il padre Anchise.

Enea lo straniero Giulio Guidorizzi Chiara Rizzatti
Il saggio di Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma. Foto di Chiara Rizzatti

Una nota di particolare interesse riguarda le sezioni dedicate alle divinità latine che si mescolano con la vicenda di Enea, e ai luoghi sacri che in qualche modo ne ricordano il passaggio. L'autore pone davanti ad un quadro inaspettato il lettore, che man mano vede dipanarsi non solo la storia virgiliana, ma anche i presupposti culturali che hanno permesso alla stessa storia di essere concepita da Virgilio.
D'altra parte, dèi silvani e riti agresti sono gli stessi in cui si sarebbe imbattuto Enea una volta approdato in Lazio.

Oltre a questo, una delle scelte di Guidorizzi nell'esporre la propria rilettura dell'Eneide riguarda un tratto distintivo della narrazione di Virgilio: la presenza degli dèi. L'intervento divino - fortemente rappresentato nel poema latino - è omesso in più occasioni, e la necessità del fato passa in secondo piano per approfondire l'interiorità di un uomo costernato di fronte alle scelte che deve compiere.
Enea è smarrito, in tutti i sensi: lontano dalla patria, dalla famiglia che si sgretola poco a poco, e dalla sua stessa  volontà.

Guidorizzi risponde all'esigenza dei moderni, lontani dai sentimenti di pietas antica, per mostrare ciò che l'Eneide lasciava irrisolto, le ragioni di Enea, senza snaturare l'essenza del cosiddetto "uomo del fato". È facile, infatti, giudicare l'Enea virgiliano come distaccato e freddo, tanto ligio al suo compito da sembrare senza una volontà propria.
La sensibilità moderna stenta a comprendere la stratificazione di un personaggio che non espone i suoi sentimenti in modo plateale, che è costretto a reprimerli in nome di un fine più grande, a cui tutto deve essere sacrificato: Enea non vuole lasciare Troia, ma deve; desidera rimanere accanto a Didone, ma non può; spera nella pace coi Latini, ma stroncherà molte giovani vite per una vittoria che non ha chiesto.

Enea lo straniero Giulio Guidorizzi Chiara Rizzatti
Il saggio di Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma. Foto di Chiara Rizzatti

Limitando l'elemento divino e sovrannaturale (anche le Arpie sono quasi "umanizzate"), Guidorizzi enfatizza l'incomparabile originalità della figura di Enea, così lontana dall'ideale eroico dei grandi precedenti della poesia epica, Iliade Odissea. Non c'è più spazio per la bella morte in battaglia che consente una gloria eterna; così come il viaggio non è un sospirato ritorno verso casa, bensì il tragitto oscuro di un profugo verso l'ignoto, in cui non esiste un porto sicuro.
Senza nemmeno Venere a ricordarci l'ascendenza divina di Enea, ci troviamo davanti alla versione più umana del victor tristis, tanto più incapace di opporsi al destino, quanto più fulgido nella compassione.

La copertina del saggio di Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma, pubblicato da Einaudi Editore (2020)

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Apulia Contemporary Art Prize 2020: oggi l'apertura

Sabato 5 settembre 2020 alle ore 18.30 presso la sede di Bibart Biennale, Chiesa di Santa Teresa dei Maschi, a Bari, si terrà l’apertura dell’Apulia Contemporary Art Prize 2020, mostra concorso organizzata dall’Associazione di Promozione Sociale FEDERICO II EVENTI, VALLISA Cultura, BIBART Biennale in collaborazione con ass. I bisbiglii dell’Anima e con i patrocini di Comune di Bari e Comune di Gioia del Colle.
All’evento saranno presenti l’Assessore alle politiche culturali e turistiche della città di Bari Ines Pierucci e il Prof. Paolo Ponzio coordinatore del piano strategico Cultura della Regione Puglia.

Miguel Gomez direttore del premio spiega le motivazioni dello stesso: in questo tempo incerto, che ne è del grande calderone di mezzi espressivi dell’arte? Domanda provocatoria, in cui non si ha la consapevolezza di poter dare risposte, per la complessità del tema, e un po’ perché le uniche risposte dovranno essere affidate agli stessi artisti, in sintesi, solo l’arte potrà dire cosa sarà dell’arte dopo la pandemia.

Ci troviamo ad osservare un mondo dove il caos comunicativo ha creato la non-estetica, e a un primo sguardo ci stiamo accorgendo che l’arte si è chiusa in un mondo esclusivo e che non include, un mondo indecifrabile dove il linguaggio alieno e incomprensibile è divenuto padrone. Tutto questo prima del covid era tollerato e accettato senza euforia ma con rassegnazione, oggi nel forse dopo covid questi linguaggi ci auguriamo di non accettarli più, siamo convinti che l’arte per continuare a essere tale deve necessariamente cambiare. Apulia contemporary art prize è una mostra concorso che ha per tema, “La bellezza ritrovata”. in questa fase di lenta ripresa dopo la tragedia del virus dobbiamo rivedere il mondo con occhi diversi, l’intento è quello di osservare queste opere con occhi rinnovati, uno sguardo indietro per proiettarci nel futuro.

In esposizione 54 artisti con opere provenienti da Puglia, Basilicata, Sicilia, Lazio, Valle d’Aosta, Lombardia, Abruzzo, Veneto.

Monica Abbondanzia, Lusa (Sergio Abbrescia), Milena Achille, Maria Bitetti, Damiano Bitritto, Francesca Brivio, Roberto Capriuolo, Antonio Caramia, Francesco Cardone, Cesare Cassone, Marco Ciccarese, Pasquale Conserva, Anna Cristino, Pasquale dalle Luche, Emanuela de Franceschi, Arcangela di Fede, Raffaella Fato, Canio Franculli, Germana Galdi, Nancy Gesario, Mara Giuliani, Roberta Guarna, Mina Larocca, Rosa Leone, Gabriele Liso, Antonella Lozito, Andrea Mangia, Cesare Maremonti, Nilde Mastrosimone de Troyli, Alessandro Matassa, Giuseppe Miglionico, Mimmo Milano, Toy Blaise (Biagio Monno), Giancarlo Montefusco, Domenico Morolla, Sante Muro, Pasquale Palese, Francesca Paltera, Alessandra Peloso, Angela Piazza, Gina Pignatelli, Biagio Pisauro, Marialuisa Sabato, Annalisa Schirinzi, Valentina Scrocco, Carmen Toscano, Giuseppe Toscano, Anna Troyli, Vito Valenzano, Dino Ventura, Tommaso Maurizio Vitale, Vittorio Vertone, Valentina Zingaro, Valeria Zito, Barbara Zuccarino.

Apulia Contemporary Art Prize 2020

Il premio prevede l’allestimento di un’importante esposizione itinerante composta da due mostre. La prima presso la Chiesa seicentesca di Santa Teresa dei Maschi di Bari dal 5 al 19 settembre e la seconda a Gioia del Colle dal 26 settembre al 4 ottobre nel chiostro di palazzo San Domenico.

Orari di apertura mostra di Bari dal martedi al sabato ore 10.30/13.00 – 16.00/19.00 Domenica e lunedi chiuso

Testo e foto sull'Apulia Contemporary Art Prize 2020 dall'Ufficio Stampa BIBART Biennale


Con Properzio per le vie di Roma. Tra callimachismo e multietnicità

Il 21 aprile 2020 è stata ricordata, in maniera piuttosto insolita rispetto agli anni precedenti, la mitica fondazione della città di Roma. Il letterato Marco Terenzio Varrone, infatti, sulla base di calcoli effettuati dall’astrologo Lucio Taruzio, ipotizzò che Romolo avesse fondato la città il 21 aprile del 753 a.C.

Con il passare del tempo, la data proposta da Varrone finì per divenire canonica e convenzionalmente considerata ineludibile punto d’avvio per la Storia romana. Quest’anno, per una serie di motivazioni che sarebbe superfluo e doloroso ribadire, possiamo solo fregiarci dell’eterna bellezza di Roma in maniera virtuale, usufruendo di immagini reperibili in rete, recuperando vecchi scatti o frugando fra i nostri ricordi più belli.

Alle volte, però, basta immergersi nelle giuste letture, farsi trasportare dalle pagine ingiallite, ma perennemente ammantate di vivido fascino, per godere di esperienze autentiche e certamente non meno piacevoli di quelle regalateci dal nostro vissuto. La voce dei poeti può ricostruire mondi perduti, farci viaggiare, sognare con indescrivibile intensità. A tal proposito, è d’uopo riflettere sulle parole di Umberto Eco, che definiva la lettura un’immortalità all’indietro, capace di farci vivere migliaia di vite.

Foto di Edoardo Taloni

Oggi, quindi, cari lettori di ClassiCult, vi porto per le vie dell’Urbe, accompagnata dal canto di Properzio, incastonato in distici elegiaci pregni di vitalità e passione.

Il poeta umbro è stato autore di quattro libri di elegie, che gli valsero, per l’alto valore formale e contenutistico, la protezione di Mecenate e, di conseguenza, anche quella del princeps. In maniera particolare, il IV libro lascia trasparire una fase di ricerca, da parte dell’autore, in una nuova poesia impegnata, culturale e civile, lontana, ma non del tutto, dalla tematica amorosa imperante nei libri precedenti.

Questo passaggio inaspettato è presentato ai lettori come l’esito del discidium da Cinzia, dichiarato nelle ultime elegie del III libro. Tuttavia, l’esigenza di questo rinnovamento poetico è ascrivibile alle persistenti richieste di una poesia romana da parte di Mecenate e Augusto, al quale è riservata l’elegia centrale (4,6). Nella stessa elegia, che rievoca la battaglia di Azio, compare l’espressione novum iter (4,6,10). Tale espressione appare emblematica dell’intero nuovo progetto poetico, alludendo esplicitamente il poeta latino a Callimaco, orgoglioso di percorrere vie mai battute prima.

Inoltre, il poeta immagina di intraprendere un percorso innovativo, come mostra in 4,1, con una passeggiata culturale nella Roma augustea. La città di Roma è principale oggetto del programma erudito di Properzio, come luogo fisico e insieme di varie componenti etnico-culturali, italiche ed esterne all’Italia, che ne fecero parte fin dalle origini, contribuendo alla sua grandezza.

Il viaggio di Properzio ingloba monumenti di rilievo, presentati, in una spasmodica foga descrittiva, nell’elegia programmatica (4,1). Le stesse opere sono poi approfondite e descritte più dettagliatamente nelle cinque elegie eziologiche (2,4,6,9,10), secondo il gusto tipicamente alessandrino per temi rari ed elitari. In questo quadro estremamente ampio e variegato, emerge l’immagine di una società romana eterogenea e multiculturale, frutto di un processo iniziato dall’arrivo dei Troiani ed evolutosi grazie all’incontro di più culture. Properzio sottolinea, inoltre, atteggiamenti di apertura, ospitalità e diplomazia, riconducibili alla prosperità e alla pace raggiunte, nella visione augustea, dopo Azio, con la fine delle guerre civili. Roma si presenta come una città ecumenica, fonte di opportunità anche per i vicini popoli italici.

Il tempietto di Giove Feretrio su una moneta del I secolo a. C. Foto ancientrome.ru, in pubblico dominio

L’elegia 4,1 si apre in forma colloquiale, iniziando in medias res con una passeggiata archeologica, in cui il poeta mostra ad uno straniero anonimo i templi dorati, soffermandosi sul tempio di Apollo Palatino, inaugurato nel 28 a.C., sulla Curia, fatta restaurare da Augusto e completata nel 29 a.C., sul tempietto di Giove Feretrio, rifatto nel 30 a.C. Il lettore comprenderà in seguito che questi o simili monumenti di Roma sono il nuovo tema del libro, con il ruolo di richiamare alla memoria importanti momenti di storia nazionale.

Il poeta sembra poi alludere al Foro Boario e seguono le Scalae Caci, il passaggio che collegava il Palatino al Foro Boario, la casa di Romolo, la Curia nel Foro Romano ed un teatro non definito, forse il teatro di Pompeo o Marcello, entrambi situati nel Campo Marzio. La successione dei monumenti crea un percorso realistico, ma non consequenziale. Comporta, infatti, ripetute salite e discese dai colli verso il Foro. Si è supposto, perciò, che il poeta stia indicando al suo accompagnatore i luoghi descritti, osservandoli da un punto elevato.

vie di Roma Properzio
Ricostruzione presso il Museo della Civiltà Romana dell’area che va (dal basso verso l’alto) dal Foro Boario al Foro Olitorio al Campo Flaminio (in alto). Foto di Alessandro57pubblico dominio

Ma il tratto più affascinante dell’intera elegia è il tema del rapporto con altri popoli. Sono presenti attestazioni di ospitalità, si allude allo stanziamento di stranieri nel Lazio, oppure vi sono espliciti riferimenti a guerre con i vicini. Non bisogna dimenticare che l’interlocutore di Properzio è un hospes, accolto cortesemente dal poeta, con orgoglio nazionale ed umiltà, visti i continui accenni alle modeste origini di Roma, descritta ai suoi albori primitivi come povera ma efficiente, popolata da pastori già in grado di riunirsi in assemblee e, al contempo, restii ai rapporti con l’esterno, soprattutto in riferimento a riti religiosi.

Si è portati a pensare che Properzio, evidenziando la scrupolosa osservanza della tradizione, voglia esaltare il mos maiorum, tassello fondamentale nell’ambito del programma augusteo. Tuttavia, Properzio esprime disapprovazione per l’eccesso di diffidenza verso gli altri culti da parte della Roma dei primordi. In seguito, però, la città viene fotografata nelle guerre con gli Etruschi e i Sabini, che portarono all’assimilazione di dei e culti diversi.

Si fa riferimento al sincretismo, all’unione di popoli, che accompagna Roma dal suo sorgere. In un alternarsi di emozioni, il poeta narra della confederazione formata da Sabini, Romani ed Etruschi, uniti in un’unica città. Emerge il fondamentale tema della città multiculturale, avviata verso un futuro splendente proprio in virtù di questa unione di forze. L’attenzione di Properzio si sposta poi sugli antenati, sui Troiani e le vicende degli esuli nel loro viaggio verso l’Italia. Questo mito viene poi unito alla leggenda locale di Romolo e Remo. Entrambe le narrazioni, nella loro diversità, risultano funzionali per esplicare al meglio la fusione di diversi popoli, portatori di varie virtù.

Incredibile l’interesse del poeta rivolto ad una quaestio che sembra trionfare in tutta l’antichità, confermando il proficuo effetto del contatto tra popoli, destinati a costruire la gloria di una città immortale, ripresa in tutta la sua maestosità ed eternata dal poeta dalle tre anime.

vie di Roma Properzio
Foto di Sebastiano Iervolino