Due ritratti di Enea: lettura e confronto dell'Eneide secondo Giulio Guidorizzi e Andrea Marcolongo

Due ritratti di Enea: lettura e confronto dell'Eneide, secondo Giulio Guidorizzi e Andrea Marcolongo

Articolo a cura di Francesca Barracca e Chiara Rizzatti

Simon Vouet, Enea e suo padre abbandonano Ilio, olio su tela (circa 1635), The San Diego Museum of Art. Foto Wmpearl  CC0

Quando si parla di Eneide, non sempre abbiamo ben chiaro l’apporto straordinario di quest’opera e la risonanza che ha avuto nel corso dei secoli. Si tende, piuttosto, a collocarla nel filone dei poemi epici precedenti, e a sottoporla ad un ingiusto confronto con Iliade e Odissea, con cui ha in comune molto meno di quanto si possa pensare, a partire dal protagonista.

Ben lontano dall’eroe che combatte per il proprio κλέος come Achille o da una figura scaltra come Odisseo, Enea ha subito le impietose critiche di una letteratura romantica che esaltava l’azione mossa da un sentimento dirompente; in questa luce, Enea è stato bollato come un personaggio passivo, semplice esecutore della volontà del fato.

È una considerazione senz’altro superata, ma che poggia le sue ragioni in alcune incongruenze del carattere di Enea, che da una parte si fa carico dei piani del destino, ma dall’altra è permeato di dubbi, sciolti solo dall’intervento divino.

Se la critica ottocentesca ha visto in Enea un personaggio “artisticamente fallito” è perché non è stata colta la profonda essenza della struttura virgiliana, che va intesa nel suo insieme, non per singoli episodi.

Abbracciando tutta l’opera, infatti, si può facilmente notare che le opposizioni logiche del personaggio sono frutto di una duplice funzione di Enea: egli risponde ad un doppio statuto letterario, in cui il punto di vista soggettivo dell’Enea personaggio convive con quello oggettivo del realizzatore del Fato.
Enea sa che non ha scelta se non assecondare la sorte a lui destinata, anche se questo va contro la sua identità di personaggio, che tuttavia non è mai annullata del tutto. Essa vive nelle pause della narrazione, nelle attese in cui il meccanismo del destino lo dispensa dal richiedergli un nuovo sacrificio.

L’elogio di Enea è quello di una pietas lontana dalla nostra sensibilità, ma di cui ci colpisce l’assoluta devozione, che sfocia più nella tragedia che nell’epica. Proprio come un eroe tragico, Enea paga il prezzo di un destino a cui è talmente devoto da non disobbedire, anche quando gli chiede di rinunciare ad amore e felicità per plasmare un futuro che non sarà mai suo.

Per ritornare ancora una volta sull’Eneide e sulla sua risonanza nel corso dei secoli, si è pensato di condurre un confronto tra La lezione di Enea di Andrea Marcolongo ed Enea, lo straniero di Giulio Guidorizzi, soffermandoci su come alcuni temi pregnanti dell’opera virgiliana – quali l’amore, il fato, le reinterpretazioni moderne – sono stati trattati dai due studiosi.

Enea lo straniero Giulio Guidorizzi Chiara Rizzatti
Il saggio di Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma. Foto di Chiara Rizzatti

La vicenda di Enea si snoda su binari prestabiliti dal volere superiore del Fato, e lo designa come artefice di un futuro da cui dipenderà la successiva gloria di Roma. Virgilio mette in chiaro il duplice ruolo di Enea, di personaggio – dotato di un suo punto di vista relativo – e di non-personaggio, in quanto rappresentante di una forza divina, che lo rende partecipe di un punto di vista soggettivo.

Nel testo di Guidorizzi questo aspetto è ben presente, e anzi si enfatizza lo scarto apprezzabile tra la visione assoluta del Fato e la conoscenza – niente affatto assoluta – del personaggio Enea. Questo significa che da una parte Enea contribuisce a realizzare il progetto del Fato, ma dall’altra non ha mai davanti agli occhi il piano nella sua interezza. L’autore mette in evidenza la conseguenza più significativa di questo dislivello tra soggettività e oggettività, ovvero la “sospensione” dell’Enea-personaggio. Se prendiamo sempre come riferimento il testo virgiliano, fa prevalere volutamente il risvolto soggettivo; in effetti si tratta di una scelta che risponde ad un’esigenza precisa, e che strizza l’occhio a un lettore contemporaneo che non ha familiarità con la figura stratificata di Enea: mettendo l’accento sui sentimenti di Enea, risulta ancora più grande il divario tra ciò che vuole e ciò che deve fare.

Ma se il conflitto interiore che vive Enea non può essere espresso in una esternazione drammatica, può trovare modo di realizzarsi con l’incertezza e il dubbio, che nell’Eneide vengono allontanati da frequenti epifanie di divinità, il cui ruolo è interrompere i momenti di riflessione e richiamare l’eroe all’azione. In Enea, invece, non c’è traccia degli dèi, e gli elementi sovrannaturali sono ridimensionati per dar modo alle ragioni di Enea di avere una voce, per quanto limitata alla sfera interiore. Emerge al massimo grado la natura delle incertezze di Enea, dovute non tanto al dover compiere una scelta, quanto al bisogno di una conferma di qualcosa che è già stato deciso.

Guidorizzi fa in modo di mostrare il valore della pietas antica e il sacrificio che Enea compie per onorarla: se accettasse di trovare per sé un futuro diverso da quello determinato, Enea tradirebbe la sua missione, allontanandosi dall’ideale della norma romana. Enea deve compiere, quindi, una spoliazione di sé, della sua personalità individuale per fondersi con il volere del Fato, almeno dal punto di vista formale.

“Insensibile sensibilità” è l’ossimoro che meglio riassume lo stato d’animo di Enea di fronte alle difficili scelte che deve compiere. La narrazione che Guidorizzi fa in prima persona aiuta a comprenderlo meglio, e a esplicitare quella doppia facies di Enea che Virgilio lasciava intravedere solo a intervalli, limitatamente ai momenti in cui l’Enea personaggio, con la sua soggettività, poteva permettersi di affacciarsi nel racconto.
Un esempio particolarmente riuscito di questa prospettiva riguarda il libro IV, dedicato all’incontro di Didone. Non è un caso che Guidorizzi si sia soffermato a lungo su questo celebre incontro: la fine dell’amore con la regina cartaginese è stata oggetto di una delle critiche più aspre relative al personaggio di Enea, dipinto come un individuo freddo, incapace di riconoscere (e ricambiare) la passione.

L’autore, invece, fa in modo di proiettare il lettore nelle vesti dell’eroe, di vivere la sua angoscia in quanto profugo in una terra straniera, di percepire la sua riconoscenza per essere stato accolto, e soprattutto di avere una panoramica di come Enea si rapportasse a Didone, donna pulcherrima.

Ne emerge un Enea per certi versi inedito, profondamente innamorato e desideroso di essere riamato da Didone; e soprattutto di trattenersi a Cartagine con lei, accarezzando l’idea di godere a pieno del proprio sentimento, che supera anche il ricordo della prima moglie, Creusa.

Il distacco da Didone è raccontato in modo da far partecipi dei veri pensieri di Enea, che sono ben lungi dall’essere privi di umanità, anzi: Enea è smarrito, dilaniato da un dolore intenso ma impossibile da esternare. Si esprime al massimo grado la tensione dell’Enea-personaggio e il Fato di cui è portatore, e che non può manifestarsi in nessun modo se non nella sfera più intima.

Enea lo straniero Giulio Guidorizzi Chiara Rizzatti
Il saggio di Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma. Foto di Chiara Rizzatti

Didone è una vittima del fato, così come ce ne sono moltissime sul percorso di Enea, a partire dalla caduta rovinosa di Troia. Virgilio si soffermava su di esse, intervenendo nella narrazione con una sorta di commento sulle ingiuste circostanze che avevano portato a una fine prematura. Il poeta esprimeva
συμπάθεια, partecipazione per la sorte dei personaggi, elaborando una deformazione dell’oggettività epica tradizionale: pur rimanendo onnisciente, il narratore si soffermava anche sulle ragioni dei vinti.
Mentre nell’Eneide la συμπάθεια del narratore arriva a fondersi con il punto di vista di Enea, che perde così la propria empatia individuale, Guidorizzi unifica da subito questa contrapposizione, col risultato di accentuare un tema molto caro al poema augusteo, quello della mors immatura.
Esso si esprime al massimo grado nella sezione relativa alla guerra in Lazio, che vede in particolare la morte della vergine guerriera Camilla, di Pallante e di Turno, personificazioni di ideali non meno virtuosi di quelli che ricopre Enea stesso.

Guidorizzi, inoltre, prende in considerazione la figura evanescente di Lavinia, la silenziosa fanciulla che si trova promessa a un uomo diverso da quello a cui era destinata, Turno. L’autore sottolinea subito il dispiacere di Enea per lo stato d’animo della giovane, tacitamente sconvolta per essere costretta a unirsi a un estraneo, avanti con gli anni, e per dover rinunciare all’uomo che ama.

Una particolarità dell’opera di Guidorizzi è la mancanza – quantomeno esplicita – di riferimenti con la modernità. Tuttavia questa “lacuna” fornisce l’occasione per riconsiderare l’Eneide come capolavoro letterario e per percepirne la complessa ideologia di fondo, senza doversi affrettare a ricercare paralleli più recenti.
Ben lungi dall'essere una semplice riesposizione in prosa del poema virgiliano, il testo permette di indugiare attentamente sulle peregrinazioni per mare di Enea che, profugus, si avventura in un viaggio incerto: sebbene il viaggio fosse già stato un argomento utilizzato dall’epica per descrivere il ritorno di Odisseo, il poema latino rovescia drasticamente la prospettiva. Per quanto gravoso, il viaggio di Odisseo determinava un ritorno a casa, a ciò che è noto; Enea, al contrario, abbandona la sua patria per fondare una nuova città, per gettarsi in un futuro oscuro in cui non esistono porti sicuri.

Una nota di particolare interesse riguarda le sezioni dedicate alle divinità latine che si mescolano con la vicenda di Enea, e ai luoghi sacri che in qualche modo ne ricordano il passaggio. L'autore pone davanti ad un quadro inaspettato il lettore, che man mano vede dipanarsi non solo la storia virgiliana, ma anche i presupposti culturali che hanno permesso alla stessa storia di essere concepita da Virgilio, fatti di dèi silvani e riti agresti, gli stessi in cui si sarebbe imbattuto Enea una volta approdato in Lazio.

 

la lezione di Enea Andrea Marcolongo Francesca Barracca
La lezione di Enea, di Andrea Marcolongo. Foto di Francesca Barracca

Nel contesto delle numerose interpretazioni contemporanee che sono state fatte di Enea, ne La lezione di Enea Andrea Marcolongo cerca di fornire un quadro più o meno obiettivo, analizzando una serie di aspetti che contribuiscono a illuminare l’Eneide e il personaggio di Enea. Che si tratti di un tentativo di liberarlo dai numerosi cliché che si sono sempre accompagnati alla figura dell’eroe virgiliano o di un’interpretazione ex-novo per presentare Enea in una nuova veste, resta indubbiamente apprezzabile lo scopo ultimo dell’opera di Andrea Marcolongo: rendere accessibile a chiunque la conoscenza e la comprensione di una figura e di un’opera da sempre ritenuta controversa e troppo spesso esclusivo appannaggio dei classicisti.

Bisogna innanzitutto considerare che la storia di Enea era già conosciuta attraverso i poemi omerici, ma se in Omero Enea è un eroe come tanti altri, quasi “anonimo” se messo a confronto con Achille o Ulisse, capo dei Dardani, alleati dei Troiani, che riesce a scampare alla morte poiché padre che ha il dovere di prendersi cura del figlio, in Virgilio Enea si presenta in prima persona con queste parole: “Sum pius Aeneas, raptos qui ex hoste Penates classe veho mecum, fama super aethera notus; Italiam quaero patriam ”.

Risulta chiaro, allora, che Enea non cerca un regno da governare, come la maggior parte degli eroi omerici, ma una patria, sebbene Enea non sembri propriamente l’uomo di cui potersi fidare e al quale affidare una nazione. Eppure, è ciò che gli viene richiesto e ciò che fa senza indugi. Se in Omero, inoltre, c’è una dimensione eroica collettiva, Enea si muove invece da solo nello spazio del fato: è lui stesso un fato profugus, laddove con “fato” ci si riferisce a una categoria completamente romana, una legge che esiste e basta cui non sfuggono neppure gli dei e che riveste notevole importanza nella prospettiva in cui si guarda non a cosa accadrà, ma come. Enea infatti sa già cosa accadrà, perciò quello che dovrebbe sorprendere è scoprire come reagirà ai colpi che il fato gli assesterà, perché ha necessità di reagire e rialzarsi.

la lezione di Enea Andrea Marcolongo Francesca Barracca
La lezione di Enea, di Andrea Marcolongo. Foto di Francesca Barracca

A questo punto, alla lecita domanda che potrebbe sorgere, e cioè che “se tutto è già scritto, allora Enea non sceglie mai?”, la scrittrice fa notare che Enea non fa nulla spontaneamente e questo perché l’Eneide non è certo il poema della forza o dell’istinto, piuttosto nasconde un significato più evanescente: nessuno resiste se non è costretto. Ed Enea è proprio costretto a resistere, non può fare altrimenti. Se l’Eneide risulta oggi noiosa a molti, ci dice Andrea Marcolongo, è perché, forse, abbiamo sempre sbagliato a leggere, ricercando un obiettivo diverso da quello necessario, sempre orientati alla ricerca dell’effetto sorpresa. Risulta conseguenziale, allora, che Enea diventi un eroe passivo, soltanto un burattino nelle mani del fato. Eppure, ciò non significa che Enea non provi emozioni, che non abbia desiderato restare a Cartagine con Didone, per esempio. Enea fa quel che deve e, al contempo, resiste. In questo sta la sua misura eroica: non cedere, né ribellarsi mai. Quella di Enea si profila, così, come un’accettazione consapevole, dal momento che non c’è assolutamente nulla di meccanico in ciò che fa. Il fato è, infatti, un obbligo di cui non si conosce né motivo né mutamento, ma al quale non ci si può sottrarre. Per questo anche gli dei soccombono ad esso, sono in questo vicini ai mortali, dai quali si distinguono solo per la loro immortalità, in quanto non danno neppure grandi esempi di virtù, ma fanno anche loro quello che devono e possono.

Diverse sono state le ipotesi relative alla rappresentazione degli dei: da semplice strumento narrativo a riflesso di un’impossibilità di credere in qualcosa quando tutto va male o un ateismo di fondo da parte di Virgilio. Eppure, secondo Marcolongo, non si è riusciti a comprendere la loro presenza perché, nell’analisi, sono sempre state applicate categorie moderne: a questo proposito occorre ricordare che, nonostante l’indifferenza degli dei, nell’Eneide, li si prega ugualmente. E ciò perché la fede negli dei è quanto il fato ha concesso agli uomini che hanno bisogno di sperare per continuare a vivere.

Il pregio maggiore di Enea diventa, quindi, non il suo essere “pius”, ma la sua resistenza in virtù del destino incontrovertibile a lui assegnato con un’accettazione totale della propria condizione che non fornisce alternative: Enea non fa ciò che vuole, perché a quel punto sarebbe già morto eroicamente per salvare Troia, ma fa ciò che deve.

Da questo punto di vista, bisogna ammettere che Enea non ha grandi qualità, se non la pietas, da non intendere come “pietà” in senso moderno, cioè devozione verso la divinità, quanto piuttosto “senso del dovere” strettamente connesso alla moralità e a uno scopo da perseguire. L’espressione, l’atteggiamento che Enea mostra nel corso di tutta la vicenda è sempre chiaro, saldo, piuttosto che perplesso o inetto e ciò contribuisce a darne un’immagine quasi sempre coerente.

Persino nell’episodio di Didone, infatti, dove viene espressamente detto che Enea soffre e prova emozioni reali, non si assiste ad alcun cedimento vero e proprio, perché il dovere di sbarcare nel Lazio è la priorità che Enea non perde mai di vista, sebbene il suo desiderio più grande non sia mai stato questo. Il suo diventa allora un vero e proprio sacrificio e la sua personalità acquista tratti sempre più umani e simili ai nostri. Per Marcolongo la mors immatura di Didone, inoltre, viene indagata da un nuovo punto di vista. La scrittrice sembrerebbe allontanare da Enea la colpa del suicidio, liberando l’eroe dalle accuse di vigliaccheria e indolenza che nei secoli gli sono state rivolte, contribuendo piuttosto a restituirne una figura più corrispondente alla realtà oggettiva. Enea, infatti, non è del tutto colpevole nei confronti di Didone perché non ha più una moglie, né fa promesse di un futuro insieme. Certo Enea non manca di goffaggine e superficialità (nel VI libro si mostra addirittura sorpreso del fatto che la propria partenza abbia causato dolore!), ma lungi dal condannare Enea come vigliacco e demonizzarlo per questo come si è sempre fatto. Didone soffre perché aveva già sofferto prima con la perdita del primo amore. Il suo, dunque, non è altro che un dolore irrisolto e il vero conflitto quello interiore che la regina mostra di avere con se stessa. Ne emerge, quindi, un punto di vista singolare che merita di essere approfondito, poiché cerca di sbarazzarsi di numerosi cliché relativi alla “questione femminile” e alle varie interpretazioni dell’episodio di Didone che sono state fatte nel corso dei secoli. Del resto, la scrittrice ricorda che c’è una sola ragione per cui Enea e Didone non possono vivere il loro lieto fine ed è che i fati lo vietano. Allo stesso tempo fa notare come anche le figure femminili di Creusa, che scompare alla vista di Enea e alla vita in maniera poco chiara, e Lavinia, che addirittura non pronuncia parola in tutta la vicenda, siano solo funzionali a un disegno più ampio: la fondazione di Roma.

Altro punto di vista meritevole di riflessione è quello che emerge in relazione ai luoghi dell’Eneide e al rapporto che gli Italiani, in quanto popolo moderno, hanno avuto ed hanno tutt’ora con il poema. Non sono luoghi troppo lontani quelli che fanno da sfondo alla storia di Enea. Eppure, secondo la scrittrice, gli Italiani non se ne vantano abbastanza: rari sono infatti sul territorio nazionale i monumenti che celebrano il capostipite degli Italiani, rara anche l’iconografia se messa a confronto con quella degli eroi omerici. Tra i luoghi reali che prendono “vita” nell’Eneide, in quanto ad essi vengono dedicati veri e propri miti eziologici sono, ad esempio, Gaeta, Capo Miseno, Palinuro, mentre gli altri sono evanescenti e funzionali alla trama. Del resto, Virgilio non si preoccupava di descrivere minuziosamente l’Italia, piuttosto voleva mettere in evidenza la sua bellezza, semplice e rustica.

Bisogna allora non fermarsi alla superficie, alle incongruenze geografiche, alle invenzioni di sana pianta, perché l’Italia dell’Eneide è quella idealizzata che Virgilio vorrebbe definire “patria” nella stressa accezione di Enea che, una volta approdato nel Lazio, la saluta con queste parole: “Qui è la patria, questa è a casa”.

Tra gli italici, però, Enea non viene subito accolto favorevolmente. In essi, infatti, contadini latini parchi e operosi, vi è il disprezzo per l’educazione e la cultura greca. Nell’Eneide gli Italiani ai quali Enea si lega per sempre non sono la parte “buona”, semmai quelli che, pur praticando agricoltura e allevamento, oscillano tra durezza e violenza: “vivono di prede e di rapine”. Potremmo dire che non siano ancora del tutto civilizzati prima dell’arrivo di Enea. Per questo Marcolongo non va cauta con le accuse, quando si tratta di dover condannare le misinterpretazioni del Fascismo, ma è indubbio che esso abbia creato un nuovo Enea, l’emblema del conquistatore che sottomette senza scrupoli, tutto ciò che Enea non è, per giustificare un presunto dovere ereditario di sottomettere con la forza il resto del mondo. Nell’ideologia del Fascismo Enea perde i suoi tratti più caratteristici ed umani, la pietas e le sue inquietudini di uomo sventurato. Si tace, per lo più, della sua condizione di profugo e, quindi, di straniero, proprio ciò su cui si insiste maggiormente in tempi moderni, per farne il vero cittadino romano E a quanti obiettano che Enea stesso dimostra, alla fine del poema, di essere violento, quando uccide a sangue freddo il re dei Rutuli Turno nonostante il vacillamento iniziale, la scrittrice propone un’interpretazione che non si può non prendere in considerazione: quello che, in apparenza, potrebbe risultare un gesto incoerente rispetto alla personalità di Enea perché per la prima volta Enea sperimenta un istinto mai avuto, è in realtà il primo gesto di un Enea già “meticcio”, che sta già acquistando quelle caratteristiche del popolo con cui sta per unirsi, segno di una sorta di adattamento naturale ai nuovi costumi. Emerge, quindi, il nuovo Enea mediterraneo.

Sembra evidente, allora, che il Fascismo abbia volutamente ignorato il più grande merito di Enea, riassumibile nella seguente “equazione”: l’unione dello spirito troiano con quello italico dà vita alla cultura romana e di qui all’italiana e, infine, europea.

Per quel che riguarda la “fortuna” di Enea e dell’Eneide nei secoli successivi alla sua stesura, va detto che si passa dal considerare Virgilio un semplice burattino nelle mani di Augusto, e quindi sminuire la sua opera, a farne un vero e proprio santo. Con la collocazione di Enea tra i magni spiriti del limbo, Dante ne riconosce la portata e la magnificenza, in quanto fondatore dell’alma Roma per volere divino. Attualmente dell’Eneide vengono spesso menzionate e riproposte scene in ambito politico per giustificare pretese razziste e puriste, per non parlare dell’interpretazione tutta contemporanea di Enea quale migrante, funzionale a ricordare il dovere di accogliere chi, profugo e vinto proprio come Enea, arriva in Italia dal mare. Giorgio Caproni, invece, scorse in Enea la condizione dell’uomo contemporaneo e la sua solitudine nel dolore, linea sulla quale si pone anche Marcolongo, che non a caso sceglie una selezione di tali poesie per aprire i capitoli del suo saggio. In effetti, Enea resiste nonostante l’incertezza del futuro, proprio come noi.


Enea lo straniero Giulio Guidorizzi

"Enea, lo straniero" di Giulio Guidorizzi

Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma - recensione di Chiara Rizzatti

Fin dall'antichità, gli albori di Roma sono materia per miti e leggende che avevano come scopo quello di regalare natali illustri agli antenati di quelli che, molti secoli più avanti, sarebbero stati cittadini di un vasto impero. Mentre i Greci si dichiaravano nati dalla terra, ciò che i romani sapevano era che discendevano da un uomo venuto da lontano, scappato dalla propria patria con un manipolo di seguaci. Si trattava di Enea.

Il saggio di Giulio Guidorizzi Enea, lo straniero. Le origini di Roma ripercorre le tappe dell'eroe a cui Virgilio aveva dato vita per glorificare Roma e Augusto, in una narrazione che Enea stesso porta avanti in prima persona.
Ben lungi dall'essere una semplice riesposizione in prosa del poema virgiliano, il testo permette di indugiare attentamente sulle peregrinazioni per mare di Enea e anche su momenti che non avvengono nell'Eneide, immaginati dall'autore, che sono funzionali a comprendere alcuni personaggi mai troppo approfonditi nel poema, come il padre Anchise.

Enea lo straniero Giulio Guidorizzi Chiara Rizzatti
Il saggio di Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma. Foto di Chiara Rizzatti

Una nota di particolare interesse riguarda le sezioni dedicate alle divinità latine che si mescolano con la vicenda di Enea, e ai luoghi sacri che in qualche modo ne ricordano il passaggio. L'autore pone davanti ad un quadro inaspettato il lettore, che man mano vede dipanarsi non solo la storia virgiliana, ma anche i presupposti culturali che hanno permesso alla stessa storia di essere concepita da Virgilio.
D'altra parte, dèi silvani e riti agresti sono gli stessi in cui si sarebbe imbattuto Enea una volta approdato in Lazio.

Oltre a questo, una delle scelte di Guidorizzi nell'esporre la propria rilettura dell'Eneide riguarda un tratto distintivo della narrazione di Virgilio: la presenza degli dèi. L'intervento divino - fortemente rappresentato nel poema latino - è omesso in più occasioni, e la necessità del fato passa in secondo piano per approfondire l'interiorità di un uomo costernato di fronte alle scelte che deve compiere.
Enea è smarrito, in tutti i sensi: lontano dalla patria, dalla famiglia che si sgretola poco a poco, e dalla sua stessa  volontà.

Guidorizzi risponde all'esigenza dei moderni, lontani dai sentimenti di pietas antica, per mostrare ciò che l'Eneide lasciava irrisolto, le ragioni di Enea, senza snaturare l'essenza del cosiddetto "uomo del fato". È facile, infatti, giudicare l'Enea virgiliano come distaccato e freddo, tanto ligio al suo compito da sembrare senza una volontà propria.
La sensibilità moderna stenta a comprendere la stratificazione di un personaggio che non espone i suoi sentimenti in modo plateale, che è costretto a reprimerli in nome di un fine più grande, a cui tutto deve essere sacrificato: Enea non vuole lasciare Troia, ma deve; desidera rimanere accanto a Didone, ma non può; spera nella pace coi Latini, ma stroncherà molte giovani vite per una vittoria che non ha chiesto.

Enea lo straniero Giulio Guidorizzi Chiara Rizzatti
Il saggio di Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma. Foto di Chiara Rizzatti

Limitando l'elemento divino e sovrannaturale (anche le Arpie sono quasi "umanizzate"), Guidorizzi enfatizza l'incomparabile originalità della figura di Enea, così lontana dall'ideale eroico dei grandi precedenti della poesia epica, Iliade Odissea. Non c'è più spazio per la bella morte in battaglia che consente una gloria eterna; così come il viaggio non è un sospirato ritorno verso casa, bensì il tragitto oscuro di un profugo verso l'ignoto, in cui non esiste un porto sicuro.
Senza nemmeno Venere a ricordarci l'ascendenza divina di Enea, ci troviamo davanti alla versione più umana del victor tristis, tanto più incapace di opporsi al destino, quanto più fulgido nella compassione.

La copertina del saggio di Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma, pubblicato da Einaudi Editore (2020)

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Apulia Contemporary Art Prize 2020: oggi l'apertura

Sabato 5 settembre 2020 alle ore 18.30 presso la sede di Bibart Biennale, Chiesa di Santa Teresa dei Maschi, a Bari, si terrà l’apertura dell’Apulia Contemporary Art Prize 2020, mostra concorso organizzata dall’Associazione di Promozione Sociale FEDERICO II EVENTI, VALLISA Cultura, BIBART Biennale in collaborazione con ass. I bisbiglii dell’Anima e con i patrocini di Comune di Bari e Comune di Gioia del Colle.
All’evento saranno presenti l’Assessore alle politiche culturali e turistiche della città di Bari Ines Pierucci e il Prof. Paolo Ponzio coordinatore del piano strategico Cultura della Regione Puglia.

Miguel Gomez direttore del premio spiega le motivazioni dello stesso: in questo tempo incerto, che ne è del grande calderone di mezzi espressivi dell’arte? Domanda provocatoria, in cui non si ha la consapevolezza di poter dare risposte, per la complessità del tema, e un po’ perché le uniche risposte dovranno essere affidate agli stessi artisti, in sintesi, solo l’arte potrà dire cosa sarà dell’arte dopo la pandemia.

Ci troviamo ad osservare un mondo dove il caos comunicativo ha creato la non-estetica, e a un primo sguardo ci stiamo accorgendo che l’arte si è chiusa in un mondo esclusivo e che non include, un mondo indecifrabile dove il linguaggio alieno e incomprensibile è divenuto padrone. Tutto questo prima del covid era tollerato e accettato senza euforia ma con rassegnazione, oggi nel forse dopo covid questi linguaggi ci auguriamo di non accettarli più, siamo convinti che l’arte per continuare a essere tale deve necessariamente cambiare. Apulia contemporary art prize è una mostra concorso che ha per tema, “La bellezza ritrovata”. in questa fase di lenta ripresa dopo la tragedia del virus dobbiamo rivedere il mondo con occhi diversi, l’intento è quello di osservare queste opere con occhi rinnovati, uno sguardo indietro per proiettarci nel futuro.

In esposizione 54 artisti con opere provenienti da Puglia, Basilicata, Sicilia, Lazio, Valle d’Aosta, Lombardia, Abruzzo, Veneto.

Monica Abbondanzia, Lusa (Sergio Abbrescia), Milena Achille, Maria Bitetti, Damiano Bitritto, Francesca Brivio, Roberto Capriuolo, Antonio Caramia, Francesco Cardone, Cesare Cassone, Marco Ciccarese, Pasquale Conserva, Anna Cristino, Pasquale dalle Luche, Emanuela de Franceschi, Arcangela di Fede, Raffaella Fato, Canio Franculli, Germana Galdi, Nancy Gesario, Mara Giuliani, Roberta Guarna, Mina Larocca, Rosa Leone, Gabriele Liso, Antonella Lozito, Andrea Mangia, Cesare Maremonti, Nilde Mastrosimone de Troyli, Alessandro Matassa, Giuseppe Miglionico, Mimmo Milano, Toy Blaise (Biagio Monno), Giancarlo Montefusco, Domenico Morolla, Sante Muro, Pasquale Palese, Francesca Paltera, Alessandra Peloso, Angela Piazza, Gina Pignatelli, Biagio Pisauro, Marialuisa Sabato, Annalisa Schirinzi, Valentina Scrocco, Carmen Toscano, Giuseppe Toscano, Anna Troyli, Vito Valenzano, Dino Ventura, Tommaso Maurizio Vitale, Vittorio Vertone, Valentina Zingaro, Valeria Zito, Barbara Zuccarino.

Apulia Contemporary Art Prize 2020

Il premio prevede l’allestimento di un’importante esposizione itinerante composta da due mostre. La prima presso la Chiesa seicentesca di Santa Teresa dei Maschi di Bari dal 5 al 19 settembre e la seconda a Gioia del Colle dal 26 settembre al 4 ottobre nel chiostro di palazzo San Domenico.

Orari di apertura mostra di Bari dal martedi al sabato ore 10.30/13.00 – 16.00/19.00 Domenica e lunedi chiuso

Testo e foto sull'Apulia Contemporary Art Prize 2020 dall'Ufficio Stampa BIBART Biennale


Con Properzio per le vie di Roma. Tra callimachismo e multietnicità

Il 21 aprile 2020 è stata ricordata, in maniera piuttosto insolita rispetto agli anni precedenti, la mitica fondazione della città di Roma. Il letterato Marco Terenzio Varrone, infatti, sulla base di calcoli effettuati dall’astrologo Lucio Taruzio, ipotizzò che Romolo avesse fondato la città il 21 aprile del 753 a.C.

Con il passare del tempo, la data proposta da Varrone finì per divenire canonica e convenzionalmente considerata ineludibile punto d’avvio per la Storia romana. Quest’anno, per una serie di motivazioni che sarebbe superfluo e doloroso ribadire, possiamo solo fregiarci dell’eterna bellezza di Roma in maniera virtuale, usufruendo di immagini reperibili in rete, recuperando vecchi scatti o frugando fra i nostri ricordi più belli.

Alle volte, però, basta immergersi nelle giuste letture, farsi trasportare dalle pagine ingiallite, ma perennemente ammantate di vivido fascino, per godere di esperienze autentiche e certamente non meno piacevoli di quelle regalateci dal nostro vissuto. La voce dei poeti può ricostruire mondi perduti, farci viaggiare, sognare con indescrivibile intensità. A tal proposito, è d’uopo riflettere sulle parole di Umberto Eco, che definiva la lettura un’immortalità all’indietro, capace di farci vivere migliaia di vite.

Foto di Edoardo Taloni

Oggi, quindi, cari lettori di ClassiCult, vi porto per le vie dell’Urbe, accompagnata dal canto di Properzio, incastonato in distici elegiaci pregni di vitalità e passione.

Il poeta umbro è stato autore di quattro libri di elegie, che gli valsero, per l’alto valore formale e contenutistico, la protezione di Mecenate e, di conseguenza, anche quella del princeps. In maniera particolare, il IV libro lascia trasparire una fase di ricerca, da parte dell’autore, in una nuova poesia impegnata, culturale e civile, lontana, ma non del tutto, dalla tematica amorosa imperante nei libri precedenti.

Questo passaggio inaspettato è presentato ai lettori come l’esito del discidium da Cinzia, dichiarato nelle ultime elegie del III libro. Tuttavia, l’esigenza di questo rinnovamento poetico è ascrivibile alle persistenti richieste di una poesia romana da parte di Mecenate e Augusto, al quale è riservata l’elegia centrale (4,6). Nella stessa elegia, che rievoca la battaglia di Azio, compare l’espressione novum iter (4,6,10). Tale espressione appare emblematica dell’intero nuovo progetto poetico, alludendo esplicitamente il poeta latino a Callimaco, orgoglioso di percorrere vie mai battute prima.

Inoltre, il poeta immagina di intraprendere un percorso innovativo, come mostra in 4,1, con una passeggiata culturale nella Roma augustea. La città di Roma è principale oggetto del programma erudito di Properzio, come luogo fisico e insieme di varie componenti etnico-culturali, italiche ed esterne all’Italia, che ne fecero parte fin dalle origini, contribuendo alla sua grandezza.

Il viaggio di Properzio ingloba monumenti di rilievo, presentati, in una spasmodica foga descrittiva, nell’elegia programmatica (4,1). Le stesse opere sono poi approfondite e descritte più dettagliatamente nelle cinque elegie eziologiche (2,4,6,9,10), secondo il gusto tipicamente alessandrino per temi rari ed elitari. In questo quadro estremamente ampio e variegato, emerge l’immagine di una società romana eterogenea e multiculturale, frutto di un processo iniziato dall’arrivo dei Troiani ed evolutosi grazie all’incontro di più culture. Properzio sottolinea, inoltre, atteggiamenti di apertura, ospitalità e diplomazia, riconducibili alla prosperità e alla pace raggiunte, nella visione augustea, dopo Azio, con la fine delle guerre civili. Roma si presenta come una città ecumenica, fonte di opportunità anche per i vicini popoli italici.

Il tempietto di Giove Feretrio su una moneta del I secolo a. C. Foto ancientrome.ru, in pubblico dominio

L’elegia 4,1 si apre in forma colloquiale, iniziando in medias res con una passeggiata archeologica, in cui il poeta mostra ad uno straniero anonimo i templi dorati, soffermandosi sul tempio di Apollo Palatino, inaugurato nel 28 a.C., sulla Curia, fatta restaurare da Augusto e completata nel 29 a.C., sul tempietto di Giove Feretrio, rifatto nel 30 a.C. Il lettore comprenderà in seguito che questi o simili monumenti di Roma sono il nuovo tema del libro, con il ruolo di richiamare alla memoria importanti momenti di storia nazionale.

Il poeta sembra poi alludere al Foro Boario e seguono le Scalae Caci, il passaggio che collegava il Palatino al Foro Boario, la casa di Romolo, la Curia nel Foro Romano ed un teatro non definito, forse il teatro di Pompeo o Marcello, entrambi situati nel Campo Marzio. La successione dei monumenti crea un percorso realistico, ma non consequenziale. Comporta, infatti, ripetute salite e discese dai colli verso il Foro. Si è supposto, perciò, che il poeta stia indicando al suo accompagnatore i luoghi descritti, osservandoli da un punto elevato.

vie di Roma Properzio
Ricostruzione presso il Museo della Civiltà Romana dell’area che va (dal basso verso l’alto) dal Foro Boario al Foro Olitorio al Campo Flaminio (in alto). Foto di Alessandro57pubblico dominio

Ma il tratto più affascinante dell’intera elegia è il tema del rapporto con altri popoli. Sono presenti attestazioni di ospitalità, si allude allo stanziamento di stranieri nel Lazio, oppure vi sono espliciti riferimenti a guerre con i vicini. Non bisogna dimenticare che l’interlocutore di Properzio è un hospes, accolto cortesemente dal poeta, con orgoglio nazionale ed umiltà, visti i continui accenni alle modeste origini di Roma, descritta ai suoi albori primitivi come povera ma efficiente, popolata da pastori già in grado di riunirsi in assemblee e, al contempo, restii ai rapporti con l’esterno, soprattutto in riferimento a riti religiosi.

Si è portati a pensare che Properzio, evidenziando la scrupolosa osservanza della tradizione, voglia esaltare il mos maiorum, tassello fondamentale nell’ambito del programma augusteo. Tuttavia, Properzio esprime disapprovazione per l’eccesso di diffidenza verso gli altri culti da parte della Roma dei primordi. In seguito, però, la città viene fotografata nelle guerre con gli Etruschi e i Sabini, che portarono all’assimilazione di dei e culti diversi.

Si fa riferimento al sincretismo, all’unione di popoli, che accompagna Roma dal suo sorgere. In un alternarsi di emozioni, il poeta narra della confederazione formata da Sabini, Romani ed Etruschi, uniti in un’unica città. Emerge il fondamentale tema della città multiculturale, avviata verso un futuro splendente proprio in virtù di questa unione di forze. L’attenzione di Properzio si sposta poi sugli antenati, sui Troiani e le vicende degli esuli nel loro viaggio verso l’Italia. Questo mito viene poi unito alla leggenda locale di Romolo e Remo. Entrambe le narrazioni, nella loro diversità, risultano funzionali per esplicare al meglio la fusione di diversi popoli, portatori di varie virtù.

Incredibile l’interesse del poeta rivolto ad una quaestio che sembra trionfare in tutta l’antichità, confermando il proficuo effetto del contatto tra popoli, destinati a costruire la gloria di una città immortale, ripresa in tutta la sua maestosità ed eternata dal poeta dalle tre anime.

vie di Roma Properzio
Foto di Sebastiano Iervolino

Marchio del Patrimonio Europeo Parco Archeologico di Ostia Antica

Al Parco Archeologico di Ostia Antica il “Marchio del Patrimonio Europeo”

Lo scorso 31 marzo la Commissione Europea ha riconosciuto al Parco Archeologico di Ostia Antica il prestigioso titolo di “Marchio del Patrimonio Europeo”.

Ciò è stato possibile grazie al programma di rilancio del parco, attuato negli ultimi anni sotto la supervisione della dirigente, l’archeologa Mariarosa Barbera, la quale ha così commentato il conferimento del “Marchio del Patrimonio Europeo”: “Ostia risponde con entusiasmo e con la convinzione che questo periodo in cui restiamo tutti a casa, possa essere un momento di approfondimento di una cultura che deve portare tutti noi al progresso civile”.

Ostia Antica risulta al primo posto nella classifica dei dieci siti che quest’anno si sono aggiudicati la prestigiosa nomina, unica italiana nella rosa dei paesi in testa alla graduatoria.

Il “Marchio del Patrimonio Europeo” è un premio istituito per la prima volta nel 2013 e che, ad oggi, ha premiato ben 48 siti europei: il riconoscimento di quest’ anno è stato assegnato da Mariya Gabriel, Commissario per l’Innovazione, la Ricerca, la Cultura, l’Educazione e la Gioventù della Commissione Europea.

Ulteriori approfondimenti sono disponibili sul sito della Commissione Europea e su quello del Parco Archeologico di Ostia antica.

L’area archeologica di Ostia è caratterizzata dai resti di un antico insediamento romano posto alla foce del Tevere che, a causa del naturale processo di erosione costiera, si trova oggi a 4 km dal mar Tirreno. All’epoca della sua fondazione, nel VI a. C., l’insediamento aveva il compito di controllare la foce del fiume, data la sua posizione geografica: con il tempo divenne il principale porto di Roma e assunse un importante ruolo commerciale e strategico nel Mediterraneo.

A causa dell’emergenza nazionale dovuta al COVID-19, il parco archeologico non è attualmente aperto al pubblico, ma rimane comunque visitabile online, offrendo numerose iniziative quali approfondimenti e conferenze. Per rimanere sempre aggiornati sulle attività in corso ad Ostia Antica, vi rimandiamo al sito ufficiale del parco, costantemente aggiornato.


Scritti per non essere letti: i più antichi testi in latino arcaico

SCRIPTA MANENT I
Scritti per non essere letti:
i più antichi testi in latino arcaico

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Scripta manent, ossia “ciò che è scritto rimane”: questa massima latina, tra le più note e abusate, serve a indicare come la parola scritta sia in grado di resistere allo scorrere del tempo, a differenza del dato orale, in quanto com'è altrettanto noto verba volant. Tuttavia, volendo essere sarcasticamente critici, si potrebbe affermare che anche l'informazione registrata per mezzo degli alfabeti sia in realtà ben poco resistente, poiché soggetta a interpretazioni, lacune e contaminazioni che possono stratificarsi nel corso dei secoli e adulterare l'essenza del messaggio: trattando dunque di parola scritta, c'è qualcosa che si può ritenere non volatile?
Oggi la scrittura è un mezzo di comunicazione con regole consolidate e valide a livello pressoché oggettivo; gli strumenti elettronici hanno inoltre causato un progressivo allontanamento tra lo scrivente e la materia scrittoria, che appare sempre più un prodotto artificiale, standardizzato e depersonalizzato. Siamo dunque portati a dimenticare che la scrittura è la summa di una serie di fenomeni storici e socio-culturali, nonché di una certa disposizione fisica e psicologica, tutti elementi che appaiono in controluce se si prende in esame la sua evoluzione storica.
Adottiamo quindi il motto Scripta manent per denominare questa serie di approfondimenti nei quali partiremo dal dato paleografico per approdare, nella maniera più agile e priva di tecnicismi possibile, ai contesti entro i quali la scrittura si è evoluta e dunque alla vicenda umana, la nostra vicenda.

Il latino arcaico
Questo articolo, come la maggior parte dei testi che vi capiterà di leggere finché rimarrete nell'Occidente contemporaneo, è stato scritto adoperando l'alfabeto latino, nelle forme che si diffusero nei territori dell'Impero tra I e V secolo d.C.; a quei tempi, però, la lingua latina e le relative forme grafiche erano già pienamente canonizzate e avevano alle spalle molti secoli di evoluzione. Se andiamo un po' più indietro nel tempo, alla ricerca delle origini della nostra scrittura, troviamo un panorama ben diverso.
Ci troviamo nel Lazio centrale intorno al secolo VII a.C.: la società latina, il cui centro nevralgico è Roma, si trova all'interno di un processo di formazione che durerà ancora a lungo. Si stringono rapporti sociali e commerciali con i popoli limitrofi, si sviluppa una fervida spiritualità e una tecnologia piuttosto avanzata; sebbene si possano già riscontrare stratificazioni sociali piuttosto nette, siamo ancora ben lungi da una vera e propria identità collettiva; sono anzi ben visibili le componenti genetiche dei popoli che la compongono: etruschi, oschi, coloni greci. Un mosaico di genti che nel corso dei secoli hanno cercato un compromesso tra le loro differenti lingue, un modo per comprendersi reciprocamente. Si sviluppa così il latino arcaico, un linguaggio che riflette in sé elementi di numerosi altri idiomi e che nel periodo da noi preso in esame è ancora in via di formazione: alcune consuetudini si sono consolidate e altre sono state abbandonate, e così accadrà fino all'età Repubblicana, quando si sarà trasformato nel latino classico che oggi studiamo.
Il carattere di provvisorietà di questa lingua fa sì che per lungo tempo essa non sia insegnata né appresa: la letteratura rimane ancorata alla tradizione greca, dunque si impara a leggere e scrivere essenzialmente quella lingua; inizia a profilarsi una minima produzione intellettuale autoctona, ma le poche tracce ci sono pervenute mediante trascrizioni più tarde. Semmai, in questo periodo si avverte la necessità di fissare nel tempo la memoria di atti pratici della convivenza civile, come i contratti di compravendita per evitare truffe, le rudimentali norme giuridiche e quelle religiose. Sulla scorta della scrittura magnogreca e di quella etrusca, che a quel tempo vantavano già una gestazione lunga più di un secolo, si elabora un sistema alfabetico autonomo, che si evolve di pari passo alla lingua: ha così origine la scrittura latina, quella che ancora oggi adoperiamo.

Un oggetto che parla: la Fibula Prenestina

La Fibula Prenestina, copia dal Museo Nazionale Romano presso le Terme di Diocleziano. Foto di Mariano Rizzo

Il nostro viaggio nella storia della scrittura latina parte da un oggetto tutt'altro che monumentale: una fibula, un manufatto d'uso comune paragonabile a una spilla da balia rinvenuto alla fine del secolo XIX nell'area archeologica di Praeneste, nei dintorni di Palestrina, oggi conservato al museo etnografico Pigorini di Roma. È bene precisare sin da subito che l'autenticità di questo reperto è stata oggetto di un'annosa diatriba terminata solo nel 2011, quando l'esame con strumenti ad alta tecnologia ha stabilito al di là di ogni dubbio che l'iscrizione presente sul manufatto è in effetti il documento in latino arcaico più antico attualmente rinvenuto, databile tra il secolo VII e il VI a.C. Sulla staffa della fibula è sgraffiata una breve iscrizione che tradotta in italiano suonerebbe grossomodo così:

Manio mi ha fatto per Numerio

latino arcaico
Foto di Mariano Rizzo

Questi scarsi trenta caratteri sono per noi una vera miniera di informazioni, dalle quali possiamo intuire che il latino del secolo VII a.C. fosse una lingua ancora priva di stabilità, estremamente flessibile, influenzata dalle lingue italiche e dal magnogreco; così il suo alfabeto geometrico e dalle forme ancora incerte, scritto peraltro in senso sinistrorso come si usava in tempi molto antichi. Volendo però andare oltre il dato paleografico e filologico, cosa possiamo apprendere dalla Fibula Prenestina?
In passato è stato suggerito che lo scambio in questione potesse essere un dono e che dunque la frase andrebbe letta come una dedica, non diversa da quella che oggi scriveremmo sul frontespizio di un libro: in realtà la Fibula Prenestina appartiene alla categoria degli “oggetti parlanti”, manufatti che recano scritta una frase mediante la quale essi stessi, parlando in prima persona, informano il lettore di cosa siano e per chi o per quale scopo siano stati realizzati; questa pratica era già in uso presso gli etruschi e perdurerà fino alle soglie del Medioevo. Nella maggior parte dei casi gli oggetti parlanti riportano il nome dell'artigiano che li ha creati, molto più raramente quello di un donatore. Potrebbe dunque trattarsi di una sorta di “marchio di fabbrica” mediante il quale Manio desiderava farsi pubblicità: del resto le fibule erano monili destinati tipicamente a uomini dell'alta società, che le utilizzavano come fermaglio per le loro toghe; non riesce difficile immaginare gli amici di Numerio incuriositi dall'oggetto, che tra l'altro vanta una forma raffinatissima, rivolgersi all'orafo per farsene fare una simile. Eppure anche questa ipotesi è probabilmente da scartare.
Della categoria degli oggetti parlanti fanno parte anche manufatti molto meno nobili rispetto alla Fibula: nomi di artigiani sono leggibili su mattoni e tubazioni in argilla e coccio, destinati a essere interrati o murati e dunque non più visibili; la stessa iscrizione sulla Fibula non è leggibile se non a distanza molto ravvicinata. Infine, dobbiamo considerare che non è scontato che gli aristocratici del secolo VII sapessero leggere altre lingue oltre al greco, anche quando si trattava della propria.

La Fibula Prenestina del Museo Preistorico Etnografico Luigi Pigorini a Roma, foto di Pax:Vobiscum, CC BY-SA 3.0

Per un artigiano, invece, saper leggere e scrivere voleva dire avere un vantaggio sui concorrenti che non ne erano in grado: immaginate dunque cosa significasse, a livello psicologico, la consapevolezza di essere depositari di un linguaggio padroneggiato quasi esclusivamente da politici e clero, precluso a molti colleghi e soprattutto ai propri ricchissimi clienti. Incidere il proprio nome sulla Fibula, per Manio, significava legare indissolubilmente l'oggetto alla sua identità di orafo e letterato, è proprio il caso di dirlo, ante litteram. Probabilmente Numerio e i suoi amici nobili non hanno mai saputo il significato della scritta sulla Fibula Prenestina, ma per il solo fatto che ci fosse avranno pensato a Manio come a una persona in gamba e a un professionista con una marcia in più.

Il potere magico della scrittura: il Vaso di Dueno

Le Iscrizioni di Dueno come trascritte da Heinrich Dressel, in un'immagine presa dal testo Hermes. Zeitschrift für classische Philologie 16 (1881), da DigiZeitschriften. Pubblico dominio

Prima che si stabilisse senza ombra di dubbio l'autenticità della Fibula Prenestina, il primato di iscrizione più antica è stato attribuito di volta in volta a quelle presenti su numerosi oggetti; uno tra questi è il cosiddetto 'Vaso di Dueno', rinvenuto nello scavo di un'antica cisterna sul Quirinale utilizzata in seguito come discarica, più o meno coevo alla Fibula e oggi esposto agli Staatliche Museen di Berlino. Si tratta di un kernos, una singolare tipologia vascolare di tradizione greca che vede la fusione di più recipienti in uno solo, in questo caso tre; lungo la tripla curvatura del vaso corre, in senso sinistrorso, un'estesa iscrizione nella stessa lingua e col medesimo alfabeto adoperati per la Fibula, la cui esplicazione è però molto più problematica e ancora oggi in discussione; nel corso degli anni sono state offerte svariate interpretazioni, quasi tutte concordi nel considerare questo manufatto una sorta di ex-voto. La lettura più conosciuta e suggestiva è la seguente:

Chi mi dona scongiura gli dei che nessuna vergine ti stia vicina se non vorrai essere soddisfatto da Tuteria. Dueno mi ha fatto e per opera mia non torni il male nelle mani di Dueno.

Il vaso di Dueno è quindi un altro oggetto parlante e la sua iscrizione va divisa in due parti: nella prima leggiamo una maledizione scagliata da Tuteria, amante rifiutata, che con un'ardita perifrasi augura al destinatario del vaso continue e numerose défaillance sessuali; nella seconda parte il vasaio Dueno, forse timoroso delle ripercussioni che tale anatema potrebbe avere su chi ha realizzato il vaso (e scritto la frase!), ne prende le distanze. Attenzione però: la parola Dueno, un tempo interpretata come il nome dell'artigiano, in tempi più recenti è stata ritenuta una forma arcaica dell'aggettivo bonus; dunque il vero significato della seconda frase dovrebbe essere Un [uomo] buono mi ha fatto, e per opera mia non torni il male nelle mani del buono.

latino arcaico
Le Iscrizioni di Dueno, foto di Gfawkes05, CC BY-SA 4.0

Prendendo per buona questa interpretazione sorgono però alcuni dubbi: come può una maledizione esser stata scritta in maniera tanto palese senza il rischio che il dono venisse rifiutato dal destinatario? E come può il vasaio essersi sentito libero di apporre il proprio nome su un oggetto creato per gente di ceto sicuramente più alto del suo? La risposta è semplice: come avveniva per la Fibula, né il donatore né il ricevente dovevano saper leggere. Il potere magico non stava infatti nel significato, ma nel significante: mentre un'orazione vocale moriva nel momento stesso in cui veniva pronunciata, una preghiera trascritta era collegata indissolubilmente al proprio supporto, perdurava nel tempo e di conseguenza sembrava avere un valore permanente e più forte. Per la soddisfazione di Tuteria che, trascrivendo la sua maledizione, forse pensava di causare al suo amato un'impotenza perpetua!

Davanti agli occhi di tutti: il Cippo del Foro

latino arcaico
Il Cippo del Foro, copia dal Museo Nazionale Romano presso le Terme di Diocleziano. Foto di Mariano Rizzo

I due oggetti presi in esame fino a questo momento fanno capo alla sfera privata di un ceto sociale piuttosto alto; ma qual era, in età monarchica, il rapporto tra scrittura e popolo? Per rispondere a questa domanda analizzeremo un terzo manufatto: il cosiddetto Cippo del Foro, conosciuto ai più come Lapis Niger. In realtà con questa denominazione si indica l'area archeologica dove questo blocco di pietra fu rinvenuto, la quale si trova nei Fori Imperiali in prossimità della Curia Iulia, un ampio spazio lastricato con lastroni di basalto nero (da cui il nome) dove anticamente si credeva fosse sepolto Romolo. Questa zona dei Fori, non visibile se non per ragioni di studio, è attualmente soggetta a minuziosi lavori di messa in sicurezza che mirano a renderla fruibile entro la fine del 2020.
Oggi il Cippo si trova al di sotto del piano di calpestio, reimpiegato come pilastro di sostegno a seguito di una riorganizzazione dell'area; sui quattro lati reca incisa un'iscrizione rinvenuta purtroppo con gravi lacune, che è stata ricostruita così:

Chiunque [violerà questo luogo] sia maledetto. Chi lo insozzerà, [dovrà corrispondere una multa] al re. Il banditore proclamerà [che chi passa con i propri] cavalli li debba tenere [fermi tirando] le redini [finché il rito non sia] completato [...].

L'analisi paleografica ci permette di stabilire che il testo sia un po' più recente rispetto agli altri due, e che dati all'inizio del secolo VI a.C.; a sostegno di questa tesi, tra l'altro, c'è l'andamento bustrofedico delle linee di testo: a un rigo sinistrorso se ne alterna uno destrorso e così via. L'iscrizione registrerebbe il divieto di violare un luogo sacro, seguito da norme comportamentali da seguire durante i rituali che esso ospitava; un testo di carattere pubblico, quindi, che ci porta a ipotizzare che in origine il cippo godesse di una miglior collocazione, visibile a chiunque passasse nei pressi.

Il Lapis Niger, foto (ritagliata dall'originale) di Giovanni Dore, CC BY 3.0

A questo punto, però, occorre fare alcune considerazioni: abbiamo visto che in età monarchica erano ben pochi a leggere e scrivere; inoltre una delle parole più facilmente leggibili e interpretabili nel testo del Cippo è kalatorem, resa in traduzione come banditore: si tratta in effetti di un araldo che si occupava di bandire le norme sacre da osservare; in effetti lo stesso Cippo sembra informarci che quanto scritto sarebbe stato comunque ribadito prima di ogni rito. Che senso avrebbe avuto, pertanto, trascrivere delle leggi che nessuno avrebbe letto, le quali in ogni caso sarebbero state ripetute a gran voce?
Anche in questo caso la risposta è piuttosto semplice: in un'epoca in cui la scrittura era inaccessibile a chi si trovava al di fuori della cerchia politico-religiosa, essa finiva per diventare l'immagine della casta, caricata di tutti i valori e del potere che questa deteneva. Non c'era alcun bisogno che una persona fosse in grado di leggere l'iscrizione sul Cippo: bastava sapere che essa fosse scritta per collegarla mentalmente al rex e ai sacerdoti, e capire per estensione che quel luogo fosse sacro e bisognasse starne alla larga.

Tra i secoli VII e VI a.C., in conclusione, possiamo affermare che il potere del neonato alfabeto latino risiedesse nella sua capacità di suggestionare il lettore, o meglio il non-lettore, semplicemente mediante il suo aspetto, la sua presenza, la sua stessa essenza, collegata a concetti trasversali riassunti nelle sue forme grezze e angolose. Siamo ancora ben lontani dalla “scrittura totale” che di lì a qualche secolo avrebbe trasformato le mura, le colonne e i monumenti di Roma e del suo Impero nelle immense pagine che tuttora ci tramandano la memoria di nomi ed eventi; la presenza di una scrittura nata in loco, simile a quelle dei progenitori eppure autonoma, in ogni caso sarà uno degli elementi imprescindibili per la formazione della identitas romana. Ma questa storia ve la racconteremo un'altra volta.

 

BIBLIOGRAFIA

BISCHOFF B., Paleografia Latina. Antichità e medioevo, Padova 1992.
CAVALLO G., Libro e cultura scritta, in Storia di Roma, vol. III.
CENCETTI G., Lineamenti di storia della scrittura latina, Bologna 1954.
CHERUBINI P. - PRATESI A., Paleografia latina. L'avventura grafica del mondo occidentale, Città del Vaticano 2010.
PETRUCCI A., Breve storia della scrittura latina, Roma 1992.
PETRUCCI A., Prima lezione di paleografia, Roma 2009.


Progetto Albanus

Progetto Albanus: dentro l'antico emissario

Il secondo film in concorso alla "Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea", in programma nella sessione pomeridiana di giovedì 17 ottobre, sarà "Progetto Albanus: dentro l'antico emissario" di Massimo D'Alessandro, prodotto da ASSO - Archeologia Subacquea Speleologia Organizzazione con Hypogea.
Gli esperti ci condurranno nell'esplorazione, mai tentata prima, dell'emissario del lago Albano, una delle più antiche testimonianze dell'ingegneria idraulica di età romana.

 

Progetto Albanus: dentro l’antico emissario

Progetto AlbanusNazione: Italia

Regia: Massimo D’Alessandro

Consulenza scientifica: C. Galeazzi, C. Germani, M. Mazzoli

Durata: 53’

Anno: 2019

Produzione: A.S.S.O. Onlus con Federazione Hypogea

Sinossi:

L’emissario del lago Albano, nel Comune di Castel Gandolfo, è una delle più antiche testimonianze romane di ingegneria idraulica. Il documentario racconta le emozionanti fasi di esplorazione dell’antico emissario e la sua affascinante storia, dall’antichità ai giorni nostri.

Nel 2013 i gruppi speleologici A.S.S.O., Egeria Centro Ricerche Sotterranee e Romasottoterra, hanno deciso di affrontare, in modo sistematico e con l’ausilio di tecnologie avanzate, l’esplorazione dell’antico emissario del lago Albano, per valutarne anche il ripristino funzionale. Ha quindi preso vita il Progetto Albanus, piano di studi tecnico scientifici promosso e coordinato dalla Federazione Speleologica Hypogea – Ricerca e Valorizzazione Cavità Artificiali, che ha deciso di affrontare l’esplorazione completa, mai realizzata prima, dell’emissario, cercando di restituire alla comunità un’opera importantissima.

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

  • Finalmente Speleo, Finale Ligure (Savona) – proiezione parziale

Informazioni regista:

Autore e regista, Massimo D’Alessandro ha iniziato la sua attività nel campo teatrale e musicale. Nel 2002 ha fondato, insieme all’operatore video Marco Campolungo, la Studio Blu Production, società di produzione specializzata in reportage di avventura estrema, nei quali confluiscono le esperienze maturate nel corso dell’attività decennale svolta dall’organizzazione A.S.S.O., specializzata in ricerche ed esplorazioni speleologiche, archeologiche e subacquee. Con la Studio Blu Production ha realizzato servizi video per Rete 4 (Pianeta Mare), RAI3 (Ambiente Italia, Mediterraneo, Levante), Mediolanum Channel, RAI2 (Tg2 Dossier) e News24 Albania. Ha, inoltre, mantenuto collaborazioni continuative con società di produzione come Filmcards, Historia, Luma Film, Studio Zero TV e Kadok Productions. Fondatore e Responsabile Comunicazioni della Onlus A.S.S.O. (www.assonet.org), fondatore, insieme a Nicoletta Retico, del Progetto Culturale Caravaggio400 (www.caravaggio400.org), è anche Creative Media Director per Sara Romoli Fashion (www.sararomoli.com).

Informazioni casa di produzione: http://hypogea-web.blogspot.com/p/progetto-albanus-emissario-albano.html

Trailer:

https://www.youtube.com/watch?v=IKBCXx0A6Lo

Altro (articoli dedicati al film, curiosità, approfondimenti):

https://www.scintilena.com/anteprima-documentario-progetto-albanus-dentro-lantico-emissario-del-lago-albano/11/23/

Scheda a cura di: Fabio Fancello


impressionisti segreti

Capolavori dalle grandi collezioni private nella mostra “Impressionisti Segreti”

Dal 6 ottobre 2019 Roma si arricchisce di una doppia offerta culturale: l’apertura al pubblico di Palazzo Bonaparte, spazio Generali Valore Cultura, che ospita la prima mostra sugli “Impressionisti Segreti”, ovvero quei capolavori noti a tutti ma nascosti nelle più grandi collezioni private del mondo.

impressionisti segretiPalazzo Bonaparte, splendido edificio barocco in Piazza Venezia che prende il nome da Maria Letizia Ramolino, madre di Napoleone, che vi abitò fino al 1836. Da sempre utilizzato come residenza privata, oggi diventa accessibile al pubblico grazie alla partnership tra Generali Italia e Arthemisia.

Berthe Morisot, Devant la psyché, 1890. Olio su tela, 55x46 cm. 
Collection Fondation Pierre Gianadda, Martigny, Suisse
Foto © Michel Darbellay, Martigny

Impressionisti Segreti, la prima mostra ospitata a Palazzo Bonaparte, è un’opportunità unica per ripercorrere la storia dell’Impressionismo tramite cinquanta capolavori di grandi artisti quali Monet, Renoir, Cézanne, Pissarro, Gauguin e tanti altri, custoditi nelle più importanti collezioni private e generosamente prestati solo per questa straordinaria occasione.
Un affascinante viaggio alla scoperta del movimento artistico più emozionante e coinvolgente della storia dell’arte, tra fermo-immagini di una Parigi di fine Ottocento, seducenti ritratti di donne dell’elite dell’epoca e pennellate di luce vibrante.

impressionisti segretiLa cura della mostra è affidata a due esperte di fama internazionale: Marianne Mathieu, direttrice scientifica del Musée Marmottan Monet di Parigi - sede delle più ricche collezioni al mondo di Claude Monet, e Claire Durand-Ruel, discendente di Paul Durand-Ruel, colui che ridefinì il ruolo del mercante d’arte e primo sostenitore degli impressionisti.

Camille Pissarro, Gardener standing by a Haystack, overcast sky, Eragny, 1899, Olio su tela, 60x73 cm,
Isabelle and Scott Black Collection

La mostra Impressionisti Segreti è prodotta e organizzata dal Gruppo Arthemisia.
Gode del patrocinio del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, dell’Ambasciata di Francia in Italia e della Regione Lazio. È realizzata in collaborazione con l’Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali di Roma Capitale, ed è sostenuta da Generali Italia attraverso Valore Cultura, il programma per rendere l’arte e cultura accessibili a un pubblico sempre più ampio.

Special partner della mostra è Q8 che, dopo il sostegno alle mostre di Pollock ed Escher, prosegue il suo impegno nella promozione dei valori legati alla cultura e all’arte.
La mostra Impressionisti Segreti fa parte del progetto “L’Arte della solidarietà”, realizzato da Susan G. Komen Italia e Arthemisia, insieme per portare bellezza anche nelle vite delle persone meno fortunate.

La mostra vede come hospitality partner Hotel de Russie e Hotel de la Ville, del gruppo Rocco Forte Hotels.
L’evento è consigliato da Sky Arte.
Catalogo edito da Arthemisia Books.

Pierre-Auguste Renoir, Bougival, 1888, Olio su tela, 54x65 cm, Collezione Pérez Simón, Messico

Testo e foto da Ufficio Stampa Arthemisia


Giornate Europee del Patrimonio 2019

“Un due tre... Arte!” Giornate Europee del Patrimonio 2019

Giornate Europee del Patrimonio 2019

Sabato 21 e domenica 22 settembre tornano, nei musei e nei luoghi della cultura di tutta Italia, le Giornate Europee del Patrimonio (GEP 2019), con tema “Un due tre... Arte! - Cultura e intrattenimento”.

Alle Giornate Europee del Patrimonio possono partecipare tutti i luoghi della cultura statali e non statali.

Gli istituti museali statali osserveranno gli orari di apertura ordinari, con i consueti costi (e le agevolazioni e gratuità previste per legge) per le aperture diurne di sabato 21 e di domenica  22  settembre. l'apertura straordinaria serale di sabato 21 settembre sarà di 3 ore, con biglietto di ingresso, al costo simbolico di 1 euro (eccetto le gratuità previste per legge).

I musei e i luoghi della cultura non statali possono aderire alle Giornate Europee del Patrimonio contattando i Poli museali di riferimento. Nelle Province autonome di Trento e Bolzano è possibile contattare il Polo museale del Veneto, nella regione Valle d'Aosta il Polo museale del Piemonte e nella regione Sicilia la rispettiva Soprintendenza archivistica (saas­[email protected])

Testo e immagine dal MiBAC, tutte le iniziative al seguente link.

 

 

Di seguito, le iniziative del Parco Archeologico del Colosseo, del Parco Archeologico di Ostia antica, del Polo Museale della Campania e del MArTA per le Giornate Europee del Patrimonio 2019 (sabato 21 e domenica 22 settembre).

Leggere di più


Il Parco archeologico del Colosseo si connette con il pubblico grazie a una nuova rete wifi free

Il Parco archeologico del Colosseo è accessibile via web e gratuitamente a tutti gli utenti grazie alla predisposizione di quattro Hot Spot posizionati presso gli accessi ai principali monumenti: all’Arco di Tito, in Largo della Salara Vecchia, al Museo Palatino, e al Colosseo dove sono collocati presso il bookshop e su tutto il catino del II ordine.

L’infrastruttura tecnologica è stata realizzata da Telespazio, una joint venture tra Leonardo (67%) e Thales (33%), con il supporto del partner Noixa, ed è oggi operativa dopo un periodo di sperimentazione iniziato nel 2018. Il sistema si basa su una infrastruttura di comunicazione satellitare a bassa latenza con una dorsale wireless a 5Ghz e con aree hotspot per la distribuzione wifi con una capacità di 300mbit al secondo.

L’obiettivo del servizio è la copertura web capillare del Parco archeologico del Colosseo attraverso una rete poco invasiva e creare una rete IoT (Internet of Things) in grado di fornire servizi di connettività sia ai turisti che al personale dell’amministrazione del Parco, che potrà offrire contenuti informativi attraverso un’app dedicata.

Colosseo. Foto: Alessandra Randazzo

“Finalmente i 7 milioni e oltre di turisti provenienti da tutto il mondo possono interagire con il nostro patrimonio culturale, con i nostri social e servizi digitali senza alcun costo. E’ una grande conquista per tutto il Parco archeologico che può in questo modo aumentare le potenzialità di fruizione offerte al cittadino ed al visitatore, oltre che migliorare le modalità di funzionamento della sua stessa struttura” – afferma Alfonsina Russo, Direttore del Parco archeologico del Colosseo – e prosegue “stiamo lavorando con passione sull’accessibilità fisica, cognitiva, economica, culturale e sociale; con l’accessibilità digitale oggi facciamo un ulteriore passo in avanti in un’ottica di innovazione, partecipazione e condivisione del Parco aperto a tutti”.

“Siamo molto orgogliosi di questa collaborazione con il Parco archeologico del Colosseo, che ha consentito a Telespazio di mettere a disposizione dei visitatori di uno dei siti storici e culturali più importanti al mondo la propria tecnologia satellitare – ha dichiarato Alessandro Caranci, responsabile della Linea di Business Satellite Communications di Telespazio –.  Telespazio da oltre 50 anni è un operatore attento alle nuove esigenze del mercato e offre servizi dedicati a un pubblico sempre più ampio”.