America Llosa

"Sogno e realtà dell'America Latina" di Vargas Llosa

Sogno e realtà dell'America Latina di Vargas Llosa

Mitologia e distopia di un continente

Il pamphlet Sogno e realtà dell'America Latina, del premio Nobel per la letteratura del 2010 Vargas Llosa, è una preziosa opportunità per riflettere sulle tematiche trasversali che incatenano tutt'oggi l'America Latina in una griglia di costruzioni stereotipate. A tale ragione non possiamo che rendere grazie alla casa editrice maceratese Liberilibri, che dimostra nuovamente la cura e l'importanza del proprio catalogo.

Come in un mio precedente contributo per ClassiCult sul mito di Eldorado, si ritorna ancora ad esplorare le cause innescate dalla nostra immaginazione e che proiettano nel continente sudamericano le ansie, le paure, le tradizioni folkloriche e il repertorio mitologico del cosiddetto Vecchio Mondo. Come avevo già sottolineato, questi comportamenti maturarono in seno alla letteratura odeporica e grazie alla florida circolazione di notizie e leggende che attecchirono facilmente sul suolo di Brasile, Messico e Caraibi; nacque così la prova tangibile dell'esistenza del famoso paese della Cuccagna, delle mirabili località dorate descritte da Marco Polo in Asia e del regno aureo del Prete Gianni.

In sintesi il medioevo europeo riversò tutto se stesso nelle Americhe, distorcendo l'architettura religiosa, etnica, sentimentale e storica dei popoli conquistati; il risultato non fu una forzata integrazione o ibridazione di vinti e vincitori, bensì l'accentuarsi di una cesura del “noi” e del “loro”. Segnò pure l'avvento di un sensazionalismo esotico che influenzò pesantemente l'immaginario della madre patria e tutte le classi sociali. Hidalgos, mercenari, gesuiti o membri di altri ordini religiosi, semplici contadini o borghesi benestanti accorsero a colonizzare le nuove ricche terre di Eldorado.

Mario Vargas Llosa, dettaglio dalla foto di power axle, XIII Prix Diálogo - Ceremonia de entrega

Vargas Llosa parte da questo assunto e lo sviluppa con la sua solita intelligenza in senso verticale, smascherando la dura realtà che avvolge pesantemente il suo continente d'origine. La sua trattazione, com'è giusto che sia, inizia dalle antiche cronicas dei numerosi compilatori (degli ordini religiosi e non) che accompagnarono condottieri e vice-regnanti nelle Indie americane. Costoro, come ho accennato sopra, si lasciarono sedurre dai racconti favolosi di quelle terre misteriose e spesso la realtà storica venne messa in secondo piano. “La finzione, l'amore per le cose rare e peregrine, predominano sul gusto del reale e del comune” (p. 4); così affermò lo storico peruviano Raùl Porras Barrenechea, riferendosi proprio a queste tendenze immaginifiche che alimentarono il proliferare di scritti macchiettistici sulle Indie.

Llosa procede nell'analisi, valendosi del rinomato scritto del professor Irving A. Leonard: Los libros del conquistador. In questo passaggio è ancora più netta la sovrascrittura tra il mondo reale e quello letterario, poiché l'Europa ammantò di amor “cavalleresco” quelle terre esotiche appena scoperte, paragonandole a quelle immaginarie, descritte nei pomposi romanzi cavallereschi tanto in voga nelle corti iberiche.

Gli uomini di Francisco de Orellana mentre costruiscono un piccolo brigantino, il San Pedro. Dipinto, immagine in pubblico dominio

A ragione di ciò basti portare alcuni esempi. La Foresta amazzonica e il Rio delle Amazzoni devono il loro nome alle donne guerriere del mito greco, che vennero spesso usate come antagoniste o come orpelli narrativi di fascinazione nei romanzi epici delle corti ispaniche. Il missionario domenicano fra' Gaspar de Carvajal e il conquistador Francisco de Orellana esplorarono le foreste amazzoniche e dichiararono proprio di aver visto delle donne bellicose con dei seni recisi: Erodoto non avrebbe saputo descriverlo meglio. Il topos mitologico ellenico, già al servizio dei romanzieri iberici e italiani, subì un pesante revival proprio agli antipodi della sua terra d'origine.

Fu il celebre romanzo Las sergas de Esplandián a inculcare negli avventurieri spagnoli il mito delle Amazzoni, ma non si limitò a questo. L'esploratore portoghese Juan Rodríguez Cabrillo, al servizio della Spagna e divoratore di romanzi cavallereschi (tra i quali proprio Las sergas de Esplandiàn), esplorò nel 1542 una "nuova" terra, alla quale diede il nome dell'isola in cui regnava la sovrana delle Amazzoni Calafia nel romanzo, ovvero California.

Nelle pagine successive, Vargas Llosa procede con meticolosità alla decostruzione delle cataratte ideologiche che promuovono biecamente la cecità intellettuale occidentale e anche latinoamericana. Tale processo parte dal libercolo di Régis Debray Rivoluzione nella rivoluzione? (1967) e dai movimenti politici della Cuba dei “barbudos” di Castro, dalla mancata idealizzazione di un autentico marxismo latinoamericano, non pallida emulazione di quello europeo. La mitologia cubana della rivoluzione di Castro si erge a monumento utopico e leggendario, noncurante delle reali contingenze storiche.

Con tali edulcorazioni, il continente latinoamericano subì una neonata distorsione contemporanea, da paradiso mitologico aureo e esotico divenne il continente perfetto nel quale potevano avverarsi le sperimentazioni politiche del socialismo e del marxismo europeo, sperimentazioni volte a soffocare in nuce parte dello spirito rivoluzionario originario di matrice latinoamericana. Così il continente subì un'evoluzione, o un'involuzione, una realtà distopica non tanto diversa dall'immaginifica mitologia dei conquistadores.

America Llosa Sogno e realtà dell'America Latina di Vargas Llosa
Copertina di Sogno e realtà dell'America Latina di Vargas Llosa, nell'edizione Liberilibri

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Il premio Nobel e la passione per la prosa

Dopo un anno di silenzio e scandali, l’Accademia svedese torna ad assegnare il premio Nobel per la letteratura, e lo fa per entrambe le annate 2018 e 2019. I nuovi laureati sono rispettivamente la romanziera polacca Olga Tokarczuk e il poliedrico scrittore austriaco Peter Handke.

Al netto dei pianti di rito da parte degli estimatori più accaniti dei soliti sospetti Murakami, Yeoshua e Grossman, la scelta non sconvolge (il nome di Olga Tokarczuk non era ignoto agli scommettitori), ma non si presenta neanche ovvia.

Premio Nobel letteratura prosa Olga Tokarczuk
Olga Tokarczuk. Foto di Martin Kraft (photo.martinkraft.com), CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons

Le motivazioni dell’Accademia:

Olga Tokarczuk “per un'immaginazione narrativa che con passione enciclopedica rappresenta l'attraversamento dei confini come forma di vita”.

E Peter Handke “per un lavoro influente che con ingegnosità linguistica ha esplorato la periferia e la specificità dell'esperienza umana”.

Premio Nobel letteratura prosa Peter Handke
Peter Handke. Foto Wild + Team Agentur - UNI Salzburg, CC BY-SA 3.0

L’Accademia di Svezia ci regala, con questa doppia scelta, un’importante riflessione sulla letteratura contemporanea, ovvero, oserei dire ancora meglio, sulla prosa contemporanea.

Tokarczuk, che pure ha pubblicato una raccolta di poesie, è principalmente nota per essere la raffinatissima autrice di romanzi (molto classico il suo esordio con Il viaggio del libro-popolo) e soprattutto ‘non-romanzi’, ossia splendidi miscugli di racconti, resoconti e brevi saggi, tra cui il più recente e forse il più famoso fra quelli tradotti in italiano è I Vagabondi, un romanzo frammentario (già vincitore del Booker International Prize nel 2018), composto da 116 piccoli racconti dalla lunghezza variabile, aventi a che fare con viaggi – con l’atto del viaggiare, per essere precisi, non con la permanenza.

Dal canto suo, sebbene Handke abbia scritto anche molta poesia, è per i suoi romanzi, la sua saggistica e la sua prosa teatrale che è famoso in tutto il mondo: stilare una lista di titoli di rilievo sarebbe riduttivo, ma si dovrà quanto meno ricordare il suo testo avanguardistico Insulti al pubblico, in cui, in assenza di trama, il drammaturgo cerca di imbarazzare gli spettatori, coinvolgendoli e spaventandoli. Decisamente più tradizionale è il romanzo La donna mancina, da cui, essendo Handke anche sceneggiatore (la sua penna ha significativamente collaborato a Il cielo sopra Berlino), ha curato la trasposizione cinematografica.

Questa nuova coppia di eletti nell’olimpo della letteratura mondiale si inserisce bene in una tacita tendenza dell’accademia svedese a prediligere la prosa – e, spesso, il romanzo, in particolare – alla poesia.
Se guardiamo agli ultimi vent’anni di assegnazione del prestigioso premio, ben pochi sono i poeti, o in generale i non prosatori, giusto per voler includere l’alquanto infelice e quasi imbarazzante caso di Bob Dylan nel 2016, un errore di percorso, forse, se – non solo evidentemente sopravvalutato dall’accademia – mancò anche di mostrare riconoscenza e, pur accettando il premio (ovverosia, il denaro), non presenziò alla cerimonia di assegnazione trincerandosi dietro una becera scusa. Ma torno al punto cruciale: se si eccettuano Dylan nel 2016, Tranströmer nel 2011, e, volendo, anche Pinter nel 2005, è almeno dal 1998 – ma si può andare ancora indietro – che la prosa (spesso, spessissimo, il romanzo) domina in modo preponderante sulla poesia. Eppure, stando alle statistiche, non sembra che nel mondo si sia a corto di poeti.

A questo punto, per concludere questi brevi rallegramenti per la felice ed elegante scelta per questi 2018 e 2019, non possiamo che augurarci molti altri anni di buona letteratura, ma forse anche e soprattutto di buona poesia!

Foto lil_foot_ da Pixabay