Bronzi di Riace Daniele Castrizio

Bronzi di Riace, intervista al Professore Daniele Castrizio

I Bronzi di Riace furono ritrovati in fondo al mare nella Baia di Riace, in Calabria, nell'agosto del 1972. I numerosissimi studi su di loro effettuati non chiariscono del tutto la loro storia e alcune fasi rimangono ancora poco comprese.

Il Professore Daniele Eligio Castrizio, docente ordinario di Iconografia e Numismatica greca e romana presso l'Università degli Studi di Messina e membro del comitato scientifico del Museo Archeologico di Reggio Calabria, da anni si occupa dello studio delle due statue.

Secondo la sua ipotesi, i due bronzi avrebbero fatto parte di un gruppo statuario formato da cinque personaggi rappresentanti i protagonisti del momento subito precedente lo scontro fratricida tra i figli di Edipo, re di Tebe. Questa ricostruzione sarebbe supportata dal riscontro nelle fonti letterarie congiuntamente alle recenti analisi effettuate sul materiale bronzeo e sulla argilla.

Lo abbiamo intervistato per ClassiCult.

 

Professore, iniziamo con una domanda di carattere generale: chi sono i Bronzi A e B, e da dove provengono?

Nell'agosto del 1972 i Bronzi vengono ritrovati da un sub e, subito, vengono restaurati a Firenze. Il Bronzo A viene restaurato sicuramente meglio, il Bronzo B viene invece scartavetrato e per questo ha perso una parte della patina che lo ricopriva. Vengono per la prima volta esposti a Firenze, riscuotendo un enorme successo in termini di affluenza; lo stesso accade quando vengono esposti a Roma. Una volta trasportati a Reggio Calabria, la loro presenza provoca un'affluenza che, fino a quel momento, non si era mai vista!

Comincia così la ridda infinita delle ipotesi che, per molti anni, sono state contraddistinte da una caratteristica che le ha accomunate e che non mi è mai piaciuta, e che possiamo definire ottocentesca: i Bronzi sono stati valutati attraverso l'occhio dell'archeologo. Chi ha scritto - e ancora scrive - su di loro, spesso non li ha neanche mai visti di presenza, quindi non sa quali siano le loro caratteristiche anatomiche. Spesso ancora oggi si crede che tra le due statue intercorra uno scarto temporale di 20 anni, ma dai rilevamenti fatti da me e da altri studiosi, si è scoperto che le due statue siano pressoché contemporanee.

Cosa riferiscono le ipotesi contemporanee?

Il Professore Massimo Vidale, docente presso l'Università di Padova, dal 2000 in poi, è stato promotore di un progetto molto interessante che riguarda l'analisi della terra di fusione presente nei Bronzi. Ci sono state tre analisi, due a livello nazionale e una di carattere internazionale. Durante le prime due, confrontando la terra di fusione con le carte geologiche del Mediterraneo, si sono immediatamente escluse le zone dell'Italia Meridionale; non si è riusciti ad escludere Atene perché all'inizio non c'era la mappa geologica della città.

Si era addirittura arrivati a dire che la terra di fusione era stata presa a circa 200 m di distanza l'una dall'altra e, quindi, l'argilla proveniva dallo stesso posto: un'altra prova per dimostrare che le due statue erano state prodotte nello stesso luogo. Nell'ultima analisi, effettuata avendo in mano la mappa di Atene, si è esclusa definitivamente l'area attica. Si è concluso che i Bronzi sono stati fatti ad Argo; nel 146 a.C., quando la Grecia cadde in mano alla potenza romana, i Bronzi vengono presi e portati a Roma, perché Argo viene distrutta assieme a Corinto.

Un'epigramma della Antologia Palatina parla di "eroi di Argos portati via". Molto probabilmente si riferiva a queste due statue, i cui personaggi che rappresentano non compaiono nella ceramica attica. Ricompaiono poi a Roma sicuramente nel I secolo d.C. e non si sa se, nel frattempo, abbiano avuto una qualche funzione. Ad un certo punto della loro travagliata storia, questi Bronzi scompaiono da Roma e li ritroviamo poi a Riace.

A Roma vengono restaurati probabilmente nel I secolo d.C., un restauro molto complesso dove il braccio sinistro di A e l'avambraccio sinistro di B sono risalenti all'epoca romana. Forse sono stati fatti dei calchi sulle braccia rotte, poi fuse e rimesse al loro posto. Questo ha comportato che non si potessero lasciare del loro colore originario, perché avevano colori molto diversi tra loro e, quindi, li hanno dipinti di nero. Questo è dimostrato da una patina di zolfo lucida trovata dal Professore Giovanni Buccolieri dell'Università del Salento.

Il Professore Koichi Hada dell'Università di Tokio ha capito che questa era la prova che i bronzi erano stati dipinti tutti di colore nero. Ci sono altri esempi a Roma di restauri di statue risalenti al V secolo a.C. presenti al Museo Capitolino. Insieme ai Bronzi fu trovato tra il braccio destro e la coscia destra un coccio grosso, forse utile ad evitare che il braccio facesse pressione e si potesse rompere. Questo coccio dovrebbe essere un'anfora che serviva da distanziatore. L'Imperatore Costantino prende tutta la collezione imperiale e se la porta a Costantinopoli, come riporta la Antologia Palatina, e probabilmente la fine dei bronzi sarebbe stata quella, se la nave dove viaggiavano non fosse affondata.

 

Da un punto di vista tecnico, quali sono le maggiori differenze tra le due statue, tenendo conto anche delle analisi fatte sul materiale bronzei? Ma soprattutto quale era il loro colore originario?

Ci sono piccole differenze di maestranze. È chiaro che un solo bronzista non possa fare tutto. Era già stato notato dai restauratori che il modo in cui hanno inserito occhi e bocca nelle due statue è diverso. È possibile che si tratti di due orefici diversi. Il bronzo utilizzato non è il medesimo: per realizzare una statua è stato usato bronzo proveniente dalla Spagna; per realizzare l'altro invece è stato usato un bronzo proveniente da Cipro.

Bronzi di Riace: B, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

La differenza maggiore si può ricavare dal fatto che, secondo me, B corregge i difetti di A. Nonostante la sua straordinaria bellezza A presenta dei difetti, tanto è vero che per rendere stabile l'elmo si è dovuto mettere un perno e lo scudo presentava qualche imperfezione.

Bronzi di Riace: B, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

Riguardo a B possiamo dire che presenta una deformazione della scatola cranica per poter inserire l'elmo senza bisogno di perno; qui viene aggiunto anche un gancio nella parte alta della spalla sinistra per ottenere un ancoraggio più saldo dello scudo. Altra vera differenza, scoperta di recente, è che chi ha fatto B ha messo sulla forma interna ricoperta di cera dei salsicciotti di argilla, a simulare le costole, e in modo tale da modellare facilmente le costole.

Bronzi di Riace: B, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

 

Ma la differenza più importante è che chi ha fuso A era un genio, chi ha fuso B non era allo stesso livello. Il bronzo A non presenta alcuna imperfezione, mentre il bronzo B presenta qualche bolla d'aria e punti in cui il bronzo non si è fissato per bene. Probabilmente l'autore è l'allievo di Clearcos, Pitagora di Reggio, che aveva un nipote di nome Sostrato. Io ritengo che Sostrato abbia aiutato Pitagora, lavorando a compartimenti stagni. Le proporzioni sono identiche, il sistema di lavorazione è uguale. I Bronzi comunque stanno nello stesso ritmo perché sono stati concepiti dalla stessa mano.

Bronzi di Riace Castrizio
Bronzi di Riace: A, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

 

Tra le tante ipotesi che negli anni sono state avanzate, Lei ritiene che i Bronzi sarebbero stati parte di un gruppo scultoreo a cinque. Come è giunto a tale conclusione?

Ci sono tre testimonianze letterarie molto importanti che ho seguito e che mi fanno propendere per l'ipotesi che le statue appartenessero ad un gruppo a cinque. Seguendo l'ipotesi dei fratricidi, troviamo un riferimento nel Papiro di Lille, attribuito a Stesicoro, che parla di una Tebaide, l'originario racconto della storia di Edipo e dei suoi figli, diversa da quella di Sofocle.

In Sofocle, sappiamo che Giocasta muore dopo aver dato alla luce 4 figli da Edipo; secondo la versione fornita da Stesicoro, invece, è probabile che Giocasta si sia uccisa la prima notte di nozze, perché riconosce i piedi gonfi del figlio e, per la vergogna, decide di togliersi la vita. Edipo in seguito avrebbe preso in sposa la cugina della moglie, Euriganeia, che gli concede i 4 figli, cioè Eteocle, Polinice, Antigone e Ismene.

La seconda testimonianza è il Papiro di Lille che forse ci dà il fumetto del gruppo statuario: in esso la madre fa un discorso prima che i figli si battano. Con l'aiuto di Tiresia li esorta a fare un sorteggio e a suddividersi l'eredità del padre. I due accettano. Ma c'è una parte poco leggibile del papiro che non è stata mai approfondita, ma nella quale forse Tiresia accusa Polinice di aver portato l'esercito contro Tebe, lo esorta a prendere gli armenti e ad andare via.

Polinice ormai non appartiene più a Tebe, ha sposato la figlia del re di Argo e ne diventerà il re (ne papiro c'è la parola wanax). L'ultima parola che si legge è "si arrabbiò". È probabile che Pitagora di Reggio avesse tra le mani la Tebaide di Stesicoro. altro riferimento è Stazio che li descrive nella sua opera intitolata Tebaide (XI libro), e li vede proprio a Roma. Stazio prende un'immagine molto suggestiva che vede i due protagonisti combattere contro dei demoni. L'unico duello nel mondo greco in cui sono presenti i demoni è quello relativo ad Eteocle e Polinice, i figli di Edipo.

Terza e ultima testimonianza: i Bronzi vengono visti da Taziano alla metà del II secolo d.C. e da lui descritti nella Lettera ai greci; vengono presentati come il gruppo dei fratricidi. Pare che li abbia visti anche Marziale. Ma c'è di più: questo gruppo ha lasciato dei confronti tutti provenienti da Roma e tutti pertinenti. In ognuno di questi gruppi, i tre personaggi principali (Eteocle, Polinice e la loro madre in mezzo) sono sempre presenti. In tutti i confronti, Polinice è sempre arrabbiato, esattamente come dice Stazio nella sua opera.

Bronzi di Riace Castrizio
Bronzi di Riace: A, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

 

È sorprendente come la mimica facciale di tutti questi confronti abbia un soggetto raffigurato arrabbiato: è l'unica statua del mondo greco ad essere rappresentata che digrigna i denti in segno di astio. Ha anche l'occhio sinistro strizzato. B non guarda negli occhi A, ma A fissa B perché, secondo la mia ricostruzione, le due statue erano l'una di fronte all'altra, entrambi consapevoli della morte che sta per arrivare. Esiste una sola copia romana dei Bronzi e si trova al Museo Reale di Bruxelles.

Perché il colore dei loro capelli sarebbe stato proprio il biondo?

Tutto nasce da una infinita serie di dialoghi tra me e il mio grafico Saverio Autellitano. Discutendo e facendo mille ipotesi, abbiamo pensato al fatto che i Bronzi fossero a colori: gli occhi erano di un colore simile al quarzo, rosa il sacco lacrimale, i denti bianchi. Abbiamo capito che per scurire il bronzo basta il bitume.

Analizzando la lega e facendo un confronto con le statue antiche, abbiamo visto che tutte possedevano i capelli di un colore biondo pallido, molto tenue. Anche il colore della barba e dei capelli dei bronzi risulta in linea con la colorazione greca. Facendo una ricostruzione grafica il risultato è molto gradevole. Io stesso ne sono rimasto piacevolmente colpito.

Bronzi di Riace Castrizio
Bronzi di Riace: A, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

Tutte le foto sono di Cristina Provenzano.


Se la ‘ndrangheta non esiste più

“In questo libro, i protagonisti messi in campo dal nostro autore sono un anziano nonno ulta ottantenne e il suo nipotino, che per motivi di studio ha il compito di documentarsi sul fenomeno mafioso che per sua fortuna non ha mai conosciuto” a introdurre il lettore, come si legge, una donna che ha creduto e ha vinto.  Il dialogo educato - pubblicato da Città del Sole - è rivolto alle giovani menti nella speranza mai sopita dall’autore, l’imprenditore Tiberio Bentivoglio, che la ‘ndrangheta resti per loro solo un ricordo amaro nella Storia di questo Paese.

Foto di Alessandro Tripodi

“Nonno, mi hai appena raccontato storie di commercianti che si sono ribellati alla ‘ndrangheta ma lo Stato non poteva aiutarli? – Caro Fabio, hai perfettamente ragione, gli uomini che componevano il Governo durante quel periodo non solo avrebbero potuto aiutarli, ma avrebbero dovuto farlo nel rispetto della democrazia”, scrive il nonno-autore, dopo aver raccontato con fatica e dolore la storia di imprenditori che come lui, nella realtà post-narrativa, hanno vissuto sulla propria pelle le angherie delle mafie.

Con la prefazione di Nando Dalla Chiesa, l’antefatto di Bentivoglio si presenta al lettore come una scommessa: siamo nel 2039 e le mafie sono state sconfitte, guidate da uno spirito di rivolta senza precedenti che non ha permesso alla disperazione di avanzare. Con un linguaggio semplice e attento ai dettagli, Bentivoglio racconta la sua Calabria, reale, presa nella morsa delle cosche di ‘ndrangheta, come la famiglia De Stefano-Tegano-Libri che nella città di Reggio si spartisce il potere.

I mafiosi sono personaggi che pensano di avere un codice d’onore, parole pesate e abbigliamento intenzionale, non credono di appartenere ad un fenomeno che è possibile scardinare, come era convinto Giovanni Falcone. Si sentono onnipotenti grazie all’assenza di uno Stato spesso mordace, mentre la cultura mafiosa sventra le coscienze persino delle persone per bene. Il nonno-autore neanche nella realtà quotidiana si lascia intimidire, non paga il pizzo, denuncia.

Nel leggere le pagine del suo C’era una volta la ‘ndrangheta riconosco la fierezza d’animo che lo aveva già contraddistinto ai miei occhi in un’intervista che gli feci qualche anno fa. In quell’occasione mi raccontò la sua storia: della prima persona malavitosa che incontrò nel 1992, quella che per continuare a fare il commerciante gli chiese una tangente che avrebbe dovuto versare ogni mese. Insieme alla moglie hanno un’attività commerciale di articoli ortopedici, medicamentosi e prodotti per l’infanzia: per non sottostare alle leggi della mafia e della compiacenza subiranno sette attentati tra ritorsioni, intimidazioni, bombe, furti e incendi.

Anche allora il suo monito, la sua preoccupazione più grande era rivolta ai giovani e al futuro: “Abbiamo una grande responsabilità noi adulti, dobbiamo cercare di lasciare questo Paese meglio di come l’abbiamo trovato. Se non facciamo ciò, diventiamo complici”, mi aveva detto. Anche se sembra impossibile non guardare alla cultura mafiosa e alla subcultura di quelli che si voltano dall’altra parte, nel libro egli riesce a mostrare una verità diversa e a rovesciare la rassegnazione. Il sacrificio è grande ed è ancora sostenuto ma anche la sua testimonianza che ogni giorno si fortifica, sicura che la criminalità organizzata non prevarrà. “È veramente pazzesco, arricchirsi seminando la morte”, anticipando Antonino Giorgi non tace nulla al nipote.

Nell’inno alla libertà, l’Aspromonte riflette e lenisce: “Caro Fabio, senza dubbio ti parlerò di questo fenomeno che, meno male, finì quando tu eri ancora molto piccolo. Infatti, circa nove anni fa, lo Stato finalmente ha sconfitto radicalmente quel cancro che era diventato devastante per l’intero mondo – scrive Bentivoglio – Te ne parlerò perché me lo chiedi, ma senza dubbio dovrò fare uno sforzo, poiché ciò che stai per ascoltare ha lasciato in tutti noi, che abbiamo vissuto quel periodo, ma soprattutto a chi ne è stato vittima, non solo disgusto e rabbia ma anche tanta sofferenza e diversi segni indelebili che hanno modificato perfino la cultura, il modo di pensare e di agire di un’intera nazione”. A futura memoria.

'ndrangheta Tiberio Bentivoglio
Tiberio Bentivoglio, C’era una volta la ‘ndrangheta. Ricordi e desideri di un uomo che l'ha conosciuta, Città del Sole Edizioni 2020, Collana La vita narrata, pagg. 168, Euro 13

Il progetto di restauro della Testa del Filosofo sale sul podio del Concorso Art Bonus

La Calabria sale sul podio con un importante terzo posto ottenuto dal Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria al concorso Art Bonus con il progetto di restauro della “Testa del Filosofo”, sostenuto grazie al mecenatismo privato. 

L’iniziativa, promossa da Ales SpA, società responsabile del programma per conto del MiBACT, e da Promo PA Fondazione-Lubec, ogni anno premia i progetti più votati dal pubblico e rivolti alla conservazione e alla valorizzazione del patrimonio culturale italiano con il sostegno dei privati.  

«È un risultato straordinario – commenta il direttore Carmelo Malacrino – che si inserisce nell’intento, ormai consolidato, di coinvolgere direttamente il pubblico nella mission del Museo. Un Museo di tutti, dinamico, inclusivo ed efficiente. In questi anni – aggiunge - è cresciuto il desiderio dei reggini e dei calabresi di partecipare a questo nuovo modo di “vivere il Museo”, riconoscendosi eredi della storia della Calabria antica e delle sue testimonianze archeologiche. Il dato più significativo, non solo sul piano emozionale, è il senso identitario che si è sviluppato attorno al MArRC e alle sue molteplici attività». 

Quello dell’Art Bonus è una nuova formula di mecenatismo culturale voluta dal Ministro Dario Franceschini di cui ad oggi, in tutta Italia, hanno beneficiato quasi 2000 enti, grazie all’impegno di oltre 15.000 mecenati che hanno sostenuto un totale di 3700 interventi per un valore di circa 500 milioni di euro. La competizione organizzata dalla Ales quest’anno ha visto la partecipazione di 166 progetti, con un aumento del 40% rispetto alla precedente edizione e un incremento delle proposte provenienti dal Sud. Anche i dati sui voti ricevuti hanno registrato una sensibile impennata grazie anche alla possibilità di esprimere le preferenze tramite i social network dedicati. 

Il progetto di restauro della Testa del Filosofo ha raggiunto il terzo podio, conquistando migliaia di voti. Esposta insieme ai magnifici Bronzi di Riace, la testa è tra i capolavori della grande bronzistica greca e fu scoperta nel 1969 dal sig. Giuseppe Mavilla nelle acque di Porticello, a Villa S. Giovanni. Con la riapertura del Museo inizieranno gli interventi di restauro, che si svolgeranno nel suggestivo spazio di Piazza Paolo Orsi in un “cantiere aperto” a tutti i visitatori.

Tra le ultime mostre inaugurate al Museo c’è proprio Philía. Restauri sostenuti dai privati con l’Art Bonus, curata dallo stesso direttore Malacrino per ringraziare i tanti mecenati che hanno sostenuto i progetti del Museo e hanno così potuto ammirare i reperti restaurati con il loro aiuto. «Questa esposizione – aggiunge Malacrino – assume un valore particolare. Lo stesso titolo, che dal greco si può tradurre con amicizia, evidenzia il significato dei rapporti fra le attività del Museo e le azioni di mecenatismo da parte di soggetti esterni particolarmente sensibili alla conservazione e alla valorizzazione del patrimonio culturale. Si tratta di realtà imprenditoriali, associazioni ed enti molto diversi tra loro, ma tutti accomunati dalla sensibilità di investire in cultura, partecipando concretamente alla conservazione del patrimonio. Li ringrazio molto per aver creduto in noi, e ringrazio anche i tanti “amici” che hanno sostenuto il Museo votando il progetto sui loro profili social. Questo terzo posto – conclude il direttore – lo abbiamo raggiunto tutti insieme. Ora si tratta solo di aspettare la riapertura del MArRC per ritrovarci ad ammirare i suoi tesori». 

E la Testa del Filosofo continua ad attirare l’attenzione del pubblico anche nella campagna social del MiBACT #lartetisomiglia, con un’immagine promossa sui canali social del MiBACT, di Musei Italiani e di IgerItalia, promotori dell’iniziativa. 

Foto: Museo Archeologico di Reggio Calabria


bando MiBACT

MArRC: presentazione del bando MiBACT "Memoria Europea" e auguri al nuovo Rettore UniStraDa

MARTEDÌ 5 NOVEMBRE LA PRESENTAZIONE DEL BANDO MIBACT "MEMORIA EUROPEA"

MALACRINO: «OCCASIONE SPECIALE PER RIFLETTERE SU INCLUSIONE E ACCOGLIENZA»

bando MiBACT "Memoria Europea" Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria Gina LollobrigidaSi conferma il successo della prima domenica del mese al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, con migliaia di persone che gratuitamente hanno visitato le straordinarie sale espositive del MArRC e ammirato i Bronzi di Riace e di Porticello grazie all’iniziativa #domenicalmuseo voluta dal ministro Dario Franceschini. Tra i visitatori della giornata, ospite speciale è stata la grande attrice Gina Lollobrigida.

Inizia una settimana densa di appuntamenti per il Museo. Nell'ambito del programma "Europa per i cittadini", nel magnifico spazio di Piazza Paolo Orsi, il 5 novembre sarà presentato il bando MiBACT "Memoria Europea", con inizio alle ore 9.00.

Il MArRC ospiterà Elisabetta Scungio e Patrizia Carratta, funzionari del Segretariato Generale Mibact, insieme a Rita Sassu, Project Officer Programma Europa per i cittadini (ECP) Italia, David Vezzoni, della cooperativa Tempo per l'infanzia Onlus, Roberto Ameruso, sindaco del Comune di Tarsia, Roberto Cannizzaro, delegato alla cultura della stessa amministrazione, Francesco Altimari, docente di lingua e letteratura albanese dell'Unical e Annunziato Squillaci, membro della comunità grecanica calabrese.

«Accogliamo con grande piacere la presentazione di questa iniziativa - dichiara Carmelo Malacrino. La memoria deve sempre essere tramandata alle future generazioni. Le civiltà classiche hanno gettato le basi dello Stato moderno e diffuso i valori della cittadinanza e della democrazia. Nonché – aggiunge – le qualità etiche che da esse scaturiscono. In questa promozione del sapere antico, il MArRC contribuisce a veicolare i principi della legalità e dell'inclusione. In una dimensione aperta all'accoglienza - afferma - che ci rende partecipi di una battaglia culturale contro ogni forma di nazionalismo e intolleranza. L'iniziativa del Ministero presieduto da Franceschini - dunque - è significativa perché consentirà, attraverso i progetti che saranno finanziati, di sensibilizzare la collettività sui temi attuali nelle politiche europee dei nostri giorni e, in particolare, sulla difesa delle minoranze, contro ogni forma di discriminazione».

L'iscrizione, gratuita, potrà essere effettuata al link dedicato sul sito web: eventbrite.it

Martedì, inoltre, il direttore Malacrino sarà anche relatore alla presentazione del protocollo di intesa tra il Consiglio Regionale della Calabria e il Rotary Distretto 2010, volto a promuovere le attività del Polo culturale "Mattia Preti". All'auditorium "Nicola Calipari" il direttore esporrà i cambiamenti del Museo dal suo insediamento nel 2015. Un excursus culturale che sancirà il legame tra MArRC con il Polo "Mattia Preti" per la cura e la tutela del materiale bibliografico dell'antichità.

«Anche il Museo - ricorda Malacrino - nel 2017 ha aperto al pubblico la sua ricca biblioteca, una realtà che ospita circa 25 mila volumi dedicati agli aspetti culturali, letterari e sociali delle civiltà antiche. Ritengo - conclude - che l'iniziativa a Palazzo Campanella, potrà costituire un momento di riflessione per la costituzione di una rete di azione che faciliti la fruizione e la conoscenza del patrimonio librario calabrese anche oltre i confini regionali».

 

GLI AUGURI DEL DIRETTORE MALACRINO AL PROFESSOR ZUMBO - RETTORE DELL'UNIVERSITÀ PER STRANIERI

«Esprimo i miei auguri e quelli di tutto lo staff del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria al Professor Antonino Zumbo, docente di Filologia Classica e nuovo Rettore dell'Università per Stranieri "Dante Alighieri".

Antonino Zumbo, studioso di chiara fama, al pari del suo predecessore, professor Salvatore Berlingò, rappresenterà un fermo punto di riferimento per la ricerca e la divulgazione del sapere accademico oltre i confini di Reggio Calabria. La "Dante Alighieri" costituisce, infatti, un ateneo che, oltre a contribuire alla divulgazione e conoscenza della lingua italiana nel mondo, forma i propri studenti nei settori della mediazione, nell'inclusione sociale, nell'intercultura. Elementi che consolidano i legami tra l'università e il Museo, da sempre ispirato alle politiche dell'accoglienza e dell'integrazione. Un ateneo che, con i corsi estivi di approfondimento della lingua italiana, contribuisce ad accrescere il numero di presenze nella città di Reggio.

Sono sicuro che, nel corso del suo mandato, il professore Zumbo consoliderà le sinergie, già proficue, con il MArRC, nel comune interesse di diffondere la storia, le tradizioni e la cultura di questa nostra straordinaria regione».

I testi sul bando MiBACT "Memoria Europea" e sugli auguri di Malacrino a Zumbo, e la foto di Gina Lollobrigida al MArRC sono gentilmente forniti dalla Direzione del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria


Scoperte archeologiche a Reggio Calabria

A Reggio Calabria dal 5 al 9 agosto lungo il tratto della Via Marina, nello specchio di mare compreso tra il monumento a Vittorio Emanuele e il Lido Comunale, si sono svolte attività di ricerca e documentazione di un giacimento di anfore antiche ad una profondità compresa tra i 40 e i 50 metri. Il giacimento è stato segnalato nel 2017 alla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Reggio Calabria e la provincia di Vibo Valentia, dai signori Demetrio Serranò e Francesco Sesso. Pochi mesi dopo la segnalazione la stessa Soprintendenza ha richiesto la collaborazione della Soprintendenza del Mare della Regione Sicilia per una prima valutazione. A seguito di questo primo sopralluogo, del 25 maggio 2017, è stata riscontrata una varietà di reperti, dall’ampia forbice cronologica (IV sec. a.C.- V/VI sec. d.C.), riferibili a potenziali carichi anforici di più navi da trasporto.

A seguito delle nuove disposizioni ministeriali in ambito di Tutela, Salvaguardia, Conservazione e Valorizzazione del Patrimonio Archeologico Sommerso, esaminata la documentazione relativa al primo sopralluogo, il Segretariato Regionale del Ministero per i Beni e le Attività Culturali per la Calabria, in collaborazione con la Soprintendenza RC - VV ha deciso di programmare una più puntuale attività di perlustrazione con la direzione scientifica del funzionario archeologo subacqueo e la collaborazione del Nucleo dei Carabinieri Subacquei di Messina finalizzata alla definizione dei limiti del giacimento, alla sua documentazione e alle disposizioni di tutela più opportune.
Durante le attività, l’area marina è stata controllata da una motovedetta dei Carabinieri e si sono recati sul posto il Comandante Provinciale dell’Arma dei Carabinieri, il Comandante della Guardia Costiera e i Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale.

Nel corso del nuovo sopralluogo si è constatato che in seguito alle correnti marine, il profilo del giacimento si era modificato rispetto a quanto documentato nel 2017. Sono emerse anfore integre, parzialmente integre o frammentate, precedentemente non visibili, si è riscontrata anche la presenza di materiale moderno, ma soprattutto sono stati individuati frammenti lignei, porzioni di fasciame, pertinenti ad almeno un relitto.

Allo stato attuale non è possibile fornire elementi più puntuali, soprattutto per quanto attiene l’inquadramento cronologico. In considerazione delle profondità saranno indispensabili nuove ispezioni. Questa prima attività ricognitiva, documentata in ogni singola fase, si è conclusa con la messa in sicurezza delle porzioni di fasciame affioranti, procedendo con una copertura delle stesse con geotessuto ed assicurandole, tutte intorno, da sacchetti di sabbia. Contestualmente a queste azioni dirette sui reperti si è proceduto con la richiesta alla Capitaneria di Porto dell’emanazione di Ordinanza Interdittiva dello specchio di acqua interessato alla pesca, ancoraggio attività subacquea e, più in generale, a tutte le attività che possano arrecare danno al sito archeologico sommerso.

Sono previste nuove ispezioni che avverranno dove ci saranno le segnalazioni. Inoltre, grazie al progetto MUSAS – Musei di Archeologia Subacquea, proposto e realizzato dall’ISCR - Istituto Superiore per la conservazione ed il restauro del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, di cui il Segretariato Regionale è il referente per la Calabria, sono già programmate delle indagini nell’area marina protetta di Le Castella a Crotone e nell’area archeologica sommersa dell’antica Kaulon.
È questo un nuovo filone per l'attività del Segretariato Regionale MiBAC per la Calabria che si attendeva e adesso ci sono le condizioni normative e organizzative per portarlo avanti.

Il dott. Salvatore Patamia, Segretario Regionale del Ministero per i Beni e le Attività Culturali per la Calabria, ha espresso grande apprezzamento per l’impegno dei sommozzatori dei Carabinieri coordinati dal funzionario archeologo subacqueo Alessandra Ghelli dello stesso Segretariato e dal Maresciallo Ca. Domenico De Giorgio del Nucleo CC Subacquei di Messina, coadiuvato dal Mar. Ca. Raffaele Di Pietro, Brig. Ca. Cosimo Barnaba, Brig. Biagio Ferrante, Brig. Attilio Milana, V. B. Bruno Messineo, V. B. Raffaele Ortu; ha evidenziato, inoltre, l'impegno per le immagini fotografiche di superficie dell'Assistente Sergio Sergi del Segretariato Regionale.

Reggio Calabria: l’Arena dello Stretto e l’Athena Promachos

Ecco l’antica Reggio, le cui origini si perdono nella notte dei tempi! Ecco la Reggio della Magna Grecia, di cui ancora conservate le vestigia monumentali ed i preziosi cimeli nel vostro importante Museo Nazionale, che ora accoglie anche i due grandi Bronzi di Riace” (Giovanni Paolo II al suo arrivo a Reggio Calabria il 7 Ottobre 1984).

Il lungomare di Reggio Calabria è certamente uno dei luoghi più suggestivi che colorano il panorama della penisola italiana. Esteso per 1,7 km, da Piazza Indipendenza a Piazza Garibaldi, ha da sempre affascinato reggini e non, tanto da far nascere una leggenda metropolitana che ha come protagonista il poeta vate Gabriele D’Annunzio. Quest’ultimo, durante un ipotetico viaggio a Reggio, avrebbe definito il lungomare “il chilometro più bello d’Italia”.

La frase, come ha dimostrato lo studioso Agazio Trombetta nel suo libro “La Via Marina di Reggio”, è chiaramente un falso storico. In primis, è un dato certo e non presunto che il D’Annunzio, nonostante i suoi molteplici viaggi, non visitò mai la sponda calabra dello Stretto. Attraversò una sola volta lo Stretto di Messina, nel 1895, mentre si stava recando in Grecia, ma passò quasi tutto il viaggio in cabina per via del mal di mare. Inoltre nessuno degli innumerevoli documenti conservati nella Biblioteca Dannunziana menziona la frase a lui attribuita, né un’eventuale visita alla città.

In secondo luogo, la frase è riconducibile ad un evento sportivo che ebbe luogo a Reggio Calabria nel non lontano 1955, il Giro d’Italia, durante il quale la RAI inviò un radiocronista, Nando Martellini. Commentando l’arrivo del Benedetti al traguardo di una gara ciclistica, che aveva come cornice lo splendido e suggestivo lungomare reggino, Martellini attribuì la frase a D’Annunzio, sulla base di quanto sentito da alcuni locali, evidentemente senza essersi documentato sull’attendibilità del racconto, in quanto, grazie alle ricerche di Trombetta, la frase risulta essere di pura invenzione.

Lungomare di Reggio Calabria
Lungomare di Reggio Calabria. Foto PosaBì di Bruno Giordano

Al di là della veridicità dell’episodio, la Via Marina di Reggio Calabria merita senz’altro di essere definita “il chilometro più bello d’Italia” per la bellezza dello scenario su cui si poggia lo sguardo dei fortunati passanti. Basta fermarsi un attimo, durante le giornate frenetiche che caratterizzano la vita di ognuno di noi, per provare nell’immediato un senso di pace e tranquillità osservando Messina e la parte nord orientale della Sicilia. Pace e tranquillità cedono volentieri il passo a meraviglia e stupore se si ha la fortuna di ammirare il fenomeno della Fata Morgana, ovvero le immagini della costa sicula riflesse nel mare, in seguito ad una giornata di pioggia e a delle conseguenti particolarissime condizioni atmosferiche.

Arena dello Stretto Lungomare di Reggio Calabria
L'Arena dello Stretto. Foto PosaBì di Bruno Giordano

Fiore all’occhiello del lungomare di Reggio Calabria è l’Arena dello Stretto, dedicata al senatore Ciccio Franco. L’Arena riprende il modello dei teatri greci e sorge in luogo del Molo di Porto Salvo, distrutto dal celebre terremoto e maremoto che colpì le città di Reggio e Messina nel 1908. Il Molo era un simbolo fortissimo della città reggina: lì approdò il Re Vittorio Emanuele III il 31 Luglio del 1900. Per celebrare l’evento, straordinario in quanto si trattava della prima volta che giungeva sul suolo italico in qualità di sovrano, viene edificato un monumento in piena arte fascista.

Dettaglio del monumento. Foto PosaBì di Bruno Giordano

Un Cippo Marmoreo, inaugurato nel Maggio del 1932, è caratterizzato al centro dalla presenza di una statua bronzea raffigurante Athena Promachos, ovvero “Athena che combatte in prima linea”. La statua, a livello stilistico, sembra quasi rifarsi al celebre modello in bronzo di Fidia, purtroppo perduto, realizzato nella metà del V secolo a.C. e collocato nell’Acropoli di Atene tra i Propilei ed il Partenone.

Statua bronzea di Athena Promachos. Foto PosaBì di Bruno Giordano

Progettata dall’architetto Camillo Autore e realizzata insieme alla scalinata dallo scultore messinese Bonfiglio, a differenza dell’archetipo che presentava una lancia poggiata sulla spalla destra e una Nike nella mano destra, l’Athena reggina regge una lancia nella stessa mano nell’atto di scagliarla, e uno scudo nella sinistra, come il simulacro della divinità realizzato da Fidia. Indossa il chitone e l’egida, oltre all’elmo, tutti attributi tipici della dea della saggezza e della guerra, che in questo contesto è posta a difesa della città.

Dettaglio. Foto PosaBì di Bruno Giordano

Nel 2001, in seguito a dei lavori di ristrutturazione del lungomare, per volere dell’allora sindaco Italo Falcomatà la statua, in precedenza rivolta verso il mare, fu posta con lo sguardo verso la città che protegge.

Collocata ad hoc al centro dell’Arena dello Stretto, permette a chi la guarda di riflettere sul connubio tra storia e paesaggio, architettura e natura, che ha da sempre caratterizzato la città di Reggio. L’Arena, definita impropriamente anche Anfiteatro Anassilaos (porta dunque il nome del primo tiranno reggino), oltre alla gradinata semicircolare consta di due ampie rampe laterali, utili finanche ai disabili per giungere nella parte inferiore della Via Marina.

Arena dello Stretto Lungomare di Reggio Calabria
L'Arena dello Stretto. Foto PosaBì di Bruno Giordano

Sede di alcuni degli eventi più importanti della città, l’Arena dello Stretto ospita diverse manifestazioni musicali, teatrali e feste stagionali, rispecchiando il modello greco e romano nella sua architettura e nella destinazione d’uso.

Ancora una volta la città di Reggio Calabria riesce a coniugare in modo splendido passato e presente, a sorprenderci per la Storia e le Storie che racconta attraverso i suoi monumenti ed il paesaggio, tanto semplici quanto eloquenti.

Per citare Kierkegaard: “la vita può essere capita solo all’indietro ma va vissuta in avanti”, e l’antica Rhegion celebrando costantemente il suo passato, guarda ottimamente al futuro.

Sitografia


Locri in acquerello Rossella Agostino libri

Reggio Calabria: presentazione del volume "Locri in acquarello"

Presentazione volume

Locri in acquarello

Accademia di Belle Arti - Aula Magna “G. Marino”

Reggio Calabria

Giovedì 11 aprile 2019 – Ore 17.00

Locri in acquarello Rossella Agostino libriGiovedì 11 aprile 2019, alle ore 17.00, a Reggio Calabria, presso l’Accademia di Belle Arti - Aula Magna “G. Marino”, verrà presentato l’interessante volume Locri in acquarello, curato da Rossella Agostino, direttore Musei e Parco Archeologico Nazionale di Locri.

L’iniziativa è indetta da Italia nostra - Sezione di Reggio Calabra e dall’Accademia delle Belle Arti di Reggio Calabria.

Il volume è stato stampato dal Polo museale della Calabria in occasione dei 20 anni di dichiarazione del museo di Locri quale Museo nazionale e riporta articoli legati alla storia del museo, a cura dell’archeologo Claudio Sabbione; un articolo della studiosa, accademica dei Lincei, professoressa Elisa  Lissi Caronna che ha scavato con Oliverio negli anni’50 a Locri; l’articolo della professoressa Letizia Lazzarini sulla figura del professore Gaspare Oliverio nonché le opere degli  acquarellisti che hanno lavorato en plein air presso il parco archeologico in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio del 2018, opere che poi hanno donato allo stesso Museo.

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La Testa di Porticello torna al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria

TORNA IN ESPOSIZIONE LA MAGNIFICA TESTA IN BRONZO DA PORTICELLO

Ultimi giorni dell’esposizione sul cibo nella Calabria protostorica

È tempo di “ritorni a casa”, al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria. È tornata in esposizione, nella sala dedicata ai Bronzi, la Testa di Porticello. Da marzo a settembre 2018, è stata infatti ospitata alla Venaria Reale di Torino, per la mostra organizzata dalla Fondazione Intesa Sanpaolo nell’ambito del progetto “Restituzioni 2018”, grazie al quale sono state restaurate, oltre a questo capolavoro, altre duecento opere di varia cronologia provenienti da tutte le regioni italiane.

La Testa di Porticello rappresenta un uomo maturo con una lunga barba e una ricca capigliatura trattenuta da una benda, originariamente appartenente a una statua bronzea di dimensioni superiori al naturale. L’opera è databile alla prima metà del V secolo a.C. e risente di influenze attiche e peloponnesiache, trovando importanti confronti come la statua del Capo Artemision o lo Zeus delle metope del tempio E di Selinunte.

Faceva parte del carico di una nave affondata tra la fine del V e l’inizio del IV secolo a.C. al largo della costa calabrese, nei pressi di Villa S. Giovanni. Il carico conteneva anche la celebre Testa del Filosofo e frammenti di almeno altre due statue bronzee di dimensioni superiori al vero. I bronzi erano probabilmente destinati alla fusione, come fa pensare la loro frammentarietà e il fatto che la stessa Testa di Porticello fu divelta dalla statua a violenti colpi di martello, che ne hanno causato larghe fratture e deformazioni.

La straordinaria testa in bronzo fu recuperata nel 1969 nelle acque di Porticello nei pressi di Villa San Giovanni, ma fu subito trafugata e immessa sul mercato antiquario, giungendo all’Antikenmuseum di Basilea, senza però essere mai esposta. Grazie a un identikit realizzato dalla Polizia sulla base di testimoni che avevano visto l’opera subito dopo il ritrovamento, il reperto è stato riconosciuto e formalmente restituito dal museo svizzero allo Stato Italiano nel 1993. Fino ad oggi è stata, così, esposta e conosciuta come Testa di Basilea. Ma d’ora in poi sarà riconosciuta con il legittimo nome dal luogo del ritrovamento.

L’intervento di restauro sulla Testa di Porticello è stato condotto da Giuseppe Mantella, con la collaborazione di Flavia Gazineo e Antonella Aricò, sotto la direzione di Carmelo Malacrino. Il cantiere è stato appositamente allestito nello spazio di Piazza Paolo Orsi, affinché il pubblico potesse assistere alle varie attività di ricerca, analisi e intervento.

Continua così l’impegno del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria per la conservazione e la valorizzazione del patrimonio custodito, condotto attraverso programmate attività di restauro e la partecipazione a progetti espositivi di elevato interesse scientifico.

Gli ospiti del MArRC potranno ammirare ancora per pochi giorni (fino a domenica 21 ottobre) l’esposizione temporanea “I sapori delle origini. La cultura del cibo nella Calabria protostorica”, curata dal direttore Carmelo Malacrino insieme agli archeologi Francesco Quondam e Ivana Vacirca, nello spazio di piazza Paolo Orsi. La maggior parte dei 38 reperti è esposta al pubblico per la prima volta e rappresenta i principali siti archeologici della regione, raccontando le abitudini alimentari delle popolazioni indigene in Calabria prima della Magna Grecia, nelle età del Bronzo e del Ferro (XII – VIII secolo a. C.).

L’esposizione è stata tra le iniziative organizzate dal MArRC nell’Anno del Cibo Italiano promosso dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali in collaborazione con il Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari, Forestali e del Turismo.

Testo e immagine da Ufficio Stampa Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria


La Testa della Sfinge della Passoliera torna a Kaulon

Testa della Sfinge della Passoliera

Museo Archeologico dell’antica Kaulon

c/da Runci SS 106 – Monasterace (Reggio Calabria)

Nei prossimi giorni il Museo Archeologico dell’antica Kaulon accoglierà la Testa della Sfinge della Passoliera, un bellissimo esempio di scultura in terracotta di età arcaica attualmente esposta presso il MArRC di Reggio Calabria e rinvenuta a Kaulonia agli inizi del Novecento.

Infatti nell’ambito dello scambio istituzionale tra Polo Museale della Calabria - Museo Archeologico Nazionale di Kaulonia ed il MArRC che vedrà il mosaico pavimentale del Drago tra i reperti inclusi nel percorso espositivo della mostra “Oikos. La casa in Magna Grecia e Sicilia” che verrà inaugurata presso lo stesso museo, la Testa di Sfinge su espressa richiesta del direttore del Polo e del direttore del Museo ritornerà per la prima volta nel suo luogo di provenienza.

Un reperto che Paolo Orsi rinvenne in fosse di scarico insieme ad elementi architettonici pertinenti ad un santuario extraurbano demolito già in antico, costituito da più edifici databili tra la fine VI e la prima metà V secolo a.C.. Parti di questi elementi architettonici caratterizzati dalla presenza di teste leonine dalla vivace policromia, oggi costituiscono un interessante settore espositivo del museo archeologico di Kaulonia afferente al Polo Museale della Calabria.

La Testa richiesta in prestito, è un bellissimo esempio di scultura in terracotta, policroma – forse, elemento decorativo forse, offerta votiva – databile alla seconda metà del VI secolo a.C. che ha sempre affascinato i visitatori del museo reggino fin dai tempi della sua prima esposizione.

La sua importanza e il legame con il sito della Passoliera già documentato, nell’esposizione museale cauloniate, ad avviso del Polo costituiscono un’opportunità importante per poter ammirare un reperto mai esposto nel territorio in cui fu rinvenuto.

Un’esposizione che sarà supportata nei mesi della durata del prestito da iniziative ed attività collaterali curate dalla direzione del museo.

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Concerto della Banda della Città Metropolitana di Reggio Calabria a Locri

Concerto della Banda della Città Metropolitana di Reggio Calabria

Museo e Parco Archeologico Nazionale di Locri - Tempio di Marasà

Locri (Reggio Calabria) – 24 marzo 2018 – ore 18.30

Sabato 24 marzo 2018, alle ore 18.30, nell’incantevole cornice del Tempio di Marasà, il Museo e Parco Archeologico Nazionale di Locri, diretto da Rossella Agostino, presenta un atteso Concerto della Banda della Città Metropolitana di Reggio Calabria.

Il concerto è parte integrante del progetto cofinanziato dalla Regione Calabria per la valorizzazione del sistema dei Beni Culturali per la qualificazione e il rafforzamento dell’attuale offerta culturale presente in Calabria dal titolo Alla riscoperta dell’identità culturale.

La Banda della Città Metropolitana di Reggio Calabria, istituita dalla Reale Accademia Filarmonica di Gerace, è diretta dal M° Liliya Byelyera.

La suggestione, la bellezza, la fascinazione di un luogo delizioso come il Tempio ionico di Marasà si presta mirabilmente ad un’esibizione di alto livello, prestigiosissima come quella che proporrà, per gli amanti dell’arte e del Bello, la Banda della Città Metropolitana di Reggio Calabria.

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