Tomba Gemina: nuove scoperte archeologiche a Tarquinia

Tomba Gemina: nuove scoperte archeologiche a Tarquinia

Grazie all’intervento degli archeologi, è stato salvato uno splendido contesto funerario a Tarquinia che getta nuova luce sulla fase più antica dell’età Orientalizzante.

Tomba Gemina
Tomba Gemina: ritrovamenti del corredo

Nello scorso autunno, nel cuore della necropoli di Monterozzi, a pochi metri dalla Tomba dei Tori e da quella degli Auguri, si è reso necessario un intervento d’emergenza per salvaguardare un nucleo di dieci tombe etrusche databili tra VIII e V secolo a.C. I lavori, condotti dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l’Etruria Meridionale e conclusi nella loro fase di restauro, hanno svelato alcune sorprendenti scoperte avvenute in uno dei contesti sepolcrali.

Tomba Gemina
Tomba Gemina: planimetria delle tombe

Proprio quello più vicino alla strada da cui erano iniziate le prime esplorazioni da parte di tombaroli è stato messo in sicurezza per evitare crolli della volta e delle pareti e ha restituito interessanti ceramiche, fortunatamente non intaccate dagli scavi clandestini, che hanno permesso agli archeologi di raccogliere informazioni sul contesto originale.

Tomba Gemina
Tomba Gemina: planimetria delle tombe
Tomba Gemina
Assonometrie
Tomba Gemina
Prospetto degli ingressi

«La tomba risale alla prima metà del VII secolo a.C. – spiega Daniele Federico Maras, funzionario della Soprintendenza per il territorio di Tarquinia – È del tipo ‘gemino’, cioè costituita da due camere indipendenti affiancate, quasi identiche tra loro e aperte a sud-ovest su altrettanti vestiboli a cielo aperto, cui si accede tramite una ripida scaletta. La copertura di entrambe le camere è del tipo a fenditura, con una volta a ogiva scavata nella roccia, chiusa in alto da una serie di lastre di nenfro, mentre lungo la parete sinistra si trova un letto, scolpito nel macco che, nel caso della camera più a nord, è decorato da zampe a rilievo».

Tomba Gemina
Tomba Gemina: letto

I danni alla sepoltura sono abbastanza rilevanti. I tombaroli, per avere accesso, hanno perforato le porte che in antico erano sigillate da lastroni di nenfro; successivamente, dopo aver razziato il corredo cercando metalli preziosi, hanno richiuso il tutto.

Statuetta
Balsamari e coppa

Sotto le macerie della Tomba Gemina, gli archeologi, setacciando la terra smossa, hanno trovato frammenti di vasi di impasto lucidato a stecca sia con decorazioni incise sia con forme configurate. Inoltre, sono stati rintracciati frammenti di una statuetta fittile raffigurante una donna piangente, diversi vasi in bucchero inciso e dipinti in stile etrusco-geometrico (tra cui alcune brocche del Pittore delle Palme), antiche coppe euboiche del tipo “a chevrons”, elementi in ferro e legno e infine lacerti di una sottile lamina d’oro probabilmente residuo di un rivestimento prezioso asportato dai profanatori.

Oinochóe in bucchero
Anforetta in bucchero
Brocca in stile etrusco-geometrico

 

Brocca in stile etrusco-geometrico

«Tutto il materiale è stato ritrovato in frantumi – commenta ancora Maras – Probabilmente rotto intenzionalmente dagli scavatori clandestini per cercare immaginari tesori nascosti nei vasi. Per fortuna, però, i frammenti sono stati lasciati in terra e ora sono finalmente al restauro, per essere restituiti alla pubblica fruizione».

«In questo modo – conclude con soddisfazione il Soprintendente Margherita Eichberg – si porta a compimento la vocazione del Ministero della Cultura, attraverso una filiera unitaria che porta dalla tutela alla valorizzazione senza soluzione di continuità. L’intervento in somma urgenza si è reso necessario per porre rimedio a un danno; ma ora, grazie all’impegno degli archeologi della Soprintendenza, l’emergenza è stata trasformata in un’opportunità di conoscenza e promozione culturale».

La Tomba Gemina, a conclusione dello scavo, sarà lasciata a vista e così la Soprintendenza ha in programma di metterla in sicurezza con un’adeguata copertura, per poterne in futuro consentire l’apertura ai visitatori.

Intanto proseguirà da parte dei restauratori il lungo intervento di conservazione sui reperti, al termine del quale sarà possibile restituirli finalmente ai tarquiniesi e al pubblico.

Tomba Gemina
Materiali al restauro

 

Tomba Gemina
Materiali al restauro

Per foto e video si ringrazia la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l’Etruria meridionale


Avviato un progetto di restauro per il cavallo scoperto da Maiuri

I resti scheletrici di un cavallo ritrovati nel 1938 da Amedeo Maiuri in un ambiente a sud di via dell’Abbondanza ora saranno sottoposti a restauro e valorizzazione a cura del Parco archeologico di Pompei. Lo scheletro dell’animale, un esemplare alto 1 metro e 34 al garrese, si suppone fosse impiegato per il trasporto delle merci e fu ritrovato in quella che si presuppone essere una stalla.

https://www.youtube.com/watch?v=5EnrBBo3ma4

La struttura di forma quadrata era in muratura, forse una mangiatoia con i resti che a mano a mano emergevano da sotto lo strato di lapillo: il cranio, poi il collo, poi la colonna vertebrale e ancora altre ossa del corpo oltre a residui organici identificati come paglia.

Come in uso, Maiuri lasciò in loco i resti scheletrici dell’equide rimettendo in piedi il cavallo su una struttura in metallo e coprendolo con una tettoia, ma l’abbandono e il degrado finirono per danneggiare la struttura e gli stessi reperti ossei che cominciarono ad ossidarsi e a cambiare colore. Per questo motivo il Parco archeologico di Pompei ha dato avvio ad una campagna di restauro con un nuovo progetto che punterà alla tutela e alla valorizzazione dello stesso.

cavallo Amedeo Maiuri
Foto cavallo 1941-1942 - archivio fotografico del Parco archeologico di Pompei

Come primo procedimento si è effettuato un rilievo 3D così da avere un modello digitalizzato, successivamente verranno smontate le varie parti e assemblate in posizione scientificamente corretta con materiali nuovi e in grado di assicurarne anche le necessarie condizioni di tutela.

Inoltre sarà predisposto un modellino del cavallo in 3D così da poter essere toccato da persone ipovedenti per fare comprendere anche grazie alla scrittura in braille la storia, lo scavo e il restauro dell’animale.

cavallo Amedeo Maiuri
Cavallo di Maiuri. Foto: Parco archeologico di Pompei

Si tratta di un intervento multidisciplinare, che vede all'opera i restauratori in primis e gli archeologi, costantemente affiancati in ogni fase degli interventi da un archeozoologo al fine di condurre un adeguato studio scientifico del cavallo, non affrontato all’epoca del Maiuri, che sarà in grado di fornire ulteriori e importanti informazioni sul tipo di animali che venivano utilizzati a Pompei e sulle loro caratteristiche. - sottolinea il Direttore del Parco Gabriel ZuchtriegelIl progetto di valorizzazione del reperto nel suo nuovo allestimento lo renderà, inoltre, fruibile a tutti i visitatori, nell'ottica della massima accessibilità e inclusività, anche relativamente alla conoscenza delle attività di restauro del Parco”.

https://www.youtube.com/watch?v=oEXu8RT2iCI


100 opere tornano a casa

“100 opere tornano a casa”, dai depositi al pubblico: nuovo progetto MiC

“100 opere tornano a casa”

Musei, Dario Franceschini: Cento opere d’arte “tornano a casa”, al via nuovo progetto MiC

Dai grandi ai piccoli musei, le prime cento opere lasciano i depositi per tornare visibili al pubblico

Cento opere custodite nei depositi di 14 tra i musei più importanti d’Italia, dalle Gallerie Nazionali Barberini Corsini agli Uffizi di Firenze, dal Museo di Capodimonte al Museo di Brera, dalla Galleria Borghese al Museo Archeologico di Ferrara, dal Museo Archeologico di Napoli al Museo di Matera, tornano finalmente nelle sale dei musei e ritrovano visibilità nei territori di provenienza per le quali erano state concepite. Il Ministero della Cultura lancia il progetto “100 opere tornano a casa”, fortemente voluto dal Ministro Dario Franceschini, per promuovere e valorizzare il patrimonio storico artistico e archeologico italiano conservato nei depositi dei luoghi d’arte statali.
100 opere tornano a casa
100 opere tornano a casa
“100 opere tornano a casa”

100 opere tornano a casa

“Questo progetto - dichiara il Ministro della Cultura Dario Franceschini - restituisce nuova vita a opere d’arte di fatto poco visibili, di artisti più o meno conosciuti, e promuove i musei più piccoli, periferici e meno frequentati. Solo una parte delle opere dei musei statali è attualmente esposta: il resto è custodito nei depositi, da cui proviene la totalità dei dipinti e dei reperti coinvolti in questa iniziativa. Queste cento opere sono soltanto le prime di un progetto a lungo termine che mira a valorizzare l’immenso patrimonio culturale di proprietà dello Stato. Un obiettivo che sarà raggiunto anche attraverso un forte investimento nella digitalizzazione e nella definizione di nuove modalità di fruizione prevedendo nuove collaborazioni come la realizzazione di una serie di documentari insieme alla RAI, che ha anche il merito di rafforzare il legame tra il territorio e l’opera d’arte”.
100 opere tornano a casa
“100 opere tornano a casa”. Foto dal deposito dei Musei Reali di Torino
100 opere tornano a casa
“100 opere tornano a casa”. Foto dal deposito dei Musei Reali di Torino
100 opere tornano a casa. Foto dal deposito dei Musei Reali di Torino
“100 opere tornano a casa”. Foto dal deposito dei Musei Reali di Torino
100 opere tornano a casa
“100 opere tornano a casa”. Foto dal deposito dei Musei Reali di Torino
Il punto di partenza del progetto è stata la banca dati, elaborata fin dal 2015 dalla Direzione Generale Musei, composta da 3.652 opere provenienti dai depositi di oltre 90 musei statali. La selezione delle opere e dei luoghi della cultura, curata dalla DG Musei insieme alle direttrici e ai direttori dei musei, ha tenuto conto di valutazioni e richieste provenienti dalle realtà periferiche. La scelta è avvenuta in base a tre criteri: opere provenienti da chiese o palazzi situati in altri territori e nel tempo confluite nei principali musei italiani, dipinti o sculture che in questo modo compiono un “ritorno a casa” nei luoghi per i quali sono stati realizzati; opere che integrano le collezioni del museo destinatario; opere che, inserite nelle collezioni di destinazione, danno vita ad accostamenti interessanti e favoriscono l’apertura dei musei verso nuovi pubblici. Grazie al progetto, numerose opere sono state restaurate e alcuni spazi museali sono stati ripensati per accoglierle.
Giocatori di carte di Salvator Rosa
Paesaggio con figure di Salvator Rosa
Madonna con il Bambino in gloria e i santi Giovanni Battista di Federico Barocci
Ecce Homo di Federico Barocci
Madonna con il Bambino e i santi Agostino e Maddalena e angeli di Cristoforo Roncalli detto il Pomarancio
Madonna con il Bambino in gloria e i santi Barbara e Terenzio di Simone Canterini detto il Pesarese
Gesù Bambino appare a sant’Antonio da Padova di Simone Canterini detto il Pesarese

 

Allegoria di Trieste e dell’Istria di Annibale Strata

 

gruppo scultoreo Gladiatore che uccide un leone
gruppo scultoreo Gladiatore che uccide un leone
Testata di trave bronzea degli arredi delle navi di Caligola 37-41 d.C.
foto dal Museo delle Navi Romane di Nemi
Cista Prenestina

Solo per fare qualche esempio, grazie a questa iniziativa, torneranno visibili al pubblico due dipinti del XVII sec. di Salvator Rosa che oggi, 11 dicembre, dal deposito delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini troveranno casa al Museo Nazionale di Matera; la “Madonna con il Bambino in gloria e i santi Giovanni Battista” e “Ecce Homo” di Federico Barocci; la “Madonna con il Bambino e i santi Agostino e Maddalena e angeli” di Cristoforo Roncalli detto il Pomarancio; la “Madonna con il Bambino in gloria e i santi Barbara e Terenzio” e “Gesù Bambino appare a sant’Antonio da Padova” di Simone Canterini detto il Pesarese della Pinacoteca di Brera andranno ad arricchire la Galleria Nazionale delle Marche a Urbino, mentre la tela di Giovanni Baglione, dal titolo “Immacolata concezione tra i santi Pietro e Paolo” da Brera il 14 dicembre andrà a Palazzo Altieri a Oriolo Romano (Viterbo); “Allegoria di Trieste e dell’Istria” di Annibale Strata (1822-1894),  lascerà i Musei Reali di Torino per tornare al Castello di Miramare a Trieste; il gruppo scultoreo “Gladiatore che uccide un leone” che decorava la peschiera di Villa Giustiniani e il torso restituito dal Getty Museum nel 1999, dal Parco Archeologico di Ostia Antica torneranno a impreziosire la Villa di Vincenzo Giustiniani a Bassano Romano (Viterbo); La “Testata di trave bronzea” degli arredi delle navi di Caligola 37-41 d.C. dal Museo Nazionale Romano andrà il 17 dicembre al Museo delle Navi Romane di Nemi; la “Cista Prenestina” dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli tornerà al Museo Archeologico di Palestrina.
100 opere tornano a casa
100 opere tornano a casa
La valorizzazione del progetto prevede, inoltre, la collaborazione con la Rai che, attraverso Rai Doc, realizzerà un nuovo format, composto da un documentario breve e una serie di tredici episodi in presa diretta che saranno trasmessi dalle reti generaliste. Verranno raccontati la restituzione e il restauro delle opere d’arte partendo dai musei delle grandi città italiane, dai depositi dove l’opera è stata custodita e dai laboratori dove le sapienti mani dei restauratori l’hanno riportata a nuova vita. I direttori dei musei di provenienza e di quelli riceventi, i restauratori, gli storici dell’arte e gli esperti spiegheranno agli spettatori la storia dell'opera e le ragioni per cui è finita lontano dai luoghi che l’hanno vista nascere, offrendo anche spunti sulle attività dei professionisti dei beni culturali. Il format seguirà il viaggio delle opere d’arte che, una volta messe in sicurezza, saranno trasportate a bordo di pulmini speciali brandizzati con il logo “100 opere tornano a casa”, per raggiungere il museo che le accoglierà. Questo percorso, ripreso anche con i droni, diventa l’occasione per raccontare la diversità dei territori e dei luoghi d’Italia, per scoprire meglio le radici, la cornice storica, geografica, il paesaggio che ha ispirato gli artisti.
100 opere tornano a casa
Alla conferenza stampa di presentazione del progetto “100 opere tornano a casa” hanno partecipato, oltre al Ministro della Cultura Dario Franceschini: Massimo Osanna, Direttore generale Musei; Caterina Bon Valsassina, già Direttrice dell’Istituto Centrale per il restauro e Direttrice generale Archeologia belle arti e paesaggio del MiC; Flaminia Gennari Santori, Direttrice della Gallerie Nazionali Barberini Corsini e Duilio Giammaria, Direttore Rai Documentari.
Il materiale completo è consultabile su https://cultura.gov.it/100opere
100 opere tornano a casa
100 opere tornano a casa

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Testo, foto e video dall’Ufficio Stampa e Comunicazione del Ministero della Cultura

Operazione Taras: sgominato un traffico di oltre 2000 reperti archeologici

OPERAZIONE TARAS

Sgominato un traffico di oltre 2000 reperti archeologici.

Da Taranto erano andati in Germania, Belgio, Olanda e Svizzera

A partire dal mese di febbraio del 2019, una complessa attività investigativa, condotta in Italia e all’estero dai Carabinieri della Sezione Archeologia del Reparto Operativo del Comando per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC), in collaborazione con la Sezione di Polizia Giudiziaria – Aliquota Carabinieri della Procura della Repubblica di Taranto e coordinata dalla medesima Procura della Repubblica, ha portato al recupero di oltre 2.000 reperti archeologici magnogreci, risalenti al periodo compreso tra il VI e il II secolo a.C.

L’indagine, mirata a contrastare il traffico illecito di beni archeologici di provenienza italiana in ambito internazionale, è stata sviluppata a più riprese dalla Sezione Archeologia del Reparto Operativo TPC di Roma. Lo spunto si è avuto quando i militari hanno scoperto che un noto indiziato di reati contro il patrimonio culturale alloggiava periodicamente presso un hotel di Monaco di Baviera, ove portava con sé diversi plichi, contenenti degli oggetti verosimilmente di natura archeologica. Visto il modus operandi del soggetto, già emerso in attività precedenti e risultato pressoché coincidente con le informazioni ricevute, è stata interessata la Polizia bavarese affinché fosse effettuato un immediato riscontro presso l’hotel individuato. La Polizia tedesca ha così accertato che la persona in questione vi era stata già diverse volte. I servizi successivi organizzati dalla Sezione Archeologia, insieme ai colleghi bavaresi, hanno appurato che il soggetto partiva in treno da Taranto e, attraversata l’Austria, arrivava a Monaco di Baviera, città ove pernottava per poi proseguire il viaggio, sempre in treno, verso Bruxelles (Belgio). La scelta di viaggiare con quel mezzo per raggiungere destinazioni così lontane, piuttosto che utilizzare il più comodo e rapido aereo, ha fatto intuire che si trattasse di un espediente per eludere eventuali controlli di polizia.

Le attività tecniche di investigazione hanno permesso di definire chiaramente i suoi spostamenti da Taranto verso l’estero. Nel mese di giugno 2019, per non far capire all’indagato che era stato individuato da un’Unità specializzata a lui ben nota, i Carabinieri del TPC lo hanno fatto controllare dalla Polizia Ferroviaria al Brennero: questa circostanza ha confermato le ipotesi investigative, dal momento che l’individuo è stato trovato in possesso di un’anfora. Gli esiti dell’indagine e i riscontri, già comunicati alla Procura della Repubblica di Roma, sono stati poi trasmessi alla Procura di Taranto per competenza.

Il seguito investigativo, sviluppato con l’utilizzo di accurate attività tecniche - intercettazioni telefoniche e ambientali, registrazioni video, servizi di Osservazione, Controllo e Pedinamento (OCP) in Italia e all’estero - nonché con numerose rogatorie e Ordini d'Indagine Europei (OIE) verso la Germania, il Belgio, l’Olanda e la Svizzera, ha fatto emergere un vasto traffico illecito di reperti archeologici, condotto da un sodalizio criminale ben strutturato e con importanti collegamenti all’estero. Nel mese di gennaio 2020 a Monaco di Baviera, su input degli operanti che ne avevano monitorato gli spostamenti, il principale indagato, arrestato dalla polizia tedesca, è stato trovato in possesso di diversi reperti archeologici di notevole interesse storico-scientifico, fra i quali spicca un elmo corinzio in bronzo.

Operazione Taras
Operazione Taras: sgominato un traffico di oltre 2000 reperti archeologici

Nei mesi di giugno e luglio 2020, in collaborazione con la Polizia belga e quella olandese, sono state effettuate perquisizioni presso obiettivi localizzati in Belgio e in Olanda con servizi di osservazione e pedinamento. Un’abitazione di Bruxelles (Belgio) si è rivelata essere la base d’appoggio e il deposito del soggetto arrestato in Germania: lì infatti sono stati sequestrati circa MILLE reperti archeologici provenienti dall’Italia, perlopiù dall’area di Taranto e Provincia, risalenti al periodo compreso dal VI al II secolo a.C., tra cui: ceramiche a figure rosse, ceramiche miniaturistiche, ceramiche votive, corredi funerari, utensili in bronzo e un altro elmo corinzio in bronzo. Contestualmente sono stati individuati altri importanti reperti italiani provento di scavo clandestino, commercializzati a Bruxelles presso esercenti di settore inconsapevoli della loro provenienza illecita, nonché un laboratorio specializzato in restauri di oggetti d’arte antichi a Delft (Olanda), dove erano stati portati nel tempo diversi beni archeologici per i restauri propedeutici alla loro offerta sul mercato.

Operazione Taras: sgominato un traffico di oltre 2000 reperti archeologici

Nonostante le limitazioni e le difficoltà dovute alla pandemia da COVID-19, gli accertamenti sono proseguiti. Si è configurata un’associazione criminale, ricalcante la filiera criminale tipica di questo settore, a partire dai cosiddetti “tombaroli” che riforniscono di reperti i ricettatori di primo e secondo livello, i quali a loro volta alimentano i trafficanti internazionali. L’individuazione di queste figure ha portato nell’ottobre scorso a eseguire nella provincia di Taranto perquisizioni presso le abitazioni dei soggetti coinvolti a vario titolo nel traffico illecito, giungendo al sequestro di ulteriori circa MILLE reperti, risalenti al periodo compreso tra il VI e il II secolo a.C., riferibili prevalentemente alle aree archeologiche tarantine, e in particolare: ceramiche a figure rosse, ceramiche miniaturistiche, ceramiche votive, corredi funerari, utensili in bronzo, lastre di coperture sepolcrali in terracotta, pregevoli monili in oro, nonché due sofisticati metal-detector e diversi strumenti per il sondaggio del terreno (spilloni). Sono state deferite 13 persone per associazione per delinquere, ricettazione, scavo clandestino e impossessamento illecito di reperti archeologici.

Durante le varie fasi delle attività investigative, sono stati individuati numerosi scavi clandestini in aree archeologiche di Taranto e Provincia, giungendo così a inquadrare i probabili siti di provenienza dei reperti sequestrati, grazie anche allo stretto rapporto di collaborazione con la Soprintendenza Nazionale per il Patrimonio Culturale Subacqueo di Taranto, che ha fornito un supporto anche per l’expertise dei beni.

Operazione Taras
Operazione Taras: sgominato un traffico di oltre 2000 reperti archeologici

L’epilogo delle indagini vede di nuovo l’arresto a Delft, in Olanda, pochi giorni fa, da parte della Polizia olandese in coordinamento con i Carabinieri TPC, del promotore dell’associazione criminale, già arrestato a suo tempo in Germania, nonché il sequestro di un ulteriore elmo corinzio in bronzo, che era stato affidato al citato laboratorio per il restauro. L’episodio è emblematico: nonostante la consapevolezza delle indagini in corso, il soggetto ha agito nella totale indifferenza per le eventuali conseguenze, a dimostrazione dell’entità del volume d’affari generato dal traffico illecito di reperti, evidentemente così remunerativo da giustificare i rischi e l’alta probabilità di essere scoperto.

Sono tuttora in corso, sia sul canale della cooperazione internazionale di Polizia che su quello giudiziario, grazie all’intensa e immediata collaborazione con Eurojust, Europol e Interpol, le attività per il rimpatrio di diversi beni localizzati in Olanda, Germania e Stati Uniti, provento del traffico illecito riconducibile a questa associazione a delinquere.

Taranto, 10 dicembre 2021

Testo e foto dall’Ufficio Stampa Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale

Archeologia, Franceschini: Carabinieri eccellenza Italiana nel contrasto al traffico illecito opere d’arte
Approvare presto ddl contro i reati al patrimonio
“Ancora una volta i Carabinieri del Comando per la Tutela del patrimonio culturale dimostrano di essere un’eccellenza nella lotta al traffico illecito di opere d’arte”. Lo ha detto il Ministro della Cultura, Dario Franceschini, nel giorno in cui i Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale hanno presentato la complessa attività investigativa, condotta in collaborazione con la Procura di Taranto, che ha portato al recupero di 2.000 reperti archeologici. “Nella Dichiarazione di Roma, sottoscritta da tutti i paesi del G20, - ha ricordato il Ministro -  il traffico illecito di beni culturali è stato riconosciuto come grave crimine internazionale e tutta la comunità mondiale si è impegnata a combattere queste deplorevoli attività. Auspico adesso - ha concluso il Ministro - che l’iter della proposta di legge sull’inasprimento delle pene per i reati contro il patrimonio culturale, attualmente all’esame parlamentare, arrivi presto a una giusta conclusione”.

Testo dall’Ufficio Stampa e Comunicazione del Ministero della Cultura


Palazzo Sandi a Venezia: nuova vita per il soffitto di Tiepolo e Bambini

Palazzo Sandi a Venezia: nuova vita per il soffitto dipinto da Tiepolo e Bambini

ANCE Venezia inaugura la nuova sala appena restaurata - 11 novembre ore 11:30

Palazzo Sandi Tiepolo Bambini

Nell’ambito del 75° anniversario della sua fondazione, l’Associazione dei Costruttori Edili di Venezia ha promosso un lavoro di restauro artistico e architettonico riguardante la propria sede: lo storico Palazzo Sandi a Venezia. Il progetto ha coinvolto in particolare il salone nobile, con il soffitto affrescato da Giambattista Tiepolo e Nicolò Bambini. Due opere complementari che arricchiscono la sede di ANCE: l’affresco “Trionfo dell’Eloquenza” di Tiepolo e il fregio incorniciato che lo circonda, “Allegoria della lascivia” o “Umanità primitiva”, di Bambini.

Palazzo Sandi a Venezia: nuova vita per il soffitto dipinto da Giambattista Tiepolo e Nicolò Bambini

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IL RESTAURO DEL “TRIONFO DELL’ELOQUENZA” DI GIAMBATTISTA TIEPOLO

I lavori sull’affresco del Tiepolo sono stati eseguiti dalla ditta di restauro e conservazione Lithos di Venezia.
A una prima analisi, le condizioni del “Trionfo dell’Eloquenza” erano discrete: piccole lesioni, cavillamenti, stuccature incongrue e piccoli interventi, in alcuni casi del tutto superflui, eseguiti con materiali inappropriati.
L’intervento di conservazione è partito dopo l’esecuzione di un fotopiano dell’area interessata e di un monitoraggio dell'intera superficie del dipinto mediante lampada di Wood. Questa tecnica è stata utilizzata nella fase di accertamento dello stato di degrado dell'opera e, più in particolare, nella verifica dell'esistenza e dell'estensione delle parti non originali del tessuto pittorico. I risultati del monitoraggio sono stati graficizzati mediante la mappatura delle rispondenze delle superfici al fascio di luce a ultravioletto. Durante il monitoraggio sono state scattate delle foto di dettaglio esemplificative dell'intera superficie ed è stata realizzata la mappatura delle fluorescenze.
Il restauro vero e proprio è iniziato con una
preliminare pulitura a secco dei depositi superficiali incoerenti, estesa a tutta la superficie, mediante pennellesse morbide. Successivamente si è proceduto al pre-consolidamento della pellicola pittorica nelle aree con problemi d’instabilità. A seguito di battitura manuale delle superfici sono state individuate le aree di intonaco distaccate dal supporto. Sono state quindi eseguite iniezioni di malta fluida premiscelata a basso peso specifico ed esente da sali.

Palazzo Sandi Tiepolo Bambini
Palazzo Sandi a Venezia: nuova vita per il soffitto dipinto da Giambattista Tiepolo e Nicolò Bambini

Le stuccature ritenute incongrue, poiché degradate o realizzate con materiali non idonei, sono state in alcuni casi rimosse, in altri abbassate. L'operazione è stata effettuata dapprima con l'applicazione a pennello di acetone con giustapposizione di carta giapponese per rimuovere le ridipinture a base sintetica, seguita da impacco con acqua demineralizzata per ammorbidire l’impasto in malta. Infine, è stata effettuata la rimozione meccanica.
Dopo il parere positivo da parte della Soprintendenza, le
ridipinture individuate durante la fase di analisi sono state rimosse mediante impacchi di carbonato d'ammonio in soluzione al 10% dato a pennello con giustapposizione di carta giapponese. La superficie è stata poi sciacquata con acqua demineralizzata e spugne. Il processo è stato ripetuto sino alla completa rimozione delle ridipinture. Le stuccature precedentemente rimosse sono state integrate o nuovamente realizzate dove necessario (in corrispondenza di lesioni, lacune, etc.) con malta idonea per granulometria e cromia con i materiali originari. Infine, per garantire omogeneità di lettura delle superfici, si è proceduto all'esecuzione di reintegrazione (a velatura con acquerello) di cadute della pellicola pittorica o abrasioni e reintegrazione a tono con campitura tratteggiata o puntinata ad acquerello delle lacune e delle stuccature alterate.

Palazzo Sandi Tiepolo Bambini
Palazzo Sandi a Venezia: nuova vita per il soffitto dipinto da Giambattista Tiepolo e Nicolò Bambini

IL RESTAURO DELL’ “UMANITÀ PRIMITIVA” DI NICOLÒ BAMBINI

Del progetto di recupero del fregio del Bambini e della sua cornice lignea, si è occupata l’architetta Federica Restiani, responsabile scientifica dell'Istituto Veneto per i Beni Culturali e direttrice dei lavori, insieme al restauratore Jean Pierre Zocca e a Monica Rovea, Annalisa Nardin e Anna Zulian.

La decorazione pittorica del salone del piano nobile di Palazzo Sandi - racconta Restiani - è stata studiata finora soprattutto per la presenza del primo affresco a soggetto profano del giovane Giambattista Tiepolo, mentre si è dedicata minore attenzione all’opera attribuita al Bambini, sia dal punto di vista stilistico che della tecnica esecutiva. Tuttavia, per comprendere pienamente le ragioni e il significato dell’intero schema decorativo, che rappresenta un unicum nel panorama della pittura veneziana del XVIII secolo, le opere dei due artisti (e le aspirazioni della committenza) non sono separabili. Il programma iconografico infatti, seppur articolato su superfici differenti, è unitario e si svolge attraverso la narrazione pittorica di due concetti opposti ma reciprocamente connessi: il soggetto principale, nel piatto centrale del soffitto, Trionfo dell’eloquenza, e in contrapposizione, immediatamente sotto, l’Umanità primitiva (o Allegoria della lascivia) confinata entro un lungo fregio dipinto a monocromo che corre ininterrotto sulle quattro pareti della stanza, ove, entro rilievi a stucco, erano incorniciate altre tre tele a corollario della narrazione allegorica. Sappiamo che i lavori di riammodernamento del palazzo furono avviati da Tomaso Sandi in concomitanza delle nozze del figlio Vettor, 1724, è quindi abbastanza ragionevole individuare nella conformazione del telaio architettonico della sala e nel programma decorativo un progetto unico e organico, fortemente legato alle aspirazioni della committenza: non potendo infatti ostentare una nobiltà di antiche origini, il padre di Vettor decide di celebrare la propria casata attraverso l’esaltazione delle virtù, saggezza ed eloquenza, associate all’esercizio della propria professione, l’avvocatura. I Sandi celebrano quindi ‘la civiltà della parola’, regolata dall’esercizio della virtù, che guida l’intelletto dell’uomo e inonda di luce l’intera sala (Tiepolo), relegando ai margini, brancolante nel buio, un mondo primitivo fatto di mostruosità, vizio e sofferenze (Bambini).”

Palazzo Sandi Tiepolo Bambini
Palazzo Sandi a Venezia: nuova vita per il soffitto dipinto da Giambattista Tiepolo e Nicolò Bambini

La fascia decorativa monocroma contigua al soffitto si sviluppa lungo le quattro pareti del salone nobile, per una lunghezza complessiva di 33 metri lineari e per un'altezza di metri 1,50 con un totale di 50 metri quadri di superficie dipinta. Iconograficamente, il soggetto mitologico dell’Umanità primitiva raffigura l’esistenza primordiale in cui uomini primitivi ignoravano l'uso della parola, erano errabondi, senza vesti: esseri semiumani come centauri, fauni, satiri e pegasi, in lotta tra loro. In assonanza con la crudeltà dell'uomo è raffigurata la feroce lotta tra tori, leoni, unicorni, ippogrifi e altri animali. Il racconto allegorico, nello sviluppo ritmico decorativo, è sostenuto da una forte tensione e un serrato dinamismo. La campitura a tono tendenzialmente monocromo richiama le tenebre in cui visse l'umanità primitiva in contrapposizione al tema del Trionfo dell’eloquenza raffigurato sul soffitto, elevato nella luce.

Il fregio è realizzato con la tecnica del marouflage. Con questo termine, derivante dal nome della colla animale impiegata (marouflé), si indica una pittura a olio realizzata non direttamente sulla superficie architettonica ma attraverso la mediazione di una tela priva di telaio e fissata a mezzo di colla e chiodature. La procedura era già nota in Italia fin dal XV secolo, ma viene codificata con il termine marouflage soltanto tra il Seicento e il Settecento in Francia.

Il fregio versava in condizioni conservative piuttosto critiche, condizionato dalle variazioni microclimatiche del salone: è possibile supporre che per alcuni secoli l’interazione ambientale interna, del salone di Palazzo Sandi (non avendo riscaldamento per 250 anni), sia stata condizionata delle naturali variazioni stagionali in assonanza con il clima umido di Venezia. Verso la metà del secolo scorso, nell’edificio e nel salone del piano nobile sono stati installati i termosifoni, che hanno apportato un importante cambiamento nella variabilità climatica della stanza.

L’altra causa determinante di degrado è da ricercarsi nelle differenti micro-tensioni tra il supporto tessile del dipinto e la struttura lignea sul quale è ancorato. Nel susseguirsi di queste continue contrapposte tensioni sul dipinto, in diverse aree e per lunghi tratti, si sono formati strappi, lacerazioni, sollevamenti del supporto tessile, crettature dello strato preparatorio e del film pittorico e, di conseguenza, diverse cadute della pellicola pittorica. In altri punti, la tela si è distaccata dall’impalcato, probabilmente per debolezza all’origine dell’incollaggio, formando di conseguenza bolle, ondulazioni e grinze. Inoltre, l’opera – come quella del Tiepolo – è stata sottoposta negli anni a numerosi interventi strutturali non sempre ben eseguiti.

Dopo i fondamentali rilevamenti diagnostici e microclimatici e alcuni test di pulitura, si è passati al restauro vero e proprio.

Prima fase

La prima fase operativa è stata rivolta alla riadesione dei distacchi del supporto tessile, del dipinto, all’impalcato ligneo centinato di sostegno, e alla fermatura della pellicola pittorica sollevata. L’operazione di riadesione è stata condotta in modo selettivo, avanzando per settori di un metro quadro lungo ogni lato della superficie del fregio e analizzando la situazione a luce radente. I segmenti di tela staccati e sollevati, per lo più lacerati, sono stati fissati. Gli ondulamenti di tela e le bolle distribuite sulle superfici del dipinto che non presentavano problemi di stabilità del colore non sono stati trattati perché considerati deformazioni stabilizzate, storicizzate e non a rischio per la buona conservazione dell’opera. Dopo alcune prove, il miglior risultato è stato ottenuto dalla “colletta romana modificata”, denominata “colletta Doria” dal nome dell’autore che l’ha formulata. Per addensare la “colletta Doria”, dopo avere sperimentato alcuni materiali, si è preferita – seppur in percentuale esigua - la farina, che viene utilizzata in genere nella colla di pasta per la foderatura. Per conferire la tonalità conforme alla preparazione originaria del dipinto, nella miscela del collagene, sono stati aggiunti due pigmenti in uguali proporzioni: terra di Siena bruciata e terra d’ombra bruciata, sino a raggiungere una consistenza gelatinosa.

In seguito, per risanare un imminente rischio di crollo, si è reso necessario asportare alcune macerie dal tergo dell’impalcato d’angolo ed è stato effettuato lo smontaggio di alcuni segmenti di dipinto dalla struttura di sostegno.

La pulitura

I beveroni a base di colla animale, stesi sulla superficie pittorica in passato, con il tempo si erano alterati virando in un tono giallo-brunastro il colore originario e impedendo una corretta lettura dell’opera monocroma con modulazioni chiaro-scurali di bianchi, neri e grigi.

Per asportare lo strato degradante e recuperare le originarie cromie è stata impiegata una soluzione chelante a base di acido citrico e Tea. La soluzione stesa a pennello, su carta giapponese interposta alla superficie, ha permesso di solubilizzare il collante proteico e assorbirlo nella carta stessa. In seguito, mediante una spugnetta leggermente inumidita con acqua tiepida, i residui sono stati eliminati dalla superficie.

Verniciatura finale

Dopo alcune piccole ma importanti reintegrazioni pittoriche e stuccature, si è giunti alla verniciatura finale.
Prima della verniciatura a spruzzo è stato necessario proteggere tutte le superfici intorno al fregio pittorico, in modo che la nebulizzazione non danneggiasse le opere al contorno. Sia il soffitto affrescato da Tiepolo, sia la cornice dorata di contorno al dipinto sono stati ermeticamente ricoperti da leggeri teli di nylon. La verniciatura finale è stata eseguita con la mescolanza di due vernici. La miscela ottenuta ha permesso di uniformare e migliorare le caratteristiche ottiche della superficie pittorica. Mantenuta tiepida, la vernice è stata spruzzata a nebulizzazione mediante l’ausilio di pistola e compressore. Questa finitura protettiva ha creato una protezione dalle radiazioni ultraviolette, dannose per la conservazione dei colori del dipinto.

Intervento conservativo sulle cornici lignee

Le cornici dorate intorno al fregio si presentavano in pessimo stato di conservazione. Anche in questo caso, dopo le analisi di rito, si è provveduto con un intervento conservativo. Prima di iniziare, lungo le due cornici, è stata realizzata una spolveratura accurata dei consistenti depositi superficiali con pennello morbido e aspirapolvere, prestando attenzione alle parti pericolanti. Dove non è stato possibile eseguire la spolveratura, a causa dei sollevamenti instabili, si è svolto un prefissaggio localizzato delle scaglie. Questa difficile operazione è stata svolta, in modo graduale e selettivo, nel rispetto delle delicate superfici dorate e policrome. Conclusa la pulitura, è stata svolta una prima verniciatura a pennello delle superfici dorate.

In seguito, dopo alcune prove, si è proceduto alla stuccatura delle lacune, in modo graduale, portandole allo stesso livello del decoro originale. Infine, la superficie dello stucco è stata trattata con una leggera levigatura mediante carta abrasiva molto fine e rifinitura a bisturi. Alcune parti di modanature lignee perdute, lungo i bordi delle cornici, sono state ricostruite con inserti di legno adeguatamente sagomati. Dopo accurata riflessione sul metodo, è stato stabilito che, data l’estesa presenza di lacune, l’intervento di ritocco doveva creare una continuità, senza tuttavia arrivare allo stesso tono della doratura.
Le modalità di esecuzione del ritocco:

    • Integrazione pittorica a tratteggio con acquerelli, a imitazione del bolo;
    • Protezione del tratteggio con vernice stesa a pennello;
    • Stesura di un velo di cera con un panno morbido;
    • Finitura a cera per doratura a base di pigmenti metallici a imitazione dell’oro classico, lasciando intravedere il bolo rosso della lacuna, vale a dire la reintegrazione ad acquerello e lucidatura finale con panno di lana.

BREVI BIOGRAFIE DEGLI ARTISTI

Giambattista Tiepolo (Venezia, 5 marzo 1696 – Madrid, 27 marzo 1770) è uno dei maggiori pittori del Settecento veneziano. La sua formazione avviene a Venezia nella bottega di Gregorio Lazzarini. Nel 1719 sposa segretamente Maria Cecilia Guardi, sorella dei pittori Francesco e Giannantonio, dalla quale avrà 10 figli. A Udine, nel 1726, esegue gli affreschi per la cappella del Santissimo Sacramento nel Duomo, per il Castello e per il Palazzo Patriarcale dimostrandosi inventore di straordinarie composizioni che lo porteranno a lavorare in tutta Europa: da Venezia, con Palazzo Labia e Ca’ Rezzonico, a Vicenza, dove assieme al figlio affresca Villa Valmarana ai Nani, a Milano, fino alla grande impresa della Residenza di Karl Philipp von Greiffenklau, a Würzburg con le Storie di Federico Barbarossa (1750-53). Tiepolo è anche grandissimo pittore di dipinti religiosi e realizza straordinari capolavori lungo tutto l’arco della sua carriera, dai Gesuati a Sant’Alvise alla Scuola dei Carmini, sempre a Venezia. La sua fama universale lo porta, infine, a realizzare gli affreschi di Villa Pisani a Stra (commissionatigli nel 1760) che precedono la partenza per Madrid dove Tiepolo viene chiamato da Carlo III per decorare le sale del nuovo Palazzo Reale e dove muore nel 1770.

Nicolò Bambini (Venezia, 1651 – Venezia, 1736) è stato un pittore italiano del Barocco. Compie i primi studi a Venezia come allievo di Giulio Mazzoni. Trasferitosi a Roma, diviene allievo di Carlo Maratti. Ha dipinto per la chiesa di Santo Stefano a Venezia subito dopo il suo ritorno da Roma. Ebbe due figli, anche loro pittori, Giovanni e Stefano. Tra le opere principali si ricordano Trionfo Di Venezia (1682, Palazzo Pesaro, Venezia), Ratto Delle Sabine (Musei Capitolini, Pinacoteca Capitolina, Roma), Glorificazione di Venezia e la famiglia Dolfin, (Ca’dolfin, Venezia), Adorazione Dei Magi (Chiesa Di San Zaccaria, Venezia).

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I tre QR code tramite i quali accedere alla visita virtuale delle opere:

https://www.affrescovenezia.it/Confronto/confronto.html

https://www.affrescovenezia.it/TourVR/tourVR.html

https://www.affrescovenezia.it/TourInfo/tour_auto_info.html

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Giambattista Tiepolo e Nicolò Bambini, due pittori, una storia

ANCE Venezia presenta il soffitto affrescato del salone del piano nobile di Palazzo Sandi a Venezia “Il trionfo dell’eloquenza” e “L’umanità primitiva”, appena restaurati.

Palazzo Sandi Tiepolo Bambini
Palazzo Sandi a Venezia: nuova vita per il soffitto dipinto da Giambattista Tiepolo e Nicolò Bambini

12 novembre, Venezia – Si è svolta all’interno del salone del piano nobile di Palazzo Sandi, sede storica della Associazione Costruttori Edili di Venezia, la conferenza stampa di inaugurazione e presentazione del lavoro di recupero artistico-architettonico della sala e dell’affresco di Giambattista Tiepolo e del fregio di Nicolò Bambini.

Nell’ambito delle iniziative per il 75° anniversario della sua fondazione, l’Associazione dei Costruttori Edili di Venezia ha intrapreso un intervento di restauro dei gioielli della propria sede di Palazzo Sandi a Venezia. L’opera ha coinvolto in particolare il salone del piano nobile che ospita il prestigioso affresco di Giambattista Tiepolo e il fregio monocromo di Nicolò Bambini.

Per noi costruttori edili - sottolinea il Presidente Giovanni Salmistrari - incontrarci periodicamente nella sala del Consiglio e alzare gli occhi verso il soffitto costituisce da sempre una fortuna e un privilegio. Disporre di un patrimonio artistico come le due opere “Il trionfo dell’eloquenza” del Tiepolo e “L’umanità primitiva” del Bambini è altresì una responsabilità. Conservarlo e garantirne le qualità estetiche e tecniche è stato sempre il nostro impegno. Così, in occasione di un anniversario come il 75° dalla nascita di ANCE Venezia, il Consiglio ha ritenuto doveroso investire per riportare all’originale bellezza un’opera forse meno conosciuta ma egualmente preziosa come il nostro affresco. Chi da sempre ama e lavora prestando grande attenzione ai dettagli e alla qualità di opere che oltre che funzionali debbono anche rispondere a canoni estetici, non può che essere estremamente orgoglioso di riportare a nuova vita e mettere a disposizione di tutti un patrimonio come quello che custodiamo.

Palazzo Sandi Tiepolo Bambini
Palazzo Sandi a Venezia: nuova vita per il soffitto dipinto da Giambattista Tiepolo e Nicolò Bambini

Il restauro si è svolto in due fasi. La prima dedicata al fregio che circonda l’affresco; la seconda invece al recupero dell’affresco vero e proprio con l’obiettivo di intervenire riportando l’opera alla sua qualità originaria. L’affresco, infatti è stato nel corso del tempo oggetto di diversi interventi di restauro, oggetto di teorie diverse, con tecniche e tecnologie differenti, che hanno contribuito a modificarne l’aspetto e i colori originali. L’attuale restauro invece si caratterizza proprio per voler restituire al dipinto quelle caratteristiche cromatiche, di stile proprie del Tiepolo. Questo approccio ha consentito così di riportare a vista particolari che erano stati ricoperti e cancellati. Tra questi una figurina di un personaggio in abiti settecenteschi: probabilmente il committente. Un elemento ricorrente nelle opere del Tiepolo questo di inserire nel dipinto un’immagine della persona che ha reso possibile la realizzazione dell’opera.

La storia dell’affresco è legata a quella del Palazzo che lo ospita. Nel 1724 il conte Tommaso Sandi, erede di una importante famiglia di avvocati e recenti membri del patriziato veneziano, in occasione delle nozze del figlio Vettor, commissionò proprio a Giambattista Tiepolo, un ciclo decorativo di dipinti con soggetti che dovevano celebrare le virtù della famiglia, per arredare il piano nobile della propria residenza veneziana. Oltre all’affresco, il salone ospitava infatti alcune tele – tre dello stesso Tiepolo e due di Bambini – che si ricollegavano all'affresco del soffitto.

“Queste tele - ricorda Salmistrari - sono oggi conservate nella sala della colazione dell’Hotel Hilton a Roma. Ci auguriamo che si possa un giorno ricreare la scenografia della sala completa. In ogni caso, per rendere l’idea di come si presentava il salone nella sua configurazione originaria, abbiamo elaborato una ricostruzione virtuale e interattiva, molto suggestiva, dell’insieme delle opere che abbellivano la sala.”

È abbastanza ragionevole individuare nella conformazione del telaio architettonico della sala e nel programma decorativo un progetto unico ed organico, fortemente legato alle aspirazioni della committenza: non potendo infatti ostentare una nobiltà di antiche origini, il padre di Vettor decide di celebrare la propria casata attraverso l’esaltazione delle virtù, saggezza ed eloquenza, associate all’esercizio della propria professione, l’avvocatura. I Sandi celebrano quindi ‘la civiltà della parola’, regolata dall’esercizio della virtù, che guida l’intelletto dell’uomo e inonda di luce l’intera sala (Tiepolo), relegando ai margini, brancolante nel buio, un mondo primitivo fatto di mostruosità, vizio e sofferenze (Bambini)”. Federica Restiani, Istituto Veneto per i Beni Culturali.

Palazzo Sandi Tiepolo Bambini
Palazzo Sandi a Venezia: nuova vita per il soffitto dipinto da Giambattista Tiepolo e Nicolò Bambini

Testi e foto Foto dall'Ufficio Stampa Mi.La | Alchimie di comunicazione


Cappella Cornaro Bernini

La Cappella Cornaro di Bernini a Santa Maria della Vittoria restaurata

LA CAPPELLA CORNARO DI BERNINI

A SANTA MARIA DELLA VITTORIA

Cappella Cornaro
Crediti: Mauro Coen

UN RESTAURO INTEGRALE

Roma, 21 ottobre 2021

Cappella Cornaro
Crediti: Mauro Coen

Un restauro integrale quello realizzato dalla Soprintendenza Speciale di Roma alla Cappella Cornaro con l'Estasi di santa Teresa d'Avila di Gian Lorenzo Bernini, nella chiesa di Santa Maria della Vittoria, preceduto da un lungo e approfondito studio preliminare che ha rivelato episodi inediti della sua storia. Un restauro che ha ridato, con un intervento totale sull’opera, luce e vita a un capolavoro del Barocco e che ha permesso anche di indagare il metodo di lavoro che Bernini ha utilizzato per realizzare uno dei suoi monumenti più emblematici.

«Il lavoro dei restauratori sul monumento di Gian Lorenzo Bernini è importante sotto molti punti di vista – secondo Daniela Porro, Soprintendente Speciale di Roma – In primis perché è un intervento che, dopo vari decenni, ha coinvolto la Cappella Cornaro nella sua interezza e successivamente perché è stata un’occasione unica di studio e di approfondimento dell’opera, in grado di svelare dettagli del processo della sua realizzazione che altrimenti sarebbe stato difficile conoscere. Un esempio dell’importanza della tutela compiuta dalla Soprintendenza Speciale di Roma sul patrimonio artistico della Capitale».

Crediti: Mauro Coen

Grazie al restauro, alla pulitura e al controllo di ogni superfice, un’esplosione di colori eterei ha ridato vita all’Empireo e agli angeli intorno alla colomba dello Spirito Santo, alle dorature originali, alle sculture, ai marmi. A rendere l’intervento complesso è stata proprio la varietà dei materiali usati dal maestro, per un esempio paradigmatico dell’arte barocca del “bel composto”, fusione perfetta di architettura, scultura, pittura e decorazione. Bernini la definiva la sua «men cattiva opera», ovvero la migliore.

«L’intervento si è reso necessario per risolvere alcune criticità non affrontate nel corso dei restauri precedenti spiega il direttore scientifico del progetto Mariella Nuzzo – in particolare all’interno del tabernacolo è stata riposizionata la vetrata che irradia il gruppo scultoreo con Santa Teresa e l’Angelo e sono stati restaurati gli stucchi del cupolino. Occasione preziosa anche per verificare le condizioni della complessa decorazione del registro superiore, che ha portato a un importante lavoro di consolidamento e pulitura della sontuosa nuvola tridimensionale sulla quale Abbatini ha raffigurato l’Empireo, dei riquadri con le storie della Santa e degli angeli dell’arcone».

Capolavoro assoluto del Barocco, interamente progettato da Bernini che lo ha realizzato insieme a un ben collaudato gruppo di collaboratori riuscendo a raggiungere uno dei suoi risultati creativi più alti, la Cappella Cornaro esibisce una simbologia complessa e una natura composita di cui l’estasi di santa Teresa è il fulcro. Con la revisione conservativa dell’intera cappella si vuole favorire la fruizione, la lettura, la comprensione di quest’opera nella sua organicità.

Crediti: Mauro Coen

SOPRINTENDENZA SPECIALE DI ROMA ARCHEOLOGIA BELLE ARTI PAESAGGIO

DANIELA PORRO, soprintendente speciale

MARIELLA NUZZO, direttore scientifico del progetto

CHIARA SCIOSCIA SANTORO, progettista e coordinatrice

ISTITUTO CENTRALE DEL RESTAURO

ROBERTA BOLLATI, consulenza restauro vetrate

collaborazioni

GIUSEPPE MANTELLA Restauro Opere d’Arte, impresa esecutrice

MARCO SETTI, coordinatore della sicurezza

Rinascimento Edilizia S.r.l.s., opere provvisionali

Analisi diagnostiche

MAURO LA RUSSA, Università della Calabria

VALENTINA VENUTI, Università degli Studi di Messina

SEBASTIANO D’AMICO, University of Malta

La rettoria di Santa Maria della Vittoria è del FONDO EDIFICI DI CULTO

CAPPELLA CORNARO

UN INTERVENTO TOTALE

Crediti: Mauro Coen

STUDIO, RICERCA, RESTAURO

Il restauro appena concluso ha riguardato per la prima volta la cappella Cornaro di Gian Lorenzo Bernini nella sua interezza. Precedentemente gli interventi erano avvenuti in fasi distinte: sulla volta e il registro superiore nel 1993, sulle parti inferiori nel 1996 e nel 2015 con la pulitura della statua dell’estasi o transverberazione di santa Teresa di Avila.

Crediti: Mauro Coen

Una revisione complessiva resa necessaria da alcune criticità presenti in diversi punti dell’apparato decorativo, preceduta da uno studio approfondito delle fonti d’archivio e da una fase preliminare di indagini diagnostiche sui materiali e sulle tecniche usati nella realizzazione della cappella.

Una ricerca che ha permesso di approfondire il metodo di lavoro, finora poco indagato, di Bernini e dei suoi stretti collaboratori nella realizzazione di uno dei monumenti più emblematici del Barocco.

Cappella Cornaro
Dettaglio della volta. Crediti: Mauro Coen

LEMPIREO DI BERNINI

Nella volta l’intervento ha riguardato il consolidamento dell’affresco e degli stucchi della raffigurazione dell’Empireo, cui Santa Teresa estaticamente ascende. Il restauro ha ridato vita ai colori chiarissimi, alle trasparenti velature pastello sui toni del giallo che animano le schiere di angeli musicanti intorno alla colomba dello Spirito Santo, vero fulcro del dipinto. Le ricerche preliminari hanno rivelato che l’intero affresco è stato realizzato in 17 giornate di lavoro.

Episodi della vita della Santa. Crediti: Mauro Coen

Nel registro superiore tornano alla piena leggibilità le quattro scene a rilievo in stucco dorato raffiguranti episodi della vita di Santa Teresa e risplende, grazie al recupero delle dorature originarie, la fastosa decorazione della sommità dell’arcone dove risaltano tra corone e ghirlande gli angeli festanti.

Cappella Cornaro
Dettaglio dell'arco, prima e dopo il restauro. Crediti: Mauro Coen

La accurata pulitura degli affreschi e degli stucchi ha permesso di rimuovere le ultime tracce di nero fumo derivanti dall’incendio avvenuto nella chiesa di Santa Maria della Vittoria nel 1833.

Cappella Cornaro
Crediti: Mauro Coen

LUCE ED ESTASI

Nel tabernacolo che ospita il gruppo scultoreo della santa e dell’angelo sono stati rimossi e restaurati i diffusi fenomeni di solfatazione e distacco degli stucchi e della foglia d’oro. L’intervento ha riguardato anche la vetrata sovrastante il gruppo scultoreo che si trovava in condizioni critiche: sono state sanate le deformazioni del telaio, recuperati i vetri deteriorati e rimosse le incrostazioni che lo ricoprivano.

Crediti: Mauro Coen

Il lavoro di pulitura e controllo di ogni parte della statua e delle superfici in marmo e stucco sulle pareti che la circondano ha restituito una corretta lettura complessiva, in particolare nei bassorilievi dei componenti la famiglia Cornaro, che osservano l’estasi di Teresa dalle pareti laterali dell’altare, dando anche rilievo ai raffinati prospetti architettonici. Un attento lavoro è stato effettuato su tutti i variegati rivestimenti in marmo che adornano la Cappella.

LA VETRATA DI MUÑOZ

Una delle scoperte di questo restauro riguarda la vetrata colorata posta sulla sommità della statua di Teresa, che filtra i raggi solari provenienti dalla camera della luce costruita da Bernini per illuminare la santa.

Cappella Cornaro
Crediti: Mauro Coen

L’importanza che il maestro dava alla luce nella realizzazione delle sue opere rende questo filtro un elemento di tutto rilievo. Come riferiscono le fonti del XVII secolo, la vetrata conferiva un tono caldo e dorato ai raggi del sole provenienti dalla camera della luce, per porre in evidenza il fulcro centrale della composizione: la raffigurazione dell’estasi mistica di Teresa di Avila.

L’attuale vetrata era stata realizzata nel 1915 su indicazione di Antonio Muñoz allora Soprintendente del Lazio e degli Abruzzi, in seguito al deterioramento della precedente, senza però lasciare una dettagliata documentazione sulla precedente.

Durante il restauro sono stati rinvenuti la cornice originale della vetrata e, sul retro del gruppo scultoreo, alcuni frammenti di vetro, che un’analisi chimica ha dimostrato essere antichi e compatibili con una datazione al XVII secolo, e di colori del tutto simili a quelli attuali. La ricerca e il restauro hanno permesso di stabilire la compatibilità cromatica della vetrata del 1915 con quella precedente.

LA CAPPELLA CORNARO DI GIAN LORENZO BERNINI A SANTA MARIA DELLA VITTORIA

Crediti: Mauro Coen

UNA SCELTA NON CASUALE

Il 22 gennaio 1647 il cardinale veneziano Federico Cornaro ottenne il giuspatronato della ultima cappella e del transetto di sinistra della chiesa di Santa Maria della Vittoria appartenente ai Carmelitani Scalzi. Il porporato decise di dedicare la cappella a Teresa di Avila, fondatrice dell’ordine e canonizzata nel 1622, affidandone la progettazione e la realizzazione a Gian Lorenzo Bernini, che la terminava nel 1653. La storiografia racconta di una scelta non casuale: i due erano accomunati da una difficile relazione con il pontefice.

Dopo lo sfolgorante periodo sotto Urbano VIII, all’avvento di Innocenzo X nel 1644 il maestro era stato escluso dalle grandi committenze pontificie per il giubileo del 1650 e attraversava un periodo non particolarmente felice. Appartenente a una ricchissima e potente famiglia veneziana con un padre doge e i suoi parenti diplomatici della città, anche il cardinale non aveva rapporti distesi con il papa visti i vivaci contrasti tra la Serenissima e lo Stato della Chiesa.

Appena completata, la cappella ebbe una enorme popolarità, tanto da far pensare che il papa avesse richiamato il maestro a lavorare per lui grazie a questo grande successo. Per certo Bernini raggiunse uno dei suoi massimi risultati creativi, realizzando il più emblematico esempio dell’ideale estetico del “bel composto”, integrazione tra le arti dell’architettura, della scultura e della pittura con le più raffinate soluzioni tecniche di ottica, prospettiva e illuminazione, per una fruizione totale e coinvolgente, tanto che egli stesso definirà la cappella la sua “men cattiva” opera.

LA «MEN CATTIVA OPERA»

Già nell’impianto architettonico Bernini introduce una novità con la costruzione di una camera della luce, funzionale nella parte alta a convogliare all’interno i raggi solari resi più caldi da un filtro di vetro di colore giallo e ambra, mentre in quella bassa vi posiziona nell’altare non un dipinto, come d’uso, ma all’interno di una nicchia una statua, innovazione imitata infinite volte.

Crediti: Mauro Coen

Se il fulcro della composizione è costituito proprio da questa nicchia a tabernacolo che accoglie il gruppo in marmo di Carrara della transverberazione della Santa, ovvero l’apice dell’estasi mistica di Teresa con un angelo intento a trafiggerla con un dardo emblema dell’amore divino, la cappella si configura come un articolato programma simbolico dal pavimento alla volta.

Crediti: Mauro Coen

Nel registro superiore Bernini progetta e affida la decorazione al pittore Guidobaldo Abbatini, già suo fidato collaboratore nella navata della basilica vaticana e nelle cappelle Pio e Raimondi, rispettivamente nelle chiese di Sant’Agostino e San Pietro in Montorio. L’affresco rappresenta l’empireo cui la santa ascende in estasi mistica, con ad accoglierla la Colomba dello Spirito Santo e gli angeli in gloria.

Crediti: Mauro Coen

L'affresco domina sopra la fascia decorata a bassorilievi in stucco monocromo in cui sono raffigurati quattro episodi della vita della santa realizzati da Marc'Antonio Inverno, anch'egli stretto collaboratore del maestro e attivo nella Fontana dei Quattro Fiumi.

Cappella Cornaro
Episodi della vita della Santa. Crediti: Mauro Coen

Per gli angeli in stucco bianco dell’arcone Bernini si avvale della collaborazione di Baldassare Mari, che lo aveva coadiuvato nella navata di San Pietro, e Giacomo Antonio Fancelli, esecutore della statua del Nilo nella Fontana di piazza Navona.

Crediti: Mauro Coen

A coronare la composizione sulla sommità dell’arco il cartiglio con l’iscrizione «Nisi coelum creassem, ob te solam crearem», – se non avessi creato il cielo, lo creerei soltanto per te –, parole udite da Teresa durante una delle sue esperienze estatiche. Il giallo e lo stucco dorato che predominano nel registro superiore riappaiono, con controllatissimo effetto ottico, nella forma dei i raggi solari, provenienti dalla camera della luce e filtrati, creando un flusso cromatico tra la scultura dell’estasi e l’empireo.

Crediti: Mauro Coen

Nelle pareti laterali all’altezza del gruppo scultoreo, i bassorilievi dei componenti della famiglia Cornaro, rappresentati come si trovassero nei palchi di un teatro ad assistere all’esperienza mistica. Una scena paradigmatica di una cifra tipica del Barocco come arte della rappresentazione.

La concezione unitaria del programma estetico e simbolico della cappella frutto interamente della concezione di Bernini e realizzata da lui con uno stretto e collaudato gruppo di collaboratori è unanimemente riconosciuto dalla critica. Gli attuali restauro e revisione, oltre alla conservazione di un capolavoro, vogliono essere un invito a fruire la cappella Cornaro nella sua totalità.

Cappella Cornaro
Crediti: Mauro Coen

Testo e foto dall'Ufficio Stampa Soprintendenza Speciale di Roma. Crediti delle foto: Mauro Coen


Inaugurato il nuovo Museo delle navi di Fiumicino

Si amplia l’offerta del Parco Archeologico di Ostia Antica con la suggestiva apertura di una delle più importanti collezioni di navi romane del Mediterraneo. Cinque relitti sono accolti nel rinnovato Museo delle Navi di Fiumicino in un percorso di visita a due livelli in cui si potranno ammirare carene e chiglie, due grandi navi fluviali a diversi livelli di altezza e in più materiali archeologici ritrovati vicino ai relitti e negli scavi dell’antico complesso portuale di Ostia-Portus.

Museo delle Navi di Fiumicino
Museo delle Navi di Fiumicino. Il Museo delle Navi prima dei recenti lavori di ristrutturazione – anno 2020 (foto Archivio Fotografico Parco archeologico di Ostia antica)

“La più grande nave caudicaria della collezione del museo – annuncia D'Alessio – è attualmente interessata da una fase di restauro che non la sottrarrà alla vista del pubblico: si potranno anzi osservare le operazioni dei restauratori, vedere come si interviene per conservare il legno giunto a noi dopo un viaggio sotterraneo di quasi duemila anni. Uno spettacolo da non perdere”.

“Le imbarcazioni custodite nel Museo hanno molto da raccontarci,” continua il Direttore D'Alessio “i visitatori resteranno impressionati dal prodigio tecnologico e organizzativo dei nostri antenati romani: in esposizione vediamo tre imbarcazioni fluviali, quelle del tipo caudicaria. Ebbene, non si tratta di sporadici exploit artigianali, bensì di prodotti che oggi definiremmo industriali: prue e poppe realizzate in serie per essere saldate con corpi centrali di diverse grandezze.

Museo delle Navi di Fiumicino
Museo delle Navi di Fiumicino. Ricostruzioni dei Relitti Fiumicino 1, Fiumicino 4 e Fiumicino 5 (modello 3D Pierre Poveda, CNRS, CCJ e Daniela Peloso, Ipso Facto)

Giganti lignei in grado di trasportare anche 70 tonnellate di merce. Insieme a questi abbiamo una quarta nave capace di affrontare il mare e infine una barca da pesca unica nel suo genere, una navis vivaria, con un acquario per mantenere vivo il pescato. Un esempio della tecnologia romana capace di abbreviare le distanze fra le sponde del Mediterraneo e di generare rapporti culturali e commerciali, benessere e sviluppo: forse il più riuscito esempio di nation building della storia”.

STORIA DEL MUSEO

Il Museo delle Navi di Fiumicino è stato realizzato nel luogo stesso in cui le navi furono ritrovate, all’interno dell’antico bacino portuale di Claudio e Traiano, il Portus Ostiensis Augusti. L’insieme dei 5 relitti formano un insieme davvero eccezionale per la storia del trasporto e del commercio antico: tre imbarcazioni fluviali per il trasporto di merci lungo il Tevere tra Portus e Roma, una nave da trasporto marittimo e una rara barca da pesca di età romana con acquario centrale per la conservazione in vivo del pescato.

Museo delle Navi di Fiumicino
Museo delle Navi di Fiumicino. Il Relitto Fiumicino 5 in corso di scavo, 1959 (foto Archivio Fotografico Parco archeologico di Ostia antica)

Durante i lavori per la costruzione dell’aeroporto “Leonardo Da Vinci” e della connessa viabilità, a partire dal 1957, cominciarono a venire alla luce imponenti resti di una parte del porto imperiale, il molo monumentale e la “Capitaneria” che ospita una volta affrescata con la raffigurazione del faro di Portus. Nel corso delle ricerche vennero scoperti anche i resti di otto imbarcazioni:

la prima (Fiumicino 2), una nave fluvio-marittima (navis caudicaria) per il trasporto sul Tevere e nei canali dei bacini portuali, fu rinvenuta nel 1958, mentre tra il 1959 e il 1961 si portarono alla luce altre due navi caudicarie, le Fiumicino 1 e Fiumicino 3, la barca da pesca Fiumicino 5 (navis vivara), e due parti di fiancata che appartenevano ad altre navi (Fiumicino 6 e Fiumicino 7). L’ultimo scafo recuperato, quello della Fiumicino 4, apparteneva a un piccolo veliero destinato probabilmente al commercio regionale lungo costa. Un ulteriore relitto (Fiumicino 8) non venne scavato a causa del pessimo stato di conservazione.

Museo delle Navi di Fiumicino
Museo delle Navi di Fiumicino. Ricostruzione di Portus (Credits: 3DS Max, Mental Ray, Photoshop per Portus Project)

L’acqua, depositi di limo e sabbia hanno permesso che molte delle parti delle navi si conservassero bene per un buon stato di lettura, soprattutto di chiglie e carene. I relitti giacevano a ridosso del molo settentrionale del porto di Cluadio in cui si venne a creare un vero e proprio cimitero di navi molte delle quali troppo vecchie o mal ridotte per la navigazione e quindi abbandonate.

Museo delle Navi di Fiumicino
Museo delle Navi di Fiumicino. Uno dei relitti in corso di scavo – anni ’60 (foto Archivio Fotografico Parco archeologico di Ostia antica)

Lo step successivo è stato quello di salvarle dal rapido degrado una volta a contatto con l’aria per cui si è reso necessario costruire delle strutture in legno per sorreggerne le fiancate e recuperare i relitti nella loro interessa. Il recupero fu coordinato dall’ingegnere del Genio Civile Otello Testaguzza che progettò nell’area del rinvenimento un luogo dove le navi vennero trasportate per il recupero e i primi interventi di restauro.

PERCORSO ESPOSITIVO

Il nuovo percorso espositivo che riapre dopo vent’anni si articola intorno ai cinque relitti recuperati durante gli scavi. La presenza di tre navi caudicarie, imbarcazioni fluvio-marittime destinate al trasporto lungo il Tevere, ha permesso infatti uno studio approfondito di questa tipologia di battelli, rivelandone il sistema seriale di costruzione, per cui alla prua e alla poppa veniva assemblato un corpo centrale di maggiore o minore dimensione, a seconda delle necessità.

Museo delle Navi di Fiumicino
Museo delle Navi di Fiumicino. I relitti esposti al Museo delle Navi di Fiumicino (Foto Archivio Fotografico Parco archeologico di Ostia antica)

Le tre caudicarie di Fiumicino potevano trasportare rispettivamente ca. 70, 50 e 30 tonnellate. Anche la cd. “barca del pescatore”, naves vivara, è un reperto eccezionale nel suo genere e per stato di conservazione: l’acquario centrale per mantenere vivo il pescato era dotato di fori sul fondo per il ricambio dell’acqua, chiusi con tappi di pino.

La lunga esposizione all’aria aperta, il successivo spostamento nell’hangar (poi museo), le innumerevoli sollecitazioni climatiche e meccaniche subite dai relitti in questi sessant’anni, hanno evidenziato uno stato conservativo fortemente alterato che rende necessario un ampio intervento di restauro, al fine di ristabilire le condizioni adeguate nell’area espositiva e sui manufatti, in modo da consentirne la fruizione al pubblico.

Museo delle Navi di Fiumicino
Museo delle Navi di Fiumicino. I relitti esposti al Museo delle Navi di Fiumicino (Foto Archivio Fotografico Parco archeologico di Ostia antica)

I lavori di restauro saranno effettuati in sito, concepiti come un “work in progress”, senza smontare le navi dai supporti e grazie alla messa in opera di una sorta di teca trasparente all’interno della quale gli interventi di restauro potranno essere direttamente osservati dal pubblico.

Museo delle Navi di Fiumicino
Museo delle Navi di Fiumicino. I relitti esposti al Museo delle Navi di Fiumicino (Foto Archivio Fotografico Parco archeologico di Ostia antica)

Ai cinque relitti che formano il corpo principale del museo si aggiunge una selezione di materiali sulla struttura e sul funzionamento delle navi, sulla vita di bordo, sulla struttura portuale, sui commerci.

INFO VISITE

Il Museo apre gratuitamente al pubblico a partire da martedì 12 ottobre da martedì a domenica dalle ore 10 alle 16. Per raggiungere il Museo, sarà disponibile una linea autobus del Comune di Fiumicino, e  un servizio di navetta grazie ad un accordo con Aeroporti di Roma.


ecco cominciamo dipinger pietra

Ecco che cominciamo a dipinger con la pietra

“Ecco che cominciamo a dipinger con la pietra”, prodotto da Parco archeologico di Ostia Antica e A.S.S.O. Onlus, per la regia di Massimo D’Alessandro, verrà proiettato sabato 16 ottobre, quarto dei film in lista a partire dalle ore 17:00, alla “Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea”, per la sezione Cinema e Archeologia.

ecco cominciamo dipinger pietra

Ecco che cominciamo a dipinger con la pietra

Nazione: Italia

Regia: Massimo D’Alessandro

Consulenza scientifica: Soprintendenza archeologica di Ostia Antica

Durata: 29’

Anno: 2020

Produzione: Parco archeologico di Ostia Antica, A.S.S.O. Onlus

Prima Internazionale

Sinossi:

"Ormai non piacciono i pannelli né spazi che distendono montagne in una stanza: ecco che cominciamo a dipinger con la pietra”

Così Plinio testimonia l’introduzione della nuova tecnica del mosaico. Un’eccezionale testimonianza del suo utilizzo si trova nel porto imperiale di Claudio e Traiano, a Ostia Antica.

Scopriremo il complesso lavoro di restauro eseguito su un mosaico pavimentale di uno degli ambienti di servizio delle terme tardoantiche di Portus, frequentate per secoli della flotta imperiale romana.

Informazioni regista:

Massimo D'Alessandro è autore e regista a partire dagli anni ‘80. Dal 1990 è socio fondatore dell’associazione A.S.S.O. (Archeologia Subacquea Speleologia Organizzazione), da cui nasce, nel 2002, la Studio Blu Production, società di produzione specializzata in reportage di avventura estrema. I suoi documentari si concentrano su racconti di esplorazione e ricerca in ambito archeologico e speleologico ottenendo, negli anni, importanti riconoscimenti nei principali festival internazionali del settore.

Informazioni casa di produzione:

https://www.ostiaantica.beniculturali.it

https://asso-net.blogspot.com

Scheda a cura di: Fabio Fancello


Settanta anni MuNDA Museo Nazionale Abruzzo Aquila

Settanta anni del MuNDA, Museo Nazionale d'Abruzzo - L'Aquila

Settanta anni del MuNDA, Museo Nazionale d'Abruzzo - L'Aquila

 

23 SETTEMBRE 1951 - 2021

PER I SETTANTA ANNI DEL MUNDA - MUSEO NAZIONALE D’ABRUZZO

L’ OSSERVATORIO PERMANENTE DI RICERCA PER IL RESTAURO

Settanta anni MuNDA Museo Nazionale Abruzzo Aquila
Settanta anni del MuNDA, Museo Nazionale d'Abruzzo - L'Aquila. Inaugurazione del Settembre 1951

Il Museo Nazionale d’Abruzzo, in occasione del suo settantennato, intende riprendere la sua significativa centralità nel panorama artistico e culturale del nostro Paese.

È con questa missione che nel 2019 il Ministro della Cultura Dario Franceschini ne ha dichiarato l’autonomia proseguendo il sogno di Luigi Einaudi e del Soprintendente Umberto Chierici. Ed era questa la volontà espressa quando il 23 settembre del 1951, oltre che testimoniare l’alto valore del patrimonio storico artistico abruzzese, sessantamila concittadini con Luigi Einaudi con Giovanni Leone ed Antonio Segni, futuri Presidenti della Repubblica, inaugurarono all’Aquila il Museo Nazionale d’Abruzzo nella sede della maestosa cittadella d’armi del Castello cinquecentesco, trasformato da forte militare in città- luogo dell’incontro e dell’unità delle arti, delle scienze e della cultura abruzzese.

Con il 23 settembre 2021”commenta la Direttrice del MuNDA Maria Grazia Filetici “il Museo Nazionale d’Abruzzo si costituisce nuovamente come punto di aggregazione e osservatorio permanente del patrimonio storico artistico abruzzese e non solo. Si apre l’anno del ritorno al Castello cinquecentesco, sua sede storica e naturale al fianco della Diocesi, dell’Università, degli Istituti di Ricerca, dell’Accademia di Belle Arti, del GSSI, del MAXXI, della Società Aquilana dei concerti e del significativo mondo della cultura abruzzese, iniziando il nuovo viaggio contemporaneo del ritorno e dell’inclusione. La poderosa fortezza saldamente protetta a guardia dei territori diventerà nei nostri progetti la cittadella dell’incontro tra arte e scienza, tra musica e teatro, tra sperimentazione e restauro. Vogliamo che ci sia oggi un punto di vista strategico e privilegiato per il Museo Nazionale d’Abruzzo come l’osservatorio permanente che accoglierà laboratori di ricerca e sperimentazione grazie ai quali il ciclo diagnostico, conoscitivo, analitico e conservativo di ogni opera sarà alla base del museo – laboratorio. Una “officina” che darà vita ad un centro di eccellenza di indubbia prospettiva di formazione, di lavoro, studio e valorizzazione del patrimonio storico artistico abruzzese. Questo il suo ruolo nel dopo guerra e questo oggi la nostra missione a dodici anni dal terremoto e a settanta dall’inaugurazione del 23 settembre”.

Quello dell’Aquila non è solo il più grande cantiere d’Europa ma è uno dei luoghi in cui quotidianamente si mescolano ricerca, conoscenza, sperimentazione, cultura. Una contaminazione continua di esperienze che contribuiscono in maniera determinante alla rinascita materiale e socioculturale  di una terra interessata da un dinamismo proprio di chi è proiettato verso il futuro. La fortezza spagnola è uno dei luoghi identitari della comunità aquilana e, a settant’anni dal taglio del nastro inaugurale, il percorso per il recupero della sua bellezza e maestosità procede per restituire alla città e al Paese non solo uno straordinario bene dall’indubbio valore monumentale ma un centro nevralgico di promozione, diffusione e salvaguardia della storia e della bellezza custodita dal Museo Nazionale d’Abruzzo” dichiara il sindaco dell’Aquila, Pierluigi Biondi.  

Qui le opere integralmente restaurate saranno riportate, dai depositi ancora chiusi, dopo tanti anni di sofferenza; qui troverà accoglienza il nuovo regno della ricerca attraverso la meravigliosa metafora che dall’abbandono nasce la vita nuova della cultura contemporanea. Cosi, a seguito del restauro sotto la direzione di Antonio di Stefano, l’architetto autore dei restauri fortemente sostenuti dal Ministero della Cultura, la fortezza gravemente ferita dal terremoto riaprirà sia con la ricchezza dell’arte abruzzese che con la missione strategica dell’Osservatorio affrontando l’impegno di questo settantesimo compleanno del Museo - 23 settembre 2021 – 23 settembre 2022 - per la ricostituzione dell’unità delle collezioni e della cultura.

Testo, foto e video dall'Ufficio Stampa MuNDA – Museo Nazionale d’Abruzzo

 


Pompei Regio V: apre il Termopolio e a breve nuove visite

La Regio V di Pompei ha permesso nel corso di questi ultimi anni di apportare ulteriori conoscenze all’archeologia e alla storia della città antica, consentendo a studiosi di varia formazione di aggiungere tasselli ulteriori ad una storia che oramai si intendeva quasi del tutto conosciuta.

Dal 12 agosto sarà possibile visitare il termopolio della Regio V di Pompei, portato in luce qualche mese fa che restituisce un bancone riccamente decorato su cui vi sono raffigurati una bella Nereide su cavallo in ambiente marino e l’attività stessa che si svolgeva nella bottega, una sorta di insegna commerciale che faceva da pubblicità.

Regio V Pompei
Regio V Pompei, Termopolio. Foto: Parco Archeologico di Pompei

Quasi da riflesso, una scena singolare ritrovata al di sotto del bancone al momento dello scavo: anfore integre che erano da richiamo alla vendita. Diversi erano questi esercizi commerciali sparsi per la città, solo a Pompei se ne contano una ottantina e tutti situati sulle vie. Il Termpolio di Pompei sicuramente più celebre era quello di Asellina che sporgeva sulla celebre via dell’Abbondanza.

Regio V di Pompei
Regio V Pompei, Termopolio. Foto: Parco Archeologico di Pompei

Il nome originariamente greco, deriva da ϑερμός «caldo» e πωλέω «vendere», stava genericamente ad indicare, sia nel mondo greco che romano, un luogo in cui si bevevano bevande, non solo calde, secondo l’etimologia della parola, ma anche fredde e di altri generi.

Gli alimenti e non solo, venivano conservati in grandi giare, dolia, che erano incassate nel bancone di mescita in muratura e venivano consumati abbastanza velocemente soprattutto da coloro che non rientravano a casa per il prandium, il pasto leggero del mezzogiorno.

Regio V Pompei
Regio V Pompei, Termopolio. Foto: Parco Archeologico di Pompei

Per proteggere la struttura è stata realizzata una copertura lignea a protezione del bancone dipinto e si è proceduto al rifacimento del balcone a sbalzo su cui è stata collocata parte dell’originaria pavimentazione in coccio pesto rinvenuta nel corso dello scavo.

Le visite saranno possibili tutti i giorni dalle ore 12,00 alle 19,00 (ultimo ingresso ore 18,30), con accesso da via di Nola e uscita dal vicolo delle Nozze d’argento. Non è necessaria la prenotazione.

Regio V Pompei
Regio V Pompei, Termopolio. Foto: Parco Archeologico di Pompei

L’offerta si amplia e altri gioielli della Regio V saranno fruibili al grande pubblico attraverso delle apposite visite guidate: la Casa di Orione e del Giardino dove sono in corso ancora lavori di sistemazione in vista di interventi definitivi di restauro e coperte finalizzati ad una apertura permanente dell’area. Entrambe le abitazioni, riccamente decorate, sono state portate in luce durante i lavori di riprofilazione dei fronti di scavo e di messa in sicurezza della Regio V nell’ambito del Grande Progetto Pompei.

Le visite saranno possibili tutti i giorni dalle ore 16,00 alle 19,00 (ultimo ingresso ore 18,30). L’accesso è previsto ogni 20 minuti, per gruppi di massimo 5 persone per volta accompagnati da personale del Parco. Ingresso da via di Nola e uscita dal vicolo delle Nozze d’argento.

Regio V Pompei
Regio V Pompei, Casa del Giardino. Foto: Parco Archeologico di Pompei

“Sono molto lieto di vedere aperto al pubblico il termopolio al termine di tempestivi lavori di restauro dell’edificio rinvenuto nei nuovi scavi della Regio V – dichiara Massimo Osanna, Direttore Generale dei Musei – Per consentirne la pubblica fruizione è stato necessario procedere alla messa in sicurezza delle strutture, al restauro dei delicati affreschi e garantire la protezione di tutto l’ambiente con adeguate coperture. Ai visitatori che stanno tornando ad affollare le strade dell’antica città si restituisce una nuova esperienza di visita in un’area del tutto inedita.

Regio V Pompei
Regio V Pompei, Termopolio. Foto: Parco Archeologico di Pompei

La scoperta, avvenuta nell’ambito di un sistematico intervento di messa in sicurezza dei fronti di scavo, al fine di prevenire la minaccia del dissesto idrogeologico sulle strutture già in luce, ha costituito una occasione unica di ricerca interdisciplinare che ha portato a nuove acquisizioni sulla dieta e sulla vita quotidiana dei pompeiani. Un ringraziamento a tutto il team che ha contribuito alla straordinaria scoperta, alle successive ricerche e al bel progetto di fruizione.”

Regio V Pompei
Regio V Pompei, Termopolio. Foto: ©luigispina

 “L'apertura del thermopolium della Regio V di Pompei si pone in piena continuità con l'approccio adottato dal Grande Progetto Pompei sotto la direzione di Massimo Osanna, che ringrazio insieme a tutta la squadra per il lavoro eccezionale che è stato svolto aggiunge il Direttore Generale del Parco Archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel Si tratta di un approccio integrato tra conservazione, ricerca e fruizione, che con l'apertura al pubblico giunge al suo compimento, mentre stiamo lavorando sulla progettazione del restauro della casa di Orione e della casa del Giardino.

Il progetto di scavo e restauro del thermopolium, che è partito da esigenze di tutela e di messa in sicurezza dei fronti di scavo, ha portato a scoperte straordinarie che ci aiutano a comprendere meglio anche i circa ottanta thermopolia già noti a Pompei. Con le visite accompagnate alle case ancora da restaurare vogliamo sensibilizzare il pubblico per il fatto che Pompei è un grande cantiere dove ricerca, conservazione e restauro continuano sulla base dell'innovazione e della collaborazione con importanti enti di ricerca nazionali e internazionali.”

https://www.youtube.com/watch?v=qQGOyGgNpwI