Settanta anni MuNDA Museo Nazionale Abruzzo Aquila

Settanta anni del MuNDA, Museo Nazionale d'Abruzzo - L'Aquila

Settanta anni del MuNDA, Museo Nazionale d'Abruzzo - L'Aquila

 

23 SETTEMBRE 1951 - 2021

PER I SETTANTA ANNI DEL MUNDA - MUSEO NAZIONALE D’ABRUZZO

L’ OSSERVATORIO PERMANENTE DI RICERCA PER IL RESTAURO

Settanta anni MuNDA Museo Nazionale Abruzzo Aquila
Settanta anni del MuNDA, Museo Nazionale d'Abruzzo - L'Aquila. Inaugurazione del Settembre 1951

Il Museo Nazionale d’Abruzzo, in occasione del suo settantennato, intende riprendere la sua significativa centralità nel panorama artistico e culturale del nostro Paese.

È con questa missione che nel 2019 il Ministro della Cultura Dario Franceschini ne ha dichiarato l’autonomia proseguendo il sogno di Luigi Einaudi e del Soprintendente Umberto Chierici. Ed era questa la volontà espressa quando il 23 settembre del 1951, oltre che testimoniare l’alto valore del patrimonio storico artistico abruzzese, sessantamila concittadini con Luigi Einaudi con Giovanni Leone ed Antonio Segni, futuri Presidenti della Repubblica, inaugurarono all’Aquila il Museo Nazionale d’Abruzzo nella sede della maestosa cittadella d’armi del Castello cinquecentesco, trasformato da forte militare in città- luogo dell’incontro e dell’unità delle arti, delle scienze e della cultura abruzzese.

Con il 23 settembre 2021”commenta la Direttrice del MuNDA Maria Grazia Filetici “il Museo Nazionale d’Abruzzo si costituisce nuovamente come punto di aggregazione e osservatorio permanente del patrimonio storico artistico abruzzese e non solo. Si apre l’anno del ritorno al Castello cinquecentesco, sua sede storica e naturale al fianco della Diocesi, dell’Università, degli Istituti di Ricerca, dell’Accademia di Belle Arti, del GSSI, del MAXXI, della Società Aquilana dei concerti e del significativo mondo della cultura abruzzese, iniziando il nuovo viaggio contemporaneo del ritorno e dell’inclusione. La poderosa fortezza saldamente protetta a guardia dei territori diventerà nei nostri progetti la cittadella dell’incontro tra arte e scienza, tra musica e teatro, tra sperimentazione e restauro. Vogliamo che ci sia oggi un punto di vista strategico e privilegiato per il Museo Nazionale d’Abruzzo come l’osservatorio permanente che accoglierà laboratori di ricerca e sperimentazione grazie ai quali il ciclo diagnostico, conoscitivo, analitico e conservativo di ogni opera sarà alla base del museo – laboratorio. Una “officina” che darà vita ad un centro di eccellenza di indubbia prospettiva di formazione, di lavoro, studio e valorizzazione del patrimonio storico artistico abruzzese. Questo il suo ruolo nel dopo guerra e questo oggi la nostra missione a dodici anni dal terremoto e a settanta dall’inaugurazione del 23 settembre”.

Quello dell’Aquila non è solo il più grande cantiere d’Europa ma è uno dei luoghi in cui quotidianamente si mescolano ricerca, conoscenza, sperimentazione, cultura. Una contaminazione continua di esperienze che contribuiscono in maniera determinante alla rinascita materiale e socioculturale  di una terra interessata da un dinamismo proprio di chi è proiettato verso il futuro. La fortezza spagnola è uno dei luoghi identitari della comunità aquilana e, a settant’anni dal taglio del nastro inaugurale, il percorso per il recupero della sua bellezza e maestosità procede per restituire alla città e al Paese non solo uno straordinario bene dall’indubbio valore monumentale ma un centro nevralgico di promozione, diffusione e salvaguardia della storia e della bellezza custodita dal Museo Nazionale d’Abruzzo” dichiara il sindaco dell’Aquila, Pierluigi Biondi.  

Qui le opere integralmente restaurate saranno riportate, dai depositi ancora chiusi, dopo tanti anni di sofferenza; qui troverà accoglienza il nuovo regno della ricerca attraverso la meravigliosa metafora che dall’abbandono nasce la vita nuova della cultura contemporanea. Cosi, a seguito del restauro sotto la direzione di Antonio di Stefano, l’architetto autore dei restauri fortemente sostenuti dal Ministero della Cultura, la fortezza gravemente ferita dal terremoto riaprirà sia con la ricchezza dell’arte abruzzese che con la missione strategica dell’Osservatorio affrontando l’impegno di questo settantesimo compleanno del Museo - 23 settembre 2021 – 23 settembre 2022 - per la ricostituzione dell’unità delle collezioni e della cultura.

Testo, foto e video dall'Ufficio Stampa MuNDA – Museo Nazionale d’Abruzzo

 


Pompei Regio V: apre il Termopolio e a breve nuove visite

La Regio V di Pompei ha permesso nel corso di questi ultimi anni di apportare ulteriori conoscenze all’archeologia e alla storia della città antica, consentendo a studiosi di varia formazione di aggiungere tasselli ulteriori ad una storia che oramai si intendeva quasi del tutto conosciuta.

Dal 12 agosto sarà possibile visitare il termopolio della Regio V di Pompei, portato in luce qualche mese fa che restituisce un bancone riccamente decorato su cui vi sono raffigurati una bella Nereide su cavallo in ambiente marino e l’attività stessa che si svolgeva nella bottega, una sorta di insegna commerciale che faceva da pubblicità.

Regio V Pompei
Regio V Pompei, Termopolio. Foto: Parco Archeologico di Pompei

Quasi da riflesso, una scena singolare ritrovata al di sotto del bancone al momento dello scavo: anfore integre che erano da richiamo alla vendita. Diversi erano questi esercizi commerciali sparsi per la città, solo a Pompei se ne contano una ottantina e tutti situati sulle vie. Il Termpolio di Pompei sicuramente più celebre era quello di Asellina che sporgeva sulla celebre via dell’Abbondanza.

Regio V di Pompei
Regio V Pompei, Termopolio. Foto: Parco Archeologico di Pompei

Il nome originariamente greco, deriva da ϑερμός «caldo» e πωλέω «vendere», stava genericamente ad indicare, sia nel mondo greco che romano, un luogo in cui si bevevano bevande, non solo calde, secondo l’etimologia della parola, ma anche fredde e di altri generi.

Gli alimenti e non solo, venivano conservati in grandi giare, dolia, che erano incassate nel bancone di mescita in muratura e venivano consumati abbastanza velocemente soprattutto da coloro che non rientravano a casa per il prandium, il pasto leggero del mezzogiorno.

Regio V Pompei
Regio V Pompei, Termopolio. Foto: Parco Archeologico di Pompei

Per proteggere la struttura è stata realizzata una copertura lignea a protezione del bancone dipinto e si è proceduto al rifacimento del balcone a sbalzo su cui è stata collocata parte dell’originaria pavimentazione in coccio pesto rinvenuta nel corso dello scavo.

Le visite saranno possibili tutti i giorni dalle ore 12,00 alle 19,00 (ultimo ingresso ore 18,30), con accesso da via di Nola e uscita dal vicolo delle Nozze d’argento. Non è necessaria la prenotazione.

Regio V Pompei
Regio V Pompei, Termopolio. Foto: Parco Archeologico di Pompei

L’offerta si amplia e altri gioielli della Regio V saranno fruibili al grande pubblico attraverso delle apposite visite guidate: la Casa di Orione e del Giardino dove sono in corso ancora lavori di sistemazione in vista di interventi definitivi di restauro e coperte finalizzati ad una apertura permanente dell’area. Entrambe le abitazioni, riccamente decorate, sono state portate in luce durante i lavori di riprofilazione dei fronti di scavo e di messa in sicurezza della Regio V nell’ambito del Grande Progetto Pompei.

Le visite saranno possibili tutti i giorni dalle ore 16,00 alle 19,00 (ultimo ingresso ore 18,30). L’accesso è previsto ogni 20 minuti, per gruppi di massimo 5 persone per volta accompagnati da personale del Parco. Ingresso da via di Nola e uscita dal vicolo delle Nozze d’argento.

Regio V Pompei
Regio V Pompei, Casa del Giardino. Foto: Parco Archeologico di Pompei

“Sono molto lieto di vedere aperto al pubblico il termopolio al termine di tempestivi lavori di restauro dell’edificio rinvenuto nei nuovi scavi della Regio V – dichiara Massimo Osanna, Direttore Generale dei Musei – Per consentirne la pubblica fruizione è stato necessario procedere alla messa in sicurezza delle strutture, al restauro dei delicati affreschi e garantire la protezione di tutto l’ambiente con adeguate coperture. Ai visitatori che stanno tornando ad affollare le strade dell’antica città si restituisce una nuova esperienza di visita in un’area del tutto inedita.

Regio V Pompei
Regio V Pompei, Termopolio. Foto: Parco Archeologico di Pompei

La scoperta, avvenuta nell’ambito di un sistematico intervento di messa in sicurezza dei fronti di scavo, al fine di prevenire la minaccia del dissesto idrogeologico sulle strutture già in luce, ha costituito una occasione unica di ricerca interdisciplinare che ha portato a nuove acquisizioni sulla dieta e sulla vita quotidiana dei pompeiani. Un ringraziamento a tutto il team che ha contribuito alla straordinaria scoperta, alle successive ricerche e al bel progetto di fruizione.”

Regio V Pompei
Regio V Pompei, Termopolio. Foto: ©luigispina

 “L'apertura del thermopolium della Regio V di Pompei si pone in piena continuità con l'approccio adottato dal Grande Progetto Pompei sotto la direzione di Massimo Osanna, che ringrazio insieme a tutta la squadra per il lavoro eccezionale che è stato svolto aggiunge il Direttore Generale del Parco Archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel Si tratta di un approccio integrato tra conservazione, ricerca e fruizione, che con l'apertura al pubblico giunge al suo compimento, mentre stiamo lavorando sulla progettazione del restauro della casa di Orione e della casa del Giardino.

Il progetto di scavo e restauro del thermopolium, che è partito da esigenze di tutela e di messa in sicurezza dei fronti di scavo, ha portato a scoperte straordinarie che ci aiutano a comprendere meglio anche i circa ottanta thermopolia già noti a Pompei. Con le visite accompagnate alle case ancora da restaurare vogliamo sensibilizzare il pubblico per il fatto che Pompei è un grande cantiere dove ricerca, conservazione e restauro continuano sulla base dell'innovazione e della collaborazione con importanti enti di ricerca nazionali e internazionali.”

https://www.youtube.com/watch?v=qQGOyGgNpwI

 

 


Rimpatriati dal Belgio 782 reperti, il più grande recupero archeologico per la Puglia

Rimpatriato dal Belgio un tesoro archeologico di quasi 800 pezzi - È il più grande recupero per la Puglia, fra i più importanti a livello nazionale

Dopo lunghe e articolate indagini estese a livello internazionale, un’intera raccolta archeologica costituita da pezzi di eccezionale rarità e inestimabile valore è stata riportata dal Belgio in Italia dai Carabinieri del Nucleo per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC) di Bari, coordinati dalla Procura della Repubblica di Foggia, e con il determinante contributo di EUROJUST.

Le indagini, avviate nel 2017 a seguito di una segnalazione del Laboratorio di Restauro della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Barletta, Trani e Foggia, hanno consentito di individuare, nella disponibilità di un facoltoso collezionista belga, una stele daunia dalle peculiarità decorative tipiche dell’area archeologica di Salapia, agro del Comune di Cerignola (FG), pubblicata sul catalogo realizzato in occasione della mostra intitolata “L’arte dei popoli italici dal 3000 al 300 a.C.”, tenutasi dal 6 novembre 1993 al 13 febbraio 1994 presso il Museo Rath di Ginevra (Svizzera), e su quello dell’esposizione che ha avuto luogo presso il Museo Mona-Bismarck Foundation di Parigi (Francia) dal 1° marzo al 30 aprile 1994.

recupero archeologico 782 Belgio Puglia 1recupero archeologico 782 Belgio Puglia 1

Il reperto appariva incompleto nella parte centrale, mancante in particolare di un’iscrizione decorativa corrispondente a un frammento custodito presso il Museo Archeologico di Trinitapoli (BAT) che, secondo l’intuizione di un funzionario del Laboratorio di Restauro, completava il disegno del margine inferiore dello scudo e la parte superiore del guerriero a cavallo, raffigurati nell’antico manufatto.

I successivi accertamenti effettuati in Svizzera tramite il servizio INTERPOL, finalizzati all’identificazione del detentore del bene d’arte di provenienza pugliese, e gli elementi investigativi raccolti sul potenziale possesso di ulteriori reperti ceramici di interesse storico-artistico trafugati da corredi funerari di tombe scavate clandestinamente in territorio apulo, hanno portato i Carabinieri del Nucleo TPC di Bari ad avanzare, alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Foggia, la richiesta di emissione di un Ordine Europeo di Indagine (OEI) per la ricerca e il sequestro di ulteriori beni archeologici di provenienza italiana potenzialmente nella disponibilità del collezionista in Belgio. Egli risultava tra l’altro fra i partecipanti ad alcuni convegni sulla Magna Grecia nell’ambito di una rassegna annuale che si svolge a Taranto e alla quale partecipano numerosi collezionisti e studiosi. Nel dicembre 2018 la Procura della Repubblica di Foggia ha emesso l’OEI, poi eseguito dalla Polizia Federale belga con la partecipazione di militari del Nucleo TPC di Bari, che hanno individuato la stele daunia presso l’abitazione del collezionista in un comune della provincia di Anversa, verificando che il frammento conservato presso il Museo di Trinitapoli era perfettamente sovrapponibile e completava la parte mancante del disegno della stele.

Il più grande recupero di patrimonio archeologico per la Puglia, rimpatriati 782 reperti dal Belgio

Nel corso della perquisizione è stato recuperato un vero e proprio “tesoro archeologico”, costituito da centinaia di reperti in ceramica figurata apula e altre stele daunie, tutte illecitamente esportate dall’Italia, che sono state quindi sottoposte a sequestro in Belgio. La conseguente richiesta dell’Autorità Giudiziaria italiana, volta a ottenere il mantenimento del sequestro e il trasferimento dei beni in Italia per gli esami scientifici e tecnici da parte del personale specializzato, è stata accolta dall’Autorità Giudiziaria estera, diventando oggetto di ripetuti ricorsi da parte dall’indagato belga (tutti nel tempo respinti).

Il successo della presente operazione rappresenta il frutto di una sinergica ed unitaria azione che ha visto quali protagonisti decisivi i magistrati italiani e belgi in servizio presso EUROJUST, nella preziosa funzione di coordinamento della cooperazione internazionale e ausilio nella interlocuzione tra Autorità Giudiziaria italiana ed Autorità Giudiziaria belga.

L’esame tecnico effettuato in Belgio dal consulente archeologo italiano ha evidenziato l’autenticità e il valore storico-culturale dei 782 reperti archeologici trovati nella disponibilità dell’indagato, tutti provenienti dalla Puglia.

Figurano fra questi un numero elevato di vasi apuli a figure rosse, anfore, ceramiche a vernice nera, ceramiche indigene e attiche, a decorazione dipinta geometrica e figurata, stele figurate in pietra calcarea dell’antica Daunia, oltre a numerosissime terrecotte figurate c.d. tanagrine, testine fittili, statuette alate, ecc. Si tratta di beni nazionali databili tra il VI e il III secolo a.C., tutelati ai sensi del “Codice dei beni culturali e del paesaggio”, di un valore commerciale pari a circa 11 milioni di euro, depredati e smembrati dai contesti originari, ora rimpatriati.

Bari, 21 giugno 2021

Testo, video e foto dall’Ufficio Stampa Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale


manifattura restauri Museo di Doccia

Forme di classica originalità: restaurate 44 opere del Museo di Doccia

Forme di classica originalità: restaurate 44 opere del Museo Richard-Ginori della Manifattura di Doccia

Un materiale avveniristico, ad alto contenuto tecnologico, che richiede nuove competenze e nuove attrezzature. Un materiale dalle altissime performance e qualità estetica, che promette di diventare in breve tempo uno dei più richiesti dal mercato.

Questa è la porcellana intorno al 1735, quando in Italia, dopo il breve quanto esaltante esperimento di Vezzi, a Doccia apre la manifattura voluta dal marchese Carlo Ginori, chimico, conoscitore di testi alchemici, arcanista.
Una produzione eccezionale perché tra le prime in Europa; la prima in Italia ad avviare un’impresa di lunga durata. Tanto che la porcellana Ginori ancora oggi si produce e ancora oggi è tra le più desiderate.

In Europa i primi decenni di scoperta e lavorazione della porcellana furono sfrenati, folli e avventurosi, tra rapimenti, segreti, alchimie, fortune improvvise e spaventosi fallimenti.
E così lo è stata la anche la storia della manifattura Ginori, che in tre secoli ha conosciuto alterne stagioni, ha attraversato secche e guidato rivoluzioni estetiche, come accadde durante la direzione artistica di Giò Ponti.

Una storia splendida e turbolenta che, quasi dal suo inizio, è stata documentata attraverso la costituzione di un archivio. Una storia illustrata dalla carta così come dalla cera, dalla creta e dalla ceramica dei bozzetti;‌ un patrimonio di modelli di cui, oltre l’utilità per la produzione, non può sfuggire il valore di testimonianza.

restauri Museo di Doccia
Piatto con decorazione a stencil, 1745-50, The Metropolitan Museum of Art, The Met Fifth Avenue Galleria 201, immagine in pubblico dominio

Un patrimonio che dal 1965 è stato esposto in un Museo costruito apposta a Sesto Fiorentino per ospitare e rendere accessibili le collezioni.

Nelle scorse settimane l’Associazione Amici di Doccia, con l’annuale consueta pubblicazione dei Quaderni, ha divulgato un’ottima notizia. Quella del restauro di 44 opere: soprattutto bozzetti in cera, ma anche opere in gesso e terracotta.

 

Oggetti che rappresentano solo una parte del tesoro di conoscenza custodito nei depositi del museo.
Restaurare questo tipo di manufatti è una sfida nella sfida, perché la loro fragilità fa parte della loro natura. Si tratta di opere, ad esempio, fortemente polimateriche: proprio la convivenza di materiali che hanno reazioni diverse ai fattori ambientali, all’umidità e in generale al tempo che scorre​ è causa di problemi conservativi.
Oppure che presentano danni derivati dall’uso ripetuto all’interno della manifattura.

I modelli utilizzati per ricavare i calchi, ad esempio, sono ricoperti da uno spesso e untuoso strato, che si mostrava fortemente annerito. L’intervento giustamente ha migliorato la leggibilità dei pezzi senza però rimuovere questo strato: si tratta infatti dell’accumulo di sostanze distaccanti con cui dovevano essere rivestiti i modelli per poter ricavare i calchi. Sono quindi custodi di preziose informazioni sulle tecniche di lavorazione oltre che tangibile testimonianza del tanto lavoro, dell’impegno e della creatività di cui questi oggetti sono stati strumenti.

Un restauro impeccabile, finanziato attraverso la raccolta fondi promossa da Artigianato e Palazzo. La cifra raccolta:‌ 50.000 euro. Una cifra sostanziosa e sufficiente a ridare salute e decoro ad oggetti dal valore artistico, storico e culturale non misurabile.

Una cifra che però appare subito nella sua identità di piccolo, volenteroso obolo se messa nella scala di una delle più vive e interessanti espressioni del patrimonio italiano.
Che quasi inacerbisce la mancanza, da ormai sette anni, della possibilità di godere del Museo della Manifattura di Doccia.

Fauno Marsia legato all’albero. Credits: Palazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica Torino, CC BY-NC

Se infatti nell’ultimo anno la chiu​sura al pubblico, la dimensione delle sale vuote, del patrimonio separato dai cittadini, delle aperture a singhiozzo e della virtualizzazione dell’opera di divulgazione dei musei ha coinvolto tutte le collezioni italiane, il Museo di Doccia manca da ben prima all’appuntamento con i suoi visitatori.

La vicenda sembra in fase di risoluzione:‌ dopo una penosissima Via Crucis di aste andate deserte (sulla quale credo varrebbe la pena spendere un’approfondita riflessione sulla miopia e impreparazione della classe imprenditoriale italiana, che di quel patrimonio avrebbe potuto fare fonte certa di valore) lo Stato Italiano, nel 2017, acquisisce il Museo. Da allora si traccia la strada verso la riapertura, che ancora si sta percorrendo, e lungo la quale questi restauri sono una ristorante tappa.

Ma credo che la storia degli anni immediatamente precedenti meriti di essere raccontata e divulgata.
Succede infatti che l’azienda Richard Ginori, con sede a Sesto Fiorentino, nel 2013 fallisce;‌ ed è probabile, peraltro, che le ragioni del fallimento vadano ricercate in tutt’altro che non la qualità e l’appetibilità sul mercato dei suoi prodotti.
Succede che la priorità è tutelare i lavoratori;‌ si accetta l’unica proposta allora in campo, quella di Gucci. Grande brand del lusso, parte del gruppo Kering, vicino di casa della Ginori.
Succede che vengono acquistati il brand e lo stabilimento. E il museo? No, il museo non rientra negli accordi.

Ancora prevale la visione miope e masochista per cui il museo è un inutile ed improduttivo fardello. Quanto lo sia davvero credo lo dimostri oltre ogni ragionevole sospetto questa pagina. L’e-commerce è quello del nuovo marchio, Ginori 1735. Che non a caso ha voluto dichiarare come valore del brand la tradizione pluricentenaria.

Online posso acquistare, per quasi 2000 euro, una statuetta che rappresenta “La virtù e il vizio”. È probabile si tratti di un’idea del Giambologna.
“La versione in biscuit, proposta dalla Manifattura, trae origine da un modello eseguito dallo scultore tardobarocco fiorentino Massimiliano Soldani Benzi, le cui forme e parte dei modelli sono stati venduti dal figlio Ferdinando al marchese Carlo Ginori attorno al 1740.”

Se poi avessi la possibilità di recarmi in negozio potrei richiedere di acquistare, per più del doppia della cifra precendente, un altro notevolissimo gruppo in biscuit che riproduce in scala ridotta il gruppo de “I lottatori”. L’originale in marmo, rinvenuto nel 1583, ancora oggi si può ammirare presso la Tribuna della Galleria degli Uffizi. La trasposizione in dimensioni da arredo fu eseguita “nelle botteghe dei bronzisti romani e fiorentini, come suggerisce il calco in cera dell’opera che è conservato nel Museo Richard Ginori della Manifattura di Doccia. Stando poi alle note di pagamento, è possibile asserire che il calco in cera sia stato eseguito in Manifattura, forse dallo stesso Anton Filippo Maria Weber che, nel 1744, risulta aver realizzato le forme in gesso”.

Tutto questo mentre, ci informa il sito degli Amici di Doccia, “in questi ultimi anni la Direzione regionale musei della Toscana (già Polo museale)” ha dovuto provvedere a portare avanti “le attività indispensabili e urgenti … come il ripristino completo delle coperture, il cui stato disastroso ereditato da anni di incuria e di chiusura era una delle principali cause di rischio e di degrado dell’edificio e potenzialmente delle collezioni stesse” e si è dovuto provvedere a mettere in sicurezza l’archivio con il “trasferimento … all’Archivio di Stato di Firenze in ambienti salubri e adeguati per la corretta conservazione del materiale cartaceo”.

restauri doccia ginori manufatti MET
Chicchera e piattino, 1750-55, The Metropolitan Museum of Art (altra immagine del set in anteprima), immagine in pubblico dominio

Di questa operazione, come del progetto di catalogazione e il completamento dell’inventario del fondo librario storico dell’Archivio del Museo di Doccia, si fa carico ancora una volta l’associazione Amici di Doccia.

Resta l’ammirazione per i restauri sin qui condotti, che ci lasciano presagire l’enorme interesse culturale del museo futuro.

Resta l’amarezza per un patrimonio abbandonato, disconosciuto, tradito, verso il quale manca quell'interesse per un valore vero e duraturo che potrebbe garantire.

Note

Il titolo riprende una notazione tratta da:
Ugo Nebbia, L'Italia all'Esposizione Internazionale di Parigi di Arti Decorative e industriali moderne, “Emporium”, LXII, n. 367, aprile 1925

​​​​


Il ritorno dell’opera “Le Antichità di Ercolano Esposte” al Parco Archeologico

Il 16 Aprile 2021 l’opera settecentesca “Le Antichità di Ercolano Esposte” è stata restituita al Parco Archeologico in seguito al restauro dei primi 8 volumi. La collana potrà essere nuovamente fruibile ai visitatori grazie alla cura della Biblioteca Nazionale di Napoli.

Le Antichità di Ercolano esposte
"Le Antichità di Ercolano Esposte" Tomo 1 dopo il restauro. Foto Ufficio stampa Paerco 

“La collaborazione con la biblioteca Nazionale – dichiara Francesco Sirano, direttore del Parco Archeologico di Ercolano – si è giovata dell’altissimo livello professionale che da sempre ne caratterizza l’opera. I rapporti, già stretti per la presenza dell’officina dei papiri Ercolanesi proprio nella Biblioteca, si sono ulteriormente rafforzati.”

Papiri Ercolanesi dall'Officina dei Papiri Ercolanesi, Biblioteca Nazionale di Napoli. Foto di Gaia Anna Longobardi.

“La sinergia – aggiunge Salvatore Buonomo, direttore della Biblioteca Nazionale di Napoli – in questo caso ha costituito un’occasione per avvalersi al massimo delle risorse e delle potenzialità di cui disponiamo nell’ambito dei beni culturali, consentendoci l’allargamento del concetto stesso di patrimonio culturale componendo l’interesse di bene bibliografico con quello archeologico.”

I primi 6 volumi di “Le Antichità di Ercolano Esposte” hanno richiesto un restauro particolarmente difficoltoso. Difatti, Valerio Stanziano e Luigi Vallefuoco del Laboratorio “Alberto Guarino” della BNN e Elisabetta Canna funzionaria del Parco Archeologico hanno svolto un’azione di ripristino di tutti i dorsi in pelle con iscrizioni in oro a vista. Inoltre, il lavoro di restauro ha visto interventi sulle carte interne, le coperte con incartonatura e le preziose carte marmorizzate dipinte a mano. Infine, le ulteriori azioni di cura dell’opera, con uso di materiali comunicati dalla Biblioteca, sono state affidate alla Ditta Argentino Chiara.

Le Antichità di Ercolano Esposte
Tomo IV prima del restauro. Foto della Biblioteca Nazionale di Napoli.

Le Antichità di Ercolano Esposte
"Le Antichità di Ercolano Esposte " Tomo IV innesti sul dorso. Foto Biblioteca Nazionale di Napoli.

“Il lavoro di restauro – afferma Salvatore Buonomo – ci tengo a sottolinearlo è stato portato a termine grazie alla disponibilità dei nostri ultimi restauratori, che pur se collocati in pensione, hanno continuato il lavoro in forma volontaria per completare questo delicato restauro e le altre esecuzioni in corso. Allo stato il nostro importante e specializzato laboratorio non può continuare l’attività per mancanza di personale.”

La storia dell’opera “Le Antichità di Ercolano Esposte”

Per lungo tempo “Le Antichità di Ercolano Esposte” è stata un’opera di riferimento per gli artisti settecenteschi. Infatti, al suo interno troviamo meravigliosi esempi di decorazioni ellenistiche riportate con disegni ed incisioni, che diedero vita al neoclassicismo nell’arte europea.

La pubblicazione avvenne tra 1757 e 1792 a cura della Stamperia Reale Borbonica della Reale Accademia Ercolanense, centro di studi del materiale archeologico con sede presso la Reggia di Portici dove si trovava l’”Herculanense Museum” luogo di esposizione dei reperti.

Le Antichità di Ercolano Esposte
Herculanense Museum, Sala VII, quadri retroilluminati. Foto MUSA Reggia di Portici.

La prestigiosa opera editoriale non fu mai messa in commercio, ma voluta dal re Carlo di Borbone come dono agli aristocratici ed eruditi della corte napoletana. Infatti, fu proprio il re a strutturare una collezione bibliografica riguardante gli scavi borbonici delle antiche città di Pompei e Herculaneum.

Il direttore del Parco Archeologico Francesco Sirano ritiene fondamentale la riesposizione dell’opera, come fonte di ispirazione artistica inesauribile anche nell’epoca contemporanea. Difatti, sarà a breve disponibile il portale Open Data per l’Herculaneum Conservation Project per la condivisione delle conoscenze tra cui “Le Antichità di Ercolano Esposte”.


Le Terme romane sul fiume Cosa: la sorprendente scoperta a Frosinone

Le Terme romane sul fiume Cosa: la sorprendente scoperta a Frosinone

In seguito alle operazioni della Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Frosinone e Latina, nell'ambito dell'archeologia preventiva in località Ponte della Fontana, sono state rinvenute delle terme romane. I saggi d'indagine archeologica seguivano i lavori per l'impianto fognario della città di Frosinone presso il fiume Cosa.

Terme romane sul fiume Cosa
Il fiume Cosa, Frosinone. Foto Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Frosinone e Latina

La nuova scoperta, presentata durante la conferenza del 9 aprile, potrà fornire nuove e interessanti informazioni sulla città romana. Difatti, nel corso degli anni diversi reperti italici e romani sono riaffiorati nella zona, come affermato dalla direttrice della Soprintendenza Paola Refice. Questi però, non hanno finora permesso una ricostruzione storica importante, come potrà farsi grazie al nuovo rinvenimento.

Le terme romane, che si collocano sulla sponda sinistra del fiume Cosa, presentano numerosi dati per la datazione della frequenza d'uso. Infatti, la pavimentazione musiva bicroma del primo ambiente risale al II secolo d.C. ed è tipica dell'architettura adrianea. Inoltre, sono state portate alla luce due monete, una dell'età di Diocleziano e la seconda di IV sec. d.C., dato con cui si può affermare la frequenza degli ambienti fino a tale periodo, come spiegato durante la conferenza dalla dott.ssa Quadrino.  Presenti anche alcune opere di restauro del tappeto musivo, sottolineando l'uso prolungato di questi spazi termali.

Il sito è accessibile da Via San Giuseppe ed è, nella sequenza stratigrafica, a pochi centimetri dal piano di calpestio, dimostrando che la città contemporanea si sviluppa esattamente sulle rovine antiche.

Frosinone, principali siti archeologici e, in rosso, la posizione delle terme romane sul fiume Cosa

Lo scavo archeologico, coordinato dall'archeologo Davide Pagliarosi e diretto dalla funzionaria della Soprintendenza locale, Daniela Quadrino, dovrà proseguire per riportare in luce altri ambienti, oltre alla necessità di opere di tutela e messa in sicurezza del sito.

La dott.ssa Refice ha sottolineato, con particolare riferimento a questa scoperta, dell'importanza dell'archeologia preventiva sul territorio italiano, che conserva nel sottosuolo la sua storia millenaria.

Gli ambienti delle Terme romane sul fiume Cosa

Gli ambienti rinvenuti, ha spiegato l'archeologo Pagliarosi, sono da riferirsi al frigidarium, con spazi in opera reticolata e laterizi che conducono ad una grande vasca.

L'elemento più interessante è certamente la pavimentazione in tessere musive bicrome bianche e nere, che potrebbero indicare una committenza facoltosa o addirittura imperiale sulla quale indagare, tramite il riscontro di alcune tracce di fistole (condutture di epoca romana con marchio di fabbricazione) impresse nella malta del tappeto pavimentale.

Particolare della pavimentazione musiva con Tritone. Terme sul Fiume Cosa, Frosinone. Foto Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Frosinone e Latina

Il ciclo figurativo rappresentato si riferisce all'ambiente marino con una teoria di figure mostruose. Individuati un bue marino, Tritone che suona il corno, probabilmente anche un ippocampo acefalo e alcune code squamate. Difatti, lo stato di conservazione non è ottimo e alcune tessere non sono presenti, a causa di azioni antropiche successive come quelle agricole. Inoltre, parte dell'edificio è stato compromesso in seguito alla deviazione nel tempo del corso del fiume Cosa.

Terme romane sul fiume Cosa
Particolare del mosaico pavimentale con bue marino. Terme romane sul fiume Cosa, Frosinone. Foto Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Frosinone e Latina

La grande vasca doveva essere rivestita con lastre di marmo bianco, al suo interno è presente una abside anch'essa marmorea, dalla quale probabilmente potevano scaturire giochi d'acqua.

Vasca marmorea delle Terme romane sul fiume Cosa con gradini d'accesso. Foto Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Frosinone e Latina.

La soglia delle terme è in tufo, con un'incamiciatura in piombo fatta in seguito all'usura delle porte, dato che dimostra l'importante utilizzo dell'edificio, forse di carattere pubblico.

Infine, le ricerche archeologiche potranno analizzare anche la crescita demografica della città. Infatti, nel 2007 fu rinvenuto un altro edificio termale di III secolo in zona De Matteis. La necessità di due strutture termali nell'antica città romana è un'importante indizio sulla sua società.


Corpus Juvarrianum mostra pubblicazione

Il Corpus Juvarrianum offerto al grande pubblico attraverso una mostra e una pubblicazione

IL CORPUS JUVARRIANUM PER LA PRIMA VOLTA OFFERTO AL GRANDE PUBBLICO ATTRAVERSO UNA MOSTRA E UNA NOTEVOLE PUBBLICAZIONE

Il 1720 ha rappresentato per la città di Torino un anno di storici e cruciali avvenimenti, dall’annessione ai possedimenti dei Savoia del Regno di Sardegna alla fondazione, in seguito all’editto regio del 25 ottobre, della Biblioteca universitaria dell’Ateneo Torinese, che la stessa Biblioteca Nazionale, a trecento anni di distanza, ha voluto ricordare attraverso uno speciale omaggio al “regista di corti e capitali” Filippo Juvarra.

Per la prima volta viene, infatti, esposto al grande pubblico, al piano interrato dell’edificio di piazza Carlo Alberto, nella sala mostre per l’occasione intitolata al grande architetto messinese, il cosiddetto Corpus Juvarrianum, il più importante e cospicuo fondo di manoscritti, stampe e disegni a lui appartenuto e acquisito dalla Biblioteca tra il 1762 e 1763.

‡

Nato e cresciuto a Messina, Filippo Juvarra cominciò il proprio percorso di formazione attraverso l’intenso studio del Vignola e l’attività presso la bottega del padre argentiere e, intrapresa la carriera religiosa, si trasferì a Roma dove ebbe modo di interiorizzare il linguaggio della classicità con la pratica dell’indiscusso e fondamentale strumento di lavoro che Carlo Fontana gli consigliò, il disegno.

Non mancarono negli anni le occasioni di dimostrare il proprio talento e il proprio originale estro artistico, elementi che divennero ben presto le chiavi del suo successo internazionale: dai primi incarichi nella città eterna al soggiorno lucchese, dai numerosi interventi nella città sabauda, per volere del re Vittorio Amedeo II, ai viaggi a Lisbona, Parigi, Londra, fino all’ultima chiamata a Madrid dove morì nel 1736.

https://youtube.com/playlist?list=PLPebULDXW6aMaWSHbXLBNd3rXsYH-1uyw

Ed è partendo dalle sue vedute di paesaggi, dalle fantasie architettoniche, dai prospetti, dagli schizzi, o meglio dai "pensieri",  così come egli amava definirli, da lui utilizzati nel corso della sua intera carriera artistica come mezzo di comunicazione di idee e di competenze, che ha saputo mostrarsi non solo un geniale architetto ma un vero artista “a tutto tondo”.

Imponente e quasi impossibile sarebbe l’impresa, avviata da Vittorio Viale già nel 1971, di riuscire a ricostituire l’enorme completo Corpus Juvarrianum, ovvero tutta l’eredità lasciataci dal grande architetto, per mole di materiale e per la dispersione che questa ha avuto nel mondo, ma di certo un grande passo in avanti è stato fatto attraverso il lungo e laborioso lavoro svolto su quanto la Biblioteca Nazionale e Torino, in generale, conserva di questo importante patrimonio.

La mostra, visitabile gratuitamente previa prenotazione fino al 31 maggio (non appena il Piemonte tornerà in zona gialla) è stata curata da Maria Vittoria Cattaneo, Chiara Devoti, Elena Gianasso, Gustavo Mola di Nomaglio, Franca Porticelli, Costanza Roggero e Fabio Uliana, con il sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo, della CRT-Cassa di Risparmio Torinese, di Reale Mutua Assicurazioni, in sinergia con il Dipartimento Interateneo di Scienze, progetto e politiche del territorio, la Scuola di Specializzazione in beni architettonici e del paesaggio e il Politecnico di Torino, oltre che al patrocinio della Regione Piemonte e del Comune di Torino.

Tre sono i principali filoni nei quali si dipana il percorso espositivo, ciascuno dei quali suddiviso in differenti sottosezioni. Il primo, dedicato agli studi eseguiti negli anni di formazione a Messina e a Roma, fino agli interventi da Primo Architetto civile di Sua Maestà, mostra alcuni tra i più celebre ed importanti progetti per edifici religiosi e laici realizzati nella capitale torinese, come la basilica di carattere votivo e funerario di Superga, l’ormai distrutta Chiesa di Sant’Andrea di Chieri e la straordinaria Palazzina di Caccia di Stupinigi mentre, in uno dei due prestiti ricevuti per l’occasione, ovvero il progetto esecutivo per la rettifica della contrada e della piazza di Porta Palazzo, firmato in tutte le sue parti dallo stesso Juvarra, emerge la sua abilità di urbanista della corte reale.

A questi primi esempi vengono affiancati gli album contenti le testimonianze dell’attività di Juvarra come insegnante, già iniziata presso l’Accademia di San Luca di Roma: una serie di esercizi proposti dal maestro che gli allievi erano chiamati a completare per allenarsi ad acquerellare e “far di pianta”, così come ci mostrano gli esiti di uno dei suoi più talentuosi pupilli, Giovanni Pietro Baroni di Tavigliano.

E ancora una piccola ma singolare sezione dedicata alle targhe e agli stemmi araldici romani, soggetto a lungo sperimentato e studiato da Juvarra tanto da andare a costituire, nel 1711, una vera e propria pubblicazione e che restituisce al pubblico di ogni livello il suo interesse inusuale, e forse poco conosciuto, nei confronti degli elementi decorativi, che dovevano sapientemente dialogare con le strutture architettoniche da lui ideate.

Corpus Juvarrianum
Il Corpus Juvarrianum offerto al grande pubblico attraverso una mostra e una pubblicazione alla Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino

Al secondo filone è, invece, affidato il compito di ripercorrere l’attività del Cavalier Juvarra come scenografo, in particolare negli anni romani tra il 1709 e il 1714, con la cruciale esperienza a servizio del Cardinal Ottoboni e dei successivi incarichi. L’approccio con il mondo del teatro gli permise di concepire e saggiare non solo il rapporto tra natura e finzione, visione ed evocazione, ma anche la definizione di sontuosi spazi ariosi continuamente percorribili dallo sguardo. Lo testimoniano molte delle prospettive angolari e dei pensieri rappresentanti vasti saloni e cortili di carceri, realizzati in previsione della costruzione di maestosi apparati scenografici ed inseriti nell’album della Riserva 59.4, un unicum nell’intero corpus dei 18 volumi, poiché creato dallo stesso Juvarra smontando e ricomponendo un personale taccuino di disegni redatto nel 1707 e corredato di numerose didascalie.

Sono stati scelti, a titolo esemplificativo di questo suo importante impegno, i documenti che attestano i lavori eseguiti in occasione dei festeggiamenti, nel 1722, del matrimonio tra Carlo Emanuele e Anna Cristina Ludovica, e della messa in scena dell’opera de il Ricimero, cui segue l’esposizione dello spartito autografo di Antonio Vivaldi dell’Orlando finto pazzo, altro importante tesoro della Biblioteca Nazionale, allo scopo di mettere in relazione due tra i più preziosi e importanti beni conservati dalla biblioteca e rendere conto della fortuna che l’arte del melodramma ebbe a Torino.

La terza e ultima sezione è incentrata sul decennale legame storico-politico tra Sicilia, Piemonte ed Europa, proseguito anche oltre la sostituzione della Sicilia con la Sardegna (1720) fino al 1861, che hanno permesso non solo a Juvarra ma ad un vasto numero di letterati e artisti di approdare in quello che, sempre più velocemente, si stava trasformando in un polo culturale d’eccellenza, e di cui i volumi presentati, in parte di proprietà della Nazionale, in parte di biblioteche private, ne sono la prova.

Il percorso espositivo è inoltre arricchito di un ottimo apparato multimediale, voluto e curato da Tomaso Cravarezza, che consente ai visitatori di sfogliare virtualmente gli album di disegni esposti nelle teche e di apprezzarli nella loro interezza, avendo così modo di costruire un personale “itinerario” tra il Corpus Juvarrianum, alla luce delle proprie conoscenze e curiosità.

Corpus Juvarrianum mostra pubblicazione

Corpus Juvarrianum mostra pubblicazione
Il Corpus Juvarrianum offerto al grande pubblico attraverso una mostra e una pubblicazione alla Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino

 

Un vasto e complesso progetto, questo, nato nel dicembre 2019 che ha dovuto affrontare il difficile ostacolo della pandemia, tanto da rendere le operazioni di organizzazione talvolta travagliate e da spingere i suoi stessi curatori, nel corso del tragico anno per il mondo dell’arte e della cultura, il 2020, a dubitare della buona riuscita dell’evento. Ma la speranza più grande è stata da loro riposta nella corposa pubblicazione che avrebbe corredato la mostra del 2021 e che il COVID-19 non avrebbe certamente potuto fermare.

Un grande e originale contributo alla vasta letteratura su Filippo Juvarra, a cura di Franca Porticelli, Costanza Roggero, Chiara Devoti e Gustavo Mola di Nomaglio ed edito dal Centro Studi Piemontesi, che ospita, per la prima volta, l’inventario aggiornato dell’intero corpus (soggetto, datazione, tecnica e bibliografia per ciascun disegno) ed una serie di saggi volti a restituire un inquadramento storico, artistico e culturale della produzione juvarriana.

Il ricavato della vendita verrà impiegato per il finanziamento del restauro del manoscritto Dante Alighieri, Inferno, sec XVI, in occasione dell’anniversario dantesco, ulteriore modo per celebrare l’importante ricorrenza della biblioteca, oltre alla possibilità di poter visitare lo spazio allestito, a fianco della sala mostre, con l’antico laboratorio di restauro del libro inaugurato a seguito del devastante incendio del 1904.

Un’occasione, dunque, di presentare, al grande pubblico e ai più esperti in materia, l’eccezionalità di questo patrimonio librario, offerto nella sua compiutezza e corredato da un ampio apparato critico, a testimonianza della genialità e della grandezza di quel Primo Architetto Civile di Sua Maestà che, a distanza di trecento anni, sa ancora stupire e appassionare.

La playlist coi video della mostra è al seguente link: https://youtube.com/playlist?list=PLPebULDXW6aMaWSHbXLBNd3rXsYH-1uyw

Tutte le foto sono state fornite dall'ufficio stampa della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino.


Completato il restauro nella Basilica di Santa Francesca Romana

Dopo un lungo lavoro è stato completato il restauro del soffitto ligneo della Basilica di santa Francesca Romana, definito "Il restauro della Speranza” e coinciso con l'anno esatto dal primo lockdown nazionale.

La splendida Basilica è dedicata alla santa co-patrona di Roma, protettrice delle automobili e celebrata il 9 marzo. Nobildonna romana, al secolo Francesca de Ponziani, era stata d’aiuto al popolo romano proprio durante una terribile pestilenza nel 1413 tanto che oggi è invocata anche come protettrice dalle epidemie.

Restauro Basilica Santa Francesca Romana
Restauro Basilica Santa Francesca Romana. Foto: Parco Archeologico del Colosseo

La chiesa assunse il nome di Santa Francesca Romana dal 1608 proprio a seguito della canonizzazione della nobildonna e nelle sue fattezze odierne barocche intuiamo una trasformazione derivata dalla chiesa Paleocristiana di Santa Maria Nova fatta erigere da papa Leone IV nell’847. Monastero e chiesa si ergono sul podio di un precedente tempio pagano dedicato a Venere e Roma, il più grande tempio dell’antichità voluto da Adriano e dedicato il 21 aprile del 135 d.C.

Artefice del progetto sarebbe stato lo stesso imperatore, la cui opera fu aspramente criticata dall’architetto di fiducia di Traiano, Apollodoro di Damasco, che avrebbe pagato con la vita la sua audacia. Qualche anno prima i due si erano già scontrati e Apollodoro aveva cacciato il giovane Adriano che gli aveva mostrato alcuni suoi progetti con una frase che è rimasta famosa nella letteratura: "Vattene via! Vai a disegnare le tue zucche. Di architettura tu non hai mai capito niente!".

Restauro Basilica Santa Francesca Romana
Restauro Basilica Santa Francesca Romana. Foto: Parco Archeologico del Colosseo

I complessi lavori di restauro hanno interessato il soffitto seicentesco a cassettoni lignei, uno dei più belli e ricchi tra le chiese del centro storico di Roma, realizzato su progetto di Carlo Lombardi secondo l’iconografia proposta dal cardinale Emilio Sfondati. Il soffitto presenta una ripartizione in lacunari e decorata nella parte centrale con tre gruppi scultori lignei: nella parte verso l’altare vi è Santa Francesca Romana con l’angelo, nella parte centrale la Vergine con le sante Agnese e Cecilia, in prossimità dell’altare invece vi è San Benedetto. Benedettini sono infatti i monaci che risiedono dal XIV secolo in questo complesso, appartenenti alla congregazione di Monte Oliveto Maggiore.

Restauro Basilica Santa Francesca Romana
Restauro Basilica Santa Francesca Romana. Foto: Parco Archeologico del Colosseo

I lavori di messa in sicurezza e restauro del sottotetto e del controsoffitto a lacunari è stato avviato nell’estate 2020 dopo la segnalazione di piccoli frammenti pittorici caduti a terra. Infiltrazioni d’acqua nel corso degli anni avevano indebolito le strutture lignee compromettendo la solidità della tenuta e degli apparati decorativi.

Solo dopo aver ripristinato la coesione delle orditure e avere assicurato la tenuta della struttura, i restauratori hanno eseguito i lavori sulle superfici decorate e sui gruppi scultorei provvedendo così alla riadesione della pellicola pittorica, colmando le mancanze e riallineando cromaticamente le lacune il tutto inteso seguendo principi e rispetto del restauro moderno e cioè la riconoscibilità, la reversibilità, minimo intervento e autenticità.

Restauro Basilica Santa Francesca Romana
Restauro Basilica Santa Francesca Romana. Foto: Parco Archeologico del Colosseo

L’intervento di restauro nella Basilica di Santa Francesca Romana è accompagnato anche dalla pubblicazione di un volume edito da Gangemi editore e curato dal Direttore del Parco Archeologico del Colosseo Alfonsina Russo, da Cristina Collettini e da Alessandro Lugari, “Santa Francesca Romana. Il restauro della speranza” in cui è raccolta l’esperienza di cantiere vissuta a stretto contatto con questo straordinario patrimonio artistico nel cuore di Roma.

https://www.youtube.com/watch?v=eY2fz6RWSh0


Torna a splendere l'affresco egittizzante della Casa dei Ceii

Un restauro importante si conclude all’interno dell’imponente Casa dei Ceii; scavata tra il 1913 e il 1914 è uno dei rari esempi in città di dimora di età tardo sannitica (II secolo a.C.).

A causa di una mancanza sistematica di manutenzione e di pratiche di restauro spesso non idonee, il prezioso grande affresco egittizzante del giardino della Casa dei Ceii, nel corso del tempo, aveva perso i suoi brillanti colori e così grazie ai lavori di manutenzione e alle mani sapienti dei restauratori finalmente mostra con estrema vividezza le scene raffigurate e i colori splendenti delle pitture.

Casa dei Ceii restauro affresco egittizzante
Casa dei Ceii, scena di caccia dopo il restauro. Foto: Parco Archeologico di Pompei

Eccola la scena di caccia con la presenza di animali esotici e selvatici assieme a paesaggi egittizzanti, soggetti che spesso ricorrono in altre domus pompeiane per creare un’illusione prospettica e per aprire gli spazi verso uno scenario idilliaco sacrale.

Probabilmente il tema delle pitture testimoniava il legame e un interesse specifico del proprietario con il Collegio degli Isiaci e con il mondo egizio, moda particolarmente diffusa a Pompei negli ultimi anni di vita della città.

Casa dei Ceii restauro affresco egittizzante
Casa dei Ceii, scena di caccia prima del restauro. Foto: Parco Archeologico di Pompei

Il lavoro di restauro, molto complesso, ha previsto una pulitura del dipinto anche mediante l'utilizzo del laser ed ha interessato, visto il maggiore degrado, soprattutto la parte inferiore con decorazione botanica; le parti abrase sono state recuperate anche attraverso un ritocco pittorico puntuale. Per evitare in futuro altre problematiche legate ad infiltrazioni d’acqua, l’ambiente è stato chiuso così da preservarne adeguatamente l’area.

Casa dei Ceii, scena di caccia. Foto: ®luigispina

La domus doveva appartenere al magistrato Lucius Ceius Secundus, ipotesi basata sul ritrovamento di una iscrizione elettorale dipinta sul prospetto esterno della casa. L’abitazione, tuttavia, non rientra nel tipo della domus aristocratica, il cui possesso era considerato necessario per accedere alla carriera politica, ma si attesta, piuttosto, come una casa di livello medio del II secolo a.C.

Casa dei Ceii, scena di caccia restauro. Foto: Parco Archeologico di Pompei

La facciata della Casa dei Ceii risulta improntata a una certa severità con riquadri di stucco bianchi e alto portale coronato da capitelli cubici e raffinata cornice a dentelli. Il corridoio di accesso conserva ancora il calco del portone originale e immette nell’atrio tetrastilo dove le quattro colonne rivestite di stucco sorreggono il portico dell’atrio e incorniciano la vasca dell’impluvio realizzata con frammenti di anfore disposte di taglio secondo una tecnica diffusa in Grecia e che a Pompei è solo presente qui e nella domus della Caccia Antica.

Casa dei Ceii. Foto: Parco Archeologico di Pompei

Un prezioso tavolo di marmo con piedi leonini e una raffinata vera di pozzo sono stati ricollocati nella loro sede originaria, accanto alla vasca dell’impluvio dove è anche visibile, lì vicino, il calco di un armadio di legno. Una parete a graticcio scherma alla vista la piccola scala in muratura e legno che permetteva l’accesso agli ambienti del piano superiore.

 

Si ringrazia il Parco Archeologico di Pompei per le foto e i video


Pompei. Si restaurano le colonne della Casa del Fauno

Dopo anni di vicende travagliate si procede al restauro delle colonne dell’atrio secondario della Casa del Fauno, una delle abitazioni più grandi e sontuose della città antica situata nella Regio VI, 12. 1-8. La domus che risulta essere fra le case più sontuose dell’intera città, occupa un intero isolato e si estende all’incirca su un’area di 3.000mq. L’abitazione nelle forme attualmente visibili è il risultato di due fasi costruttive risalenti al II sec. a.C.

La sua fama si deve al ritrovamento del mosaico di Alessandro in battaglia ad Isso contro Dario III di Persia che consta di circa 1 milione e mezzo di tessere e risulta essere una copia di un celebre dipinto realizzato dal pittore greco Filosseno di Eretria. Probabilmente i proprietari della domus dovevano avere rapporti con un atelier di origine alessandrina che si occupò anche dell’esecuzione dei restanti mosaici della casa, mentre una tesi poco accreditata vuole il mosaico un originale alessandrino saccheggiato dalla Grecia e portato a Roma.

colonne Casa del Fauno
Restauro delle colonne della Casa del Fauno. Foto: Parco Archeologico di Pompei

La casa del Fauno è stata colpita durante i bombardamenti aerei del settembre 1943 e ha subito numerosi danni. Due bombe precipitarono sull’abitazione e una di queste colpì l’atrio che conduceva alla zona privata della casa radendo al suolo tre delle quattro colonne corinzie in tufo dell’atrio.

Nel 1946 si procedette alla ricostruzione di queste secondo gli usi dell’epoca, utilizzando grappe in ferro e malte cementizie che successivamente non si rivelarono materiali idonei ai fini della conservazione. Anche nel 1980, successivamente al disastroso terremoto, furono effettuati lavori di conservazione sulle colonne ma anche questi procedimenti si rivelarono estremamente dannosi.

colonne Casa del Fauno
Restauro delle colonne della Casa del Fauno. Foto: Parco Archeologico di Pompei

I recenti lavori di restauro hanno permesso di recuperare in maniera integrale l’atrio tetrastilo intervenendo con procedure idonee secondo i dettami del restauro dell’antico e del moderno. Sono dunque stati rimossi tutti quegli elementi non più idonei e che anzi nel tempo avrebbero causato ulteriori danni alla conservazione (elementi metallici, stuccature cementizie e  malte di restauro non più capaci  di sostenere le varie parti) per sostituirli con nuovi materiali di restauro più stabili e duraturi. Su tutte le colonne, infine, per salvaguardare i materiali originali in pietra, stucco ed intonaco (già consumati dal vento e dalle piogge) sono state eseguite operazioni di pulitura, trattamento biocida, stuccatura, consolidamento, protezione.

colonne Casa del Fauno
Restauro delle colonne della Casa del Fauno. Foto: Parco Archeologico di Pompei

Si tratta di un importante intervento, atteso da anni – dichiara Massimo Osanna, Direttore Generale ad interim del Parco archeologico - che consente di restituire alla pubblica fruizione un altro ambiente di questa prestigiosa dimora, che reca in sé la testimonianza di un capitolo drammatico di Pompei, quello del bombardamento. Come testimoniato anche dai resti degli ordigni conservati, allo scopo, nell’atrio. Un intervento complesso di consolidamento, che ha inteso risolvere in maniera radicale il restauro delle colonne per lunghi anni lasciate in condizioni conservative precarie. Ma anche una operazione di riqualificazione e di recupero estetico, realizzata uniformando e integrando i materiali di restauro. “

https://www.youtube.com/watch?v=dL06lscdaLs&feature=youtu.be