Il più antico caso di peste data al Neolitico

Un nuovo studio, da poco pubblicato sulla rivista scientifica Cell, documenterebbe non solo il primo caso di peste della storia, ma spiegherebbe anche il decadimento di molte società neolitiche dell'Eurasia all'alba dell'Età del Bronzo.

Tra i cinque e i seimila anni fa, infatti, molte società neolitiche dell'Eurasia occidentale videro un sensibile declino delle loro popolazioni: le ragioni di questo declino sono oggetto di discussione e probabilmente legate a una combinazione di fattori.

Lo studio in questione riporta in particolare la scoperta e la ricostruzione genomica dello Yersinia pestis presso gli agricoltori neolitici in Svezia, che va a predatare e a risultare alla base di tutti i ceppi moderni e antichi di questo agente patogeno.

peste Yersinia pestis Neolitico Eurasia occidentale Gokhem
I resti di una donna ventenne (Gokhem2) vissuta circa 4900 anni prima del tempo presente, che fu uccisa dalla prima pandemia di peste. Credits: Karl-Göran Sjögren / University of Gothenburg

Il team internazionale di ricercatori ha in particolare individuato il DNA di questo nuovo ceppo di Yersinia pestis nel DNA estratto da resti di una donna che morì circa cinquemila anni fa. Il ceppo possedeva già allora tutti i geni che rendono oggi letale la peste polmonare, e tracce dello stesso sono state ritrovate in un altro individuo nello stesso luogo di sepoltura, suggerendo che la donna morì della stessa causa.

Come anticipato, a rendere di straordinario interesse la scoperta non sarebbe solo il fatto che si tratta del ceppo più antico di Yersinia pestis, ma le loro analisi indicano come questo sia il più vicino (tra quelli finora identificati) all'origine genetica della peste.

Inoltre, si dimostrerebbe come diversi ceppi indipendenti esistessero all'epoca; questi si andarono quindi ramificando ed espandendo. Quello di cui si è appena detto probabilmente diverse dagli altri ceppi attorno a 5.700 anni fa, mentre la peste che era comune durante l'Età del Bronzo e quella che è l'antenata dei ceppi esistenti oggi, diversero rispettivamente 5.300 e 5.100 anni fa.

Lo studio suggerisce anche che la peste possa essersi diffusa negli insediamenti neolitici per via dei commerci, contribuendo al declino dei primi. Altri ricercatori, in passato, avevano ipotizzato che il declino delle società agricole neolitiche in queste aree fosse stato causato dalle massicce migrazioni dalla steppa eurasiatica verso l'Europa. Se il ceppo di Yersinia pestis della donna svedese diverse 5.700 anni fa, questo significherebbe che la sua evoluzione avvenne prima delle suddette migrazioni, e che al loro arrivo gli insediamenti neolitici europei stavano già collassando.

All'epoca, insediamenti di dieci e ventimila abitanti cominciavano a divenire comuni in Europa, rendendo possibile la specializzazione del lavoro, nuove tecnologie e commerci; si preparava però al contempo il terreno per la peste: animali, persone e cibo erano negli stessi luoghi, in condizioni igieniche pessime.

Mancano ancora alcuni elementi per confermare queste teorie, ma in realtà i ricercatori non hanno ancora cominciato a guardare in questa direzione: se si trovasse lo Yersinia pestis in questi grandi insediamenti, si tratterebbe di prove molto forti a supporto delle loro ipotesi.

Lo Yersinia pestis al microscopio a fluorescenza. Foto di repertorio, opera dei Centers for Disease Control and Prevention, parte dello United States Department of Health and Human Services

Lo studio Emergence and Spread of Basal Lineages of Yersinia pestis during the Neolithic Decline, opera di Nicolás Rascovan, Karl-Göran Sjögren, Kristian Kristiansen, Rasmus Nielsen, Eske Willerslev, Christelle Desnues, Simon Rasmussen , è stato pubblicato su Cell (December 6, 2018; DOI: https://doi.org/10.1016/j.cell.2018.11.005).


vino Pompei

Il vino pregiato di Pompei, apprezzato sin dall'antichità

Terminata la consueta vendemmia a Pompei, facciamo un salto indietro e parliamo della città antica e della sua produzione vinaria. La vendemmia infatti era una delle attività più remunerative dell’area vesuviana, terra fertile e famosa sin dall’antichità per le uve pregiate e particolarmente redditizie. Nell’economia della città, oltre al garum, uno dei prodotti largamente diffusi era proprio il vino. I vini prodotti dalle viti coltivate sotto le pendici del Vesuvio dove il terreno ricco di acido fosforico favoriva la qualità e l’abbondanza dei raccolti erano particolarmente pregiati e richiesti. Anche il naturalista Plinio il Vecchio, celebre vittima dell’eruzione del 79 d.C. e ammiraglio della flotta di Capo Miseno ricorda la bontà dei vini prodotti proprio a Pompei che raggiungevano il massimo del pregio nell’arco dei 10 anni, anche se risultavano particolarmente pesanti tanto da procurare terribili mal di testa per ore. Una tipologia di vite, denominata Murgentina perché proveniente dalla città di Morgantina in Sicilia, fu trapiantata a Pompei e da lì in poi ebbe uno sviluppo tale da mutare addirittura il nome in Pompeiana. Altra varietà di vite, denominata Holconia e poi diffusa anche in Etruria, prendeva il nome da un’importante famiglia, quella degli Holconi, celebri viticoltori di origine pompeiana  vissuti in età augustea. Anche la fortuna di un’altra celebre famiglia pompeiana, gli Eumachi, dipendeva in buona parte dalla coltivazione della vite oltre che dell’olivo.

Foto Parco Archeologico di Pompei

La tecnica della viticoltura era particolarmente articolata, così come la disposizione delle viti che, secondo Plinio il Vecchio, doveva seguire delle regole ben precise. I filari erano così sostenuti da pergole (vitis compluviata) e posti ad una distanza regolare a poco meno di un metro e mezzo l’una dall’altro. L’archeologia a Pompei, oltre a restituire meravigliose strutture edilizie, ha anche riportato alla luce, grazie agli studi condotti dal Laboratorio di ricerche Applicate del Parco Archeologico di Pompei,  le radici di alcune vigne, consentendo così di ricostruire la disposizione interna dei filari antichi. Gli scavi hanno permesso inoltre di identificare piante di legumi, in genere fave, piantate tra le viti, non solo perché arricchivano il raccolto ma anche perché fornivano al terreno sali minerali. Dopo il raccolto e la pigiatura con i piedi, i grappoli venivano portati tramite ceste al torchio dove si cercava di ricavare, attraverso la spremitura con la pressa, una maggiore quantità di succo. Il prodotto veniva poi raccolto in un canaletto e condotto nella cella vinaria sottostante. Il liquido, alla fine del processo, si conservava in orci di terracotta che venivano disposti su file e in parte interrati per evitare che gli sbalzi di temperatura potessero danneggiarne la fermentazione.

Ricostruzione di Torcularium. Foto Parco Archeologico di Pompei

Il commercio del vino prodotto andava ben oltre i confini della Campania. Trasportato in anfore, dotate di una parte terminale appuntita per facilitare l’inserimento nelle stive delle navi a file alternate,  il vino di Pompei è arrivato sulle tavole della Gallia Narbonense e dell’Africa settentrionale. Grazie proprio all’analisi dei bolli impressi sulle anfore, nel corso degli anni, è stato possibile ricostruire il commercio del vino. I prodotti agricoli dell’ager pompeianus erano diffusi  grazie ai rapporti d’affari tra viticoltori e negotiatores, i grandi commercianti, che portavano i loro traffici in tutto il bacino del Mediterraneo e ben oltre i confini nord italici. Bolli di viticoltori pompeiani sono stati rintracciati su anfore da trasporto in Gallia meridionale; famoso il caso- studio di Porcio, forse il M. Porcio ricordato da alcune iscrizioni per essere stato uno dei finanziatori per la costruzione dell’Anfiteatro di Pompei e dell’Odeion e grande affarista. Il commercio del vino di Porcio aveva addirittura un percorso molto interessante perché dalla Campania arrivava a Narbonne per poi giungere a Toulose e infine a Bordeaux. Il vino prodotto dagli Eumachi, della cui famiglia faceva parte anche la sacerdotessa Eumachia, arrivava invece sulle coste dell’Africa e in particolare a Cartagine dove sono stati ritrovati anche numerosi bolli anforari della famiglia che, oltre a produrre vino, era famosa anche per la fabbricazione di anfore da trasporto, attività nella quale era impegnata un’altra famosa famiglia pompeiana, quella dei Lassi.

Vigneti presso l'Anfiteatro. Foto Parco Archeologico di Pompei

La noce moscata: un ingrediente alimentare già 3500 anni fa

La noce moscata è il seme decorticato dell'albero Myristica fragrans, originario delle isole Molucche, in Indonesia. Il nome col quale è nota da noi deriva però da quello della capitale dell'Oman, Mascate, da dove questa spezia veniva commercializzata.

Un nuovo studio, pubblicato su Asian Perspectives, ha descritto quello che sarebbe il primo utilizzo alimentare della preziosa spezia. Presso il sito di Pulau Ay si sono difatti ritrovati residui di noce moscata su frammenti ceramici, risalenti a 3500 anni fa: costituiva perciò un ingrediente alimentare ben duemila anni prima di quanto si ritenesse finora.

Il professor Peter Lape e il dottor Daud Tanudirjo al lavoro. Foto Credit: Andrew Lawless

Pulau Ay si trova nelle vulcaniche isole Banda (nel mare omonimo), che sono parte delle Molucche, a loro volta appartenenti al più vasto arcipelago malese (Insulindia). Due scavi (2007 e 2009) furono condotti qui, sotto la guida di Peter Lay, professore di antropologia dell'Università di Washington, e curatore archeologico del Burke Museum, in collaborazione con colleghi provenienti dall'Università indonesiana Gadjah Mada, dall'Università australiana del Nuovo Galles del Sud e da altre istituzioni.

Il sito di Pulau Ay fu occupato tra i 3500 e i 2300 anni fa, e vi si sono ritrovati oggetti in terracotta, strumenti litici, ossa animali, e stampi utilizzati possibilmente per la costruzione di edifici.

I manufatti provano come nel tempo gli abitanti abbiano utilizzato risorse alimentari dal mare, animali domestici e ceramiche. Nei primi 500 anni di occupazione del sito si passò da un dieta prevalentemente a base di pesce a una legata al consumo di suini domesticati. Anche le ceramiche si modificarono di conseguenza, con un incremento dello spessore delle pareti.

Frammento ceramico da Pulau Ay, con residui alimentari. Foto Credit: Peter Lape/University of Washington

Oltre alla noce moscata, sulle ceramiche si sono trovati residui di altre sei piante, compreso il sago (estratto dal midollo di piante del genere Metroxylon, Cycas e Phoenix) e l'igname viola (Dioscorea alata). Potrebbe trattarsi di piante selvatiche o anche coltivate.

L'importanza di questo sito - come spiega il professor Lape - è dunque legata al fatto che ci mostra come le popolazioni si siano adattate alla vita in queste piccole isole tropicali, oltre a un utilizzo così precoce della noce moscata, la preziosa spezia che alcune migliaia di anni dopo avrebbe cambiato il mondo e portato prestigio a queste isole.

Pulau Ay è una piccola isola, priva di acque superficiali e di mammiferi terrestri indigeni. Non sarebbe stato possibile viverci senza animali domestici o la capacità di immagazzinare acqua. Nonostante questo, doveva apparire attraente per le ricche risorse marine. Il suo abbandono, avvenuto 2300 anni fa, è ancora oggetto di indagini, e non vi sono altri siti nelle isole Banda ad esser stati popolati tra 2300 e 1500 anni fa.

Il Benteng (Forte) Nassau, costruito dagli olandesi nel 1609 sull'isola indonesiana di Banda Naira, per il controllo dei traffici di noce moscata. Foto Credit: Andrew Lawless

Lo studio New Data from an Open Neolithic Site in Eastern Indonesia, di Peter Lape, Emily Peterson, Daud Tanudirjo, Chung-Ching Shiung, Gyoung-Ah Lee, Judith Field, e Adelle Coster, è stato pubblicato su Asian Perspectives (volume 57, numeo 2, 2018, pp. 222-243, DOI: 10.1353/asi.2018.0015).


Oppiacei in un'anforetta della Tarda Età del Bronzo da Cipro

Tracce di oppiacei sono state ritrovate dai ricercatori del British Museum e dell'Università di York in un'anforetta con piede ad anello (base-ring juglet) risalente alla Tarda Età del Bronzo e proveniente da Cipro.

Recipienti come questo furono oggetto di intensi scambi nel Mediterraneo Orientale tra il 1650 e il 1350 a. C. circa. Nella loro forma ricordano una capsula di Papaverum somniferum rovesciata, alla base della produzione dell'oppio; a lungo hanno fatto discutere gli studiosi proprio per questa apparente connessione. Dei caratteristici recipienti con piede ad anello ne esistono diversi sotto tipi, e uno di questi è noto anche col nome gergale di bilbil, non sempre utilizzato propriamente.

Credit: British Museum

Torniamo alla ricerca in questione. Il fatto che il recipiente fosse sigillato ha permesso di preservarne il contenuto: le analisi iniziali hanno rivelato la presenza di un olio di origine vegetale, ma suggerendo la presenza di alcaloidi oppiacei.

Per dimostrare la presenza degli stessi in maniera conclusiva, c'era bisogno una nuova tecnica di analisi, che la dott.ssa Rachel Ward ha sviluppato al Centre of Excellence in Mass Spectrometry dell'Università di York. Gli alcaloidi che sono stati quindi rilevati in maniera rigorosa erano i più resistenti al deterioramento.

“Abbiamo ritrovato gli alcaloidi nell'olio vegetale deteriorato, perciò la domanda relativa a come l'oppio sia stato utilizzato in quest'anforetta rimane. Si trattava di un ingrediente tra altri in una miscela a base di olio, oppure l'anforetta è stata reimpiegata per accogliere l'olio dopo l'oppio, oppure è successo ancora qualcosa di completamente diverso?” Così la dottoressa Ward.

In passato, si è pure sostenuto che questi recipienti venissero utilizzati per contenere olio di papavero, contenente tracce di oppio, utilizzato per ungere o in un profumo. Secondo questa teoria, l'oppio avrebbe avuto un significato simbolico.

Ora la prossima sfida è quella di sviluppare nuove tecniche di analisi, in grado di rilevare gli oppiacei anche in resti più deteriorati, come sottolineato dalla professoressa Jane Thomas-Oates dell'Università di York.

Il fiore del Papaverum somniferum. Foto di Louise Joly di AtelierJoly

Lo studio Detection of opium alkaloids in a Cypriot base-ring juglet, di Rachel K. Smith, Rebecca J. Stacey, Ed Bergströmac e Jane Thomas-Oates, è stato pubblicato sulla rivista scientifica Analyst (3 ottobre 2018, DOI:10.1039/C8AN01040D).