Cales, antica e fiorente città sulla via Latina

Cales, antica e fiorente città sulla via Latina

Articolo a cura di Vincenzo Casertano e Giuseppe Inella

Cales
Figura 1. Foto di Vincenzo Casertano e Giuseppe Inella

Negli ultimi anni nuove scoperte in ambito archeologico hanno ampliato la conoscenza del sito preromano di Cales, sicuramente uno dei più importanti della Campania Felix, ancora poco esplorato però nella sua fase protostorica. Cales è attribuita dalle fonti letterarie antiche al popolo degli Ausoni, oppure degli Aurunci se si tiene conto dell’ambito geografico, che occuparono tra l’età del bronzo e la prima età del ferro una vasta zona compresa tra il basso Lazio e la Campania settentrionale.

Differentemente dalle sorti di altri antichi centri come Teanum Sidicinum, Allifae e Capua, la storia di Cales, ubicata all’interno del comune dell’attuale Calvi Risorta, non è stata celata da una successiva stratificazione urbana, circostanza rara e sorprendente che rende l’antica conurbazione ancora oggi nitidamente discernibile dall’ambiente circostante. L'antica colonia latina di Cales, con la quale nel 334 a.C. l'Urbe pose un primo caposaldo in Campania, fu fondata in un'area fortemente strategica che garantiva un saldo controllo della rete viaria che legava Roma e il Lazio meridionale alla città di Capua, collegamento già attestato in età pre-romana, secondo le linee di un percorso, denominato prima "Via Latina" e poi conosciuto come "Casilina", che ancora oggi percorre la valle del Sacco e del Liri fino ad attraversare alcune zone suggestive dell'alto Casertano e a ricongiungersi con la via Appia, presso Pastorano.

Infatti, la particolare conformazione morfologica dell'area ha influenzato la progettazione e la realizzazione dei nuovi assi viari che, ricalcando in parte gli antichi percorsi, hanno comportato “brutali” stravolgimenti nell'area urbana di Cales: ad esempio, solo nei tempi più recenti, la costruzione della moderna autostrada del Sole e alcuni interventi legati all’ampliamento di quest’ultima hanno tagliato in due la città antica, frantumandone definitivamente la compattezza e determinando così la distruzione e la conseguente perdita di non pochi monumenti. Ma Cales è stata vittima di reiterate vessazioni e nefandezze anche nell’Ottocento, a causa delle azioni predatorie che ancora oggi tormentano il sito archeologico.

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Figura 2. Foto di Vincenzo Casertano e Giuseppe Inella

Principale oggetto di interesse sia dei tombaroli che, per fortuna, delle soprintendenze sono state soprattutto le necropoli preromane, corredate naturalmente di preziosi materiali votivi e scultorei. Le necropoli situate nelle zone del Migliaro, dove sono state rinvenute numerose sepolture a fossa terragna, oltre alle tombe a cassa di tufo puntualmente trafugate da famelici tombaroli. Le tombe emerse erano tutte ad inumazione, segnalate in alcuni casi da segnacoli in pietra calcarea o da recipienti ad impasto grezzo, spesso andati perduti a causa degli scavatori clandestini e dei lavori agricoli invasivi. Le sepolture presumibilmente celavano degli ampi corredi funerari, che annoveravano armi e vasi dalla pregevole fattura, collocati generalmente ai piedi, sul corpo o accanto alla testa del defunto.

Naturalmente il valore degli oggetti tombali era strettamente legato alla posizione sociale del soggetto inumato e, purtroppo, la maggior parte dei reperti più importanti risulta perduta a causa dei reiterati furti che hanno interessato l’area sepolcrale. In ogni caso, seppur mutilo e privato di resti significativi e paradigmatici, lo studio approfondito del contesto funerario ha offerto la possibilità di rilevare delle connessioni culturali tra gli Ausoni e il mondo medio-adriatico, attraverso la probabile intercessione della civiltà sannitica, giunta nell’area calena tra il VII ed il VI secolo a. C. La comunità di Cales, guidata da una classe dirigente intraprendente, appariva dunque socialmente variegata, intessendo contatti con popoli differenti, tra i quali gli etruschi, i greci e gli autoctoni dell’area transappenninica.

Una minore attenzione è stata rivolta invece al nucleo urbano di epoca romana, che solo di recente è stato sottoposto ad un interessante progetto di rivalutazione culturale, basato su eventi incentrati sul teatro e l’arte. Ma la stessa fase del sito ha appassionato Lorenzo Quilici e Stefania Quilici Gigli, professori e archeologi, autori di importanti studi topografici del territorio campano (vd. Carta archeologica e ricerche in Campania. Ricerche intorno al santuario di Diana e Tifatina, vol. 15/6), che hanno condotto un accurato studio topografico sulla città, sviluppando negli anni attraverso ricognizioni sul sito, approfondimenti su monumenti e ricerche sugli scavi ottocenteschi (nel 2021 Quilici e Gigli Quilici hanno pubblicato un nuovo volume sulle ricerche condotte a Cales).

Negli ultimi anni, la lunga ed estenuante limitazione della mobilità dovuta alle misure restrittive per il contenimento della dilagante pandemia, nonostante le ripercussioni drammatiche ha comunque offerto ai due studiosi alcune occasioni per riordinare e riesaminare appunti e materiali accumulati negli anni, relativi ad un’area particolare che custodisce ancora tante sorprese; alle tracce di strutture sepolte ravvisabili attraverso le immagini di Cales offerte da Google Earth, che sono in aggiornamento dal 2003, sono state aggiunte nuove foto aeree zenitali e oblique che hanno permesso un quadro molto più chiaro ed esaustivo dell’area.

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Figura 3: Teatro di Cales. Foto di Vincenzo Casertano e Giuseppe Inella

I risultati della ricerca proseguita dal professor Quilici e dalla prof.ssa Quilici Gigli hanno messo in evidenza il Foro, inquadrato tra il Teatro (figura 3), le Terme Centrali, il Tempio Esastilo, con il rilevamento, grazie alle riprese aeree, di un maestoso edificio di una Basilica civile. L’indagine perimetrale dello stesso Foro ha permesso anche di inquadrare e isolare da altri contesti la posizione di un importante santuario arcaico.

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Figura 4: la Cattedrale di Cales. Foto di Vincenzo Casertano e Giuseppe Inella

La meticolosa ricostruzione si riferisce principalmente alla città di epoca tardo repubblicana e imperiale e analogamente, in base ai nuovi dati raccolti, anche ai monumenti riesaminati, che presumibilmente però sembrano rimandare a un orizzonte cronologico differente: nell’area a monte della via Casilina permangono la Cattedrale medievale (figura 4), il Seminario eretto nel XVIII secolo1 (figura 5) e il Castello (figure 6 e 8), che si presume di matrice aragonese; una serie di edifici costellano poi il percorso della via Casilina sul lato meridionale; nella porzione rimanente della piana, oltre ai monumenti antichi, si trovano delle masserie, spesso dismesse oppure riutilizzate dagli agricoltori.

Figura 5: il Seminario Vescovile di Cales. Foto di Vincenzo Casertano e Giuseppe Inella
Figura 6: il Castello di Cales. Foto di Vincenzo Casertano e Giuseppe Inella

Dalle molteplici meraviglie custodite nella affascinante zona che avvolge quasi misticamente Cales nasce l’ambiziosa idea di un parco archeologico-ambientale dei Monti Trebulani, un’idea alimentata dalla consolidata consapevolezza che l’intero complesso accoglie realtà naturali e storico-archeologiche di notevole valore, la cui sorprendente stratificazione storica è stata spesso sottovalutata da parte della comunità scientifica. Lo stesso centro antico di Cales, ad esempio, nonostante sia stato tutelato da interventi urbanistici e da norme specifiche, attende da tempo una definitiva e convincente opera di recupero e valorizzazione. 

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Figura 7. Foto di Vincenzo Casertano e Giuseppe Inella

Il massiccio dei Monti Trebulani costituiva anticamente una vera e propria barriera naturale tra la pianura alifana e quella capuana – quest’ultima delimitata a Nord dal Volturno, che rappresentava una via commerciale di rilievo (Stat., Silv. IV, 3, 67). Ad occidente il fiume Savo separava i Monti Trebulani dal complesso vulcanico del Roccamonfina. Il territorio, connotato da sentieri e mulattiere, come quella delle Campole frequentata da generazioni di carbonai, alcune sorte nel tempo attraverso la transumanza, ha preservato molte peculiarità paesaggistiche.

La maggior parte delle alture circostanti è ricoperta da fitte e rigogliose aree boschive, dove l’uggia umida offre ristoro ai viandanti, mentre burroni e caleidoscopiche vallate dominano l’ambiente già di per sé variegato. Le pendici, invece, sono caratterizzate da castagneti e da piante aromatiche rare, rinvenibili tipicamente in queste zone, come l’alloro, il ginepro, la salvia, il finocchio selvatico, l’erba cipollina, il rosmarino e la mentuccia. Sulle colline l’attività agricola è logicamente più intensa e qui infatti si scoprono varietà sontuose di vino e di olio. Completano il quadro bucolico sorgenti di acqua dalle sorprendenti proprietà benefiche.

Infatti, tutto il territorio dell’ager calenus è ed era attraversato da corsi d’acqua, come il rio Cifoni e il rio Palombara, un tempo rispettivamente Pezzasecca e “dei Lanzi”, che già caratterizzavano l’insediamento antico e rendevano favorevoli le condizioni del territorio: attraverso un sofisticato sistema idrico di canaloni naturali, pozzi e cunicoli sotterranei, facilmente rilevabili da chiunque intraprenda oggigiorno l’antica via per Cales, le acque confluivano sul pianoro, principalmente per finalità agricole ma, con molte probabilità, anche per usi civili legati alla deduzione coloniale del centro.

Nel quadro di un’ambiziosa ottica di recupero e rivalutazione del sito, Cales potrebbe rappresentare il punto nevralgico di un progetto ancora più consistente, rivolto a dare prestigio e lustro ad una delle zone più suggestive della Campania, quella dei Monti Trebulani, un territorio ricco di storia e di risorse che pazientemente attende di essere sottratto alle ombre.

Figura 8: il Castello di Cales. Foto di Vincenzo Casertano e Giuseppe Inella

Bibliografia

    • Lorenzo Quilici e Stefania Quilici Gigli, Carta archeologica e ricerche in Campania. Fascicolo 12
      Cales. Topografia e urbanistica della città romana,
      Roma – Bristol, 2021.
    • Francesco Sirano, In itinere. Ricerche di archeologia in Campania, Santa Maria Capua Vetere, 2006.
    • Colonna Passaro, Cales. Dalla cittadella medievale alla città antica. Recenti scavi e nuove acquisizioni, Sparanise, 2009.

1 Secondo quanto riportato da BeWeB - Beni Ecclesiastici in Web: http://www.chieseitaliane.chiesacattolica.it/chieseitaliane/AccessoEsterno.do?mode=guest&type=auto&code=86490

 


Cerreto Sannita

L’archeologia al servizio della comunità: la riscoperta della vecchia Cerreto Sannita

L’archeologia al servizio della comunità. La riscoperta della vecchia Cerreto Sannita (Benevento) e la creazione del parco archeologico per la nuova Cerreto

Cerreto Sannita
Fig. 1. Il torrente Titerno nei pressi di Cerreto Sannita (foto Lester Lonardo)

Nella media valle del torrente Titerno, affluente di sinistra del Volturno contraddistinto da un percorso sinuoso che attraversa luoghi di rara bellezza (Fig. 1), sorge Cerreto Sannita, noto insediamento del Beneventano nord-occidentale per la produzione di ceramica di pregio. L’abitato titernino è altresì ben conosciuto per il suo particolare impianto urbanistico costituito da tre arterie viarie principali legate da una trama di assi viari minori, da ampi slarghi e da isolati dalla forma regolare. Si tratta di una pianta, progettata dall’ingegnere Giovanni Battista Manni alla fine del Seicento, che risponde a criteri di razionalità e rigore propri di una città di fondazione, quale era Cerreto.

Fig. 2. Cerreto Sannita ed il suo territorio visti da Monte Coppe (foto Lester Lonardo)

La progettazione di tale impianto si rese necessaria in seguito agli effetti del devastante sisma del 5 giugno 1688. Il terremoto, uno dei più catastrofici eventi tellurici che colpirono il Meridione ed il Sannio, con epicentro nella vicina località di Civitella (a circa 4 km da Cerreto), comportò la distruzione del più antico insediamento ubicato su di un’altura posta immediatamente a monte dell’area prescelta per la ricostruzione del nuovo abitato (Fig. 2). I conti cerretesi Marzio e Marino Carafa promossero con energia l’edificazione della nuova Cerreto per scongiurare il collasso della fiorente economia cerretese basata principalmente sulla produzione dei ben noti e richiesti “panni-lana”. Ricostruita con particolari accorgimenti volti a prevenire i devastanti effetti a catena che furono fatali per il vecchio abitato, la nuova Cerreto fu in parte edificata con i materiali edilizi provenienti dai crolli degli edifici della Cerreto medievale (Fig. 3).

Fig. 3. Uno dei tanti elementi di reimpiego provenienti dalla vecchia Cerreto presenti nel nuovo insediamento (foto Lester Lonardo)

La prima attestazione conosciuta dell’insediamento cerretese è riferibile alla fine del X secolo, precisamente al 22 aprile 972 allorché l’imperatore Ottone I confermò ad Azzo, abate del monastero di Santa Sofia di Benevento, i suoi beni tra i quali «in Cereto cappella in honore S(an)c(t)i Martini cum p(er)tinentiis eor(um)».

In età normanna, come traspare dal Catalogus Baronum, Cerreto compare come feudo di 3 militi appartenente a Guglielmo di Sanframondo, esponente dell’omonima famiglia che ne deterrà il dominio, insieme ad altri centri (Limata, Guardia e Civitella Licinio) quasi ininterrottamente fino alla seconda metà del XV secolo.

La crescita dell’abitato culminò tuttavia fra la fine del medioevo e la prima età moderna, allorché Cerreto divenne l’abitato più importante dell’area campano-molisana nel commercio della lana e nella produzione di stoffe.

A partire dalla metà del XII secolo, l’insediamento fu interessato dal rinnovamento degli impianti difensivi con l’implementazione della cinta muraria e la costruzione, tra le altre cose, del maestoso donjon cilindrico che occupava la porzione mediana dell’abitato.

La crescita della popolazione, che si accentuò fra la fine del XV secolo e gli inizi del successivo, portò non solo ad acutizzare il fenomeno dell’edificazione incontrollata di strutture all’interno del perimetro urbano, ma altresì ad un’espansione dell’abitato al di fuori delle mura ed alla conseguente costruzione di un sempre più elevato numero di abitazioni a ridosso della cinta muraria.

Il terremoto del 5 giugno 1688 andò quindi a colpire un insediamento densamente abitato e costruito: in un documento del 1622 le abitazioni vengono ricordate, non a caso, come «folte e confuse». Gli effetti devastanti del sisma furono tali che la maggior parte delle strutture del vecchio abitato di Cerreto venne rasa al suolo.

Cerreto Sannita
Fig. 4. L’area della vecchia Cerreto prima delle indagini archeologiche (foto Lester Lonardo)

Sebbene il ricordo del vecchio insediamento non venne mai meno e la stessa altura, prima cava di materiali edili poi sede di masserie dedite allo sfruttamento agricolo dell’area, non fu mai completamente abbandonata, la “riscoperta archeologica” ed un interesse più puntuale sulle non poche strutture in elevato sopravvissute al sisma del 1688 si è avuta soltanto a partire dal 2012 (Fig. 4). L’area della vecchia Cerreto è stata al centro di un programma di ricerca condotto dal prof. Marcello Rotili e dall’équipe della cattedra di Archeologia cristiana e medievale dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” (Dipartimento di Lettere e Beni Culturali). Tra il 2012 ed il 2015 sono state condotte tre campagne di scavo grazie alla sinergia fra la Soprintendenza archeologica di Salerno-Avellino-Benevento-Caserta, il Dipartimento di Lettere e Beni Culturali della Vanvitelli ed il Comune di Cerreto Sannita che le ha promosse ai fini della riscoperta, della valorizzazione e fruizione dell’importante sito archeologico.

Fig. 5. Il donjon (XII-inizi XIII secolo) della vecchia Cerreto dopo il restauro del 2015 (foto Lester Lonardo)

Le indagini archeologiche, avviate nella porzione centrale dell’insediamento ove sussistevano gli edifici di rappresentanza, quali il palatium della fine del Quattrocento dimora dei Carafa, il donjon di XII-inizi XIII secolo (Fig. 5), la chiesa dedicata a S. Martino ed alcuni edifici abitativi, hanno offerto non pochi dati sulla cultura materiale della comunità cerretese fra il basso medioevo e la prima età moderna e sull’organizzazione dello spazio urbano dell’abitato. I dati scaturiti dalle attività di scavo e di survey che hanno interessato tutta la superficie dell’altura e dei territori contermini hanno evidenziato come l’area urbana cinta dalle mura fosse organizzata su terrazzamenti predisposti per ottimizzare meglio lo spazio data la particolare orografia del colle. Le strutture abitative, produttive, religiose e del potere civile assecondavano pertanto i salti di quota creando un reticolo urbano piuttosto irregolare.

Nel 2015, in rapporto al progetto di restauro e di scavo archeologico del donjon di età normanna finanziato dalla Regione Campania, il settore della vecchia Cerreto interessato dalle indagini archeologiche è stato oggetto di attività di restauro, di tutela delle evidenze archeologiche rinvenute e di operazioni volte alla completa fruizione dell’area indagata. Inoltre, i risultati delle campagne di scavo, presentati in convegni nazionali ed internazionali ed editi in molteplici riviste scientifiche ed in una monografia di imminente uscita, sono stati illustrati “in corso d’opera” alla comunità della nuova Cerreto che ha partecipato sempre con entusiasmo alle iniziative volte alla riscoperta del passato cerretese.

Cerreto Sannita
Fig. 6. Il parco archeologico della vecchia Cerreto (foto Lester Lonardo)

Al visitatore che si reca in località “Cerreto vecchia”, dopo aver percorso la strada di accesso al parco archeologico e dopo aver valicato il cancello di ingresso, si apre uno scenario unico capace di trascinare in un’esperienza sensoriale (Fig. 6): in un paesaggio incontaminato composto da uliveti secolari intervallati a fitti boschi di querce e di altre essenze arboree, fra il profumo di arbusti e di fiori di campo che si alternano in tutto il corso dell’anno (Fig. 7), i resti archeologici della vecchia Cerreto dialogano armonicamente con la razionalità dell’impianto urbano della nuova Cerreto che, posta ai piedi del vecchio insediamento, ha raccolto l’eredità di un importante - ed ora finalmente riscoperto - passato.

Cerreto Sannita
Fig. 7. Primavera nel parco archeologico della vecchia Cerreto (foto Lester Lonardo)

Tutte le foto di Cerreto Sannita sono di Lester Lonardo