Allevamento di leporidi a Teotihuacán

17 Agosto 2016

Scultura di leporide dal complesso di Oztoyahualco a Teotihuacán. Credit: F. Botas
Scultura di leporide dal complesso di Oztoyahualco a Teotihuacán. Credit: F. Botas

Secondo un nuovo studio, pubblicato su PLOS One, gli abitanti di Teotihuacán avrebbero allevato lepri e conigli per ricavarne cibo, pelliccia e strumenti in osso.

Analisi dei resti di 134 tra conigli e lepri dall'antica città, confrontati con quelle relative alle moderne specie selvatiche, hanno evidenziato la loro dieta. I primi mostravano prove del consumo di vegetali da coltivazioni umane, ad esempio mais. Gli esemplari con i valori più alti provenivano dal complesso residenziale di Oztoyahualco, dove si sono pure ritrovati segni di macellazione animale e la statua di un leporide.

Poiché grandi mammiferi come capre, mucche o cavalli non erano disponibili per l'allevamento nel Messico preispanico, molti pensano che i Nativi americani non vivessero affatto intense relazioni tra umani e animali, come nel Vecchio Mondo. Risultati come quelli prodotti da questo studio, e verificati per Teotihuacán (che esistette tra l'1 e il 600 d. C. a nord est dell'odierna Città del Messico), dimostrano invece il contrario.

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Arula locrese - Museo Archeologico Nazionale di Locri

Arula locrese

Museo Archeologico Nazionale di Locri

Locri (Reggio Calabria)

Arula locrese

Il Museo Archeologico Nazionale di Locri, in occasione della domenica ad ingresso gratuito dedicata alle Olimpiadi, voluta dal ministro Dario Franceschini, ha registrato la presenza di oltre 1.600 visitatori.

Il museo, punto di forza del Polo Museale della Calabria, guidato dalla dottoressa Angela Tecce, è “simbolicamente” presente alle Olimpiadi di Rio de Janeiro. Infatti, come precisa il direttore del museo locrese Rossella Agostino, tra le foto dei reperti dei Musei italiani selezionate dal MiBACT è stata inserita l'arula locrese in terracotta con la rappresentazione della Nike alata che tiene in mano la benda destinata all'atleta vincitore della gara.
Unitamente al flusso di turisti italiani e stranieri che solitamente il Museo registra nel periodo estivo, quest'anno è stato evidenziato un notevole incremento rispetto a quello della medesima settimana dello scorso anno, circa 2500 visitatori; incremento cui ha contribuito la presenza del gruppo del Cavaliere di Marafioti che ha coinvolto anche molti turisti locali, guidati dalla voglia di riappropriarsi degli spazi della cultura, dell’arte, della bellezza del proprio territorio. Visitatori che ne hanno apprezzato il ritorno, sia pure temporaneo, dell'opera nel contesto di provenienza prima di essere  trasferito al Museo archeologico di Reggio Calabria, sua sede espositiva.
Grande successo anche per la Passeggiata archeologica di venerdì 5 agosto ultimo scorso - inserita tra le diverse iniziative programmate durante la settimana di esposizione dell'opera al museo - per visitare i luoghi di ritrovamento del Cavaliere Marafioti.
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Arula locrese
Museo Archeologico Nazionale di Locri
Locri (Reggio Calabria)
Testo e immagine da Ufficio Stampa Polo Museale della Calabria


Israele: centinaia di frammenti di affresco da Zippori

10 Agosto 2016

La testa di un toro, secondo secolo dell'era volgare (Photo: G. Laron)
La testa di un toro, secondo secolo dell'era volgare (Photo: G. Laron)

Centinaia di frammenti di un affresco di epoca romana sono stati ritrovati a Seffori o Zippori (anche nota come Diocaesarea), in Galilea. La città era un importante centro urbano in epoca romana e bizantina.

La scoperta è stata effettuata questa estate: gli affreschi decoravano un edificio monumentale del secondo secolo dell'era volgare, collocato a nord del decumano (la strada colonnata che divideva da est a ovest la città, e che giungeva fino ai piedi dell'Acropoli). I manufatti indicano che si trattava di un importante edificio pubblico, ma la sua funzione non è ancora chiara: si estendeva per una vasta area. Al centro vi erano un cortile pavimentato in pietra e un portico laterale decorato. A nord e a ovest del cortile si sono ritrovati depositi e cisterne d'acqua. Fu smantellato nel terzo secolo, per motivi ancora non chiari, e sostituito da un altro edificio più grande.

Retro di una tigre con coda, secondo secolo dell'era volgare (Photo: G. Laron)
Retro di una tigre con coda, secondo secolo dell'era volgare (Photo: G. Laron)

I frammenti provenivano da un'unica area, probabilmente appartenevano a una delle stanze. Sono variegati e decorati con diversi colori: presentano pattern geometrici (guilloché), motivi floreali, ecc. Particolarmente importanti la testa di un leone, quella di un animale cornuto (probabilmente un toro), un uccello, una tigre. Almeno un frammento comprende un uomo con una clava.

La popolazione di Zippori crebbe solo dopo la Prima Guerra Giudaica, ad indicare un cambiamento da parte degli Ebrei della Galilea verso Roma e la sua cultura. La città ottenne pure lo status di polis. I ritrovamenti sono di grande importanza per l'epoca, non esistendo di simili presso altri siti israeliani dello stesso periodo.

Guilloché, secondo secolo dell'era volgare (Photo: G. Laron)
Guilloché, secondo secolo dell'era volgare (Photo: G. Laron)

Link: AlphaGalileo via Hebrew University of Jerusalem


Cipro: splendidi manufatti da tomba presso Hala Sultan Tekke

9 Agosto 2016

Orecchini in oro, 1400-1300 a. C.
Orecchini in oro, 1400-1300 a. C.

Una delle più ricche tombe della Tarda Età del Bronzo a Cipro è stata scoperta da studiosi della spedizione archeologica dell'Università di Goteborg. La tomba e la fossa per le offerte sono collocate nei pressi dell'insediamento di Hala Sultan Tekke.

Amuleto in faïence del dio egizio Bes
Amuleto in faïence del dio egizio Bes

Nella tomba si sono ritrovati splendidi manufatti (orecchini, diademi, perle, scarabei egizi), di rilievo pure gli oltre 100 contenitori in ceramica, riccamente decorati. Tra questi ultimi si annoverano rilevanti importazioni di origine micenea, databili tra il 1500 e il 1300 a. C.

Cratere miceneo con decorazioni di pesci, 1300 a. C.
Cratere miceneo con decorazioni di pesci, 1300 a. C.

Hala Sultan Tekke è una città dell'Età del Bronzo, più precisamente datata tra il 1600 e il 1150 a. C., che copre un'area di 50 ettari. Gli scambi commerciali avvenivano fino all'odierna Svezia.

Link: AlphaGalileo, EurekAlert! via University of Gothenburg


Aquileia: importanti risultati dalle campagne di scavo dell'Università di Padova

Ad Aquileia importanti risultati dalle campagne di scavo dell'Università di Padova

Scavo domus Bestie Ferite
Scavo domus Bestie Ferite

Si sono da poco concluse ad Aquileia le due campagne di scavo archeologico che il Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università di Padova ha condotto tra maggio e luglio nella città altoadriatica fondata da Roma nel 181 a.C.

Nell’importante sito Unesco l’Ateneo patavino è attivo infatti con due cantieri archeologici didattici, diretti dai professori Monica Salvadori e Andrea Raffaele Ghiotto, ai quali ha preso parte anche quest’anno un valido e nutrito gruppo di studenti, specializzandi, dottori di ricerca ed altri collaboratori impegnati nelle varie fasi del lavoro sul campo e in laboratorio.

Le aree indagate riguardano un ricco complesso residenziale privato ubicato nel settore settentrionale della città antica (domus delle Bestie ferite) e un monumentale edificio pubblico nel quartiere occidentale (teatro romano), a sud-ovest del Foro. In entrambi i casi le indagini, in regime di concessione, si sono svolte in accordo con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del Friuli Venezia Giulia e in collaborazione con la Fondazione Aquileia, alla quale si deve anche un sostanziale sostegno economico per lo svolgimento delle ricerche.

Nella prima area le indagini archeologiche, condotte annualmente a partire dal 2007, hanno permesso di seguire lo sviluppo di un quartiere residenziale dell’antica città romana, riportando alla luce importanti strutture e mosaici che attestano la continuità di vita di questo settore urbano per un periodo lungo più di 500 anni (fine I secolo a.C. - V secolo d.C.). Il più noto di questi pavimenti musivi è quello delle Bestie ferite, che dà il nome all’abitazione principale. A partire dal 2013 lo scavo si è ampliato verso ovest, mettendo in luce un nuovo settore abitativo. In questo settore, nel corso della campagna del 2016, è stata indagata un’ampia porzione di terreno che ha consentito di chiarire maggiormente l’assetto planimetrico del settore più settentrionale delle domus indagate. Le strutture messe in luce coprono un arco cronologico che va per lo meno dall’inizio del I secolo d.C. al IV secolo compreso. Sebbene le evidenze siano ancora in fase di studio, è stato per ora possibile riconoscere due principali fasi edilizie. Alla prima, di epoca augustea, ma mantenuta a lungo nel corso del tempo, è riferibile un esteso vano pavimentato con un mosaico di pregiato livello tecnico-artistico. Nella seconda fase, di epoca tardo-antica, il precedente impianto venne in gran parte demolito per essere sostituito da un’imponente abside associata ad un ampio vano di rappresentanza pavimentato in marmo di importazione e da un’area scoperta lastricata, probabilmente dotata di portico colonnato.

Il secondo cantiere si trova invece nella vasta area demaniale estesa tra il Foro e le Grandi terme. Qui le indagini di scavo, precedute e integrate da una serie di prospezioni geofisiche condotte dall’ing. Rita Deiana dello stesso Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università di Padova, sono iniziate nel 2015 allo scopo di verificare direttamente sul terreno la suggestiva ipotesi avanzata a suo tempo da Luisa Bertacchi, secondo la quale proprio in quel luogo si sarebbero trovati i resti dell’antico teatro cittadino. La felice intuizione della studiosa ha trovato una prima conferma già nella campagna di scavo dell’anno scorso e si avvale oggi degli ulteriori risultati emersi nel 2016. Le indagini archeologiche hanno permesso di individuare diversi tratti di una serie di lunghe e potenti strutture murarie disposte a raggiera (muri radiali), scandite in due settori da un muro curvilineo intermedio. Nel loro complesso queste strutture presentano le caratteristiche tipiche degli impianti sostruttivi in muratura che sorreggono la cavea di molti edifici per spettacoli di età romana. Come dimostrato dallo scavo, i muri radiali terminavano verso l’esterno con un pilastro. Allo stato attuale delle ricerche sembra che il diametro della cavea fosse di circa un centinaio di metri.

Open Day sugli scavi dell'Università  di Padova
Open Day sugli scavi dell'Università di Padova

Lo scorso 13 luglio i risultati dei due scavi sono stati illustrati dal vivo a un numeroso pubblico di interessati, nel corso di una giornata denominata “open day”. La ripresa delle indagini sul campo è prevista per la primavera del 2017. Per entrambi i contesti indagati saranno studiate idonee forme di valorizzazione.

Testo: prof. Andrea Ghiotto e prof.ssa Monica Salvadori

 
Come da MiBACT, Redattrice Patrizia Loccardi


Il Cavaliere di Marafioti a Locri

Il Cavaliere di Marafioti a Locri

Museo e Parco Archeologico Nazionale di Locri

Locri (Reggio Calabria) - Contrada Marasà

30 luglio - 7 agosto 2016

Inaugurazione: 30 luglio 2016 – Ore 19.00

Cavaliere di Marafioti

Dal 30 luglio al 7 agosto 2016, presso il Museo Archeologico Nazionale di Locri – Polo Museale della Calabria, si terrà l’esposizione temporanea del Gruppo del Cavaliere di Marafioti, opera in terracotta del V secolo a.C. rinvenuta in località Pirettina (Comune di Portigliola), alle spalle dell’antica città di Locri.

L’esposizione temporanea sarà inaugurata, alla presenza di autorità istituzionali, sabato 30 luglio 2016, alle ore 19.00.

L’opera, elemento architettonico in terracotta del tempio dorico scoperto nel 1910 dall’archeologo Paolo Orsi, presentata a Milano (“Restituzioni. Tesori d’arte restaurati” di Intesa Sanpaolo), sarà adesso esposta, per la prima volta, nel territorio da cui proviene.

L’intervento di restauro, promosso e curato da Intesa Sanpaolo nell’ambito della XVIIª edizione di “Restituzioni. Tesori d’arte restaurati 2016”, è stato fondamentale per la sua conservazione e per una più approfondita conoscenza della tecnica di realizzazione. Ha permesso, inoltre, di riscoprire anche con l’ausilio di aggiornate strumentazioni, dettagli affascinanti, quali i segni di stesura a pennello del sottile scialbo originale o la policromia in nero, bianco, rosso che evidenziava meglio nell’intento del coroplasta il muso equino o la criniera rifinita a stecca.

Analisi diagnostiche hanno completato il restauro del gruppo che all’epoca della sua scoperta, sul lato occidentale del tempio, era stato rinvenuto in “ minuti frammenti ” e che fu oggetto di un primo intervento di restauro tra il 1911 ed il 1925 quando Paolo Orsi e il restauratore Giuseppe Damico incollarono e integrarono le parti lacunose rafforzando il manufatto con supporti interni.

L’attività di restauro del 2015 è stata effettuata dai restauratori Giuseppe Mantella e Sante Guidi; le ricerche diagnostiche dal dottor Domenico Miriello del Dipartimento di Scienze della Terra – Unical.

Il gruppo del Cavaliere di Marafioti, subito dopo ritornerà nella sua sede, il Museo archeologico di Reggio Calabria e sarà esposto nella sala dedicata alla colonia locrese.

Dottoressa Angela Tecce - Direttore Polo Museale della Calabria

L’iniziativa, fortemente voluta dalla dottoressa Angela Tecce, direttore del Polo Museale della Calabria e dalla dottoressa Rossella Agostino, direttore del Museo Archeologico Nazionale di Locri, è stata realizzata grazie alla proficua collaborazione con il Museo Archeologico di Reggio Calabria, la Regione Calabria, il FAI - Presidenza Regionale Calabria, e con il sostegno di Intesa Sanpaolo e delle amministrazioni comunali di Locri e di Portigliola.

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Locri - Museo Archeologico Nazionale di Locri (3)
Il Cavaliere di Marafioti a Locri
Museo e Parco Archeologico Nazionale di Locri
Locri (Reggio Calabria) - Contrada Marasà
30 luglio - 7 agosto 2016
Inaugurazione: 30 luglio 2016 – Ore 19.00
Dottoressa Rossella Agostino - Direttore Museo Archeologico Nazionale di Locri
Testo e immagini da Ufficio Stampa Polo Museale della Calabria


Israele: statua di ufficiale egizio a Tel-Hazor

25 Luglio 2016

I tre volontari che hanno effettuato il ritrovamento. Photo credit: Shlomit Bechar
I tre volontari che hanno effettuato il ritrovamento. Photo credit: Shlomit Bechar

Un grande frammento di una statua di un ufficiale egiziano è stata ritrovata a Tel-Hazor, a nord del Mar di Galilea, in Israele. Il frammento, che misura 45X40 cm, è stato ritrovato nel palazzo amministrativo dell'antica città e corrisponde alla parte inferiore della statua, al piede (si ritiene che - completa - la statua misurasse quanto un maschio adulto). Geroglifici sono stati ritrovati: al momento si è ancora in una fase di lettura preliminare e non è chiaro titolo e nome dell'ufficiale egizio che possedeva la statua.

Essa era originariamente collocata o nella tomba dell'ufficiale o in un tempio, probabilmente quello del dio egizio Ptah. Le iscrizioni parlano delle attività dell'ufficiale nella regione di Memphis, luogo di culto del dio.

Tre anni fa, nel sito si ritrovò il frammento del faraone Micerino (Menkaure) che regnò in Egitto nel 25esimo secolo prima dell'era volgare. Si tratta delle due sole statue monumentali egizie per questo contesto nel Levante. Testimonierebbero così l'importanza dell'edificio e dell'antica città. La maggior parte delle statue qui data al Medio Regno, quando ancora Hazor non esisteva: erano probabilmente doni ufficiali al Re di Hazor, che era il più importante nel meridione di Canaan. Le statue furono deliberatamente distrutte e mutilate: una pratica usuale al momento della conquista della città, verificatasi nel tredicesimo secolo prima dell'era volgare.

La straordinaria importanza del sito di Hazor per l'epoca è stata pure riconosciuta dall'UNESCO, che lo ha incluso nella Lista dei Siti Patrimonio dell'Umanità. Hazor copriva 200 acri e contava su una popolazione stimata di 20 mila persone.

Link: AlphaGalileo via Hebrew University of Jerusalem


Mezzo millennio di storia romana a Casal Bernocchi-Malafede

Mezzo millennio di storia romana a Casal Bernocchi-Malafede

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Un mausoleo, un complesso termale e un’area destinata alla sepoltura: coprono cinque secoli le scoperte delle indagini archeologiche preventive condotte dalla Soprintendenza tra aprile e luglio 2015. Uno scavo effettuato all’interno di un’area privata sulla via Ostiense, in località Casal Bernocchi – Malafede, e destinata alla costruzione della chiesa ortodossa dell’Ingresso del Signore in Gerusalemme.
Le indagini, con la direzione scientifica dell’archeologo Alessandro D’Alessio, condotte in una zona finora a uso agricolo ed estranea a moderni interventi edilizi, hanno portato alla luce un contesto archeologico (forse un vicus, cioè un borgo rurale) che copre un periodo compreso tra il I e il V secolo d.C., di complessa stratificazione e interpretazione, ma in buon stato di conservazione.
Il mausoleo presenta due fasi costruttive ben distinguibili: la più antica è inquadrabile tra il I e il II secolo. Si tratta di un ambiente rettangolare, con il fronte principale in direzione della via Ostiense, e muri in opera mista di reticolato e mattoni che accolgono delle nicchie quadrangolari identificate come cinerari, per sepolture femminili. Il pavimento a mosaico, in tessere nere su fondo bianco, raffigura un kantharos, una coppa dalla quale fuoriescono tralci d’edera: la decorazione è scandita all’interno di una cornice rettangolare.
La seconda fase del mausoleo è costituita dalla realizzazione di un ambiente di modeste dimensioni, ricavato tramite un muro absidato realizzato con materiale di reimpiego, con pareti interne intonacate di rosso. Vari elementi portano a datare l’abbandono dell’edificio tra il IV e il V secolo.
L’impianto termale è caratterizzato da pavimenti con mosaici a campo bianco delimitati da cornici a doppio filare in tessere nere, tipici del repertorio geometrico di fine II secolo e della prima età severiana, nonché porzioni di intonaco dipinto in rosso e giallo antico anch’esse a motivi geometrici.
Di un ambiente absidale pavimentato in coccio pesto, probabilmente una sudatio o un laconicum (rispettivamente sauna umida e secca), si conserva l'ipocausto, caratterizzato da suspensurae costituite da pilae di bessali piuttosto ben conservate.
Il riscaldamento delle acque era assicurato da due praefurnia, l’uno addossato ad ovest della struttura absidata e l’altro situato a sud degli ambienti termali, dove sono state rinvenute opere di canalizzazione che probabilmente conducevano a una cisterna per l’approvvigionamento idrico dell’intero complesso.
Il settore occidentale dell’area è interessato dalla presenza di un lungo muro in opera laterizia, cui si addossa una necropoli con molteplici tipologie di sepolture (a cappuccina, a copertura piana, e a enchytrismos – sepolture in anfora).
Pochi gli elementi di corredo rinvenuti: un anello, bracciali e, in particolare, emissioni monetali che permettono di proporre una datazione fra il II e il III secolo. I materiali ceramici, per la maggior parte anfore reimpiegate come copertura delle deposizioni, consentono di estendere la forchetta cronologica fino al IV secolo.
Le analisi antropologiche delle sepolture, a cura della dottoressa Paola Catalano, indicano un’età media compresa tra 20 e 40 anni, con una discreta frequenza di individui più anziani; bassa invece la mortalità infantile.
I maschi sono più rappresentati rispetto alle femmine, per le quali la speranza di vita era inferiore; il campione di popolazione è socialmente medio-basso, caratterizzato da uno stile di vita modesto, ma con condizioni lavorative non eccessivamente usuranti.

 

Come da MiBACT, Redattrice Sandra Terranova


Il magnifico cornuto: Riallestimento ariete di bronzo del Museo Salinas

"Il magnifico cornuto" - Riallestimento dell'ariete di bronzo del Museo Salinas

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Museo Archeologico “Antonino Salinas”

Piazza Bara all’Olivella, Palermo

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Il Museo Archeologico “Antonino Salinas” di Palermo, nell’ambito dell’iniziativa curata dal Museo Civico di Castelbuono, è lieto di presentare al pubblico il riallestimento del prezioso Ariete in bronzo da Siracusa. Dal 6 luglio, dopo cinque anni di riposo, la splendida scultura -donata nel 1448 dal re Alfonso d’Aragona ai Ventimiglia che lo conservavano un tempo a Castelbuono, con un esemplare gemello, distrutto durante i moti del 1848- ritorna in esposizione accompagnata dal Cunto del Maestro Mimmo Cuticchio che narrerà la vicenda di Giovanni Ventimiglia e dell'ariete. “Un’operazione - affermano Francesca Spatafora, direttore del Museo Salinas, e Laura Barreca, direttore del Museo Civico di Castelbuono - di costruzione di una rete territoriale tra istituzioni culturali siciliane attraverso gli alti valori della storia e dei suoi simboli. Il fatto che avvenga utilizzando un linguaggio multidisciplinare e contemporaneo come quello dell’Opera dei Pupi, sottolinea la straordinaria potenza evocativa che le opere della classicità mediterranea hanno lasciato in Sicilia”.


L'ingresso è gratuito; orari di apertura: martedì-venerdì ore 9.30-19; sabato e domenica 9.30-13
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In occasione del riallestimento sarà inoltre proiettato l’opera video dello spettacolo “Tra i sentieri dei Ventimiglia”, realizzato da Costanza Arena e Roberto Salvaggio, allievi dell’Accademia di Belle Arti di Palermo (Corso di Audio Video del Prof. Marco Battaglia). L’evento fa parte del progetto “Tra i sentieri dei Ventimiglia”, che include lo spettacolo teatrale di Mimmo Cuticchio, presentato a Castelbuono lo scorso 16 aprile, e la mostra a cura di Laura Barreca e Valentina Bruschi, con gli apparati scenici, i pupi originali e le scenografie realizzate dall’associazione Figli d’Arte Cuticchio, all’interno di un’installazione curata da Pietro Airoldi. Le musiche originali di Giacomo Cuticchio sono state composte appositamente per lo spettacolo e per il video, e sono ispirate alla poesia scritta da Torquato Tasso per Giovanni III Ventimiglia nel 1590. Dramaturg della scrittura teatrale è Piero Longo. La mostra è visitabile al Museo Civico di Castelbuono fino al 17 luglio 2016.

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Commissionato dall’istituzione castelbuonese e co-prodotto dall’associazione Figli d’Arte Cuticchio, l’intero progetto è stato realizzato in collaborazione con il Museo Archeologico “Antonino Salinas” e l’Accademia di Belle Arti di Palermo, e grazie al sostegno di Elenka.

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Il Museo Civico di Castelbuono esprime un ringraziamento speciale a Elenka per la promozione delle attività culturali e per l’impegno nella diffusione dell’arte e la cultura contemporanea siciliana nel mondo.

Si ringraziano inoltre: Grand Hotel et Des Palmes, The HotelSphere Hotel & Villa Collection, Palermo; Villa Catalfamo, Cefalù; Hotel Paradiso delle Madonie, Agriturismo Bergi, B&b Donjon, Ristorante Palazzaccio, Ristorante Antico Baglio, Castelbuono.

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L’ARIETE BRONZEO DEL MUSEO DI PALERMO

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Il grande Ariete bronzeo proveniente da Siracusa, ha una storia lunga e complessa da raccontare. Il nostro Ariete, infatti, è l’unico superstite di una coppia che, ancora nel cinquecento era posta ai lati del portale d’ingresso al Castello Maniace di Siracusa, edificato a Ortigia da Federico II di Svevia. Non è noto, tuttavia, se la coppia di bronzi, variamente datata tra il III sec.a.C. e il II sec.d.C., provenisse dalla stessa Siracusa o se l’imperatore svevo l’avesse recuperata in altro luogo e destinata successivamente ad adornare la nuova possente fortezza.

Da Tommaso Fazello sappiamo che nel 1448 la coppia di bronzi fu donata da Alfonso d’Aragona, come premio per avere sedato una sommossa a Siracusa, a Giovanni Ventimiglia marchese di Geraci che li trasportò a Castelbuono.

Alla sua morte, il figlio Antonio li pose a decorare la tomba paterna, ma pochi anni dopo, per ordine del Viceré Gaspare de Spes, le due statue, insieme a tutti i beni, vennero confiscate a Enrico, nipote di Giovanni, accusato di tradimento e trasportate a Palermo nella sede dei Viceré, il Palazzo Chiaramonte (Steri), dove furono collocate intorno al 1510-1511. Nel 1517, tuttavia, le sculture furono trasferite al Castello a Mare, divenuto nel frattempo sede regia. Alcuni decenni più tardi, quando la sede regia si trasferì al Palazzo Reale, le due sculture furono lì trasferite e poste ad adornare una delle sale più belle del Palazzo che, proprio in virtù della presenza dei due arieti, venne chiamata “Camera de los Carneros” o “Stanza delli Crasti”.

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Nel 1735, al tempo di Carlo III, le statue furono portate a Napoli, ma, nello stesso anno, a causa delle proteste dei Palermitani, vennero trasferite nuovamente a Palermo, nella Galleria del Palazzo Reale dove furono viste da Wolfgang Goethe e ammirate da Jean Houel che le rappresentò in una splendida incisione del suo Voyage Pittoresque.

Da Michele Amari sappiamo, infine, che durante i moti insurrezionali del 1848 una delle due statue fu colpita da una cannonata mentre la seconda venne solo leggermente danneggiata e donata poco dopo al Regio Museo di Palermo dove, ancora oggi, si trova.

Sotto il profilo stilistico, si tratta di un’opera di straordinaria raffinatezza ed eleganza e caratterizzata da un efficace naturalismo.

L'animale è raffigurato accovacciato con la zampa anteriore destra ripiegata su se stessa, mentre la sinistra è portata in avanti, quasi pronta per effettuare un balzo in avanti.

La testa è ruotata a sinistra, con i grandi occhi spalancati, le narici sono dilatate e la bocca è semiaperta. Il vello, finemente modellato con ciocche lunghe e ondulate, ricopre per intero il corpo dell'animale, mentre la fronte e la porzione sottostante alle corna sono ricoperte da fitti riccioli.

La qualità artistica dell'opera è notevolissima, in particolare per quello che riguarda la minuziosa resa dei dettagli anatomici, del vello, dei riccioli e per la sapiente capacità di rappresentare l'animale in una posa piena di tensione.

Si tratta di un prodotto di alto livello, stilisticamente collegabile, secondo alcuni studiosi, ad un contesto culturale di pieno ellenismo influenzato dalla scuola di Lisippo, il grande scultore greco del IV secolo a.C. L’analisi stilistica ha indotto a ipotizzarne una realizzazione all’interno di una bottega siracusana di grande livello artistico e una probabile destinazione al palazzo dei tiranni della città.

Recentemente, tuttavia, a seguito di un approfondito intervento di restauro, si è proposta per la scultura una datazione ad età romano-imperiale, compresa tra la fine del I e la fine del II sec.d.C., giustificata da alcuni dettagli.

 
Testi e immagini dal Museo Archeologico “Antonino Salinas” di Palermo.


Torna in Italia il prezioso carro sabino a decorazioni dorate

TORNA IN ITALIA IL PREZIOSO CARRO SABINO A DECORAZIONI DORATE
Franceschini, storico accordo tra l’Italia e il museo Ny Calsberg Glyptotek di Copenhagen

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Carro di Fara Sabina
Il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e il Ny Carlsberg Glyptotek hanno sottoscritto un accordo di cooperazione culturale di ampio respiro che salvaguarda e rafforza lo scambio accademico di reperti archeologici tra il panorama culturale italiano e il museo di Copenhagen. L’accordo, favorito dai buoni uffici dell’Ambasciata d’Italia a Copenhagen, espanderà gli attuali parametri per l’acquisizione e la presentazione del sapere sul mondo antico.
L’accordo ricomprende la restituzione all’Italia di una serie di reperti archeologici che hanno fatto parte della collezione di antichità del museo danese sin dagli anni Settanta del Novecento. Questa restituzione è solo uno degli elementi di un estensivo programma culturale attraverso il quale il MiBACT offrirà al Glyptotek l’opportunità di migliorare la sua già significativa offerta di patrimonio culturale dell’Italia antica con prestiti di lungo periodo di reperti archeologici. Inoltre l’accordo rinsalderà la collaborazione tra gli archeologi nella realizzazione di nuove forme di esposizione e di progetti di ricerca scientifica.
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La restituzione
L’accordo è il risultato del dialogo accademico intrapreso a partire dalla primavera del 2012 tra il MiBACT e la Glyptotek. L’accordo adempie ai desideri dello Stato italiano riguardo la restituzione di una serie di reperti archeologici, soprattutto etruschi, acquisiti dalla Glyptotek agli inizi degli anni Settanta del Novecento sul mercato internazionale dell’arte. Successive indagini hanno dimostrato che i reperti erano stati dissotterrati nel contesto di scavi illegali in Italia ed esportati senza autorizzazione, motivo per il quale, sulla base della ragionevolezza e del senso comune, c’è consenso riguardo al ritorno in Italia di questi reperti.
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La restituzione comprende l’importante tomba principesca della Sabina, comincerà a dicembre di quest’anno e sarà terminata entro il 2017.
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