La locanda di Asellina. Viaggio tra sapori e storia della città di Pompei

Un libro di veloce lettura, fresco e ricco di informazioni, La locanda di Asellina racconta un mistero che vede come protagonista una donna realmente esistita nella Pompei di 2000 anni fa che l’autrice Rosa Tiziana Bruno racconta con passione e accuratezza, senza tralasciare nessun dettaglio. Potrebbe apparentemente sembrare un libro per ragazzi, così come annunciato sul retro del volumetto, ma la storia appassiona e diverte fino all’ultima pagina che arriva un po’ presto e chiede all’autrice di continuare a raccontarci la vicenda.

Un intreccio ben scritto tra invenzione e caratterizzazione di un personaggio storico con continui riferimenti, mai banali e ben approfonditi, sui costumi dell’epoca, la terminologia latina e il cibo che, a fine di ogni capitolo, è possibile leggere in schede ben preparate anche graficamente. A Pompei inoltre, passeggiando su via dell’Abbondanza, si può ancora ammirare la locanda realmente appartenuta ad Asellina che con le schiave – locandiere Maria, Egle e Smyrina lavorava tra tavoli affollati e chiassosi. Tra il bancone di marmo e le scritte elettorali sui muri, chiudendo gli occhi, è ancora possibile immaginare il profumo dei piatti e il gran vocio degli avventori. Dagli scavi archeologici sappiamo anche che fu rinvenuto tutto il servizio necessario all’attività della locanda, tra cui brocche, orci, un bollitoio, una caldaia e una grande lampada di bronzo appesa, segno che la caupona con thermopolium rimaneva aperta fino a sera tarda.

E poi un viaggio alla ricerca di sapori antichi e ricette che allietano le papille gustative, e ci informano sulle pietanze più ricercate dalla nobiltà pompeiana che tra i profumi delle spezie, delle carni e del garum, protagonista di molte ricette presenti nella storia e dei piatti più famosi dell’epoca, ci racconta una storia multietnica di una delle città sicuramente più ricche della Campania antica.

Rosa Tiziana Bruno con la sua scrittura curata e ricca, riesce a raggiungere la curiosità del giovane lettore invitandolo ad appassionarsi alla storia antica che non è un semplice racconto sterile ma trova, nel corso del suo dispiegarsi, ricchi intrecci e storie affascinanti. Ma il libro può e deve essere letto anche dagli adulti perché il linguaggio non è assolutamente banale e si può riscoprire un mondo che, anche se abbandonato sui banchi di scuola, è sempre attuale, vivo e appassionante.

Come nasce La locanda di Asellina?

L’idea nasce dalla mia passione per la Storia, una disciplina viva e meravigliosa. E nasce anche dalle emozioni forti che ho provato, fin da bambina, passeggiando per le strade millenarie della Pompei romana.

Una donna protagonista di un mondo maschilista, forte e determinata. Come si è immaginata questo personaggio per la sua storia?

La locanda di Asellina è il primo romanzo ambientato nella Pompei dell’Impero romano che ha per protagonista un personaggio femminile reale: una donna imprenditrice che con la sua storia ci fa entrare nel mondo dell’antichità e ci guida nella scoperta di usanze, pensieri, giochi e ricette buonissime. Per raccontare di lei sono partita dalle notizie storiche che gli archeologici hanno raccolto, per poi proseguire immaginando emozioni e carattere di questa donna audace. Asellina gestiva una locanda in pieno centro, forse la più famosa e frequentata della città, e non era di certo un lavoro semplice, specie all’epoca. Infine, ho condito la trama con una punta di giallo, perché il mistero rende più divertenti le storie.

Dalla colazione alla cena, i Romani amavano il buon cibo e curavano ogni dettaglio. Quale ricetta l’ha incuriosita di più?

Difficile scegliere! Forse la ricetta del “moretum”, formaggio condito con erbe aromatiche e aglio, è fra quelle più interessanti perché ci ricorda la semplicità delle cose buone e, soprattutto, che il passato non è mai veramente passato, ma vive nel nostro quotidiano. Ancora oggi in molti paesi europei, oltre che in Italia, si preparano ricette a base di erbe e formaggio; dobbiamo ringraziare gli antichi Greci e Romani per la nostra tradizione culinaria e per la nascita della Dieta mediterranea.

Qual è il messaggio del suo libro?

Preferisco che siano i lettori a trovare fra le righe un messaggio. Mi limito a scrivere storie, anche se in questo caso, oltre che una trama inventata, ci sono tante notizie storiche approfondite. Ecco, sicuramente la mia speranza più grande è riuscire ad avvicinare i bambini e le loro famiglie alla Storia e al Patrimonio Culturale. Passeggiare nei siti archeologici con un libro tra le mani fa bene, sapete che in Canada prescrivono le passeggiate culturali come terapia per molte malattie?

Insegnante e sociologa. La scuola sembra aver dimenticato l’insegnamento della storia che vede sempre più una progressiva diminuzione delle ore d’insegnamento. Cosa rappresenta per lei questa materia che in realtà è fondamentale non solo per i giovani?

La conoscenza della Storia ci permette di essere liberi perché offre la possibilità di comprendere meglio il presente, di capirne i lati oscuri e apparentemente incomprensibili, e dunque ci aiuta a capire noi stessi e a fare delle scelte in piena consapevolezza.

Prossimo libro a cui sta lavorando?

Mi sono talmente divertita a scrivere di Asellina che poi ho pensato di pubblicare un altro libro ambientato a Pompei, stavolta con un protagonista maschile: un gladiatore (L’ultimo gladiatore di Pompei)! Adesso, invece, sto lavorando a una storia ambientata nella Magna Grecia. Spero di potervi parlare presto anche di questo nuovo libro, che sarà abbinato a un progetto educativo importante, per piccoli e adulti.


Quando mangiavano i Romani? Viaggio tra cibo e preparazioni gourmet

Spesso le fonti letterarie e archeologiche ci hanno permesso di ricostruire vari aspetti della società romana, e in modo particolare, grazie alle tante descrizioni degli autori antichi, possiamo farci un’idea anche di come si mangiava nell’antica Roma. Ghiottonerie culinarie, banchettanti ritratti in domus splendide a godere pasti e vino in buona compagnia,ci restituiscono il tenore di vita elevato della società aristocratica. Non dimentichiamo però, che pochi erano quelli che potevano godere della buona cucina. Contadini, gente modesta che non poteva avere grandi risorse faceva pasti frugali con quello che la terra poteva offrirgli e senza troppe esagerazioni.

Un esame del modo di mangiare di un popolo deve innanzi tutto partire da come questo era inteso e organizzato nell’arco della giornata, specificando che la seguente trattazione si riferisce a chi aveva un tenore di vita medio-alto e poteva permettersi di consumare cibo più volte al giorno.

Dolce da Oplontis. Ignoto: affresco di Oplontis del I sec. [Public domain], via Wikimedia Commons
Nell’antica Roma, generalmente, si facevano tre pasti al giorno: la prima colazione chiamata jentaculum, la colazione del mezzogiorno detta prandium e il pasto della sera detto cena. Originariamente la cena, anziché essere consumata di sera, avveniva nel primo pomeriggio e costituiva, così come avviene oggi in molti paesi, il pasto principale della giornata. I Romani dei primi secoli, consumavano una frugale colazione chiamata vesperna, successivamente, con il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, la cena venne posticipata ad un orario più tardo.

Il comfort domestico e la possibilità di illuminazione, fecero si che il pasto serale assumesse un’importanza maggiore, consumato tra amici, veniva a rappresentare il momento sociale più importante di un cittadino romano. Questa abitudine portò inevitabilmente ad alleggerire anche la colazione del mattino. Ci si accontentava, come i Greci, di un bicchiere di latte o di un biscotto imbevuto in un bicchiere di vino o in una salsa all’aglio con aggiunta di fichi o di olive. Oppure non raro era trovare chi beveva un semplice bicchiere d’acqua: “Ti affretti ad alzarti con la tua aria imbronciata dopo aver bevuto la tua acqua” dice Marziale alla sua donna. Sarà forse che le donne volevano rimanere leggere per non ingrassare?

Casa di Giulia Felice. Affresco con uova, tordi e stoviglie. Foto: Pompeii Parco Archeologico

Il jentaculum, invece, veniva consumato verso la terza o quarta ora della giornata, cioè tra le otto e le nove del mattino. Uno schiavo, appositamente preposto, dava l’annuncio dell’ora per consumare il pasto che consisteva nel consumo di carne, di pane e formaggio oppure uova. I bambini che si recavano a scuola, acquistavano per strada dolciumi (adipata) dal pistor dulciarius, il pasticcere.

Il secondo pasto della giornata, il prandium, si consumava verso la sesta o settima ora, intorno a mezzogiorno. Il prandium era un pasto rapido, spesso composto dai resti della cena del giorno prima e poteva consistere in piatti a base di verdure, pesce, uova e funghi. Per il consumo rapido spesso non si imbandiva nemmeno la tavola e veniva consumato in piedi senza nemmeno lavarsi le mani. Questo particolare aspetto igienico ce lo racconta Seneca che si accontentava di un tozzo di pane con carne fredda, verdura, frutta e un buon bicchiere di vino. Altre testimonianze ce le fornisce invece Plinio il Giovane quando descrive il prandium dello zio Plinio il Vecchio che, dopo aver consumato rapidamente il pasto, amava concedersi un breve riposo stendendosi, durante l’estate, al sole.

Pane carbonizzato da Pompei conservato nel Laboratorio di Ricerche del Parco. Foto: Pompeii Parco Archeologico

Era la cena il momento più importante della giornata, spesso trascorsa in compagnia di amici che si riunivano intorno ad una tavola ricca di ghiottonerie o modesta, a seconda delle disponibilità economiche del padrone di casa. Quando i soldi erano davvero pochi, spesso gli invitati portavano da casa il loro contributo in cibo.

“Cenabis bene, mi Fabulle, apud me

paucis, si tibi di favent, diebus,

si tecum attuleris bonam atque magnam

cenam, non sine candida puella

et vino et sale et omnibus cachinnis”.

Catullo invita a casa sua l’amico Fabullo e gli chiede di portare, viste le scarse finanze, una cena buona e abbondante!

Era usanza, per coloro che non possedevano in casa un bagno privato, lavarsi alle terme prima di mettersi a tavola. Dopo, aveva inizio la cena che variava in rapporto alla lista di pietanze che il padrone di casa poteva offrire ai suoi amici. Solitamente la cena finiva prima di notte. Le cene importanti e i banchetti duravano invece fino a notte inoltrata. Il rispetto di un’ora conveniente per il termine di un banchetto era legata non solo ad una questione morale nel rispetto del mos maiorum, ma anche alla buona forma fisica per svolgere al meglio le attività che attendevano padrone di casa e ospiti nel giorno successivo.

Ma cosa si mangiava durante una cena romana? Per quanto riguarda i menu, Seneca, Plinio, Marziale e molti altri autori, ci hanno tramandato piatti molto semplici, ma in banchetti importanti con ospiti di riguardo le liste delle portate erano molto complesse e lunghe.

La cena era suddivisa in due momenti. Un primo, costituito dal pasto vero e proprio con prevalenza di alimenti solidi e consumo moderato di bevande; un secondo, che generalmente durava di più, in cui si poteva alzare il gomito e intrattenersi con attrazioni di vario genere. La portata era chiamata ferculum, una parola che originariamente indicava il contenitore del cibo, il piatto. Successivamente, per metonimia, divenne anche il contenuto del piatto, cioè la portata vera e propria. In una cena di media importanza, in generale, venivano portati tre fercula, ma con l’importanza della cena aumentava il numero fino a raggiungere le sette portate. Si cominciava con la gustatio, una sorta di aperitivo composto da antipasti pepati e stuzzicanti che servivano a risvegliare il palato. Venivano servite uova, zucche, verdure, pollo ed ostriche, accompagnate da vini artificiali preparati con assenzio, violette o petali di rose.

Cesto di fichi dalla Villa di Poppea ad Oplontis. Foto: Alessandra Randazzo

L’aperitivo, alcolico, spesso era costituito da vino al miele, il mulsum, da cui deriva il nome dato successivamente al momento della gustatiopromulsis appunto. Alla gustatio, seguiva una portata composta da pesce, carne e verdure chiamata prima cena. Ne seguiva un’altra chiamata altera cena, composta da arrosti, generalmente cacciagione o da piatti esotici. Si terminava con un dessert. Questo momento era chiamato secundae mensae perché, come in Grecia, venivano portate nuove tavole. I Romani però, si limitavano a sostituire la tovaglia, quando c’era, o a sostituire i piatti sporchi e a spazzare per terra. La portata era costituita da frutta fresca e secca e soprattutto da dolci! Durante la cena, il vino era bevuto in maniera moderata per non comprometterne, con l’abuso, il gusto di cibi prelibati fatti preparare appositamente dagli “chef” più famosi dell’epoca.

Non era raro trovare il padrone di casa ai fornelli. Veniva a costituire una sorta di hobby e di sorpresa piacevole per gli ospiti. Dopo la cena e generalmente dopo una rapida toeletta, nelle grandi occasioni, veniva offerto agli ospiti un prolungamento della cena.

Questo momento era chiamato commisatio e poteva protrarsi a lungo nella notte. Si trattava soprattutto di una bevuta accompagnata da piatti leggeri e saporiti che stimolavano la sete, ma potevano essere imbanditi anche piatti più sostanziosi quando erano presenti amici invitati solo al “dopo cena”. Per la commisatio, gli ospiti mettevano in testa corone di fiori, mentre a tavola venivano portate coppe di vino per il brindisi.

Secondo l’usanza greca veniva sorteggiato un magister bibendi o rex convivii, il cui ruolo consisteva nel sovrintendere il buon funzionamento delle varie operazioni di mescolamento del vino operate da uno schiavo che, nella giusta proporzione di acqua e vino, mesceva in un cratere i liquidi. La bevuta, se rispettava le regole classiche, cominciava con delle libagioni in onore di Dioniso che aveva dato il vino agli uomini. Ciascuno dei commensali beveva una piccola quantità di vino dalla coppa e ne spargeva qualche goccia invocando il nome della divinità, poi passava la coppa all’ospite vicino con un saluto augurale. La personalità del magister bibendi stabiliva anche i toni del banchetto. Se si esagerava si poteva assistere anche a momenti grossolani, se invece veniva imposta una moderazione tutto scorreva con tranquillità.

Banchetto dalla Casa dei Casti Amanti di Pompei. Foto: Alessandra Randazzo

Di norma, alle mogli non era concesso partecipare a questa parte della cena. Infatti queste si ritiravano già alle secundae mensae in quanto le bevute non erano permesse. A far compagnia ai mariti vi erano cortigiane o danzatrici che contribuivano a rendere allegra la serata. In alcuni casi però, laddove il clima conviviale era decoroso e garbato, le mogli potevano tenere compagnia ai mariti e alcuni affreschi divertenti a noi pervenuti immortalano esilaranti momenti in cui le mogli sorreggono i mariti all’uscita del banchetto perché hanno alzato troppo il gomito. Non si usciva dalla casa dell’amico senza aver ricevuto un dono. “Ciascuno dia al suo invitato il regalo che gli si adatta” diceva Marziale nei suoi Epigrammi e ne enumera anche la diversa tipologia. Gli apopherata, così erano chiamati, potevano consistere in profumi, articoli da toeletta, coltelli, ombrellini, cassette, lampade, articoli per lo sport, indumenti, vasellame, stoffe o cibi.

nam unguentum dabo, quod meae puellae

donarunt Veneres Cupidinesque;

quod tu cum olfacies, deos rogabis

totum ut te faciant, Fabulle, nasum”

Catullo, come ci dice sempre nel carme 13, donerà all’amico Fabullo un profumo così delizioso, donato alla sua donna dalle veneri e dagli amorini, che pregherà gli dei affinchè diventi tutto naso per odorarlo meglio!

 

 

 

 


Turchia: mosaico di uno scheletro da Antiochia di Siria

22 - 28 Aprile 2016
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Un mosaico scoperto ad Antiochia di Siria (anche Antiochia sull'Oronte), nella provincia turca di Hatay, ha suscitato l'interesse internazionale. L'opera ritrae uno scheletro sdraiato con una bottiglia di vino e del pane.
The History Blog spiega un po' la confusione che c'è stata attorno all'opera. Daterebbe al terzo secolo a. C., anche se altrove si era pure indicato il terzo secolo d. C. L'interpretazione al momento prevalente vedrebbe nell'opera un invito a godere la vita ed essere felici, collocando l'opera nella sala da pranzo di una villa. C'è chi invece ne ha proposta una differente, immaginando il mosaico come una cucina nella quale si cercava di far allontanare la gente il prima possibile: in quel caso vi sarebbe un riferimento alla fretta, al piacere del cibo e alla morte.
Vi sarebbero raffigurazioni simili altrove (ad esempio in Italia), ma questa sicuramente colpisce in modo particolare. Ci sono poi altre due scene nel mosaico, con la seconda che simboleggia la cena (con un giovane e una meridiana, e il tema dell'arrivare in orario) e la terza il bagno (con una persona di carnagione scura che getta il fuoco).
Link: Hurriyet Daily News 1, 2; Daily Sabah; The History Blog; Daily Mail; CNN.
La provincia di Hatay in Turchia, da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata e di TUBS (This vector graphics image was created with Adobe Illustrator. This file was uploaded with Commonist. This vector image includes elements that have been taken or adapted from this:  Turkey location map.svg (by NordNordWest). ).


Gabinetti, fogne e leggi sull'igiene non diedero benefici alla salute dei Romani

8 Gennaio 2016

I gabinetti romani non fornivano chiari benefici per la salute e la Romanizzazione in realtà contribuì alla diffusione dei parassiti

A sinistra: latrine romane da Leptis Magna in Libia, Credit: Craig Taylor. A destra: uova di verme a frusta di epoca romana dalla Turchia, Credit: Piers Mitchell
A sinistra: latrine romane da Leptis Magna in Libia, Credit: Craig Taylor. A destra: uova di verme a frusta di epoca romana dalla Turchia, Credit: Piers Mitchell

Le prove archeologiche dimostrano che parassiti intestinali come il verme a frusta divennero sempre più comuni durante il periodo romano, nonostante gli apparenti miglioramenti che l'Impero portò nelle tecnologie dei servizi igienici.

I Romani sono ben noti per aver introdotto in Europa tecnologie relative ai servizi igienici, 2.000 anni fa circa, incluse latrine con più posti e strutture per lavarsi, sistemi fognari, acqua potabile dalle condutture degli acquedotti, e bagni pubblici riscaldati per lavarsi. I Romani svilupparono pure leggi per tenere le proprie città libere da escrementi e immondizia.
Ad ogni modo, nuove ricerche archeologiche hanno rivelato che – malgrado tutte le loro apparenti innovazioni igieniche – parassiti intestinali come il verme a frusta, i nematodi e la dissenteria da Entamoeba histolytica non solo non diminuirono (come ci si poteva aspettare) in epoca romana, ma in confronto alla precedente Età del Ferro aumentarono gradualmente.
L'ultima ricerca è stata condotta dal dott. Piers Mitchell del Dipartimento di  Archeologia e Antropologia di Cambridge ed è pubblicata oggi (NdT: 8 Gennaio) sul periodico Parasitology. Lo studio è il primo a utilizzare prove archeologiche per parassiti in epoca romana al fine di valutare “le conseguenze per la salute della conquista di un impero”.
Mitchell ha raccolto prove di parassiti nelle antiche latrine, sepolture umane e ‘coproliti’ – o feci fossilizzate – così come nei pettini e nei tessuti da numerosi scavi del periodo romano lungo tutto l'Impero Romano.
Non solo certi parassiti intestinali sembrano aumentare in prevalenza con la venuta dei Romani, ma Mitchell ha anche scoperto che, nonostante la loro celebre cultura del bagno regolare, ‘ectoparassiti’ come pidocchi e pulci erano diffusi allo stesso modo tra i Romani come nei Vichinghi e nelle popolazioni medievali, dove il fare il bagno non era in larga parte praticato.
Alcuni scavi hanno rivelato prove riguardanti speciali pettini per strappare i pidocchi dai capelli, e lo spidocchiamento potrebbe essere stato una routine giornaliera per molte persone che vivevano in tutto l'Impero Romano.
Piers Mitchell ha affermato: “la moderna ricerca ha dimostrato che i gabinetti, il bere acqua pulita e la rimozione delle feci dalle strade diminuiscono il rischio di malattie infettive e parassiti. Dovremmo quindi aspettarci una diminuzione in epoca romana della prevalenza di parassiti orali fecali come il verme a frusta e i nematodi – eppure ritroviamo un incremento graduale. La domanda è: perché?”
Una possibilità offerta da Mitchell è quella che in realtà le acque calde comuni dei bagni possano aver contribuito a diffondere i vermi parassiti. L'acqua era cambiata in modo infrequente in alcuni bagni, e la feccia si sarebbe accresciuta sulla superficie a causa dello sporco umano e dei cosmetici. “Chiaramente, non tutti i bagni romani erano puliti quanto avrebbero potuto essere,” ha affermato Mitchell.
Un'altra possibile spiegazione ricavata nello studio è nell'uso romano degli escrementi umani come fertilizzante delle colture. Mentre la moderna ricerca ha dimostrato come questo aumenti le rese delle colture, a meno che le feci non siano compostate per molti mesi prima di essere aggiunte ai campi, si può determinare la diffusione delle uova dei parassiti che possono sopravvivere nelle piante adulte.
“È possibile che le leggi sull'igiene, richiedenti la rimozione delle feci dalle strade, in relatà conducessero a nuove infezioni della popolazione poiché gli escrementi erano spesso utilizzati per fertilizzare le colture piantate nelle fattorie circostanti gli insediamenti,” ha affermato Mitchell.
Lo studio ha scoperto che le uova di verme a frusta sono sorprendentemente diffuse nel Periodo Romano, in confronto all'Europa dell'Età del Bronzo e del Ferro. Una possibilità suggerita da Mitchell per l'aumento di botriocefali è l'amore dei Romani per la salsa chiamata garum.
Prodotto da parti di pesce, erbe, sale e aromi, il garum era usato sia come ingrediente culinario che come medicina. Questa salsa non era cotta, ma la si lasciava fermentare al sole. Il Garum era commerciato lungo tutto l'Impero, e potrebbe aver agito come “vettore” per il botriocefalo, spiega Mitchell.
“La produzione di salsa di pesce e il suo commercio lungo l'Impero in giare sigillate avrebbe permesso la diffusione del parassita del botriocefalo dalle aree endemiche del Nord Europa a tutte le popolazioni lungo l'Impero. Questo sembra essere un buon esempio delle conseguenze negative per la salute del conquistare un Impero,” ha affermato.
Lo studio mostra una gamma di parassiti che infetta le persone che abitavano l'Impero Romano, ma si provò a trattare queste infezioni da un punto di vista medico? Se Mitchell afferma che bisogna fare attenzione quando si relazionano gli antichi testi alle moderne diagnosi di malattie, alcuni ricercatori hanno suggerito che i vermi intestinali descritti dal medico professionista romano Galeno (130 d. C. - 210 d. C.) possano includere nematodi, ossiuri e una specie di cestodi.
Galeno credeva che questi parassiti si fossero formati dalla generazione spontanea nella materia putrefatta sotto effetto del calore. Raccomandava trattamento attraverso una dieta modificata, salassi, e medicine che si credeva avessero un effetto di raffreddamento e asciugatura, in uno sforzo di ristabilire l'equilibrio dei  ‘quattro umori’: bile nera, bile gialla, sangue e flemma.
Ha aggiunto Mitchell: “Quest'ultima ricerca sulla prevalenza di antichi parassiti suggerisce che i gabinetti romani, le fogne e le leggi sull'igiene non avevano evidenti benefici per la salute pubblica. La natura diffusa sia di parassiti intestinali che di ectoparassiti come pidocchi suggerisce pure che i bagni pubblici romani sorprendentemente non davano allo stesso modo chiari benefici per la salute.”
“Sembra probabile che se i servizi igienici romani possono non aver reso le popolazioni più salubri, queste avrebbero avuto almeno un odore migliore.”

Riferimenti
Mitchell, PD. Human parasites in the Roman World: health consequences of conquering an empire. Parasitology; 8 Gennaio 2016.
Traduzione da University of Cambridge. L’Università di Cambridge non è responsabile dell’accuratezza della traduzione.

 
 


Il colore nero del riso Imperatore

25 - 26  Settembre 2015
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Il riso nero, anche noto come riso imperatore o riso proibito (da noi anche come riso Venere), ha una storia ricca e interessante. In antichità era apprezzato per il suo colore, tanto da essere riservato all'Imperatore nell'antica Cina, ed utilizzato come tributo.
Un nuovo studio esamina le origini del riso nero in Asia: mentre il riso selvatico (Oryza rufipogon) è rosso, le varietà coltivate (Oryza sativa) sono bianche a causa di un gene. Anche se gli eventi che circondano l'origine e la diffusione del riso nero rimangono ignote, le cause del colore sono da individuarsi nella riorganizzazione di un gene, originariamente verificatasi nella sottospecie japonica tropicale, e poi trasferita ad altre specie per incrocio.
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Milano, Mostre: Gioielli di gusto. Racconti fantastici tra ornamenti golosi

17 Settembre 2015

ExpoinCittà

Inaugurata a Palazzo Morando la mostra “Gioielli di gusto. Racconti fantastici tra ornamenti golosi”

Viaggio alla scoperta dei cibi che hanno ispirato le creazioni più straordinarie

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Milano, 17 settembre 2015 – Apre al pubblico dal 18 settembre all’8 dicembre 2015 a Palazzo Morando, nell’ambito del palinsesto di ExpoinCittà, la mostra “Gioielli di gusto. Racconti fantastici tra ornamenti golosi”, che sarà il punto di incontro fra i mondi del gioiello e del cibo. Saranno infatti esposti ben 200 affascinanti pezzi d’autore, in un fantastico mix di gioiello, bijoux e accessorio moda, per una riflessione, sia seria che surreale, sul rapporto tra cibo e ornamento.

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Cibo e monastero: i consumi alimentari monastici a Bitonto nel XVIII secolo

1 Settembre 2015

Cibo e monastero: i consumi alimentari monastici a Bitonto nel XVIII secolo.

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L’iniziativa prevede una visita guidata dedicata a due dipinti della Galleria Nazionale della Puglia; il primo, opera di Agostino Scilla (Messina,1629 - Roma, 1700), raffigura i Santi Antonio Abate e Paolo Eremita nutriti da un corvo, l’altro, la Natura morta con pollo e utensili da cucina, lavoro del frate agostiniano Nicola Levoli, al secolo Remigio Enrico Policarpo (Rimini, 1728-1801). L’iniziativa proseguirà con una conferenza nella quale si focalizzerà l'attenzione sulle abitudini alimentari monastiche a Bitonto nel XVIII secolo, con particolare riguardo a quelle vigenti nei conventi di San Pietro Nuovo e del Monastero delle Vergini.
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Nuovo studio sul collegamento tra usura dentaria nei fossili e dieta

12 Agosto 2015
L'usura dentaria è tra gli elementi presi in considerazione dai paleontologi per studiare la dieta dei nostri antenati e degli animali. Altri hanno affermato che essa riflette l'habitat piuttosto che la dieta.
Un nuovo studio ha convalidato la validità delle ricerche che per anni hanno utilizzato l'usura dentaria come strumento per determinare le antiche diete, e al contempo offre un modello per i paleontologi.
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Milano. Al via “Agricoltures”: video, musica, fotografia, testimonianze e incontri per il Diritto alla Terra

Cultura

Al via “Agricoltures”: video, musica, fotografia, testimonianze e incontri per il Diritto alla Terra

Appuntamenti fino al 1° agosto

Milano, 23 luglio 2015 – Apre al Cam di Garibaldi , “Agricoltures” dieci giorni di video installazioni, musica, fotografia, filmati, testimonianze e incontri per il Diritto alla Terra e alla Sovranità Alimentare: un prezioso caleidoscopio di immagini dell’universo contadino che si intrecciano a gesti millenari, saperi, culture, musiche e installazioni artistiche. “Agricoltures” sarà aperta al pubblico fino al 1 agosto, dalle 18.30 alle 22.00.

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"Buono da guardare: cibo, arte e ritualità nelle fotografie di Mario Carbone" - Museo di Roma in Trastevere

Buono da guardare: cibo, arte e ritualità

nelle fotografie di MARIO CARBONE

 Museo di Roma in Trastevere, Piazza S. Egidio 1B

17 luglio -13 settembre 2015

unnamed (4)Il cibo è il filo conduttore che lega le immagini selezionate nella mostra fotografica di Mario Carbone. Il suo sguardo, come sempre attento, curioso e rivelatore si sofferma in questo caso sulle tematiche del cibo e dell’alimentazione, cogliendo in particolare il senso profondo della ritualità e religiosità che questi aspetti sovente includono.

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