Andrea Mantegna

Mantegna come Steve Jobs: la modernità come obiettivo, l’antico come pretesto in mostra a Torino in Palazzo Madama

Tuffarsi di testa in un’epoca sfrenata: di geni, truffatori, poeti, capitani di ventura, banchieri, raffinati umanisti. Un’età di bronzo, di marmo, d’oro. Di pietre colorate e terracotta.

Una stagione intricata come le acconciature dipinte da Crivelli, che ancora oggi si rifiuta di lasciarsi dipanare a una prima occhiata. Nessuna superficiale faciloneria scalfirà la durissima superficie della produzione artistica fiorita nell’Italia del Nord-Est intorno alla metà del Quattrocento.

Di sicuro non lo farà la mostra organizzata da Civita e allestita all’interno del Museo Civico d’Arte Antica di Torino, visitabile fino al 4 maggio 2020.
Ma se ci si tuffa, come anticipavo, con una piccola dose d’incoscienza, questo percorso offre la possibilità di sentire la forza ribollente di uno dei momenti incandescenti dell’arte italiana.

La figura-guida scelta per accompagnarci in questo piccolo e movimentato universo è quella di Andrea Mantegna. Un vero diamante: lucido, splendido, duro e perfettamente sfaccettato, prodotto dal magma del periodo storico che ha attraversato.

Lo incontriamo subito a confronto con la bizzarra figura del suo primo maestro; e padre adottivo, e sfruttatore, e “impresario”. Quel Francesco Squarcione che somiglia un po’ al Mangiafuoco di Collodi; che raccoglie intorno a sé talenti delle più varie provenienze. Per educarli, sfruttarli, spillare loro soldi o lavoro, a seconda delle capacità; perfetta guida una “banda di desperados, come Longhi descrive la massa di pittori che esce dalla sua bottega per occupare con un’arte nuova la chiesa degli Eremitani.
In quella che appare una sapida sfida allievo-maestro vediamo Mantenga e Squarcione impegnati ad indagare lo stesso soggetto: l’austera figura di fra’ Bernardino da Siena, da pochissimo proclamato Santo e che probabilmente entrambi avevano conosciuto. Squarcione si abbandona a un’analisi impietosa del vecchio predicatore e fa emergere tutto “quell'umoresco non certo ridevole” (ancora Longhi) che è forse la sua più interessante eredità. Mantegna, al contrario, conferisce alla figura un sereno distacco. Una sorta di composta lontananza, accentuata dal profilo pieno e dalla scelta di rappresentare l’aureola come un disco che isola dal fondo la testa della figura.

In pratica un ritratto che somiglia a una moneta antica: il rapporto con un mondo che stava emergendo e che affascina il giovane Andrea.

Andrea Mantegna
Mantegna: particolare della Santa Eufemia - 1454 - e ritratto di San Bernardino da Siena - ca 1460 - a confronto con quello realizzato da Squarcione - ca 1450

Quell’antichità, romana ma anche no, che è tutto e il suo contrario, a seconda di chi la guarda e di che pezzo se ne esamina. Mantegna la incontra attraverso Donatello, che lavora a Padova nei suoi stessi anni, e Jacopo Bellini, a capo di una delle più fortunate botteghe del nord Italia, ingombra di reperti.

Questo mondo immaginato, sognato, interpretato, intravisto diventa per il giovane pittore terreno su cui far crescere una personalissima interpretazione di quell’arte che non si poteva conoscere nella sua interezza.

Lo dimostra l’imponente Santa Eufemia: se la materia pittorica ha perso la sua integrità, l’idea non ne subisce troppo danno. Severa, monumentale, vera e vicina ma al tempo stesso fissa, come scolpita in una varietà di pietre dure e marmi preziosi. Chiusa tra archi, colonne e ghirlande, citazione di romanità tarda e opulenta, decadente come il pugnale che si conficca nel fianco senza turbare la serena compostezza del volto. Come fosse niente più di un prezioso orpello.

Nella Santa Eufemia emerge la ferma libertà di Mantegna: punto di partenza su cui seppe costruire il suo formidabile successo.

Intelligente, colto e accorto: non sbaglia una mossa. Sposa la figlia di Jacopo Bellini: esce dalla scomoda influenza di Squarcione ed entra a far parte di quella che possiamo definire la più fortunata e strutturata impresa nel campo dell’arte padana quattrocentesca. Così il genero Jacopo diventa suo sponsor e il cognato Giovanni suo alleato, invece che suo concorrente. Li vediamo duettare sul tema della Madonna col Bambino: un dialogo che li accompagnerà nelle loro carriere e che arricchisce la produzione di entrambi.

Andrea Mantegna
Mantegna cita e si lascia citare dai Bellini: Madonna col Bambino e i santi Gerolamo e Ludovico di Tolosa, 1455 ca

Questa dimensione di apertura, scambio, continua permeabilità emerge molto bene dal percorso: Mantegna non si chiude mai in una solitaria ricerca di perfezione. Piuttosto si lascia contaminare e provocare: dall’antichità, da altre tecniche artistiche (come le fusioni in bronzo della bottega padovana di Donatello, da cui impara la bellezza dei riflessi e delle patine), da colleghi e vie diverse al Rinascimento.

Andrea Mantegna

Il San Giorgio di Mantegna esibisce allo stesso modo i boccoli biondi da reclame dello shampoo e la lancia spezzata, il cui moncone è ancora incastrato nella gola del drago. Più serioso di quello di Cosmè Tura, che stretto in una calzamaglia rosa brandisce uno spadone rosso. Entrambi però esercitano una colorata libertà memore della stagione tardogotica, cui paiono non sentire l’esigenza di rinunciare per entrare a pieno diritto nel Rinascimento.

Il gusto per il confronto che anima Mantegna non si spegne neppure quando Ludovico Gonzaga lo vuole al suo servizio, e inventa per lui un ruolo che ancora non esisteva: quello di “pittore di corte”. Al contrario la rete di relazioni della corte mantovana, che si estendeva anche oltralpe, e la vivace vita culturale che vi si svolgeva (come il Concilio del 1459) crea nuove occasioni di contaminazione. Il presunto ritratto di Carlo de’ Medici rivela, per realismo, severità e qualità scultorea, la frequentazione con l’ambiente fiorentino.

Dialoghi: Mantegna si lascia contaminare dalla monumentalità fiorentina, e si confronta con il siciliano-nordico Antonello, gemma della collezione permanente di palazzo madama. Sullo sfondo di tutto colte letture da umanisti

Mantegna produce e al tempo stesso colleziona: incontriamo opere antiche che l’artista aveva acquistato per sé e che hanno ispirato uno dei suoi capolavori, i “Trionfi”, infinitamente ammirati copiati e citati per secoli. E, nella stessa sala, con grande intelligenza incontriamo le sue incisioni, in particolare quelle ispirate alla classicità.

Il classicissimo ritratto del cardinale Ludovico Trevisan si lascia contaminare dal verismo fiammingo nell'ombra di barba rasata

Opere di superba qualità, ma che rivelano anche la sapiente costruzione di una carriera, di un business di successo: copiata dai tedeschi l’idea di creare incisioni come prodotti autonomi, Mantegna fiuta la possibilità data da questa tecnica di fornire non soltanto un riscontro economico immediato, ma soprattutto garantire ai suoi discendenti una fonte di reddito sicura. A dimostrazione che l’era della riproducibilità tecnica è un fenomeno che l’arte ha affrontato ben prima del Novecento, e che porta sempre con sé una visione imprenditoriale della produzione artistica.

Mantegna costruisce pezzo per pezzo un modello di gestione così solido da resistere ai committenti più esigenti: una piccola sezione, organizzata come una collezione rinascimentale, ci racconta del suo rapporto con Isabella d’Este. Lei granitica nelle sue arzigogolate richieste, lui pragmatico e preparato; capace di soddisfare la passione per le iconografie sovra-significanti senza perdere la direzione della sua ricerca.

Bottega di Mantegna, "Il seppellimento di Cristo". Bulino datato tra il 1465 e il 1480

Strepitose le prove di pittura sacra, in cui emerge con forza il gusto prezioso e raffinatissimo per il colore, quello smagliante del Medioevo tardo a cui non rinuncia, ma che sa traghettare in un mondo di forme nuove. E quello per una solidità mai banale, che non si lascia imbrigliare nelle facili geometrie fiorentine, ma che cattura l’occhio persino quando l’equilibrio delle tinte contraddice la forma.

Andrea Mantegna
Mantegna, Madonna dei Cherubini, 1485

Una sorta di caleidoscopico basso e bassissimo rilievo, come fosse ancora lo stiacciato donatelliano ma tradotto in pittura. Che esercita un fascino irresistibile per un altro irregolare di successo, che la mostra suggerisce erede dell’avventura mantegnesca: lo spericolato Correggio.

A chiudere il percorso un’intenso e tecnicamente perfetto “Ecce homo: una composizione di sole teste eseguita negli stessi anni in cui Leonardo si affanna sulle “arie di testa” dell’Ultima Cena. Un’opera in cui non leggiamo neppure un briciolo di imbarazzo o ansia per il confronto, e neppure un tentativo di avvicinamento. Piuttosto una forte affermazione di distanza e differenza.

Perché Mantegna, nella sua bravura artistica, culturale, imprenditoriale, ci insegna che il Rinascimento non è certo stato uno solo, che la ricchezza di quell’epoca non può essere contenuta nello spazio angusto di poche banalità (riscoperta dell’antico, costruzione prospettica dell’immagine, culto del genio), e che fare grandissima arte non implica per forza scegliere l’emarginazione.

Il percorso ha di certo qualche ombra, alcune incongruenze e significative assenze, ma la forza del contatto con l’avventura di questo artista riesce a restituire tutta la vivace spericolatezza della sua carriera.

 

 

Le immagini delle opere in mostra sono state realizzate da me e sono pubblicate con licenza Creative Commons
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30 marzo 1748. Iniziano gli scavi ufficiali a Pompei

Il 30 marzo 1748 si diede ufficialmente avvio agli scavi nel sito di Pompei. Non essendo stato ancora inventato il metodo stratigrafico, le operazioni di sterro furono eseguite sotto la direzione dell’ingegnere militare spagnolo Rocco Gioacchino de Alcubierre, colonnello del genio borbonico e lo stesso che a partire dal 1738 intraprese gli scavi dei cunicoli di Ercolano utilizzando manovalanza più varia scelta tra la popolazione locale.

Complesso di Giulia Felice. Foto: Alessandra Randazzo

Nelle operazioni fu coadiuvato dall’ingegnere svizzero Karl Weber e poi da Francesco La Vega i quali compilavano i Giornali di scavo o stilavano le planimetrie dei siti esplorati assicurando quanto più una ricca descrizione dei lavori e non solo una lista degli oggetti ritrovati così come richiesto dalla corte. I disegni tecnici, ancora oggi, stupiscono per i tratti precisi e i dettagli, soprattutto se si pensa alle condizioni in cui questi venivano realizzati.

Anfiteatro di Pompei. Foto: Alessandra Randazzo

L'individuazione del sito dell’antica Pompei non era però certa. L’Alcubierre era convinto che le operazioni di sterro si stessero effettuando nell’antica Stabia e solo quando nel 1763 venne scoperta fuori porta Ercolano l’iscrizione di T. Suedius Clemens con esplicito riferimento alla “republica Pompeianorum” ci si rese conto che il colle della Civita corrispondeva al sito di Pompei.

Nella fase iniziale delle esplorazioni, due furono le aree maggiormente interessate dagli scavi: l’area dell’Anfiteatro e quella della necropoli di Porta Ercolano con gli edifici vicini. Data l’estrema facilità con la quale si poteva scavare il lapillo, non si dovettero utilizzare cunicoli per accedere all’interno degli edifici. In particolare nel 1754 venne esplorata e poi rinterrata la cosiddetta Villa di Cicerone fuori Porta Ercolano, già individuata nel 1749, mentre a nord dell’Anfiteatro venne scoperto il complesso di Giulia Felice.