Da Civita Giuliana due nuove vittime dell'eruzione del 79 d.C.

A Civita Giuliana la scoperta dei resti di due antichi pompeiani travolti dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. e da cui sono stati tratti i calchi in gesso dei corpi, perfezionando così la tecnica inventata e sperimentata per la prima volta nell'Ottocento dall’allora direttore del sito vesuviano Giuseppe Fiorelli.

"La più fortunata delle sue invenzioni fu la immagine autentica che diede della catastrofe vesuviana, colando nel masso di cenere che copriva gli scheletri il gesso liquido, per cui questi rivivono nelle forme e nelle contrazioni della loro agoniadiceva Gaetano De Petra, uno dei suoi successori.

A 700 metri a nord ovest da Pompei, già precedenti scavi avevano dato testimonianza della ricchezza di una villa rustica, in parte indagata agli inizi del ‘900 e solo recentemente oggetto di scavi stratigrafici da parte del Parco Archeologico di Pompei dove, in alcuni ambienti non residenziali, erano emersi resti di tre cavalli bardati  da cui è stato possibile ricavarne un calco.

Civita resti pompeiani
Civita, resti antichi pompeiani. Foto: © Luigi Spina

Nonostante la chiusura al pubblico, le indagini archeologiche nei siti afferenti il Parco sono continuate ed è proprio di poche settimane fa il ritrovamento dei resti di due antichi pompeiani che morirono durante l’eruzione. Grazie all’affinamento della tecnica calcografica, che consiste nella colatura di gesso liquido nelle cavità lasciate dai corpi (ma è anche tecnica utilizzata con altri materiali organici) che si erano decomposti all’interno del materiale vulcanico, oggi ci viene restituita l’ultima immagine di questi abitanti della città con dettagli assolutamente sorprendenti per la vividezza dei particolari del viso e dei panneggi.

Nel 1984, diversamente dalla tecnica del Fiorelli, fu realizzato il primo calco in resina eseguito su una delle vittime dell'eruzione venuta alla luce in un ambiente della Villa di Lucius Crassius Tertius di Oplontis. Quest'ultimo sistema integrava il metodo del calco in gesso con quello della fusione a cera della statuaria in bronzo, permettendo così di realizzare un calco trasparente con lo scheletro visibile e l'individuazione e il recupero di eventuali oggetti o gioielli che le vittime portavano con sè al momento della fuga.

Civita resti pompeiani
Civita, resti antichi pompeiani. Foto: © Luigi Spina

I resti dei corpi della recente scoperta di Civita Giuliana sono stati individuati in un vano laterale del criptoportico, nella parte nobile della villa rustica, in uno spazio ancora da indagare in toto che presentava, secondo le prime indagini, un solaio in legno, indicato dalla presenza sui muri di alcuni fori per l’alloggio delle travi di sostegno ad un ballatoio.

L’ambiente risulta quindi obliterato da più crolli di alcune murature e sotto le quali gli archeologi hanno individuato uno spesso livello “stratigrafico” composto dalle successive correnti piroclastiche dell’eruzione del 79 d.C. I depositi che riempiono l'ambiente in cui sono state ritrovate le vittime sono interamente rappresentati da cenere grigia avente le stesse caratteristiche dei depositi cineritici in cui è stata ritrovata la maggior parte delle vittime dentro le mura di Pompei, depositi appunto della seconda e fatale corrente piroclastica.

Civita, resti antichi pompeiani. Foto: © Luigi Spina

Come si è giunti all’individuazione dei resti? Gli archeologi hanno individuato, in un primo momento, la presenza di vuoti nello strato di cenere indurita e, al di sotto di questa, successivamente, sono stati intercettati i resti ossei grazie all'uso di endoscopi inseriti nelle cavità. Le operazioni di analisi degli scheletri sono state condotte dall’antropologa del Parco Archeologico di Pompei e solo dopo si è potuto procedere alla colatura di gesso liquido, secondo l’antica tecnica del Fiorelli, che ha restituito come allora questa terribile, unica e vivida immagine della morte.

Le analisi scientifiche, inoltre,  stanno cercando di chiarire anche in quale fase dell’eruzione collocare la morte dei due individui, entrambi sorpresi nella cosiddetta "seconda corrente piroclastica" che colpì Pompei e il territorio vesuviano nelle prime ore del mattino del 25 ottobre, portando a morte gli ultimi superstiti della città e del contado. Questa fase eruttiva, molto rapida e violenta, abbatté i primi piani delle case e sorprese le vittime che tentavano la fuga camminando tra la cenere, inutilmente. Il deposito sedimentato da questa corrente è una cenere grigia molto compatta e ben stratificata contenente lapilli pomicei dispersi.

Civita, resti antichi pompeiani. Foto: © Luigi Spina

La prima vittima, con capo reclinato e denti ed ossa del cranio visibili, secondo le prime ipotesi, risulta essere di sesso maschile e collocabile in una fascia di età compresa tra i 18 e i 25 anni e alto all’incirca 1,56 cm. Dal calco si è potuto individuare anche il tipo di abbigliamento indossato: una corta tunica, ben visibile nel panneggio sul calco, la cui consistenza farebbe ipotizzare a fibre di lana.

La seconda vittima, invece, è stata rinvenuta in posizione diversa rispetto al giovane e rispetto ad altre vittime dell’eruzione di Pompei. Il volto è riverso nella cinerite, ad un livello più basso rispetto al corpo, e il gesso ha ricalcato perfettamente i lineamenti del mento, delle labbra e del naso, anche qui con particolari davvero impressionanti. Anche in questo caso, si suggerisce la presenza di un individuo di sesso maschile di età compresa tra i 30 e i 40 anni e con un’altezza di 1,62 cm.

Civita resti pompeiani
Civita, resti antichi pompeiani. Foto: © Luigi Spina

L’abbigliamento, visibile solo attraverso l’impronta che il gesso ci ha restituito, si presenta più articolato con l’individuazione di una tunica e di un mantello.  Sotto il collo della vittima e in prossimità dello sterno, pieghe pastose lasciano intendere la presenza di un mantello di lana fermato sulla spalla sinistra. In corrispondenza della parte superiore del braccio sinistro vi è anche l’impronta di un tessuto diverso, una tunica probabilmente, che sembrerebbe essere lunga fino alla zona pelvica.

Ulteriori lavori di scavo hanno permesso l’individuazione di altri vuoti che, dopo la colatura di gesso, hanno però mostrato essere capi di abbigliamento, localizzati a poca distanza da entrambe le vittime. In particolare un calco di gesso vicino alla giovane vittima farebbe ipotizzare la presenza di un mantello di lana portato nella fuga per coprirsi dall’incessante pioggia piroclastica e già presente nell’abbigliamento di molte vittime.

Civita resti pompeiani
Civita, resti antichi pompeiani. Foto: © Luigi Spina

Uno scavo molto importante quello di Civita Giuliana – dichiara il Direttore del Parco Archeologico di Pompei Massimo Osannaperché condotto insieme alla Procura di Torre Annunziata per scongiurare gli scavi clandestini e che restituisce scoperte toccanti. Queste due vittime cercavano forse rifugio nel criptoportico, dove invece vengono travolte dalla corrente piroclastica alle 9 di mattina. Una morte per shock termico, come dimostrano anche gli arti, i piedi, le mani contratti. Una morte che per noi oggi è una fonte di conoscenza incredibile”.

Lo scrittore Luigi Settembrini aggiunge, a proposito dei calchi:

E' impossibile vedere quelle tre sformate figure, e non sentirsi commosso..Sono morti da diciotto secoli, ma sono creature umane che si vedono nella loro agonia. Lì non è arte, non è imitazione; ma sono le loro ossa, le reliquie della loro carne e de' loro panni mescolati col gesso: è il dolore della morte che riacquista corpo e figura.... Finora si è scoverto templi, case ed altri oggetti che interessano la curiosità delle persone colte, degli artisti e degli archeologi; ma ora tu, o mio Fiorelli, hai scoverto il dolore umano, e chiunque è uomo lo sente".

 

 


Ercolano

“Lettere dal passato”: tornano le Tavolette cerate di Ercolano

In questi giorni, sotto l’hashtag #iorestoacasa, il Parco Archeologico di Ercolano ricorda, tramite la sua pagina Facebook, una vicenda relativa alla Casa del Bicentenario, già raccontata in un documentario realizzato nel 1953 da Antonio Federici, dal titolo “Lettere dal Passato”.

Da alcune tavolette di cera, sepolte in seguito all’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. e ritrovate grazie agli scavi del sito archeologico, emerge una storia che vede contrapposte due donne: una appartenente alla famiglia dei Petronii-Calatorii, molto in vista nella comunità e probabile proprietaria della Casa del Bicentenario all’epoca dell’eruzione, Calatoria Themis; l’altra, è Petronia Justa, figlia di Petronia Vitalis, che fu schiava della famiglia.

Il documentario radiofonico “Lettere dal passato” realizzato da Antonio Federici fa riferimento alle Tavolette cerate di Ercolano, il materiale più economico su cui scrivevano i Romani: piccole tavolette che messe insieme costituivano dei libretti detti dittici, trittici o polittici a seconda del numero di tavolette.

Spalmate di cera, ci si incidevano le parole con uno stilo acuminato; un sistema riciclabile perché grattando via il testo, lo strato di cera poteva essere cancellato per poterci riscrivere. Le “Lettere dal passato” sono dunque quelle tavolette che dopo duemila anni sono giunte fino a noi attraverso le mani esperte degli archeologi che le hanno analizzate e interpretate. Il documentario esplora la genesi di questi straordinari reperti con le testimonianze dirette dei professori: Vincenzo Arangio Ruiz (Giurista, esperto di Diritto Romano); Giovanni Pugliese Caratelli (Storico dell’antichità) e Amedeo Maiuri (Archeologo) che insieme hanno impiegato le loro conoscenze in un’appassionata ricerca, spesso difficile per le lacune dei ritrovamenti e per la frammentarietà dei resti.

Gli studiosi, ai microfoni della radio, raccontano le tappe fondamentali di questi importanti rinvenimenti, parlano di alcuni abitanti dell’antica Ercolano divenuti familiari attraverso le storie che man mano si delineavano dopo la decifrazione delle tabelle. Si soffermano in particolare su una serie di tavolette di argomento giudiziario ritrovate in occasione della scoperta della Casa del Bicentenario (nota anche con il nome dell’ultimo proprietario dell’abitazione Lucio Cominio Primo). Si tratta di una serie di documenti riguardanti il cosiddetto “Processo di Giusta”, una causa promossa nel 76 d.C dalla giovane Giusta Spurii contro una ricca ercolanese: Calatoria Temide. La donna per entrare in possesso dell’eredità lasciata alla ragazza da sua madre Petronia Vitale, sosteneva che Giusta fosse nata quando Petronia era ancora una schiava in casa sua. Il processo doveva accertare se Giusta fosse nata da una ex schiava prima o dopo la sua affrancatura, la sentenza emessa non è stata rinvenuta e, dunque, la conclusione del processo è sconosciuta.

La conservazione di questi piccoli reperti carbonizzati fa di Ercolano un caso unico in tutto il mondo romano, un osservatorio privilegiato sul mondo antico, che aiuta a comprendere aspetti più disparati dalla diffusione della scrittura a tutte le classi sociali, agli aspetti legati al diritto privato romano, ma anche a conoscere da vicino tantissimi nomi e mestieri degli abitanti della città antica.

Ercolano Lettere dal Passato Tavolette Cerate di Ercolano
Scavi di Ercolano. Foto di Lalupa, CC BY-SA 3.0

Tornano leggibili alcuni papiri di Ercolano

Gioiello architettonico unico nel suo genere per bellezza e splendore, la Villa dei Papiri di Ercolano non sfuggì al tremendo destino di distruzione che colpì le città vesuviane nel 79 d.C.

Appartenuta ad un ricco personaggio della famiglia dei Pisoni, Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, suocero di Giulio Cesare, fu costruita nel 60 a.C. a picco sul mare e da cui era possibile ammirare un paesaggio straordinario. Fu salotto di importanti intellettuali e filosofi e per la collezione di statue e sculture ritrovate durante gli scavi ha un immenso valore artistico e culturale. Ma ad impressionare maggiormente anche i circa 1800 papiri raccolti nella biblioteca della villa e contenenti in gran parte testi in greco del filosofo epicureo Filodemo di Gadara. La villa prende il nome proprio da questi ritrovamenti, scampati alla distruzione e carbonizzati, che riportavano scritti riguardanti l'etica, l'eloquenza, l'amore, la pazzia e redatti anche in lingua latina.

Scanning the papyrus. Foto: Cnr

Per molti secoli, diversi studiosi hanno cercato, vista la delicatissima modalità di conservazione e la fragilità dei reperti, di poterne leggere il contenuto, spesso con risultati alquanto disastrosi proprio per la fragilità del materiale. Adesso, questa impresa, grazie a tecnologie non invasive messe a sistema da un team internazionale guidato da Graziano Ranocchi dell’Istituto per il lessico intellettuale europeo e storia delle idee del Consiglio nazionale delle ricerche, sembra possibile. Il gruppo di lavoro sembra essere arrivato a decifrare un testo greco nascosto sul verso della celebre Storia dell’Accademia (PHerc. 1691/1021) di Filodemo di Gadara (110 – 40 a.C.), rotolo che è sfuggito alla distruzione e che doveva essere parte di un’opera più ampia intitolata Rassegna dei Filosofi, la più antica storia della filosofia greca in nostro possesso.

La ricerca è stata pubblicata su Science Advances ed è frutto di un team di esperti specializzati in vari settori e che hanno coinvolto il personale di Iliesi e Nanotec del Cnr, del Cnrs/Museo di Storia Naturale di Parigi e il Dipartimento di fisica della Sapienza di Roma.

Scanning the papyrus. Foto: Cnr

“L’utilizzo dell’hyperspectral imaging che lavora con spettro infrarosso ad onda corta (swir, 970-2500 nm), associato a principal components analysis, ha rivelato per la prima volta diverse parti di testo greco”, ha dichiarato Graziano Ranocchia. “Le indagini effettuate sul rotolo papiraceo PHerc. 1691/1021, hanno svelato resti di ampie colonne appartenenti al medesimo testo vergato sul recto, destinate ad essere successivamente inglobate nella versione finale del libro”. Molto spesso i rotoli greco-egizi, venivano riutilizzati anche nel verso. “Dei 1840 papiri greco-ercolanesi, catalogati e custoditi presso l’Officina dei Papiri della Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III di Napoli, solo otto sembrano avere questa caratteristica”, aggiunge il ricercatore. “La tecnica utilizzata riesce a penetrare in profondità negli strati di materiale, diversamente dalla fotografia a infrarossi a 950 nanometri finora messa in campo per questo tipo di studi”.

Unopened papyrus from Herculaneum. Foto: Cnr

“La lettura di centinaia di rotoli preservati a Ercolano dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. e appartenenti all’unica biblioteca antica in nostro possesso, sono stati scoperti a metà del Settecento; questa straordinaria collezione ci trasmette opere inedite di illustri filosofi greci come Epicuro e Crisippo, solo in parte riportate alla luce, in grado di rivoluzionare le nostre conoscenze nel campo della filosofia antica e della letteratura classica”, conclude Ranocchia.

Ricerca pubblicata in Science Advances. Qui il link: https://advances.sciencemag.org/content/5/10/eaav8936