Campi Flegrei eruzione di Masseria del Monte dei Campi Flegrei

Individuata la terza misteriosa grande eruzione dei Campi Flegrei

Individuata la terza misteriosa grande eruzione dei Campi Flegrei

Campi Flegrei eruzione di Masseria del Monte dei Campi Flegrei
La caldera dei Campi Flegrei vista da nord con la citta di Napoli e il Vesuvio sullo sfondo (immagine da Google Earth)

Attribuita ai Campi Flegrei l’origine di una misteriosa grande eruzione che 29mila anni fa ha ricoperto di ceneri l’area del Mediterraneo centrale. A svelarlo, uno studio condotto da Cnr, Ingv, università britanniche di Oxford, Durham, St Andrews, Cnrs francese e Università di California. Il lavoro è stato pubblicato su Geology

È stata la misteriosa grande eruzione di Masseria del Monte dei Campi Flegrei, sconosciuta fino a oggi, a ricoprire di ceneri 29.000 anni fa l’area del Mediterraneo centrale. A individuarne l’origine, un team internazionale di ricercatori dell’Istituto di geologia ambientale e geoingegneria del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Igag), dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), delle Università britanniche di Oxford, Durham e St Andrews, del Cnrs francese e dell’Università di California. Il lavoro Evidence for a large magnitude eruption from Campi Flegrei caldera (Italy) at 29 ka è stato pubblicato su Geilogy.

“Il materiale vulcanico”, spiega Biagio Giaccio, ricercatore del Cnr-Igag, “proiettato nell’alta atmosfera durante le grandi eruzioni esplosive può raggiungere grandi distanze dal vulcano e, ricadendo al suolo, formare sottili coltri di ceneri che ricoprono enormi superfici, fino a milioni di km quadrati”. Sin dagli anni ’70 un livello di ceneri datato a circa 29.000 anni fa è stato ritrovato nei sedimenti lacustri e marini di un’ampia area del Mediterraneo centrale, fornendo la prova indiretta di una grande eruzione avvenuta nella regione. Nonostante questa considerevole evidenza regionale e la sua relativa giovane età, nessuna prova geologica di un simile evento era stata fino a oggi mai trovata nelle aree vulcaniche mediterranee.

“Attraverso indagini stratigrafiche, geochimiche e datazione di rocce vulcaniche dei Campi Flegrei, rinvenute nella periferia settentrionale di Napoli, è stato possibile identificarne l’origine dell’eruzione che distribuì le sue ceneri nell’area”, prosegue Roberto Isaia, ricercatore dell’Ingv-Osservatorio Vesuviano. “Inoltre, attraverso un’elaborazione al computer dei dati di dispersione delle ceneri, eseguita da Antonio Costa, ricercatore dell’Ingv-Bologna, è stato possibile ottenere un modello simulato dell’eruzione di Masseria del Monte dei Campi Flegrei e la stima della sua magnitudo”. Questi dati indicano che la magnitudo (M) dell’eruzione di Masseria del Monte fu 6.6, quindi molto simile a quella della più recente grande eruzione del Tufo Giallo Napoletano (circa 14mila anni fa, M=6.8) i cui depositi formano uno spesso banco di tufo nel sottosuolo della città di Napoli, cavato e utilizzato fin dall’età classica come pietra da costruzione.

“Quella del Tufo Giallo Napoletano”, continua Giaccio, “è la seconda più grande eruzione della storia eruttiva dei Campi Flegrei, inferiore solo all’enorme eruzione dell’Ignimbrite Campana di circa 40mila anni fa che ricoprì la Campania di una spessa coltre di tufo, e le cui ceneri sottili raggiunsero anche la Pianura Russa, a migliaia di km di distanza”. Con l’identificazione dell’eruzione di Masseria del Monte, si aggiunge quindi un terzo evento di grande magnitudo nella storia vulcanica flegrea, che dimezza il tempo di ricorrenza medio delle grandi eruzioni di questo vulcano.

“Questo studio mette in evidenza come, nonostante la lunga storia di ricerca condotta nei Campi Flegrei, le testimonianze geologiche di questo vulcano possano essere frammentarie, difficili da cogliere e non pienamente rappresentative della storia e intensità degli eventi del passato. Da qui l’importanza di un approccio multidisciplinare, che usa e integra dati da archivi sedimentari distali e delle aree vulcaniche, nonché modelli di dispersione delle ceneri, ai fini di una più dettagliata ricostruzione della storia e stima delle magnitudo e stili eruttivi, e quindi della pericolosità, di uno dei vulcani più produttivi dell’Europa”, concludono i due ricercatori.

 

Vedi anche:

 

Testo e immagine dal Consiglio Nazionale delle Ricerche


I Maya di San Andrés dopo l'eruzione del vulcano Ilopango

1 Giugno 2016

Credit: Akira Ichikawa e Juan Manuel Guerra
Credit: Akira Ichikawa e Juan Manuel Guerra

San Andrés è un sito nella valle di Zapotitan, nello stato di El Salvador, che è stato abitato a lungo in maniera continuativa dal Preclassico Medio (600 a. C. circa) al Postclassico Iniziale (1200 d. C. circa).

Un gruppo di ricerca guidato da studiosi dell'Università di Nagoya ha ora dimostrato che le popolazioni locali occuparono nuovamente il sito, subito dopo l'eruzione del vulcano Ilopango (da collocarsi tra il 400 e il 450 d. C. circa), che fu una delle più grandi a verificarsi in Mesoamerica nell'Olocene.

A testimoniarlo sarebbero costruzioni collocate appena sopra lo strato di cenere relativo all'eruzione. Particolarmente significativa sarebbe la scoperta di importante architettura in muratura, molto simile a quella ritrovata a Quelepa: si è suggerita la possibilità che il gruppo sociale che viveva qui abbia contribuito alla ricostruzione.

Link: AlphaGalileo, EurekAlert! via Nagoya University


La rete di distribuzione idrica di Napoli dopo l'eruzione del 79 d. C.

13 Maggio 2016

L'eruzione del Vesuvio dalla Baia di Napoli, nel dipinto di William Turner. © Yale Center for British Art, Collection Paul Mellon.
L'eruzione del Vesuvio dalla Baia di Napoli, nel dipinto di William Turner. © Yale Center for British Art, Collection Paul Mellon.

A duemila anni circa dall'eruzione del Vesuvio del 79 d. C., che distrusse Pompei ed Ercolano, alcuni aspetti della storia del periodo continuano ad essere ricostruiti. Gli archeologi si sono ora dedicati all'analisi dell'impatto dell'eruzione sull'acquedotto Aqua Augusta, che riforniva Napoli e le città vicine.
Le analisi geochimiche effettuate presso il porto vecchio di Napoli hanno preso in esame il piombo contenuto nelle tubature dell'epoca, giungendo alla conclusione che l'eruzione avrebbe distrutto l'acquedotto, e che ci vollero quindici anni per ripristinarlo.
Gli scavi, ad alcuni metri al di sotto del livello del mare. © Hugo Delile
Gli scavi, ad alcuni metri al di sotto del livello del mare. © Hugo Delile

I risultati delle analisi sono stati pubblicati in uno studio su PNAS, e sono state rese possibili dagli scavi archeologici effettuati durante i lavori per la nuova linea metropolitana. Le analisi geochimiche dei depositi sedimentari dimostrano una contaminazione da piombo dell'acqua per i primi sei secoli d. C., per Napoli e città vicine.
Studiandone gli isotopi è possibile tracciare gli eventi del passato: risultano infatti due distinti isotopi del piombo, prima e dopo l'eruzione del 79 d. C. Questo proverebbe la distruzione della vasta rete di distribuzione idrica che riforniva allora l'area di Napoli: la ricostruzione della stessa sarebbe avvenuta con piombo da una o più aree minerarie.
Lo studio permette poi di valutare l'espansione urbanistica e gli avvenimenti nei secoli successivi. Dal primo al quinto secolo il piombo diviene sempre più frequente, il che dimostra l'espansione della rete idraulica, dimostrandone l'espansione o un utilizzo più intenso nelle aree già fornite. A partire dal quinto secolo, invece, i sedimenti sono meno contaminati, probabilmente a causa delle invasioni da parte dei barbari, che si impadronirono dell'acquedotto per tagliare i rifornimenti cittadini, e per le eruzioni del Vesuvio del 472 e del 512.
Esempio di sezione stratigrafica utilizzata nello studio. © Hugo Delile
Esempio di sezione stratigrafica utilizzata nello studio. © Hugo Delile

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Eruzioni del 536 e 540, offuscamento del sole e crisi sociali

19 Aprile 2016
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I cronisti parlano di una "misteriosa nube" che offuscò la luce solare nel Mediterraneo, negli anni 536-537 dell'era volgare. Gli anelli degli alberi testimoniano condizioni di scarsa crescita per tutto l'emisfero settentrionale in quegli anni. Gli anni a partire dal 536 sono caratterizzati da questi inusuali fenomeni naturali, ai quali sono poi associate crisi sociali (come la prima pandemia di peste in Europa, la Peste di Giustiniano nel 541). Solo di recente si sono ritrovate nei carotaggi da Groenlandia e Antartico le prove conclusive di un offuscamento del sole dovuto a due grandi eruzioni vulcaniche negli anni 536 e 540. L'impatto di questi due eventi avrebbe condotto a un raffreddamento della superficie terrestre così significativo da non trovare paragoni per qualsiasi altro evento ricostruito negli ultimi 1200 anni. Si è trattato probabilmente del decennio più freddo degli ultimi duemila anni.
Nello studio, pubblicato su Climatic Change, si è cercato di ricostruire il raffreddamento globale verificatosi durante il regno di Giustiniano, utilizzando i dati dai carotaggi e dalle descrizioni dei cronisti per effettuare delle simulazioni. In questo modo, hanno cercato di valutare l'impatto delle eruzioni sull'agricoltura in Europa, con l'Europa Settentrionale e la Scandinavia che avrebbero sopportato le condizioni peggiori in seguito all'evento.
La relazione tra questa "misteriosa nube" del 536 e la transizione da Evo Antico a Medio Evo sta diventando un tema di grande interesse anche popolare.
[Dall'Abstract:] L'attività vulcanica attorno all'anno 536 dell'era volgare ha condotto a un significativo raffreddamento e a carestie, collegati in via speculativa alle crisi su larga scala delle società nel globo. [...] Si è dunque ricostruito il forzante radiativo risultante dalla sequenza di due grandi eruzioni vulcaniche nel 536 e 540 dell'era volgare. Si stima che il forzante radiativo extra tropicale per l'emisfero settentrionale su scala decennale da questo "doppio evento" vulcanico sia stato maggiore di quello di qualsiasi altro periodo nelle ricostruzioni esistenti negli ultimi 1200 anni. [...] Il raffreddamento come da simulazione è interpretato in termini di probabile impatto sulla produzione agricola in Europa, e implica un'alta probabilità di più anni con decrementi significativi della produzione nelle colture lungo la Scandinavia, supportando la teoria di una connessione tra le eruzioni del 536 e 540 e le crisi sociali da datarsi alla metà del sesto secolo.
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Inchiostro metallico nei papiri di Ercolano

25 Marzo 2016
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L'eruzione del Vesuvio del 79 d. C. ha coperto e preservato pure i papiri appartenenti all’unica biblioteca dell’antichità a conservarsi integralmente fino ad oggi, ad Ercolano (Herculaneum). Recentemente è stato pure possibile leggere alcune parole da questi papiri carbonizzati, senza srotolare i delicatissimi reperti.
Un'altra scoperta recente riguarda l'utilizzo del piombo nell'inchiostro utilizzato per la scrittura nei manoscritti greci e romani. Fino a poco tempo fa si riteneva che quell'inchiostro fosse invece prodotto col carbonio, e che il metallo fu utilizzato maggiormente solo a partire dal quarto secolo d. C.
Un nuovo studio, pubblicato su Nature: Scientific Reports, si è spinto ora a formulare ipotesi sull'origine e lo stato del piombo in quei papiri. In particolare, si è scoperto inchiostro metallico in due frammenti dei papiri della biblioteca ritrovata ad Ercolano. Ciò modifica la nostra conoscenza della storia della scrittura e spinge indietro di alcuni secoli l'introduzione dei metalli nell'inchiostro.
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La vita non era semplice 1,8 milioni di anni fa

10 Marzo 2016

Resa artistica dell'habitat umano in Africa Orientale, 1,8 milioni di anni fa. Credit: M.Lopez-Herrera via The Olduvai Paleoanthropology and Paleoecology Project ed Enrique Baquedano.
Resa artistica dell'habitat umano in Africa Orientale, 1,8 milioni di anni fa. Credit: M.Lopez-Herrera via The Olduvai Paleoanthropology and Paleoecology Project ed Enrique Baquedano

La disponibilità di piante e acqua dolce modella la dieta e i comportamenti sociali degli scimpanzé, i nostri parenti più prossimi. Similmente, l'evoluzione umana avvenne in risposta alla disponibilità di risorse vegetali e idriche: la loro influenza rimane però dibattuta, rimanendo scarse le testimonianze della loro distribuzione spaziale nei luoghi dove i primi ominidi vivevano.
Un nuovo studio, pubblicato su PNAS, per la prima volta ha ricostruito l'habitat umano di 1,8 milioni di anni fa in Africa Orientale, a partire dagli elementi raccolti. La ricostruzione del paesaggio aiuterà i paleoantropologi a sviluppare idee e modelli sull'apparenza di quei primi umani (che dovevano sembrare a metà tra quelli moderni e le grandi scimmie), su come vivevano e su come si procacciavano il cibo (e specialmente le proteine), sul loro comportamento.
I nostri antenati presso un sito nella Gola di Olduvai, in Tanzania, disponevano di strumenti litici e avevano accesso a cibo, acqua e a rifugi all'ombra. La vita non doveva essere semplice, allora, poiché erano in continua competizione con i carnivori (leoni, leopardi, iene), per ottenere il cibo di cui si nutrivano. Il sito (FLK Zinj) fu scoperto nel 1959 da Mary Leakey: furono ritrovate migliaia di ossa animali e strumenti litici. Negli anni si sono raccolti anche campioni del terreno per le analisi. Le due specie di ominidi ritrovati sono il Paranthropus boisei, robusto e dal cervello piccolo, e l'Homo habilis, con ossa più leggere, ma un cervello più grande. Entrambi avevano un'altezza compresa tra circa 1,40 e 1,60 cm, e vivevano tra 30 e 40 anni. Gli ominidi forse utilizzarono il sito per decine (o centinaia) di migliaia di anni, approfittando della sorgente d'acqua dolce, ma probabilmente non vissero qui.
Il paesaggio era caratterizzato da una sorgente d'acqua dolce, aree paludose e boschive, oltre che da praterie. Le ombrose foreste presentavano palme e acacie: gli ominidi venivano qui a mangiare la carne (testimoniata dall'alta concentrazione di ossa) che probabilmente si procuravano altrove. Il tutto è risultato coperto da uno strato di ceneri vulcaniche - risultato di un'eruzione simile a quella di Pompei  - che in questi millenni hanno preservato la materia organica.
Il fatto che questi ominidi mangiassero carne è un elemento molto importante nelle ricerche che li riguardano, perché si ritiene che la dimensione del cervello e l'evoluzione umana siano legate a un incremento delle proteine.
Gail M. Ashley, a professoressa al Dipartimento di Scienze della Terra e Planetarie alla Rutgers University. Credit: Courtesy of Gail M. Ashley
Gail M. Ashley, professoressa al Dipartimento di Scienze della Terra e Planetarie alla Rutgers University. Credit: Courtesy of Gail M. Ashley

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Incremento eruzioni alla fine dell'Era Glaciale causato dallo scioglimento delle cappe di ghiaccio e dall'erosione glaciale

2 Febbraio 2016

L'incremento delle eruzioni vulcaniche alla fine dell'Era Glaciale causato dallo scioglimento delle cappe di ghiaccio e dall'erosione glaciale

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Ricercatori hanno scoperto che sia l'erosione glaciale che lo scioglimento delle cappe di ghiaccio hanno giocato un ruolo chiave nel guidare l'incremento globale osservato nell'attività vulcanica alla fine dell'ultima Era Glaciale.
Secondo una nuova ricerca, la combinazione di erosione e scioglimento delle cappe glaciali ha condotto a un incremento massiccio dell'attività vulcanica alla fine dell'ultima Era Glaciale. Col riscaldamento del clima, le cappe glaciali si scioglievano, conducendo a un incremento sia nella produzione di magma che nelle eruzioni vulcaniche. I ricercatori, guidati dall'Università di Cambridge, hanno scoperto che l'erosione ha pure giocato un ruolo considerevole nel processo, e potrebbe aver contribuito a incrementare i livelli di anidride carbonica nell'atmosfera.
“È stato dimostrato che le cappe glaciali che si sciolgono e l'attività vulcanica sono collegate – ma quello che abbiamo scoperto è che l'erosione gioca pure un ruolo chiave nel ciclo,” ha affermato il dott. Pietro Sternai del Dipartimento di Scienze della Terra di Cambridge, autore a capo dello studio, che è pure membro della Divisione di Scienza Geologica e Planetaria della Caltech. “Precedenti tentativi di produrre un modello per l'enorme incremento della CO2 atmosferica alla fine dell'ultima Era Glaciale non sono riusciti a spiegare il ruolo dell'erosione, il che significa che i livelli di CO2 possono essere stati gravemente sottostimati.”
Utilizzando simulazioni numeriche, che hanno creato un modello per diverse caratteristiche come i tassi relativi alle cappe di ghiaccio e all'erosione glaciale, Sternai e i suoi colleghi dall'Università di Ginevra e dell'ETH di Zurigo hanno scoperto che l'erosione è importante tanto quanto lo scioglimento dei ghiacci nel guidare l'incremento nella produzione di magma e la conseguente attività vulcanica. I risultati sono stati pubblicati nel periodico Geophysical Research Letters.
Anche se i ricercatori avvisano a non dedurre un legame troppo forte tra i cambiamenti climatici antropogenici (causati dall'uomo) e l'aumento dell'attività vulcanica, poiché le scale temporali sono molto differenti, visto che ora viviamo in un periodo nel quale le cappe di ghiaccio vengono sciolte dal cambiamento climatico, affermano che lo stesso meccanismo probabilmente sarà all'opera anche su scale temporali più brevi.
Simulazione con modello 3D di una glaciazione del vulcano Villarrica (Cile). Credit: Pietro Sternai.
Simulazione con modello 3D di una glaciazione del vulcano Villarrica (Cile). Credit: Pietro Sternai.

Nell'arco degli ultimi milioni di anni, la Terra è passata da ere glaciali, o periodi glaciali, e periodi interglaciali, con ogni periodo della durata grosso modo di 100.000 anni. Durante i periodi interglaciali, come quello nel quale viviamo oggi, l'attività vulcanica è di molto superiore, poiché la mancanza di pressione fornita dalle cappe di ghiaccio implica che i vulcani sono più liberi di eruttare. Ma nella transizione da un'era glaciale a un periodo interglaciale, i tassi di erosione aumentano pure, specialmente sulle catene montuose dove i vulcani tendono a raggrupparsi.
I ghiacciai sono considerati la forza più erosiva sulla Terra, e mentre si sciolgono, il terreno al di sotto viene eroso fino a dieci centimetri l'anno, diminuendo ulteriormente la pressione sul vulcano e incrementando la probabilità di un'eruzione. Un decremento nella pressione aumenta la produzione di magma in profondità, poiché le rocce mantenute a pressione inferiore tendono a sciogliersi a temperature più basse.
Quando i vulcani eruttano, rilasciano più anidride carbonica nell'atmosfera, creando un ciclo che velocizza il fenomeno di riscaldamento. I modelli precedenti che hanno tentato di spiegare l'incremento di CO2 atmosferica durante la fine dell'ultima era glaciale hanno spiegato il ruolo della deglaciazione per l'aumentata attività vulcanica, ma non hanno spiegato quello dell'erosione, il che significa che i livelli di CO2 possono essere stati sottostimati in maniera significativa.
Una tipica era glaciale, che dura 100.000 anni, può essere caratterizzata da periodi di ghiaccio che avanza o retrocede – il ghiaccio cresce per 80.000 anni, ma ci vogliono solo 20.000 anni perché quel ghiaccio si sciolga.
“Ci sono diversi fattori che contribuiscono alle tendenze di riscaldamento e raffreddamento del clima, e molte di queste sono relative ai parametri orbitali della Terra,” ha affermato Sternai. “Ma sappiamo che un riscaldamento molto più veloce del raffreddamento non può essere causato esclusivamente dai cambiamenti nell'orbita terrestre – si deve trattate, almeno fino per una certa estensione, di qualcosa da relazionarsi all'interno dello stesso sistema Terra. L'erosione, contribuendo a scaricare la superficie terrestre e ad aumentare le emissioni vulcaniche di CO2, può essere il fattore mancante richiesto per spiegare una tale persistente asimmetria climatica.”

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Le più antiche rappresentazioni di eruzioni dalla Grotta di Chauvet-Pont d’Arc

10 Gennaio 2016
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Nella Grotta di Chauvet-Pont d’Arc, nel dipartimento francese dell'Ardèche, ci sarebbero le più antiche rappresentazioni di eruzioni vulcaniche.
Queste immagini apparentemente astratte, a forma di cascata (o spray, a seconda di come le si vuole vedere), furono ritrovate per la prima volta nel 1994, tra quelle raffiguranti gli animali dell'epoca. Un nuovo studio ha interpretato questi disegni astratti come raffigurazioni preistoriche del fenomeno naturale, sottolineando come già dall'entrata della grotta in questione sarebbe stato possibile osservare attività vulcaniche dell'area, 36 mila anni fa.
Fino ad oggi, quelle dell'Hasan Däg dalla Turchia centrale erano considerate come le eruzioni più antiche ad essere rappresentate (otto-novemila anni fa), sui murali della celebre Çatalhöyük.
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[Dall'Abstract:] Tra i dipinti e le incisioni ritrovati nella grotta di Chauvet-Pont d’Arc (Dipartimento dell'Ardèche, Francia), diversi segni dalla peculiare forma spray sono stati precedentemente descritti nella Galleria Megaloceros. Qui si documenta l'occorrenza di attività vulcanica di tipo stromboliano collocata a 35 km a nord ovest della grotta, e visibile dalle colline sopra l'entrata della grotta. Le eruzioni vulcaniche sono state datate, utilizzando 40Ar/39Ar, tra 29 ± 10 migliaia di anni e 35 ± 8 migliaia di anni (2σ), che si sovrappone con il 14C AMS e le età della termoluminescenza per le prime occupazioni della grotta nella Galleria Megaloceros. Il lavoro fornisce le prime prove di un'intensa attività vulcanica tra 40 e 30 migliaia di anni nella regione del Bas-Vivarais, ed è molto probabile che umani viventi nell'area dell fiume Ardèche testimoniassero una o diverse eruzioni. Si propone che i segni a forma di spray ritrovati nella grotta di Chauvet-Pont d’Arc possano essere le più antiche rappresentazioni note di eruzione vulcanica, predatando di più di 34 milioni di anni la descrizione di Plinio il Giovane dell'eruzione del Vesuvio (79 d. C.) e di 28 migliaia di anni il murale scoperto a Çatalhöyük, nella Turchia Centrale."
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Egitto: Tell Dafna e conseguenze dell'eruzione di Santorini

29 Dicembre 2015
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Il dott. Mamdouh Eldamaty, ministro delle Antichità, ha annunciato - durante la sua visita odierna (NdT: ieri) a Tell Dafna - la scoperta dei resti relativi all'eruzione del vulcano greco di Santorini; questa eruzione vulcanica è considerata la prima crisi naturale ad aver investito il Mar Mediterraneo. I resti sono stati ritrovati presso Tell Dafna, a 11 km dal Canale di Suez occidentale presso Al-Qantara, Governatorato di Ismailia.

Eldamaty ha espresso alto apprezzamento per la Spedizione Archeologica Egizia al lavoro presso il sito, sotto l'autorità del Ministero delle Antichità; la spedizione è guidata dal dott. Muhammad Abd Al-Maksoud, i cui scavi nel sito contribuirono ad effettuare molte importanti scoperte che aiuteranno ricerche e studi per il ramo Pelusiaco del Nilo, e siti archeologici sulle rive del Nilo che non sono stati ancora rivelati.
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Da parte sua, il dott. Muhammad Abd El-Maksoud ha affermato che la spedizione ha scoperto presso lo stesso sito, parte di un'isola fortificata, circondata da muri di argilla e mattoni di fango, che questi muri operavano come barriera per bloccare le acque e per proteggere l'isola dai flutti presso la parte nord-occidentale della fortezza. Questa è una delle tre enormi fortezze costruite dal Faraone Psammetico I: a Tell Dafna, al fine di proteggere l'entrata orientale in Egitto; un'altra di queste fortezze fu costruita a Maria per respingere gli attacchi libici; l'altra è ad Elefantina per proteggere l'Egitto dagli Etiopi. La terza fortezza, che è quella a Tell Dafna, i cui muri sono spessi circa 20m, con dimensioni di 400mx800m, contiene diverse residenze fortificate con muri spessi.
Abd El-Maksoud ha anche aggiunto, che si sono scoperti resti di mastaba, laboratori e forni usati per fondere i metalli e cuocere il pane, oltre a resti scheletrici di pesci e coccodrilli.
Il dott. Mahmoud Afifi ha affermato che il progetto di scavi presso il sito di Tell Dafna è portato avanti in collaborazione tra il Ministero delle Antichità e il Ministero delle Abitazioni e della Difesa, e in cooperazione con l'Autorità di costruzione nel Sinai. Il progetto avviene nella cornice di un altro progetto, di sviluppo dei siti archeologici presso il Corridoio del 30 di Giugno, e questa lo si considera la terza fase dei lavori del corridoio, mentre gli scavi sono stati effettuati nel raggio di 2300m, con ampiezza di 100m, e nessuna prova archeologica è emersa.
Ha anche menzionato che il sito di Tell Dafna è considerato uno dei cinque siti archeologici scelti all'entrata orientale dell'Egitto per essere sviluppato nell'ambito del progetto sul Panorama della Storia Militare Egiziana, e dello sviluppo di siti archeologici presso il Corridoio del Canale di Suez (questi siti sono Tell Habwa, Tall Abu-Saify, Blusium, e Tall Al-Maskhouta).
Afifi ha anche aggiunto che, tutta la documentazione e i lavori di misurazione sono stati effettuati, per preservare e proteggere il sito.
Link: Ministry of Antiquities – Egypt
Traduzione dal Ministero delle Antichità Egizie. © Ministry of Antiquities: scritto da Asmaa Mostafa, tradotto da Hend Mounir. Il Ministero delle Antichità Egizie non è responsabile dell’accuratezza della traduzione in Italiano. Foto del Ministero delle Antichità Egizie.
30 Dicembre 2015

Rassegna Stampa

Link: Ahram Online; Archaeology News Network.


Pompei: nuove scoperte a Porta Nola

27 Agosto 2015
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Nuove scoperte dalla necropoli di Porta Nola a Pompei. Sono state oggetto di studio le caratteristiche fisiche, la dieta, il modo di vivere e i riti funerari della popolazione. Ripulite anche alcune tombe dove si era accumulato del terreno.
Tra le scoperte, un ulteriore terreno sepoltura per cremazione presso la tomba monumentale di Marcus Obellius Firmus, con una moneta (utile ai fini della datazione), ceramica e frammenti del letto funerario in osso e oro. Si sono studiati anche i calchi delle vittime dell'eruzione, al fine di determinarne età, sesso, patologie, attività.
Link: BSR 1, 2; Repubblica; Il Mattino; RAI; Art DailyArchaeology News Network via The British School at Rome.
Cartina di Pompei di cmglee, MaxViol (http://commons.wikimedia.org/wiki/File:House_of_the_Vettii_%28Pompeii%29_location.svg), da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da Cmglee.