Enea Giorgio Caproni

Il nostro Enea

Scintillano talvolta nel grigiore delle esistenze anonime di tutti noi degli eccezionali bagliori, degli incontri imprevisti che di lì in poi illuminano di senso il nostro andare. Esperienze tali accadono forse solo a chi possiede un animo predisposto all’ascolto, ma sono talmente pervasive e significanti da arrivare a riguardare l’intera comunità. Attorno a un momento così toccante ruotano i testi (poesie e prose) di Giorgio Caproni contenuti nel volume recentemente edito da Garzanti, Il mio Enea, a cura di Filomena Giannotti.

Enea Giorgio Caproni
Il barchile di Enea, opera di Taddeo Carlone (1578), in Piazza Bandiera a Genova: il monumento colpì profondamente Giorgio Caproni. Foto di Elena Torre

In una delle piazze più bombardate d’Italia, Piazza Bandiera, a Genova, si erge un monumento a Enea, ritratto nel momento iconico e patetico della fuga con il padre e il figlioletto. La casualità dell’accostamento tra il profugus scampato dall’incendio di Troia e quel luogo simbolo di distruzione colpisce profondamente Giorgio Caproni, che senza indugio alcuno vi legge la rappresentazione dell’uomo della sua generazione, solo mentre cerca di sorreggere una tradizione in rovina e di portare in salvo un futuro ancora incerto, che non sa stare in piedi. «È per me quanto di più commovente io abbia visto sulla terra», annota emozionato il poeta.

Alessandro Fo, nell’accorata prefazione del volume, non esita a definire una tale visione come un’epifania, una rivelazione poetica. E infatti tra il 1954 e il 1955 tale riflessione confluisce nei Versi tratti dal poemetto Passaggio d’Enea: «Enea che in spalla / un passato che crolla tenta invano / di porre in salvo, e al rullo d’un tamburo / ch’è uno schianto di mura, per la mano / ha ancora così gracile un futuro / da non reggersi ritto».

Emerge chiara nel componimento la vocazione narrativa dell’autore, il cui intento è quello di porgere al lettore una verità autentica, per quanto amara. L’esule fugge da una terra infestata dalla morte e cerca scampo nel mare, ma improvvisa arriva la sensazione che quella solitudine sarà il dolore con cui sarà costretto a fare i conti negli anni bui che verranno, in cui non basterà una bussola per orientarsi nell’oscurità; allo stesso modo, la luce non sarà certo un risveglio, ma indicherà forse un altro suolo che potrà calpestare chi non sa piegare il suo cuore: «Nell’avvampo / funebre d’una fuga su una rena / che scotta ancora di sangue, che scampo / può mai esserti il mare (la falena / verde dei fari bianchi) se con lui / senti di soprassalto che nel punto, / d’estrema solitudine, sei giunto / più esatto e incerto dei nostri anni bui?».

La persistenza del mito nel sogno letterario di Caproni è strettamente legata all’incertezza di colui che deve attraversare la notte: il suo epos è dunque quello modernissimo di chi tenta di districarsi tra le miserie cui condanna la Storia e la tensione innata verso il proprio tempo di pace. Incontrare Enea, salvo nonostante i bombardamenti, significa conoscersi e riconoscersi attraverso la memoria privata e collettiva dell’esperienza del dolore.

Sottolinea la curatrice del volume, Filomena Giannotti, che in Caproni gli echi classici appaiono privi di qualsiasi compiacimento erudito, e che anzi vengono traslati in una dimensione familiare. La frequentazione con quelle suggestioni antiche, meditata a fondo e più volte ripresa nell’arco di un’intera esistenza attraverso appunti e interviste, lo porta infine a compiere un ulteriore scarto nell’esplicitazione dell’identità non solo tra Enea e sé, ma anche tra Enea e noi tutti. Riflette infatti l’autore nel 1959, rimaneggiando un suo scritto risalente a dieci anni prima, in cui i verbi erano al singolare: «Ci troviamo veramente soli sopra la terra, con sulle spalle una tradizione che tentiamo di sostenere mentre questa non ci sostiene più, e per la mano una speranza ancor troppo gracile per potercisi appoggiare, e che pur dobbiamo portare a compimento».

Gian Lorenzo Bernini, Enea, Anchise e Ascanio, marmo (1618-19), Galleria Borghese, Roma. Foto di Architas, CC BY-SA 4.0

Il suo – il nostro – Enea è lontanissimo dalla retorica dei ricordi scolastici e da quella delle celebrazioni imperialistiche del fascismo; il personaggio, ormai non più solo virgiliano ma a pieno titolo caproniano, si configura piuttosto come il simbolo di colui che, esule, solo e dunque anti-eroe, deve farsi largo tra le macerie. Maurizio Bettini, nella postfazione, oltre a offrire ai lettori un avvincente caleidoscopio di riletture del mito di Enea più o meno coeve rispetto a quella di Caproni, evidenzia i tratti che rendono il poema di Virgilio perfettamente adeguato a raccontare il mondo in frantumi del dopoguerra: la pietà per i vinti, il disagio dei vincitori, l’orrore di fronte alla morte dei giovani.

Se è vero che per definizione i classici non esauriscono mai il loro portato di autenticità, questo appare con un’evidenza tanto più limpida in momenti storici cruciali, in cui un senso diffuso di smarrimento ci porta a ritornare alle parole degli antichi, per scovarne sotto le ceneri le scintille di una bellezza e di una verità che ardono ancora. Anche così, in questo tempo di solitudine e inesorabile disorientamento, Enea «meno eroe che uomo» ci esorta a un’assunzione di responsabilità, a un ripensamento radicale del futuro, nella necessità desolata e senza alternative di essere guida, di farsi carico di un passaggio senza la garanzia di un approdo. Accettare questa incertezza è improrogabile e altissimo compito della letteratura, da Virgilio a noi.

Giorgio Caproni il mio Enea
Giorgio Caproni, Il mio Enea, a cura di Filomena Giannotti, con prefazione di Alessandro Fo e postfazione di Maurizio Bettini, pubblicato da Garzanti
Enea Giorgio Caproni
Il barchile di Enea, opera di Taddeo Carlone (1578), in Piazza Bandiera a Genova. Foto di Elena Torre

Poeti a Roma. Resi superbi dall'amicizia mostre Roma

Mostra "Poeti a Roma. Resi superbi dall'amicizia"

POETI A ROMA.

RESI SUPERBI DALL’AMICIZIA

a cura di Giuseppe Garrera e Igor Patruno

dalla collezione privata di Giuseppe Garrera

WEGIL

Largo Ascianghi 5, Trastevere - Roma

dal 30 marzo al 23 giugno 2019

Inaugurazione 29 marzo ore 18.30

Pier Paolo Pasolini, Attilio Bertolucci, Giorgio Caproni, Sandro Penna, Giuseppe Ungaretti, Alberto Moravia, Giorgio Bassani, Carlo Emilio Gadda, Anna Maria Ortese, Elsa Morante, Amelia Rosselli, Natalia Ginzburg, Alfonso Gatto, Dacia Maraini, Enzo Siciliano, Dario Bellezza, Renzo Paris, solo per citarne alcuni.

La mostra "Poeti a Roma. Resi superbi dall'amicizia", promossa dalla Regione Lazio, organizzata da AGCI Lazio in collaborazione con LAZIOcrea e aperta al pubblico dal 30 marzo al 23 giugno 2019, raccoglie oltre 250 fotografie originali che ritraggono questi scrittori e poeti per le vie della capitale, durante perlustrazioni, serate di presentazione, cene, feste in casa, fino a giungere al ricordo della morte di Pier Paolo Pasolini all'Idroscalo di Ostia, con scatti di Antonio Sansone, Tazio Secchiaroli, Rodrigo Pais, Dario Bellini, Guglielmo Coluzzi, Francesco Maria Crispolti, Jerry Bauer, Ezio Vitale,  Alberto Durazzi ecc.. Inoltre saranno esposti prime edizioni, inserti, riviste e rare incisioni discografiche.

L’esposizione, a cura di Giuseppe Garrera e Igor Patruno, è il racconto di un’intera stagione, di un momento incantato della città di Roma, tra gli anni ’60 e ’70, quando poeti e scrittori, felici e desiderosi di creare, costituirono una sorta di comunità d’amicizia.

Attraverso centinaia di foto e documenti in mostra vengono narrati progetti, pubblicazioni, aiuti e scambi di ammirazione reciproca, e, soprattutto, il beato scorribandare per la città di Roma di poeti insuperabili e che della poesia fecero vita (sono Penna e Pasolini a indicare a tutti la polvere e il sole delle strade di Roma). Soprattutto le fotografie, molte inedite, restituiscono la traccia luminosa e viva di questa stagione straordinaria e la forza e lo splendore di legami unici. 

Un omaggio, che vede il fiorire, anche solo per un momento, di una civiltà, con al centro la grazia di Pier Paolo Pasolini, la lucidità di Alberto Moravia, la generosità di Attilio Bertolucci, le alte visioni di Amelia Rosselli, Anna Maria Ortese ed Elsa Morante, e la lezione di felicità, irraggiungibile, di Sandro Penna.

Un momento esemplare di esistenze poetiche.

"La violenza, l’intolleranza, l’ottusità del mondo - dichiarano i curatori della mostra - sanciranno la fine di questa avventura (l’esposizione si ferma al 1975). L’uccisione di Pasolini, il massacro del suo corpo, in questa prospettiva, assumeranno il valore di una precisa presa di posizione, di un rancore e di una insofferenza del mondo ad ogni felicità e vita diverse. Il mondo certe cose non le tollera. L’avventura poetica è destinata al lutto, e ad una parabola catastrofica d’amicizia e di felicità, per far più forte una società e le sue certe certezze".

L’esposizione sarà accompagnata da incontri, dibattiti, proiezioni, approfondimenti con protagonisti ed esperti di quella stagione.

Poeti a Roma. Resi superbi dall'amicizia mostre Roma

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