Tenet John David Washington

Tenet di Christopher Nolan: quando la scienza diventa intrattenimento

Tenet di Christopher Nolan:

Quando la scienza diventa intrattenimento

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Elizabeth Debicki. Foto Copyright Warner Bros.

Christopher Nolan, regista di Inception e dell'acclamata trilogia di Batman si è reso protagonista di un'ascesa rapida e senza sbavature nel panorama hollywoodiano, diventando in breve il portabandiera di una cinematografia visionaria ma accessibile al grande pubblico; non sorprende dunque che i suoi film siano in grado di suscitare curiosità e discussioni ben prima della loro uscita nelle sale, complice anche un'accurata strategia di marketing improntata sul febbrile riserbo circa cast e trama. Di Tenet, la sua ultima fatica, si è in effetti parlato molto più di qualsiasi altra sua opera, principalmente a causa dei continui ritardi nella distribuzione dovuti all'emergenza COVID-19, ma anche perché, a questo punto della sua carriera, le aspettative sono altissime, e sbagliare un film potrebbe rivelarsi un errore fatale.

In effetti la trama di Tenet, difficilmente riassumibile in poche parole e senza spoiler, riprende gran parte delle tematiche preferite da Nolan: il Protagonista, con la P maiuscola perché il suo nome viene taciuto, quasi per caso si trova a indagare su una tecnologia rivoluzionaria, in grado di invertire l'entropia di oggetti e persone; in altre parole, per gli elementi sottoposti a essa il tempo scorre al contrario. Ovviamente una diavoleria del genere non può non attirare le mire di persone senza scrupoli: infatti il nostro eroe scoprirà presto di dover impedire un futuro addirittura peggiore della Terza Guerra Mondiale, dal quale, per inciso, proviene la tecnologia di cui sopra.

La manipolazione del tempo è un marchio di fabbrica della cinematografia di Nolan, che in quasi tutti i suoi film ha presentato un montaggio non lineare fatto di continui flashback e flashwforward; è appena il caso di ricordare che questo concetto è basilare in molte sue opere, come Memento, Interstellar e, in misura minore, Inception. In Tenet esso viene portato a un livello superiore: l'intera storia ruota intorno alla molteplicità del tempo, tanto da avere una logica tutta sua che viene continuamente (ma non ossessivamente) spiegata dai personaggi; di più, è lo stesso film ad obbedire a questa logica multilineare, grazie a un montaggio ardito in grado di far coesistere pacificamente le molte linee cronologiche, la cui sovrapposizione incalza man mano che il film va avanti fino allo spettacolare climax.

Kenneth Branagh. Foto Copyright Warner Bros.

Questa complessità potrebbe risultare ostica, almeno sulla carta, a chi non è avvezzo allo sci-fi; in effetti intorno a metà film Neil, il personaggio interpretato da Robert Pattinson, dice che “se non si comprende la bilinearità è meglio lasciar perdere”. Non è il caso del film nel suo complesso, che anzi consente di godere della storia anche senza aver compreso appieno tutta la questione dei viaggi andata e ritorno attraverso il tempo, abbandonandosi semplicemente allo scorrere degli eventi.

Tenet John David Washington
John David Washington e Robert Pattinson. Foto Copyright Warner Bros.

Il punto di forza di quest'opera è proprio la capacità di coniugare in maniera impeccabile più generi cinematografici e, indirettamente, più piani di lettura: ciascuno spettatore potrà quindi trovare quello (o quelli) a lui più congeniali. Non rimarrà quindi deluso chi, dopo aver visto il trailer, si aspettava di assistere a un film di spionaggio à la James Bond o un thriller ricco d'azione: Tenet è esattamente questo, e molto di più. Anche il solo raccogliere i vari indizi che rimandano (fin troppo smaccatamente) al famoso “quadrato del Sator”, cui il film si ispira a partire dal titolo, o comprendere fino in fondo la complessa e talvolta contraddittoria psicologia dei personaggi, porterà lo spettatore a godersi il film; perché, è opportuno ricordarlo, Tenet non ha alcuna velleità divulgativa, non è un film fatto da scienziati per scienziati: esso nasce per intrattenere, e così è. Che poi si renda necessario accettare di non capire tutto in prima battuta, che ci si debba ripensare a fondo a riflettori spenti e che in ogni caso non tutto potrebbe essere chiaro alla fine del ragionamento, è tipico dei film di Nolan.

Un film riuscito, dunque, anche grazie a un cast in stato di grazia comprendente, oltre a Pattinson, John David Washington (promettente figlio di Denzel), Elizabeth Debicki e Kenneth Branagh, che riesce a farsi perdonare i molti difetti: tra i tanti, la costruzione non sempre efficace dei momenti di tensione e soprattutto una serie di buchi di sceneggiatura piuttosto vistosi che gli tolgono automaticamente la palma di capolavoro. Ciononostante Tenet riesce in un'impresa al giorno d'oggi piuttosto rara: accostare efficacemente scienza e azione, riuscendo al contempo a divertire lo spettatore.

Tenet
La locandina di Tenet. Copyright Warner Bros.

Sebastian Faulks, maestro di polifonia

Nel chiudere l’ultima pagina della più recente fatica letteraria di Sebastian Faulks, Paris Echo (Penguin Books 2019), tornano alla memoria dubbi mai del tutto sopiti sulla mancata fortuna italiana del brillante scrittore inglese, l’erede designato di Ian Fleming. Se digitiamo il suo nome nella sezione di letteratura in italiano su IBS, il quadro che ne ricaviamo non è del tutto lusinghiero: Faulks appare aver scritto cinque romanzi storici (la trilogia de La ragazza del Lion D'or, Il canto del cielo, La Guerra di Charlotte, e i più recenti On green dolphin street, e Dove batteva il mio cuore, editi variamente da Neri Pozza, Il Saggiatore e Tropea, alcuni dei quali però oggi irreperibili a causa della chiusura di quest’ultima casa editrice), con l’aggiunta del trentaseiesimo episodio della saga di James Bond, Non c’è tempo di morire, commisionatogli nel 2008 dagli eredi di Ian Fleming, per il centenario dalla nascita del grande autore inglese.

Paris Echo Sebastian Faulks
Copertina del paperback Penguin Books dell'ultima fatica di Sebastian Faulks, Paris Echo. Fair use

Eppure Sebastian Faulks ha scritto anche molto altro. Il numero di romanzi pubblicati fra il 1984 ed oggi va ben oltre i 6 tradotti in italiano, ed ammonta a ben 17 lavori. Oltre ai molti romanzi storici (per lo più ambientati nel ‘900) e alcuni gialli, Faulks si è cimentato con successo in altri generi. Vale la pena menzionare il peculiarissimo Pistache (2006, seguito da un Pistache Return nel 2016), un pastiche letterario in cui Faulks gioca con la lingua e la letteratura inglese, spostando personaggi letterari illustri nello spazio e nel tempo e ricreando le loro storie in condizioni quasi paradossali, o cercando di scrivere nello stile di altri autori famosi cambiandone il genere di riferimento (ve lo immaginate Stephen King che scrive romanzi d’amore?).

A Week in December
La copertina del “masterpiece” di Sebastian Faulks, A Week in December, ancora mancante di una traduzione italiana. Fair use

Ma è da un altro romanzo che parte la storia della mia “ossessione” per Faulks e le sue mancate traduzioni italiane: nel 2009 esce per Hutchinson quello che il nostro autore concepisce come il suo “masterpiece”, A Week in December. Faulks lo scrive con l’intento di dar vita ad un romanzo dickensiano ambientato in epoca contemporanea, una sorta di romanzo nazionale inglese dell’oggi, capace di descrivere con spirito disincantato e satirico la vita della capitale britannica, centro pulsante dell’economia europea, alle soglie della crisi economica del 2008. Una lettura quanto mai attuale, in questi anni di agitazione politica alle soglie della Brexit, e un libro con cui è facile relazionarsi anche da non inglesi, da italiani immigrati o che sognano l’affermazione nella più grande metropoli europea, specialmente in un periodo in cui i concetti di immigrazione ed integrazione (nel Regno Unito e non solo) hanno conquistato l’opinione pubblica. Questi concetti, nel romanzo di Faulks, prendono vita in particolare nella storia del personaggio di Hassan, il giovane che viene trascinato nel vortice dell’estremismo islamico, proprio nel momento in cui suo padre, naturalizzato britannico, pur senza aver perso il contatto con le sue origini e la sua religione, si appresta a ricevere un’onorificenza dalla regina: una storia che avrà uno sviluppo e un finale niente affatto scontati. Anche gli altri personaggi, dei ‘tipi’, appunto, consentono una facile identificazione da parte del lettore, che si rivede in essi e ne comprende le ossessioni (quella per l’accumulo incessante e talvolta deleterio di denaro, nel personaggio di John Veals, forse il vero protagonista del romanzo), le debolezze (la seconda vita digitale di Jenny Fortune), le perversioni, le turbe, le frustrazioni (l’insoddisfazione perenne del giovane avvocato Gabriel Northwood, pur consapevole della propria intelligenza) e si sente, come loro, cittadino metropolitano, travolto dalla vita frenetica di Londra. Lo stile di questa commedia è coinvolgente, asciutto, non esente da momenti di satira spietata, ma sempre in fondo leggero. A week in December ha per altro goduto di estremo successo sia di critica che di pubblico: è stato il best-seller che ha venduto con più velocità nella prima tiratura hard-cover per Hutchinson (150.000 copie), a cui si sono aggiunte le vendite della seconda edizione 2010 (Vintage) che ha raggiunto il secondo posto in classifica dei best seller più venduti secondo il Sunday Times e lo ha reso anche il romanzo paperback dalle vendite più rapida tra quelli di Faulks. Il Sunday Times, lodandone lo status di “romanzo nazionale” lo ha paragonato a ‘La fiera delle vanità’ di Thackeray e ad ‘Il nostro comune amico’ di Dickens. Prospect ne ha esaltato la vitalità, la ricchezza di dettagli, il linguaggio.

Queste parrebbero le premesse perfette per un successo di critica e di pubblico anche in Italia. Ciò nonostante, ad una mia documentata proposta di traduzione, avanzata a varie case editrici italiane – alcune fra le più sensibili alla letteratura anglosassone contemporanea – la risposta è sempre stata l’assoluto (e, va detto, anche un po’ fastidioso) silenzio.

Perché? Me lo sono chiesta con poco successo, ed in assenza di una risposta chiara, ho continuato a leggere Faulks alla ricerca di nuove buone ragioni per tradurlo.

Nel suo ultimo romanzo, Paris Echo, la chiusura della cui ultima pagina ha dato il via a questa mia catena di riflessioni, si può rintracciare una sottile continuità con il suo masterpiece, ma anche con il genere prediletto del romanzo storico. Paris Echo si configura infatti come una summa dei generi preferiti da Faulks: il romanzo storico si infiltra nella narrazione di fatti contemporanei, tramite le ricerche storiche di una dei due protagonisti, la post-doc americana Hannah Kohler, che si trasferisce temporaneamente a Parigi per studiare il ruolo delle donne durante l’occupazione tedesca, e finisce per intrecciare la sua vita con quella del giovanissimo studente algerino Tariq, scappato a Parigi, la città della madre che non ha mai conosciuto, al solo fine di “fare esperienza”. Ed è anche nella sua vicenda personale – il suo piccolo romanzo di formazione parigino – che la Storia si insinua: è la storia delle donne di cui gli parla Hannah, ma anche la storia feroce del colonialismo francese in Nord Africa, che gli raccontano i colleghi immigrati per cui lavora friggendo pollo.

Paris Echo più che un romanzo storico, è, dunque, un romanzo sulla storia. Non mancano brillanti riflessioni sul senso dalla memoria, sul pericolo del ricordo come istigatore di vendetta. A condire il delicato andirivieni fra passato e presente, Faulks aggiunge un tocco di mistero e di magia: le donne “fuori tempo” che Tariq incontra nei suoi viaggi in metro sembrano essere i personaggi storici sui cui Hannah conduce le sue ricerche.

Ma qual è il punto di contatto il più recente romanzo di Faulks e il suo lavoro prediletto, A week in December? Se l’ironia quasi dickensiana dello scrittore è, nel suo ultimo lavoro, più sfumata ed evanescente che nel romanzo del 2009, c’è un ingrediente narrativo che non solo sembra legare i due romanzi a stretto nodo, ma appare anche essere il tratto distintivo della scrittura di Faulks: la polifonia.

In A week in December, l’espediente è celato da una sapiente terza persona (sulla scia narratore onnisciente dickensiano), pur rendendosi esplicito nella moltitudine di storie che si intrecciano: i sette protagonisti del romanzo – sette diversi tipi umani londinesi, facce diverse di una confusa identità nazionale – in mezzo ad una serie di personaggi minori, ma altrettanto ‘tipici’, che portano avanti le proprie attività quotidiane, la settimana prima di Natale, e le cui vite sono legate da un filo rosso di parentele e conoscenze, che porterà alcuni di loro ad incontrarsi a cena, a casa di Lance e Sophie Topping, un membro del parlamento e sua moglie. In Paris Echo, invece, le voci sono esplicite nelle due principali narrazioni in prima persona di Tariq e Hannah, che si alternano in modo equilibrato per tutto romanzo. Il dettato, però, si arricchisce ancora di ulteriori elementi polifonici, quando le registrazioni audio delle storie delle donne parigine dell’occupazione (talvolta vagamente reminiscenti della delicatezza di Irene Nemirowsky in Suite francese), che Hannah riporta fedelmente mentre racconta, si inseriscono in modo autonomo nel romanzo e creano un effetto di racconti che incorniciano altri racconti. Gli stili cambiano, le voci si affastellano, ma il narratore tiene salde le fila della storia.

Sebastian Faulks
Sebastian Faulks. Foto di Elena Torre, CC BY-SA 2.0

Torno quindi ad immaginarmi le potenziali sfide che porrebbero le traduzioni di questi due romanzi, le difficoltà che un traduttore dovrebbe affrontare nel rendere efficacemente in italiano la lingua di un maestro di polifonia come Sebastian Faulks. Malgrado le difficoltà e le sfide, mi ritrovo a concludere che ne varrebbe la pena, fosse anche solo per il gusto di avere in libreria due titoli così limpidamente resi dalla nostra bella lingua: Una settimana di dicembre e L’eco di Parigi.