affreschi Torcello Basilica di Santa Maria Assunta

La scoperta degli affreschi della Basilica di Santa Maria Assunta di Torcello

LA SCOPERTA DEGLI AFFRESCHI DI TORCELLO

Approfondimento sul rinvenimento nella Basilica di Santa Maria Assunta a cura di Diego Calaon, Flavia de Rubeis, Martina Bergamo, Jacopo Paiano dell’Università Ca’ Foscari Venezia

La storia architettonica e archeologica della Basilica di Santa Maria Assunta di Torcello è tra le più complesse e affascinanti del Medioevo Italiano e Mediterraneo. La sua data di fondazione, le trasformazioni antiche, i famosi apparati decorativi a mosaico: l’edificio è uno dei massimi esempi di cultura artistica medievale in area mediterranea ed è stato indissolubilmente collegato alla storia delle origini di Venezia. Studiare, analizzare e comprendere gli affreschi e le epigrafi dipinte di IX secolo a Santa Maria Assunta di Torcello – pitture appena svelate - ci impone di ripensare ancora una volta all’affascinante groviglio delle origini di Venezia. Lo straordinario rinvenimento è stato reso possibile durante le operazioni di restauro e controllo archeologico finanziate da Save Venice, dirette da Paolo Tocchi, in coordinamento con il Patriarcato, con l’alta supervisione della Soprintendenza e con la collaborazione scientifica per la parte archeologica di Ca’ Foscari.

affreschi Torcello Basilica di Santa Maria Assunta
La Vergine Maria dagli affreschi della Basilica di Santa Maria Assunta a Torcello

Non c’è dubbio che quei segni di colore, aggrappati tenacemente a quasi 10 metri di altezza sulla superfice di uno dei più antichi frammenti di muratura conservati in laguna rappresentino le pitture “più antiche” note per Venezia. Quasi miracolosamente si sono conservate al di sopra delle volte decorate a mosaico. Nel corso del restauro, eseguito per motivi statici e permettere il rinforzo con misurate iniezioni di nuovo legante nelle murature antiche, si è deciso di svuotare gli spazi superiori alla contro-volta collocata presso l’abside sud della chiesa (il cosiddetto Diaconicon, o cappella del SS. Sacramento) che ospita la celebre decorazione di tardo XI secolo, a finissimo mosaico, del Cristo Pantocrator (nel catino absidale) e nello spazio antecedente, di un Agnello mistico sorretto da quattro angeli.

Coperti da calcinacci medievali, collocati con funzione di distribuzione dei pesi in epoca moderna, lo scavo archeologico in quota ha permesso di scoprire tracce sbiadite ma ben leggibili di antiche pitture. Il loro studio e la loro attribuzione animeranno per lungo tempo il dibattito scientifico intorno alla formazione della cultura artistica in laguna e nell’Adriatico, lasciando ancora una volta che Torcello ci stupisca per la sua ricchezza di memorie.

Gli archeologi di Ca’ Foscari, guidati da Diego Calaon, non hanno dubbi. La struttura architettonica indagata e studiata nei suoi rapporti stratigrafici fin dalle fondamenta, con un saggio stratigrafico al di sotto dell’altare della cappella stessa, è sicuramente ascrivibile ad una fase costruttiva collocabile nel IX secolo, e quindi probabilmente associabile alle operazioni di restauro promosse dal vescovo Deusdedit II (†864), come la celebre cronaca del diacono Giovanni ci ha riportato. Le murature all’epoca erano decorate da pannelli di affreschi che - come nella tradizione altomedievale - si snodavano attraverso dei riquadri sovrapposti in più registri che raccontavano storie di particolare valore religioso. Nonostante i frammenti scoperti nell’estate del 2020 si limitino a pochi metri quadrati di decorazione e siano fortemente compromessi dalle attività edilizie successive e dai segni di un forte sisma di XII secolo, possiamo immaginare cosa raccontavano ai fedeli di Torcello nell’altomedioevo. In un pannello pare - con ogni probabilità - distinguersi il clipeo e il velo della Vergine Maria, accompagnata da un'ancella e seduta su una sedia importante, quasi un trono. La debole traccia di un’altra aureola vicina potrebbe suggerire - ma si tratta di un’ipotesi da verificare - la presenza di un pannello che racconta l’incontro tra due figure “Sante” nella storia di Maria, ovvero l’Annunciazione. Toccanti e ben definiti sono i tratti fisiognomici della Vergine e del suo velo impreziosito da ricami. Sul lato opposto, le pitture - evidentemente eseguite dalla stessa mano e all'interno dello stesso ciclo decorativo – raccontavano invece un'altra storia, ovvero alcuni aspetti della vita di san Martino: ne siamo certi perché in questo caso si legge indubitabilmente sanctus Martinus.

affreschi Torcello Basilica di Santa Maria Assunta
Affreschi della Basilica di Santa Maria Assunta a Torcello

Le iscrizioni, in corso di studio da parte di Flavia De Rubeis, non solo sono fra le più antiche in area veneta, ma sono sicuramente le più antiche di Venezia e del suo territorio con una cronologia riferibile, per una prima datazione, al secolo IX. L’iscrizione più conservata riguarda appunto la figura del santo: “sanctus Martinus”,  con la abbreviazione scs per sanctus, secondo la prassi consolidata dei nomina sacra. Altri testi dovevano corredare l’intero programma iconografico come si evince dalla presenza di alcune lettere residue affiancate alle figure e, come già il ciclo pittorico, sono da riferire tutte ad una medesima mano, per  le ornamentazioni e la morfologia delle lettere.

Lo scavo archeologico “aereo”, al di sopra delle volte, ha permesso di tracciare la storia delle murature e dei depositi ad esse connessi, e nel si sono raccolti campioni per avviare una analisi archeometrica puntuale. Lo scavo ha permesso di conoscere anche come questi affreschi si siano conservati nel tempo, sottolineando - ad esempio - come in alcuni settori dove mancano le pitture ciò sia da attribuire a fenomeni specifici di biodeterioramento. In un angolo numerose ossa di pipistrello sono ricollegabili alla frequentazione del sottotetto in antico da parte di questi animali: le loro deiezioni hanno purtroppo contribuito allo scolorimento di alcuni brani di pittura.

affreschi Torcello Basilica di Santa Maria Assunta
Affreschi della Basilica di Santa Maria Assunta a Torcello

Nel IX secolo i pannelli erano incorniciati da festoni decorati con cornucopie contrapposte, melograni e animali simbolici. In origine colori erano molto vividi, e la rappresentazione assai naturalistica con tratti a pennello marcati, quasi a rilievo, per permettere un'ottima visione del disegno da chi le osservava dal basso. La realizzazione era indubitabilmente di alta fattura e si suppone che tutta la chiesa fosse uniformemente decorata e dipinta. Queste decorazioni si integravano con un arredo architettonico e plastico di elevata qualità (cibori, altari, stipiti, plutei) che, riusati, in molti casi risultano ancora essere all'interno della chiesa.

Due nuovissimi frammenti di un ciborio di IX secolo sono emersi proprio durante questa campagna di restauri: erano utilizzati come base per due angeli scolpiti in epoca moderna per l'altare barocco dello stesso Diaconicon. Mosaici e plutei si specchiavano in un raffinato pavimento a mosaico a tessere bianche e nere, conservato in pochi punti al di sotto dell'attuale pavimento. L'edificio religioso che si va delineando negli studi era una chiesa che pare avere riferimenti culturali e artistici non tanto ad Oriente, ma nel pieno dell'Italia padana e dell’Europa alpina, in una cornice politico-culturale che potremmo definire “carolingia”. Cornice che si associa adeguatissimamente alla presenza di una storia agiografica come quella di san Martino.

L’analisi archeologica degli elevati, iniziata nel 2019, ci sta premettendo di individuarne anche i resti più antichi, riferibili al VII secolo: l’antica abside inglobata oggi nelle murature della cripta, si lega per tecnica edilizia e quote, inequivocabilmente alle murature del battistero, oggi conservato solo nelle sue fondazioni. È chiaro oramai come il primitivo edificio religioso, molto più piccolo di quello attuale, era separato dal battistero, forse da un portico. Questo spazio, lasciato semi-aperto in una prima fase, viene occupato dalla grande chiesa di IX secolo, che si addossa al battistero tramite un nartece. Questo complesso decorativo viene completamente reinventato circa 150 anni dopo, all’inizio dell’XI secolo, quando il vescovo Orseolo, figlio del Doge di Venezia, opera una rinnovazione architettonica e artistica dell’edificio, che coincide con una sorta di riappropriazione da parte di Rialto di un centro lagunare – ovvero Torcello – che fino da allora aveva avuto la sua storia indipendente, protraendo nell’altomedioevo l’antica storia di Altino.  Sappiamo come Orseolo abbia chiamato a Torcello mosaicisti di Bisanzio, e sappiamo come dai primissimi anni del XI secolo Santa Maria Assunta abbia indossato un “vestito” orientale magnifico. Un vestito fatto di mosaici e marmi che ben si addicevano alla nuova situazione politica della Serenissima che ormai guardava Costantinopoli come luogo primario di contatti commerciali e culturali. In questo momento a Venezia vengono scritte le prime cronache e le prime storie di autocelebrazione: consapevolmente o meno, si decide di non sottolineare troppo una parte delle origini degli abitati lagunari, ovvero quelle che legavano a doppio filo Rialto e gli altri insediamenti della laguna con il regno longobardo (prima) e carolingio (dopo).

L'intuizione della direzione dei lavori nell’associare la presenza degli archeologi e lo studio stratigrafico delle murature durante le operazioni di controllo e rinforzo dei paramenti murari, è stata vincente. È stato, infatti, possibile raccogliere dettagliato materiale che ci descrive come l'abside nella cappella del Diaconicon e la stessa abside maggiore siano coeve, e con ogni probabilità siano fondate nel IX secolo. La tecnica edilizia, le malte e i leganti, i materiali scavati nelle fosse di fondazione all'interno dell’edificio e i rapporti stratigrafici con le strutture a cui si addossano i mosaici datati all’XI secolo parlano chiaro. Le datazioni al C14 ci permetteranno di avere un'ulteriore conferma alle nostre ipotesi. Per la prima volta si sono ritrovati elementi concordi che permettono, in maniera piuttosto definitiva, di affermare con certezza che la pianta attuale della chiesa sia in massima parte databile ad un periodo cronologico preciso, ovvero ad una fase che per molti anni è sfuggita nella sua definizione a storici dell'arte e archeologi.

affreschi Torcello Basilica di Santa Maria Assunta
Affreschi della Basilica di Santa Maria Assunta a Torcello

Per definire lo “stile” della chiesa in passato è stato coniato un termine, che l'edificio ha condiviso con la basilica di San Marco: stile “Veneto-Bizantino”. Un luogo di culto che, dunque, fin dalle sue origini tradirebbe una forte connotazione orientale e un’adesione a canoni stilistici e artistici di tipo bizantino. Questo è ciò che impariamo dalla storia ufficiale di Venezia, quella scritta sui libri paludati del passato e mediata dalle cronache storiche celebrative, scritte proprio dalla Serenissima stessa, che ha sempre individuato in Bisanzio l’archetipo su cui modellare le proprie gloriose origini. L'archeologia ha da tempo messo in crisi questo modello raccontandoci come le origini dell'insediamento siano più complesse e profondamente legate alle trasformazioni ambientali e territoriali della costa tardo romana del Veneto (lo spostamento della linea di costa e la variazione della navigabilità dei fiumi) e allo sviluppo e ripresa dei mercati e delle relazioni commerciali con il sud del Mediterraneo prima (Alessandria) e l'oriente (Bisanzio/Costantinopoli) dopo. Ancora una volta le pieghe degli strati archeologici e i vecchi materiali edilizi ci insegnano una storia fatta di complessità, dove molti elementi si intrecciano, portando con sé esperienze culturali che vengono da lontano e che in laguna, luogo di incontro e mediazione grazie all’acqua, si rigenerano e reinventano.

Le news di Ca’ Foscari: news.unive.it

Immagini, video e testo sugli affreschi dalla Basilica di Santa Maria Assunta di Torcello dall'Ufficio Comunicazione Università Ca' Foscari Venezia

 

PATRIARCATO DI VENEZIA

Chiesa Rettoria di Santa Maria Assunta - Torcello

Lavori per l’intervento conservativo sui prospetti esterni e interni dell’abside centrale e dell’abside del diaconicon

Prima dei mosaici

dai restauri nella basilica di Torcello emergono frammenti di affreschi del IX secolo,

i più antichi in area veneziana

affreschi Torcello Basilica di Santa Maria Assunta
Affreschi della Basilica di Santa Maria Assunta a Torcello

Nel corso dei restauri conservativi delle murature e dei mosaici delle absidi, centrale e del diaconicon, della basilica di Santa Maria Assunta di Torcello sono emersi eccezionali frammenti di antichi affreschi che decoravano la chiesa tra IX e X secolo, prima della decorazione a mosaico.

Grazie allintervento conservativo sulle superfici musive e all’attento lavoro di consolidazione delle murature - affiancato ad uno studio sulla qualità edilizia, sulla stratigrafia archeologica degli elevati e sulla caratterizzazione di malte e intonaci – è stato possibile consolidare gli alzati dell’antica basilica e, allo stesso tempo, raccogliere dati inediti, eccezionali dal punto di vista storico e artistico, per la conoscenza di uno dei monumenti alto-medievali più importanti del Mediterraneo.

Gli affreschi, conservati in alto verso il tetto, al di sopra delle volte e coperti da uno strato di macerie fin dal Medioevo, non sono mai stati visti né studiati fino ad oggi. Rappresentano un tassello fondamentale per la ricostruzione della storia artistica non solo della chiesa di Torcello, ma di tutto l’alto medioevo veneziano e adriatico.

È emerso un toccante pannello pittorico con storie della Vergine, dove appare una straordinariamente vivida rappresentazione di Maria e di un’ancella, mentre un secondo pannello pittorico, probabilmente relativo ad un ciclo parallelo, narra una delle vicende agiografiche di San Martino.

Le immagini dei Santi sono accompagnate da didascalie dipinte, con caratteri alto-medievali. Secondo archeologi ed epigrafisti dell’Università Ca’ Foscari Venezia che hanno collaborato alle attività, affreschi e didascalie ci permettono di ricostruire l'aspetto decorativo della chiesa prima che fosse ricoperta dai mosaici dell’XI secolo.

Lo stato di questi affreschi è in corso di studio e gli eventuali interventi di restauro saranno concordati con il personale della Soprintendenza.

Il restauro conservativo dei paramenti murari (così come già avvenuto per gli interventi sulla facciata principale negli scorsi anni con la rimessa in luce della muratura dell’antico battistero) sta permettendo agli archeologi e agli storici dell’arte di ridefinire la storia dell’edificio architettonico.

Un saggio di scavo, infatti, presso l’altare barocco del diaconicon, ha permesso di raccogliere importanti informazioni stratigrafiche circa la cronologia delle fasi edilizie dell’intero complesso basilicale. Nello stesso intervento sono stati individuati due eccezionali frammenti scolpiti, pertinenti ad una decorazione architettonica databile al IX secolo.

La lettura integrata dei dati raccolti durante i restauri, i nuovi affreschi, le analisi sulle murature e le letture archeologiche, sembrano suggerire che la forma e il volume della chiesa attuale siano da attribuire al IX secolo. In quegli anni, che coincidono con la costruzione a Venezia del Palazzo Ducale e della prima chiesa di San Marco, a Torcello si sarebbe (quasi) raddoppiato un antico edificio ecclesiastico del VII secolo, di cui finalmente oggi è possibile comprendere quale sia l’originale catino absidale. Questa nuova grande chiesa, inglobava la precedente, aggiungendo un percorso martiriale e processionale che passava dietro l’altare.

Le absidi di tale edificio erano decorate ad affresco, il pavimento a mosaico bianco e nero, ed erano presenti molte sculture (nel ciborio, nei cancelli, nei plutei, nel recinto presbiteriale): sembra leggersi un arredo liturgico di grande valore artistico, che ben si inserisce nella tradizione artistica adriatica di età carolingia.

I restauri conservativi stanno mettendo in luce come questa chiesa sia stata trasformata successivamente nell’XI secolo per permettere la nuova decorazione a mosaico, quella che ammiriamo ancora oggi, e che potremo ammirare ancora per lungo tempo grazie ai sapienti interventi di consolidamento e pulitura dei mosaici stessi. Gli interventi eseguiti negli anni Ottanta, infatti, hanno garantito un’ottima conservazione dei mosaici, tanto che oggi sono necessarie solo alcune puliture e consolidamenti rispetto a pochi sollevamenti.

I restauri sono finanziati da “Save Venice”, all'interno di un programma di messa in sicurezza dell'edificio ecclesiastico condiviso e discusso con il Patriarcato di Venezia.

Con il finanziamento di questo ambizioso e straordinario progetto, “Save Venice” celebra 50 anni di grandi interventi di restauro in città nei quali i luoghi di culto hanno rappresentato una grande parte. Edifici, capolavori quali l’Assunta del Tiziano, oggetti preziosi e documenti del passato hanno avuto vita grazie alla generosità e alla attenta scelta degli interventi dei donatori americani che in Torcello hanno individuato il luogo delle origini della laguna e che questa nuova scoperta riafferma inequivocabilmente. Il Patriarcato di Venezia è pertanto grato della collaborazione attenta, competente e magnanima di “Save Venice” e di tutti coloro che questa istituzione è riuscita a coinvolgere nella sua mission di conservare Venezia.

Un notevole esempio è stato la campagna “#AmericaLovesVenice” lanciata dalla Ambasciata d’Italia a Washington e “Save Venice” per dare un’ulteriore sostegno alla Basilica di Santa Maria Assunta a seguito dell’acqua alta del 2019.

I lavori di consolidamento a Torcello, sono uno dei cantieri più importanti che il Patriarcato di Venezia sta realizzando con l’alta sorveglianza della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Venezia e la sua laguna; essi hanno un carattere di eccezionalità e rispondono alle necessità statiche delle murature e dell'apparato decorativo. Rientrano in un piano di interventi programmato che è stato accelerato dalle conseguenze dell'ultima grande acqua alta del 2019, che ha provocato danni ingenti in oltre 80 chiese veneziane, per le quali sono stati attivati altrettanti cantieri, grazie anche ai contributi offerti dallo Stato. Questi lavori permetteranno una lunga vita alle eccezionali opere d'arte in esse contenute.

Scheda Tecnica

Committenza, progetto, indagini e alta sorveglianza

Committente

Chiesa-Rettoria Santuario di S. Maria Assunta di Torcello

Rappresentante Legale: S.E. Mons. Francesco Moraglia, Patriarca di Venezia

Procuratore del R.L.: Rev.do Fabrizio Favaro, vicario episcopale per l’Amministrazione

Sorveglianza: Rev.do arch. Gianmatteo Caputo, Ufficio Beni Culturali ed Edilizia di Culto della Curia Patriarcale di Venezia

Progettazione Restauro Conservativo e strutturale

arch. Paolo Tocchi

Studio associato architetti Tocchi Paolo e Gualdi Silvia, Venezia.

Impresa Affidataria

Impresa Silvio Pierobon Srl

Restauro e consolidamento delle murature – categoria SOA OG2

Interventi sulle superfici di interesse storico ed artistico - categoria SOA OS2A Restauratori: Maestro Giovanni Cucco e Magdelena Stoyanova (Mosaici)

Giuseppe Tonini e Elisabetta Longega (elementi lapidei).

Indagini conoscitive e diagnostiche per il restauro.

Arcadia Ricerche Srl di Dott. Guido Driussi

Analisi Archeologiche degli alzati e dei depositi, analisi epigrafiche

dott. Diego Calaon con l’equipe: Martina Bergamo, Jacopo Paiano

Prof. Flavia de Rubeis

Università Ca’ Foscari di Venezia

Alta Sorveglianza - Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Venezia e la sua Laguna

arch. Emanuela Carpani - Soprintendente

arch. Maria Rosaria Gargiulo - Funzionario Architetto

dott. Massimo Dadà - Funzionario Archeologo

dott. Devis Valenti - Funzionario Storico dell’Arte

dott.sa Lucia Bassotto – Funzionario Restauratore

Ente finanziatore

Save Venice

attraverso i contributi di Jon e Barbara Landau; Howard e Roberta Ahmanson; VISA, The Manitou Fund con Nora McNeely Hurley Silo; GRoW @ Annenberg; Tina Walls; Italian Embassy in Washington DC’s #AmericaLovesVenice campaign; Casey Kohlberg con The Camalotte Foundation; Molly e David Borthwick; e altri donatori.

Importo lavori: Euro 877.981,99 oneri fiscali esclusi

Durata dei lavori: 365 giorni

 

Testo sugli affreschi della Basilica di Santa Maria Assunta a Torcello dal Patriarcato di Venezia


La storia genetica della popolazione dell’Umbria

La storia genetica della popolazione dell’Umbria, studio dei ricercatori degli Atenei di Perugia, Pavia e Firenze

Un nuovo articolo dal titolo “The mitogenome portrait of Umbria in Central Italy as depicted by contemporary inhabitants and pre-Roman remains” e pubblicato dall’autorevole rivista internazionale “Scientific Reports” ricostruisce per la prima volta la storia genetica della popolazione dell’Umbria. Dall’analisi del DNA di campioni antichi e moderni, i ricercatori delle Università di Perugia, Pavia e Firenze hanno evidenziato molteplici input genetici da parte di diverse popolazioni che nel tempo hanno plasmato il pool genico mitocondriale degli antichi Umbri, compresi flussi genici con l'Europa centrale.

genetica Umbria Umbri DNA antico genoma mitocondriale
Origine dei campioni Umbri analizzati e distribuzione delle principali linee genetiche mitocondriali identificate nei campioni antichi e moderni

Recenti studi di genetica di popolazione hanno evidenziato una straordinaria complessità del patrimonio genetico degli Italiani, molto maggiore di quella che si osserva nel resto d’Europa. In questo contesto i ricercatori hanno voluto affrontare uno studio a livello micro-geografico focalizzando l’attenzione, per la prima volta, sull’Umbria. Situata nel cuore dell’Italia, questa regione ha rappresentato fin dalla preistoria un punto nodale della comunicazione tra il mar Tirreno e il mare Adriatico. Seppur annoveri una delle più antiche popolazioni italiche di cui si abbia traccia, con una identità culturale forte e ben definita, quello degli Umbri rimane ancora un popolo sottovalutato, soprattutto se confrontato con i “vicini” Etruschi e Piceni.

Professori Hovirag Lancioni e Alessandro Achilli

La ricerca è frutto di una collaborazione tra gruppi di ricercatori, coordinati dai Professori Alessandro Achilli (Dipartimento di Biologia e Biotecnologie “L. Spallanzani”, Università di Pavia) e Hovirag Lancioni (Dipartimento di Chimica, Biologia e Biotecnologie, Università degli Studi di Perugia), a cui hanno contribuito anche genetisti dell’Università di Firenze, di Porto (Portogallo) e i genetisti forensi di Innsbruck (Austria). A sottolineare l’aspetto multidisciplinare della ricerca, va menzionato il prezioso apporto (sia in termini di materiale da analizzare che di conoscenze storiche) di esperti archeologi, della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio dell'Umbria e il contributo degli studenti dell’Istituto Comprensivo Statale Foligno 5 (Perugia) e di tutti i volontari che hanno partecipato alla ricerca.

genetica Umbria Umbri DNA antico genoma mitocondriale
Alcuni reperti ossei rinvenuti nella necropoli di Plestia, Colfiorito, utilizzati per l’analisi del DNA antico

La Prof. Hovirag Lancioni sottolinea come “grazie all’Archeogenetica, una nuova disciplina che associa dati genetici a studi storici e preistorici, i ricercatori hanno messo a confronto i dati genetici di 545 volontari Umbri con quelli ottenuti da 19 reperti ossei umani rinvenuti nella necropoli pre-Romana di Plestia, Colfiorito, risalenti tra il IX e III secolo a. C.” La Dott.ssa Alessandra Modi aggiunge che “dall’analisi diacronica della variazione di sequenza di interi genomi mitocondriali è emerso il quadro genetico della popolazione umbra, come risultato di una lunga e complessa storia di migrazioni e mescolamenti favoriti dalla posizione geografica al centro della penisola Italiana.”

Dottori Irene Cardinali e Marco Rosario Capodiferro

La Dott.ssa Irene Cardinali riassume che i risultati ottenuti indicano che “alcune varianti mitocondriali sono state introdotte nella regione dagli antenati degli Umbri antichi e mantenute fino ai tempi nostri nelle aree più orientali, probabilmente per il loro isolamento geografico. Questi antenati ebbero origine da diverse popolazioni che in tempi diversi raggiunsero l'Umbria a partire dai primi agricoltori neolitici che si diffusero attraverso il Mediterraneo.” Inoltre, precisa il Dott. Marco Rosario Capodiferro, “le successive connessioni risalenti all’età del Bronzo e periodi medievali con gli europei centro-orientali, probabilmente includendo anche alcuni gruppi di nomadi (Yamnaya) dalle steppe pontico-caspiche sono a sostegno dell'ipotesi di un input genetico da nord-est fin da tempi antichi, come confermato anche dall'origine indoeuropea della lingua degli antichi Umbri”.

Conclude il Prof. Alessandro Achilli, dicendo che “il lavoro dimostra ancora una volta come il genoma mitocondriale sia uno strumento indispensabile per analizzare tracce genetiche e riscoprire eventi storici e preistorici che rimarrebbero altrimenti sconosciuti. In particolare, questi risultati genetici rappresentano un primo passo verso la ricostruzione della storia genetica della popolazione dell’Umbria e dei complessi rapporti di interscambio con le popolazioni confinanti (come gli Etruschi e i Piceni prima, e i Romani poi), ma anche con quelle più lontane. Più in generale questo approccio multidisciplinare basato su dati archeologici, storici e genetici rappresenta uno strumento indispensabile per la conoscenza del nostro patrimonio storico-culturale e quindi per la valorizzazione del nostro territorio.”

Alcuni tra gli autori principali delle Università di Perugia e Pavia coinvolti nel lavoro, da sinistra: Hovirag Lancioni, Irene Cardinali, Marco Rosario Capodiferro, Alessandro Achilli

“The mitogenome portrait of Umbria in Central Italy as depicted by contemporary inhabitants and pre-Roman remains”, di Alessandra Modi#, Hovirag Lancioni#, Irene Cardinali#, Marco R. Capodiferro#, Nicola Rambaldi Migliore, Abir Hussein, Christina Strobl, Martin Bodner, Lisa Schnaller, Catarina Xavier, Ermanno Rizzi, Laura Bonomi Ponzi, Stefania Vai, Alessandro Raveane, Bruno Cavadas, Ornella Semino, Antonio Torroni, Anna Olivieri, Martina Lari, Luisa Pereira, Walther Parson, David Caramelli, Alessandro Achilli è pubblicato sulla rivista Scientific Reports 10:10700. doi.org/10.1038/s41598-020-67445-0 www.nature.com/scientificreportsEqual contribution

 

Testo e foto sullo studio della storia genetica della popolazione dell'Umbria dall'Ufficio Stampa dell'Università degli Studi di Perugia


La Cultura di Golasecca: un ponte tra Mediterraneo e mondo celtico

Un territorio ricco di laghi e fiumi, corsi d'acqua che consentono di percorre lunghi tragitti, di trasportare merci e persone, oltre che di garantirne la sussistenza. Un territorio così, come possiamo facilmente immaginare, era sicuramente considerato appetibile fin dai tempi più remoti.

Per ciò che concerne il territorio varesino la presenza dell'uomo è attestata fin dal Paleolitico e numerosissime sono le testimonianze raccolte nell'area che ad oggi consentono di seguire una linea di racconto continuativo fino alla romanizzazione.

Le fonti antiche non tramandano un nome nazionale per le genti che, a più riprese, abitarono la Lombardia occidentale. Del resto è cosa nota come non sia mai stato proprio della cultura mitteleuropea unirsi sotto un unico comando e come, pur legate da una matrice culturale comune, le genti d'oltralpe non furono mai un sol popolo.

Di queste tribù, calate dalle Alpi e in diversi momenti stanziatesi in area cisalpina abbiamo informazioni materiali numerose, che trovano appoggio in fonti scritte di età posteriore. Già Tito Livio, ad esempio, narrava di un'ondata gallica “Prisco Tarquinio Romae regnante”, ma certamente dobbiamo far risalire la celtizzazione del territorio anteriormente agli inizi del VI sec. a.C.

Fenomeni culturali e relative culture materiali possono essere seguiti in un percorso lineare dal Baltico al Mediterraneo e il territorio varesino, fertile terreno per sovrapposizioni e stratificazioni culturali, diventa così il nodo di collegamento tra mondo transalpino e culture meridionali.

Già nell'XI sec. a.C. parte della Lombardia occidentale, del Piemonte orientale e del Canton Ticino furono abitate da popolazioni di matrice celtica, le cui manifestazioni culturali sono identificate con il nome di Cultura di Golasecca, dal nome della cittadina nelle vicinanze dell'aeroporto Malpensa dove furono rinvenute le prime significative e numerose testimonianze.

Cultura di Golasecca
Vaso ad anatrelle, Cultura di Golasecca, Museo della Preistoria di Milano. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Le origini di queste genti sembrano risalire all'età del Bronzo (XIII sec. a.C.) e sarebbero rimaste per lungo tempo aperte all'assorbimento di elementi culturali vari, mediterranei e mitteleuropei: è su questa base, difatti, che si innesta probabilmente l'ondata celtica del VI sec. e, più tardi, la romanizzazione.

Caratteri di continuità sono rintracciabili nell'area del Lago Maggiore, nell'area della Malpensa, di Castelletto Ticino, Sesto Calende, Golasecca, Como, e Canton Ticino: comune denominatore le vie d'acqua (di cui il Ticino è il grande protagonista) che furono cerniera per unire l'Oltralpe con il Po, l'Adriatico e infine il Mediterraneo.

Le principali reti di traffico comprendevano materie prime che viaggiavano da nord verso sud (metalli, in particolare stagno, ambra) e beni commestibili da sud verso nord (olio, cereali, vino).

Le nostre conoscenze della cultura celtica di Golasecca si basano soprattutto sul ritrovamento di sepolture, raggruppate in necropoli, e dei relativi corredi. Il rito era quello della cremazione, la modalità di sepoltura a “pozzetto”, a fossa o a cassa litica: in ciascuna di queste forme ricorre la presenza di uno scavo nel terreno, rivestito di ciottoli o coperto con lastra litica dove era deposta l'urna biconica contenente le ceneri del defunto e il corredo di accompagnamento.

Supponiamo una distinzione di ruoli sociali in base alla tipologia di oggetti rinvenuta: sicuramente importante era la posizione di coloro che erano deposti con le loro armi e vasellame bronzeo.

Elmo e schinieri di bronzo dalla tomba del guerriero di Sesto Calende, Cultura di Golasecca, Museo della Preistoria di Milano. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Per ciò che concerne la produzione ceramica, questa risulta costituita da vasellame modellato a mano (dal VI sec. a.C. al tornio lento) decorata con motivi geometrici standardizzati e ripetuti: il motivo decorativo tipico è il cosiddetto “dente di lupo”, costituito da una serie di triangoli riempiti a tratteggio.

Non mancano però testimonianze di contatto culturale con altre realtà coeve: motivi decorativi tratti dal repertorio orientalizzante etrusco e riadattati al modo locale, così come è stata evidenziata la presenza di oggetti di importazione dallo stesso ambito etrusco, ma anche magnogreco, piceno, veneto, villanoviano e hallstattiano, in una combinazione molto complessa di culture che si innestano sullo strato locale.

Urna cineraria da Varallo Pombia, Cultura di Golasecca, Museo della Preistoria di Milano. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Feste e incontri di culture dell'Età del Bronzo a Roca Vecchia in Salento

6 Dicembre 2015
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Roca Vecchia (anche Rocavecchia o semplicemente Roca) è oggi un affermato centro turistico sulla costa salentina. L'area è però ricchissima di storia, una storia che giunge fino all'Età del Bronzo, quando Roca era un (piccolo ma molto significativo) insediamento monumentale fortificato.
Oggi come allora, sembra che la condivisione del cibo e di alcolici abbia giocato un ruolo fondamentale da un punto di vista sociale e per l'interazione umana, e su una scala che supera di molto i confini locali.
Un nuovo studio ha esaminato le interazioni tra le società del mondo Egeo e del Mediterraneo centrale durante l'Età del Bronzo, delle quali si rivaluta l'importanza. Proprio Roca sarebbe un caso assai rilevante in tal senso: mentre di solito le prove di tali feste per il passato riguardano solo comunità locali, il centro salentino costituirebbe la dimostrazione di una serie di eventi pubblici e festeggiamenti su una scala molto più ampia. Persone provenienti da regioni e culture diverse si sarebbero qui incontrate: a beneficiarne sarebbe stata pure la stessa comunità locale, mentre la circolazione di metalli e ceramiche aumentava con l'aumento delle interazioni tra culture del Mediterraneo orientale ed occidentale.
Le relazioni con la Grecia minoica e micenea daterebbero a partire dal 1400 a. C. circa, mentre le prove dei festeggiamenti si collocherebbero attorno al 1200 a. C. Il nuovo studio poggia pure su un recente studio, pubblicato sulla Rivista di Scienze Preistoriche (2008), che aveva interpretato i resti archeologici come risultato di festeggiamenti su larga scala da parte di persone con culture differenti.
Roca Vecchia è una delle marine di Melendugno, a pochi km da Lecce, e situata tra San Foca e Torre dell'Orso.
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