ius primae noctis Le droit du Seigneur

Lo ius primae noctis e le leggende del diritto

Quando pensiamo a tempi passati, specialmente quelli medioevali, ai più vengono in mente riti e tradizioni ancestrali e mistiche, e spesso ci persuadiamo dell’esistenza di regole e norme improbabili, di usanze e diritti che nell’immaginario collettivo colpivano i più deboli ad appannaggio dei più forti.

Se è vero che per tanto tempo i deboli sono stati schiacciati da leggi assurde, è pur vero che nel corso del tempo tanti argomenti sono stati mitizzati e hanno lasciato il campo del reale per modificarsi in leggenda.

Tra questi leggendari racconti, vi è sicuramente quello relativo allo ius primae noctis, il diritto sulla prima notte, che aveva ad oggetto il presunto diritto a “dormire” con le novelle spose, da esercitare da parte dell’autorità locale.

Piccolo spoiler: non vi è stato mai, tecnicamente, alcun ius primae noctis. Ciononostante non sono mancati veri e propri soprusi perpretati ai danni dei più deboli: alcuni di questi, di cui parleremo nell’articolo, non sono certamente meno fantasiosi e, probabilmente, costituiscono la base ideologica dalla quale si è propagato il mito di diritti impossibili e soprusi imposti ex lege.

Lo ius primae noctis ed il diritto medievale

Fare un’analisi giuridica di un fenomeno normativo mai verificatosi potrebbe sembrare pleonastico, eppure vale la pena considerare il contesto di diritto dove la leggenda nasce, non solo per raccontare al meglio le origini di questo medievalismo, ma per analizzarne correttamente le dinamiche che lo hanno reso celebre.

L’ambito di riferimento è quello del diritto medievale, cioè di quella fase storica che segna il passaggio dal diritto romano a quello comune, caratterizzato principalmente dalla coesistenza di più sistemi giuridici talvolta accomunati esclusivamente dall’influenza della stessa autorità. Giuridicamente è difficile tenere il passo dei molteplici strumenti normativi di quei secoli, soprattutto dal momento che, essendo il potere legislativo una prerogativa in capo all’autorità di turno, in pratica ogni regnante imponeva un proprio carattere normativo all’ordinamento, cancellando le norme dei predecessori (solo nel XVIII secolo, con Montesquieu, si opererà la separazione teorica del potere legislativo da quello esecutivo). Questa impostazione da un lato ha favorito l’affermarsi di norme consuetudinarie, dall’altro un’intensa produzione legislativa che sfocerà in una prolifica e qualificata attività di studio, spostando gli equilibri legislativi ad appannaggio degli studiosi che, seppur sempre sotto una rigida egida autoritaria, resero la giustizia e la legge un discorso più professionale (sono gli anni del Palatium e del diritto palatino). Nell’arco di mille anni, quindi, gli ordinamenti europei furono caratterizzati da varie iniziative legislative, dal Corpus Iuris Civilis di Giustiniano (prima e granitica opera articolata di diritto civile universale) fino al Decretum Gratiani, generalmente riconosciuto come spartiacque della storia del diritto tra il mondo antico e quello del diritto comune (o diritto dei canoni, da qui diritto canonico): è in questo ambito, caratterizzato da un’ampia porzione di diritto consuetudinario che andava sempre più a concretizzarsi in termini normativi, trovando solidità e riconoscimento giuridico, che si inizia ad affermare il mito di un diritto antico, frutto del sopruso dei potenti, il cui racconto - probabilmente orale e consuetudinario - bastò per farsi percepire dal popolo scarsamente informato e distante dalla solennità del diritto di palazzo, come una realtà facile da credersi.

Causa la totale inesistenza, fonti normative e compilazioni dell’epoca non riportano alcun dettaglio circa tale diritto, la cui natura è da rinvenirsi solo nel folklore, eppure nei secoli successivi - soprattutto nel XIX sec. - più opere di diritto ne utilizzarono il racconto come paradigma di un complesso periodo della storia del diritto, usandolo per descriverne il metro giudizio iniquo del diritto medievale.

La nascita della leggenda

ius primae noctis
Vasilij Dmitrievič Polenov: Le droit du Seigneur, olio su tela alla Galleria Tret' jakov (1874). Foto in pubblico dominio

La leggenda inizia a prendere forma nel X secolo, quando l’oppressione fiscale delle rudimentali istituzioni medioevali assumeva connotati invasivi e tendeva a tassare gli unici aspetti dinamici della vita dei contadini, tra cui il matrimonio. In realtà il diffuso misticismo di quegli anni portò a pensare che tale innovazione normativa, diffusissima tra i servi della gleba, si limitasse a tradurre in termini civili un’arcaica usanza barbara.

La storica Regine Peronoud ipotizza che tale tassa venisse imposta ai contadini che, sposandosi, abbandonavano la propria terra per trasferirsi con la nuova famiglia in un altro feudo: la tassa aveva, quindi, uno scopo compensativo in luogo della forza lavoro che veniva meno. A queste, vanno aggiunte le normali tasse sul matrimonio che i servi della gleba già versavano.

Alla nascita del mito si aggiunge anche un’altra teoria, questa volta frutto di un fraintendimento: nel 1247, a Verson in Francia, fu redatto un documento che divideva i diritti di natura ecclesiastica spettanti alla locale comunità di benedettini da quelli laici spettanti al signore, tra cui la tassa sul matrimonio. Un monaco, in evidente clima goliardico, volle canzonare tali pretese in versi, scrivendo “Oggi si pagano 3 soldi, ma ai contadini va bene, perché nei tempi antichi la tassa era tanto costosa che, piuttosto che dare al signore un capo di bestiame, il padre gli offriva la verginità della figlia: è plausibile, quindi, che alla base di uno dei più diffusi miti sul medioevo ci sia un chiaro malinteso nato dall’errata interpretazione dell’ironia di un monaco benedettino.

È probabile, comunque, che già nel X secolo questo racconto venisse utilizzato a scopo speculativo onde sottolineare la civilizzazione di un’usanza arcaica per evidenziare l’ammodernamento delle istituzioni. Tramite il falso retaggio di questa tassa, si invogliava così l’adempimento del tributo sotto una minaccia fondata su una leggenda.

Ci troviamo, quindi, di fronte a una manipolazione della realtà, per rafforzare pretese fiscali ad opera dei potenti, il che faciliterà l'evoluzione nei secoli successivi dello ius primae noctis come mito, come falso storico e quindi medievalismo. Tale costrutto potrebbe essere confermato proprio da alcuni giuristi del ‘400 che, nello studiare tale assetto finanziario, ipotizzarono che potesse essere la derivazione di una pratica più antica ed aggressiva. Fatto sta che la leggenda ha da subito ispirato narratori e scrittori, i quali sicuramente la usarono in termini romanzati per descrivere più genericamente l’oppressione feudale.

Malcolm III e Santa Margherita di Scozia in un'opera (1899) di William Hole  alla Scottish National Portrait Gallery. Foto di Kim Traynor, CC BY-SA 3.0

Su questa falsariga fiorirono leggende e miti, alcuni davvero ben costruiti, al punto da lasciar intendere per tanti secoli che le vicende mitiche raccontate fossero vere: è il caso del filosofo scozzese Hector Boece, il quale racconta di un tirannico decreto di Evenio III per mezzo del quale egli potesse disporre della verginità di tutte le ragazze. La liberazione da tale sopruso fu compiuta da Santa Margherita di Scozia, che premette affinché il diritto fosse convertito in una tassa per poi essere abolita anni dopo da Malcolm III. Peccato, però, che Evenio III fosse un personaggio di fantasia, mai storicamente esistito e che il conseguente racconto fosse altrettanto un esercizio di fantasia.

Eppure di leggende (e leggi leggendarie) ce ne sono state altre, tutte accomunate da un background romantico che vede contrapposti il potente alla coppia di sposi; tra questi: Enkidu, epico eroe del mito di Gilgamesh, che impedisce al tiranno di esercitare un similare dello ius primae noctis; Eraclide Pontico, invece, ci racconta dell’ascesa a signore dell’isola di Cefalonia di un uomo che, travestendosi da donna, impedisce il concretizzarsi della pretesa; oppure in una variante del mito irlandese di Cú Chulainn (o Cuculino in italiano).

Aspetti storici reali

Posta, quindi, l’assoluta inesistenza storica dello ius primae noctis così come immaginato in epoca moderna, sussistono però alcuni spunti in vari contesti che sottolineano come la verginità e del matrimonio potessero essere argomento oggetto di considerazioni “civiche” e, pertanto, sottoposto a rituali e credenze che ne dettassero non solo i tempi di inserimento in società, ma che ne disegnassero i limiti civici con una credenza talmente forte da determinare l’ingresso o meno nella comunità, in termini non meno coercitivi di una legge. Sono i casi dei rituali prematrimoniali in Mesopotamia e Libia del VI secolo a.C., ove si riteneva che la sacralità di tale momento potesse essere gestita solo da stregoni o re, a causa della presunta energia mistica che accompagnava le vergini fino al momento della deflorazione.

Quasi due millenni dopo, Marco Polo racconta di popoli del Tibet che, invece, per gli stessi motivi, preferivano donne già “esperte”, onde evitare di essere soverchiati dalla potenza di una giovane vergine.

È evidente come, però, tali circostanze siano lontane dalla narrazione europea, dove l’argomento veniva usato a sottolineare la condizione di oppressi dei contadini, mentre altrove offriva spunti per rituali collettivi e propiziatori, in un clima di assoluto consenso. Nondimeno è probabile che nel retaggio di tali storie e tradizioni abbia trovato terreno fertile il diffondersi di leggende e racconti di leggi mitiche come, appunto, lo ius primae nocits, anche al di fuori del mondo del diritto.

Il mito dello ius primae noctis nell’arte e nelle tradizioni popolari

Violetta, la mugnaia del Carnevale di Ivrea. Foto di Laurom, pubblico dominio

Il mito ha affascinato studiosi e curiosi, ma anche influenzato il mondo della letteratura, basti pensare al Matrimonio di Figaro di Pierre-Augustine Beaumarchaise (che ispirerà Mozart), al Pascal Bruno di Dumas padre, o al più recente I pilastri della terra di Ken Follett, nonché dell’arte (celebre il dipinto Le droit du Seigneur del 1874 di Vasilij Polenov).Non si può negare però che tale leggenda abbia esercitato una certa dose di fascino anche nelle classi sociali più deboli, le quali attraverso questa seppur falsa rappresentazione di storia del diritto, riuscivano a trovare motivo di riscatto nei confronti del potere costituito al punto da essere stato l’espediente storico nella nascita o nella liberazione di alcune città dalle rispettive signorie, come ad Ivrea, dove ancora oggi la maschera di Violetta ogni carnevale ricorda la leggenda della mugnaia che sfruttò lo ius primae noctis per uccidere il signore della città, ma anche a Montalto Ligure, Nizza MonferratoRocca Scalena e la città di Cuneo, di cui è arrivata proprio per quel periodo la testimonianza di Giovan Francesco Rebaccini, il quale riportava, tra il mito e la reale ferocia delle autorità, questa testimonianza: “[…] sottomettendo la ragion alla libidine e sensualità, defloravano le figlie de sudditi e parimenti le spose, persuadendo a sudditi che fosse loro antica ragione e privilegio lor concesso […]”. Altri racconti, infine, sono rinvenibili nelle tradizioni pugliesi (specificamente in terra d’Otranto) e nelle realtà rurali abruzzesi. 

In definitiva, è innegabile che, nonostante la natura leggendaria dello ius primae noctis, questo mito sia stato talmente ben raccontato non solo da portare a pensare che fosse vero, ma anche da porsi come metafora di un periodo storico segnato da squilibri sociali e, in casi storici peculiari, come motore di riscatto sociale.

Bibliografia

A. Barbero, su La Stampa del 28.08.2013.

J. D. Brey, The Biblical Principle of Jus Primae Noctis, on http://johndbrey.blogspot.com/

R. Corso, Von Geschlechtsleben in Kalabrien, in «Anthropophyteia», 8, 1911.

A. de Foras, Le droit du seigneur au moyen âge, Chambéry 1886;

F. Gabotto, Un millennio di storia eporediese (356-1357), in C. Nigra, Eporediensia, I, Pinerolo 1900.

A. Manno, Di un preteso diritto infame medievale, in «Atti della R. Accademia delle scienze di Torino», 22, 1886-87, pp. 564-569.;

G. M. Monti, Il dominio universale feudale e l’«jus Cunnatici» in terra d’Otranto, in «Annali del Seminario giuridico-economico dell’Università di Bari», 1, 2, Bari 1927.

G. Pansa, Miti, leggende e superstizioni dell’Abruzzo, I, Sulmona 1924.

A. H. Post, Grundriss der ethnologischen Juriprudenz, I, Oldenburg e Lipsia 1894.

G. Rubio, Gilgamesh and the ius primae noctis, in Extraction and Control, Studies in Honour of MW Stolper, Chicago: The Oriental Institute of the University of Chicago, 2014, pp. 229-32.

K. Schmidt, I. p. n., Friburgo in Br. 1881.

R. Utz. 'Mes souvenirs sont peut-être reconstruits':Medieval Studies, Medievalism, and the Scholarly and Popular Memories of the 'Right of the Lord's First Night,' in «Philologie im Netz» 31, 2005, pp. 49-59.


America Llosa

"Sogno e realtà dell'America Latina" di Vargas Llosa

Sogno e realtà dell'America Latina di Vargas Llosa

Mitologia e distopia di un continente

Il pamphlet Sogno e realtà dell'America Latina, del premio Nobel per la letteratura del 2010 Vargas Llosa, è una preziosa opportunità per riflettere sulle tematiche trasversali che incatenano tutt'oggi l'America Latina in una griglia di costruzioni stereotipate. A tale ragione non possiamo che rendere grazie alla casa editrice maceratese Liberilibri, che dimostra nuovamente la cura e l'importanza del proprio catalogo.

Come in un mio precedente contributo per ClassiCult sul mito di Eldorado, si ritorna ancora ad esplorare le cause innescate dalla nostra immaginazione e che proiettano nel continente sudamericano le ansie, le paure, le tradizioni folkloriche e il repertorio mitologico del cosiddetto Vecchio Mondo. Come avevo già sottolineato, questi comportamenti maturarono in seno alla letteratura odeporica e grazie alla florida circolazione di notizie e leggende che attecchirono facilmente sul suolo di Brasile, Messico e Caraibi; nacque così la prova tangibile dell'esistenza del famoso paese della Cuccagna, delle mirabili località dorate descritte da Marco Polo in Asia e del regno aureo del Prete Gianni.

In sintesi il medioevo europeo riversò tutto se stesso nelle Americhe, distorcendo l'architettura religiosa, etnica, sentimentale e storica dei popoli conquistati; il risultato non fu una forzata integrazione o ibridazione di vinti e vincitori, bensì l'accentuarsi di una cesura del “noi” e del “loro”. Segnò pure l'avvento di un sensazionalismo esotico che influenzò pesantemente l'immaginario della madre patria e tutte le classi sociali. Hidalgos, mercenari, gesuiti o membri di altri ordini religiosi, semplici contadini o borghesi benestanti accorsero a colonizzare le nuove ricche terre di Eldorado.

Mario Vargas Llosa, dettaglio dalla foto di power axle, XIII Prix Diálogo - Ceremonia de entrega

Vargas Llosa parte da questo assunto e lo sviluppa con la sua solita intelligenza in senso verticale, smascherando la dura realtà che avvolge pesantemente il suo continente d'origine. La sua trattazione, com'è giusto che sia, inizia dalle antiche cronicas dei numerosi compilatori (degli ordini religiosi e non) che accompagnarono condottieri e vice-regnanti nelle Indie americane. Costoro, come ho accennato sopra, si lasciarono sedurre dai racconti favolosi di quelle terre misteriose e spesso la realtà storica venne messa in secondo piano. “La finzione, l'amore per le cose rare e peregrine, predominano sul gusto del reale e del comune” (p. 4); così affermò lo storico peruviano Raùl Porras Barrenechea, riferendosi proprio a queste tendenze immaginifiche che alimentarono il proliferare di scritti macchiettistici sulle Indie.

Llosa procede nell'analisi, valendosi del rinomato scritto del professor Irving A. Leonard: Los libros del conquistador. In questo passaggio è ancora più netta la sovrascrittura tra il mondo reale e quello letterario, poiché l'Europa ammantò di amor “cavalleresco” quelle terre esotiche appena scoperte, paragonandole a quelle immaginarie, descritte nei pomposi romanzi cavallereschi tanto in voga nelle corti iberiche.

Gli uomini di Francisco de Orellana mentre costruiscono un piccolo brigantino, il San Pedro. Dipinto, immagine in pubblico dominio

A ragione di ciò basti portare alcuni esempi. La Foresta amazzonica e il Rio delle Amazzoni devono il loro nome alle donne guerriere del mito greco, che vennero spesso usate come antagoniste o come orpelli narrativi di fascinazione nei romanzi epici delle corti ispaniche. Il missionario domenicano fra' Gaspar de Carvajal e il conquistador Francisco de Orellana esplorarono le foreste amazzoniche e dichiararono proprio di aver visto delle donne bellicose con dei seni recisi: Erodoto non avrebbe saputo descriverlo meglio. Il topos mitologico ellenico, già al servizio dei romanzieri iberici e italiani, subì un pesante revival proprio agli antipodi della sua terra d'origine.

Fu il celebre romanzo Las sergas de Esplandián a inculcare negli avventurieri spagnoli il mito delle Amazzoni, ma non si limitò a questo. L'esploratore portoghese Juan Rodríguez Cabrillo, al servizio della Spagna e divoratore di romanzi cavallereschi (tra i quali proprio Las sergas de Esplandiàn), esplorò nel 1542 una "nuova" terra, alla quale diede il nome dell'isola in cui regnava la sovrana delle Amazzoni Calafia nel romanzo, ovvero California.

Nelle pagine successive, Vargas Llosa procede con meticolosità alla decostruzione delle cataratte ideologiche che promuovono biecamente la cecità intellettuale occidentale e anche latinoamericana. Tale processo parte dal libercolo di Régis Debray Rivoluzione nella rivoluzione? (1967) e dai movimenti politici della Cuba dei “barbudos” di Castro, dalla mancata idealizzazione di un autentico marxismo latinoamericano, non pallida emulazione di quello europeo. La mitologia cubana della rivoluzione di Castro si erge a monumento utopico e leggendario, noncurante delle reali contingenze storiche.

Con tali edulcorazioni, il continente latinoamericano subì una neonata distorsione contemporanea, da paradiso mitologico aureo e esotico divenne il continente perfetto nel quale potevano avverarsi le sperimentazioni politiche del socialismo e del marxismo europeo, sperimentazioni volte a soffocare in nuce parte dello spirito rivoluzionario originario di matrice latinoamericana. Così il continente subì un'evoluzione, o un'involuzione, una realtà distopica non tanto diversa dall'immaginifica mitologia dei conquistadores.

America Llosa Sogno e realtà dell'America Latina di Vargas Llosa
Copertina di Sogno e realtà dell'America Latina di Vargas Llosa, nell'edizione Liberilibri

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Eldorado El Dorato

Il mito di El Dorado: un revival medievale nelle Americhe

Il mito di El Dorado
di Antonio Fichera – Maurizio Reina de Jancour

Un revival medievale nel nuovo mondo

Eldorado (1848)

Vestito di tutto punto,
Un coraggioso cavaliere,
Al sole e all'ombra,
Aveva viaggiato a lungo,
Cantando una canzone,
Alla ricerca di Eldorado.

Ma diventò vecchio-
Questo cavaliere così audace-
E sul suo cuore un'ombra-
Calò, quando non trovò
Nessun pezzo di terra
Che somigliasse all'Eldorado.

E, quando le forze
Alla lunga lo abbandonarono,
Incontrò un'ombra pellegrina-
“Ombra,” lui chiese,
“Dove può essere-
Questa terra d'Eldorado?”

“Oltre le Montagne
Della Luna,
Giù per la Valle delle Ombre,
Cavalca, cavalca col sangue freddo”
Rispose l'ombra-
“Se cerchi l'Eldorado”

[Edgar Allan Poe, da Il Corvo e tutte le poesie, traduzione di Alessandro Manzetti, Independent Legions Publishing ]

In seno alla letteratura odeporica (di viaggio) notiamo come l'uomo medievale riversi tutte le sue fantasie in fantasmagoriche terre remote, in particolare quelle orientali. Dalle prime esplorazioni nell'impero Mongolo di Giovanni Pian del Carpine, a Guglielmo di Rubruk e alle ben più celebrate spedizioni di Marco Polo il locus asiatico tramutò inesorabilmente in un altro mondo popolato da portenti magici e bizzarrie varie. Tale trasformazione del resto era già in atto durante la cultura classica grazie alle immaginifiche descrizioni di Erodoto delle terre egizie e persiane, agli esoticismi curiosi descritti da Arriano nell'India o nella satira narrativa di Luciano di Samosata. Ad alimentare questo orientalismo fantastico arrivò anche la Chiesa cattolica e il mondo cavalleresco, rispettivamente con i testi legati al Prete Gianni (mistico sovrano cristiano che nascondeva il suo ricchissimo regno in inaccessibili terre asiatiche) e ai poemi/romanzi cavallereschi con protagonisti Alessandro Magno o paladini carolingi/arturiani persi nelle terre degli infedeli.

Il mito di una terra rigogliosa, ricca, opulenta e di difficile collocazione si radicò facilmente per tutto il medioevo (e oltre) a ogni latitudine, dal paese della Cuccagna di sapore provenzale al paese dei Bengodi descritto da Boccaccio nel Decameron, per poi essere usato come metafora satirica da Sebastian Brant ne La Nave dei folli o come elemento di fascinazione nelle opere di Lope de Rueda nel cinquecento spagnolo.

Proprio il mondo ispanico sarà il principale protagonista di questa folle caccia delle mirabilia asiatiche grazie ai viaggi di Cristoforo Colombo del 1492. Sappiamo che all'inizio gli esploratori e gli intellettuali del XVI secolo credevano di aver trovato la rotta per raggiungere l'Oriente, in particolare il Cipango (Giappone) la terra dove i sovrani abitavano palazzi dai tetti d'oro, passando per l'Occidente. Quando l'Europa sbarcò sulle coste americane fu davvero convinta di essere entrata in contatto con il Giappone e l'India. I meravigliosi paesaggi lussureggianti, i primi contatti pacifici con gli indigeni e i doni ricevuti come offerte di ospitalità alimentarono la convinzione degli spagnoli di essere giunti alle famose isole della Macaronesia (isole dei beati) e quindi nel Regno del Prete Gianni o nel dorato Cipango.

Eldorado El Dorato
Il Lago Parime (Parime Lacus) su una cartina di Hessel Gerritsz (1625). Situata sulla riva occidentale del lago, Manõa o El Dorado. Immagine in pubblico dominio

Il mito di El Dorado nasce quindi con queste istanze, è il frutto di una proteiforme traslazione del repertorio mitico, folclorico e odeporico del mondo europeo in queste nuove terre. In sintesi l'orientalismo coltivato per secoli in Asia viene trapiantato nelle americhe, portando a una nuova distorsione perpetua e locale dei miti europei. Il vello d'oro degli Argonauti, le misteriose amazzoni (guarda caso il Rio delle Amazzoni e la foresta amazzonica derivano dalla mitologia greca e dai nomi usati dall'esploratore Francisco de Orellana), e l'età aurea dell'antichità classica vengono rievocati soavemente nelle nuove Indie, ciò che non era mai stato scoperto dagli europei per tutto il Medioevo ora è alla portata di mano dei coraggiosi hidalgos che con spirito picaresco e cavalleresco si sobbarcano responsabilità e pericoli pur di soddisfare la sete di gloria, ricchezza e per onorare la corona spagnola.

Il libro edito dalla ASEQ Edizioni di Roma e scritto a quattro mani da Antonio Fichera e Maurizio Reina de Jancour ripercorre con sintetica capacità l'architettura mitica de El Dorado, dal pallido vociferare dei soldati spagnoli a mito trainante della conquista delle nuove terre, fino alla codificazione di una vera e propria leggenda aurea amerinda che ingolosì non solo avventurieri e cavalieri ma anche le sfere ecclesiastiche e politiche di Spagna, Portogallo e delle forze interessate alle Americhe. Il saggio inoltre è arricchito da numerose immagini e fotografie, cartine e citazioni d'epoca che rendono la lettura coinvolgente e fruibile a tutti. Tale edizione a mio avviso è il perfetto vandemecum per iniziare uno studio del fenomeno El Dorado e delle sue implicazioni storico-culturali, poiché oltre a tratteggiare una genealogia del mito offre diversi apparati critici di livello: come una lista ben documentata delle principali spedizioni esplorative e militari perpetrate dai paesi coinvolti nella conquista, lista che si connota anche degli sviluppi del dialogo/scontro tra conquistadores e Inca, Maya e Aztechi; si conclude nel tratteggiare le più interessanti scoperte archeologiche (false, probabili e verificate) degli ultimi anni. Inoltre presenta una nutrita bibliografia saggistica delle fonti secondarie poiché delle crónicas ispaniche (fonti primarie, insieme alle epistole di funzionari ispanici e ecclesiastici) gli autori ne discutono ampiamente nei capitoli centrali. Il mito di El Dorado quindi è anche un invito allo studio del mito e del periodo storico, una perfetta introduzione a lavori più di nicchia che possono essere compresi con questa lettura preliminare ma ottima, figlia della collana Antropos.

El Dorado
La copertina del libro Il mito di El Dorado di Antonio Fichera e Maurizio Reina de Jancour per ASEQ Edizioni

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.