The Medici Game

Alla scoperta di Palazzo Pitti con The Medici Game

È uscito recentemente The Medici Game Lite, videogioco ambientato a Palazzo Pitti a Firenze e sviluppato da TuoMuseo per Sillabe Casa Editrice, Galleria degli Uffizi e Opera Laboratori Fiorentini – Civita.

Il gioco costituisce il primo capitolo, accessibile gratuitamente sui dispositivi mobili, del più ampio The Medici Game, disponibile a pagamento su Google Play e App Store in 7 lingue.

https://youtu.be/wyMTwKwJqq4

Il videogioco di avventura e investigazione in 3D unisce alla storia della famiglia Medici e di Palazzo Pitti un intreccio basato su misteri e oscuri complotti: c'è un omicidio da risolvere e, sullo sfondo, due sette in lotta fra loro da secoli per un segreto in grado di conferire grandi poteri.

The Medici Game Lite screenshot
The Medici Game Lite: screenshot dal videogioco

Attraverso la protagonista Caterina, giovane storica dell'arte rimasta invischiata in una storia più grande di lei, il giocatore scopre Palazzo Pitti, la sua storia e i suoi ambienti; interagendo con personaggi e oggetti, si possono risolvere una serie di rompicapo ed enigmi per ogni livello di gioco, come puzzle e giochi di logica con vari gradi di complessità.

Uno dei più difficili è probabilmente quello del comparto segreto con ingranaggi, cui è dedicato un aiuto per la soluzione:

https://www.facebook.com/TheMediciGame/videos/849566028830390/

 

The Medici Game si inserisce nel filone dei videogiochi a tema storico-culturale, sviluppati in collaborazione con musei, amministrazioni e istituzioni culturali ma pensati per andare incontro ai gusti del grande pubblico, anche internazionale, come già avvenuto per Father and Son (Museo Archeologico Nazionale di Napoli), Past for Future (Museo Archeologico Nazionale di Taranto), A Life in Music (Teatro Regio di Parma), tutti prodotti da TuoMuseo.

The Medici Game Lite screenshot
The Medici Game Lite: screenshot dal videogioco

Il videogioco, medium molto diffuso tra le generazioni nate a partire dagli anni '80 (Xennial, Millennial, Generazione Z) si conferma uno strumento molto efficace per avvicinare nuove fasce di pubblico, anche poco propense alla frequentazione di musei e luoghi culturali, e per comunicare la storia e il patrimonio artistico e culturale in modo interattivo e avvincente.

The Medici Game
Screenshot da TuoMuseo Cultural Association

Warburg su Botticelli: la Nascita di Venere e la Primavera

Warburg su Botticelli:  la Nascita di Venere e la Primavera 

La Nascita di Venere e la Primavera sono le emblematiche opere del Rinascimento italiano, tante volte oggetto di vagheggiate interpretazioni ed espressione di una visione estetizzante, che alimentano l’ammirazione nei confronti della loro iconografia e del loro artista, Botticelli. Tra le interpretazioni che si sono susseguite, una di maggior influenza fu quella di Aby Moritz Warburg, grande critico d’arte vissuto tra ‘800 e ‘900. Nel 1889, durante un viaggio a Firenze improntato sullo studio della Cappella Brancacci e sulle innovazioni di Masaccio in confronto al fare arte di Masolino, il giovane Warburg viene attirato dall’arte del Botticelli. In una nota di viaggio egli scrive: “Se è certo che dall’inizio del Quattrocento in poi l’esigenza dominate nella rappresentazione della figura umana fu quella della fedeltà alla natura, è lecito considerare ogni deviazione arbitraria da questa fedeltà come il risultato di desideri insoddisfatti provocati dalla visione del mondo di quel periodo, e rivolti al godimento della vita”; da qui la necessità di fissare una fisionomia storica a siffatte caratteristiche e considerare i prodotti dell’arte come parte della vita di un’epoca. Partendo da queste considerazioni Warburg sceglie di approfondire il tema botticelliano facendone l’argomento della sua tesi di dottorato. Egli ripercorre la genesi artistica e iconografica della Nascita di Venere e della Primavera legandole alle corrispondenti idee della letteratura poetica e delle teorie estetiche, al fine di sottolineare come gli artisti vedessero negli antichi un modello soprattutto nell’ambito del movimento. In questo modo Aby Warburg ne approfitta per sottintendere alla sua opera una polemica e una sfida a quella visione estetizzante, alimentata dall’arte preraffaellita e dall’Art Nouveau,  che il pubblico moderno era portato a vedere.

Sandro Botticelli, La nascita di Venere, tempera su tela (172.5×278.9 cm, 1483-1485), Galleria degli Uffizi. Immagine Google Art Project modificata, in pubblico dominio

La Nascita di Venere (1485) sarebbe direttamente collegata a ciò che Poliziano descrive nella Giostra (1478). Il soggetto è quello della nascita di Venere raccontato nel secondo Inno omerico dedicato alla dea, ripreso da Poliziano nella sua opera e descritto sotto forma di bassorilievo. Sembrerebbe che il Botticelli abbia accolto l’immagine donata dal poeta e ne abbia  realizzato qualcosa di concreto; i capelli mossi dal vento come il manto che la vestirà, la  figura femminile coperta di fiori, i “due zefiri con le gote gonfie”, sono tutte immagini che già Poliziano aveva scritto in versi nella Giostra. Leon Battista Alberti consiglia nel liber de pictura (1435) di realizzare capelli e vesti mossi dal vento di uno Zefiro o di un Austro che soffi tra le nuvole. Pochi anni dopo, Agostino di Duccio dava alla figure nei bassorilievi del Tempio Malatestiano di Rimini (cantiere affidato allo stesso Alberti), un movimento dei capelli e delle vesti così intensificato quasi da diventare manierismo. La matrice non è altro che l’arte classica: l’Ora veduta da tergo presente sul Cratere di Pisa (modello anche di Nicola Pisano e di Donatello), la composizione simile a quella che si può trovare sui sarcofagi romani e le figure delle menadi. Poliziano a sua volta guarda all’elemento artistico classico unendolo a quello poetico: egli trae spunto dalle descrizioni dello stesso soggetto che ne danno Ovidio nelle Metamorfosi e Claudiano nel Ratto  di Proserpina. A ciò si unisce la considerazione tipica degli artisti e poeti rinascimentali secondo i quali per seguire il criterio di classicità, oltre alla mobilità esterna delle figure e delle vesti, si dovesse elevare il trattamento degli accessori, come quella bucolica cintura della figura femminile che corre a coprire le nudità della dea. La Nascita di Venere, secondo Warburg, non sarebbe null’altro che la riproposizione di tutti questi elementi sia letterari che artistici insieme. 

Sandro Botticelli, La Primavera, tempera su tavola (207 x 319 cm, circa 1482), Galleria degli Uffizi. Immagine Google Art Project in pubblico dominio

Un simile percorso viene ricostruito da Warburg anche per la Primavera (1480). L’opera unisce nuovamente elementi provenienti dal mondo letterario e dal mondo artistico. Topos è l’inseguimento erotico tra Flora e Zeffiro, già presente nel Ninfale Fiesolano di Boccaccio, nell’idillio Ambra di Lorenzo de' Medici e raccontato nella Giostra da Poliziano, ma le cui fonti sono i Fasti e le Metamorfosi di Ovidio con il dio Apollo che insegue Dafne. Accanto appare la dea della Primavera che secondo Warburg avrebbe un modello diretto in una statua di  Flora (Pomona) testimoniata dal Vasari a Palazzo Pitti. Sull’altro lato le tre Grazie condotte dall’Ermete che scaccia le nubi, con una sola veste “sciolta e discinta”, sorelle dalle mani giunte: una dà, una riceve e una rende il beneficio. Così le descrisse Seneca nel De Beneficiis (I.3) accompagnate da Mercurio “non quia beneficia ratio commendat vel oratio, sed quia pictori ita visus est” (non perché il linguaggio o la ragione accrescono il valore del beneficio, ma perché così sembrò opportuno al pittore, Omero). Al centro domina la dea Venere signora del bosco-giardino, come in un’Ode di Orazio e simbolo, secondo Lucrezio, della vita della natura che ogni anno si rinnova. 

Aby Moritz Warburg (1866-1929), foto Kunsthistorisches Institut in Florenz, Max-Planck-Institut [1], in pubblico dominio
Nel fare l’analisi della Primavera di Botticelli, per la prima volta Warburg sottolinea una  questione che accrescerà ulteriormente la fortuna dell’opera. Secondo il critico, dietro all’iconografia della Primavera, si celerebbe il ritratto di Simonetta Cattaneo. Nel secondo libro del poema di Poliziano, composto all’incirca nello stesso periodo dell’opera di Botticelli, il poeta fa esplicito riferimento alla morte di Simonetta avvenuta il 26 aprile del 1476. Vasari attesterebbe che Botticelli avesse conosciuto Simonetta dal momento che un ritratto di profilo della donna, realizzato dal pittore, si trovasse nel guardaroba del Duca Cosimo e che "essa fosse l’innamorata di Giuliano de’ Medici fratello di Lorenzo”. Confrontando alcuni ritratti di profilo di Simonetta, soprattutto quello in cui la donna è immaginata come Cleopatra colpita dal morso dell’aspide riportante l’iscrizione “Simonetta Juanuensis Vespuccia”, il volto della Primavera non sarebbe un'idealizzazione ma la riproduzione dei lineamenti di Simonetta. Il legame con la famiglia Medici, probabile committente dell’opera, sarebbe oltretutto attestata dal fatto che lo stesso Lorenzo de’ Medici in quattro sonetti lamenta la scomparsa prematura della donna e l’angoscia della morte che lo strugge.

Botticelli Warburg
Al centro della Primavera di Sandro Botticelli, la figura che per Aby Warburg rappresentava Simonetta Cattaneo. Immagine Web Gallery of Art in pubblico dominio

Ed è qui che Warburg arriva all’interpretazione di quello sguardo serio e di quel gesto ammonitore di Venere, apparentemente incomprensibile in tal idillio. La dea stessa in mezzo alle creature eternamente giovani del suo regno, rivolgendosi allo osservatore, fa propri i versi del Magnifico: 

                                                      Quant’è bella giovinezza

                                                      che si fugge tuttavia!

                                                      Chi vuol essere lieto, sia: 

                                                      di doman non c’è certezza. 


Il Vaso di Fiori Jan van Huysum

“Il Vaso di Fiori” torna a Firenze

“Il Vaso di Fiori” torna a Firenze. Bonisoli: oggi è una giornata storica

Il Vaso di Fiori Jan van HuysumFIRENZE, 19 LUGLIO 2019 – “Il Vaso di Fiori”, opera del pittore fiammingo Jan van Huysum, è tornato a Palazzo Pitti, a Firenze, nel luogo esatto in cui il dipinto si trovava nel luglio di 75 anni fa, prima di essere trafugato dalle truppe tedesche.

A consegnarlo all’Italia è stato il Ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas nel corso della cerimonia di restituzione, che si è svolta questa mattina nella Sala Bianca di Palazzo Pitti, alla presenza del Ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, del Ministro per i Beni e le Attività Culturali, Alberto Bonisoli, del Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, Giovanni Nistri, e del direttore delle Gallerie degli Uffizi, Eike Schmidt.

“Quella odierna è una giornata storica, vince la diplomazia culturale, che negli ultimi tempi con un’accelerazione è riuscita a raggiungere un grande traguardo -  ha affermato il Ministro per i Beni e le Attività Culturali Alberto Bonisoli, nel corso della cerimonia  - abbiamo ottenuto un risultato importante, di cui sono particolarmente orgoglioso, che dimostra la bontà del lavoro avviato in questi mesi, mentre si conferma ancora una volta prezioso il lavoro svolto dai Carabinieri del Nucleo Tutela del Patrimonio culturale. All’inizio del mio mandato, più di un anno fa - ha sottolineato il Ministro - ho deciso di riconvocare il Comitato istituzionale per il recupero e la restituzione delle opere d’arte trafugate, e contestualmente di ampliare la composizione di questo organismo a rappresentanti permanenti del ministero degli Esteri e della Giustizia per una maggiore rappresentatività ed efficacia. Da un lato sono convinto che tutelare il nostro patrimonio culturale significa, anche, condurre una lotta senza quartiere al mercato illegale delle opere d’arte, dall'altro che per riuscirci serve un lavoro di squadra”. “E la restituzione de “ Il Vaso di Fiori” all’Italia e alla città di Firenze - ha continuato - lo dimostra e non solo per il valore simbolico sotteso”. “Oggi - ha ribadito - scriviamo una nuova e importante pagina delle relazioni culturali tra due Paesi fondatori dell’Unione Europea”.

 

Jan van Huysum

(Amsterdam 1682 – 1749)

Vaso di fiori / Vase of Flowers

inv. Palatina 1912, n. 462

Il Vaso di Fiori Jan van Huysum

L’ ARTISTA E L’OPERA

Jan van Huysum, il più celebre pittore di nature morte attivo in Olanda nel primo Settecento (e all’epoca anche il più costoso), raggiunse un livello di precisione mai visto prima nel naturalismo della resa, un aspetto per cui la pittura olandese era ammirata sin dal Quattrocento: si pensi al bicchiere di vetro e al fieno, che paiono veri, nel Trittico Portinari di Hugo van der Goes agli Uffizi (1477-1478). Oltre due secoli più tardi, in questo Vaso di fiori van Huysum mostra un sublime virtuosismo nella descrizione dei particolari, dalle increspature delle ali semitrasparenti degli insetti ai petali delicatissimi e quasi vibranti, che dimostrano come il pittore utilizzasse delle lenti d’ingrandimento per studiare la natura e per dipingerla.

Il Vaso di fiori – soggetto prediletto dell’artista – fu acquistato nel 1824 dal granduca Leopoldo II d’Asburgo-Lorena (1797-1870: scherzosamente soprannominato “Canapone” dai Toscani) per completare la più grande e diversificata collezione di nature morte al mondo, messa insieme a Palazzo Pitti dal suo predecessore Cosimo III de’ Medici (1642-1723). Cosimo III nutriva una particolare passione per la pittura olandese, tanto che nel 1667 si era recato ad Amsterdam per omaggiare l’anziano Rembrandt e acquistare numerosi dipinti da diversi maestri. I granduchi lorenesi che subentrarono ai Medici nel 1737 sin da subito mostrarono di voler continuare ad arricchire le collezioni fiorentine, portando capolavori dalle loro residenze oltremontane e acquistando tante altre opere d’arte per gli Uffizi e Palazzo Pitti sul mercato nazionale e internazionale di allora.

 

IL FURTO E LA RESTITUZIONE

Nel 1940, quando all’inizio della guerra la reggia di Pitti fu evacuata, le opere d’arte (tra le quali il nostro quadro) vennero messe dentro casse di legno e inizialmente portate nella villa medicea di Poggio a Caiano. Nel 1943 furono spostate nella villa Bossi-Pucci a Montagnana (Montespertoli), fino a quando militi dell’esercito tedesco in ritirata le prelevarono insieme ad altre opere e le trasferirono temporaneamente a Castel Giovo (San Leonardo in Passiria), in provincia di Bolzano, per prepararne la definitiva trasferta fuori del confine nazionale attraverso il Brennero. La cassa in cui si trovava il Vaso di Fiori di Palazzo Pitti venne aperta, e nel luglio 1944 un caporalmaggiore, che si era impossessato del quadro, spedì il dipinto come regalo alla moglie a Halle an der Saale, in Germania.

Da questo momento se ne persero le tracce fino al novembre 1989, poche settimane dopo la caduta del muro di Berlino, quando i detentori del dipinto si rivolsero alla Pinacoteca di Stato Bavarese cercando di ottenere informazioni sull’autenticità e sul valore del quadro. Successivamente lo fecero restaurare proprio a Monaco di Baviera. Dal 1991 – anno in cui il Comando Tutela Patrimonio Culturale dell’Arma dei Carabinieri aprì un fascicolo sul caso – la famiglia tedesca ripetutamente cercò di vendere il quadro allo Stato italiano attraverso vari intermediari, minacciando tra l’altro anche di cederlo a terzi o addirittura la sua distruzione se non si fosse pagato un riscatto. Quando nel 2016, dopo una pausa di cinque anni, un nuovo intermediario si rivolse agli Uffizi e ancora una volta avanzò una richiesta di pagamento, la Procura della Repubblica di Firenze aprì un fascicolo per tentata estorsione. Inoltre il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha riconvocato il Comitato Nazionale per le Restituzioni, coinvolgendo anche il Ministero per gli Affari Esteri e le Cooperazioni Internazionali e il Ministero della Giustizia, per avviare un’operazione congiunta di diplomazia culturale.

Dopo 75 anni di assenza dall’Italia, il 19 luglio 2019 il Vaso di Fiori viene restituito dalla Repubblica Federale Tedesca alla Repubblica Italiana in una cerimonia solenne nella Sala Bianca di Palazzo Pitti, in presenza del Ministro per i Beni e le Attività Culturali, dei due Ministri degli Affari Esteri di Italia e Germania, del Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, del Direttore delle Gallerie degli Uffizi e di molte autorità intervenute per celebrare questa storica occasione.

 

Testi e immagini dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali
Ufficio Stampa e Comunicazione e dalla Sala Stampa del Comando TPC 


Firenze: iniziati i lavori in vista della realizzazione del Museo delle Carrozze

FIRENZE - INIZIATI I LAVORI DI SGOMBERO IN VISTA DELLA REALIZZAZIONE DEL MUSEO DELLE CARROZZE

Il Bastione settentrionale di Palazzo Pitti è la grande struttura sotto il teatro del Rondò di Bacco le cui grandi pietre di rivestimento sono state pulite e consolidate solo pochi mesi fa, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale. Al suo interno, si trovano ambienti enormi, coperti a volta, maestosi: sono le ex stalle lorenesi, destinate ad ospitare il futuro Museo delle Carrozze di Palazzo Pitti. Dopo la partenza dei Lorena nel 1859, nel periodo di Firenze capitale, tra il 1865 e il 1870, per le Scuderie Reali fu costruito un edificio nuovo dalle parti di Porta Romana, e gli spazi sotto il Rondò di Bacco diventarono a poco a poco un magazzino di roba inservibile e difficile da eliminare, che si è accumulata al punto da renderne lo smaltimento un’impresa lunghissima ed eroica da parte dei funzionari e degli addetti.
Già adesso che le operazioni sono iniziate da una settimana, tuttavia, si intuisce come questi ambienti maestosi, e le opere che vi saranno esposte, diventeranno un’ulteriore fantastica attrattiva del sistema museale delle Gallerie degli Uffizi.


“Sono spazi bellissimi - dichiara il direttore Eike Schmidt –che offriranno ai visitatori l’opportunità di apprezzare un nuovo straordinario museo dedicato alla collezione di carrozze storiche delle Gallerie, nel quale saranno collocate anche opere d’arte prestigiose collegate all’argomento, come il fastoso Corteo del carro carnevalesco del principe Giovan Battista Borghese per la mascherata del giovedì grasso del 1664 di Johann Paul Schor, acquistato all’ultima Biennale dell’Antiquariato di Palazzo Corsini”.
Alessandra Griffo, curatrice della collezione degli arazzi, degli appartamenti imperiali e reali di Palazzo Pitti, curatrice della pittura del settecento, e responsabile del futuro Museo delle Carrozze è impegnata a guidare questa prima fase, molto complessa, di lavoro: “Qui si trova di tutto – dice – dai reperti strettamente collegati alle carrozze ai materiali dismessi del teatro del Rondò di Bacco che visse il suo momento di prestigio nel panorama cittadino tra il 1975 e i primi anni ‘80, dai materiali accumulati anche da chi abitava negli appartamenti afferenti al complesso di Pitti ai reperti lapidei, la cui natura ed origine sono ancora incerte, e che verranno ora spostati in ambienti più idonei per la loro conservazione e catalogazione”.
Una volta conclusi i lavori di ristrutturazione e restauro che si prevede possano durare un paio di anni, l’ingresso al nuovo museo sarà da piazza Carlo Levi, la piazzetta, a sinistra del Rondò di Bacco guardando il Palazzo, dedicata, la scorsa primavera, al pittore e autore di “Cristo si è fermato ad Eboli”, scritto proprio in una casa prospiciente Piazza Pitti e pubblicato nel 1945.
Le Scuderie di Palazzo furono realizzate verso la fine del ‘700 dai Granduchi della casata Asburgo-Lorena che volevano una serie di ambienti adatti ad ospitare le carrozze della casa granducale ed i relativi cavalli, per i quali furono approntati degli eleganti stalli che già da soli riescono ad evocare i fasti raggiunti dall’equitazione Lorenese.

Firenze, 24 ottobre 2018

fonte dati:
Opera Laboratori Fiorentini – Civita

Come da MiBAC, Redattore Renzo De Simone.


Firenze, Eike Schmidt: "Ecco come trasformerò il Corridoio Vasariano"

"Ecco come trasformerò il Corridoio Vasariano."
Il Direttore delle Gallerie degli Uffizi, Eike Schmidt, sul progetto di trasformazione del Corridoio Vasariano.

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Vorrei rispondere ad alcune obiezioni che sono state sollevate, sia in rete sia sui giornali, riguardo al progetto di aprire il Corridoio Vasariano a un più vasto pubblico, e al conseguente riassetto delle collezioni.
Capisco che tutto quello che riguarda gli Uffizi e, più in generale, la città di Firenze, stia al cuore di molti, di tutti quelli che amano la cultura. Questo mi fa sentire onorato di occupare un posto così centrale ma anche comprendo la responsabilità di cui sono investito, e per questo desidero un colloquio franco ed aperto con coloro che mi si presentano come interlocutori, ma anche e soprattutto con tutti i cittadini e con tutto il pubblico che visita o si accinge a visitare le Gallerie degli Uffizi in futuro.
A causa di contratti stipulati in passato, e sui quali non posso intervenire a causa di obblighi legali, finora il Corridoio Vasariano è stato accessibile prevalentemente tramite tour operators e compagnie di viaggio, a prezzi che vanno dai 45 euro in su a persona. Inoltre i tempi d’attesa sono molto lunghi, talvolta di alcune settimane; e il pubblico che telefona per le prenotazione negli spazi di tempo annualmente lasciati liberi per accessi diretti spesso trova tutto già occupato.
Il mio intento è quello di eliminare i privilegi e offrire la possibilità (si badi bene, non l’obbligo) di passare attraverso il Corridoio Vasariano arrivando infine a Palazzo Pitti, con un biglietto separato da quello degli Uffizi e adeguato ai normali prezzi di accesso ai musei.
Quanto al problema di ombrelli e zaini da riprendere al guardaroba, mi pare che un avvertimento prima dell’acquisto del biglietto possa essere sufficiente a permettere una scelta a chi desideri vivere un’esperienza tanto speciale. Affrontare i rischi di esporsi alle intemperie per ritornare agli Uffizi a riprendersi le proprie cose, oppure rinunciare? In quel caso sarà l’interesse delle persone a determinare la scelta.
A coloro che sono preoccupati del traffico delle persone o del calpestio sul pavimento, che è identico a quello delle Gallerie, rispondo che possono tranquillizzarsi: nel lasso di tempo necessario a percorrere il Corridoio, lungo circa un chilometro, l’impatto dovuto al peso delle persone non sarà mai concentrato in un solo punto come invece accade, per esempio, nella Sala di Botticelli della Galleria degli Uffizi, dove i gruppi si affollano e stazionano a lungo.
Quanto al timore di spostare dalla sua collocazione una collezione specifica come quella degli autoritratti, vorrei sottolineare che si tratta di una scelta moderna. La collezione iniziata dal cardinal Leopoldo dei Medici fu storicamente esposta all’interno degli Uffizi, nella famosa ‘Sala dei pittori’ (oggi sala numero 35, dedicata a Michelangelo); dopo lo smantellamento ottocentesco, solo nel 1973 Luciano Berti la allestì nel Corridoio Vasariano. Quella attuale, dunque, non è una sede storica. Gli Uffizi invece sì.
Inoltre, nei tre quarti d’ora oggi dedicati al percorso guidato, la visita avviene pressoché di corsa e non c’è la possibilità di soffermarsi, se non soltanto su alcuni capolavori. Ebbene, quelle stesse opere - sia i capolavori, sia altri autoritratti meno noti - si potranno in futuro ammirare con calma nelle sale delle Gallerie degli Uffizi che selezioneremo in seguito a una revisione dei percorsi.
Dirò di più: le condizioni climatiche del Corridoio Vasariano sono tutt’altro che ideali per ospitare dei dipinti su tela e su tavola. L’ambiente, totalmente esposto su tutti i lati e dotato di una copertura in incannucciato, è freddissimo d’inverno e molto caldo d’estate per via dell’esposizione ai venti e poi dell’irraggiamento solare. Per giunta, l’ipotesi di costruire un sistema di climatizzazione attiva ad aria forzata per creare le condizioni adeguate ad esporre quel tipo di opere è impraticabile perché inciderebbe in maniera aggressiva sull’architettura storica.
Nella revisione dei percorsi espositivi e in considerazione degli aspetti microclimatici dovuti alla stessa logistica del Corridoio Vasariano, quando i lavori verranno completati e dopo le opportune verifiche vi saranno esposte altre classi di materiali, che per loro natura non sono così delicate dal punto di vista climatico. Tra quelli vanno soprattutto menzionati gli affreschi staccati dall’esterno del Corridoio Vasariano stesso, che da decenni giacciono nei depositi. Opere dunque, che hanno una precisa connessione storica con l’ambiente in cui verranno esposte.
Inoltre verranno rivisti anche alcuni degli arredi: per esempio si sostituiranno le attuali plafoniere anni ’70 per ottenere un’illuminazione migliore, ma anche esteticamente più gradevole e adatta all’ambiente. Insomma, alla fine della profonda modifica, il Corridoio Vasariano a tutto somiglierà tranne che a un’autostrada. Ma soprattutto da percorso del principe diventerà un percorso privilegiato sì, con una irripetibile vista sulla città, sulle colline e sul fiume, ma finalmente e veramente verrà aperto al pubblico, secondo lo spirito dell’eredità di Anna Maria Luisa dei Medici che lasciò alla città: “quello che è per ornamento dello Stato, per utilità del pubblico e per attirare la curiosità dei Forestieri”.
Eike D. Schmidt
Direttore delle Gallerie degli Uffizi
Firenze, 7 Marzo 2016
Fonte dati:
GALLERIE DEGLI UFFIZI

Documentazione: Comunicato
Come da MiBACT, Redattore Renzo De Simone
Interno del Corridoio Vasariano, foto di Diomidis Spinellis, da WikipediaCC BY-SA 4.0.


Baby Pit Stop: da oggi anche a Palazzo Pitti

Baby Pit Stop: da oggi anche a Palazzo Pitti
Una sosta per l’allattamento dei piccoli o per il cambio dei pannolini

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Dopo l’inaugurazione dello scorso dicembre agli Uffizi, da oggi anche i bagni del complesso museale di Palazzo Pitti ospitano due spazi riservati dove è possibile effettuare la sosta sia per l’allattamento dei piccoli (o l’utilizzo dei biberon), sia per il cambio dei pannolini, sempre in un ambiente tranquillo. Individuabili esternamente grazie a un doppio logo ben visibile, sono infatti a disposizione due fasciatoi e comode poltroncine, necessari per offrire un utile comfort alle famiglie.

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Anniversario dell’Elettrice a Firenze

Anniversario dell’Elettrice: ingresso gratuito alle Cappelle Medicee

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Anche quest’anno il 18 febbraio sarà celebrato l’anniversario della morte dell’Elettrice Palatina – ultima discendente del ramo granducale della dinastia Medici – avvenuta a Firenze il 18 febbraio 1743. Per l’occasione il Museo delle Cappelle Medicee resterà aperto dalle 8.15 alle 13.50 con ingresso gratuito e alle ore 11 è programmata la deposizione dell’omaggio floreale alla tomba dell’Elettrice Palatina da parte del Corteo Storico della Repubblica Fiorentina che muoverà dal Palagio di Parte Guelfa alle 10.45. Prevista la presenza di alcune delle principali Autorità cittadine.

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