Avviato un progetto di restauro per il cavallo scoperto da Maiuri

I resti scheletrici di un cavallo ritrovati nel 1938 da Amedeo Maiuri in un ambiente a sud di via dell’Abbondanza ora saranno sottoposti a restauro e valorizzazione a cura del Parco archeologico di Pompei. Lo scheletro dell’animale, un esemplare alto 1 metro e 34 al garrese, si suppone fosse impiegato per il trasporto delle merci e fu ritrovato in quella che si presuppone essere una stalla.

https://www.youtube.com/watch?v=5EnrBBo3ma4

La struttura di forma quadrata era in muratura, forse una mangiatoia con i resti che a mano a mano emergevano da sotto lo strato di lapillo: il cranio, poi il collo, poi la colonna vertebrale e ancora altre ossa del corpo oltre a residui organici identificati come paglia.

Come in uso, Maiuri lasciò in loco i resti scheletrici dell’equide rimettendo in piedi il cavallo su una struttura in metallo e coprendolo con una tettoia, ma l’abbandono e il degrado finirono per danneggiare la struttura e gli stessi reperti ossei che cominciarono ad ossidarsi e a cambiare colore. Per questo motivo il Parco archeologico di Pompei ha dato avvio ad una campagna di restauro con un nuovo progetto che punterà alla tutela e alla valorizzazione dello stesso.

cavallo Amedeo Maiuri
Foto cavallo 1941-1942 - archivio fotografico del Parco archeologico di Pompei

Come primo procedimento si è effettuato un rilievo 3D così da avere un modello digitalizzato, successivamente verranno smontate le varie parti e assemblate in posizione scientificamente corretta con materiali nuovi e in grado di assicurarne anche le necessarie condizioni di tutela.

Inoltre sarà predisposto un modellino del cavallo in 3D così da poter essere toccato da persone ipovedenti per fare comprendere anche grazie alla scrittura in braille la storia, lo scavo e il restauro dell’animale.

cavallo Amedeo Maiuri
Cavallo di Maiuri. Foto: Parco archeologico di Pompei

Si tratta di un intervento multidisciplinare, che vede all'opera i restauratori in primis e gli archeologi, costantemente affiancati in ogni fase degli interventi da un archeozoologo al fine di condurre un adeguato studio scientifico del cavallo, non affrontato all’epoca del Maiuri, che sarà in grado di fornire ulteriori e importanti informazioni sul tipo di animali che venivano utilizzati a Pompei e sulle loro caratteristiche. - sottolinea il Direttore del Parco Gabriel ZuchtriegelIl progetto di valorizzazione del reperto nel suo nuovo allestimento lo renderà, inoltre, fruibile a tutti i visitatori, nell'ottica della massima accessibilità e inclusività, anche relativamente alla conoscenza delle attività di restauro del Parco”.

https://www.youtube.com/watch?v=oEXu8RT2iCI


Su Focus tre speciali su Pompei accompagnati da Laura Pepe

Laura Pepe è docente di diritto greco all'Università di Milano, scrittrice, saggista,  ma anche apprezzata divulgatrice in tv grazie a molti speciali dedicati proprio al mondo antico. E proprio su Focus, la rete tematica Mediaset dedicata alla divulgazione e diretta da Marco Costa sono previste tre puntate speciali dedicate a Pompei e in onda il 6, 13 e 20 dicembre.

Si comincia con "Rivivere Pompei: il rito del cibo all'ombra del Vesuvio" in onda il 6 e il 13 dicembre alle ore 21.15 dove la prof.ssa Laura Pepe condurrà i telespettatori a scoprire una giornata tipo di un antico pompeiano attraverso il rito del cibo. Dal risveglio in una casa patrizia, tra rumori e frastuoni di una giornata che comincia con il rito della colazione e del ricevimento dei clientes alle ore scandite poi dalle varie attività tra negotium e otium, con due momenti assolutamente irrinunciabili anche per gli antichi romani: il prandium, il pranzo, spesso frugale, che avveniva sempre fuori casa e la cena, fatta di numerose portate pensate e impiattate per stupire gli ospiti e ingolosire anche i palati più raffinati e difficili.

Laura Pepe
Rivivere Pompei: il rito del cibo all'ombra del Vesuvio. Si ringrazia Laura Pepe per la foto

Ma il viaggio continua, e se con il rito del cibo la narrazione si interrompe al tramonto del sole, la puntata speciale che andrà in onda il 20 dicembre dal titolo "Pompei di notte", metterà in luce aspetti inediti e affascinanti del sito nelle ore della sera.

Abbiamo chiesto alla prof.ssa Laura Pepe di anticiparci qualche curiosità su questo ciclo di episodi che andranno in onda su Focus.

Laura Pepe
Rivivere Pompei: il rito del cibo all'ombra del Vesuvio. Si ringrazia Laura Pepe per la foto

Tre episodi speciali su Pompei in onda il 6, 13 e 20 dicembre su Focus. Quale il tema di questa nuova serie?

Ho pensato di parlare della vita quotidiana, ma certo non è questa la novità quando si parla di Pompei. Per questo ho scelto un filo conduttore ben preciso. Nei primi due speciali, nel seguire diacronicamente la giornata di un pompeiano, mi occupo in particolare di cibo – il menù della colazione, del pranzo e della cena, il cibo da comperare al mercato, da consumare ogni giorno, da presentare nei grandi banchetti -; non mancano incursioni nei momenti che precedevano o seguivano la consumazione di un pasto: l’ora del risveglio, il ritiro dei tovaglioli puliti e delle vesti da indossare al banchetto presso la fullonica, l’immancabile sosta alle terme, l’organizzazione della cucina.

La terza puntata cercherà invece di ricostruire una notte a Pompei, e più in generale nel mondo romano. Una vera sfida, perché non esistono studi specifici su questo tema. Le domande che mi sono posta sono apparentemente banali, ma non immediate: come ci si muoveva nelle strade immerse nell’oscurità? Chi si aggirava per quelle strade, e per quale ragione? Quali rischi si potevano correre all’esterno oppure all’interno delle abitazioni di notte?

Dall’università alla divulgazione scientifica in tv. La pandemia ha cambiato le nostre priorità anche nei percorsi di studio e di interesse. Secondo lei si può ancora parlare ai giovani del fascino del mondo antico?

Certamente sì, anche perché a mio parere il mondo antico non ha mai smesso di affascinare. Tutto sta nel farlo in modo interessante, suscitando la curiosità per un passato che in fondo ci appartiene. Bisogna però evitare di appiattire il passato sul presente: è invece opportuno sottolineare le diversità, la complessità, non rinunciare a un linguaggio tecnico. Nei miei documentari io non evito le parole latine: al contrario le uso e le spiego. E chissà che qualche giovane in procinto di scegliere il suo personale percorso di studi non decida di intraprendere una carriera che lo porti proprio al mondo antico.

Proprio per questo penso che la divulgazione sia il naturale proseguimento dell’attività di ricerca e di insegnamento all’università: che senso ha riservare a pochi un sapere interessante, quando potrebbero essere in molti a giovarsene? Naturalmente i linguaggi e i tecnicismi sono differenti, ma tutto sta nel veicolare contenuti con parole adeguate al pubblico che ascolta.

Laura Pepe
Rivivere Pompei: il rito del cibo all'ombra del Vesuvio. Si ringrazia Laura Pepe per la foto

Il sito di Pompei è stato spesso al centro dei suoi interessi divulgativi in tv. Cosa l’affascina maggiormente di questa città?

Pompei è una macchina del tempo che ha sigillato il passato e che per questo ci parla di vita vera, quotidiana. Certo, lo fanno anche le fonti letterarie: ma la visione che ci offrono è sempre personale, e per questo parziale. Pompei – insieme agli altri siti sepolti dall’eruzione del Vesuvio nel 79, si intende – offre invece una panoramica molto più ampia, che talora smentisce, o almeno ridimensiona, ciò che gli autori antichi (rappresentanti per lo più dell’élite) ci raccontano; oppure aggiunge particolari sui quali le fonti di tradizione manoscritta non si soffermano.

Laura Pepe
Pompei di notte. Si ringrazia Laura Pepe per la foto

Già dalla prima puntata andata in onda il 6 dicembre si è avvalsa della collaborazione di archeologi e di altri esperti. Di quali aspetti della vita antica si sono occupati?

Io sono una storica dell’antichità, non un’archeologa; è stato dunque indispensabile ricorrere all’aiuto delle mie colleghe archeologhe Luciana Jacobelli (la scelta delle location è sua, e sono sue molte delle idee e dei dettagli trattati nelle puntate) e Luana Toniolo (che conosce bene, tra l’altro, le vicende relative agli scavi del thermopolium della regio V). Ed è stato importante coinvolgere altri specialisti che nel loro percorso di ricerca hanno approfondito singoli aspetti che a mio avviso era giusto e importante rendere noti al grande pubblico.

Penso a Gena Iodice, l’archeocuoca: una chef laureata in storia romana che ha contribuito nella ricostruzione filologica di due piatti antichi e ha spiegato le difficoltà che un cuoco deve affrontare nella preparazione di una ricetta in cui non sono indicate le quantità degli ingredienti. Penso alla prof. Iole Fargnoli, che in molti suoi contributi scientifici si è occupata proprio di problemi giuridici legati al cibo e all’alimentazione; o ancora al prof. Francesco Maria Galassi, un paleopatologo che ha studiato le conseguenze della cattiva o eccessiva alimentazione nelle popolazioni antiche, e in particolare dei Romani.

Laura Pepe
Pompei di notte. Si ringrazia per la foto Laura Pepe

Pompei. Dalla Casa della Biblioteca emergono numerosi reperti

Pompei. Dalla Casa della Biblioteca emergono numerosi reperti

Divisa tra due Regiones, la VI e la VII, l’Insula Occidentalis di Pompei costituisce una delle zone residenziali più esclusive della città antica. L’area è posta al limite occidentale di Pompei con affaccio scenografico sul Golfo di Napoli e a partire dal II secolo a.C. ha avuto un progressivo inurbamento grazie alla costruzione delle cosiddette “ville urbane” disposte al di sopra delle mura urbiche e provviste di terrazze con ampio panorama.

Dopo la deduzione della colonia da parte di Silla nell'80 a.C., le abitazioni esistenti si espansero ulteriormente con una serie di terrazze degradanti sul mare che man mano vennero ad appoggiarsi sulle mura della città, ormai non più funzionali al loro ruolo di difesa da attacchi esterni. I complessi residenziali, tra i più belli della città, furono messi in luce sin dai primi scavi effettuati dai Borbone e la loro complessa articolazione giustifica anche il termine utilizzato per indicarli nella loro definizione di “ville urbane”.

https://www.classicult.it/insula-occidentalis-avviato-il-cantiere-di-messa-in-sicurezza/

In questi mesi si sta lavorando alla messa in sicurezza dell’Insula Occidentalis e in particolar modo i lavori si stanno concentrando nella Casa della Biblioteca, nella Casa del Bracciale d’oro, nella Casa di Fabio Rufo e nella Casa di Castricio.

Dalla Casa della Biblioteca, una delle abitazioni più rappresentative del clima sereno di otium che contraddistingueva queste abitazioni, stanno emergendo, dallo scavo archeologico, numerose novità e anche reperti attribuibili alle ultime fasi di vita dell’abitazione.

Casa della Biblioteca
Insula Occidentalis, Casa della Biblioteca. Foto: Parco Archeologico di Pompei

Un disco di pietra lavorato che formava la base di un mortaio e un vaso di bronzo o di rame, un’olla, tutti testimoni dei lavori che dovevano essere in corso nel complesso edilizio. L’abitazione, infatti, presenta diverse problematiche dovute ai numerosi terremoti che precedettero l’eruzione del 79 d.C. compresi il grande terremoto del 62 d.C. e lo sciame sismico che con molta probabilità precedette il disastroso evento calamitoso.

In epoca moderna non mancò un ulteriore disastro, ricordiamo infatti che durante la seconda guerra mondiale Pompei fu bombardata e diversi furono gli edifici colpiti dalle oltre cento bombe che caddero sulla città e due di queste colpirono anche la Casa della Biblioteca.

Casa della Biblioteca
Insula Occidentalis, Casa della Biblioteca. Foto: Parco Archeologico di Pompei

Il disco di pietra, circolare e dalla superficie levigata, conserva ancora un piccolo cumulo di frammenti di pasta vitrea pronti per la molitura necessaria alla produzione del cosiddetto “Blu Egizio”, un pigmento di colore blu/azzurro utilizzato per dipingere.

L’olla in rame, invece, trovata nella parte opposta della soglia dell’apertura che metteva in comunicazione un vasto ambiente voltato con la terrazza affacciata sul Golfo di Napoli, al suo interno reca ancora un piccolo crogiuolo di ferro che probabilmente era utilizzato per la cottura degli ossidi nel processo di produzione dei pigmenti. Entrambi i reperti sono stati portati presso i Laboratori del Parco per procedere alle analisi dei contenuti.

Casa della Biblioteca
Insula Occidentalis, Casa della Biblioteca. Foto: Alessandra Randazzo

Il nome di Casa della Biblioteca fu data dallo studioso Volker Michael Strocka che identificò con la funzione appunto di “biblioteca” uno degli ambienti interni che reca ancora oggi uno splendido affresco raffigurante un personaggio con capo coronato da edera e recante con sé gli strumenti per le composizioni poetiche: un volumen, la lyra e una capsa per i libri. Il poeta è probabilmente Filosseno di Citera, autore di ditirambi in greco e vissuto nella seconda metà del V secolo a.C.


Nuovi itinerari di visita a Pompei. Riapre la Casa del Larario di Achille

Nuove opportunità di visita al Parco Archeologico di Pompei. Dal 3 dicembre 2021 sarà fruibile la Casa del Larario di Achille grazie all’estensione del percorso senza barriere architettoniche “Pompei per tutti”.

Casa del Larario di Achille
Casa del Larario di Achille. Foto: Parco Archeologico di Pompei

Oltre 3 km di percorso, dall’ingresso di Piazza Anfiteatro a Porta Marina passeggiando lungo le arterie principali della città con accesso ai più significativi edifici e domus. Il percorso consentirà a chiunque, persone con difficoltà motorie, genitori con passeggino ma anche a tutti i visitatori che prediligono un itinerario più confortevole, di visitare l’area archeologica nella maniera più completa e agevole possibile. L’itinerario, realizzato nell’ambito del Grande Progetto Pompei, risponde alle esigenze, tante volte sollecitate da un’ampia fetta di utenti del sito, circa un accesso agevole all’area archeologica di Pompei in grado di mettere tutti nella condizione di fruire di questo patrimonio universale unico, nella maniera più completa possibile e non limitando la visita alle sole aree prossime agli ingressi.

Casa del Larario di Achille
Casa del Larario di Achille. Foto: Parco Archeologico di Pompei

La domus del Larario di Achille, che si trova lungo via dell’Abbondanza, è stata interessata negli ultimi anni da una serie di interventi di manutenzione e restauro a cura del personale Ales. Raffinata e ricca e la decorazione pittorica con molti e colti richiami letterari.

La casa deve il suo nome alla decorazione in stucco di un ambiente presso l’atrio, forse un sacello domestico con scene legate al ciclo troiano. La scelta di questo determinato tema per la decorazione della domus rimanda ad alcuni affreschi della Casa del Criptoportico con medesime scene, forse una precisa volontà da parte dei proprietari di esaltare le proprie origini ricollegandole al mito di Roma e alla sua storia.

Casa del Larario di Achille
Casa del Larario di Achille. Foto: Parco Archeologico di Pompei

Un grande impegno decorativo è stato riservato anche agli ambienti affacciati sul loggiato prospiciente il giardino con raffinate pitture che richiamano il culto di Venere. Uno degli ambienti noto come “Sala degli Elefanti” mostra sulle pareti i resti di una megalografia con giganteschi elefanti guidati da Amorini che usavano come redini rami di mirto, pianta sacra non a caso a Venere. Il soggetto è da interpretare come allegoria della potenza della divinità.

Casa del Larario di Achille
Casa del Larario di Achille. Foto: Parco Archeologico di Pompei

Inoltre, nell’ambito del Protocollo Campania tra le mani. Itinerari inclusivi nei luoghi d’arte, coordinato dal Servizio di Ateneo per le Attività degli studenti con Disabilità dell’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa, a cui aderiscono numerose istituzioni dei beni culturali campane e le maggiori associazioni delle persone con disabilità, sono previste due visite guidate per il mese di dicembre per persone con disabilità sensoriale, a partire dal 1 dicembre a cura di funzionari del Parco, assisti da personale specializzato.

Per info e prenotazioni:  tel 081.2522371 – [email protected]


Terme Stabiane di Pompei. Importanti novità dalla campagna scavi 2021

Il progetto Terme Stabiane nasce dalla collaborazione tra la Freie Universität di Berlino, l'Università di Oxford e l'Università degli Studi di Napoli L'Orientale; la quarta campagna di ricerche si è da poco conclusa con interessanti novità che ampliano le informazioni recuperate già tra il 2016 e il 2018 in cui gli archeologi hanno dimostrato che il complesso fu costruito soltanto dopo il 130/125 a. C. nel rispetto degli standard tipici dell’architettura termale romana.
Tre grandi fasi di ristrutturazione hanno interessato il complesso termale: dopo l'80 a.C. quando la città divenne colonia romana dopo l'assalto di Silla, nel periodo augusteo I secolo a.C. - I secolo d.C. circa e ancora dopo il terremoto del 62 d.C. che importanti danni causò a Pompei.
Terme Stabiane. Foto: Parco archeologico di Pompei
Queste ristrutturazioni seguono un ammodernamento tecnologico che determinò anche una diversa articolazione architettonica e decorativa.
Terme Stabiane
Terme Stabiane. Foto: Parco archeologico di Pompei
Come nasce il progetto da cui prende avvio l’indagine presso il complesso termale, quali gli obiettivi e come è stato diviso il lavoro fra le università?

Dal 2015, il nostro progetto si occupa della storia, lo sviluppo, la tecnologia, il programma balneare, la funzione sociale e il contesto urbano delle Terme Repubblicane e Stabiane.

Più precisamente per le Terme Stabiane: Due architetti tedeschi eseguirono scavi e indagini nelle Terme Stabiane, Heinrich Sulze negli anni '30 e '40 e Hans Eschebach negli anni '70 del secolo scorso. Eschebach pubblicò due libri nel 1970 e nel 1979, in cui pubblicò un modello di sviluppo delle Terme Stabiane che è ancora oggi ritenuto un punto di riferimento. Secondo lui nell’area ci sarebbero stati numerosi resti arcaici, soprattutto le fortificazioni (mura e fossa) della cosiddetta Altstadt. Nel V secolo a.C. sarebbe stata costruita una palestra con bagno greco che fu successivamente trasformata in Terme romane nel II secolo a.C.

Questo modello di sviluppo ci è sembrato discutibile sia per ragioni tipologiche che storiche; per esempio, dal 1979 sono noti numerosi bagni greci che non sono compatibili con la ricostruzione di Eschebach e si datano dal IV secolo a. C. in poi, non dal V. Pertanto, nel 2016 abbiamo iniziato a scoprire di nuovo e ampliare i saggi quasi inediti di Sulze e Eschebach per investigare due questioni centrali: l'esistenza della fortificazione della Altstadt e la datazione e la pianta del primo stabilimento balneare. Abbiamo già ampiamente risposto a entrambe le domande e pubblicato i risultati in due articoli nel 2019 e 2020. Non abbiamo trovato nessuna traccia dell’epoca arcaica, né della fortificazione, né di altre strutture. Non abbiamo nemmeno trovato resti di un bagno greco con una palestra dal V al III secolo a.C. Invece, il primo complesso di bagni fu costruito come un tipico bagno romano dopo il 125 a.C., allora al tempo della Pompei Sannitica tardo-ellenistica. Gli scavi e un nuovo studio dell'architettura e delle decorazioni hanno mostrato che si possono distinguere 4 fasi principali per le terme. Dopo la loro costruzione, le terme furono ricostruite e modernizzate dopo l'80 a.C., nel primo periodo imperiale e dopo il terremoto del 62 d.C.

Ma rimangono diverse questioni importanti che volevamo chiarire nella campagna di 2021 (30 agosto – 10 ottobre).

1) La progettazione del muro occidentale della palestra nella fase 1 delle terme: com'era il confine occidentale dei bagni nella prima fase. C'era una serie di nicchie in quel settore delle terme.

2) La datazione e lo sviluppo della casa a ovest delle terme, che fu integrata nelle terme solo dopo il terremoto del 62 d.C. e trasformata nel complesso con natatio (piscina) e ninfei laterali (fontane riccamente decorate) visibili oggi. Abbiamo trovato i resti di una casa che Sulze ed Eschebach avevano parzialmente scavato e ricostruito. Ma la datazione e la pianta della casa restano da verificare.

3) Lo sviluppo dei dispositivi per il riscaldamento e la gestione dell'acqua nell’ambiente VIII: Abbiamo già scavato in diverse aree dell'ala di servizio, ma lo sviluppo esatto e la funzione di una stanza centrale devono ancora essere esplorati; questa e la stanza VIII o cosiddetto cortile di legno.

La Freie Universität e l'Università di Oxford hanno collaborato fin dall'inizio del progetto; Mark Robinson (Oxford), come specialista in archeologia bio-ambientale (bio-environmental archaeology, archeologia preistorica e ambientale), ha lavorato principalmente sulle prime fasi (età del bronzo, età del ferro) e sui resti organici.

Dal 2021, c'è anche una cooperazione con l’Università degli Studi di Napoli L'Orientale, Marco Giglio (specialista per Pompeii, soprattutto case dell’epoca ellenistica e romana).

Nell'ultima campagna, per gli scavi, Robinson si è concentrato sulla Palestra (dove ha già scavato nel 2016 e nel 2018) e Giglio sulla casa sotto l'ala ovest delle terme e sui locali di servizio delle terme.

Ci sono altre cooperazioni (per questa campagna; c’erano altre per campagne passate):

Architettura e decorazione: Dr. Clemens Brünenberg (Technische Universität Darmstadt); Prof. Dr. Jens-Arne Dickmann (Universität Freiburg); Dr. Domenico Esposito (Istituto Archeologico Germanico di Berlino); Prof. Dr. Martin Kim (Hochschule Mannheim)

Numismatica: Dr. Giacomo Pardini (Università di Salerno)

Reperti/ceramica: Dr. Antonio Ferrandes, Alessandra Pegurri (Sapienza Università di Roma)

Terme Stabiane
Terme Stabiane. Foto: Parco archeologico di Pompei

Rispetto agli altri complessi termali presenti a Pompei, quali sono le peculiarità delle Terme Stabiane? Quali le caratteristiche strutturali, di novità nel corso delle varie fasi edilizie e di ristrutturazione?

Le Terme Stabiane sono le uniche terme di Pompei che sono state utilizzate dal II secolo a.C. al 79 d.C. e sono state continuamente modernizzate. Le Terme Repubblicane furono utilizzate solo dal 150-30/25 a.C. circa; le altre terme pubbliche furono costruite solo dopo l'80 a.C. o anche più tardi.

Anche al di fuori di Pompei non esiste un solo complesso termale con questo periodo di utilizzo, praticamente dall'inizio dello sviluppo delle tipiche terme romane fino alla formazione dello standard che fu poi vincolante per tutto l'impero romano in tutto il periodo imperiale. Le Terme Stabiane forniscono quindi un'opportunità unica per studiare lo sviluppo della cultura balneare romana nella fase formativa dal II secolo a.C. al I secolo d.C. Si possono distinguere 4 fasi principali per le terme. Dopo la loro costruzione, le terme furono ricostruite e modernizzate dopo l'80 a.C., nel primo periodo imperiale e dopo il terremoto del 62 d.C.

Mentre le Terme Repubblicane erano probabilmente di proprietà privata, le Terme Stabiane furono certamente costruite, gestite e ripetutamente ricostruite dalle autorità pubbliche. Anche dopo la costruzione delle Terme del Foro dopo l'80 a.C., le Terme Stabiane rimasero il complesso balneare più importante e più grande, che inoltre offriva sempre due sezioni separate per uomini e donne (le Terme del Foro avevano solo una sezione per gli uomini quando furono costruite).

Allego uno mio articolo in lingua inglese sulle terme delle città vesuviane, che apparirà in un Oxford Handbook su Pompei nel 2022. In esso, si spera che il significato delle Terme Stabiane sia ancora una volta più chiaro di quanto brevemente delineato qui.

Terme Stabiane
Terme Stabiane. Foto: Parco archeologico di Pompei

Quali risultati hanno portato le precedenti campagne di scavo rispetto anche al dato archeologico già noto?

Vedi sopra: Non abbiamo trovato nessuna traccia dell’epoca arcaica, né della fortificazione, né di altre strutture. Non abbiamo nemmeno trovato resti di un bagno greco con una palestra dal V al III secolo a.C. Invece, il primo complesso di bagni fu costruito come un tipico bagno romano dopo il 125 a.C., allora al tempo della Pompei Sannitica tardo-ellenistica. Gli scavi e un nuovo studio dell'architettura e delle decorazioni hanno mostrato che si possono distinguere 4 fasi principali per le terme. Dopo la loro costruzione, le terme furono ricostruite e modernizzate dopo l'80 a.C., nel primo periodo imperiale e dopo il terremoto del 62 d.C.

Per le Terme Repubblicane: costruzione verso 150 a. C.; una grande fase di ricostruzione nel I s. a. C.; abbandonate come terme verso 30/25 a. C.

Terme Stabiane
Terme Stabiane. Foto: Parco archeologico di Pompei

È possibile avere già informazioni sulla campagna di scavo 2021 ed eventuali elementi di novità?

Sono stati raggiunti i seguenti risultati (preliminari):

Nell'angolo sud-ovest della palestra, è stata trovata un grande ambiente rotondo con un diametro di circa 8 m, che serviva molto probabilmente come bagno di sudore/sauna (laconicum) nella prima fase delle terme. Vi si accedeva da nord-ovest e veniva riscaldato da un dispositivo (ad esempio un braciere o una caldaia) che si trovava su un grande podio rotondo posto al centro. Il laconicum era delimitato da un corridoio e presumibilmente da una palestra rettangolare con portici su 2-3 lati (nord, est e forse sud). Il ritrovamento è molto importante perché il laconicum non era stato toccato e identificato negli scavi precedenti (1940, 1970) e testimonia la fusione creativa di diversi concetti culturali e funzionali: una palestra "di tipo greco" con un grande laconicum per gli uomini, e un nuovo edificio balneare pubblico "di tipo romano" con sezioni separate per donne e uomini. Il laconicum fu presumibilmente distrutto dopo l'80 a.C. quando due duumviri della nuova colonia romana costruirono un nuovo laconicum (più alla moda) e un destrictarium (sala massaggi/oliatura) e rimodellarono la palestra e i portici. Un grande canale di drenaggio costruito nel periodo augusteo è stato trovato al confine orientale della trincea, che corre da nord a sud. Un secondo grande canale, che va da nord-ovest a sud-est e che taglia proprio la metà settentrionale dell'ex laconicum, fu costruito dopo il 62 d.C. per drenare la nuova grande piscina per gli uomini. Una grande fossa circolare fu scavata tra il 62 e il 79 d.C. nella metà occidentale dell'ex laconicum per estrarre la cenere di pozzolana che serviva per fare il cemento.

Nell’ ambiente VIII delle terme, sono state scoperte diverse installazioni di servizio che possono essere assegnate alle due ultime fasi delle terme. Quando il calidarium degli uomini fu dotato di un'abside a ovest e di un labrum (vasca) con acqua fredda corrente nella fase 3, furono costruite due scale negli angoli sud-ovest e sud-est della stanza VIII. Entrambe permettevano di servire le nuove installazioni sperimentali in superficie e sotterranee. Un canale che correva da est a ovest a nord delle scale drenava l'acqua del praefurnium (forno). Questo canale fu sostituito da un secondo molto più grande più a nord dopo il terremoto del 62 d.C. Lo scavo della sezione di servizio è stato completato e molto arricchito dal lavoro degli speleologi Mauro Palumbo, Mario Cristiano e Marco Ruocco che hanno indagato e documentato completamente per la prima volta tutti i canali d'acqua accessibili, le cisterne e il sistema di ipocausto delle terme. Inaspettatamente, un recipiente con 24 monete e un accumulo di piccoli balsamari (bottiglie per unguenti e profumi) è stato trovato vicino alla scala sud-est. I balsamari possono derivare da attività rituali svolte nella stanza di servizio (che una volta includeva un larario dipinto ormai perduto) o possono essere stati scartati qui dopo l'uso nelle stanze da bagno.

La casa che coesistette con le terme fino al 62 d.C. è stata esplorata scavando la palestra, cinque negozi delle terme (tabernae 2, 4, 54, 60, 61), e due corridoi (59, H’). Sono stati trovati diversi muri rasi al suolo e diversi pavimenti che appartenevano ad almeno otto stanze confinate (diversi cubicula, un vestibolo e altre stanze) e due grandi spazi (forse un atrio e un peristilio). I pavimenti includono esempi di alta qualità di mosaici decorati in opus tessellatum e pavimenti in opus signinum (cemento) negli ambienti chiusi e lithostrota (pavimenti decorativi fatti con piccole pietre irregolari di vari colori) nei grandi spazi. Mentre una data precisa può essere determinata solo sulla base della valutazione completa dei reperti diagnostici, i confronti tipologici dei pavimenti suggeriscono una datazione nel I secolo a.C. Le monete trovate nei riempimenti che servivano a sollevare i pavimenti per le tabernae delle terme possono essere datate al 64 d.C. e confermano che la casa fu distrutta e abbandonata dopo il terremoto del 62 d.C. La casa doveva essere una delle residenze più ricche di Pompei, il che è evidente dalla sua posizione prominente, dalle dimensioni (circa 900 m2), dai ricchi pavimenti e dalla presenza di una grande cantina sotto la sua parte nord.

Terme Stabiane
Terme Stabiane. Foto: Parco archeologico di Pompei

Lo scavo si è arricchito della presenza di speleologi. Quale la loro funzione e i risultati delle loro indagini?

Gli speleologi hanno esaminato tutte le fogne (canali di drenaggio) accessibili e il sistema d’ipocausto sotto gli ambienti delle donne e li hanno documentati in modo completo per la prima volta. Questo ha portato a numerose nuove scoperte sulla fattura e il corso delle fogne, sulle riparazioni, sugli incroci, ecc. Nel sistema dell'ipocausto è stato scoperto un bollo precedentemente sconosciuto e un'apertura (di riscaldamento?) altrettanto sconosciuta; il sistema con pilastri di diversa fattura e differenze di altezza può ora essere completamente ricostruito per la prima volta.

La ricerca speleologica è di enorme importanza per la questione dello sviluppo tecnologico delle terme e degli standard tecnici.

Ci saranno future campagne di scavo? E se si, quali nuovi obiettivi pensate di conseguire?

L'esplorazione della casa sotto le Terme Stabiane si è rivelata molto più rivelatrice e riuscita del previsto. Soprattutto le parti della casa scavate nel 2021 sono molto ben conservate e permettono conclusioni di vasta portata. Ma mancano ancora informazioni su aree centrali della casa che non siamo stati in grado di indagare finora: Atrio (impluvium), peristilio, situazione d'ingresso. Pertanto, almeno un'altra campagna è necessaria e auspicabile per indagare queste aree centrali della casa e possibilmente ricostruire l'intera planimetria.

Anche la questione di come veniva usato questo spazio prima della costruzione della casa è ancora irrisolta. Speriamo di poter chiarire questa questione centrale dal punto di vista urbanistico con altri saggi al centro della casa.

Terme Stabiane
Terme Stabiane. Foto: Parco archeologico di Pompei

 

 


intercettare pubblico cultura

BMTA: intercettare il nuovo pubblico della Cultura

Paestum, BMTA - Intercettare il nuovo pubblico della Cultura: è giovane, frequenta i social, ama i video e le tecnologie immersive.

Alla BMTA i risultati dei rapporti sulle opportunità del post-pandemia per un «new normal» e il confronto tra i direttori dei Musei del Sud.

E intanto si torna a viaggiare in Italia. Premio “Paestum Mario Napoli” ai prestigiosi tour operator che hanno trasformato l’attività di outgoing in incoming.

intercettare pubblico cultura
BMTA: conferenza sul rilancio dei Beni Culturali

C’è un nuovo pubblico della Cultura e va intercettato, perché il “vecchio Museo” va in pensione e poiché gli sforzi dedicati alla comunicazione durante il lockdown hanno migliorato le performance, da ora occorre farne tesoro perché anche le aspettative del pubblico sono cambiate.

La cultura delle nuove generazioni è il tema del rapporto dell’Associazione Civita, presentato in occasione della BMTA, dal Segretario Generale dell’Associazione Simonetta Giordani, ed edito in collaborazione con Marsilio.

Il rapporto risponde a tre domande principali: quali sono le opportunità offerte dalla trasformazione digitale; quali gli scenari che si configurano oggi con la nuova fruizione culturale e turistica; quali sono le priorità strategiche dei nuovi operatori culturali?

Le risposte vengono date partendo da tre prospettive: quella dei Musei o dei Beni culturali in generale che puntano a un aumento della pianificazione, della specializzazione da parte dei professionisti e degli investimenti, oltre che a un maggiore stimolo dell’esperienza.

Dalla prospettiva degli utenti parte un crescente trend di fruizione che si allarga ai siti, ai social media, alle piattaforme web; apprezzati sono soprattutto i video, le foto, i webinar e i tour virtuali, con grande curiosità verso le tecnologie immersive.

Infine le imprese sono quelle che guardano al “gaming”, VR, AR e MR, computer vision per contenuti personalizzati.

Il rapporto, definito “Next Generation Culture: tecnologie digitali e linguaggi immersivi per nuovi pubblici della cultura”, fa riferimento al rifiuto dell’autoreferenzialità degli operatori pubblici e alla scarsa attitudine alla sperimentazione. Una possibilità, invece, è la creazione di network tra musei e centri di ricerca, oltre alla condivisione con le comunità.

“Turismo archeologico e giovani insight e policy per un «new normal» è, poi, la ricerca presentata dal team guidato da Maria Teresa Cuomo, Associato di Politiche e gestione dei beni culturali al Dipartimento di Scienze Economiche e Statistiche dell’Università degli Studi di Salerno. Nello studio, che ha l’obiettivo di indagare le condizioni di rilancio del turismo archeologico/culturale e definire l’impatto dei social media nella comunicazione del patrimonio artistico-culturale dei territori, si sottolinea che “è necessario valorizzare i profili emergenti con attività di comunicazione customizzate per articolare alternative proposte di valore (ludico-educative) e utilizzare in maniera appropriata i social media per creare «legami autentici» con i visitatori, ad integrazione della formazione tradizionale”.

La necessità di investire nella formazione e di rendere i musei dei luoghi su misura per il territorio di appartenenza sono le direttive lungo le quali devono muoversi le azioni messe in campo nel post Covid. Se ne è discusso sempre nell’incontro “I beni culturali e il turismo culturale dopo la pandemia”, moderato dal Direttore Responsabile de “Il Mattino” Federico Monga.

“I musei di prossimità devono sentirsi al centro delle proprie comunità ed è necessario coinvolgere il più possibile i cittadini”, ha spiegato Maura Picciau, Direttore Servizio II “Sistema Museale Nazionale”, Direzione Generale Musei del MiC, che si è soffermata sull’opportunità che “il sistema di autonomia sia trasferito a tutti, anche alle Soprintendenze”. “Gli scavi archeologici proseguono producendo esiti – ha aggiunto Picciau – e io spero che ci siano degli atti di intesa che consentano che il patrimonio sia esposto negli spazi museali e non rimanga in deposito”.

Sul tema delle competenze e delle professioni nei musei nel post pandemia si è invece soffermata Alessandra Vittorini, Direttore Fondazione Scuola dei Beni e delle Attività Culturali, che si è collegata in diretta streaming.

“Le competenze sono in grado di produrre progetti e trasformarli in azione – ha sottolineato Vittorini – Sono necessarie una serie di figure e, soprattutto, la formazione del personale per cogliere diverse opportunità tra cui quella del digitale”.

Come sottolineato, inoltre, da Rosanna Romano, Direttore Generale per le Politiche Culturali e il Turismo Regione Campania, “un sistema di tutela e di sostegno ha accompagnato la programmazione della Regione Campania, che ha creduto in manifestazioni come la Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico, mostrando lungimiranza e capacità di riprogrammare”. Rosanna Romano ha, poi aggiunto: “Continueremo a pianificare interventi sul sistema di mostre, utilizzando anche la tecnologia che prima ci ha permesso di effettuare visite virtuali e poi di godere del nostro patrimonio da vicino”.

In linea con quanto emerso dai rapporti, per Paolo GiulieriniDirettore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, “il passo nuovo per i Musei è creare offerte esperienziali, con l’interazione per i visitatori e con il digitale”, mentre l’interazione tra grandi e piccoli attrattori è “un indirizzo ineludibile a cui del resto la Regione Campania lavora da anni”. Un momento difficile ma di grande cambiamenti che erano già in atto ma che sono stati accelerati dalla pandemia che ci ha spinto a puntare ancor di più su innovazione e digitale”, ha evidenziato Gabriel Zuchtriegel, Direttore Generale del Parco Archeologico di Pompei che, ha spiegato, sta puntando molto sull’integrazione e la sinergia della comunità locale, perché “senza la comunità locale nessun Museo può funzionare”. “Iniziative come la BMTA e l’incontro di oggi sono l’occasione per riflettere e fare rete tra operatori per migliorare i nostri servizi”, ha commentato Fabio Pagano, Direttore Parco Archeologico dei Campi Flegrei “Una rete – ha aggiunto - che deve allargarsi ai privati in una logica di complicità reciproca pubblico-privato”.

BMTA: premiazioni nell'incontro ArcheoIncoming

Accanto all’enorme sofferenza creata anche nel turismo, la pandemia si è trasformata, almeno per questo settore, in una nuova possibilità di mercato: quello della domanda di prossimità. È quanto emerso oggi nel corso dell’incontro “ArcheoIncoming: dall’Outgoing all’Incoming del Turismo Archeologico per una Domanda di Prossimità” dalle testimonianze dei tre tour operator specialisti insigniti del Premio “Paestum Mario Napoli”Enrico Ducrot Viaggi dell’Elefante; Willy Fassio Il Tucano Viaggi Ricerca; Maurizio Levi I Viaggi di Maurizio Levi.

Da sempre specializzati in viaggi internazionali importanti, con il Covid ci siamo concentrati sull’Italia, sia in itinerari archeologici generali che sui siti cosiddetti ‘minori’, sposando come fatto da altri tour operator la causa Italia - ha raccontato Willy Fassio - Nella proposta generale sono risultate molto ricercate proprio le destinazioni dell’Italia minore, ma c’è da annotare che gli italiani per i viaggi di prossimità sono più propensi a organizzarsi in proprio che a rivolgersi a noi. Comunque continueremo in questo tipo di offerta perché non vogliamo disperdere quanto creato e poi questo Premio ricevuto è motivante a spingere ancor di più sui viaggi archeologici”.

“Promuovere le destinazioni culturali italiane è stata una scommessa per noi e un investimento che ci interessa molto portare avanti vista la risposta avuta in questo anno, specie per Puglia, Sicilia e Campania, risultate le regione più attrattive, anche se non c’è cosa più difficile che vendere il proprio Paese ai propri cittadini – ha raccontato Enrico Ducrot – Non basta più la cultura facile, scontata, ma c’è bisogno di offrire un rapporto umano con la cultura, di dare le emozioni del viaggio”.

Premiato anche Piergianni Addis, fondatore di Kel12 Tour Operator.

 “Dopo un periodo durissimo per il settore turismo è giunto il momento di sfruttare le situazioni favorevoli scaturite dall’emergenza - ha sottolineato Ignazio Abrignani, Presidente Osservatorio Parlamentare per il Turismo - Abbiamo a disposizione risorse economiche che non avevamo prima e abbiamo la possibilità di ripensare all’offerta turistica di tutti, dai tour operator agli stabilimenti balneari: credo molto nella creatività dei nostri imprenditori che, forti di un patrimonio primo al mondo, sapranno ripensare ad una strategia complessiva per attrarre viaggiatori nelle nostre eccellenze”.

“Il grande pilastro dell’economia italiana, che è il turismo, sarà il settore che ripartirà davvero per ultimo - ha evidenziato Sandro Pappalardo, Consigliere di Amministrazione ENIT - Le premesse sono buone, ma l’estate piena non basta a risollevare il comparto. Solo se pubblico e privati si uniscono in una nuova strategia e saremo bravi tutti insieme, Stato, Regioni e attori privati, a promozionare e rilanciare la destinazione Italia”.

A delineare le possibili strade da intraprendere Alberto Corti, Responsabile Settore Turismo Confcommercio: “Dobbiamo concentrarci su strategie che puntano inevitabilmente sulle esperienze del turismo: il successo di una destinazione sta nel riuscire a raccontare l’esperienza che racchiude e renderla vivibile appieno, soprattutto se parliamo di una destinazione archeologica. La parte digitale è fondamentale, anche se molto dipende poi dal segmento di domanda”.

“Da qui oggi parte un segnale di grande speranza per una filiera messa duramente alla prova - ha evidenziato Vittorio Messina, Presidente Assoturismo Confesercenti - ma l’unica strategia che davvero ci può riportare ai livelli pre-pandemia è riportare flussi turistici in Italia: va bene anche la domanda di prossimità ma dobbiamo essere pronti ai nastri di partenza quando torneranno turisti stranieri per recuperare prima possibile i punti percentuali persi”.

La BMTA è promossa da Regione CampaniaCittà di Capaccio Paestum e Parco Archeologico di Paestum e Velia ed è ideata e organizzata dalla Leader srl.

100 tra conferenze e incontri in 5 sale in contemporanea, 400 tra moderatori e relatori, 150 espositori (ben 18 Regioni, il Ministero della Cultura con 500 mq e i prestigiosi Parchi e Musei autonomi) da 15 Paesi, 35 buyer tra europei e nazionali, oltre ad ArcheoVirtual (Mostra Internazionale di Archeologia Virtuale con 10 produzioni), ArcheoExperience (i Laboratori di Archeologia Sperimentale) e ArcheoStartup (14 imprese giovanili del turismo culturale). Questi i numeri della XXIII Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico, fino a domenica 28 novembre a Paestum, nella location definitiva del Tabacchificio Cafasso.

 

Per l’accesso al Tabacchificio è richiesto il Green pass (che certifica la guarigione, la vaccinazione o un tampone effettuato nelle ultime 48 ore) il controllo della temperatura e l’utilizzo della mascherina.  Coloro che provengono da Paesi Extra UE dovranno presentare un certificato di vaccinazione in lingua inglese, che confermi l’effettuazione e il tipo di vaccino approvato da EMA. Per i visitatori della BMTA, all’esterno del Tabacchificio sarà allestito un servizio di test rapidi antigenici al costo di euro 5,00 euro grazie ai Centri Verrengia, partner sanitario della BMTA.

Per il programma della BMTA 2021: www.bmta.it

Testo e foto dall'Ufficio Stampa della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico.


Civita Giuliana. Nuova luce sulla vita quotidiana della villa romana

Nuove importanti scoperte dagli scavi della villa di Civita Giuliana dove gli archeologi hanno liberato dalle ceneri un nuovo ambiente ribattezzato per alcune peculiarità “la stanza degli schiavi”.

https://www.youtube.com/watch?v=WHtaqatg2Tw

L’importante ritrovamento nella villa di Civita, che si inserisce in un quadro già molto ricco di informazioni e scoperte come i cavalli bardati da cui è stato possibile trarre il calco, affreschi, il carro decorato ecc… restituisce oggi uno spaccato spesso raro della quotidianità degli schiavi. Figure di cui quasi mai si conosce l'identità, ignorate ma fondamentali per il mantenimento di una domus o di una villa, uomini, donne e bambini che mandavano avanti le attività pratiche nella gestione domestica e rustica delle abitazioni dei signori. E grazie ancora una volta alla tecnica dei calchi di Giuseppe Fiorelli molti oggetti, fragili e deperibili, hanno ripreso vita e forma restituendo come in questo caso, letti, corde e tessuti.

Stanza degli schiavi, Civita Giuliana
Stanza degli schiavi, Civita Giuliana. Foto: Ministero della Cultura

Il luogo del rinvenimento non è lontano dal portico della villa di Civita, dove già nel gennaio 2021 era emerso dagli strati archeologici il bel carro cerimoniale attualmente in restauro. Lì un ambiente, modesto, probabilmente un alloggio della servitù che si occupava della pars rustica dell’edificio e della manutenzione e preparazione del carro. Il ritrovamento consta anche di tre brandine in legno, una cassa lignea con oggetti in metallo e in tessuto, forse pertinenti ai finimenti dei cavalli. Appoggiato su una brandina, inoltre, è stato trovato il timone di un carro a cui è stato fatto il calco.

Stanza degli schiavi, Civita Giuliana
Stanza degli schiavi, Civita Giuliana. Foto: Ministero della Cultura

I letti, molto semplici, erano composti da poche assi di legno lavorate molto sommariamente e assemblate a seconda dell’altezza di chi poi si sdraiava. Due hanno una lunghezza di circa 1,70 m, l’altra misura appena 1,40 m per cui si è ipotizzato potesse accompagnare il riposo di un fanciullo. Le reti erano di corda, le cui impronte sono parzialmente leggibili nella cinerite e al di sopra delle quali furono messe coperte in tessuto anch’esse straordinariamente conservate come cavità nel terreno e hanno potuto prendere forza grazie alla colatura del gesso.

Stanza degli schiavi, Civita Giuliana
Stanza degli schiavi, Civita Giuliana. Foto: Ministero della Cultura

Pochi gli oggetti personali di chi stanziava nell’ambiente: anfore, brocche, materiale vario in ceramica ma anche stanza adibita a ripostiglio come dimostra un gruppo di otto anfore stipate in un angolo.

Il suburbio dell’antica città di Pompei era popolato da numerosi complessi insediativi sparsi sul territorio che rispondevano ad esigenze sia di carattere produttivo (fattorie destinate alla produzione di vino ed olio) che residenziale o stagionale per il soggiorno temporaneo del proprietario.

Stanza degli schiavi, Civita Giuliana
Stanza degli schiavi, Civita Giuliana. Foto: Ministero della Cultura

L’attività di tutela svolta dalla Soprintendenza Archeologica di Pompei ed ora dal Parco Archeologico di Pompei ha consentito di delineare un quadro alquanto complesso ed articolato, con l’individuazione di varie “ville”, poste nel territorio di competenza.

L’attuale campagna di scavo, in località Civita Giuliana, area a circa 700 m a nord-ovest delle mura dell’antica Pompei, oltre a confermare tali dati, ha messo in luce il settore produttivo – servile di un’ampia villa già, in parte, indagata agli inizi del ‘900 e l’ area (sud e sud-ovest della struttura) destinata ad uso agricolo.

Stanza degli schiavi, Civita Giuliana
Stanza degli schiavi, Civita Giuliana. Foto: Ministero della Cultura

“Si tratta di una finestra nella realtà precaria di persone che appaiono raramente nelle fonti storiche, scritte quasi esclusivamente da uomini appartenenti all’élite, e che per questo rischiano di rimanere invisibili nei grandi racconti storici”, dichiara il Direttore Generale, Gabriel Zuchtriegel. “È un caso in cui l’archeologia ci aiuta a scoprire una parte del mondo antico che conosciamo poco, ma che è estremamente importante. Quello che colpisce è l’angustia e la precarietà di cui parla questo ambiente, una via di mezzo tra dormitorio e ripostiglio di appena 16 mq, che possiamo ora ricostruire grazie alle condizioni eccezionali di conservazione create dall’eruzione del 79 d.C. È sicuramente una delle scoperte più emozionanti nella mia vita da archeologo, anche senza la presenza di grandi ‘tesori’: il tesoro vero è l’esperienza umana, in questo caso dei più deboli della società antica, di cui questo ambiente fornisce una testimonianza unica”.

Stanza degli schiavi, Civita Giuliana
Stanza degli schiavi, Civita Giuliana. Foto: Ministero della Cultura

“Ancora una volta uno scavo nato dall’esigenza di tutela e salvaguardia del patrimonio archeologico, in questo caso grazie ad una proficua collaborazione con la procura di Torre Annunziata, ci permette di aggiungere un ulteriore tassello alla conoscenza del mondo antico”, dichiara Massimo Osanna, Direttore Generale dei Musei sotto la cui direzione al Parco archeologico di Pompei sono stati avviate nel 2017 le attività di scavo. “Lo studio di questo ambiente, che sarà arricchito dai risultati delle analisi in corso, ci permetterà di acquisire nuovi interessanti dati sulle condizioni abitative e di vita dagli schiavi a Pompei e nel mondo romano".

Stanza degli schiavi, Civita Giuliana
Stanza degli schiavi, Civita Giuliana. Foto: Ministero della Cultura

Pompei green. Il parco archeologico valorizza le biodiversità

Pompei è, senza dubbio, il più importante sito archeologico del mondo ma la città antica è anche al centro di un territorio che, proprio come l’ager antico, comprende le necropoli, le ville rustiche, aree di sosta e di svago, terreni agricoli.

Intorno ai 66 ettari della città antica, infatti, il Parco archeologico di Pompei comprende altri 50 ettari di archeologia, di natura. Pompei è green e tanti sono i progetti in via di sviluppo.

Pompei green
Pompei green. Villa dei Misteri. Foto: Alessandra Randazzo

Paolo Mighetto è uno dei Funzionari del Parco che da quasi due anni si occupa di questo patrimonio sia come direttore dei lavori della manutenzione del verde sia come responsabile dell’area extramoenia.

Il visitatore che viene a Pompei scopre le meraviglie della città antica, il suo contesto urbano, ma spesso non avverte la presenza di un “secondo Patrimonio” a margine di quello, se non forse percorrendo la Via dei Sepolcri per raggiungere Villa dei Misteri. Di cosa si tratta?

Il secondo patrimonio di Pompei, se vogliamo chiamarlo così, è quello paesaggistico e della biodiversità. In realtà non si tratta di altro rispetto al patrimonio archeologico ma, semmai, di un attributo del patrimonio archeologico che contribuisce a formare un contesto unico al mondo, estremamente fragile ma ricco di energia e vitalità, capace di cambiare e rigenerarsi continuamente, da proteggere attivamente e valorizzare in tutti i suoi aspetti e potenzialità.

È un patrimonio costituito dalla corona verde che circonda la città antica al di fuori del perimetro delle mura ma anche formato dalle aree verdi interne al sito archeologico con i giardini storici e storicizzati - cioè quelli più recenti basati sui dati archeologici e quelli che invece raccontano del gusto paesaggistico delle varie epoche, dalla riscoperta del sito all’attualità-, con i vigneti che occupano oltre un ettaro delle aree verdi della città antica, soprattutto negli isolati intorno all’Anfiteatro e la Palestra Grande, con l’orto botanico della Regio VIII e il vivaio della regio VI, con l’infrastruttura verde percorsa ogni giorno dai visitatori del sito e che collega i tre ingressi al Parco archeologico, da Porta Marina a Porta Esedra a porta Anfiteatro: sono in tutto 110 ettari di cui circa 60 occupati dalla città antica e 50 dalla corona verde che si estende in extramoenia o, potremmo dire, nell’ager pompeiano.

Pompei green
Pompei green, vista Vesuvio. Foto: Alessandra Randazzo

Il Viale delle Ginestre, la Pineta Grande, il vallone dell’Insula Meridionalis e la necropoli di porta Nocera: questo percorso verde lo abbiamo ben presente e percorrendolo ogni giorno vediamo quanto la manutenzione che avete messo in campo in questi anni, molto efficiente ed efficace pur con le difficoltà indotte dai cambiamenti climatici di questi anni, consenta non solo di apprezzare in modo ancora più gradevole il fascino delle rovine ma anche di avere la sensazione di entrare in un mondo parallelo, consentimelo, dove il verde è il filtro che separa la nostra quotidianità dall’atemporalità delle rovine. La restante parte di quella che hai chiamato “corona verde”, tuttavia, non è proprio conosciuta dai visitatori di Pompei e almeno in questi ultimi anni non è apprezzata e nemmeno fruita.

Pompei green
Pompei green. Foto: Alessandra Randazzo

È vero, il visitatore di Pompei ha modo di apprezzare, forse anche inconsapevolmente, quello che Amedeo Maiuri chiamò il Parco arborato di circumvallazione per lasosta di riposo e di verde alle molte comitive che visitano Pompei a scopo di escursione istruttiva o ricreativa, realizzato a partire dalla fine degli anni Quaranta del Novecento con la liberazione dei cumuli di scavo dell’Insula Meridionalis, la formazione del Viale delle Ginestre e della Pineta Grande e la traslazione verso meridione della strada nazionale delle Calabrie.

è pur vero, però, che chi viene oggi a Pompei per la prima volta non conosce l’esistenza di un’altra Pompei esterna alle mura perché purtroppo, anche a causa dei cantieri di restauro di questi ultimi anni, quello che alla fine degli anni Novanta era stato pensato e organizzato da Annamaria Ciarallo, Ernesto de Carolis e Piergiovanni Guzzo come un vero e proprio circuito pedonale e ciclabile di circa 3 chilometri all’esterno delle mura della città antica e in gran parte sopraelevato sui cumuli al margine degli scavi borbonici, di grande valenza paesaggistica, è andato progressivamente degradandosi e perdendosi.

E’ solo dal 2019 che, riattivando una corretta e continuativa manutenzione del verde, è stato possibile riscoprire e recuperare molte delle aree esterne, in alcuni casi avviando una vera e propria bonifica dalla vegetazione infestante che si era impadronita dei luoghi. E’ un’azione che tuttavia è ancora lontana dal dirsi conclusa e che si è anche dovuta confrontare, come bene hai ricordato, con il dramma dei cambiamenti climatici di questi nostri tempi.

Anche per il verde di Pompei i segni del dramma sono fenomeni atmosferici di inusuale intensità e con venti che investono con inaudita violenza alberi e arbusti, è il mix di caldo e umido che determina una crescita anomala delle erbe, soprattutto nei mesi estivi, sono gli attacchi parassitari particolarmente intensi a carico di alcune specie come i pini.

Pompei green
Pompei green, extramoenia. Foto: Alessandra Randazzo

Proprio i pini sono stati la specie che più ha patito per questo stato di cose e tutti possono vedere il diradamento della Pineta Grande causato dall’abbattimento degli alberi morti: moltissimi esemplari, sia quelli più giovani sia quelli più maturi anche di 100-120 anni delle passeggiate estrameniane, hanno rivelato infatti una estrema fragilità con forti attacchi parassitari che hanno determinato la morte e il conseguente necessario abbattimento di decine e decine di esemplari causando un grave depauperamento del patrimonio arboreo del parco.

Per fortuna, dal maggio di quest’anno e dopo alcune sperimentazioni, è stato possibile mettere in atto una procedura massiva contro le diverse patologie del genere Pinus e in particolare contro i parassiti Matsucoccus feytaud e Tomicus piniperda basandosi sull’endoterapia. In buona sostanza abbiamo “vaccinato” i nostri pini e oggi, ad alcuni mesi di distanza, stiamo verificando e monitorando i risultati ottenuti, peraltro estremamente positivi e che si stanno dimostrando una vera e propria cura salvavita per centinaia di meravigliosi alberi.

Ma torniamo alla corona verde di Pompei perché questa non è fatta solo di percorsi paesaggistici da recuperare alla fruizione ma è anche caratterizzata da aree agricole date in concessione, da aree che erano agricole e da decenni non sono state più curate, da aree già utilizzate per il pascolo di capre e pecore, da frutteti o coltivazioni di fiori, da un vero e proprio patrimonio della biodiversità abitato da una ricca fauna selvatica; questo patrimonio costituisce un vero e proprio baluardo naturale alla cementificazione selvaggia del territorio circostante e solo con una gestione innovativa frutto di un mix di buone pratiche multidisciplinari potrà non solo conservarsi e svilupparsi ma anche diventare una risorsa di economia etica e sociale.

Pompei green
Pompei green. Il ritorno dell'orchidea autunnale nella pineta del Parco Archeologico. Foto: Alessandra Randazzo

State pensando di riaprire al pubblico anche queste aree?

Riaprire alla fruizione del pubblico le aree in extramoenia significherà offrire una visita integrata e alternativa a quella di Pompei, dove trovare percorsi immersi nel verde e nell’archeologia delle necropoli e delle ville rustiche, aree di sosta, aree agricole, dove fare ecoturismo e turismo rurale con il vantaggio, peraltro, di alleggerire il carico antropico dei turisti sulla città antica, stimolare una permanenza più lunga nel territorio contrastando il turismo mordi e fuggi, stimolare la conoscenza –e quindi la protezione- della biodiversità.

Per arrivare a questo risultato il Parco ha avviato -grazie alla grande professionalità delle maestranze e delle imprese che lavorano alla manutenzione del verde, Re.AM. e Vivai Barretta, e grazie all’ausilio del giardiniere d’arte Maurizio Bartolini e dell’agronoma Rosa Verde- un’opera di bonifica di aree verdi che l’abbandono aveva fatto quasi dimenticare e tra quelle già oggi visibili c’è l’area a ridosso dell’Insula Occidentalis e della via dei sepolcri dove il pendio affacciato sulla vista unica e straordinaria del Golfo di Napoli ospita oltre 200 albicocchi e decine di altre piante da frutta che presto si potrà godere anche come area di sosta e svago per il pubblico.

Pompei green
Pompei green, Praedia di Julia Felix. Foto: Alessandra Randazzo

Lungo le mura della città antica, dall’Anfiteatro a Porta Sarno, si è sostituita la vegetazione che era ormai deperita e deprivata di qualunque valenza paesaggistica con la scelta altamente suggestiva di formare un viale di cipressi alternati a siepi miste informali di corbezzolo e lentischio, così da generare una cortina verde che già adesso valorizza la visione delle mura e del vallo della città antica reinterpretando la suggestione paesaggistica della messa a dimora di cipressi lungo le necropoli alla fine dell’Ottocento.

Tra gli altri interventi, poi, è ormai prossimo un programma di rimboschimento di alcuni appezzamenti che consentirà addirittura di raddoppiare in pochi anni il patrimonio arboreo del Parco, ridurre le emissioni di gas serra e stimolare la realizzazione di una filiera del sottobosco. Il completamento e l’aggiornamento del censimento del patrimonio arboreo e arbustivo del verde di Pompei, completato nei mesi scorsi, rappresenta poi uno strumento prezioso e agile di conoscenza, di gestione e di progetto.

Direi che è una nuova stagione per Pompei, dove il verde, la natura, il paesaggio e la biodiversità ne sono protagonisti; una nuova stagione in cui i Visitatori seguono con entusiasmo i progressi che mettiamo in campo e si appassionano con noi, per esempio, con la fioritura spontanea, dopo anni e anni, di una piccola e splendida orchidea autunnale che dimostra la salute dei terreni e del verde in generale e per la quale si è scatenata in questi giorni una vera e propria caccia al tesoro grazie ai post pubblicati sui social del Parco.

https://www.youtube.com/watch?v=mhQ6LeQWius


Torna a Pompei la XXII edizione della Vendemmia

Torna la vendemmia al Parco Archeologico di Pompei nella Casa del Triclinio all’aperto. Per l’occasione visitatori e stampa potranno assistere al consueto taglio delle uve coltivate nei vigneti delle antiche abitazioni dei pompeiani e dal quale si ricava il prestigioso vino Villa dei Misteri.

Vendemmia Pompei
Vendemmia Pompei. Foto: Umberto Cesino per Parco Archeologico di Pompei

La coltivazione delle uve e la produzione di vino fanno parte di un progetto scientifico già consolidato negli anni e avviato a partire dagli anni ’90 nell’ambito degli studi di ricerca botanica applicata all’archeologia da parte del Laboratorio di Ricerche Applicate del Parco Archeologico di Pompei a cui poi ha fatto seguito la collaborazione con l’Azienda Vinicola Mastroberardino.

Vendemmia Pompei
Vendemmia Pompei. Foto: Umberto Cesino per Parco Archeologico di Pompei

Il progetto iniziale riguardava dapprima un’area limitata degli scavi, per poi ampliarsi e giungere oggi a interessare 15 aree a vigneto ubicate tutte nelle Regiones I e II dell’antica Pompei (tra cui Foro Boario, casa del Triclinio estivo, Domus della Nave Europa, Caupona del Gladiatore, Caupona di Eusino, l’Orto dei Fuggiaschi, ecc.) per un’estensione totale di circa un ettaro e mezzo e per una resa potenziale di circa 40 quintali per ettaro.

Vendemmia Pompei
Vendemmia Pompei. Foto: Umberto Cesino per Parco Archeologico di Pompei

La produzione del vino Villa dei Misteri rappresenta un modo davvero unico di pubblicizzare ulteriormente il sito di Pompei e farlo conoscere anche come luogo di produzione e prosecuzione di un’arte antica ampiamente raccontata anche dalle fonti classiche e dallo stesso Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia.

Dice il comandante della flotta del Miseno morto durante l'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. che la bontà dei vini prodotti a Pompei era cosa nota e questi raggiungevano il massimo del pregio nell’arco dei 10 anni, anche se risultavano particolarmente pesanti tanto da procurare terribili mal di testa per ore. Una tipologia di vite, denominata Murgentina perché proveniente dalla città di Morgantina in Sicilia, fu trapiantata a Pompei e da lì in poi ebbe uno sviluppo tale da mutare addirittura il nome in Pompeiana.

Altra varietà di vite, denominata Holconia e poi diffusa anche in Etruria, prendeva il nome da un’importante famiglia, quella degli Holconi, celebri viticoltori di origine pompeiana  vissuti in età augustea. Anche la fortuna di un’altra celebre famiglia pompeiana, gli Eumachi, dipendeva in buona parte dalla coltivazione della vite oltre che dell’olivo.

Vendemmia Pompei
Vendemmia Pompei. Foto: Umberto Cesino per Parco Archeologico di Pompei

Il Villa dei Misteri è frutto  dell’uvaggio storico di Piedirosso e Sciascinoso cui si è aggiunto, a partire dal millesimo 2011, l'importante contributo dell'Aglianico, vitigno simbolo della della Campania, testimone millenario della viticoltura di origine ellenica e tra le varietà più adatte alla produzione di grandi rossi da lungo invecchiamento. Risale al 2007 l’ampliamento del progetto di ricerca sulla Vitis vinifera a Pompei, con l’individuazione di ulteriori aree da ripristinare a vigneto, aree destinate prevalentemente all'Aglianico.


A Villa Giulia il nuovo allestimento delle Tombe Barberini e Bernardini

È stato presentato alla stampa solo pochi giorni fa il nuovo allestimento permanente delle Tombe principesche Barberini e Bernardini di Palestrina custodite presso Villa Poniatowski.

Si tratta di due corredi principeschi tra i più belli e importanti dell’intero panorama etrusco scoperte nell’800 ed entrate a far parte della collezione del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia all’inizio del ‘900.

Tombe Barberini e Bernardini.
Tombe Barberini e Bernardini. Nuovo Allestimento. Foto: Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia

Entrambi risalenti all’inizio del VII secolo a.C. e inquadrabili nel cosiddetto periodo orientalizzante, ciascun corredo è composto da oggetti di inestimabile valore storico e particolarmente raffinati soprattutto in alcuni dei campi di eccellenza della civiltà etrusca come l’oreficeria e la bronzistica.

I principi che indossavano questi oggetti provenienti dall’Egitto, dal Vicino Oriente volevano assomigliare a monarchi di ascendenza orientale e proprio le tombe Barberini e Bernardini con i loro ricchi corredi si fanno modelli di altissimo rilievo proprio di questa moda in un contesto italico.

Tombe Barberini e Bernardini.
Tombe Barberini e Bernardini. Nuovo Allestimento. Foto: Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia

Dal 2012 i due corredi delle tombe principesche sono esposte nelle dieci sale di Villa Poniatowski, ma dopo il furto di una parte degli Ori Castellani, per motivi di sicurezza, gli oggetti più preziosi sono stati prelevati dalle vetrine privando i visitatori del Museo di questi capolavori.

Valentino Nizzo, direttore del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia per il nuovo allestimento ha potuto contare anche sulla collaborazione del Museo Archeologico Nazionale di Napoli diretto da Paolo Giulierini  e del Parco Archeologico di Pompei diretto da Gabriel Zuchtriegel, con cui nel 2018 e nel 2021/2021 sono state organizzate due importanti mostre sugli Etruschi.

Tombe Barberini e Bernardini.
Tombe Barberini e Bernardini. Nuovo Allestimento. Foto: Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia

In virtù di questa partnership sono state realizzate due nuove vetrine con le quali è stato possibile migliorare la sicurezza e la qualità dell’esposizione. Il progetto dell’attuale allestimento è dell’architetto Andrea Mandara con la collaborazione di Claudia Pescatori (Studio di Architettura, Roma), il progetto grafico è di Francesca Pavese, l’organizzazione generale di Electa; il progetto scientifico è stato curato dalla dott.ssa Antonietta Simonelli, funzionario archeologo del Museo di Villa Giulia e curatore della sezione museale di Villa Poniatowski, con la supervisione del Direttore Valentino Nizzo.

L’allestimento è stato realizzato dal personale del Museo coordinato dalla funzionaria restauratrice Miriam Lamonaca supportata dalla collega Irene Cristofari.

Tombe Barberini e Bernardini.
Tombe Barberini e Bernardini. Nuovo Allestimento. Foto: Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia

Dopo 8 anni i due corredi delle Tombe principesche Barberini e Bernardini di Palestrina tornano fruibili al pubblico nella sala a loro dedicata a Villa Poniatowski.

Foto copertina: Finale angolare di carro di bronzo con figurine applicate