impressionisti segreti

Capolavori dalle grandi collezioni private nella mostra “Impressionisti Segreti”

Dal 6 ottobre 2019 Roma si arricchisce di una doppia offerta culturale: l’apertura al pubblico di Palazzo Bonaparte, spazio Generali Valore Cultura, che ospita la prima mostra sugli “Impressionisti Segreti”, ovvero quei capolavori noti a tutti ma nascosti nelle più grandi collezioni private del mondo.

impressionisti segretiPalazzo Bonaparte, splendido edificio barocco in Piazza Venezia che prende il nome da Maria Letizia Ramolino, madre di Napoleone, che vi abitò fino al 1836. Da sempre utilizzato come residenza privata, oggi diventa accessibile al pubblico grazie alla partnership tra Generali Italia e Arthemisia.

Berthe Morisot, Devant la psyché, 1890. Olio su tela, 55x46 cm. 
Collection Fondation Pierre Gianadda, Martigny, Suisse
Foto © Michel Darbellay, Martigny

Impressionisti Segreti, la prima mostra ospitata a Palazzo Bonaparte, è un’opportunità unica per ripercorrere la storia dell’Impressionismo tramite cinquanta capolavori di grandi artisti quali Monet, Renoir, Cézanne, Pissarro, Gauguin e tanti altri, custoditi nelle più importanti collezioni private e generosamente prestati solo per questa straordinaria occasione.
Un affascinante viaggio alla scoperta del movimento artistico più emozionante e coinvolgente della storia dell’arte, tra fermo-immagini di una Parigi di fine Ottocento, seducenti ritratti di donne dell’elite dell’epoca e pennellate di luce vibrante.

impressionisti segretiLa cura della mostra è affidata a due esperte di fama internazionale: Marianne Mathieu, direttrice scientifica del Musée Marmottan Monet di Parigi - sede delle più ricche collezioni al mondo di Claude Monet, e Claire Durand-Ruel, discendente di Paul Durand-Ruel, colui che ridefinì il ruolo del mercante d’arte e primo sostenitore degli impressionisti.

Camille Pissarro, Gardener standing by a Haystack, overcast sky, Eragny, 1899, Olio su tela, 60x73 cm,
Isabelle and Scott Black Collection

La mostra Impressionisti Segreti è prodotta e organizzata dal Gruppo Arthemisia.
Gode del patrocinio del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, dell’Ambasciata di Francia in Italia e della Regione Lazio. È realizzata in collaborazione con l’Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali di Roma Capitale, ed è sostenuta da Generali Italia attraverso Valore Cultura, il programma per rendere l’arte e cultura accessibili a un pubblico sempre più ampio.

Special partner della mostra è Q8 che, dopo il sostegno alle mostre di Pollock ed Escher, prosegue il suo impegno nella promozione dei valori legati alla cultura e all’arte.
La mostra Impressionisti Segreti fa parte del progetto “L’Arte della solidarietà”, realizzato da Susan G. Komen Italia e Arthemisia, insieme per portare bellezza anche nelle vite delle persone meno fortunate.

La mostra vede come hospitality partner Hotel de Russie e Hotel de la Ville, del gruppo Rocco Forte Hotels.
L’evento è consigliato da Sky Arte.
Catalogo edito da Arthemisia Books.

Pierre-Auguste Renoir, Bougival, 1888, Olio su tela, 54x65 cm, Collezione Pérez Simón, Messico

Testo e foto da Ufficio Stampa Arthemisia


impossibile noto Giorgio de Chirico

I Carabinieri TPC con l'indagine “L’Impossibile è noto” sequestrano 26 opere

Indagine “L’Impossibile è noto”

I militari del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale hanno sequestrato 26 opere d’arte falsamente attribuite ad artisti di fama internazionale.

impossibile noto Giorgio de Chirico
Opera sequestrata dei Carabinieri TPC: Il Trovatore, 1952 (gouache), attribuita a Giorgio de Chirico

Le indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica di Siracusa e condotte dai carabinieri del Reparto Operativo - Sezione Falsificazione ed Arte Contemporanea, coadiuvati dalla Sezione TPC di Siracusa, traggono spunto dalla denuncia del Presidente della Fondazione Giorgio e Isa de Chirico il quale, a seguito dell’inaugurazione della mostra presso il Convitto delle Arti Noto Museum, aveva riscontrato e denunciato l’esposizione di quattro opere falsamente attribuite a Giorgio de Chirico e, peraltro, sconosciute alla medesima Fondazione. Nel dettaglio, il denunciante indicava le seguenti opere: Il Trovatore, 1952” (gouache), “Studio neoclassico, 1950” (inchiostro su carta), “Il Trovatore, 1952” (matita su carta), “Il Grande metafisico” (olio su tela).

impossibile noto Giorgio de Chirico
Opera sequestrata dei Carabinieri TPC: Il Grande metafisico (olio su tela), attribuita a Giorgio de Chirico

Le prime investigazioni consentivano di acquisire la documentazione di accompagnamento delle opere presso gli organizzatori dell’evento, l’associazione “Sicilia Musei”, che forniva le schede di prestito dei quattro “de Chirico” riconducibili ad una società estera e ad un privato italiano. In tale contesto, al fine di conseguire un giudizio sull’autenticità, la Procura della Repubblica di Siracusa nominava un proprio C.T.U. che, dopo una ispezione dei luoghi ed un esame de visu di tutte le opere esposte nella mostra, confermava la falsità delle quattro opere oggetto della perizia. Lo stesso consulente, incaricato peraltro di verificare le ulteriori opere oggetto dell’evento, rilevava la presenza di 22 lavori di dubbia autenticità. Infatti, l'esame visivo ed i successivi approfondimenti bibliografici svolti dal C.T.U. inducevano in quest’ultimo alcune perplessità rispetto all'autografia delle opere, tali da far richiedere approfonditi accertamenti rispetto alla tecnica, ai materiali utilizzati ed alla rispondenza della produzione certa degli artisti ai quali fanno riferimento.

impossibile noto Giorgio de Chirico
Opera sequestrata dei Carabinieri TPC: Il Trovatore, 1952 (matita su carta), attribuita a Giorgio de Chirico

In tale quadro e sulla base della relazione del C.T.U., il GIP del Tribunale di Siracusa emetteva un decreto di sequestro preventivo per le quattro opere a firma Giorgio de Chirico su richiesta della Procura della Repubblica di Siracusa che, contestualmente, emetteva anche un decreto di sequestro penale per le 22 opere di dubbia autenticità, queste ultime riconducibili ad importanti artisti nazionali ed internazionali quali: Umberto Boccioni, Giacomo Balla, Carlo Carrà, Fortunato Depero, Luigi Russolo, Pablo Picasso, Vasilij Kandinskij, Max Jacob, Hans Richter, Paul Klee, Joan Mirò e Salvador Dalì, in parte risultavano prestate da un terzo soggetto privato.

Opera sequestrata dei Carabinieri TPC: Studio neoclassico, 1950 (inchiostro su carta), attribuita a Giorgio de Chirico

Allo stato dell’indagine una persona risulta indagata; l’ipotesi di reato contestata è quella dell’art. 178 del D.L.vo 42/2004.

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Testo e foto per l'indagine "L'Impossibile è noto" forniti dall'Ufficio Stampa Comando Carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale


Madonna con Bambino Pinturicchio

La “Madonna col Bambino” del Pinturicchio torna a Perugia dopo 30 anni

Pinturicchio torna a Perugia dopo 30 anni

 

L’opera “Madonna col Bambino” esposta fino a gennaio 2020 alla Galleria Nazionale dell’Umbria

PERUGIA, 9 AGOSTO 2019 – Torna a Perugia il dipinto su tavola “Madonna col Bambino”, trafugato nel 1990 e attribuito al Pinturicchio.

L’opera, che resterà esposta nella Galleria Nazionale dell’Umbria dal 10 agosto al 26 gennaio prossimo, è rientrata in Italia grazie all’efficace opera di diplomazia culturale condotta dal Ministero per i Beni e le attività culturali e all’attività investigativa dei Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio culturale.

Madonna col Bambino Pinturicchio"Questo ennesimo recupero mi rende particolarmente contento - ha detto in un video messaggio il Ministro Bonisoli - sia perché un altro frammento del nostro immenso patrimonio culturale è tornato nel nostro Paese, sia perché sarà possibile renderlo fruibile, per un periodo di tempo, ai cittadini e ai turisti che andranno a visitare la Galleria Nazionale dell’Umbria. L’evento di oggi sottolinea, ancora una volta, quanto sia importante che questo Paese porti avanti, nel modo più efficace, costante e determinato possibile, le iniziative di diplomazia culturale".

“Grazie alla diplomazia culturale – ha dichiarato il Ministro plenipotenziario Marco Ricci, intervenuto su delega del Ministro per i beni e le attività culturali Alberto Bonisoli - si restituiscono alle culture di appartenenza opere d’arte illecitamente sottratte, ma, altresì, si contribuisce a promuovere un mercato dell’arte internazionale basato su principi e valori etici universalmente accettati”.

Per il Generale di brigata Fabrizio Parrulli, Comandante dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale “ancora una volta, grazie alle preziose informazioni contenute nella Banca Dati dei Beni culturali illecitamente sottratti, anche a distanza di quasi trent’anni, è stato possibile individuare il dipinto rubato, che da oggi fa ufficialmente il suo ritorno”.

“Questo recupero - ha aggiunto il Generale Parrulli - dimostra, ancora una volta, da un lato il carattere sempre più transnazionale delle attività criminali in questo settore e dall’altro l’importanza dello scambio di informazioni, anche tra le Forze di polizia di diversi Paesi, come sistema consolidato di cooperazione internazionale per contrastare efficacemente i reati in danno del patrimonio culturale”.

Madonna col Bambino Pinturicchio
La Madonna col Bambino del Pinturicchio

Il Direttore della Galleria Nazionale dell’Umbria Marco Pierini ha sottolineato: “Il Museo è il luogo dove le opere sottratte al territorio, un tempo con violenza, adesso per amorevole premura, trovano una nuova casa e assumono una funzione e un valore diversi”.

“È bello - ha concluso - che anche opere abituate da sempre a mostrarsi nell’intimità delle raccolte private possano godere di un pubblico più vasto, come accadrà per qualche mese alla splendida ‘Madonna col Bambino’ la cui pertinenza con la raccolta della Galleria Nazionale dell’Umbria è palesemente testimoniata dalle tante consorelle che la accolgono dalle pareti del museo”.

Testo e immagini dall'Ufficio Stampa e Comunicazione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e dalla Sala Stampa dei Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale


Il Vaso di Fiori Jan van Huysum

“Il Vaso di Fiori” torna a Firenze

“Il Vaso di Fiori” torna a Firenze. Bonisoli: oggi è una giornata storica

Il Vaso di Fiori Jan van HuysumFIRENZE, 19 LUGLIO 2019 – “Il Vaso di Fiori”, opera del pittore fiammingo Jan van Huysum, è tornato a Palazzo Pitti, a Firenze, nel luogo esatto in cui il dipinto si trovava nel luglio di 75 anni fa, prima di essere trafugato dalle truppe tedesche.

A consegnarlo all’Italia è stato il Ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas nel corso della cerimonia di restituzione, che si è svolta questa mattina nella Sala Bianca di Palazzo Pitti, alla presenza del Ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, del Ministro per i Beni e le Attività Culturali, Alberto Bonisoli, del Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, Giovanni Nistri, e del direttore delle Gallerie degli Uffizi, Eike Schmidt.

“Quella odierna è una giornata storica, vince la diplomazia culturale, che negli ultimi tempi con un’accelerazione è riuscita a raggiungere un grande traguardo -  ha affermato il Ministro per i Beni e le Attività Culturali Alberto Bonisoli, nel corso della cerimonia  - abbiamo ottenuto un risultato importante, di cui sono particolarmente orgoglioso, che dimostra la bontà del lavoro avviato in questi mesi, mentre si conferma ancora una volta prezioso il lavoro svolto dai Carabinieri del Nucleo Tutela del Patrimonio culturale. All’inizio del mio mandato, più di un anno fa - ha sottolineato il Ministro - ho deciso di riconvocare il Comitato istituzionale per il recupero e la restituzione delle opere d’arte trafugate, e contestualmente di ampliare la composizione di questo organismo a rappresentanti permanenti del ministero degli Esteri e della Giustizia per una maggiore rappresentatività ed efficacia. Da un lato sono convinto che tutelare il nostro patrimonio culturale significa, anche, condurre una lotta senza quartiere al mercato illegale delle opere d’arte, dall'altro che per riuscirci serve un lavoro di squadra”. “E la restituzione de “ Il Vaso di Fiori” all’Italia e alla città di Firenze - ha continuato - lo dimostra e non solo per il valore simbolico sotteso”. “Oggi - ha ribadito - scriviamo una nuova e importante pagina delle relazioni culturali tra due Paesi fondatori dell’Unione Europea”.

 

Jan van Huysum

(Amsterdam 1682 – 1749)

Vaso di fiori / Vase of Flowers

inv. Palatina 1912, n. 462

Il Vaso di Fiori Jan van Huysum

L’ ARTISTA E L’OPERA

Jan van Huysum, il più celebre pittore di nature morte attivo in Olanda nel primo Settecento (e all’epoca anche il più costoso), raggiunse un livello di precisione mai visto prima nel naturalismo della resa, un aspetto per cui la pittura olandese era ammirata sin dal Quattrocento: si pensi al bicchiere di vetro e al fieno, che paiono veri, nel Trittico Portinari di Hugo van der Goes agli Uffizi (1477-1478). Oltre due secoli più tardi, in questo Vaso di fiori van Huysum mostra un sublime virtuosismo nella descrizione dei particolari, dalle increspature delle ali semitrasparenti degli insetti ai petali delicatissimi e quasi vibranti, che dimostrano come il pittore utilizzasse delle lenti d’ingrandimento per studiare la natura e per dipingerla.

Il Vaso di fiori – soggetto prediletto dell’artista – fu acquistato nel 1824 dal granduca Leopoldo II d’Asburgo-Lorena (1797-1870: scherzosamente soprannominato “Canapone” dai Toscani) per completare la più grande e diversificata collezione di nature morte al mondo, messa insieme a Palazzo Pitti dal suo predecessore Cosimo III de’ Medici (1642-1723). Cosimo III nutriva una particolare passione per la pittura olandese, tanto che nel 1667 si era recato ad Amsterdam per omaggiare l’anziano Rembrandt e acquistare numerosi dipinti da diversi maestri. I granduchi lorenesi che subentrarono ai Medici nel 1737 sin da subito mostrarono di voler continuare ad arricchire le collezioni fiorentine, portando capolavori dalle loro residenze oltremontane e acquistando tante altre opere d’arte per gli Uffizi e Palazzo Pitti sul mercato nazionale e internazionale di allora.

 

IL FURTO E LA RESTITUZIONE

Nel 1940, quando all’inizio della guerra la reggia di Pitti fu evacuata, le opere d’arte (tra le quali il nostro quadro) vennero messe dentro casse di legno e inizialmente portate nella villa medicea di Poggio a Caiano. Nel 1943 furono spostate nella villa Bossi-Pucci a Montagnana (Montespertoli), fino a quando militi dell’esercito tedesco in ritirata le prelevarono insieme ad altre opere e le trasferirono temporaneamente a Castel Giovo (San Leonardo in Passiria), in provincia di Bolzano, per prepararne la definitiva trasferta fuori del confine nazionale attraverso il Brennero. La cassa in cui si trovava il Vaso di Fiori di Palazzo Pitti venne aperta, e nel luglio 1944 un caporalmaggiore, che si era impossessato del quadro, spedì il dipinto come regalo alla moglie a Halle an der Saale, in Germania.

Da questo momento se ne persero le tracce fino al novembre 1989, poche settimane dopo la caduta del muro di Berlino, quando i detentori del dipinto si rivolsero alla Pinacoteca di Stato Bavarese cercando di ottenere informazioni sull’autenticità e sul valore del quadro. Successivamente lo fecero restaurare proprio a Monaco di Baviera. Dal 1991 – anno in cui il Comando Tutela Patrimonio Culturale dell’Arma dei Carabinieri aprì un fascicolo sul caso – la famiglia tedesca ripetutamente cercò di vendere il quadro allo Stato italiano attraverso vari intermediari, minacciando tra l’altro anche di cederlo a terzi o addirittura la sua distruzione se non si fosse pagato un riscatto. Quando nel 2016, dopo una pausa di cinque anni, un nuovo intermediario si rivolse agli Uffizi e ancora una volta avanzò una richiesta di pagamento, la Procura della Repubblica di Firenze aprì un fascicolo per tentata estorsione. Inoltre il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha riconvocato il Comitato Nazionale per le Restituzioni, coinvolgendo anche il Ministero per gli Affari Esteri e le Cooperazioni Internazionali e il Ministero della Giustizia, per avviare un’operazione congiunta di diplomazia culturale.

Dopo 75 anni di assenza dall’Italia, il 19 luglio 2019 il Vaso di Fiori viene restituito dalla Repubblica Federale Tedesca alla Repubblica Italiana in una cerimonia solenne nella Sala Bianca di Palazzo Pitti, in presenza del Ministro per i Beni e le Attività Culturali, dei due Ministri degli Affari Esteri di Italia e Germania, del Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, del Direttore delle Gallerie degli Uffizi e di molte autorità intervenute per celebrare questa storica occasione.

 

Testi e immagini dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali
Ufficio Stampa e Comunicazione e dalla Sala Stampa del Comando TPC 


Claude Monet Ritorno in Riviera Bordighera Dolceacqua mostre

Bordighera e Dolceacqua: mostra "Claude Monet, ritorno in Riviera"

CLAUDE MONET, RITORNO IN RIVIERA

Monet in mostra a Bordighera e Dolceacqua

30 aprile – 31 luglio 2019

Bordighera, Villa Regina Margherita
Dolceacqua, Castello Doria

Ho l’impressione che farò cose meravigliose”.

Dopo 135 anni dal soggiorno di Monet in Riviera, tornano a Bordighera e Dolceacqua tre dipinti del grande artista francese nel luogo dove furono realizzati. Nella rivisitazione di questa avventura artistica, Monet è protagonista insieme a un territorio straordinario, definito da lui stesso un “paese fiabesco”. Un percorso espositivo anche multimediale illustrerà l’esperienza dell’artista nel suo viaggio in Riviera nel 1884.

Claude Monet Ritorno in Riviera Bordighera Dolceacqua mostreSarà un evento straordinario la mostra dedicata a Claude Monet, in programma dal prossimo 30 aprile.

Dopo 135 anni dal suo soggiorno, tornano a Bordighera e Dolceacqua tre dipinti del grande artista francese nel luogo dove furono realizzati.

Il progetto “MONET, RITORNO IN RIVIERA” è reso possibile dalla collaborazione con il Musèe Marmottan Monet di Parigi attraverso il prezioso lavoro della sua direttrice, Mme Marianne Mathieu, e dalla disponibilità di S.A.S. Alberto II di Monaco.

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Credit: The Castle of Dolceacqua, 1884 (oil on canvas) by Claude Monet (1840-1926)
Musée Marmottan Monet, Paris, France/ The Bridgeman Art Library
Nationality / copyright status: French / out of copyright

Provengono dal Musée Marmottan Monet due dei tre dipinti in esposizione, “Le Château de Dolceacqua” e “Vallée de Sasso, effet de soleil”. Il terzo dipinto, “Monte Carlo vu de Roquebrune”, proviene dalla Collezione Privata di S.A.S. il Principe Alberto II di Monaco.

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Sasso Valley. Sun Effect, 1884 (oil on canvas)
Monet, Claude (1840-1926)
Musée Marmottan Monet, Paris, France

I tre dipinti, realizzati durante la permanenza dell’artista in Riviera, saranno esposti in due sedi: “Vallée de Sasso, effet de soleil” a Villa Regina Margherita a Bordighera che, per l’occasione, verrà riaperta al pubblico con un percorso dedicato di grande suggestione, mentre “Le Château de Dolceacqua” e “Monte Carlo vu de Roquebrune” saranno esposte presso il Castello Doria di Dolceacqua.

In entrambi i luoghi dell’esposizione, oggetto di un allestimento complementare, sarà proposto un percorso espositivo multimediale che illustrerà l’esperienza dell’artista nel suo viaggio e nel suo soggiorno in Riviera. Sarà possibile approfondire la genesi delle opere in mostra attraverso il patrimonio epistolare di prima mano costituito dalle sue lettere ai famigliari, in particolare alla sua compagna Alice, e ai suoi corrispondenti abituali, come il mercante d’arte Paul Durand-Ruel. Allo stesso tempo verranno presentate la vita e l’immagine dei due siti di Bordighera e di Dolceacqua, attraverso i dipinti della Collezione Civica di Bordighera e le preziose immagini fotografiche del tempo.

Curatore della mostra è Aldo Jean Herlaut, il percorso espositivo è allestito a cura dell’Istituzione Mu.MA – Musei del Mare e delle Migrazioni di Genova, mentre la gestione e la promozione sono affidate alla Cooperativa Sistema Museo e a Omnia Società Cooperativa.

La mostra è promossa dai Comuni di Bordighera e di Dolceacqua con il sostegno della Regione Liguria, della Provincia di Imperia, della Compagnia di San Paolo e di Permare s.r.l., con il patrocinio dell’Ambasciata di Francia in Italia. Sarà visitabile al pubblico fino al 31 luglio, con un unico biglietto per entrambe le sedi.

IL PROGETTO SCIENTIFICO

Il progetto di mostra prende avvio da due lettere significative scritte dallo stesso Monet, prima e dopo il suo viaggio in Riviera nel 1884.

Parigi 17 gennaio 1884

Mio caro signor Durand,

(…) Parto pieno di ardore, ho l’impressione che farò cose meravigliose. Con tutta la mia devozione”

Bordighera, 25 marzo 1884

(…) Non so se ciò che ho fatto è buono, non so più nulla, ho lavorato tanto, fatto tanti sforzi, che ne sono abbrutito. Se ne avessi la possibilità, vorrei cancellare tutto e ricominciare, perché bisogna vivere per un certo tempo in un paese per dipingerlo, bisogna averci lavorato con pena per arrivare a renderlo in modo sicuro; ma potremo mai essere soddisfatti di fronte alla Natura e soprattutto qui… Circondato da questa luce abbagliante, trovo la mia tavolozza ben modesta; l’Arte vorrebbe tonnellate d’oro e di diamanti. Infine, ho fatto ciò che ho potuto.

Forse, una volta rientrato a casa, mi ricorderà un po’ ciò che ho visto”.

Due lettere, una alla partenza, piena di speranze e di entusiasmo, una al momento del ritorno, piena dei dubbi e dell’insoddisfazione dell’artista. Monet guarda al lavoro svolto e sente di non essere stato all’altezza della natura che ha trovato nella Riviera dei Fiori, da Bordighera a Dolceacqua, passando per le vallate e i sentieri, inseguendo la “luce” del Mediterraneo.

Villa Regina Margherita a Bordighera. Foto Claudio Gavioli

Oggi noi sappiamo, invece, che il periodo passato a Bordighera, dalla metà di gennaio all’inizio aprile del 1884, oltre a essere molto fecondo – produsse in tutto una quarantina di opere – gli permise di recuperare un entusiasmo che i dispiaceri vissuti negli anni precedenti sembravano avere cancellato e si può parlare, propriamente, di una “fase Bordighera” nel suo lungo itinerario artistico.

È per questo motivo che, 135 anni dopo quel viaggio e quel soggiorno, tornano a Bordighera e Dolceacqua tre dei dipinti di quella produzione, a testimonianza del percorso artistico del padre degli impressionisti (il cui nome deriva proprio da una tela, Impressione, levar del sole presentata alla prima mostra del movimento a Parigi, nel 1874), e contemporaneamente a ricordare il ruolo che a partire dall’ultimo scorcio dell’Ottocento assunse la Riviera dei Fiori, Bordighera e il suo territorio.

Un “paese fiabesco”, così lo descrive in una delle sue numerose lettere Monet. E in questo paese, Monet non si dà pace: “Io faccio un mestiere da cani e non risparmio i miei passi; salgo, poi ridiscendo e risalgo ancora. Tra uno studio e l’altro, come riposo, esploro ogni sentiero, sempre curioso di vedere cose nuove, così quando arriva sera, ne ho abbastanza”.

Per Monet, i suoi dipinti sono “studi”, realizzati en plein air, secondo la tecnica messa a punto negli anni precedenti. E di solito il pittore non realizza una sola opera, ma ne inizia diverse contemporaneamente, portandole avanti insieme, un poco per volta, giocando sulla luce.

Dolceacqua, Castello Doria

Da Bordighera, Monet, in una ventosa giornata di febbraio, sale a Dolceacqua, già oggetto di una gita la domenica precedente. L’artista è colpito dal fatto che “non si sentiva il vento grazie al riparo delle montagne”, e qui lavora a due opere contemporaneamente. “Il ponte è adorabile ed ero tranquillo e al caldo come in agosto, andrò dunque là finché durerà il vento, in modo da non perdere tempo e non tormentarmi”. Nella stessa sera, Monet riceverà la visita di due pittori inglesi che risiedevano nella stessa Pension Anglaise. Claude è molto circospetto: “desideravano vedere ciò che ho fatto oggi in una seduta, tanto più che avevano visto il posto con me domenica. Non riescono a capacitarsi del fatto che sia riuscito a fare quei due motivi in un pomeriggio”.

Anche attraverso il pennello e la sensibilità tutta particolare di Claude Monet, Dolceacqua e Bordighera entrano in un immaginario di luoghi del “meraviglioso”, come Etretat, Giverny, Mentone…

Il viaggio di Monet è parte di un processo più grande, quello della scoperta, o forse meglio dell’invenzione della Riviera dei Fiori. La scoperta di un territorio povero e marginale per secoli e che, improvvisamente, a seguito dell’apertura della ferrovia Genova-Ventimiglia, avvenuta nel 1871, e Marsiglia-Ventimiglia, nel 1872, viene riconosciuto dalle élite europee come un’Arcadia nella quale, in particolare, svernare: e non è un caso che il viaggio di Monet si svolga proprio nel periodo prediletto per le vacanze in Riviera, tra gennaio ed aprile, quando nel resto del continente il freddo, la neve, la pioggia e la nebbia rendono l’inverno sgradevole e ostile.

Bordighera e il suo territorio, in quei mesi, si popola di un turismo variopinto e cosmopolita: sono tedeschi e inglesi soprattutto, perché scriverà lo stesso Monet, “i francesi non passano mai la frontiera”: tranne qualche eccezione, come l’architetto Garnier, il progettista dell’Opéra di Parigi, esponente di una cultura ufficiale da cui Monet si sente molto più che distante, anzi, opposto e che proprio a Bordighera ha una villa. Anche l’aristocrazia italiana è presente e ai massimi livelli: proprio nella cittadina arriva, a partire dal 1879, la Regina Margherita, sconvolta per l’attentato contro Umberto avvenuto a Napoli l’anno precedente. Da allora, quasi tutti gli anni, Margherita passava i mesi dalla primavera all’autunno a Bordighera. Prima come ospite in Villa Bishoffsheim, poi come proprietaria, trasformandola in Villa Etelinda, progettata proprio da Charles Garnier.

Claude Monet, insomma, incrocia un territorio particolare, che è insieme Arcadia, per la sua natura straordinaria, ma nello stesso tempo percorso e abitato dai personaggi della cultura europea del tempo, come Clarence Bicknell, Rafael Bischoffsheim, Frederic Von Kleudgen. E rappresenta anche una meta desiderata: la Regina Vittoria, proveniente da Mentone, visitò Bordighera nel 1882, arrivando sino a Capo Sant’Ampelio e decise di passarvi una vacanza negli anni successivi. Tutto fu organizzato per l’inverno del 1901, ma la guerra anglo-boera costrinse la sovrana a rinunciare al suo soggiorno.

È in questo sorprendente contesto che nasce la mostra “MONET, RITORNO IN RIVIERA”, nella rivisitazione di un’avventura artistica dove Claude Monet è protagonista insieme a un territorio straordinario che in quel tempo trova la sua vocazione, passando dalla periferia di una regione povera, la Liguria dell’Ottocento, a un luogo ambito del turismo e della cultura internazionale.

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Nicola Figlia Caos mostra Palazzo Sant'Elia Palermo

Palermo: mostra "Caos. Dipinti di Nicola Figlia" a Palazzo Sant'Elia

I visi visionari e antichi di Nicola Figlia. Una personale del pittore di Mezzojuso si apre venerdì a Palermo

CAOS | dipinti di Nicola Figlia

5  > 22 aprile | PALAZZO SANT'ELIA | PALERMO

Nicola Figlia Caos mostra Palazzo Sant'Elia Palermo
Nicola Figlia, Caos nero

Lo chiamano il "pittore dei volti", ma è riduttivo. Perché Nicola Figlia è essenzialmente e prima di tutto un pittore di espressioni. forse, ancora meglio, di visioni. che attraversano i secoli e si annodano con forza ai miti della sua terra, la Sicilia. La Fondazione Sant’Elia e l’ANISA di Palermo, in collaborazione con la Settimana delle Culture, organizzano Caos | Dipinti di Nicola Figlia, personale che si inaugura venerdì prossimo (5 aprile) alle 17 a Palazzo Sant'Elia, a Palermo. La mostra, curata da Ignazio Francesco Ciappa, raccoglie nella Sala delle Capriate dell'antico Palazzo, opere recenti e più lontane, dell’artista originario di Mezzojuso (Palermo).

 Interverranno all’inaugurazione: il sindaco Leoluca Orlando, Angela Fundarò Mattarella, consigliere d’amministrazione della Fondazione Sant’Elia, Mariella Riccobono Orlando (Anisa), Maria Antonietta Spadaro, storico dell’arte. Saranno presenti l’artista e il curatore.

Nicola Figlia, Grande Gerusalemme celeste 

Volti ironici, ghignanti, beffardi, malinconici, assenti: e maschere, surreali, fisiche, monolitiche, pesanti, colte e quasi mai naif. Nicola Figlia non lascia nulla al caso, ma assorbe casomai una lunga tradizione di visioni che fa irrimediabilmente sue. Chi individua - tra le pieghe dei volti accatastati che fanno capolino dalle opere – uno sguardo Fauve, sbaglia o si ferma soltanto alla prima impressione. Figlia si immerge nel suo caos ordinato per recuperare eleganti stesure di colore, cromie accese ed intense che – sono parole del curatore – non possono “non attingere al repertorio popolare, alla religiosità, all’arte bizantina, al dualismo greco latino fortemente presente in opere come “La grande Gerusalemme celeste”, “Doppia Misericordia” o “Nostalgia”. Ma le radici del pittore affondano ancora più nel profondo: lui stesso si definisce “greco” e popola opere come “Teatrino olimpico” o “Baccanale” di impossibili ed inossidabili centauri, sileni, arpie, altre divinità zoomorfe. “Quasi maschere pirandelliane, sembrano definire il personaggio al quale appartengono – scrive Ignazio Francesco Ciappa - lasciando intravedere il concetto secondo cui ogni essere umano recita un ruolo nel gran teatro del mondo”. E così anche nei reiterati omaggi ad Ensor, Picasso, De Chirico o Guttuso, su cui Nicola Figlia interviene, padroneggiando il colore.

Nicola Figlia, Baccanale

Secondo Maria Antonietta Spadaro, “… serialità di motivi formali ricorrenti, figure a volte grottesche, sono alcune delle peculiarità del linguaggio artistico di Figlia, le cui opere comunicano spesso delle verità con la cruda semplicità delle vignette da fumetto: ci raccontano il rituale di feste popolari, indagano con disarmante semplicità figurativa concetti a volte ermetici della fede religiosa”.

Nicola Figlia è nato a Mezzojuso (Pa) nel 1950. Diplomato all’Accademia di Belle Arti, è stato docente di Educazione Artistica nelle scuole medie statali, e di Discipline Pittoriche al liceo artistico “G. Damiani Almeyda” di Palermo. Disegna a pennino, realizza acqueforti e dipinge ad olio, lavora su tela e cartelloni. Nella sua pittura convivono in maniera dialettica, Neorealismo, Espressionismo, metafisica, arte popolare, influenze bizantine. Il tutto si presenta attraverso l’ossessione del personaggio e del volto.

Palermo.

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Marinella Pirelli cinema sperimentale Nuovo Paradiso Museo del Novecento mostre

Originalità, ricerca e sperimentazione visiva: i tratti caratteristici del cinema di Marinella Pirelli

Il linguaggio visivo in Italia ha assunto uno spiccato carattere sperimentale attraverso figure che hanno osato rileggere i canoni confrontandosi anche con l’ambito estero ed internazionale: è questo il caso di Marinella Pirelli, artista semisconosciuta alle masse ma che ha lasciato un segno nell’arte intermediale novecentesca.

Fautrice del cinema sperimentale, Marinella Pirelli si colloca nel secondo dopoguerra come pittrice sebbene i maggiori e più brillanti risultati li avrà proprio in ambito cinematografico. Nata nel 1925 a Verona, si forma sotto la guida dell’artista Romano Conversano, il cui studio vanta interessanti frequentazioni come Tancredi, Sonego e Vedova. Giunta a Milano, svolge il ruolo di figurista e vetrinista per poi esser attratta dal cinema romano: inizia infatti a frequentare lo studio di Giulio Turcato, nonché sceneggiatori del calibro di Pirro, Solina e Sonego. Diventa poi la disegnatrice della Filmeco, casa cinematografica con progetti di pubblicità d’animazione, in un periodo molto stimolante circondata da celebri artisti e cineasti.

Marinella e Giovanni Pirelli nella casa di Varese,Fotografia Ugo Mulas © Eredi Ugo Mulas

A Roma conosce anche colui che diventerà suo marito, Giovanni Pirelli, con il quale si trasferirà nel nord Italia, pur restando in contatto con la capitale ove possiede uno studio frequentato da Castellani, Ceroli, Merz, Kounellis e Dorazio. Proprio in questa fase si concentra sul cinema e sulla rappresentazione della luce, realizzando opere sperimentali in 16 mm che sono espressione di innovative tecniche connesse alla luce e al movimento, di cui diviene ben conscia giungendo ad installazioni di successo come Film Ambiente e Meteore. Negli anni Sessanta ottiene i principali riconoscimenti: compie la sua prima personale a Milano, vince la Coppa Fedic grazie al film Pinca Palonca e partecipa alla fortunata mostra “Al di là della pittura” che segnerà notevolmente il suo percorso artistico, rivelatosi fruttuoso sino alla sua scomparsa nel 2009.

Il suo punto di forza risiede proprio nelle immagini in movimento, elemento rivoluzionario fondato sulla ripresa in pellicola e montaggio, mansioni apprese durante l’attività di disegnatrice di film d’animazione e poi ulteriormente studiate autonomamente. La consapevolezza dell’uso della pellicola quale medium artistico emerge nel corso degli anni Sessanta, quando l’artista paragona il suo rapporto sinergico con la cinepresa a quello che lega il pittore agli strumenti da disegno. L’originalità che la caratterizza è un elemento distintivo che spiega ovviamente la scelta personale di non aderire ad uno specifico movimento cui identificarsi.

Allestimento. Foto di Lorenzo Palmieri

Il suo lavoro di progettazione di spazi di luce la vedrà coinvolta per oltre un decennio (1961-1974) ed è a questa peculiare fase della sua carriera che si è deciso di dedicare una specifica mostra: il Museo del Novecento ne vuole rievocare la figura, attraverso un’iniziativa promossa dal Comune di Milano ed Electa. Si ha così inizio con la sua originaria pellicola di animazione sino alla sua ultima opera, “Doppio autoritratto”, che precederà un lungo periodo di silenzio dalla durata quasi trentennale. Una collezione di pellicole ben equilibrate tra colori e forme astratte, esito di riflessioni riguardanti la rifrazione della luce ed i fenomeni luminosi in generale, congiunte ad un diverso genere di riflessioni relative alla femminilità e all’artisticità. A cura di Lucia Aspesi e Iolanda Ratti, la mostra rievoca l’esposizione del 2004 riguardante opere luminose a Villa Panza.

Marinella Pirelli durante le riprese di Nuovo Paradiso, foto Gianni Berengo Gardin Contrasto

Dieci differenti sale per un’analisi argomentativa e temporale che tenga perfettamente conto del contesto storico-artistico in cui la donna era inserita. A partire dalla pellicola “Appropriazione, a propria azione, azione propria” che accoglie lo spettatore come se fosse a teatro: sei minuti di proiezione di un paesaggio naturale, visto in bianco e nero da una prospettiva personale disturbata volontariamente dalla mano della cineasta, che dinnanzi all’obiettivo impedisce parzialmente la visione e talvolta sembra voler trattenere con le proprie mani la luce solare. Si forniscono così degli elementi contrapposti: la luminosità pacata e la devastante intensità, il lirismo della vegetazione e lo strappo. Nelle sale successive sono ammirabili i film d’animazione “Gioco di Dama” e “Pinca e Palonca”, mostrandone anche il processo di realizzazione.

Si prosegue con il suo studio degli oggetti dal punto di vista luminoso, effettuando una comparazione di “Luce Movimento” (che riprende opere cinetiche della Galleria L’Ariete) con il film “I colori della luce”, opera di Munari e Piccardo. Si mostrano le sue sperimentazioni su elementi quali la luce, la natura ed il colore, mostrando come la pellicola “Bruciare” e le serie cartacee “Caos e Calore” si fondino sul concetto di segno quale origine gestuale dell’opera artistica. Interessante la sezione dedicata al corpo femminile, argomento su cui ha indubbiamente influito la critica d’arte Carla Lonzi: il documento film “Indumenti” (1967) ritrae infatti il calco dei seni della donna per opera improvvisa di Luciano Fabro, mentre il film “Narciso” si concentra invece su alcune parti del corpo della Pirelli che svolge così una riflessione sulla propria sfaccettata identità femminile.

Allestimento. Foto di Lorenzo Palmieri

L’esposizione si conclude con “Doppio autoritratto”, film della durata di dodici minuti realizzato tra il 1973 ed il 1974, ove l’artista svolge il ruolo di attrice ed operatrice al tempo stesso riprendendo il suo viso senza proferire parola. Ma il fulcro dell’esposizione è “Film Ambiente”, peculiare struttura cinematografica che si può percorrere, ideata nel 1969 e riprodotta nel 2004: costituita da acciaio, ferro, perspex e naturalmente immagini mobili e suoni, l’opera fornisce un suo notevole contributo al Cinema Espanso, movimento degli anni Settanta che esula dalla tradizionale visione filmica imperante fondata sulla relazione univoca tra schermo e pubblico. Vi è inoltre una sezione dedicata ai Pulsar (particolari ambienti prodotti da mobili fonti luminose, ideati agli albori degli anni Settanta), nonché alle cosiddette Meteore, affascinanti sculture di luce fondate su lampadine, metacrilato e acciaio. Il tutto è arricchito da fotografie, progetti e documenti vari.

Allestimento. Foto di Lorenzo Palmieri

Il catalogo della mostra, di Electa editore, include alcuni saggi di critici d’arte e la sua intera filmografia elaborata dal cineasta Érik Bullot, restituendoci una ricca monografia dell’operato di questa così innovatrice artista.

Marinella Pirelli cinema sperimentale Nuovo Paradiso Museo del Novecento mostre
Marinella Pirelli durante le riprese di Nuovo Paradiso, foto Gianni Berengo Gardin Contrasto

Mostra “Luce Movimento.  Il cinema sperimentale di Marinella Pirelli”: dal 22 marzo al 25 agosto 2019 al Museo del Novecento, Milano.


"Degas - passione e perfezione" al cinema

DEGAS PASSIONE E PERFEZIONE AL CINEMA

Riprende la stagione cinematografica dedicata alla Storia dell’Arte con Degas: Passione e Perfezione, il docufilm diretto da David Bickerstaff, ideato per la Grande Arte al Cinema dalla Nexo Digital.

Dal 28 al 30 gennaio, l’artista parigino viene raccontato attraverso le opere esposte nel museo Fitzwilliam a Cambridge, Regno Unito.

Edgar Degas (Parigi, 1834 - Parigi, 1917), padre francese madre creola, pittore, scultore, ritrattista, sonettista, personalità complessa, concepisce la sua arte amando stare nel suo studio e uscendo raramente, ma allo stesso tempo, come ci racconta chi con lui ha trascorso del tempo, quando si trova nei salotti letterari è catalizzatore di attenzioni, pieno di spirito d’invettiva, molto arguto, e a volte anche tagliente nel parlare.

Nel creare le sue opere è molto preciso, ma come lui stesso ci dice, ha piacere nel distruggerle e ricrearle, anche se le stesse, prima della distruzione erano perfette.Si forma, in un primo tempo in una delle principali scuole d’arte di Parigi, poi, si reca dal nonno, a Napoli, il quale, si trovava stabilmente dopo essere scappato dalla Rivoluzione francese. In Italia, accresce la sua formazione artistica, compie quel Grand Tour formativo, ed è attratto soprattutto dai grandi artisti Rinascimentali.

Soggiorna in America e si reca a trovare il fratello a New Orleans (terra natia della madre); del periodo Americano ci ha lasciato anche un bel dipinto con tema il commercio del cotone.

Edgar Degas, Il mercato del cotone a New Orleans, 1873, dettaglio dal video
Edgar Degas passione e perfezione
Edgar Degas, Il mercato del cotone a New Orleans, 1873, olio su tela, Musée des Beaux-Arts, Pau

Gravi disturbi alla vista lo affliggono, fino quasi a rischiare la cecità, ma non demorde, trova un modo per eludere questo problema di salute: si dedica al modellare statue in cera, creta, bronzo, plasmando mirabili figure di ballerine.

Edgar Degas, Piccola danzatrice di quattordici anni, dettaglio dal video
Edgar Degas, Piccola danzatrice di quattordici anni, dettaglio dal video
Edgar Degas, Piccola danzatrice di quattordici anni, 1878-1881, bronzo/cera, National Gallery of Art, NGA 110292, CC0

Degas predilige il disegno per dare forma alla sua arte, e sarà una caratteristica certa di tutta la sua vita artistica. Ritratti, composizioni storiche, ma anche soggetti ispirati alla vita quotidiana (e contemporanea dell’artista), rappresenta la quotidianità in movimento: ballerine, balletti all'Opera, cantanti di caffè, cantanti sul palcoscenico, fantini, cavalli in corsa, stiratrici, serie di donne nell'atto di compiere la propria toilette. Tutte figure mai in posa, ma raffigurate in gesti e atteggiamenti naturali. Crea il movimento attraverso l’esaltazione del colore, un cromatismo tessuto riccamente e in maniera trasparente.

Edgar Degas, Ballerina che guarda la suola del piede destro, dettaglio dal video


Galleria dell’Accademia di Firenze: due opere restituite allo sguardo del pubblico

Due opere restituite allo sguardo del pubblico

Nuove acquisizioni per la Galleria dell’Accademia di Firenze, si tratta di due dipinti su tavola dal passato “movimentato”: appartenenti a una collezione privata fiorentina, le due opere sono state rubate e portate in Svizzera, dove, nel 2006, le hanno recuperate i Carabinieri del reparto TPC (Tutela del Patrimonio Culturale).

I beni culturali sono, per definizione, “testimonianze aventi valore di civiltà”: ciò significa che sono oggetti capaci di dare a noi, oggi, una testimonianza, un’informazione sulla civiltà che li ha prodotti, quindi su una parte della nostra storia. Per dare la loro testimonianza, però, le opere devono poter esse guardate e studiate, messe cioè a disposizione del pubblico e degli studiosi. Questo non accade, ovviamente, per i beni rubati, che vengono nascosti o alterati (i dipinti, vengono tagliati, separati, sparpagliati per il mondo) per non essere riconosciuti. È chiaro che un’immagine non può parlarti di niente se è chiusa in una cassaforte o ridotta a un particolare decorativo, e se questo accade si crea una perdita per il patrimonio culturale. Le due tavole di Firenze, fortunatamente, sono scampate a questo destino e dal 2017 sono entrate anche a far parte del patrimonio dello Stato; quest’anno (2018), poi, sono state affidate alla Galleria dell’Accademia, che le esporrà a partire dal 14 Gennaio 2019.

La prossima esposizione delle due opere è quindi un’ottima notizia, e merita decisamente più attenzione rispetto ai tanti dibattiti sulle spoliazioni napoleoniche, o sulla legittima destinazione della “Gioconda”, perché se le opere del Louvre raccontano da lì la loro storia, assolvendo perfettamente al loro “ruolo” di beni culturali, i due dipinti toscani possono finalmente fare altrettanto dalla Galleria dell’Accademia e recuperare il tempo perduto mostrando ai visitatori quello che hanno da dire.

Un buon contesto

E lo fanno in una sede proprio adatta, perché la Galleria dell’Accademia è stata fondata in un momento storico importante per la storia dei musei: la fine del Settecento, quando i sovrani illuminati cominciavano a ragionare sui benefici che l’accesso alle opere d’arte può avere sulla vita della gente. Proprio in quel periodo si aprivano al pubblico le prime collezioni reali e la Galleria dell’Accademia, come suggerisce il nome, faceva parte di un progetto del granduca Leopoldo II. Leopoldo, che era il fratello di Maria Antonietta, intendeva mettere a disposizione degli artisti più modelli possibili, per migliorare il loro talento e promuovere le arti nei suoi domìni. In seguito, il museo accoglierà molte opere provenienti dalle chiese degli ordini religiosi soppressi da Napoleone. Molte delle opere conservate oggi nella Galleria sono quindi di origine religiosa, molte risalgono al XIV-XV secolo, e una gran parte di esse è caratterizzata dal fondo oro, proprio come le due nuove acquisizioni, che qui trovano contesto adatto a interessanti confronti.

Il fondo oro è stato usato dagli artisti fino alla piena affermazione delle istanze rinascimentali e serviva per sottolineare la sacralità delle scene rappresentate: la luce riflessa dalle superfici trattate con foglia d’oro trasportava il fedele in una dimensione “altra”, piena di sacralità, preziosa e distante dai paesaggi e dalla realtà che si vedeva nella vita “terrena”, di tutti i giorni.

Entrambe le opere recuperate in Svizzera sono databili negli anni a cavallo tra Trecento e Quattrocento, sono dipinti su tavola (la tela non si usava ancora) e hanno modeste dimensioni: una fortuna, perché possono trovare facilmente una collocazione adatta nelle sale della Galleria, come precisa la direttrice Cecilie Hollberg.

La Madonna con santi

Maestro della Cappella Bracciolini Galleria dell'Accademia di Firenze mostre Madonna con santiIl primo dipinto rappresenta una Madonna con santi. Non si conosce il nome dell’autore, che viene nominato come “Maestro della Cappella Bracciolini” dal nome della cappella pistoiese che ha affrescato qualche decennio dopo questa tavola. Nel dipinto Maria è rappresentata come “Madonna dell’umiltà”, cioè è seduta su un cuscino, intenta a scambiare atteggiamenti affettuosi col figlio. Questa iconografia è un aggiustamento che gli artisti italiani del XIV secolo fanno sul modello bizantino della madonna Glykophilousa, una Madonna tenera, affettuosa e dolce col figlio. Nella versione “occidentale” Maria abbandona il trono, che pure le spetta in qualità di Madre di Dio, e sottolinea il valore dell’umiltà sedendo su un semplice cuscino, spesso posto a terra. La scelta di questa iconografia ci dice qualcosa sulla committenza: Maria infatti è spesso usata come simbolo dell’intera Chiesa e, in tempi turbolenti per la storia ecclesiastica, il committente può aver scelto questo tipo di iconografia per sottolineare il valore dell’umiltà come dote del bravo cristiano.

Maria tiene in braccio il Bambino, che la guarda e cerca di ripararsi col suo mantello; come i fedeli sanno bene, però, la madre non potrà proteggere Gesù dal suo destino e ciò ci viene ricordato dai loro volti molto tristi. La posa dei due personaggi ricorda quela del Vesperbilt tedesco, la nostra “Pietà”, e fa riflettere il fedele sul valore del sacrificio di Cristo. Meditare sulla vita di Gesù e sul significato che essa ha avuto per la stora dell’uomo era probabilmente la funzione della tavola, dipinta in un momento storico in cui si davagrande importanza alla riflessione sulla sofferenza “umana” di Cristo.

L’opera è probabilmente destinata a devozione privata, si può intuire dalle dimensioni: la devozione privata non ha bisogno delle grosse misure che servono all’interno di una chiesa, dove il dipinto deve essere visto da tanti fedeli insieme, anche da lontano; la grandezza dell’opera risponde invece alle esigenze di uno spazio privato ristretto, dove una persona o un piccolo gruppo possono guardarla e concentrarsi nella preghiera.

In basso, in adorazione, si trovano alcuni santi di proporzioni inferiori rispetto a quelli di Maria e Gesù, secondo una convenzione rappresentativa medievale: per “ottimizzare” l’uso dello spazio, si dipingono più grandi i personaggi principali della scena, così chi guarda capisce subito di cosa si sta parlando. Ai piedi di Maria troviamo quindi una santa che regge in mano un ramo di palma, oggetto che ci parla della sua morte come martire; la santa non ha altri attributi ed è quindi difficile identificarla. È dubbia anche l’identificazione degli altri personaggi, due inginocchiati e un terzo in piedi, con abiti vescovili. Nei due personaggi inginocchiati potrebbero essere riconosciuti San Pietro e San Giovanni, il più giovane degli apostoli, rappresentato come un adolescente e per questo spesso confuso con una donna dagli osservatori moderni.

Due santi

Niccolò Gerini, Niccolò di Pietro Gerini, SS. Girolamo e Giuliano Galleria dell'Accademia di Firenze mostreIl secondo dipinto è stato attribuito con certezza a Niccolò di Pietro Gerini e datato intorno al 1385. Si tratta probabilmente dello scomparto di un polittico, si può dedurre dal fatto che i due santi rappresentati guardano alla loro destra: in quella direzione si trovava l’immagine centrale del polittico (Maria, Cristo, oppure il santo cui era dedicata l’opera). La cornice, forse non originale, segue comunque la direzione indicata dalle decorazioni eseguite sul fondo oro. Si tratta di tecniche mutuate dall’oreficeria e ampiamente utilizzate dai pittori che gli storici dell’arte collocano nel “tardo gotico”. Ad esempio la punzonatura utilizzata anche per decorare le aureole, e la granulazione (cioè l’applicazione di piccole sfere d’oro sulla superficie) che segue il contorno della tavola e ci indica probabilmente la forma della cornice originaria.

Niccolò di Pietro Gerini, Sant'Eligio e san Giovanni Battista; scomparto di polittico (1396-99), tavola, cm 90 × 46. Bologna, Fototeca Zeri, inv. 27244

La stessa decorazione e la stessa ambientazione si ritrovano in un’altra opera, ormai smarrita nel mercato antiquario ma della quale esistono alcune immagini: si tratta di un dipinto molto simile a quello appena descritto, ma con i due santi (Marino e Giovanni Battista) che guardano alla propria sinistra, quindi dalla parte opposta rispetto ai santi della “nostra” tavola. Probabilmente si tratta di uno scomparto proveniente dallo stesso polittico ma appartenente al lato destro.

I santi rappresentati nel dipinto della Galleria dell’Accademia sono San Girolamo e un santo cavaliere, identificato come San Giuliano l’Ospedaliere. San Girolamo viene spesso rappresentato come un uomo che prega e fa penitenza: un’immagine che ricorda il suo grande rigore morale e il periodo di solitudine e meditazione che ha vissuto durante la sua vita. In questo caso il committente ha preferito raffigurare il santo nella veste di traduttore e Dottore della Chiesa. Il libro che Girolamo tiene in mano rappresenta la Bibbia, che egli ha tradotto dal greco al latino, mentre il pennino ricorda la sua attività di scrittore e intellettuale. L’abito che Girolamo indossa è quello di un cardinale, carica che probabilmente il santo non ha mai ricoperto, ma che sta ad indicare la sua importanza in seno alla Chiesa. I santi presenti in questo polittico sono tutti caratterizzati dalla ricchezza dei loro abiti; perfino il San Giovanni Battista (quello nel perduto scomparto di destra) indossa un ricco mantello col bordo decorato in oro sopra alla tradizionale tunica di pelle di cammello. Possiamo ipotizzare, quindi, che nelle intenzioni del committente ci fosse la volontà di esaltare la grandezza dei protagonisti della storia cristiana, più che la loro povertà e umiltà; purtroppo, però, a queste ipotesi non si può dare conferma, perché così accade quando una parte del patrimonio viene a mancare. Siamo certi, però, che gli abiti dei santi della nostra tavola siano vesti di lusso: se guardato attentamente, infatti, si vedrà che il manto di San Girolamo è rivestito di pelliccia, forse di vaio o ermellino, animali dal pelo pregiato con cui nel medioevo si rivestivano mantelli e si facevano pellicce per gente ricca, come reali, magistrati, cavalieri.

Anche San Giuliano l'Ospedaliere indossa abito e mantello rivestiti di pelliccia. San Giuliano è un nobile, si spiegano quindi i suoi ricchi indumenti, e ha una storia terribile che spiega il suo attributo: la spada. Durante una battuta di caccia, Giuliano riceve una tremenda profezia: ucciderà i suoi genitori. Per sottrarsi a questo destino, egli scappa lontano da casa e si rifà una vita sposando una donna spagnola. I suoi genitori lo cercano ovunque e giungono alla fine a casa sua, ma lui non c’è e la moglie li accoglie col massimo della gentilezza, prestando loro il letto nuziale. Al suo ritorno, Giuliano vede nel suo letto due persone e crede che la moglie lo abbia tradito; preso dall’ira afferra la spada e uccide le due persone che dormono, scoprendo immediatamente che si trattava dei suoi genitori. Per fare penitenza ed avere il perdono per l’orrore compiuto, Giuliano si ritira sul fiume Potenza, nelle Marche, e si dedica al trasporto e alla cura dei malati.

Una mostra

Per sapere di più su questi dipinti si potrà approfittare di una mostra; le due opere non sono infatti le uniche novità della Galleria dell’Accademia ma fanno invece parte di un gruppo di nuove acquisizioni che verrà esposto al pubblico dal 14 gennaio 2019 in una mostra temporanea: una mostra che non mette a rischio le opere facendole viaggiare da una città all’altra e non impoverisce un territorio dei propri beni, ma, anzi, espone al pubblico i risultati di nuove operazioni di tutela e valorizzazione, attività fondamentali anche per un museo.


“EtruSchifano. Mario Schifano a Villa Giulia: un ritorno”

Mario Schifano Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia mostre

In occasione del ventennale della scomparsa di uno dei massimi esponenti della pittura contemporanea, il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia dedica una mostra a Mario Schifano, la cui vicenda biografica e artistica è intessuta di stringenti legami con la civiltà etrusco-italica in generale e in particolare con il Museo di Villa Giulia, dove lavorò dal 1951 al 1962 come restauratore e lucidatore di disegni.

Il progetto espositivo, curato da Gianluca Tagliamonte e da Maria Paola Guidobaldi, è promosso dal Museo di Villa Giulia, dal Dipartimento di Beni Culturali dell’Università del Salento, dalla Fondazione PescarAbruzzo, dalla Fondazione dott. Domenico Tulino e dall’Associazione Culturale MM18, con il patrocinio dell’Archivio Mario Schifano e con il contributo dell’Azienda Agricola Casale del Giglio e di Civita.

La mostra è allestita nelle splendide sale affrescate poste al piano nobile di Villa Giulia.

Nella sala dei Sette Colli è esposto il ciclo di opere Gli Etruschi (21 quadri), realizzato su commissione da Schifano nel 1991, e oggi di proprietà della Fondazione Pescarabruzzo di Pescara. La maggior parte dei quadri trae ispirazione da alcune delle più celebri pitture funerarie etrusche, ma non mancano richiami ad alcuni oggetti antichi. I quadri sono stati accostati in mostra ad alcuni vasi originali selezionati nell’ambito della vastissima collezione del Museo.

La reinterpretazione proposta dall’artista in chiave pop si sostanzia di dinamiche figure dai colori sgargianti, emergenti da un fondo monocromo o scuro.

Una selezione (tre dipinti e due disegni) del ciclo di opere Mater Matuta, ispirato alle celebri sculture antiche di Matres (Madri), due delle quali, appartengono al Museo di Villa Giulia e sono esposte in mostra, è invece allestito nella Sala di Venere.

Il ciclo Mater Matuta fu commissionato a Schifano nel 1995 dal manager Domenico Tulino, ed è oggi di proprietà della Fondazione Dott. Domenico Tulino di Roma (la gestione è affidata alla Associazione Culturale MM18 di Pagani).

Realizzato in un periodo particolare della vita di Schifano, di forte sensibilità nei confronti di temi a carattere sociale, come la maternità, la tutela dell’infanzia e la povertà nel mondo, è forse l’ultimo ciclo pittorico eseguito dal Maestro, prematuramente scomparso il 26 gennaio del 1998.

È la prima volta che i due cicli sono accostati e presentati insieme in un contesto espositivo.

La Sala dei Sette Colli accoglie anche una bacheca contenente documenti tratti dal fascicolo personale di Mario Schifano conservati nell’Archivio del Museo e un video con una sequenza di immagini fotografiche di Marcello Gianvenuti, che rievocano l’happening del 16 maggio 1985, quando, a Firenze, Schifano realizzò in poche ore dal vivo La Chimera,  un gigantesco quadro di 40 metri quadri di superficie (4 x 10 m).

Il video prodotto in quell’occasione da Ettore Rosboch è andato perduto. È perciò ancor più significativa la sequenza di immagini fotografiche proposta in questa mostra.

La visita guidata alla stampa sarà anticipata dai saluti del Direttore e da un’introduzione al progetto espositivo da parte dei curatori.

A seguire un brindisi offerto da «Casale del Giglio».

La mostra sarà aperta dal 13 dicembre 2018 al 10 marzo 2019, dal martedì alla domenica, orari 9.00 - 20.00

Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia

Piazzale di Villa Giulia, 9 - Roma

Tel. 06/3219698