Provvedimenti cautelari a 5 persone per plurime azioni furtive

Bologna: provvedimenti cautelari a 5 persone per plurime azioni furtive

Provvedimenti cautelari a 5 persone per plurime azioni furtive compiute tra l’Emilia-Romagna, la Lombardia, il Piemonte e le Marche dal mese di settembre del 2017 fino alla fine del 2018

ESECUZIONE ORDINANZA DI APPLICAZIONE DI CUSTODIA CAUTELARE IN CARCERE

I Carabinieri del Comando per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC) – Nucleo di Bologna - tra Bologna, Brescia, Napoli, Casandrino (NA), Castrezzato (BS) e Grana (AT), coadiuvati da quelli dei Nuclei TPC di Napoli, Monza, Torino, Venezia e dell’Arma territoriale, hanno eseguito un’ordinanza di applicazione della misura della custodia cautelare in carcere, emessa dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale felsineo, Dott. Gianluca PETRAGNANI GELOSI, nei confronti di 5 persone, indagate, a vario titolo, di plurime azioni furtive commesse ai danni del patrimonio culturale.

I provvedimenti scaturiscono dall’esito di una lunga e complessa attività investigativa, portata a termine dai Carabinieri del Nucleo TPC di Bologna e coordinata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bologna, nella persona del Sostituto Procuratore Dott. Roberto CERONI, finalizzata al contrasto dei furti ai danni del patrimonio culturale commessi all’interno di esercizi commerciali di settore, ville nobiliari, musei, luoghi di culto e private abitazioni in genere, e alla relativa commercializzazione illecita dei beni d’arte trafugati anche tramite rivenditori compiacenti, azioni portate a termine in particolar modo tra l’Emilia-Romagna, la Lombardia, il Piemonte e le Marche dal mese di settembre del 2017 fino alla fine del 2018.

Le investigazioni, avviate nel mese di settembre 2017, traggono origine dal furto aggravato denunciato ai Carabinieri dell’arte bolognesi da un locale antiquario, a cui, nei primi del mese, erano state asportate numerose opere d’arte, tra dipinti (oltre 30) e beni di antiquariato, per un valore che superava i 100.000 euro, beni che teneva custoditi all’interno di un magazzino adibito alla custodia di opere d’arte a San Lazzaro di Savena (BO).

I successivi sviluppi investigativi, corroborati anche da attività tecniche (tra cui intercettazioni telefoniche e ambientali) e di riscontro mediante l’utilizzo della “Banca dati dei beni culturali illecitamente sottratti” gestita dal Comando TPC, hanno permesso di:

  • acquisire plurimi e concordanti elementi investigativi nei confronti dei cinque arrestati;

  • dimostrare “come gli indagati abbiano consolidato un proprio efficiente modus operandi che si ripete stabilmente nel tempo”, facendo così emergere “un quadro di abituale attività predatoria di beni d’arte e successiva rivendita degli stessi che, oltre ai danni cagionati ai diretti proprietari degli stessi, alimenta altresì il mercato illecito della vendita e dell’esportazione di siffatte opere”, come riportato dal G.I.P. nella citata ordinanza;

  • individuare e recuperare parte dei beni trafugati illecitamente, già restituiti ai legittimi proprietari.

Nei confronti degli arrestati, cinque pregiudicati campani residenti tra le province di Brescia, Napoli e Asti, vengono ipotizzate a vario titolo, singolarmente o in concorso tra loro, le seguenti gravi azioni furtive di:

  1. numerosi beni d’arte, quali dipinti e beni di antiquariato, ai danni del suindicato antiquario bolognese;

  2. un cospicuo numero di dipinti, sculture di varie dimensioni e materiali, mobili, beni e oggetti di alto antiquariato, statue raffiguranti personaggi del presepe napoletano, lampadari e altri beni d’arte, per un ingente valore, sottratti da una storica dimora di Chiari (BS) nel mese di novembre 2017;

  3. svariati beni d’arte di interesse storico artistico di natura ecclesiastica e devozionale come acquasantiere del XIV secolo, candelieri in legno, una scultura, ma soprattutto una parte del coro ligneo dell’altare con sedute e inginocchiatoi, asportati dalla Chiesa Parrocchiale di San Tommaso Apostolo di Bondeno di Gonzaga (MN) nel mese di marzo 2018;

  4. molteplici beni d’arte e di antiquariato, sottratti dai magazzini di un antiquario in provincia di Asti, nel mese di aprile 2018;

  5. di un pozzo in mattoni in stile neogotico, con iscrizioni in lingua latina e inglese, sottratto da una dimora storica in provincia di Vercelli, nel mese di febbraio 2018.

Nel corso dell’attività investigativa sono state eseguite molteplici perquisizioni e sequestrati numerosi beni d’arte ed ecclesiastici di rilevanza storico-artistica, provento dei furti indicati, trovati nella disponibilità di ulteriori persone, a cui erano stati già ceduti dai componenti del consolidato sodalizio criminale, indagate a loro volta per le ricettazioni dei beni rinvenuti e sequestrati. Tra i 21 dipinti recuperati provenienti dal furto ai danni dell’antiquario bolognese figura: l’olio su rame del XVIII secolo raffigurante “Gesù che scaccia i mercanti dal Tempio”, un dipinto a olio su tela degli inizi del Settecento di scuola napoletana raffigurante “Ritratto di famiglia” e il dipinto “Lavandaia” a olio su tela di scuola inglese del XIX secolo.

Provvedimenti cautelari a 5 persone per plurime azioni furtive
Dipinto a olio su rame del XVIII secolo
Provvedimenti cautelari a 5 persone per plurime azioni furtive
Dipinto a olio su tela degli inizi del Settecento di scuola napoletana
Provvedimenti cautelari a 5 persone per plurime azioni furtive
Dipinto a olio su tela raffigurante “Lavandaia” di scuola inglese del XIX secolo

Altre due opere recuperate nel corso delle indagini:

Provvedimenti cautelari a 5 persone per plurime azioni furtive
Provvedimenti cautelari a 5 persone per plurime azioni furtive compiute tra Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte, Marche nel periodo 2017-2018
Provvedimenti cautelari a 5 persone per plurime azioni furtive
Provvedimenti cautelari a 5 persone per plurime azioni furtive compiute tra Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte, Marche nel periodo 2017-2018

Il valore economico di tutti i beni sequestrati è stato stimato in circa 350.000,00 euro.

Tra i beni sequestrati nel corso dell’attività investigativa figurano beni d’arte ed ecclesiastici, per i quali non è stato possibile determinare la provenienza delittuosa, evidentemente per la mancata denuncia da parte delle persone offese. Figurano dipinti, un tabernacolo, mobili antichi come cassettoni, sedie da salotto, divani, una statua, lampadari e altro ancora. Di seguito quattro beni sequestrati:

Dipinto a olio su tela raffigurante la “Crocifissione”
Dipinto a olio su tela con “Madonna con Bambino”
Stemma araldico di famiglia nobiliare in ferro battuto
Busto in pietra raffigurante una “Figura femminile”

Le indagini hanno, inoltre, permesso di sequestrare, al valico di Ventimiglia (IM), al confine con la Francia, svariati beni antiquariali, costituiti prevalentemente da elementi di arredo antico ed ecclesiastico, quali candelabri, dipinti su tela, putti e altri beni, che, trasportati a mezzo di un furgone, stavano per essere esportati senza le previste autorizzazioni delle competenti autorità italiane dalle tre persone fermate a bordo del veicolo.

Numerosi sono stati i riscontri investigativi raccolti nei confronti del gruppo, come l’arresto, operato nel mese di maggio 2018 a Cingoli (MC), nei confronti di due persone fermate in flagranza di reato, mentre tentavano di asportare da un’abitazione nobiliare molteplici beni d’arte di rilevanza storico-artistica, tra cui dipinti, specchiere, tavoli, consolle, candelabri e acquasantiere. Da evidenziare come le informazioni sugli obiettivi da colpire venivano, a volte, acquisite da parte di uno dei componenti anche attraverso l’iscrizione e l’interazione su piattaforme digitali e social network dedicati al mondo dell’arte e soprattutto attraverso la scoperta di abitazioni e luoghi antichi poco conosciuti.

In conclusione, oltre alle 5 persone arrestate in esecuzione dell’ordinanza del G.I.P. e alle due in flagranza di reato, l’indagine ha consentito di deferire in stato di libertà alle competenti Autorità Giudiziarie altre 12 persone per furti aggravati, ricettazione ed esportazione illecita di beni culturali e soprattutto di recuperare numerosi beni d’arte, tra cui figurano 40 dipinti (su tela, tavola e rame), 14 sculture di vario genere e dimensioni e 53 beni di antiquariato (ebanisteria, beni ecclesiastici ed altri diversi). Tra le persone indagate per furto figurano anche due donne, consorti di due dei principali componenti del gruppo.

Testo e foto dall’Ufficio Stampa Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale


Carabinieri Mauro Reggiani

Carabinieri sequestrano 60 dipinti falsamente attribuiti a Mauro Reggiani

Lecce: i Carabinieri del Nucleo TPC di Bari, coordinati dalla Procura della Repubblica di Lecce, sequestrano 60 dipinti falsamente attribuiti al Maestro Mauro Reggiani. 23 persone denunciate in tutta Italia

Carabinieri Mauro Reggiani

I Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Bari, a conclusione di una lunga e complessa attività investigativa, coordinata dalla Procura della Repubblica di Lecce, hanno accertato l'esistenza di un gruppo criminale, composto da mercanti d’arte, collezionisti e speculatori occasionali, avente ramificazioni in tutta Italia, che aveva creato una pervasiva rete commerciale di ricettazione e commercializzazione di opere d'arte false e/o contraffatte, attribuite al maestro Mauro Reggiani (Nonantola 1897 – Milano 1980), uno dei massimi esponenti dell’astrattismo in Italia.

Carabinieri Mauro Reggiani

Le investigazioni, iniziate nel 2019, grazie alla segnalazione dell’Associazione per la tutela delle opere di Mauro Reggiani che denunciava un’insolita e continua richiesta di verifica di autentiche di dipinti, hanno permesso di accertare che opere falsamente attribuite all’artista venivano immesse sul mercato nazionale grazie alla complicità di gallerie, collezionisti privati e mercanti d’arte, prevalentemente attraverso l’utilizzo di piattaforme “e-commerce”, eludendo così le norme vigenti sull’esercizio del commercio. Il ruolo fondamentale della compagine criminale veniva svolto da un mercante abruzzese che, attraverso una serie di intermediari su tutto il territorio nazionale, aveva messo in circolazione un numero indefinito di beni d’arte falsi.

Le opere, risultate copie di dipinti autentici, erano riproduzioni estrapolate dal catalogo generale delle opere di Mauro Reggiani, pubblicato in bianco e nero negli anni ’90 geometricamente identiche a quelle catalogate, ma con colorazioni diverse da quelle originali. Determinante ausilio alle indagini è stato fornito dall’Associazione Reggiani, costituitasi nel 2019, che eseguiva expertise su tutte le opere sequestrate, accertandone la non autenticità.

Le opere sequestrate, proposte in commercio a prezzi compresi tra 15.000 e 70.000 euro, avrebbero fruttato oltre un milione di euro. Moltissime le vittime del raggiro che si sono ritrovate in casa dipinti falsi pagati migliaia di euro.

Le opere sono state sequestrate nelle province di Lecce, Napoli, Perugia, Teramo, Cagliari, Milano, Firenze, Roma, Alessandria, Como, Modena, Cesena, Ferrara, Brescia, Savona, Padova e La Spezia, con la collaborazione dell’Arma territoriale e dei Nuclei TPC territorialmente competenti.

Sono state deferite all’Autorità Giudiziaria complessivamente 23 persone coinvolte a vario titolo nella ricettazione (648 C.P.) e per aver posto in circolazione opere d’arte false/contraffate (178 D.lgs. 42/2004).

Testo e foto dall’Ufficio Stampa Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale


Dopo 200 anni torna da Brera a Ravenna il dipinto di Nicolò Rondinelli

Musei: MiC, dopo 200 anni torna a Ravenna il dipinto di Nicolò Rondinelli dalla Pinacoteca di Brera
Con “100 opere tornano a casa” i capolavori dell’arte statali escono dai depositi e tornano nelle sale dei musei

Nicolò Rondinelli, San Giovanni Evangelista appare a Galla Placidia Pinacoteca di Brera Museo Nazionale di Ravenna
Nicolò Rondinelli, San Giovanni Evangelista appare a Galla Placidia (1497-1500)

Il dipinto di Nicolò Rondinelli “San Giovanni Evangelista appare a Galla Placidia”, proveniente dai depositi della Pinacoteca di Brera di Milano, è tornato oggi dopo più di 200 anni al Museo Nazionale di Ravenna. L’opera è stata accolta al suo arrivo dal Direttore Regionale Musei Emilia-Romagna, Giorgio Cozzolino, dalla Direttrice del Museo Nazionale di Ravenna, Emanuela Fiori, dal Sindaco di Ravenna, Michele De Pascale e dall'Assessore alla Cultura del Comune di Ravenna, Fabio Sbaraglia.

La pala, realizzata per la basilica di San Giovanni Evangelista, celebra un miracolo legato alla consacrazione della chiesa, avvenuta all’epoca di Galla Placidia. L’episodio, raffigurato più volte in ambito ravennate, trova la più alta espressione per mano di Nicolò Rondinelli, formatosi a Venezia nella bottega di Giovanni Bellini. Le figure solenni e piene di grazia dell’augusta e dell’evangelista Giovanni, la raffinata quinta architettonica e la ricerca cromatica fanno dell’opera una dei più alti esiti della pittura romagnola tra Quattro e Cinquecento.

La tavola troverà collocazione, al termine di un nuovo allestimento, al primo piano del complesso monastico di San Vitale, nelle sale prospicienti il “grande dormitorio”, dove sono esposte altre opere provenienti dalla Chiesa di San Giovanni Evangelista, tra cui le lunette cinquecentesche con le Storie di Galla Placidia, affrescate da Francesco Longhi.

Il dipinto custodito al Museo Nazionale di Ravenna segue le altre quattro opere arrivate nei giorni scorsi nella città di Ferrara nell’ambito del progetto voluto dal ministro Franceschini “100 opere tornano a casa” per valorizzare il patrimonio storico artistico e archeologico italiano conservato nei depositi dei luoghi d’arte statali e per promuovere i musei più piccoli, periferici e meno frequentati.

Roma, 13 gennaio 2022

Musei: MiC, tornano a Ferrara i dipinti del Garofalo dai depositi della Galleria Borghese e da Brera
Con ’100 opere tornano a casa’i capolavori dell’arte escono dai depositi e tornano nelle sale dei musei
I dipinti “Pesca miracolosa” e “Noli me tangere” di Benvenuto Tisi detto il Garofalo sono arrivati questa mattina dai depositi della Galleria Borghese di Roma nella città di Ferrara, dove sono stati esposti presso il Museo Archeologico Nazionale di Palazzo Costabili insieme alla magnifica pala della “Crocifissione con la Vergine, la Maddalena e i Santi Giovanni e Vito” dello stesso autore, proveniente dalla Pinacoteca di Brera. I tre dipinti sono stati esposti temporaneamente nella sala delle carte geografiche, in attesa di essere collocati definitivamente nella Sala del Tesoro al termine del nuovo allestimento. La scelta di esporre le tre opere nella Sala del Tesoro di Palazzo Costabili trova una sua ragione d’essere nella meravigliosa volta affrescata dallo stesso Garofalo tra il 1503 e il 1506, dove spicca un affresco che raffigura personaggi di rango affacciati ad un’illusoria balconata.
L’iniziativa rientra nel progetto “100 opere tornano a casa” lanciato dal ministro della Cultura, Dario Franceschini, per dare visibilità alle opere custodite nei depositi dei luoghi d’arte, di artisti più o meno conosciuti, e promuovere i musei più piccoli, periferici e meno frequentati.
 Questi tre dipinti presentati questa mattina si aggiungono alla tela di Carlo Bononi “San Bruno in preghiera con altri monaci”, arrivata da Brera lo scorso 15 dicembre e ora visibile nella collezione permanente della Pinacoteca Nazionale di Ferrara (Gallerie Estensi).
Alla conferenza stampa di presentazione erano presenti: Alan Fabbri, Sindaco di Ferrara; Marco Gulinelli, Assessore alla Cultura di Ferrara; Giorgio Cozzolino, Direttore Regionale Musei dell’Emilia Romagna; Francesca Cappelletti, Direttrice della Galleria Borghese; Martina Bagnoli, Direttrice delle Gallerie Estensi; Tiziano Trocchi, Direttore del Museo Archeologico Nazionale di Ferrara; Lucia Calzona, Storica dell’arte e curatrice della Galleria Borghese; Letizia Lodi, Storica dell’arte e curatrice della Pinacoteca di Brera.
Roma, 11 gennaio 2022

 

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Testi e foto dall’Ufficio Stampa e Comunicazione del Ministero della Cultura


Un santuario portatile per la dea Anuket

Un santuario portatile per la dea Anuket

Un santuario portatile per la dea Anuket”

Al via il 14 gennaio la nuova mostra del ciclo "Nel laboratorio dello studioso"

santuario legno portatile dea Anuket

Prosegue per tutto il 2022 “Nel laboratorio dello studioso”, il ciclo di mostre bimestrali dedicato all’attività scientifica condotta da curatori ed egittologi del Dipartimento Collezione e Ricerca del Museo Egizio.

La nuova mostra, dal titolo “Un santuario portatile per la dea Anuket”, debutta il 14 gennaio all’Egizio. Al centro dell’esposizione un piccolo santuario in legno, risalente al tempo del faraone Ramesse II (ca. 1279-1213 a.C.), dedicato alla dea Anuket e ad altre divinità venerate nell’importante centro religioso di Elefantina, presso Assuan, nell’Egitto meridionale. L’ottimo stato di conservazione, la presenza di un portico con due colonne sulla facciata e le decorazioni sulle pareti, tra cui una scena con navigazione fluviale della barca sacra della dea Anuket, sono alcuni degli elementi che rendono il manufatto un oggetto unico nel suo genere.

Il santuario in scala ridotta proviene dal sito di Deir el-Medina, il villaggio che durante il Nuovo Regno ospitava gli artigiani che realizzavano le tombe della Valle dei Re e delle Regine, e apparteneva ad un certo Kasa, un membro di questa particolare comunità. Lo stesso Kasa, suo figlio Nebimentet e altri loro familiari sono raffigurati sulle pareti esterne del piccolo santuario, mentre si prodigano in offerte in onore della dea Anuket e delle altre due divinità della cosiddetta triade di Elefantina, Khnum e Satet, divinità molto importanti, che si riteneva fossero preposte al controllo della piena del Nilo.

Oggetti di questo tipo sono estremamente rari. Per altri esempi di santuari lignei in scala ridotta, ma appartenenti ad epoca diversa e comunque privi del portico frontale a colonne, bisogna scomodare il ricchissimo corredo funebre del faraone Tutankhamon. La particolarità e la bellezza del piccolo santuario della dea Anuket, che arrivò a Torino con la collezione Drovetti intorno al 1824, colpì anche il pittore Lorenzo Delleani: nel suo dittico del 1871, intitolato “I Musei” ha ritratto lo scorcio di una sala dell’Egizio dell’epoca, riproducendo in primo piano proprio questo oggetto. Un dettaglio che i visitatori possono scorgere all’inizio del percorso di visita del Museo Egizio, nelle sale dedicate alla storia della collezione, dove il dipinto è attualmente in esposizione.

A far da corollario al santuario sono esposte alcune stele che testimoniano la vita religiosa della comunità di Deir el-Medina. Spiccano fra queste una stele dedicata al sovrano divinizzato Amenhotep I e a sua madre, la regina Ahmose Nefertari, considerati numi tutelari del villaggio, una stele dedicata ad una manifestazione della dea Hathor ed una realizzata in onore della dea serpente Meretseger, “colei che ama il silenzio”.

Altri oggetti in mostra ci parlano poi di culti legati ad una sfera più domestica e familiare: piccole stele e busti che testimoniano, ad esempio, la devozione verso gli antenati, o figurine femminili in terracotta impiegate in rituali connessi con la fertilità, con la protezione della maternità e la cura di punture di scorpioni o morsi di serpenti.

La mostra è stata curata da Paolo Del Vesco, curatore e archeologo del Museo Egizio dal 2014, con esperienze di scavo in Italia, Siria, Arabia Saudita, Egitto e Sudan. In particolare, Del Vesco ha partecipato alle missioni archeologiche del Museo Egizio a Saqqara e a Deir el-Medina e ha collaborato alla realizzazione delle mostre “Missione Egitto 1903-1920. L’avventura archeologica M.A.I. raccontata” (2017-2018) e “Anche le statue muoiono. Conflitto e patrimonio tra antico e contemporaneo” (2018) e delle nuove sale dell’Egizio “Alla ricerca della vita. Cosa raccontano i resti umani?” (2021).

Sono previste due visite guidate da un’ora con il curatore della mostra: la prima il 25 gennaio e la seconda il 1° marzo, entrambe alle 16,30. La partecipazione è consentita a un massimo di 25 persone con prenotazione online; il costo è di 7 euro a persona (escluso il biglietto d’ingresso). La mostra si conclude il 20 marzo 2022.

Testo e foto dall'Ufficio stampa della Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino


100 opere tornano a casa

“100 opere tornano a casa”, dai depositi al pubblico: nuovo progetto MiC

“100 opere tornano a casa”

Musei, Dario Franceschini: Cento opere d’arte “tornano a casa”, al via nuovo progetto MiC

Dai grandi ai piccoli musei, le prime cento opere lasciano i depositi per tornare visibili al pubblico

Cento opere custodite nei depositi di 14 tra i musei più importanti d’Italia, dalle Gallerie Nazionali Barberini Corsini agli Uffizi di Firenze, dal Museo di Capodimonte al Museo di Brera, dalla Galleria Borghese al Museo Archeologico di Ferrara, dal Museo Archeologico di Napoli al Museo di Matera, tornano finalmente nelle sale dei musei e ritrovano visibilità nei territori di provenienza per le quali erano state concepite. Il Ministero della Cultura lancia il progetto “100 opere tornano a casa”, fortemente voluto dal Ministro Dario Franceschini, per promuovere e valorizzare il patrimonio storico artistico e archeologico italiano conservato nei depositi dei luoghi d’arte statali.
100 opere tornano a casa
100 opere tornano a casa
“100 opere tornano a casa”

100 opere tornano a casa

“Questo progetto - dichiara il Ministro della Cultura Dario Franceschini - restituisce nuova vita a opere d’arte di fatto poco visibili, di artisti più o meno conosciuti, e promuove i musei più piccoli, periferici e meno frequentati. Solo una parte delle opere dei musei statali è attualmente esposta: il resto è custodito nei depositi, da cui proviene la totalità dei dipinti e dei reperti coinvolti in questa iniziativa. Queste cento opere sono soltanto le prime di un progetto a lungo termine che mira a valorizzare l’immenso patrimonio culturale di proprietà dello Stato. Un obiettivo che sarà raggiunto anche attraverso un forte investimento nella digitalizzazione e nella definizione di nuove modalità di fruizione prevedendo nuove collaborazioni come la realizzazione di una serie di documentari insieme alla RAI, che ha anche il merito di rafforzare il legame tra il territorio e l’opera d’arte”.
100 opere tornano a casa
“100 opere tornano a casa”. Foto dal deposito dei Musei Reali di Torino
100 opere tornano a casa
“100 opere tornano a casa”. Foto dal deposito dei Musei Reali di Torino
100 opere tornano a casa. Foto dal deposito dei Musei Reali di Torino
“100 opere tornano a casa”. Foto dal deposito dei Musei Reali di Torino
100 opere tornano a casa
“100 opere tornano a casa”. Foto dal deposito dei Musei Reali di Torino
Il punto di partenza del progetto è stata la banca dati, elaborata fin dal 2015 dalla Direzione Generale Musei, composta da 3.652 opere provenienti dai depositi di oltre 90 musei statali. La selezione delle opere e dei luoghi della cultura, curata dalla DG Musei insieme alle direttrici e ai direttori dei musei, ha tenuto conto di valutazioni e richieste provenienti dalle realtà periferiche. La scelta è avvenuta in base a tre criteri: opere provenienti da chiese o palazzi situati in altri territori e nel tempo confluite nei principali musei italiani, dipinti o sculture che in questo modo compiono un “ritorno a casa” nei luoghi per i quali sono stati realizzati; opere che integrano le collezioni del museo destinatario; opere che, inserite nelle collezioni di destinazione, danno vita ad accostamenti interessanti e favoriscono l’apertura dei musei verso nuovi pubblici. Grazie al progetto, numerose opere sono state restaurate e alcuni spazi museali sono stati ripensati per accoglierle.
Giocatori di carte di Salvator Rosa
Paesaggio con figure di Salvator Rosa
Madonna con il Bambino in gloria e i santi Giovanni Battista di Federico Barocci
Ecce Homo di Federico Barocci
Madonna con il Bambino e i santi Agostino e Maddalena e angeli di Cristoforo Roncalli detto il Pomarancio
Madonna con il Bambino in gloria e i santi Barbara e Terenzio di Simone Canterini detto il Pesarese
Gesù Bambino appare a sant’Antonio da Padova di Simone Canterini detto il Pesarese

 

Allegoria di Trieste e dell’Istria di Annibale Strata

 

gruppo scultoreo Gladiatore che uccide un leone
gruppo scultoreo Gladiatore che uccide un leone
Testata di trave bronzea degli arredi delle navi di Caligola 37-41 d.C.
foto dal Museo delle Navi Romane di Nemi
Cista Prenestina

Solo per fare qualche esempio, grazie a questa iniziativa, torneranno visibili al pubblico due dipinti del XVII sec. di Salvator Rosa che oggi, 11 dicembre, dal deposito delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini troveranno casa al Museo Nazionale di Matera; la “Madonna con il Bambino in gloria e i santi Giovanni Battista” e “Ecce Homo” di Federico Barocci; la “Madonna con il Bambino e i santi Agostino e Maddalena e angeli” di Cristoforo Roncalli detto il Pomarancio; la “Madonna con il Bambino in gloria e i santi Barbara e Terenzio” e “Gesù Bambino appare a sant’Antonio da Padova” di Simone Canterini detto il Pesarese della Pinacoteca di Brera andranno ad arricchire la Galleria Nazionale delle Marche a Urbino, mentre la tela di Giovanni Baglione, dal titolo “Immacolata concezione tra i santi Pietro e Paolo” da Brera il 14 dicembre andrà a Palazzo Altieri a Oriolo Romano (Viterbo); “Allegoria di Trieste e dell’Istria” di Annibale Strata (1822-1894),  lascerà i Musei Reali di Torino per tornare al Castello di Miramare a Trieste; il gruppo scultoreo “Gladiatore che uccide un leone” che decorava la peschiera di Villa Giustiniani e il torso restituito dal Getty Museum nel 1999, dal Parco Archeologico di Ostia Antica torneranno a impreziosire la Villa di Vincenzo Giustiniani a Bassano Romano (Viterbo); La “Testata di trave bronzea” degli arredi delle navi di Caligola 37-41 d.C. dal Museo Nazionale Romano andrà il 17 dicembre al Museo delle Navi Romane di Nemi; la “Cista Prenestina” dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli tornerà al Museo Archeologico di Palestrina.
100 opere tornano a casa
100 opere tornano a casa
La valorizzazione del progetto prevede, inoltre, la collaborazione con la Rai che, attraverso Rai Doc, realizzerà un nuovo format, composto da un documentario breve e una serie di tredici episodi in presa diretta che saranno trasmessi dalle reti generaliste. Verranno raccontati la restituzione e il restauro delle opere d’arte partendo dai musei delle grandi città italiane, dai depositi dove l’opera è stata custodita e dai laboratori dove le sapienti mani dei restauratori l’hanno riportata a nuova vita. I direttori dei musei di provenienza e di quelli riceventi, i restauratori, gli storici dell’arte e gli esperti spiegheranno agli spettatori la storia dell'opera e le ragioni per cui è finita lontano dai luoghi che l’hanno vista nascere, offrendo anche spunti sulle attività dei professionisti dei beni culturali. Il format seguirà il viaggio delle opere d’arte che, una volta messe in sicurezza, saranno trasportate a bordo di pulmini speciali brandizzati con il logo “100 opere tornano a casa”, per raggiungere il museo che le accoglierà. Questo percorso, ripreso anche con i droni, diventa l’occasione per raccontare la diversità dei territori e dei luoghi d’Italia, per scoprire meglio le radici, la cornice storica, geografica, il paesaggio che ha ispirato gli artisti.
100 opere tornano a casa
Alla conferenza stampa di presentazione del progetto “100 opere tornano a casa” hanno partecipato, oltre al Ministro della Cultura Dario Franceschini: Massimo Osanna, Direttore generale Musei; Caterina Bon Valsassina, già Direttrice dell’Istituto Centrale per il restauro e Direttrice generale Archeologia belle arti e paesaggio del MiC; Flaminia Gennari Santori, Direttrice della Gallerie Nazionali Barberini Corsini e Duilio Giammaria, Direttore Rai Documentari.
Il materiale completo è consultabile su https://cultura.gov.it/100opere
100 opere tornano a casa
100 opere tornano a casa

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Testo, foto e video dall’Ufficio Stampa e Comunicazione del Ministero della Cultura

Enigma Raffaello: presentazione del volume in diretta streaming

Enigma Raffaello

Presentazione del volume dedicato al “Divin pittore” urbinate e alla sua scomparsa avvolta nel mistero. Gli esperti si interrogano sulle possibili cause della sua morte


Mercoledì 1 dicembre 2021 ore 11,00
Aula magna – Palazzo del Rettorato – piazzale Aldo Moro 5, Roma

Segui la diretta streaming

Enigma Raffaello Sanzio volume diretta streaming

A distanza di oltre cinquecento anni dalla prematura scomparsa di Raffaello Sanzio, avvenuta il 6 aprile 1520, la morte dell’artista resta ancora avvolta nel mistero ed è fonte inesauribile di interrogativi per gli studiosi di varie discipline. L’Urbinate è stato vittima dei suoi stessi vizi amorosi, come racconta Giorgio Vasari nelle Vite, oppure dietro alla sua fine, si celano il rancore, l’animosità e l’invidia dei suoi rivali?

 Il volume raccoglie una serie di riflessioni transdisciplinari, proposte sia da studiosi del campo storico-artistico, che del settore scientifico-medico. I contributi analizzano più criticamente la personalità dell’artista e la cerchia dei suoi potenziali nemici; indagano i passaggi architettonici che, nel corso dei secoli, hanno interessato il luogo di sepoltura prescelto, la Cappella della Madonna del Sasso; passano in rassegna le cronache legate all’apertura della presunta tomba dell’artista nel 1833; sino ad arrivare alla ricostruzione del suo volto attraverso le nuove tecnologie dell’antropologia forense. Infine, affrontano, in prospettiva storico–medica, la morte e i possibili studi paleopatologici applicabili ai resti di Raffaello.

Il libro mette in fila tutta una serie di elementi, documenti ed expertise per dare un nuovo risvolto alle ricerche e ai quesiti sull’esistenza e sulla fine di uno degli artisti più celebrati della storia. La pubblicazione, che sarà presentata mercoledì 1 dicembre in Aula magna del palazzo del Rettorato, è il risultato di un progetto congiunto nato da un accordo di collaborazione nel 2019 tra diverse istituzioni: Sapienza Università di Roma, i Musei Vaticani, la Pontificia Accademia dei Virtuosi al Pantheon e l’Accademia di Belle Arti di Roma.

Il volume è stato realizzato con il contributo del Comitato Nazionale per le Celebrazioni dei 500 anni dalla morte di Raffaello Sanzio del Ministero della Cultura (MiC)

I lavori in Aula magna saranno aperti dai saluti della rettrice della Sapienza Antonella Polimeni. L’introduzione è affidata a Pio Baldi, presidente della Pontificia Accademia dei Virtuosi al Pantheon Raffaello, a Barbara Jatta, direttrice dei Musei Vaticani e Alberta Campitelli, presidente dell’Accademia di belle arti di Roma.

 Interventi

Eugenio Gaudio, presidente della Fondazione Roma Sapienza
La morte di Raffaello: un problema ancora aperto
Tiziana D’Acchille, docente dell’Accademia di belle arti di Roma

Enigma Raffaello: un approccio multidisciplinare
Sylvia Ferino-Pagden, storica dell’arte

I rivali e gli avversari di Raffaello

Flavia Cantatore, docente di Sapienza Università di Roma

La tomba di Raffaello al Pantheon

Chantal Milani, antropologa e odontologa forense, Sapienza Università di Roma

Analisi e ricostruzione del volto di Raffaello Sanzio

Vittorio Fineschi, docente di Sapienza Università di Roma

La morte di Raffaello: una prospettiva di lettura storico-medica

Gino Fornaciari, docente dell’Università di Pisa

Studio bioarcheologico e paleopatologico di Raffaello 

Ulderico Santamaria, direttore del Laboratorio di ricerche scientifiche dei Musei Vaticani
Metodologie e tecniche microinvasive applicabili alla tomba di Raffaello

Sarà possibile seguire l’evento anche in diretta streaming sul canale YouTube https://www.youtube.com/watch?v=0CsmHIGj38g

 

Testo e foto dall'Ufficio stampa e comunicazione Sapienza Università di Roma


Palazzo Sandi a Venezia: nuova vita per il soffitto di Tiepolo e Bambini

Palazzo Sandi a Venezia: nuova vita per il soffitto dipinto da Tiepolo e Bambini

ANCE Venezia inaugura la nuova sala appena restaurata - 11 novembre ore 11:30

Palazzo Sandi Tiepolo Bambini

Nell’ambito del 75° anniversario della sua fondazione, l’Associazione dei Costruttori Edili di Venezia ha promosso un lavoro di restauro artistico e architettonico riguardante la propria sede: lo storico Palazzo Sandi a Venezia. Il progetto ha coinvolto in particolare il salone nobile, con il soffitto affrescato da Giambattista Tiepolo e Nicolò Bambini. Due opere complementari che arricchiscono la sede di ANCE: l’affresco “Trionfo dell’Eloquenza” di Tiepolo e il fregio incorniciato che lo circonda, “Allegoria della lascivia” o “Umanità primitiva”, di Bambini.

Palazzo Sandi a Venezia: nuova vita per il soffitto dipinto da Giambattista Tiepolo e Nicolò Bambini

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IL RESTAURO DEL “TRIONFO DELL’ELOQUENZA” DI GIAMBATTISTA TIEPOLO

I lavori sull’affresco del Tiepolo sono stati eseguiti dalla ditta di restauro e conservazione Lithos di Venezia.
A una prima analisi, le condizioni del “Trionfo dell’Eloquenza” erano discrete: piccole lesioni, cavillamenti, stuccature incongrue e piccoli interventi, in alcuni casi del tutto superflui, eseguiti con materiali inappropriati.
L’intervento di conservazione è partito dopo l’esecuzione di un fotopiano dell’area interessata e di un monitoraggio dell'intera superficie del dipinto mediante lampada di Wood. Questa tecnica è stata utilizzata nella fase di accertamento dello stato di degrado dell'opera e, più in particolare, nella verifica dell'esistenza e dell'estensione delle parti non originali del tessuto pittorico. I risultati del monitoraggio sono stati graficizzati mediante la mappatura delle rispondenze delle superfici al fascio di luce a ultravioletto. Durante il monitoraggio sono state scattate delle foto di dettaglio esemplificative dell'intera superficie ed è stata realizzata la mappatura delle fluorescenze.
Il restauro vero e proprio è iniziato con una
preliminare pulitura a secco dei depositi superficiali incoerenti, estesa a tutta la superficie, mediante pennellesse morbide. Successivamente si è proceduto al pre-consolidamento della pellicola pittorica nelle aree con problemi d’instabilità. A seguito di battitura manuale delle superfici sono state individuate le aree di intonaco distaccate dal supporto. Sono state quindi eseguite iniezioni di malta fluida premiscelata a basso peso specifico ed esente da sali.

Palazzo Sandi Tiepolo Bambini
Palazzo Sandi a Venezia: nuova vita per il soffitto dipinto da Giambattista Tiepolo e Nicolò Bambini

Le stuccature ritenute incongrue, poiché degradate o realizzate con materiali non idonei, sono state in alcuni casi rimosse, in altri abbassate. L'operazione è stata effettuata dapprima con l'applicazione a pennello di acetone con giustapposizione di carta giapponese per rimuovere le ridipinture a base sintetica, seguita da impacco con acqua demineralizzata per ammorbidire l’impasto in malta. Infine, è stata effettuata la rimozione meccanica.
Dopo il parere positivo da parte della Soprintendenza, le
ridipinture individuate durante la fase di analisi sono state rimosse mediante impacchi di carbonato d'ammonio in soluzione al 10% dato a pennello con giustapposizione di carta giapponese. La superficie è stata poi sciacquata con acqua demineralizzata e spugne. Il processo è stato ripetuto sino alla completa rimozione delle ridipinture. Le stuccature precedentemente rimosse sono state integrate o nuovamente realizzate dove necessario (in corrispondenza di lesioni, lacune, etc.) con malta idonea per granulometria e cromia con i materiali originari. Infine, per garantire omogeneità di lettura delle superfici, si è proceduto all'esecuzione di reintegrazione (a velatura con acquerello) di cadute della pellicola pittorica o abrasioni e reintegrazione a tono con campitura tratteggiata o puntinata ad acquerello delle lacune e delle stuccature alterate.

Palazzo Sandi Tiepolo Bambini
Palazzo Sandi a Venezia: nuova vita per il soffitto dipinto da Giambattista Tiepolo e Nicolò Bambini

IL RESTAURO DELL’ “UMANITÀ PRIMITIVA” DI NICOLÒ BAMBINI

Del progetto di recupero del fregio del Bambini e della sua cornice lignea, si è occupata l’architetta Federica Restiani, responsabile scientifica dell'Istituto Veneto per i Beni Culturali e direttrice dei lavori, insieme al restauratore Jean Pierre Zocca e a Monica Rovea, Annalisa Nardin e Anna Zulian.

La decorazione pittorica del salone del piano nobile di Palazzo Sandi - racconta Restiani - è stata studiata finora soprattutto per la presenza del primo affresco a soggetto profano del giovane Giambattista Tiepolo, mentre si è dedicata minore attenzione all’opera attribuita al Bambini, sia dal punto di vista stilistico che della tecnica esecutiva. Tuttavia, per comprendere pienamente le ragioni e il significato dell’intero schema decorativo, che rappresenta un unicum nel panorama della pittura veneziana del XVIII secolo, le opere dei due artisti (e le aspirazioni della committenza) non sono separabili. Il programma iconografico infatti, seppur articolato su superfici differenti, è unitario e si svolge attraverso la narrazione pittorica di due concetti opposti ma reciprocamente connessi: il soggetto principale, nel piatto centrale del soffitto, Trionfo dell’eloquenza, e in contrapposizione, immediatamente sotto, l’Umanità primitiva (o Allegoria della lascivia) confinata entro un lungo fregio dipinto a monocromo che corre ininterrotto sulle quattro pareti della stanza, ove, entro rilievi a stucco, erano incorniciate altre tre tele a corollario della narrazione allegorica. Sappiamo che i lavori di riammodernamento del palazzo furono avviati da Tomaso Sandi in concomitanza delle nozze del figlio Vettor, 1724, è quindi abbastanza ragionevole individuare nella conformazione del telaio architettonico della sala e nel programma decorativo un progetto unico e organico, fortemente legato alle aspirazioni della committenza: non potendo infatti ostentare una nobiltà di antiche origini, il padre di Vettor decide di celebrare la propria casata attraverso l’esaltazione delle virtù, saggezza ed eloquenza, associate all’esercizio della propria professione, l’avvocatura. I Sandi celebrano quindi ‘la civiltà della parola’, regolata dall’esercizio della virtù, che guida l’intelletto dell’uomo e inonda di luce l’intera sala (Tiepolo), relegando ai margini, brancolante nel buio, un mondo primitivo fatto di mostruosità, vizio e sofferenze (Bambini).”

Palazzo Sandi Tiepolo Bambini
Palazzo Sandi a Venezia: nuova vita per il soffitto dipinto da Giambattista Tiepolo e Nicolò Bambini

La fascia decorativa monocroma contigua al soffitto si sviluppa lungo le quattro pareti del salone nobile, per una lunghezza complessiva di 33 metri lineari e per un'altezza di metri 1,50 con un totale di 50 metri quadri di superficie dipinta. Iconograficamente, il soggetto mitologico dell’Umanità primitiva raffigura l’esistenza primordiale in cui uomini primitivi ignoravano l'uso della parola, erano errabondi, senza vesti: esseri semiumani come centauri, fauni, satiri e pegasi, in lotta tra loro. In assonanza con la crudeltà dell'uomo è raffigurata la feroce lotta tra tori, leoni, unicorni, ippogrifi e altri animali. Il racconto allegorico, nello sviluppo ritmico decorativo, è sostenuto da una forte tensione e un serrato dinamismo. La campitura a tono tendenzialmente monocromo richiama le tenebre in cui visse l'umanità primitiva in contrapposizione al tema del Trionfo dell’eloquenza raffigurato sul soffitto, elevato nella luce.

Il fregio è realizzato con la tecnica del marouflage. Con questo termine, derivante dal nome della colla animale impiegata (marouflé), si indica una pittura a olio realizzata non direttamente sulla superficie architettonica ma attraverso la mediazione di una tela priva di telaio e fissata a mezzo di colla e chiodature. La procedura era già nota in Italia fin dal XV secolo, ma viene codificata con il termine marouflage soltanto tra il Seicento e il Settecento in Francia.

Il fregio versava in condizioni conservative piuttosto critiche, condizionato dalle variazioni microclimatiche del salone: è possibile supporre che per alcuni secoli l’interazione ambientale interna, del salone di Palazzo Sandi (non avendo riscaldamento per 250 anni), sia stata condizionata delle naturali variazioni stagionali in assonanza con il clima umido di Venezia. Verso la metà del secolo scorso, nell’edificio e nel salone del piano nobile sono stati installati i termosifoni, che hanno apportato un importante cambiamento nella variabilità climatica della stanza.

L’altra causa determinante di degrado è da ricercarsi nelle differenti micro-tensioni tra il supporto tessile del dipinto e la struttura lignea sul quale è ancorato. Nel susseguirsi di queste continue contrapposte tensioni sul dipinto, in diverse aree e per lunghi tratti, si sono formati strappi, lacerazioni, sollevamenti del supporto tessile, crettature dello strato preparatorio e del film pittorico e, di conseguenza, diverse cadute della pellicola pittorica. In altri punti, la tela si è distaccata dall’impalcato, probabilmente per debolezza all’origine dell’incollaggio, formando di conseguenza bolle, ondulazioni e grinze. Inoltre, l’opera – come quella del Tiepolo – è stata sottoposta negli anni a numerosi interventi strutturali non sempre ben eseguiti.

Dopo i fondamentali rilevamenti diagnostici e microclimatici e alcuni test di pulitura, si è passati al restauro vero e proprio.

Prima fase

La prima fase operativa è stata rivolta alla riadesione dei distacchi del supporto tessile, del dipinto, all’impalcato ligneo centinato di sostegno, e alla fermatura della pellicola pittorica sollevata. L’operazione di riadesione è stata condotta in modo selettivo, avanzando per settori di un metro quadro lungo ogni lato della superficie del fregio e analizzando la situazione a luce radente. I segmenti di tela staccati e sollevati, per lo più lacerati, sono stati fissati. Gli ondulamenti di tela e le bolle distribuite sulle superfici del dipinto che non presentavano problemi di stabilità del colore non sono stati trattati perché considerati deformazioni stabilizzate, storicizzate e non a rischio per la buona conservazione dell’opera. Dopo alcune prove, il miglior risultato è stato ottenuto dalla “colletta romana modificata”, denominata “colletta Doria” dal nome dell’autore che l’ha formulata. Per addensare la “colletta Doria”, dopo avere sperimentato alcuni materiali, si è preferita – seppur in percentuale esigua - la farina, che viene utilizzata in genere nella colla di pasta per la foderatura. Per conferire la tonalità conforme alla preparazione originaria del dipinto, nella miscela del collagene, sono stati aggiunti due pigmenti in uguali proporzioni: terra di Siena bruciata e terra d’ombra bruciata, sino a raggiungere una consistenza gelatinosa.

In seguito, per risanare un imminente rischio di crollo, si è reso necessario asportare alcune macerie dal tergo dell’impalcato d’angolo ed è stato effettuato lo smontaggio di alcuni segmenti di dipinto dalla struttura di sostegno.

La pulitura

I beveroni a base di colla animale, stesi sulla superficie pittorica in passato, con il tempo si erano alterati virando in un tono giallo-brunastro il colore originario e impedendo una corretta lettura dell’opera monocroma con modulazioni chiaro-scurali di bianchi, neri e grigi.

Per asportare lo strato degradante e recuperare le originarie cromie è stata impiegata una soluzione chelante a base di acido citrico e Tea. La soluzione stesa a pennello, su carta giapponese interposta alla superficie, ha permesso di solubilizzare il collante proteico e assorbirlo nella carta stessa. In seguito, mediante una spugnetta leggermente inumidita con acqua tiepida, i residui sono stati eliminati dalla superficie.

Verniciatura finale

Dopo alcune piccole ma importanti reintegrazioni pittoriche e stuccature, si è giunti alla verniciatura finale.
Prima della verniciatura a spruzzo è stato necessario proteggere tutte le superfici intorno al fregio pittorico, in modo che la nebulizzazione non danneggiasse le opere al contorno. Sia il soffitto affrescato da Tiepolo, sia la cornice dorata di contorno al dipinto sono stati ermeticamente ricoperti da leggeri teli di nylon. La verniciatura finale è stata eseguita con la mescolanza di due vernici. La miscela ottenuta ha permesso di uniformare e migliorare le caratteristiche ottiche della superficie pittorica. Mantenuta tiepida, la vernice è stata spruzzata a nebulizzazione mediante l’ausilio di pistola e compressore. Questa finitura protettiva ha creato una protezione dalle radiazioni ultraviolette, dannose per la conservazione dei colori del dipinto.

Intervento conservativo sulle cornici lignee

Le cornici dorate intorno al fregio si presentavano in pessimo stato di conservazione. Anche in questo caso, dopo le analisi di rito, si è provveduto con un intervento conservativo. Prima di iniziare, lungo le due cornici, è stata realizzata una spolveratura accurata dei consistenti depositi superficiali con pennello morbido e aspirapolvere, prestando attenzione alle parti pericolanti. Dove non è stato possibile eseguire la spolveratura, a causa dei sollevamenti instabili, si è svolto un prefissaggio localizzato delle scaglie. Questa difficile operazione è stata svolta, in modo graduale e selettivo, nel rispetto delle delicate superfici dorate e policrome. Conclusa la pulitura, è stata svolta una prima verniciatura a pennello delle superfici dorate.

In seguito, dopo alcune prove, si è proceduto alla stuccatura delle lacune, in modo graduale, portandole allo stesso livello del decoro originale. Infine, la superficie dello stucco è stata trattata con una leggera levigatura mediante carta abrasiva molto fine e rifinitura a bisturi. Alcune parti di modanature lignee perdute, lungo i bordi delle cornici, sono state ricostruite con inserti di legno adeguatamente sagomati. Dopo accurata riflessione sul metodo, è stato stabilito che, data l’estesa presenza di lacune, l’intervento di ritocco doveva creare una continuità, senza tuttavia arrivare allo stesso tono della doratura.
Le modalità di esecuzione del ritocco:

    • Integrazione pittorica a tratteggio con acquerelli, a imitazione del bolo;
    • Protezione del tratteggio con vernice stesa a pennello;
    • Stesura di un velo di cera con un panno morbido;
    • Finitura a cera per doratura a base di pigmenti metallici a imitazione dell’oro classico, lasciando intravedere il bolo rosso della lacuna, vale a dire la reintegrazione ad acquerello e lucidatura finale con panno di lana.

BREVI BIOGRAFIE DEGLI ARTISTI

Giambattista Tiepolo (Venezia, 5 marzo 1696 – Madrid, 27 marzo 1770) è uno dei maggiori pittori del Settecento veneziano. La sua formazione avviene a Venezia nella bottega di Gregorio Lazzarini. Nel 1719 sposa segretamente Maria Cecilia Guardi, sorella dei pittori Francesco e Giannantonio, dalla quale avrà 10 figli. A Udine, nel 1726, esegue gli affreschi per la cappella del Santissimo Sacramento nel Duomo, per il Castello e per il Palazzo Patriarcale dimostrandosi inventore di straordinarie composizioni che lo porteranno a lavorare in tutta Europa: da Venezia, con Palazzo Labia e Ca’ Rezzonico, a Vicenza, dove assieme al figlio affresca Villa Valmarana ai Nani, a Milano, fino alla grande impresa della Residenza di Karl Philipp von Greiffenklau, a Würzburg con le Storie di Federico Barbarossa (1750-53). Tiepolo è anche grandissimo pittore di dipinti religiosi e realizza straordinari capolavori lungo tutto l’arco della sua carriera, dai Gesuati a Sant’Alvise alla Scuola dei Carmini, sempre a Venezia. La sua fama universale lo porta, infine, a realizzare gli affreschi di Villa Pisani a Stra (commissionatigli nel 1760) che precedono la partenza per Madrid dove Tiepolo viene chiamato da Carlo III per decorare le sale del nuovo Palazzo Reale e dove muore nel 1770.

Nicolò Bambini (Venezia, 1651 – Venezia, 1736) è stato un pittore italiano del Barocco. Compie i primi studi a Venezia come allievo di Giulio Mazzoni. Trasferitosi a Roma, diviene allievo di Carlo Maratti. Ha dipinto per la chiesa di Santo Stefano a Venezia subito dopo il suo ritorno da Roma. Ebbe due figli, anche loro pittori, Giovanni e Stefano. Tra le opere principali si ricordano Trionfo Di Venezia (1682, Palazzo Pesaro, Venezia), Ratto Delle Sabine (Musei Capitolini, Pinacoteca Capitolina, Roma), Glorificazione di Venezia e la famiglia Dolfin, (Ca’dolfin, Venezia), Adorazione Dei Magi (Chiesa Di San Zaccaria, Venezia).

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I tre QR code tramite i quali accedere alla visita virtuale delle opere:

https://www.affrescovenezia.it/Confronto/confronto.html

https://www.affrescovenezia.it/TourVR/tourVR.html

https://www.affrescovenezia.it/TourInfo/tour_auto_info.html

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Giambattista Tiepolo e Nicolò Bambini, due pittori, una storia

ANCE Venezia presenta il soffitto affrescato del salone del piano nobile di Palazzo Sandi a Venezia “Il trionfo dell’eloquenza” e “L’umanità primitiva”, appena restaurati.

Palazzo Sandi Tiepolo Bambini
Palazzo Sandi a Venezia: nuova vita per il soffitto dipinto da Giambattista Tiepolo e Nicolò Bambini

12 novembre, Venezia – Si è svolta all’interno del salone del piano nobile di Palazzo Sandi, sede storica della Associazione Costruttori Edili di Venezia, la conferenza stampa di inaugurazione e presentazione del lavoro di recupero artistico-architettonico della sala e dell’affresco di Giambattista Tiepolo e del fregio di Nicolò Bambini.

Nell’ambito delle iniziative per il 75° anniversario della sua fondazione, l’Associazione dei Costruttori Edili di Venezia ha intrapreso un intervento di restauro dei gioielli della propria sede di Palazzo Sandi a Venezia. L’opera ha coinvolto in particolare il salone del piano nobile che ospita il prestigioso affresco di Giambattista Tiepolo e il fregio monocromo di Nicolò Bambini.

Per noi costruttori edili - sottolinea il Presidente Giovanni Salmistrari - incontrarci periodicamente nella sala del Consiglio e alzare gli occhi verso il soffitto costituisce da sempre una fortuna e un privilegio. Disporre di un patrimonio artistico come le due opere “Il trionfo dell’eloquenza” del Tiepolo e “L’umanità primitiva” del Bambini è altresì una responsabilità. Conservarlo e garantirne le qualità estetiche e tecniche è stato sempre il nostro impegno. Così, in occasione di un anniversario come il 75° dalla nascita di ANCE Venezia, il Consiglio ha ritenuto doveroso investire per riportare all’originale bellezza un’opera forse meno conosciuta ma egualmente preziosa come il nostro affresco. Chi da sempre ama e lavora prestando grande attenzione ai dettagli e alla qualità di opere che oltre che funzionali debbono anche rispondere a canoni estetici, non può che essere estremamente orgoglioso di riportare a nuova vita e mettere a disposizione di tutti un patrimonio come quello che custodiamo.

Palazzo Sandi Tiepolo Bambini
Palazzo Sandi a Venezia: nuova vita per il soffitto dipinto da Giambattista Tiepolo e Nicolò Bambini

Il restauro si è svolto in due fasi. La prima dedicata al fregio che circonda l’affresco; la seconda invece al recupero dell’affresco vero e proprio con l’obiettivo di intervenire riportando l’opera alla sua qualità originaria. L’affresco, infatti è stato nel corso del tempo oggetto di diversi interventi di restauro, oggetto di teorie diverse, con tecniche e tecnologie differenti, che hanno contribuito a modificarne l’aspetto e i colori originali. L’attuale restauro invece si caratterizza proprio per voler restituire al dipinto quelle caratteristiche cromatiche, di stile proprie del Tiepolo. Questo approccio ha consentito così di riportare a vista particolari che erano stati ricoperti e cancellati. Tra questi una figurina di un personaggio in abiti settecenteschi: probabilmente il committente. Un elemento ricorrente nelle opere del Tiepolo questo di inserire nel dipinto un’immagine della persona che ha reso possibile la realizzazione dell’opera.

La storia dell’affresco è legata a quella del Palazzo che lo ospita. Nel 1724 il conte Tommaso Sandi, erede di una importante famiglia di avvocati e recenti membri del patriziato veneziano, in occasione delle nozze del figlio Vettor, commissionò proprio a Giambattista Tiepolo, un ciclo decorativo di dipinti con soggetti che dovevano celebrare le virtù della famiglia, per arredare il piano nobile della propria residenza veneziana. Oltre all’affresco, il salone ospitava infatti alcune tele – tre dello stesso Tiepolo e due di Bambini – che si ricollegavano all'affresco del soffitto.

“Queste tele - ricorda Salmistrari - sono oggi conservate nella sala della colazione dell’Hotel Hilton a Roma. Ci auguriamo che si possa un giorno ricreare la scenografia della sala completa. In ogni caso, per rendere l’idea di come si presentava il salone nella sua configurazione originaria, abbiamo elaborato una ricostruzione virtuale e interattiva, molto suggestiva, dell’insieme delle opere che abbellivano la sala.”

È abbastanza ragionevole individuare nella conformazione del telaio architettonico della sala e nel programma decorativo un progetto unico ed organico, fortemente legato alle aspirazioni della committenza: non potendo infatti ostentare una nobiltà di antiche origini, il padre di Vettor decide di celebrare la propria casata attraverso l’esaltazione delle virtù, saggezza ed eloquenza, associate all’esercizio della propria professione, l’avvocatura. I Sandi celebrano quindi ‘la civiltà della parola’, regolata dall’esercizio della virtù, che guida l’intelletto dell’uomo e inonda di luce l’intera sala (Tiepolo), relegando ai margini, brancolante nel buio, un mondo primitivo fatto di mostruosità, vizio e sofferenze (Bambini)”. Federica Restiani, Istituto Veneto per i Beni Culturali.

Palazzo Sandi Tiepolo Bambini
Palazzo Sandi a Venezia: nuova vita per il soffitto dipinto da Giambattista Tiepolo e Nicolò Bambini

Testi e foto Foto dall'Ufficio Stampa Mi.La | Alchimie di comunicazione


Palazzo Braschi Mostra Klimt La Secessione e l'Italia

A Palazzo Braschi la mostra "Klimt. La Secessione e l’Italia"

Palazzo Braschi mostra Gustav Klimt
Al Museo di Roma di Palazzo Braschi la mostra Klimt. La Secessione e l'Italia

Dal 27 ottobre il Museo di Roma a Palazzo Braschi ospiterà un evento espositivo eccezionale: “Klimt. La Secessione e l’Italia”

Gustav Klimt, tra i più significativi artisti a cavallo fra Ottocento e Novecento e protagonista della Secessione viennese, torna in Italia con alcuni dei suoi capolavori provenienti dal Museo Belvedere di Vienna e dalla Klimt Foundation, tra i più importanti Musei al mondo a custodirne l’eredità artistica.

Una mostra che ripercorre la vita e la produzione artistica del pittore austriaco, con un focus inedito sulla sua esperienza in Italia. Nella mostra ci saranno molte novità e un’ospite d’eccezione: la celebre opera “Ritratto di Signora”, trafugata dalla Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi di Piacenza nel 1997 e recuperata nel 2019

Palazzo Braschi Mostra Klimt La Secessione e l'Italia
Al Museo di Roma di Palazzo Braschi la mostra Klimt. La Secessione e l'Italia

Fino al 27 marzo 2022, il Museo di Roma a Palazzo Braschi apre le sue porte al pubblico per un evento espositivo eccezionale che celebra la vita e l’arte di uno dei più grandi maestri e fondatori della Secessione viennese: Gustav Klimt.

Klimt. La Secessione e l’Italia è una mostra promossa da Roma Culture, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, co-prodotta da Arthemisia che ne cura anche l’organizzazione con Zètema Progetto Cultura, in collaborazione con il Belvedere Museum e in cooperazione con Klimt Foundation, a cura di Franz Smola, curatore del Belvedere, Maria Vittoria Marini Clarelli, Sovrintendente Capitolina ai Beni Culturali e Sandra Tretter, vicedirettore della Klimt Foundation di Vienna.

La mostra vede come main sponsor Acea, special partner Julius Meinl e Ricola, partner Catellani & Smith, radio partner Dimensione Suono Soft ed è consigliata da Sky Arte.

Palazzo Braschi mostra Gustav Klimt
Al Museo di Roma di Palazzo Braschi la mostra Klimt. La Secessione e l'Italia

Con l’esposizione Klimt. La Secessione e l’Italia, l’artista austriaco torna in Italia e proprio a Roma, dove 110 anni fa, dopo aver partecipato con una sala personale alla Biennale di Venezia del 1910, fu premiato all’Esposizione Internazionale dʼArte del 1911.

La mostra ripercorre le tappe dell’intera parabola artistica di Gustav Klimt, ne sottolinea il ruolo di cofondatore della Secessione viennese e – per la prima volta – indaga sul suo rapporto con l’Italia, narrando dei suoi viaggi e dei suoi successi espositivi.

Palazzo Braschi mostra Gustav Klimt
Al Museo di Roma di Palazzo Braschi la mostra Klimt. La Secessione e l'Italia

Klimt e gli artisti della sua cerchia sono rappresentati da oltre 200 opere tra dipinti, disegni, manifesti d’epoca e sculture, prestati eccezionalmente dal Museo Belvedere di Vienna e dalla Klimt Foundation, tra i più importanti musei al mondo a custodire l’eredità artistica klimtiana, e da collezioni pubbliche e private come la Neue Galerie Graz. La mostra propone al pubblico opere iconiche di Klimt come la famosissima Giuditta I (1901), Signora in bianco (1917-18), Amiche I (Le Sorelle) (1907) e Amalie Zuckerkandl (1917-18).

Sono stati anche concessi prestiti del tutto eccezionali, come La sposa (1917-18), che per la prima volta lascia la Klimt Foundation, e Ritratto di Signora (1916-17), trafugato dalla Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi di Piacenza nel 1997 e recuperato nel 2019.

Fanno da cornice a questi grandi lavori del maestro austriaco e contribuiscono al racconto del periodo della Secessione viennese, anche dipinti e sculture del Museo Belvedere, firmati da altri artisti, quali Josef Hoffmann, Koloman Moser, Carl Moll, Johann Victor Krämer, Josef Maria Auchentaller, Wilhelm List, Franz von Matsch e molti altri.

Palazzo Braschi mostra Gustav Klimt
Al Museo di Roma di Palazzo Braschi la mostra Klimt. La Secessione e l'Italia

Cartoline autografe documentano in mostra i viaggi in Italia di Klimt, che visitò Trieste, Venezia, Firenze, Pisa, Ravenna – dove si appassionò ai mosaici bizantini – Roma e il lago di Garda, cui si ispirarono alcuni suoi paesaggi.

Questi viaggi furono importanti per l’evolversi della sua ricerca creativa e ne accrebbero l’influsso sugli artisti italiani. Per questo al Museo di Roma a Palazzo Braschi le opere di Klimt saranno messe a confronto con quelle di artisti italiani come Galileo Chini, Giovanni Prini, Enrico Lionne, Camillo Innocenti, Arturo Noci, Ercole Drei, Vittorio Zecchin e Felice Casorati che – recependo la portata innovativa del linguaggio klimtiano molto più dei pittori viennesi del loro tempo – daranno vita con diverse sensibilità e declinazioni alle esposizioni di Ca’ Pesaro e della Secessione romana.

Palazzo Braschi mostra Gustav Klimt
Al Museo di Roma di Palazzo Braschi la mostra Klimt. La Secessione e l'Italia

Grandi capolavori ma non solo. Al Museo di Roma, infatti, grazie alla collaborazione tra Google Arts & Culture Lab Team - nuova piattaforma di Google dedicata all’approfondimento delle arti - e il Belvedere di Vienna, tornano in vita tre celebri dipinti conosciuti come Quadri delle Facoltà - La Medicina, La Giurisprudenza e La Filosofia -, allegorie realizzate da Klimt tra il 1899 e il 1907 per il soffitto dell’Aula Magna dell’Università di Vienna e rifiutate da quest’ultima perché ritenute scandalose.

Ciò che rimane di queste opere andate perdute nel 1945 durante un incendio scoppiato al castello di Immendorf in Austria, sono solo alcune immagini fotografiche in bianco e nero e articoli di giornale.

La sfida di Google Arts & Culture è stata quindi di ricostruire digitalmente i pannelli a colori, attraverso il Machine Learning (un sottoinsieme dell'Intelligenza Artificiale) e con la consulenza del dott. Franz Smola, curatore della mostra e tra i maggiori esperti di Klimt al mondo.

Palazzo Braschi mostra Gustav Klimt
Al Museo di Roma di Palazzo Braschi la mostra Klimt. La Secessione e l'Italia

Un processo di ricostruzione del colore

Partendo da una ricerca condotta dallo stesso Smola su descrizioni che gli studiosi del tempo e giornalisti avevano fatto dei tre dipinti ancora esistenti, il materiale raccolto è stato messo a confronto con le colorazioni utilizzate da Klimt nei dipinti realizzati in quello stesso periodo e ancora esistenti. Da qui, Emil Wallner, programmatore creativo per Google Arts & Culture, ha programmato un algoritmo di machine learning per creare un modello statistico di texture, motivi e colori di ciò che rimaneva dei Quadri delle Facoltà; Smola e Wallner hanno quindi hanno preso i riferimenti cromatici e li hanno aggiunti con cura ai tre dipinti di Klimt.

Mettendo insieme le testimonianze in bianco e nero e i riferimenti cromatici, il modello statistico è stato in grado di collegare i motivi in scala di grigi con le colorazioni dei dipinti di Klimt ancora esistenti, restituendo ai Quadri delle Facoltà i loro colori originali.

LA MOSTRA

Prima sezione – Vienna. 1900

Nel 1857 l’imperatore Francesco Giuseppe fa abbattere le antiche mura di Vienna per cingerla con una doppia strada alberata, la Ringstrasse, popolata di giardini, caffè e edifici di rappresentanza, ciascuno dei quali improntato allo stile storico più confacente alla sua funzione. La rottura avviene proprio ad opera di due artisti coinvolti nella costruzione e nella decorazione degli edifici del Ring: l’architetto Otto Wagner e il pittore Gustav Klimt, uniti dalla partecipazione alla Secessione di Vienna, il movimento fondato nel 1897 che cerca di adeguare l’arte agli stili di vita contemporanei. Scrive Wagner: «Tutto ciò che è creato con criteri moderni deve corrispondere ai nuovi materiali e alle esigenze del presente». E ciò vale soprattutto per i nuovi tipi edilizi, come le stazioni della metropolitana, le case d’affitto, le ‘ville urbane’. L’interno più radicale della Vienna fin de siècle è però il Cafè Museum di Adolf Loos (1899). A Vienna, peraltro, i caffè «sono una sorta di club democratici e accessibili a tutti al modico prezzo di una tazzina di caffè», come scrive Stefan Zweig, uno dei protagonisti letterari del momento, insieme con Hugo von Hofmannsthal, Georg Trakl, Arthur Schnitzler, Franz Werfel, Robert Musil. Anche nella scena musicale l’avvicendamento avviene nel 1897, quando Gustav Mahler diviene direttore dell’Opera di Corte. E mentre Arnold Schönberg, e Alban Berg aprono strade inesplorate alla musica, Sigmund Freud schiude la porta dell’inconscio.

Palazzo Braschi mostra Gustav Klimt
Al Museo di Roma di Palazzo Braschi la mostra Klimt. La Secessione e l'Italia

Seconda sezione – Prime opere. La compagnia di artisti Künstler-Compagnie

Gustav Klimt proviene da un ambiente molto semplice. Nato il 14 luglio 1862, l’artista è il secondo di sette figli di Ernst Klimt, incisore d’oro, e sua moglie Anna, nata Finster, a Baumgarten, all’epoca un sobborgo di Vienna. Nonostante la critica situazione finanziaria, i genitori di Klimt permettono al loro figlio Gustav e ad altri due figli, Ernst e Georg, di formarsi presso la scuola di arti e mestieri di Vienna.

Durante i loro studi, i due fratelli Gustav ed Ernst Klimt, insieme al loro compagno di studi Franz Matsch, fondano intorno al 1879 un gruppo di lavoro e studio, la cosiddetta Compagnia di artisti, specializzata nell’esecuzione di dipinti su pareti e soffitti. Ricevettero commesse dai rinomati architetti Fellner & Helmer, che costruirono teatri in tutta la monarchia e commissionano ai pittori sipari teatrali e decorazioni delle volte. Le commesse più importanti includono le decorazioni del soffitto negli scaloni del Burgtheater di Vienna e gli affreschi nella tromba delle scale del Kunsthistorisches Museum di Vienna. Il successo della Compagnia di artisti, tuttavia, subisce un duro colpo quando il fratello di Gustav, Ernst, muore improvvisamente nel 1892 e il gruppo si scioglie.

Ernst Klimt, Paolo e Francesca, 1890 circa. Olio su tela, 125x95 cm, Belvedere, Vienna. © Belvedere, Vienna

Dai primi anni del 1890, Gustav Klimt esegue sempre più commissioni di ritratti per i circoli della classe media, distinguendosi per l’esecuzione realistica tecnicamente brillante e dettagliata.

Terza sezione – 1897. La fondazione della Secessione Viennese

Gustav Klimt, Manifesto per la I Mostra della Secessione
(26.03.1898-20.06.1898), dopo la censura, 1898. Litografia a colori su carta, 63,8x46,1 cm. Klimt Foundation, Vienna. © Klimt Foundation, Vienna

Probabilmente l’evento più importante nel contesto del rinnovamento artistico di Vienna può essere considerata la fondazione della Secessione viennese. Si tratta di uno spin-off della Cooperativa di artisti visivi Vienna - Künstlerhaus, l’organizzazione che all’epoca godeva di un monopolio nell’attività espositiva viennese. Insieme a oltre venti compagni, Gustav Klimt fonda l’Associazione degli artisti austriaci - Secessione il 3 aprile 1897 all’interno del Künstlerhaus. Il 24 maggio 1897 i Secessionisti decidono di lasciare il Künstlerhaus. Gustav Klimt viene nominato primo presidente della Secessione e ne disegna il primo manifesto raffigurante Teseo nudo che combatte il Minotauro. Le autorità censurarono il manifesto, decretando che i genitali dell’eroe dovessero essere nascosti da un tronco d'albero.

Al Museo di Roma di Palazzo Braschi la mostra Klimt. La Secessione e l'Italia

I membri della Secessione non perseguono un linguaggio artistico uniforme. Da una parte, vi erano pittori più impegnati nell’arte realistica e naturale, come Wilhelm List, Johann Viktor Krämer, Vlastimil Hofman o Ferdinand Andri. D’altra parte, i pittori più orientati verso l’Art Nouveau, come Klimt, Carl Moll o Ernst Stöhr. Queste differenze stilistiche, ma anche dispute organizzative tra i “naturalisti” e gli “stilisti”, portano divisioni sempre maggiori fra gli artisti della Secessione, fino a quando Klimt e altri colleghi come Moser, Hoffmann e Moll decidono di lasciare il gruppo nel 1905.

Al Museo di Roma di Palazzo Braschi la mostra Klimt. La Secessione e l'Italia

Quarta sezione – Design nel contesto della Secessione Viennese

Palazzo Braschi mostra Gustav Klimt
Al Museo di Roma di Palazzo Braschi la mostra Klimt. La Secessione e l'Italia

La particolarità della Secessione viennese, fondata nel 1897, è lo stretto legame tra le belle arti, l’architettura e il design. Oltre a numerosi pittori, fanno parte del gruppo della Secessione importanti architetti, designer innovativi e scenografi, come Otto Wagner, Josef Hoffmann, Joseph Maria Olbrich, Koloman Moser e Alfred Roller. Hoffmann, Moser e Roller sono anche i più importanti progettisti delle ventitre mostre che furono allestite nella Secessione nei primi otto anni dalla fondazione nel 1897 alla partenza del gruppo intorno a Gustav Klimt nel 1905, stabilendo nuovi standard con la modernità delle loro presentazioni espositive. Le mostre vengono accompagnate da manifesti la cui grafica è fortemente innovativa. Dal 1898 al 1903 la Secessione pubblica la rivista d’arte Ver Sacrum, per la quale Klimt, Moser e Josef Maria Auchentaller, tra gli altri, realizzano numerosi disegni.

Palazzo Braschi mostra Gustav Klimt
Al Museo di Roma di Palazzo Braschi la mostra Klimt. La Secessione e l'Italia

Moser e Hoffmann progettano anche oggetti artistici e artigianali realizzati con un’ampia varietà di materiali. L’esecuzione di questi oggetti viene affidata da aziende austriache eccezionali, come la società di vetro Johann Lötz Witwe, famosa per i suoi oggetti in vetro iridescenti e luccicanti. Moser, Hoffmann e l’imprenditore Fritz Wärndorfer fondano l’azienda Wiener Werkstätte nel 1903, che avrebbe prodotto un gran numero di articoli di alta qualità per quasi trent'anni.

Palazzo Braschi mostra Gustav Klimt
Al Museo di Roma di Palazzo Braschi la mostra Klimt. La Secessione e l'Italia

Quinta sezione – I primi viaggi di Klimt in Italia nel 1899 e nel 1903

Il Paese che Klimt visita più spesso è stato senza dubbio l’Italia. All’inizio del mese di maggio 1899 si reca in alcune città del Nord insieme al suo amico pittore Carl Moll e alla sua famiglia. Tra l’allora trentasettenne Klimt e la ventenne figliastra di Moll, Alma Schindler, l’attrazione reciproca già esistente da tempo si manifesta proprio durante il viaggio. Precisamente a Genova, Gustav e Alma si baciano per la prima volta, e a Verona Klimt la bacia una seconda volta. A Venezia, però, Moll, risentito, vieta al suo amico Klimt di fare ulteriori avances ad Alma. Klimt si scusa con Moll per il suo comportamento in una lettera lunga tredici pagine.

Quattro anni dopo, nel maggio 1903, Klimt torna a Venezia. In questa occasione ha modo di visitare per la prima volta i mosaici di Ravenna, evento che suscita in lui grande entusiasmo. Alla fine di novembre e all’inizio di dicembre dello stesso anno si reca ancora una volta a Ravenna e altre città dell’Italia settentrionale. Grazie alle cartoline che Klimt invia quasi ogni giorno a Emilie Flöge a Vienna, siamo informati dell’andamento del viaggio. Klimt scrive le prime cartoline da Villach, Pontebba, Venezia e Padova. Il 2 dicembre Klimt scrive da Ravenna: «[...] a Ravenna tante povere cose - i mosaici di uno splendore inaudito». Seguono cartoline da Firenze, Pisa, La Spezia, Verona e infine due cartoline da Riva del Garda.

Cartolina di Gustav Klimt a Emilie Flöge. Verona, 08.12.1903
13,7x9 cm. Collezione privata Leopold

Sesta sezione – Giuditta. Un’opera con lo status di icona

Gustav Klimt, Giuditta, 1901. Olio su tela, 84x42 cm, Belvedere, Vienna. © Belvedere, Vienna. Photo: Johannes Stoll

Negli anni tra il 1900 e il 1910, Klimt cade ripetutamente nel ruolo dell’artista dello scandalo che per primo osa concentrarsi più chiaramente che mai sull’erotismo femminile nei suoi dipinti, specialmente quelli dal contenuto simbolista e allegorico. Uno degli esempi più noti oggi, in cui Klimt rende omaggio al fascino dell’erotismo femminile, è il suo ritratto di Giuditta, creato nel 1901. Questa leggendaria figura biblica, che decapita con le sue stesse mani il generale assiro Oloferne, per salvare dalla rovina il suo popolo ebraico, si fa strada sempre più nell’arte e nella letteratura al tempo.

La Giuditta di Klimt sembra essere un eccezionale esempio del tipo di femme fatale, di nuovo stilizzato nelle arti visive e nella letteratura intorno al 1900, quell'essere affascinante da cui l’erotismo e il pericolo vengono sprigionati in egual misura. La visione ambivalente di Klimt di una donna erotica e allo stesso tempo omicida richiama l’attenzione su un argomento molto dibattuto a Vienna all'inizio del XX secolo, ovvero il rapporto tra i sessi. Il ruolo dell’uomo e della donna nella società, l’erotismo e la sessualità, l’autodeterminazione e la determinazione esterna dei ruoli sessuali vengono gradualmente messi al centro della scienza e della società negli anni successivi al 1900 e divengono oggetto di una fondamentale rivalutazione. Non è certo un caso che proprio in quegli anni a Vienna i rappresentanti dell’ancora giovane disciplina scientifica della psicoanalisi, Sigmund Freud in primis, giungano qui a intuizioni del tutto nuove.

Settima sezione – Ritratto di Signora

Il lavoro di Klimt è indissolubilmente legato alla sua speciale maestria nella ritrattistica. Sorprendentemente, si dedica quasi esclusivamente a ritratti femminili, mentre i ritratti di uomini sono estremamente rari e risalgono ai primissimi anni creativi. Nella ritrattistica in particolare, le opzioni di design di Klimt variano in grande densità e velocità. Nel primo Ritratto di donna di grande formato del 1894 circa, dimostra la sua maestria nel padroneggiare una tecnica pittorica quasi fotorealistica, mentre nel ritratto di donna di piccolo formato su sfondo rosso della fine degli anni 1890 passa a una tecnica impressionistica dello sfumato. In ogni ritratto il maestro cerca nuove ispirazioni; nessuna composizione è uguale all’altra. Con l’aiuto di un gran numero di studi a matita, Klimt si avvicina lentamente alla postura del modello, da lui considerata perfetta. La maggior parte dei committenti per i ritratti di Klimt appartiene alla classe benestante della società cittadina, alcuni tra i più ricchi del paese, come le famiglie Wittgenstein, Bloch-Bauer, Lederer o Primavesi. Molti appartengono all’élite intellettuale del Paese, come la famiglia Zuckerkandl.

Gustav Klimt, Amalie Zuckerkandl, 1917-1918. Olio su tela, 128x128 cm, Belvedere, Vienna. © Belvedere, Vienna, Photo: Johannes Stoll

Al di là della maestria di Klimt nella ritrattistica, il ritratto femminile è molto popolare all’epoca. Numerosi membri della Secessione viennese, come Otto Friedrich, Friedrich König, Max Kurzweil o Josef Maria Auchentaller, ne sono un eccellente esempio con i loro ritratti estremamente attraenti delle signore viennesi.

Ottava sezione – I quadri delle Facoltà

Nel 1894 Gustav Klimt e Franz Matsch ricevono l’ordine dal Ministero della Pubblica Istruzione di dipingere allegorie monumentali per il soffitto dell’Aula Magna dell’Università di Vienna. Klimt assume l’esecuzione delle rappresentazioni Filosofia, Medicina e Giurisprudenza. Questi quadri monumentali sono considerati le opere principali dell’opera di Klimt oggi. In esse, Klimt ha trattato l’erotismo e la sessualità in un modo che nessuno a Vienna aveva osato fare prima di lui. Sin dalla loro prima presentazione, le opere suscitano l’indignazione generale del pubblico e del contesto politico, tanto che il Ministero decide di non farle appendere come previsto inizialmente. Klimt rinuncia quindi all’incarico e restituisce l’onorario che gli era stato anticipatamente versato. Due dei dipinti delle facoltà finiranno nelle mani di un privato, uno entrerà in una collezione museale. Sfortunatamente, tutti e tre i dipinti furono distrutti negli ultimi giorni della Seconda Guerra Mondiale.

Gustav Klimt, Hygieia, particolare del quadro della facoltà La
Medicina. Collotipia a colori dal portfolio Gustav Klimt. Eine Nachlese, a cura di Max Eisler, stampato e pubblicato dalla Tipografia di Stato, Wien 1931, 1900-1907. Litografia su carta, 48,1x45,5 cm, Klimt Foundation, Vienna. © Klimt Foundation, Vienna

Oggi conosciamo l’aspetto dei quadri delle facoltà grazie a fotografie in bianco e nero. Solo la figura di Igea nella metà inferiore di Medicina è stata fotografata a colori. Nell’ambito del progetto digitale su Gustav Klimt realizzato da Google Arts & Culture, un gruppo di ricerca ha utilizzato le più recenti tecnologie informatiche come l’apprendimento automatico e l'intelligenza artificiale per ricavare il colore originale delle immagini dalle riproduzioni in bianco e nero. Il risultato di questo progetto di ricerca sarà presentato per la prima volta al pubblico nel corso di questa mostra.

Nona sezione – Il Fregio di Beethoven

Moriz Nähr, Foto di gruppo con gli artisti della cosiddetta “Mostra di Beethoven” nella sala centrale del Palazzo della Secessione a Vienna; nella fila davanti, da sinistra a
destra: Kolo Moser, Maximilian Lenz, Ernst Stöhr, Emil Orlik, Carl Moll; nella fila dietro da sinistra a destra:
Anton Nowak, Gustav Klimt, Adolf Böhm, 1902. Gelatina d'argento, 13,9x19,8 cm, Klimt Foundation, Vienna. © Klimt Foundation, Vienna

Da aprile a giugno 1902, la Secessione viennese presenta come parte della sua XIV Mostra un omaggio a Ludwig van Beethoven. L’attrazione principale della mostra è una scultura di Beethoven scolpita in marmo colorato da Max Klinger. Inoltre, venti artisti della Secessione - tra cui Elena Luksch-Makowsky come unica artista - idearono contributi originali, in particolare fregi e rilievi murali. Alfred Roller sviluppa il concept della messa in scena, mentre il design degli interni viene affidato a Josef Hofmann.

È di Gustav Klimt il contributo più sensazionale con un fregio murale lungo più di 34 metri, che si estendeva per un’altezza di circa due metri su tre pareti di una stanza laterale. Klimt sviluppa un complesso programma di immagini che può essere visto come un’interpretazione visiva della Nona Sinfonia di Beethoven. L’importanza del fregio di Beethoven per l’opera artistica di Klimt non è sopravvalutata: Klimt raggiunge qui per la prima volta un monumentale isolamento delle figure; la linearità come elemento progettuale autonomo raggiunge il suo primo culmine. È davvero una fortuna enorme che il fregio di Klimt non sia stato demolito dopo la mostra di Beethoven – come i murali di altri artisti – e che sia stato conservato per i posteri. Il fregio, faticosamente rimosso dal muro, finisce nelle mani di committenti privati. Negli anni ‘70 viene venduto alla Repubblica d’Austria e, dopo anni di restauri, trova la sua definitiva dimora nei sotterranei del palazzo della Secessione viennese, dove è possibile ammirarlo ancora oggi.

Decima sezione – La pittura paesaggistica

Intorno al 1900 Klimt scoprì il tema del paesaggio, che da quel momento in poi costituirà un punto fermo nella sua pittura accanto alle allegorie e ai ritratti. Il rituale del viaggio estivo annuale era di grande beneficio per questo. In compagnia della sua compagna Emilie Flöge e della sua famiglia, Klimt guidava regolarmente in campagna per circa due o quattro settimane a luglio e agosto, preferibilmente nella regione dei laghi del Salzkammergut dell'Alta Austria. Nei suoi paesaggi, Klimt ha in mente una natura idealizzata; il suo obiettivo è creare un mondo senza nuvole e paradisiaco.

Klimt trascorse l'estate del 1913 sul Lago di Garda nel Nord Italia. Il risultato di questo soggiorno di cinque settimane, durato dal 31 luglio al 10 settembre, furono tre dipinti di grande formato, ovvero due immagini di città, vedute di Malcesine (già Collezione Lederer, Vienna, perduta dal 1945) e Cassone (collezione privata), oltre a una soleggiata Sezione di un sentiero di un giardino (Kunsthaus Zug, Svizzera).

Molti colleghi pittori dell'ambiente della Secessione viennese condividevano la preferenza di Klimt per paesaggi esteticamente raffinati e idealizzanti. Carl Moll e Koloman Moser, ad esempio, hanno preso in prestito molto da vicino le rappresentazioni di Klimt. La pittrice Broncia Koller-Pinell, così come i pittori Franz Jaschke e Rudolf Junk, crearono quadri di paesaggi e città in modo marcatamente divisionista. Sebastian Isepp, d'altra parte, mostra ispirazione.

Undicesima sezione – Roma 1911. L’Esposizione Internazionale di Belle Arti

Il fulcro del padiglione austriaco all’Esposizione Internazionale di Roma del 1911 è la sala Klimt, spesso citata nella stampa come “tempietto” o “abside” per la sua forma semicircolare e per l’aura quasi sacrale. Al suo interno, Klimt presenta otto dipinti e quattro disegni, tra ritratti, paesaggi, soggetti allegorici. Fra questi, il celebre dipinto Il bacio, i ritratti della signora Wittgenstein e quello di Emilie Flöge, due elaborate opere simboliste quali La Morte e la Vita e La Giustizia, le Bisce d’acqua I (o Le sorelle), elegantemente stilizzate. L’impressione complessiva che dovevano suscitare i colori smaglianti, la sinuosità delle linee, l’esuberanza dei motivi decorativi nello spazio bianco dell’abside, è sintetizzata da Emilio Cecchi, con parole che tradiscono, nonostante tutto, una sottile seduzione:

«Perché veramente il segreto dell’arte di Klimt sta nel fascino delle colorazioni elementari, negli accordi spontanei, negli incontri immediati, come quelli dei colori dell’ali della farfalla o delle scaglie della pietra. Quella sua complicatezza simbolica, quel desiderio di significati profondi che le hanno attirato l’ammirazione dei raffinati sono cosa estranea e, se rivelano con la loro macchinosità e con la loro astrattezza una volontà laboriosa dell’artista per mettersi d’accordo con la morbidità dei tempi e vibrare all’unisono con la cerebralità esasperata dei contemporanei, rivelano, anche, quanto la sua energia concreta e profonda rimanga da esse remota».

Dodicesima sezione – Alla Biennale di Venezia

Gustav Klimt partecipa per la prima volta alla Biennale Internazionale d’Arte di Venezia con due opere nel 1899 e nella città lagunare giunge all’epilogo la sua relazione con la giovane allieva Alma Schindler, che avrebbe poi sposato Gustav Mahler, divenendo una delle più celebri muse del XX secolo. Il pittore torna alla Biennale nel 1910 con una sala individuale, la numero 10, allestita dall’architetto austriaco Eduard Josef Wimmer-Wisgrill come una scatola bianca, con le pareti tripartite da due sottili fasce decorative nere e sei eleganti poltrone di vimini al centro. Il quadro Le amiche, qui esposto, è riconoscibile in una fotografia della sala 10, dove appare significativamente affiancato allo scandaloso Bisce d’acqua II. È come se le eleganti signore viennesi del primo quadro, vestite con mantelli e cappelli invernali che ne lasciano scoperti solo i volti, si fossero denudate per immergersi nelle onde senza tempo del secondo quadro, unendosi alle creature iridescenti che si lasciano cullare dai loro istinti. La mostra fa subito scalpore e divide la critica. La ragione principale la espone Nino Barbantini, direttore della Galleria Internazionale di Ca’ Pesaro: «L’arte di Klimt è antipatica al nostro tempo perché l’oltrepassa e prepara il tempo di domani».

Tredicesima sezione – Secessione 1914

La seconda mostra della Secessione romana del 1914 vede l’attesa partecipazione (dopo l’occasione mancata dell’anno precedente) dell’Associazione di artisti austriaci fondata da Klimt nel 1906, in seguito alla scissione dalla Secessione viennese. Nato nel 1912 sulla scorta dei recenti successi del gruppo klimtiano in Italia, il movimento romano propone, in alternativa alla Società Amatori e Cultori di Belle Arti, un aggiornamento culturale di livello europeo sull’esempio “modernista” della Secessione austriaca. L’unica opera inviata da Klimt era il Ritratto di Mäda Primavesi (1912-1913), esposto con 4 disegni di Egon Schiele e dipinti di artisti come Carl Moll, Emil Orlik, Bertold Löffler, Oskar Laske, Broncia Koller, Ferdinand Andri e Felix Albrecht Harta. In una seconda sala vengono proposte le sculture di Franz Barwig e Michael Powolny, e quattro vetrine con ceramiche, stoffe, ricami, sete, oggetti d’oro e d’argento.

L’allestimento di Dagobert Peche, architetto e designer della Wiener Werkstätte, segue il principio della Gesamtkunstwerk (opera d’arte totale), condiviso da molti artisti italiani che progettarono la decorazione degli ambienti espositivi: Vittorio Grassi, Aleardo Terzi, Enrico Lionne, Carlo Alberto Petrucci per le sale internazionali, Plinio Nomellini e Galileo Chini per la sala del gruppo della “Giovine Etruria”, Ferruccio Scandellari per quella dei bolognesi. L’esecuzione dei lavori viene affidata a Vincenzo Costantini e Gualtiero Gherardi, i mobili alla manifattura Spicciani.

Quattordicesima sezione - “La Sposa”. Un’opera importante degli ultimi anni

Gustav Klimt, La Sposa, 1917-18. Olio su tela, 165x191 cm, Klimt Foundation, Vienna. © Klimt Foundation, Vienna

Quando Klimt viene inaspettatamente colpito da un ictus nel gennaio 1918, prima di compiere 56 anni, per le cui conseguenze sarebbe morto un mese dopo, diversi sono i dipinti che ha ancora in lavorazione, tra cui l’opera di grande formato La sposa. In alcune parti del quadro, come quella a sinistra, l’immagine era in gran parte completa, mentre altre parti mostrano ancora uno schema di colori approssimativo. È uno dei formati più grandi che Klimt abbia mai eseguito. Il tema è l’amore e il desiderio sensuale. Al centro c'è la sposa omonima, addormentata e avvolta in un abito blu. La testa del suo partner è accanto a lei. Il suo corpo è in gran parte nascosto da un gruppo di donne che, strette l’una all’altra, sembrano fluttuare in posizioni diverse. In parte nude, in parte vestite, illustrano ovviamente le sfaccettature delle esperienze erotiche di felicità a cui la sposa sembra abbandonarsi nel suo sonno beato. La forte colorazione del quadro e gli audaci contrasti di colore mostrano che l’opera è caratteristica della tarda fase creativa di Klimt.

Gustav Klimt, Johanna Staude, 1917-1918. Olio su tela, 96x68,5 cm, Belvedere, Vienna. © Belvedere, Vienna, Photo: Johannes Stoll

Una pennellatura dinamica è visibile anche nel Ritratto di Johanna Staude, che Klimt dipinge negli ultimi mesi prima della sua morte. Johanna Staude, nata Widlicka, è la modella di Klimt del tempo. L’incompleto Ritratto di dama in bianco, tuttavia, non può essere associato a nessuna persona specifica. Presumibilmente è uno di quei ritratti femminili idealizzanti che Klimt spesso faceva delle sue modelle nude.

FOCUS

Il capolavoro ritrovato: Ritratto di signora

Gustav Klimt, Ritratto di Signora, 1916-17. Olio su tela, 68x55 cm, Galleria d'Arte Moderna Ricci Oddi

Databile tra il 1916 e il 1917, il Ritratto di signora appartiene all’ultima fase di attività dell’artista. La sua pittura si fa meno preziosa e sorvegliata, abbandonandosi a pennellate quasi sbrigative, che tradiscono un approccio più emozionale, aperto alle atmosfere espressioniste.

Spetta a una studentessa di un liceo piacentino – Claudia Maga – avere intuito nel 1996 la particolarissima genesi dell’opera poi confermata anche dalle analisi cui la tela è stata sottoposta: Klimt la dipinge sopra un precedente ritratto già ritenuto perduto raffigurante una giovane donna, identica nel volto e nella posa all’attuale effigiata, ma assai diversamente abbigliata e acconciata.

I colpi di scena, tuttavia non finiscono qui. Il 22 febbraio 1997, la tela di Klimt viene rubata dalla Galleria Ricci Oddi di Piacenza con modalità che le indagini non riusciranno mai a chiarire. Non mancheranno sedicenti informatori che millanteranno contatti preziosi, mitomani, medium, estorsori e dubbie confessioni. Per la ricomparsa del dipinto occorrerà aspettare quasi ventitré anni e, se possibile, il ritrovamento sarà ancora più enigmatico del furto. Il 10 dicembre 2019 sono in corso alcuni lavori di giardinaggio lungo il muro esterno del museo piacentino.

Qui, in un piccolo vano chiuso da uno sportello privo di serratura, viene rinvenuto un sacchetto di plastica dentro il quale c’è una tela: è il Ritratto di signora di Klimt.

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Al Museo di Roma di Palazzo Braschi la mostra Klimt. La Secessione e l'Italia

Il Belvedere ha il privilegio di ospitare la più grande collezione al mondo di dipinti di Gustav Klimt e considera suo preciso compito condividere questo autentico tesoro con il pubblico di tutto il mondo. A tal fine, il Museo si adopera in ogni modo per organizzare e sostenere esposizioni su Gustav Klimt nel contesto internazionale. Per “Klimt. La Secessione e l’Italia” presso il Museo di Roma a Palazzo Braschi ci avvaliamo di un partner d’eccezione: la Klimt Foundation, che ringraziamo molto per la cooperazione.

Sono inoltre lieta del fatto che la mostra renda un omaggio speciale al genius loci, testimoniando il legame che Gustav Klimt strinse con l’Italia, e con Roma in particolare, durante la sua vita. Un esempio per tutti è il padiglione austriaco progettato da Josef Hoffmann in cui furono presentati otto dipinti di Klimt, che fu senza dubbio una delle attrazioni della grande Esposizione internazionale tenutasi a Roma nel 1911. La mostra rievoca anche le due partecipazioni del pittore alla Biennale d’arte di Venezia del 1899 e del 1910 – quest’ultima soprattutto fu un grande successo per Klimt. Le recensioni e i resoconti prevalentemente positivi apparsi sui giornali dell’epoca, e non ultimo l’acquisto di due importanti opere klimtiane da parte degli enti culturali pubblici italiani, indicano che nessun altro Paese al di fuori dell’Austria comprendeva l’arte del maestro viennese come l’Italia.

Colgo l’occasione per esprimere la mia gratitudine per la calorosa ospitalità con cui Roma ha nuovamente accolto le opere di Klimt. I miei ringraziamenti vanno innanzitutto a Maria Vittoria Marini Clarelli, sovrintendente e co-curatrice della mostra, e ad Allegra Getzel, project manager di Arthemisia, responsabile dell’organizzazione e della realizzazione dell’evento.

Vorrei anche ringraziare Stephan Pumberger, direttore dell’ufficio mostre al Belvedere e responsabile del progetto per conto del Museo, e Franz Smola, curatore del Belvedere, che insieme a Maria Vittoria Marini Clarelli e Sandra Tretter, vicedirettrice della Klimt Foundation, ha ideato la mostra.

Stella Rollig

Direttrice generale del Belvedere, Vienna

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Dalla sua costituzione nel 2013, la Gustav Klimt | Wien 1900-Privatstiftung, in breve Klimt Foundation, si adopera per conservare, ricercare e divulgare l’opera di Gustav Klimt, inestricabilmente legata a una città e a un’epoca: la Vienna intorno al 1900. Il nucleo principale della collezione della Klimt Foundation è costituito dall’eredità del primo figlio illegittimo di Klimt, Gustav Ucicky, che prese il cognome della madre, la modella Maria Ucicka. Oltre a un centro di informazione e documentazione sul lago Attersee, il ‘luogo del desiderio’ dove Klimt amava trascorrere le sue vacanze estive, la fondazione no-profit con sede nel MuseumsQuartier di Vienna non solo gestisce numerosi progetti di ricerca su Klimt e la sua cerchia, ma cura anche due serie di pubblicazioni, e infatti a breve lancerà il primo elenco online liberamente accessibile di dipinti, autografi e fotografie di Klimt: www.klimt-database.com.

Palazzo Braschi mostra Gustav Klimt
Al Museo di Roma di Palazzo Braschi la mostra Klimt. La Secessione e l'Italia
Gustav Klimt, Amiche I (Le Sorelle), 1907. Olio su tela, 125x42 cm, Klimt Foundation, Vienna. © Klimt Foundation, Vienna

Oltre a disegni, manifesti della Secessione, autografi e fotografie, la collezione della Fondazione offre una panoramica trasversale della pittura klimtiana, accostando dipinti celebri a sconosciute opere degli esordi. Agli schizzi e agli studi naturalistici di boschi, alle opere create nell’ambito della Künstler-Compagnie e ai vaporosi ritratti di signora di fine Ottocento si affiancano composizioni rivoluzionarie come Amiche I (Sorelle), del 1907, e La sposa, grande tela incompiuta eseguita nel 1917 negli ultimi mesi di attività dell’artista. Il dipinto, originariamente di proprietà di Emilie Flöge, uscì per l’ultima volta dall’Austria negli anni trenta, quando fu esposto a Berna e a Parigi.

Siamo molto lieti di mostrare al pubblico romano una selezione della nostra collezione in occasione della mostra “Klimt. La Secessione e l’Italia”. L’allegoria de La sposa avrà così la possibilità di tornare a valicare i confini per la prima volta dopo più di ottant’anni, e anche il doppio ritratto Amiche I (Sorelle) sarà nuovamente esposto in Italia a centoundici anni dalla sua presentazione a Venezia nel 1910. Il Bel Paese ha senz’altro lasciato la sua impronta culturale in Austria – se non altro per lo stretto legame storico che unisce le due nazioni – influenzando molti artisti dello Storicismo e dello Jugendstil. Non sorprende che l’Italia fosse la destinazione prediletta di Klimt al di fuori dei confini dell’Impero asburgico. L’artista vi si recava infatti regolarmente per studiare l’eredità del Rinascimento italiano e anche l’arte del mosaico, a Venezia o a Ravenna ad esempio, traendone ispirazione per opere del tutto originali. Già durante la vita di Klimt i suoi dipinti ebbero uno straordinario successo di pubblico e di critica alle mostre di Roma e Venezia, prima che il triste capitolo della Grande Guerra riducesse pressoché a zero, per molti anni, gli scambi culturali tra l’Austria e l’Italia.

A questo punto vorremmo ringraziare il Museo di Roma per aver dato un impulso decisivo a questa esposizione: in primis Maria Vittoria Marini Clarelli, sovrintendente e co-curatrice della mostra, insieme all’équipe riunita intorno ad Allegra Getzel di Arthemisia. Un sincero ringraziamento alla co-curatrice e direttrice generale del Belvedere di Vienna, Stella Rollig, per il suo invito a questa collaborazione a livello internazionale, e grazie al curatore Franz Smola per il concept della mostra, che siamo stati molto felici di sostenere con i nostri prestiti. Grazie anche a Stephan Pumberger, responsabile capo del dipartimento delle mostre al Belvedere, e alla nostra assistente di direzione Laura Erhold, che rappresenta l’intera squadra della Klimt Foundation.

Peter Weinhäupl

Direttore Klimt Foundation

Sandra Tretter

Vicedirettrice Klimt Foundation

 

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Al Museo di Roma di Palazzo Braschi la mostra Klimt. La Secessione e l'Italia

Nata dalla collaborazione fra il Belvedere di Vienna, la Klimt Foundation, la Sovrintendenza ai beni culturali di Roma Capitale e co-prodotta da Arthemisia, questa mostra presenta Gustav Klimt e gli artisti della sua cerchia in una prospettiva inedita: quella del rapporto con l’Italia. Il tema è stato trattato solo tangenzialmente nella bibliografia klimtiana, se si esclude il bel saggio di Eva di Stefano del 2014, ed è finora mancata l’attività congiunta di confronto e approfondimento dei documenti italiani e austriaci che è stata possibile in questa occasione.

A cavallo fra Otto e Novecento, per gli artisti austriaci l’arte italiana era al tempo stesso un aspetto imprescindibile della formazione e un fardello che rallentava il cammino verso la modernità. Quando, nel 1879, Klimt fondò con il fratello Ernst e con Franz von Matsch la Künstler-Compagnie, a Vienna dominava ancora lo storicismo e, fra gli stili del passato cui si ispiravano l’architettura e la decorazione interna degli edifici che sorgevano lungo la Ringstrasse, spiccava il Rinascimento italiano, che fu infatti per i tre giovani artisti un riferimento essenziale.

La protesta della Secessione, fondata nel 1897 con il motto “A ogni tempo la sua arte, all’arte la sua libertà”, segnò l’abbandono di questi modelli, ma non per questo Klimt smise di interessarsi all’Italia. I viaggi del 1899 e del 1903 furono infatti le occasioni per scoprire, fra Venezia e Ravenna, un’altra arte, quella dei mosaici paleocristiani e medievali, dei vetri murrini e degli smalti bizantini. Diversamente da Carl Moll e da altri artisti del suo gruppo, Klimt non dipinse mai vedute di Venezia. Alla ricerca di immagini meno scontate dell’Italia, lo ispirarono, invece, le rive del lago di Garda, che colpirono anche l’amico Koloman Moser.

Oltre a essere il Paese che Klimt visitò più spesso, l’Italia è stata per lui anche una meta espositiva di primaria importanza. Partecipò infatti due volte alla Biennale di Venezia, nel 1899 nella sala austriaca e nel 1910 con una straordinaria mostra personale. All’Esposizione internazionale di Roma del 1911 fu l’indiscusso protagonista del padiglione austriaco progettato da Josef Hoffmann e nel 1914 inviò un’opera alla II edizione della Secessione romana. Avendo esposto in Italia la maggior parte dei suoi capolavori, Klimt esercitò in questo contesto artistico un influsso diretto: pittori come Felice Casorati, Vittorio Zecchin, Galileo Chini sono stati i più fedeli interpreti della sua ‘pittura a mosaico’, ma alle sue composizioni si è ispirato anche uno scultore come Giovanni Prini.

La critica italiana di quegli anni dedicò molta attenzione ai Quadri delle facoltà, commissionati dall’Università di Vienna ma infine ritirati da Klimt dopo le critiche ricevute, dei quali l’ultimo e più rivoluzionario, La Giurisprudenza, fu presentato a Roma nel 1911. Di questi tre dipinti, andati distrutti nel 1945 e fotografati solo in bianco e nero, proponiamo al pubblico qui, per la prima volta, la ricostruzione dei colori realizzata, ricorrendo al machine learning e all’intelligenza artificiale, da un gruppo di lavoro coordinato dal Belvedere nell’ambito del progetto su Klimt di Google Arts & Culture.

Grazie alla straordinaria disponibilità della Galleria d’arte moderna Ricci Oddi, compare in mostra anche il Ritratto di signora del 1917, uno dei tre dipinti di Klimt presenti nei musei italiani, che è stato recentemente recuperato dopo un furto clamoroso. Non meno eccezionale è la presenza dell’ultima opera di Klimt, l’incompiuta e sublime La sposa.

Molti altri secessionisti hanno viaggiato ed esposto in Italia, e qualcuna delle opere che qui proponiamo era presente in quelle mostre, compresi alcuni esemplari di arti applicate. Pur cercando di rappresentare tutti gli artisti principali, e in particolare quelli del ‘Gruppo Klimt’, uno speciale risalto è stato dato qui a colui che trascorreva abitualmente le vacanze a Grado, Josef Maria Auchentaller.

Franz Smola

Curatore del Belvedere di Vienna

Maria Vittoria Marini Clarelli

Sovrintendente capitolina ai beni culturali

Sandra Tretter

Vicedirettrice della Klimt Foundation

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Palazzo Braschi mostra Gustav Klimt
Al Museo di Roma di Palazzo Braschi la mostra Klimt. La Secessione e l'Italia

 

Testo e foto dall'Ufficio Stampa Zètema Progetto Cultura


Cappella Cornaro Bernini

La Cappella Cornaro di Bernini a Santa Maria della Vittoria restaurata

LA CAPPELLA CORNARO DI BERNINI

A SANTA MARIA DELLA VITTORIA

Cappella Cornaro
Crediti: Mauro Coen

UN RESTAURO INTEGRALE

Roma, 21 ottobre 2021

Cappella Cornaro
Crediti: Mauro Coen

Un restauro integrale quello realizzato dalla Soprintendenza Speciale di Roma alla Cappella Cornaro con l'Estasi di santa Teresa d'Avila di Gian Lorenzo Bernini, nella chiesa di Santa Maria della Vittoria, preceduto da un lungo e approfondito studio preliminare che ha rivelato episodi inediti della sua storia. Un restauro che ha ridato, con un intervento totale sull’opera, luce e vita a un capolavoro del Barocco e che ha permesso anche di indagare il metodo di lavoro che Bernini ha utilizzato per realizzare uno dei suoi monumenti più emblematici.

«Il lavoro dei restauratori sul monumento di Gian Lorenzo Bernini è importante sotto molti punti di vista – secondo Daniela Porro, Soprintendente Speciale di Roma – In primis perché è un intervento che, dopo vari decenni, ha coinvolto la Cappella Cornaro nella sua interezza e successivamente perché è stata un’occasione unica di studio e di approfondimento dell’opera, in grado di svelare dettagli del processo della sua realizzazione che altrimenti sarebbe stato difficile conoscere. Un esempio dell’importanza della tutela compiuta dalla Soprintendenza Speciale di Roma sul patrimonio artistico della Capitale».

Crediti: Mauro Coen

Grazie al restauro, alla pulitura e al controllo di ogni superfice, un’esplosione di colori eterei ha ridato vita all’Empireo e agli angeli intorno alla colomba dello Spirito Santo, alle dorature originali, alle sculture, ai marmi. A rendere l’intervento complesso è stata proprio la varietà dei materiali usati dal maestro, per un esempio paradigmatico dell’arte barocca del “bel composto”, fusione perfetta di architettura, scultura, pittura e decorazione. Bernini la definiva la sua «men cattiva opera», ovvero la migliore.

«L’intervento si è reso necessario per risolvere alcune criticità non affrontate nel corso dei restauri precedenti spiega il direttore scientifico del progetto Mariella Nuzzo – in particolare all’interno del tabernacolo è stata riposizionata la vetrata che irradia il gruppo scultoreo con Santa Teresa e l’Angelo e sono stati restaurati gli stucchi del cupolino. Occasione preziosa anche per verificare le condizioni della complessa decorazione del registro superiore, che ha portato a un importante lavoro di consolidamento e pulitura della sontuosa nuvola tridimensionale sulla quale Abbatini ha raffigurato l’Empireo, dei riquadri con le storie della Santa e degli angeli dell’arcone».

Capolavoro assoluto del Barocco, interamente progettato da Bernini che lo ha realizzato insieme a un ben collaudato gruppo di collaboratori riuscendo a raggiungere uno dei suoi risultati creativi più alti, la Cappella Cornaro esibisce una simbologia complessa e una natura composita di cui l’estasi di santa Teresa è il fulcro. Con la revisione conservativa dell’intera cappella si vuole favorire la fruizione, la lettura, la comprensione di quest’opera nella sua organicità.

Crediti: Mauro Coen

SOPRINTENDENZA SPECIALE DI ROMA ARCHEOLOGIA BELLE ARTI PAESAGGIO

DANIELA PORRO, soprintendente speciale

MARIELLA NUZZO, direttore scientifico del progetto

CHIARA SCIOSCIA SANTORO, progettista e coordinatrice

ISTITUTO CENTRALE DEL RESTAURO

ROBERTA BOLLATI, consulenza restauro vetrate

collaborazioni

GIUSEPPE MANTELLA Restauro Opere d’Arte, impresa esecutrice

MARCO SETTI, coordinatore della sicurezza

Rinascimento Edilizia S.r.l.s., opere provvisionali

Analisi diagnostiche

MAURO LA RUSSA, Università della Calabria

VALENTINA VENUTI, Università degli Studi di Messina

SEBASTIANO D’AMICO, University of Malta

La rettoria di Santa Maria della Vittoria è del FONDO EDIFICI DI CULTO

CAPPELLA CORNARO

UN INTERVENTO TOTALE

Crediti: Mauro Coen

STUDIO, RICERCA, RESTAURO

Il restauro appena concluso ha riguardato per la prima volta la cappella Cornaro di Gian Lorenzo Bernini nella sua interezza. Precedentemente gli interventi erano avvenuti in fasi distinte: sulla volta e il registro superiore nel 1993, sulle parti inferiori nel 1996 e nel 2015 con la pulitura della statua dell’estasi o transverberazione di santa Teresa di Avila.

Crediti: Mauro Coen

Una revisione complessiva resa necessaria da alcune criticità presenti in diversi punti dell’apparato decorativo, preceduta da uno studio approfondito delle fonti d’archivio e da una fase preliminare di indagini diagnostiche sui materiali e sulle tecniche usati nella realizzazione della cappella.

Una ricerca che ha permesso di approfondire il metodo di lavoro, finora poco indagato, di Bernini e dei suoi stretti collaboratori nella realizzazione di uno dei monumenti più emblematici del Barocco.

Cappella Cornaro
Dettaglio della volta. Crediti: Mauro Coen

LEMPIREO DI BERNINI

Nella volta l’intervento ha riguardato il consolidamento dell’affresco e degli stucchi della raffigurazione dell’Empireo, cui Santa Teresa estaticamente ascende. Il restauro ha ridato vita ai colori chiarissimi, alle trasparenti velature pastello sui toni del giallo che animano le schiere di angeli musicanti intorno alla colomba dello Spirito Santo, vero fulcro del dipinto. Le ricerche preliminari hanno rivelato che l’intero affresco è stato realizzato in 17 giornate di lavoro.

Episodi della vita della Santa. Crediti: Mauro Coen

Nel registro superiore tornano alla piena leggibilità le quattro scene a rilievo in stucco dorato raffiguranti episodi della vita di Santa Teresa e risplende, grazie al recupero delle dorature originarie, la fastosa decorazione della sommità dell’arcone dove risaltano tra corone e ghirlande gli angeli festanti.

Cappella Cornaro
Dettaglio dell'arco, prima e dopo il restauro. Crediti: Mauro Coen

La accurata pulitura degli affreschi e degli stucchi ha permesso di rimuovere le ultime tracce di nero fumo derivanti dall’incendio avvenuto nella chiesa di Santa Maria della Vittoria nel 1833.

Cappella Cornaro
Crediti: Mauro Coen

LUCE ED ESTASI

Nel tabernacolo che ospita il gruppo scultoreo della santa e dell’angelo sono stati rimossi e restaurati i diffusi fenomeni di solfatazione e distacco degli stucchi e della foglia d’oro. L’intervento ha riguardato anche la vetrata sovrastante il gruppo scultoreo che si trovava in condizioni critiche: sono state sanate le deformazioni del telaio, recuperati i vetri deteriorati e rimosse le incrostazioni che lo ricoprivano.

Crediti: Mauro Coen

Il lavoro di pulitura e controllo di ogni parte della statua e delle superfici in marmo e stucco sulle pareti che la circondano ha restituito una corretta lettura complessiva, in particolare nei bassorilievi dei componenti la famiglia Cornaro, che osservano l’estasi di Teresa dalle pareti laterali dell’altare, dando anche rilievo ai raffinati prospetti architettonici. Un attento lavoro è stato effettuato su tutti i variegati rivestimenti in marmo che adornano la Cappella.

LA VETRATA DI MUÑOZ

Una delle scoperte di questo restauro riguarda la vetrata colorata posta sulla sommità della statua di Teresa, che filtra i raggi solari provenienti dalla camera della luce costruita da Bernini per illuminare la santa.

Cappella Cornaro
Crediti: Mauro Coen

L’importanza che il maestro dava alla luce nella realizzazione delle sue opere rende questo filtro un elemento di tutto rilievo. Come riferiscono le fonti del XVII secolo, la vetrata conferiva un tono caldo e dorato ai raggi del sole provenienti dalla camera della luce, per porre in evidenza il fulcro centrale della composizione: la raffigurazione dell’estasi mistica di Teresa di Avila.

L’attuale vetrata era stata realizzata nel 1915 su indicazione di Antonio Muñoz allora Soprintendente del Lazio e degli Abruzzi, in seguito al deterioramento della precedente, senza però lasciare una dettagliata documentazione sulla precedente.

Durante il restauro sono stati rinvenuti la cornice originale della vetrata e, sul retro del gruppo scultoreo, alcuni frammenti di vetro, che un’analisi chimica ha dimostrato essere antichi e compatibili con una datazione al XVII secolo, e di colori del tutto simili a quelli attuali. La ricerca e il restauro hanno permesso di stabilire la compatibilità cromatica della vetrata del 1915 con quella precedente.

LA CAPPELLA CORNARO DI GIAN LORENZO BERNINI A SANTA MARIA DELLA VITTORIA

Crediti: Mauro Coen

UNA SCELTA NON CASUALE

Il 22 gennaio 1647 il cardinale veneziano Federico Cornaro ottenne il giuspatronato della ultima cappella e del transetto di sinistra della chiesa di Santa Maria della Vittoria appartenente ai Carmelitani Scalzi. Il porporato decise di dedicare la cappella a Teresa di Avila, fondatrice dell’ordine e canonizzata nel 1622, affidandone la progettazione e la realizzazione a Gian Lorenzo Bernini, che la terminava nel 1653. La storiografia racconta di una scelta non casuale: i due erano accomunati da una difficile relazione con il pontefice.

Dopo lo sfolgorante periodo sotto Urbano VIII, all’avvento di Innocenzo X nel 1644 il maestro era stato escluso dalle grandi committenze pontificie per il giubileo del 1650 e attraversava un periodo non particolarmente felice. Appartenente a una ricchissima e potente famiglia veneziana con un padre doge e i suoi parenti diplomatici della città, anche il cardinale non aveva rapporti distesi con il papa visti i vivaci contrasti tra la Serenissima e lo Stato della Chiesa.

Appena completata, la cappella ebbe una enorme popolarità, tanto da far pensare che il papa avesse richiamato il maestro a lavorare per lui grazie a questo grande successo. Per certo Bernini raggiunse uno dei suoi massimi risultati creativi, realizzando il più emblematico esempio dell’ideale estetico del “bel composto”, integrazione tra le arti dell’architettura, della scultura e della pittura con le più raffinate soluzioni tecniche di ottica, prospettiva e illuminazione, per una fruizione totale e coinvolgente, tanto che egli stesso definirà la cappella la sua “men cattiva” opera.

LA «MEN CATTIVA OPERA»

Già nell’impianto architettonico Bernini introduce una novità con la costruzione di una camera della luce, funzionale nella parte alta a convogliare all’interno i raggi solari resi più caldi da un filtro di vetro di colore giallo e ambra, mentre in quella bassa vi posiziona nell’altare non un dipinto, come d’uso, ma all’interno di una nicchia una statua, innovazione imitata infinite volte.

Crediti: Mauro Coen

Se il fulcro della composizione è costituito proprio da questa nicchia a tabernacolo che accoglie il gruppo in marmo di Carrara della transverberazione della Santa, ovvero l’apice dell’estasi mistica di Teresa con un angelo intento a trafiggerla con un dardo emblema dell’amore divino, la cappella si configura come un articolato programma simbolico dal pavimento alla volta.

Crediti: Mauro Coen

Nel registro superiore Bernini progetta e affida la decorazione al pittore Guidobaldo Abbatini, già suo fidato collaboratore nella navata della basilica vaticana e nelle cappelle Pio e Raimondi, rispettivamente nelle chiese di Sant’Agostino e San Pietro in Montorio. L’affresco rappresenta l’empireo cui la santa ascende in estasi mistica, con ad accoglierla la Colomba dello Spirito Santo e gli angeli in gloria.

Crediti: Mauro Coen

L'affresco domina sopra la fascia decorata a bassorilievi in stucco monocromo in cui sono raffigurati quattro episodi della vita della santa realizzati da Marc'Antonio Inverno, anch'egli stretto collaboratore del maestro e attivo nella Fontana dei Quattro Fiumi.

Cappella Cornaro
Episodi della vita della Santa. Crediti: Mauro Coen

Per gli angeli in stucco bianco dell’arcone Bernini si avvale della collaborazione di Baldassare Mari, che lo aveva coadiuvato nella navata di San Pietro, e Giacomo Antonio Fancelli, esecutore della statua del Nilo nella Fontana di piazza Navona.

Crediti: Mauro Coen

A coronare la composizione sulla sommità dell’arco il cartiglio con l’iscrizione «Nisi coelum creassem, ob te solam crearem», – se non avessi creato il cielo, lo creerei soltanto per te –, parole udite da Teresa durante una delle sue esperienze estatiche. Il giallo e lo stucco dorato che predominano nel registro superiore riappaiono, con controllatissimo effetto ottico, nella forma dei i raggi solari, provenienti dalla camera della luce e filtrati, creando un flusso cromatico tra la scultura dell’estasi e l’empireo.

Crediti: Mauro Coen

Nelle pareti laterali all’altezza del gruppo scultoreo, i bassorilievi dei componenti della famiglia Cornaro, rappresentati come si trovassero nei palchi di un teatro ad assistere all’esperienza mistica. Una scena paradigmatica di una cifra tipica del Barocco come arte della rappresentazione.

La concezione unitaria del programma estetico e simbolico della cappella frutto interamente della concezione di Bernini e realizzata da lui con uno stretto e collaudato gruppo di collaboratori è unanimemente riconosciuto dalla critica. Gli attuali restauro e revisione, oltre alla conservazione di un capolavoro, vogliono essere un invito a fruire la cappella Cornaro nella sua totalità.

Cappella Cornaro
Crediti: Mauro Coen

Testo e foto dall'Ufficio Stampa Soprintendenza Speciale di Roma. Crediti delle foto: Mauro Coen


Mario Giacomelli e Milton H. Greene Senigallia

Territorio e rock ’n’ roll. Mario Giacomelli e Milton H. Greene in mostra a Senigallia

Territorio e rock ’n’ roll. Mario Giacomelli e Milton H. Greene in mostra a Senigallia

Ogni città ha più anime al suo interno, anime che la caratterizzano, che contraddistinguono la gente del luogo e che seducono il viandante che vi passa: una di queste è Senigallia, città da due anime profondamente diverse ma che si legano tra le onde del Mare Adriatico e la Spiaggia di Velluto. Quest’anno la città della fotografia raddoppia con due mostre fotografiche che sono immagine dei due volti della città. Da una parte l’attaccamento alla propria terra, alle campagne, al mare, alla gente colto da Mario Giacomelli; dall’altra l’anima malinconica e di revival anni ‘50 fatta di rock’n’roll, boogie woogie e brillantina. 

Mario Giacomelli Milton H. Greene Senigallia
Territorio e rock ’n’ roll. Mario Giacomelli e Milton H. Greene in mostra a Senigallia

Fino al 31 dicembre 2021, Palazzo Del Duca ospita la permanete di Mario Giacomelli (1925-2000), maestro internazionale della fotografia del ‘900. Negli anni ‘90 l’artista donò 80 fotografie al comune di Senigallia e oggi sono musealizzate al fine di raccontare l’universo poetico e artistico del grande fotografo senigalliese. Vent’anni sono passati dalla morte del maestro profondamente radicato alla sue origini marchigiane e alla sua terra da lui fotografata: dalle geometrie marcate delle campagne colte dall’alto e arricchite da un sapiente gioco in camera oscura, alle spiagge e al mare. Il punto di partenza è la realtà ma non una rappresentazione di essa in modo oggettivo, ma la innalza: il particolare diventa universale, il tempo diventa infinito, la documentazione lascia spazio alla rappresentazione. Egli si immerge in quel mondo visto attraverso l’obiettivo dove ogni scatto è parte di una catena di fotogrammi insolubili di un unico grande racconto del rapporto che egli ha con il mondo.

Io non ho mani che mi accarezzino il volto, 1961-63, Gelatin silver print

Da Senigallia, a Lourdes, alla Puglia, alla Calabria attingendo a piene mani dal territorio e dai personaggi che incontrava: il bambino di Scanno, i seminaristi insoliti che giocano nella neve in Io non ho mani che mi accarezzano il volto, la rivelazione degli anziani negli ospizi di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi fino agli amanti ispirati all’antologia di Spoon River.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, 1966-68, Gelatin silver print

Il suo sguardo è un voler andare sotto la pelle del reale, anche quando elabora le fotografie a colori. Un colore che è materia, che c’è sempre stato anche nel bianco nero, come molto spesso egli stesso ricordava; i colori definiscono la materia, la chiariscono, le danno un senso che molto spesso è nascosto in essa. Paesaggio, tavole di legno, lamiere, oggetti si caricano di poesia. 

Un legame forte pertanto con la sperimentazione che lo porta ad avvicinarsi con stima e ammirazione ad Alberto Burri con cui condivideva una ricerca comune. Un forte legame tra pittura e fotografia attraverso il linguaggio dell’astratto e dell’informale. Le celebri fotografie del paesaggio giacomelliano ritrovano affinità nella serie delle Combustioni (1965), nell’organizzazione formale dello spazio dell’opera e in una latente visione zenitale del paesaggio, restituito negli accostamenti delle diverse materie.

"Omaggio a Burri", 1976, Vintage C Print

Non ci sono altre parole se non quelle di Arturo Carlo Quintavalle per riassumere la fotografia di Giacomelli: “non legge le sue Marche o l’Appennino centro-italiano come un paesaggio da cartolina, si trasforma invece in progettista di una ricerca, di un’arte che ripensa un territorio. Insomma una diversa idea, una land art che penetra nel profondo della storia, [...] legata a un diverso senso della materia e della sua durata. [...] I grandi paesaggi di Giacomelli sono densi di paura, di un senso di morte durissimo, come molti quadri di Burri”.

Mario Giacomelli e Milton H. Greene Senigallia
Territorio e rock ’n’ roll. Mario Giacomelli e Milton H. Greene in mostra a Senigallia

Dal sotto pelle della realtà ad una realtà entrata nell’immaginario comune anche grazie ad fotografo come Milton H. Greene, espressione delle luci di quell’American Way of Life. Come accompagnati dalle note di Elvis Presley o di Frank Sinatra fino al 26 settembre è possibile visitare la mostra fotografica a Palazzo Baviera dedicata ad un altro maestro della fotografia del ‘900. Fotografo prodigio, la sua attività si concentra tra gli anni ‘50 e ‘60 firmando le copertine e i servizi per Vogue, Life, Harper’s Bazar innalzando, insieme ad Irving Penn e Richard Avedon la fotografia di moda nel regno delle belle arti.

Copertine di LIFE Magazine, realizzate da Milton H. Greene

Volendo cogliere con la sua fotografia l’eleganza e il cuore dei personaggi, egli scatta la bellezza di Marilyn Monroe, sua grande amica,

Marilyn Monroe from The Prince and the Showgirl directed by Laurence Oliver, 26 luglio 1956

Audrey Hepburn, Lucia Bosè, Cary Grant e molti altri volti dello star sistem della seconda metà del novecento; ritratti che si impongono sia nelle stampa definitiva sia nei provini testimoni delle scelte attuate da Green e del suo lavoro in camera oscura.

Page from LIFE Magazine, 12 gennaio 1953

Due modi di lavorare diversi, due soggetti diversi, due pubblici differenti. Senigallia riparte con una proposta museale che sottolinea da una parte un figlio della sua terra che si è elevato all’intenzionalità con la sua arte fotografica, dall’altra il ritratto della vita americana così perfetta ed emulata degli anni ’50 che ancora oggi la città celebra ogni estate trasformandosi in una Route 66 attraversata da Cadillac, pin up e capelli impomatati con il Summer Jamboree.

Tutte le foto alle opere presenti nelle mostre fotografiche di Mario Giacomelli e Milton H. Greene a Senigallia sono di Gabriella Vitali.

Per ulteriori informazioni, dal sito turistico ufficiale del Comune di Senigallia: