Termopolio Regio V Pompei

Il Termopolio della Regio V. Dagli scavi nuovi dati per la ricerca

Lo scavo del Termopolio della Regio V, non solo scoperta straordinaria ma anche importante fonte per la ricerca e le abitudini dei pompeiani.

La Regio V di Pompei ha permesso nel corso di questi ultimi anni di apportare ulteriori conoscenze all’archeologia e alla storia della città antica, consentendo a studiosi di varia formazione, interessanti informazioni da aggiungere ad una storia che oramai si intendeva quasi del tutto conosciuta.

Già con il Grande Progetto Pompei si era potuto lavorare sulla messa in sicurezza dei fronti di scavo con la possibilità, il più delle volte, di approfondire ulteriormente le indagini. È il caso del termopolio individuato nel 2019, scavato in parte e solo recentemente portato interamente alla luce, ubicato nello slargo all’incrocio tra il vicolo delle Nozze d’argento e il vicolo dei Balconi.

Termopolio Regio V Pompei
Termopolio Regio V. Foto ©Luigi Spina

Dal primo scavo parziale erano emerse le decorazioni del bancone che presentano una bella Nereide a cavallo in ambiente marino e sul lato più corto forse una scena rappresentante la bottega stessa con tanto di anfore dipinte che poi sono riemerse davanti al bancone al momento dello scavo.

Le ulteriori analisi stratigrafiche hanno portato alla messa in luce di altre scene di natura morta, frammenti ossei pertinenti ad animali probabilmente macellati nella bottega e altri rinvenuti all’interno di recipienti ricavati nello spessore del bancone e contenenti cibi destinati alla vendita.

Anche una iscrizione burlesca emerge dai lapilli: “Nicia cinede cacator” si legge sulla cornice che racchiude il dipinto di un cane al guinzaglio; forse il nome di un liberto greco preso in giro da qualcuno, certamente non l’unica iscrizione spinta che si può leggere sui muri di Pompei!

Termopolio Regio V. Foto ©Luigi Spina

Ma queste non sono le uniche novità dagli scavi. Interessante anche il ritrovamento di ossa umane sconvolte da scavi clandestini realizzati nel corso del XVII secolo. Secondo l’antropologa del Parco, alcune di queste sono pertinenti ad un individuo sulla cinquantina che al momento dell’arrivo della corrente piroclastica doveva trovarsi posizionato su un lettino o una branda, come testimonierebbe il vano per l’alloggiamento del giaciglio e anche la presenza di chiodi e residui di legno rinvenuti al di sotto dei resti.

Altri resti ossei, rinvenuti all’interno di un grande dolio, forse riposti lì dai primi scavatori, verranno studiati successivamente assieme a tutto il materiale organico trovato nello scavo in collaborazione con università e dipartimenti in convenzione che permetteranno di affinare sempre più i dati a disposizione per la conoscenza del termopolio della Regio V.

Termopolio Regio V Pompei
Termopolio Regio V. Foto ©Luigi Spina

 

Con un lavoro di squadra, che ha richiesto norme legislative e qualità delle persone, oggi Pompei è indicata nel mondo come un esempio di tutela e gestione, tornando a essere uno dei luoghi più visitati in Italia in cui si fa ricerca, si continua a scavare e si fanno scoperte straordinarie come questa”.

Così il Ministro per i beni e per le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini, ha commentato le nuove scoperte della regio V negli scavi di Pompei.

Oltre a trattarsi di un’ulteriore testimonianza della vita quotidiana a Pompei, le possibilità di analisi di questo Termopolio sono eccezionali, perché per la prima volta si è scavato un intero ambiente con metodologie e tecnologie all’avanguardia che stanno restituendo dati inediti", dichiara Massimo Osanna,  Direttore Generale ad interim del Parco archeologico di Pompei. "All’opera è un team interdisciplinare composto da un antropologo fisico, archeologo, archeobotanico, archeozoologo, geologo, vulcanologo: alle analisi già effettuate in situ a Pompei saranno affiancate ulteriori a analisi chimiche in laboratorio per comprendere i contenuti dei dolia  (contenitori in terracotta)”.

Termopolio Regio V Pompei
Termopolio Regio V. Foto ©Luigi Spina

Altre analisi condotte dalla funzionaria antropologa del Parco di Pompei confermano, almeno in parte, che le pitture presenti sul bancone fossero una trasposizione artistica di ciò che era venduto nel termopolio della V.

Tra i dipinti infatti  vi sono raffigurate due anatre germane ed effettivamente un frammento osseo di anatra è stato rinvenuto all’interno di uno dei contenitori, assieme a resti di suino, di caprovini, pesce e lumache di terra, preziosa testimonianza della dieta e dell’alimentazione degli abitanti di Pompei.

Anche le indagini archeobotaniche hanno fornito dati interessanti. Frammenti di quercia caducifoglie, forse pertinente ad elementi strutturali del bancone e soprattutto residui di fave intenzionalmente macinate trovate sul fondo di un dolio che doveva contenere vino trovano confronti con un’usanza che arriva direttamente da Apicio nel suo De Re Coquinaria (1,5) in cui si dice che le fave frammentate venivano usate per modificare il gusto e il colore del vino.

Termopolio Regio V. Foto ©Luigi Spina

Anche un cane ha trovato la morte all’interno dell’esercizio commerciale. Non si tratta di un cane grosso come quello dipinto sul bancone tra le tante pitture, ma un esemplare di piccola taglia di età adulta.

Oltre a resti organici, nella bottega è emerso diverso materiale da dispensa e da trasporto, nove anfore, una patera di bronzo e altra ceramica comune da mensa.

I termopolia, il cui nome in greco ( comp. del gr. ϑερμός «caldo» e πωλέω «vendere») indicava un esercizio in cui si servivano bevande e pasti caldi, erano molto diffusi nelle città romane dove era abitudine consumare il pasto principale, il prandium, fuori casa. Nella sola Pompei se ne contano 80 ma nessuno di questi presenta un bancone dipinto come quello ritrovato nella regio V.


Giacomo Soffiantino Carmagnola

Giacomo Soffiantino, pittore del mistero della vita e della natura, a Carmagnola

Giacomo Soffiantino, il pittore del mistero della vita e della natura, in mostra a Carmagnola

Silenzio e riflessione: sono queste sono le parole che animano le opere di Giacomo Soffiantino e che le opere stesse richiedono a coloro che si fermano ad osservarle. Ed è proprio oggi, dove il silenzio e la riflessione paiono atteggiamenti del tutto lontani, superflui, in contrasto con la frenesia e i ritmi sempre più veloci che la società ci impone, che Giacomo Soffiantino ci ricorda l’importanza di meditare sulla natura, in tutte le sue forme e le sue espressioni, attraverso il medium “indefinitamente misterioso dell’arte” (F. De Bartolomeis).

Quella di Soffiantino, venuto a mancare nel 2013, ha rappresentato una delle figure che maggiormente ha segnato la scena artistica italiana, in particolar modo piemontese, dove egli fu attivo, dalla seconda metà del ‘900 ai primi anni 2000, e per questo celebrata dalla città di Carmagnola attraverso un’ampia retrospettiva.

 

La mostra, curata dal professor Francesco De Bartolomeis, caro amico e grande conoscitore dell’artista, è stata organizzata dall’Associazione Piemontese Arte, in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura della città di Carmagnola ed è visitabile gratuitamente fino al 20 dicembre presso le sale espositive di Palazzo Lomellini.

Anche se costretti a chiudere a causa delle nuove restrizioni dovute al progressivo aggravamento della situazione sanitaria, sarà comunque apprezzabile da quanti sono interessati ad ammirare e conoscere le opere del pittore grazie al catalogo, realizzato da Claudio Ruffino, contenente le immagini di tutte le tele in esposizione ed un esaudiente saggio esplicativo dello stesso curatore, consultabile anche in formato pdf sul sito ufficiale di Palazzo Lomellini (http://www.palazzolomellini.com/).

La fossa, 1962, olio su tela 120 x 90 cm

 

Il percorso segue un ordine prevalentemente cronologico che ha inizio con la video registrazione di un’intervista realizzata allo stesso artista, utile a comprendere i caratteri generali e più significativi della pittura di Soffiantino, affiancata da un pannello riassuntivo dei momenti salienti della sua biografia. Prosegue poi con l’esposizione delle opere ospitata al secondo piano per concludere, infine, con le tele del primo piano. In questo modo si ha la possibilità di cogliere i cambiamenti di registro, di interesse e di tematica che nel corso dei decenni si sono susseguiti nell’operato del pittore.

La conchiglia, 1966, olio su tela, 80 x 100 cm

Ricorrente e quasi centrale, nell’arte di Soffiantino, è il tema del rapporto tra uomo e natura, tra natura e cultura espresso, come da lui stesso spiegato, attraverso il frequente accostamento di elementi tipicamente naturali ad altri tipicamente antropici, artificiali, a dimostrazione di quanto il legame tra questi due mondi sia profondo e inscindibile. Un dialogo, questo, che lo conduce inevitabilmente a trattare ciò che, proprio per natura, rende tutti gli esseri viventi, uomini, piante e animali, uguali e solidali, ovvero la vita e la morte. Due concetti fortemente contrastanti su ogni piano: astratti ma biologicamente concreti, opposti ma simili, agli estremi ma compresenti, poiché come scrive De Bartolomeis “i fatti della vita incontrano inevitabilmente tragedie e morte, e partecipano all’assolutezza del tutto e del nulla”.

Faggeto, 1992, olio su tela 90 x 150 cm

Da questa idea nasce quindi la lettura simbolica degli elementi naturali e la loro interpretazione: un bosco rappresenta le intricate strade dell’esistenza, una sorgente la nascita della vita e il suo continuo scorrere, una conchiglia metafora dell’aprirsi al mondo, sprazzi di cielo quanto poco l’uomo è in grado di cogliere del mistero che lo circonda, e i frammenti, ovvero il tutto e il nulla, il passato e presente in ogni cosa.

Giacomo Soffiantino Carmagnola
Natura morta rossa, 1984, olio su tela, 100 x 80 cm

La natura, tuttavia, secondo Soffiantino, non è solo quella ferma, immobile, metafisica delle sue nature morte, ma è anche e soprattutto, quella violenta delle catastrofi, dei terremoti, delle alluvioni a cui egli rivolge la sua attenzione in particolare negli ultimi anni della sua vita, che vengono analizzati dal pittore sul piano della qualità e resi simboli dei ricorrenti mutamenti della condizione umana.

Giacomo Soffiantino Carmagnola
Alluvione, 1995, olio su tela 200 x 180 cm

Infine la natura come divenire storico costituisce la tematica centrale del trittico Le Radici dell’oggi, un excursus di alcuni momenti significativi della storia, momenti di passaggio tra le epoche e citazioni di artisti che hanno fatto la storia dell’arte, che hanno portato l’umanità ad essere quella che oggi è.

Giacomo Soffiantino Carmagnola
Le radici dell'oggi, 2004, olio su tela 110 x 360 cm

Il “collage pittorico” di Soffiantino, dunque, vuole far commuovere, riflettere, stimolare rapporti nuovi anche con noi stessi e far si che, come affermava egli stesso, “il mistero della vita entri nella pittura”.

Tutte le foto (locandina eccettuata) sono di Martina Pilone


Dare voce alla natura: il dialogo tra Ligabue e Vitaloni in mostra a Parma

“Ligabue & Vitaloni - Dare voce alla Natura” - La mostra a Parma

Qualche tempo fa, con l’uscita del film “Volevo Nascondermi” di Giorgio Diritti, abbiamo riscoperto la figura dell’artista Antonio Ligabue (1899-1965), superbamente interpretata da Elio Germano (per saperne di più, qui la recensione del film).

In questo periodo, proprio a Parma - città molto vicina a Gualtieri, dove l’artista ha vissuto e ha dipinto per la maggior parte della sua vita - si sta svolgendo un’importante mostra che raccoglie più di 80 opere tra dipinti e sculture di Ligabue, oltre che 15 opere plastiche del nostro contemporaneo Michele Vitaloni, in un dialogo e sincretismo perfetti, dove la natura diventa il fil rouge dell’intera esposizione.

La mostra “Ligabue & Vitaloni. Dare voce alla Natura” è realizzata da Augusto Agosta Tota, Marzio Dall’Acqua e Vittorio Sgarbi, organizzata dal “Centro Studi e Archivio Antonio Ligabue di Parma” e promossa dalla “Fondazione Archivio Antonio Ligabue di Parma”; il luogo scelto per ospitarla è Palazzo Tarasconi, nella sua prima riapertura al pubblico dopo diverso tempo.

La rassegna è inoltre dedicata alla memoria di Flavio Bucci, l’attore scomparso lo scorso 18 febbraio che, con la sua indimenticabile interpretazione, aveva dato volto ad Antonio Ligabue, nel film diretto nel 1982 da Salvatore Nocita.

Ligabue Vitaloni dare voce alla natura mostra

L’allestimento, molto minimalistico, gioca tutto sul contrasto tra gli ambienti del palazzo e i colori vibranti dei dipinti; il visitatore si immerge tra sculture e quadri anche grazie alle luci che svelano il più piccolo dettaglio e particolare, oltre che alla musica d’atmosfera caratterizzata da suoni di fiere e fruscii del vento.

Ligabue Vitaloni dare voce alla natura mostra

 

La suddivisione degli spazi favorisce un incontro tra Ligabue e Vitaloni ben riuscito, evocativo sia per la resa del dinamismo e per la vividezza della pittura del primo, sia per lo straordinario realismo e la maestosità scultorea del secondo.

E così si susseguono leopardi, tigri, leoni ma pure ben più miti (e meno esotici) cavalli, volpi, mucche in scene di vita agreste.

Antonio Ligabue, Volpe con rapace, 1959, olio su tela, cm 120x150
Michele Vitaloni, Leopardo, 2015, Busto di Leopardo, Fusione in bronzo, Dipinto ad olio, Limited Edition 9, h. 62 cm

Questo trionfo della Natura rende anche inesorabile la presa di consapevolezza, da parte dell’osservatore, del posto dell’Uomo nel disegno complessivo: ci si rimpicciolisce davanti alle imponenti sculture di Vitaloni, si partecipa passivamente al combattimento tra animali feroci nelle raffigurazioni di Ligabue.

Antonio Ligabue, Re della foresta, 1959, olio su tela, cm 190x251

Nella mostra viene dato ampio spazio anche all'attività ritrattistica del Ligabue, con un’ampia sezione in cui compaiono diversi personaggi, protagonisti nella sua vita a Gualtieri, tra cui il ben noto “Ritratto di Elba”.

Ultima sala in ordine di visita della mostra, è lo spazio dedicato alla serie di autoritratti di Antonio Ligabue; non appena si entra ci si trova in uno spazio davvero suggestivo, ovoidale, con i quadri disposti lungo le pareti in modo armonico e coerente.

Gli autoritratti sono liberamente accostati e non in ordine cronologico, il che fornisce una diversa chiave interpretativa, soggettiva rispetto agli occhi di chi guarda.

Ligabue Vitaloni dare voce alla natura mostra

Una mostra, dunque, che corona l’apogeo di Parma come capitale italiana della cultura 2020-2021: aperta dal 17 settembre 2020, è visitabile fino al 30 maggio 2021.

 

Antonio Ligabue, Re della foresta, 1959, olio su tela, cm 190x251

photo credits: Fondazione Archivio Antonio Ligabue di Parma

 


La Fornarina raggi X Raffaello Sanzio

Arte e tecnologia: i raggi X sulla Fornarina ci restituiscono “Raffaello da vicino”

Com’è ben noto, gli studiosi dell’arte talvolta si servono degli ausili tecnologici per approfondire la conoscenza di specifiche opere di particolare interesse. L’uso della fluorescenza ha, infatti, più volte consentito la visione di disegni preparatori o addirittura di opere celate al di sotto di quelle in superficie, riportando alla luce elementi altrimenti non visibili.

Talvolta queste tecnologie innovative vengono adoperate per studiare meglio la tecnica pittorica dell’artista, il suo modo sapiente di utilizzare pigmenti, giungendo a notevoli risultati, si è evidenziato anche grazie all'imaging e attraverso lo studio degli elementi chimici sulla tela. È questo il caso della Fornarina” di Raffaello Sanzio, dipinto a olio su tavola, delle dimensioni di 87 x 63 cm., risalente approssimativamente al 1520 e custodito a Roma a Palazzo Barberini. La celeberrima opera ritrae una donna seminuda seduta a mezza figura, dai capelli mori raccolti, con la firma dell’autore posta sul bracciale con su scritto “Raphael Vrbinas”. È stata oggetto di indagini il 28, 29 e 30 gennaio scorsi, dopo mesi di approfondimento e valutazione storico scientifica i risultati sono stati resi pubblici il 21 settembre.

La Fornarina raggi X Raffaello Sanzio
Raffaello Sanzio, La Fornarina, 1520 circa, olio su tavola, cm 87 x 63: il dipinto è stato oggetto di una scansione macro della fluorescenza dei Raggi X. Foto con la sequenza degli elementi, dall'alto a sinistra è: Calcio, Ferro, Rame, Manganese, immagine al visibile, Oro, Piombo, Mercurio, Stagno.

L’analisi si inserisce nel Progetto MU.S.A. (Multichannel Scanner for Artworks) che ha proceduto alla creazione di uno scanner multicanale che, mediante attività di imaging, ha mappato la distribuzione degli elementi chimici risalendo ai pigmenti adoperati da Raffaello. “Emmebi Diagnostica Artistica” e “Ars Mensurae” hanno collaborato a tal fine con l’INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare), coadiuvati dal CNR ISMN, dal CHNET (Cultural Heritage Network) e da atenei quali La Sapienza e l’Università di Roma 3. Si è, dunque, proceduto ad una scansione macro della fluorescenza dei Raggi X (MA-XRF) che ha permesso di ricostruire il processo esecutivo del dipinto di Raffaello noto come la Fornarina.

Come evidenziato da Paolo Branchini dell’INFN, siamo di fronte ad uno dei migliori esempi di come una tecnologia innovativa ideata originariamente per scopi settoriali (gli studi di fisica fondamentale nel realizzare rilevatori di particelle) venga poi applicata ad altri ambiti di ricerca, contribuendo all’analisi approfondita dei beni culturali e alla loro migliore conservazione.

Chiara Merucci, delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini (sede dell’opera nella Galleria Nazionale d’Arte Antica), ha enfatizzato il contributo conoscitivo apportato dalla scansione macro XRF. La strumentazione si rivela altresì utile per dipinti di grandi dimensioni. È stato così possibile individuare l’intreccio di pigmenti e forme sapientemente distribuiti per dare tridimensionalità all’immagine.

La rilevata distribuzione di ferro e piombo corroborano la tesi della stesura di una base chiaroscurata com’era solito fare all’epoca, mentre la presenza del mercurio (indice dell’uso del cinabro) mostra una revisione del fondo, già scovata nel 1983 tramite radiografie, che ha mutato l’assetto chiaroscurale del soggetto ritratto. In tal modo, la visione della ripartizione di rame, ferro, calcio e manganese ha rivelato la complessità del fondo di vegetazione, fornendone un’insolita visione: mentre le foglie più grandi sono esito di stesure di ferro, o ferro e manganese, i rami invece sono stati realizzati con del verde di rame e nero d’ossa.

È stata poi effettuata una comparazione tra le indagini del 1983, quelle del 2001 e quelle odierne nell’intervento di Claudio Seccaroni di Enea. In virtù delle diverse tecnologie adoperate, con i vantaggi e i limiti che ciascuna comporta, si integrano agli ultimi risultati i contributi apportati dall’originaria ricerca svolta da La Sapienza e quelli successivi forniti da Enea. Hanno fatto seguito riflessioni più mirate sui materiali dell’opera e sulle potenzialità diagnostiche di ciascuna tecnica analitica.

Per quanto concerne l’integrità del dipinto, con Giovanna Martellotti (CBC Conservazione Beni Culturali Soc. Coop.) è stata descritta l’attività di restauro effettuata nel 2000, diretta da Lorenza Mochi Onori e curata da Cinzia Silvestri e Rosanna Coppola. A tal riguardo Giovanna Martellotti ha comparato i dati dell’osservazione delle varie fasi di restauro con i risultati delle ricerche svolte da Enea, PanArt, Istituto Nazionale di Ottica e R&C scientifica.

Infine, è stato effettuato un excursus sulla storia del dipinto e sulle informazioni certe che abbiamo di esso, quali la menzione della sua presenza nella collezione di Caterina Sforza nel 1595, ed il successivo inserimento tra le opere delle Gallerie Nazionali. A parlarne è Alessandro Cosma delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini, illustrando le incertezze che permangono sull’opera: il suo significato, la destinazione d’origine e i tempi di realizzazione, probabilmente ben più lunghi di quanto sinora supposto.

A ciò si aggiunge il mistero dell’identità della Fornarina, associata alla donna amata dal pittore e solo nell’Ottocento identificata con Margherita Luti, figlia di un fornaio di Trastevere da cui trae il nome. Permangono, quindi, dei dubbi sull’opera che hanno a lungo diviso la critica e che sembrano destinati a rimanere tali.

Raffaello Sanzio La Fornarina
Raffaello Sanzio, La Fornarina, 1520 circa, olio su tavola, cm 87 x 63. The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202 [1]. Immagine in pubblico dominio

È prevista la pubblicazione degli atti della giornata (21 settembre) e alla scansione macro della fluorescenza dei Raggi X della Fornarina di Raffaello Sanzio, grazie al finanziamento della Regione Lazio.


“Volevo nascondermi”: un Ligabue inedito al cinema

volevo nascondermi Antonio Ligabue

In un primo momento potremmo definire “travagliata” l’uscita di Volevo nascondermi nelle sale italiane: programmata per il 27 febbraio 2020, viene inevitabilmente rimandata dopo la chiusura dei cinema e degli altri luoghi di cultura, i primi ad essere interessati dalle disposizioni per il contenimento della pandemia.

Al contrario, la lunga attesa creatasi e le aspettative sempre più alte, dopo la vittoria di Elio Germano dell’Orso d’argento al Festival di Berlino, vengono ripagate appieno ora, con la pellicola finalmente nei cinema.

Il regista Giorgio Diritti propone una nuova interpretazione dell’esperienza artistica di Antonio Ligabue, pittore e scultore attivo a Gualtieri, paesino in provincia di Reggio Emilia, dagli anni venti del secolo scorso.

La parte biografica, esaurientemente esposta anche tramite diversi rimandi all'infanzia di Ligabue, agli internamenti in istituti psichiatrici e alle incomprensioni verso il suo particolare carattere, definisce i contorni del mondo interiore dell’artista senza mai eccedere nella pretesa di un lavoro documentarista.

Si crea così un armonico contrasto tra i grigi delle esperienze da lui vissute e i colori vividi dei suoi quadri, i cui protagonisti indiscussi sono gli animali. Spesso li ritrae tesi, in movimento, a volte immersi nell'ambiente che li circonda, altre volte consapevoli dell’osservatore umano, quasi in segno di autodifesa.

Allo stesso modo lui viene catapultato fuori dal suo habitat, espulso dalla nativa Svizzera, trovando proprio negli elementi naturali e faunistici non solo sé stesso ma anche un sentimento primordiale, non intaccato dalla falsità e dalla manipolazione dell’uomo.

In questo senso possiamo ammirare al massimo del suo potenziale il magistrale Elio Germano che, con un’esperta mano sartoriale, si cuce addosso un abito da Antonio Ligabue perfettamente calzante.

Prima di lui solo l’attore Flavio Bucci, scomparso proprio a febbraio di quest’anno, ha rappresentato al meglio l’artista in uno sceneggiato televisivo del 1977.

L’attore romano, dunque, è riuscito perfettamente nel riprodurre le sfaccettature del suo carattere, dando più risalto alle “luci” rispetto alle “ombre” nella sua vita: fra tutte l’amicizia con l’artista Renato Marino Mazzacurati, che sancisce l’inizio di una florida attività creativa, così come quella con lo scultore Andrea Mozzali, che resterà con lui fino alla fine.

Figure importanti, sia pur evanescenti nella vita del Ligabue, sono le donne.

Nel film è evidente l’influenza che ha avuto su di lui la madre: una figura granitica, severa, quasi complementare alla madre adottiva, poiché più comprensiva nei confronti di un ragazzo irrequieto e irascibile.

Agli inizi della sua vita a Gualtieri (un paesino in cui veniva spesso guardato con diffidenza), fa la sua apparizione una bambina, che gli offre un primo approccio di gentilezza nei suoi confronti dopo diverso tempo. La morte prematura di quest’ultima, quasi da episodio leopardiano, segna profondamente Ligabue, ed è proprio da questo evento traumatico che scaturisce la realizzazione del “Ritratto di Elba”.

Ben più tardi, dopo la realizzazione come artista e la crescente visibilità, sorge in Ligabue il desiderio di dedicare del tempo al suo essere uomo, al suo bisogno di una compagnia femminile: Cesarina è la ragazza della locanda che frequenta quotidianamente, oggetto del desiderio che resta per lui irraggiungibile.

In un momento del film viene re immaginata una scena accaduta realmente e ripresa nel documentario del 1962, in cui Ligabue, dopo aver realizzato per lei un disegno, chiede insistentemente alla giovane un premio al grido di “Dam un bes! Dam un bes!”

Dopo aver dato spazio alla figura umana, nel film si torna spesso ad osservare da vicino il processo di gestazione e realizzazione dell’opera da parte del pittore-scultore:  l’eccentrico Ligabue è solito passeggiare nei luoghi lontani dall'uomo, quei paesaggi agresti rievocati nei suoi dipinti, portando sempre legato al collo uno specchio in cui spesso si osserva, e rievocando lui stesso i versi delle belve feroci quasi a volerle personificare, per poi renderle al meglio nelle sue opere.

In particolare, nel film, vi è una scena ben costruita che si incentra sull'approcciarsi di Ligabue alla tela bianca: Diritti lo raffigura concentrato in un rito sacro fatto di ruggiti e spasmi che precedono il concepimento dell’idea e la sua successiva creazione artistica. Questo momento è percepito come quasi sofferto, poiché egli è lontano dalla natura e costretto tra le quattro mura del suo studio, in cui l’horror vacui a volte riesce a prevalere sulla mano che vuole, ma non può, materializzare o esprimere ciò che sente.

Insomma, è un film degno non solo di una prima ma anche di una seconda, terza visione: il lato biografico ben si accompagna alla maestria tecnica di scenografia, fotografia e regia, con un Elio Germano oltre le righe tra i paesaggi sognanti della bassa reggiana.

Con “Volevo Nascondermi” abbiamo finalmente visto un Antonio Ligabue inedito, completo, che ci si è finalmente rivelato.

volevo nascondermi Antonio Ligabue
La locandina del film Volevo nascondermi, per la regia di Giorgio Diritti. Copyright © 01Distribution

 

Foto e locandina di Volevo nascondermi Copyright © 01Distribution


Ritratto della giovane in fiamme

Ritratto della giovane in fiamme: gli sguardi di Orfeo ed Euridice

Ritratto della giovane in fiamme è l’ultimo film della regista francese Céline Sciamma, nota al pubblico per i film Water Lilies (2007) e Tomboy (2011). Presentato alla 72esima edizione del Festival di Cannes, Ritratto della giovane in fiamme ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura e, in seguito, la Palma d’oro Queer. La pellicola è arrivata nelle sale italiane il 19 dicembre del 2019, distribuita dalla Lucky Red nei circuiti d’essai riuscendo ad incassare 90,9 mila euro nella prima settimana di programmazione.

 

UNA TRAMA A COLORI

Francia, 1770. Marianne (Noémie Merlant), una giovane pittrice parigina, viene ingaggiata da una contessa (Valeria Golino) per ritrarre la figlia Héloïse (Adele Haenel) prossima alle nozze. Héloïse, tuttavia, rifiuta questo matrimonio e, di conseguenza, rifiuta di posare. Marianne sarà costretta a dipingere Héloïse di nascosto, mentre finge di essere la sua nuova dama di compagnia. Il rapporto tra le due protagoniste evolverà fino al nascere di una travolgente storia d’amore.

Il perno centrale del film è l’eccelso equilibrio tra immagine e parola.

Ritratto della giovane in fiammeLa fotografia di Claire Mathon gioca fondamentalmente con tre tinte di colore: il rosso, il verde e il blu. Il rapporto rosso e verde, colori complementari, dona una sensazione di armonia allo spettatore. Il blu ha una valenza più spirituale e tende a rappresentare il mondo dell’introspezione personale. Il film, come la relazione tra le protagoniste, cresce e muta come i colori di cui sopra. Nel primo atto, quando Marianne non rivela la propria identità, Héloïse indossa un abito blu mentre la pittrice indossa il solito abito rosso.

Di fatti, nel primo atto, Marianne non è capace di comprende e rappresentare la vera Héloïse, perché la loro relazione non è sincera e, di conseguenza, i colori non possono essere complementari. Nel secondo atto, quando Marianne butta via la maschera ed Héloïse decide volontariamente di posare per lei, i colori mutano. La contessa parte per fare visita ad un’amica, pretendendo di trovare il nuovo dipinto al suo ritorno. Marianne resta con il suo abito rosso, mentre Héloïse indossa un tessuto verde. Il rapporto tra le due protagoniste non è più sbilanciato e, quindi, anche il colore trova nuovamente equilibrio.


I dialoghi danno il ritmo finale al film fungendo, il più delle volte, da analisi della vicenda che le protagoniste vivono. Le prime conversazioni tra Marianne e la contessa o tra Marianne ed Héloïse sono fugaci e non comunicano molto allo spettatore, perché i personaggi non riescono a comunicare tra loro.

Nel secondo atto anche le parole assumono un peso differente, soprattutto perché aiuteranno Marianne ed Héloïse a comprendere e condividere l’amore che provano l’una per l’altra. Cèline Sciamma compone una storia che non parla solo d’amore, ma omaggia l’arte e le donne con i continui riferimenti all’arte pittorica e letteraria. Infine, la pellicola è una tagliente riflessione sul ruolo della donna nella società e nel contemporaneo mondo delle immagini.

Ritratto della giovane in fiamme
La locandina del film Ritratto della giovane in fiamme (titolo originale Portrait de la jeune fille en feu), regia e sceneggiatura di Céline Sciamma, distribuito in Italia da Lucky Red

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Sant Angelo in Formis

La basilica benedettina di Sant’Angelo in Formis

Sulle pendici occidentali del Monte Tifata, principale rilievo della catena dei Monti Tifatini, che corre lungo quasi tutta la provincia di Caserta, sorge la basilica benedettina di Sant’Angelo in Formis, intitolata all’Arcangelo Michele.

La basilica sita sul territorio del comune di Capua, l’antica Casilinum, nota per essere il porto della Capua vetus sul fiume Volturno. Dalla sua posizione la basilica regna sovrana sulla città e, principalmente, sul territorio di Sant’Angelo in Formis.

Non è un caso che l’edificio ecclesiastico venne edificato in dato luogo. Essa infatti si eleva su quelli che erano i resti di un edificio di culto pagano risalente al IV secolo a. C., ovvero il tempio di Diana Tifatina, i cui resti sono visibili in parte nella navata di destra della basilica, ad una quota inferiore rispetto al pavimento dell’aula basilicale.

Le origini dell’edificio sono strettamente legate all’ambiente ecclesiastico del monastero di Montecassino. Il più antico documento noto della presenza cassinese in situ è una bolla papale del 943-944 con la quale il pontefice Marino II imponeva al vescovo di Capua, Sicone, di restituire al monastero di S. Benedetto la chiesa del Monte Tifata, data in beneficio a un suo diacono, ma già ceduta ai monaci di Montecassino dal precedente vescovo Pietro I (925-938) allo scopo di associarvi un monastero sul territorio capuano. Dopo circa cento anni, nel 1065, il vetusto santuario, presumibilmente di origine longobarda, risulta di nuovo nelle mani del vescovo di Capua, Ildebrando, che lo concesse in cambio di una chiesa della sua città, al normanno Riccardo I, principe di Capua e conte di Aversa.

Basilica Sant Angelo in Formis
La Basilica benedettina di San Michele Arcangelo a Sant'Angelo in Formis. Foto di Nicola Santoro

La chiesa, realizzata nel secolo XI, è un edificio basilicale senza transetto, eretto in blocchi di tufo. Dotata di un unico portale di accesso, presenta l’interno diviso in tre navate che terminano in altrettante absidi semicircolari, con due file di sette colonne che sorreggono archi a tutto sesto. Della chiesa dovevano far parte con molta probabilità le colonne ad formas, in formis (con riferimento agli acquedotti romani che dal Tifata portavano l’acqua alla città di Capua), che originariamente facevano parte del sopracitato tempio di Diana Tifatina.

Alla facciata esterna della chiesa si appoggia un portico voltato a cinque fornici acuti, di cui quello centrale più alto e spazioso. Si tratta di un rifacimento più tardo del portico originario, riprodotto nel modellino tenuto in mano dall’abate Desiderio nell’affresco dell’abside della navata centrale.

A destra della basilica sorge il poderoso campanile a pianta quadrata, originariamente scandito in tre livelli. A differenza del primo piano, in cortina laterizia, il piano terreno è realizzato con blocchi marmorei di reimpiego, ricavati presumibilmente dall’Anfiteatro Campano dell’antica Capua, oggi Santa Maria Capua Vetere.

Affresco dell'Ultima Cena dalla Basilica benedettina di San Michele Arcangelo a Sant'Angelo in Formis. Foto Italo-Byzantinischer Meister - The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202, pubblico dominio

I celebri affreschi che ornano l’interno della basilica costituiscono la più importante testimonianza della cultura pittorica campana negli ultimi decenni del secolo XI e delle nuove tendenze figurative importate in Italia dagli artisti bizantini chiamati da Desiderio, futuro papa col nome di Vittore III, a Montecassino. Il ciclo pittorico sviluppa un vasto programma narrativo, incentrato su episodi del Vecchio e Nuovo Testamento che si ispirano a modelli paleocristiani delle basiliche apostoliche romane.

Sant Angelo in Formis
L'interno della basilica benedettina di San Michele Arcangelo a Sant'Angelo in Formis. Foto di Mongolo1984, CC BY-SA 4.0

Bibliografia

Enciclopedia dell’arte medievale, volume X. Istituto della Enciclopedia Italiana.

Paolo Gravina, La basilica benedettina di San Michele Arcangelo a Sant'Angelo in Formis in Percorsi di conoscenza e tutela - Studi in onore di Michele D'Elia, a cura di Francesco Abbate, Centro Studi sulla civiltà artistica dell'Italia meridionale 'Giovanni Previtali', 2008.


Giulio Romano Experience: così Mantova ricorda il discepolo prediletto di Raffaello Sanzio

A quasi cinquecento anni dal suo arrivo a Mantova, nel lontano 1524 per volere del duca Federico II Gonzaga, Giulio Romano (Giulio Pippi de’ Jannuzzi, 1499 ca. – 1546) viene omaggiato dalla città che lo accolse negli ultimi vent’anni di vita. Allievo prediletto di Raffaello, urbanista e artista di corte, esponente dell’arte rinascimentale e manierista, ha costituito una figura di grande versatilità. Il pittore e architetto, romano di nascita e mantovano d’adozione, è attualmente oggetto di un programma di eventi e mostre avviato a settembre 2019 e terminante a giugno 2020.

Conclusasi la mostra trimestrale “Arte e Desiderio”, si è appena avviata l’esposizione multimediale “Giulio Romano Experience”: ideata da Punto Rec Studios e Visilab, consente di percepire direttamente l’esperienza artistica della sua bottega, toccandone i materiali adoperati, ascoltandone i suoni e avvertendone gli odori. La multimedialità interviene nel narrare la biografia del pittore/architetto attraverso varie tappe che fanno uso di schermi di realtà aumentata, visori di realtà virtuale, audio di prossimità e proiettori ad alta definizione, strumentazione finalizzata a ricreare l’atmosfera originaria della bottega e della corte in cui operava, una tra le più celebri del Rinascimento europeo. È perciò un itinerario espositivo insolito che esalta la maestria dell’artista ed il suo legame con la città di Mantova, luogo di adozione intermedio tra la natìa Roma e l’Europa.

Le sue opere riottengono così vita e volume attraverso la motion grafica di immagini rielaborate in post-produzione. Al centro di ciascuna sala sono inserite delle postazioni multimediali perfettamente integrate nell’ambiente, che illustrano aspetti insoliti e poco noti dell’operato di Romano, anche per i precedenti visitatori di Palazzo Te che ospita l’evento nelle sue sale monumentali. La scelta del sito non è casuale, in quanto l’edificio è stato realizzato proprio dall’artista per Federico II Gonzaga. Usufruendo della documentazione storica disponibile e delle innovative tecnologie applicabili ai beni culturali, si apprende la storia della struttura attraverso mappe tridimensionali che ne mostrano l’estetica e la planimetria originarie, antecedenti alle modifiche apportate dal tempo alla struttura e al paesaggio circostante.

La realtà virtuale è accostata ad effetti sonori che facilitano l’immersione spaziale, primo caso in eventi sui beni culturali; essa consente altresì di vedere il progetto originario dell’artista nello studio delle sue opere. Per esempio, la sala di Ovidio accoglie l’affresco di Palazzo Te rielaborato in un’immagine immersiva a 360° che ne mostra texture e pennellate, fornendo la sensazione di immersione nel paesaggio ventoso raffigurato. La camera dei Giganti riprende i disegni di Giove nell’atto di scagliare saette dall’Olimpo durante la caduta dei Giganti, immagini animate in post-produzione per immergersi pienamente nella scena.

Dunque, iniziando dalla descrizione della sua carriera si prosegue il percorso con l’analisi di Palazzo Te sino a giungere alla narrazione dell’impronta da lui lasciata su Mantova. Si susseguono, così, tre ambienti descrittivi differenti: uno tratta l’aspetto biografico con la formazione presso la bottega di Raffaello Sanzio (affiancato nelle sue maggiori commissioni), la fase mantovana con la realizzazione di opere di grande pregio sia in ambito pittorico che architettonico, e la successiva diffusione del suo stile nel contesto italiano ed europeo; l’altro esamina la location dell’evento, dallo stile innovativo benché caratterizzato da un’architettura di chiara ispirazione classica, associata ad elementi naturali e a rievocazioni archeologiche; l’ultimo illustra l’interconnessione tra Romano e la sua città d’adozione, visibile ad esempio negli affreschi dalle nuvolosità caratteristiche del mantovano. Qui egli ricevette importanti riconoscimenti, come le nomine di Prefetto delle fabbriche dei Gonzaga e di Superiore delle vie urbane, ossia sovrintendente di qualsiasi produzione artistica e architettonica di corte, adornando Mantova di decorazioni fastose e ingegnose che tutt’ora la caratterizzano.

Giulio Romano Experience

La mostra multimediale è inserita nel programma di eventi “Mantova: Città di Giulio Romano”, coinvolgente varie realtà culturali territoriali come la locale Camera di Commercio, della Fondazione Banca Agricola Mantovana, della Fondazione Comunità Mantovana Onlus. Organizzata in collaborazione con Electa Editore, è esito della promozione attuata proprio da Fondazione Palazzo Te e dal Comune di Mantova. Il programma espositivo e culturale “Giulio Romano è Palazzo Te”, di cui fa parte la suddetta mostra, è realizzato anche col contributo della Regione Lombardia, della Fondazione Cariverona e della Banca Monte dei Paschi di Siena. A supporto del progetto vi sono anche gli Amici di Palazzo Te e dei Musei Mantovani, gli sponsor Aermec, Smeg Agroittica Lombarda e infine Trenitalia come travel partner.

Giulio Romano Experience

Un’ampia organizzazione a supporto di un progetto che propone un modo diverso e completo di ammirare una figura ingegnosa che ha segnato la città di Mantova. Un ravvicinato approccio all’arte che sarà disponibile sino al prossimo 30 giugno.

Giulio Romano Experience

Giorni e orari di apertura: lunedì 13.00 – 19.30, da martedì a domenica 09:00 – 19:30 (ora legale). Lunedì 13.00 – 18.30, da martedì a domenica 09:00 – 18:30 (ora solare).

Biglietto d’ingresso: 12 euro (intero), 9 euro (ridotto).

Per informazioni e prenotazioni: +39 0376 1979020; www.giulioromanomantova.it ; www.fondazionepalazzote.it ; www.electa.it

 

Foto Ufficio Stampa Mondadori Electa


"La Pittura è una storia italiana"

Nell'ambito dell'Art Week bolognese, che si è svolta dal 17 al 26 gennaio 2020 e che ha visto anche l'ottava edizione di ART CITY Bologna, incontriamo pure la 44° edizione di ArteFiera Bologna. Diretta per la seconda volta da Simone Menegoi, si è presentata ricca di novità.

Le gallerie partecipanti - sia italiane che straniere - sono state 155. La maggior parte degli stand si trovavano nella Main Section; non bisogna tuttavia sminuire l'importanza delle altre tre sezioni, curate su invito come ogni anno: si tratta di Fotografia e immagini in movimento a cui si aggiungono, in questo nuovo format di Menegoi Focus e Pittura XXI.

ArteFiera Bologna

Prima fiera in tutto il mondo ad avere una sezione interamente dedicata alla pittura contemporanea, sostiene l'importanza che viene data in quest'edizione al medium pittura. Menegoi afferma: "Mi sembra che ArteFiera sia il luogo ideale per un tentativo del genere, è una fiera che ha un forte radicamento nell’arte del dopoguerra e dove i media tradizionali (soprattutto la pittura) sono di casa." La Pittura è l'unico medium ad aver conservato un' identità specifica e al tempo stesso è stata capace di affrontare tutti i temi del nostro tempo, continuando a dimostrarsi parte integrante del DNA dell'artista italiano.

ArteFiera Bologna

Anche la sezione Pittura XXI - curata da Davide Ferri - appoggia quest'idea, indagando e esplorando il panorama contemporaneo di questo medium.

Mentre la sezione Focus - curata da Laura Cherubini - dimostra una volta per tutte il costante rapporto - seppur non sempre visibile - che l'arte italiana ha sempre avuto col medium pittura. L'idea è stata raccontare quel periodo dell'arte che dagli anni Cinquanta fino ai Settanta, nonostante sia stato particolarmente variegato, fertile e sperimentale, ci ha dimostrato che in Italia la pittura c'è sempre stata.

Come afferma l'artista Giulio de Dominicis: "La pittura è una storia italiana".

Anche quest'anno si è riconfermata la sezione Fotografia e immagini in movimento, curata dal collettivo FANTOM. Attraverso un percorso tra i vari stand realizza un vero e proprio osservatorio di ricerche sul nostro rapporto con la fotografia e i video, che sono diventati strumenti essenziali della nostra quotidianità, ma che continuano a trasformare la percezione che abbiamo del mondo e dello spazio che ci circonda.

Una nota positiva diffusa tra un pubblico più attento e curioso è l’area destinata all'editoria. Sempre più apprezzata dal pubblico, testimonia l’aumento della comunicazione sul mondo dell’arte tramite riviste e libri d'autore.

Ma in un momento in cui il calendario dell'arte è saturo tra fiere, eventi e quant'altro, riusciranno i collezionisti e gli addetti ai lavori a cogliere lo spunto di riflessione lanciato prima dal direttore Simone Menegoi poi dai curatori Davide Ferri e Laura Cherubini, di rivalutare l'importanza e il rapporto che noi italiani abbiamo con la pittura?

Lo capiremo solamente restando aggiornati sui prossimi appuntamenti del mondo dell'arte.

Foto e video relativi ad ArteFiera Bologna sono opera di Sarah Campisi


L’arte ospita l’arte. “Palazzo Maffei - Casa Museo” apre le porte il 14 febbraio 2020

Dal 14 febbraio 2020 sarà aperto al pubblico “Palazzo Maffei - Casa Museo”, nel cuore di Verona. Un’iniziativa culturale promossa da Luigi Carlon, imprenditore e collezionista veronese, su progetto architettonico dello studio Baldessari e Baldessari e museografico di Gabriella Belli, con la consulenza di Valerio Terraroli e Enrico Maria Guzzo.

L'edificio tardo-rinascimentale, suggestiva quinta sul margine nord-occidentale della storica Piazza delle Erbe, ha origini ben più antiche di quelle seicentesche. Il nucleo di fondazione medievale sorge, infatti, nell’area del Capitolium (tempio dedicato al culto della Triade Capitolina, ossia Giove, Giunone e Minerva), costruito nel 49 a.C., quando Verona divenne municipio romano. I sotterranei del palazzo testimoniano proprio la fase più antica della fabbrica.

Palazzo Maffei è una pietra miliare della città di Verona. La facciata barocca, culminante nella balaustra con le statue di divinità romane, l’imponente scalone elicoidale autoportante, gli stucchi e gli affreschi del piano nobile sono solo alcuni degli elementi artistici e architettonici che lo rendono un capolavoro dell’architettura del Seicento italiano.

Palazzo Maffei  

 

In un contesto tanto straordinario trova posto una raccolta ricchissima, che consta di oltre 350 opere. Quasi 200 dipinti, una ventina di sculture, disegni e oggetti d’arte applicata di ogni tipo: mobili d'epoca, ceramiche rinascimentali e maioliche sei-settecentesche, argenti, manufatti lignei, pezzi d'arte orientale e volumi rari. Una vera e propria sintesi delle arti, nelle loro più alte espressioni.

Oltre ad essere molto vario, il percorso espositivo si snoda tra antico e moderno, in un arco temporale che copre circa cinque secoli di storia. Ha una “doppia anima”.

Palazzo Maffei Palazzo Maffei

La prima parte del percorso espositivo non perde la connotazione di dimora privata. Questa sorta di Wunderkammer è dedicata alle opere antiche e moderne. Si va dal Trecento alla pittura veronese, che ha naturalmente un forte valore identitario. La raccolta vanta una sorta di compendio di storia dell’arte del territorio scaligero.
La seconda parte del percorso espositivo è strutturata come una vera e propria galleria museale ed è incentrata sulle opere dei grandi maestri del XX secolo: Picasso, De Chirico, Mirò, Kandinskij, Magritte, Fonta, Burri, Manzoni e tanti altri.

Da collezione privata a patrimonio condiviso con la città, a Palazzo Maffei l’arte ospita l’arte.

 

Foto cortesemente fornite da Villaggio Globale International