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Quando le parole hanno un colore: "Terra d'ombra" di Mariano Rizzo

“Chissà cos'è quel moto che ci unisce e ci divide”, canta Franco Battiato in uno dei suoi tanti capolavori. La vita del pittore Paolo Finoglio narrata da Mariano Rizzo nel suo Terra d’Ombra (Edizioni di Pagina, 2021) sembra girare intorno a questo interrogativo.

La sua storia si sviluppa lungo una sequenza di incontri e separazioni, di relazioni costruite fra la voglia di trovarsi e quella di perdersi, fra la paura di restare e quella di partire.

Paolo Finoglio, come molti sapranno, è un pittore campano vissuto tra la fine del Cinquecento e la prima metà del Seicento. La sua fama lo solleva dall’oblio dei tanti artisti coevi di cui si sono perse, più o meno volutamente, le tracce. Tuttavia non lo colloca alla stessa altezza dei grandi personaggi che hanno segnato quell’epoca sospesa tra il manierismo barocco del Carracci, ispirato ai modelli classici, e l’eversivo linguaggio del Caravaggio, legato allo studio del vero contro ogni regola accademica.

Questo conflitto tra essere molto ma non essere tutto, si fa carne, sangue, desiderio, affanno e, in buona sostanza, assoluta umanità nel personaggio tracciato da Mariano Rizzo. E l’umanità di Paolo Finoglio viene fuori esattamente come nascono i suoi quadri: a strati di colore.

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Paolo Finoglio sulla copertina del romanzo storico Terra d'ombra, di Mariano Rizzo, pubblicato da Edizioni di Pagina (2020) nella collana lebellepagine. Foto di Annapaola Digiuseppe

Mariano Rizzo tratta l’argomento tuffandosi in un lavoro di totale immedesimazione non solo nel personaggio, ma anche nella sua materia. La parola, la frase, lo scritto, il componimento, slittando da un’arte all’altra, si trasformano in impasto preparatorio, linee prospettiche, disegno, chiaroscuri, pennellate. La mano che scrive diventa mano che dipinge, e questa magnifica sinestesia compositiva è già chiara nell’incipit, dove leggiamo:

E poiché un quadro non è che una storia, un racconto di tela e pigmento, allora il pittore è egli stesso un narratore, che prima di tutto deve avere ben chiaro nella sua mente cosa emergerà dal buio e come dosare correttamente la luce.

Paolo Finoglio in questo romanzo è, prima che un artista, un uomo. E, in quanto tale, vive di tutti i limiti, le insicurezze, i difetti, le miserie e le contraddizioni insiti nella natura umana. È una persona, non un personaggio, tantomeno un eroe. Fa scelte sbagliate, anela a ciò che non può avere e trascura quello che ha, insegue i sogni ma si perde nei suoi incubi.

Eppure, come nella vita di ognuno di noi, accanto alle sue fragilità viaggiano le sue intuizioni, il suo slancio artistico, il suo istinto di sopravvivenza, la sua capacità di adattamento, il suo amore che, segnato da un imprinting quasi staccato dalla realtà, non è capace di focalizzarsi e finisce per disperdersi fra tanti obiettivi – o miraggi – pur senza mai diminuire d’intensità e trasporto.

Paolo Finoglio è un uomo che, come tutti, muove ogni sua azione alla ricerca di tre elementi imprescindibili: il proprio posto nel mondo, la realizzazione di sé, l’Amore (sì, quello con la A maiuscola, perché il resto è acqua che non disseta).

Procede per tentativi, per esperimenti, per corsi e ricorsi, perché, sempre come tutti noi, non sa quale sia la strada giusta, né se ne esista una che possa definirsi tale.

Terra d'ombra, romanzo di Mariano Rizzo
Foto di Annapaola Digiuseppe

Il romanzo si suddivide in quattro parti, che corrispondono ad altrettante importanti tappe nella vita del protagonista e che sono introdotte da titoli evocativi: Bianco d’ossa (Napoli, 1604-1612), Blu d’oltremare (Lecce, 1613-1623), Rosso di Marte (Napoli, 1623-1632), Nero di vite (Conversano, 1635-1645), tutti pigmenti utilizzati in pittura, come la stessa Terra d’ombra del titolo.

Il lettore viaggia insieme a Paolo Finoglio, trascinato dalla vividezza della resa dei suoi sentimenti, ed è portato a guardare il mondo attraverso i suoi occhi, grazie anche alle parti narrate in prima persona che si alternano a quelle in terza. Si finisce inevitabilmente per condividerne le inquietudini, le ambizioni, le ingenuità, gli ardori, le delusioni, la confusione, le speranze. Anche quando le sue azioni non sono esattamente encomiabili, anche quando prende decisioni sbagliate o, al contrario, resta passivo laddove dovrebbe agire e reagire, ci si ritrova dalla sua parte, perché se ne comprendono i contorti – e umanissimi – meccanismi mentali.

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Paolo Finoglio sulla copertina del romanzo storico Terra d'ombra, di Mariano Rizzo, pubblicato da Edizioni di Pagina (2020) nella collana lebellepagine. Foto di Annapaola Digiuseppe

Tanti i personaggi che il protagonista incontrerà lungo questo cammino di ricerca, dalla janara al travestito, dalla prostituta al ricco committente d’arte, dal pittore affermato a quello affamato, dal mendicante al nobile, dalla filatrice alla cortigiana, dal mecenate alla scaltra badessa. Tra questi, molti sono figure storiche, come il tormentato e geniale Michelangelo Merisi, l’emancipata Artemisia Gentileschi, il Guercio di Puglia, sinistro ma lungimirante Conte di Conversano, la determinata Isabella Filomarino, per citarne solo alcuni e per restare il più possibile sul vago, affinché ognuno di essi, reale o di fantasia, resti una scoperta lungo la lettura del romanzo.

Bellissime le descrizioni di ambienti e paesaggi, anch’esse spesso mutuate dal mondo della pittura:

Il caldo estivo era solo un ricordo, il cielo era coperto da grosse nuvole che rendevano la città una dissonanza di bianchi e di neri” (p. 42);

L’estate aveva cominciato a colare il proprio oro nelle acque del golfo. Il sole saliva in cielo tirandosi dietro la foschia dell’aurora; il mare godeva delle carezze di tiepide correnti che sfumavano all’orizzonte” (p. 210);

Di quella città ormai serbavo un ricordo sbiadito e frammentario, come la sinopia di un affresco caduto” (p. 359);

L’estate luccicava all’orizzonte, pronta a invadere la costa per arrampicarsi fino al colle di Conversano, dove già si avvertiva un denso tepore che rendeva le notti calme e i giorni piacevoli. L’inizio della stagione sarebbe stato sereno ai limiti dell’indolenza, se la città non fosse stata scossa da un fremito d’irrequietezza che scorreva sottopelle, insinuandosi tra le fughe del lastricato e le radici degli alberi, imbevendo le pietre come un umore greve che rendeva i cittadini stizzosi e suscettibili senza un motivo apparente” (p. 389).

Terra d'ombra, romanzo di Mariano Rizzo
La quarta di copertina del romanzo storico Terra d'ombra, di Mariano Rizzo, pubblicato da Edizioni di Pagina (2020) nella collana lebellepagine. Foto di Annapaola Digiuseppe

Il linguaggio raffinato ed evocativo di Mariano si muove continuamente tra chiari e scuri, esattamente come enuncia la quarta di copertina: Paolo Finoglio, pittura e vita tra luce e ombra. Da lì emergono, poi, i colori. Emerge il racconto.

Ciò che Mariano consegna tra le nostre mani non è solo il ritratto di un pittore che ha legato il proprio nome, tra le tante opere, a un pregevole ciclo di affreschi ispirati alla Gerusalemme Liberata, ma è anche il profilo di un artista alla ricerca della propria identità, di un uomo che ha un’apparenza mite e controllata, mentre dentro di sé cova un’anima inseguita dal buio, perseguitata dagli incubi.

Niente di epico, niente di enorme o di terribile, semplicemente la vita.

Di questo, invece, devi avere paura: io sono un uomo come te”, dice il maestro Battiato in un altro dei suoi capolavori, fornendoci ancora una volta uno spunto su cui riflettere.

Non volendo anticipare altro e invitando direttamente alla lettura di questo interessante romanzo, aggiungo solo un consiglio: accanto al libro tenete con voi un dispositivo – cellulare, tablet o computer che sia – che vi consenta di fare simultanee ricerche nel web delle opere d’arte (tantissime) citate lungo il racconto, perché tutto ciò che accade è intrecciato alle immagini, in una sorta di percorso multimediale e multisensoriale.

A tal proposito, segnalo anche la qualità estetica del volume (dalla copertina alle tavole di apertura delle quattro sezioni narrative), curato con maestria dalla casa editrice e con il consueto buon gusto del grafico Luigi Fabii. Insomma, un gioiellino di 524 pagine da regalare o regalarsi.


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Terra d'ombra: quando il caravaggismo si fa romanzo

Terra d'ombra: quando il caravaggismo si fa romanzo

Che la citazione sia voluta o meno, immergersi nella lettura di Terra d’ombra è come rimettersi, a quarant’anni di distanza, sulle strade dissestate percorse da Castelnuovo e Ginzburg nel saggio Centro e periferia, per arrivare come allora a scoprire panorami inaspettati e stupefacenti su ciò che crediamo di conoscere.

Motore dell’opera di Mariano Rizzo sono infatti la vita di Paolo Finoglio e la sua eredità artistica. Fenomeni che costituiscono un esempio quasi paradigmatico di quella periferia che in Italia non è quasi mai per i fenomeni di stile approdo passivo e irrimediabilmente ritardatario. Piuttosto laboratorio di soluzioni divergenti, capaci di entrare in competizione con le proposte che arrivano dei centri.

Per affrontare questo tema, e altri non meno impegnativi, l’autore ha scelto la forma del romanzo storico. Una scelta che sulle prime appare quantomeno insidiosa, se non bizzarra e limitante.
​Si tratta però di un giudizio davvero superficiale: mano mano che si procede nella lettura, infatti, si capisce sempre meglio quanto il racconto e l’immaginazione siano funzionali alla ricostruzione di una figura come quella di Finoglio.

E non perché, come si potrebbe dire ricorrendo a un insopportabile cliché, si tratti di un artista la cui “vita sembra un romanzo”. La motivazione sta piuttosto nella necessità di colmare l’irrimediabile lacunosità delle fonti, sanarne l’ambiguità quando non persino scioglierne la contraddittorietà.

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Paolo Finoglio, Rinaldo e Armida nel giardino incantato. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Le fonti

Sono di certo le protagoniste in incognito di questo romanzo, come ben si addice al suo autore, paleografo e archivista. Fonti documentarie, certo, ma anche molte fonti materiali: i dipinti, anzitutto.
Si tratta di un corpus vasto, in cui si incrociano opere firmate e opere attribuite, o per via stilistica o grazie a testimonianze scritte. Disomogeneo: per qualità, suggestioni, tematiche​. Affascinante, proprio per quel tanto di sorprendente ed imperscrutabile che modella anche l’atmosfera del romanzo.

Paolo Finoglio, Sacra Famiglia del Cucito, Museo Diocesano (Lecce). Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Stando a quello che sappiamo, (quasi) per certo Finoglio è un pittore di formazione napoletana e scuola tardo-manierista, che divide la sua carriera tra Napoli, Lecce e Conversano, dove trascorre l’ultima parte della sua carriera alla corte di Giangirolamo Acquaviva d'Aragona.
Guardare alle sue tele è come fissare negli occhi la magmatica stagione storica e artistica di cui sono figlie, e di cui Finoglio è interprete attento, curioso, aperto, anche se (o forse proprio per questo) tecnicamente incostante.
Suggestioni che si trasformano in intrecci, visioni ed atmosfere di Terra d’ombra, che ha il merito di tradurre in ​vicenda umana, pensieri e sentimenti queste impressioni che il contatto con l’opera di Finoglio suscita.

Pittore colto ma lontano dagli esiti esasperati del concettismo seicentesco riesce a far convivere con disinvoltura le più articolate composizioni dell’arte accademica di tradizione tardo rinascimentale e le suggestioni carnali e realiste del caravaggismo.

Paolo Finoglio, Nozze mistiche di Santa Caterina d'Alessandria, Palazzo Pretorio di Prato. Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 4.0

Il caravaggismo come stile di vita

L’incontro con l’arte, necessariamente esplosiva, che Caravaggio porta anche a Napoli è uno dei punti di svolta delle vicende del romanzo.
E nella stessa misura la questione del caravaggismo è dirimente per la ricostruzione dei fenomeni pittorici italiani del diciassettesimo secolo. Decenni roventi e contraddittori che Rizzo descrive con le stesse pennellate piene e sapide di Finoglio.

Caravaggio, Martirio di Sant'Orsola, Palazzo Zevallos Stigliano, Napoli. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Caravaggio non ha allievi, ma nessuno, neppure i suoi detrattori, può fare a meno di misurarsi con la sua radicale via alla rappresentazione. Merisi, messo a confronto con la sua eredità, sembra sempre irrimediabilmente alieno. Troppo nordico, troppo estremo. Troppo estraneo al legame mai davvero interrotto con l’antichità romana e greca della pittura italiana. Eppure proprio nei luoghi di Finoglio, proprio in quelle zone dove la lezione di impietosa realtà ottica pare meno in sintonia con il gusto e la cultura della committenza, lì nasce la scuola caravaggista più vivace e fertile.
Ne sono una dimostrazione Finoglio stesso, così come i suoi compagni d’avventura, che punteggiano con ammirevole misura e veridicità le pagine del romanzo. Ribera, Stanzione, Sellitto, Caracciolo, Gentileschi:‌ una cerchia in cui si evolve un caravaggismo del tutto peculiare. Un ambiente che è allo stesso tempo artistico e sociale, che Rizzo tratteggia con grande bravura.

Battistello Caracciolo, Giuseppe e la moglie di Putifarre. Collezione privata, XXVIII Biennale dell'Antiquariato (2013), Courtesy of Maurizio Nobile. Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 3.0

La finzione narrativa come metodologia d'indagine

Si diceva che la componente “fantastica” e i mezzi della narrazione si rivelano di grande utilità anche dal punto di vista della ricostruzione di fenomeni storico-artistici: il modo in cui l’autore tratteggia le dinamiche della cerchia del caravaggismo napoletano ne è un fenomenale esempio.
Non ci bastano i documenti, non ci bastano le opere. Per ricostruire le dinamiche che legano un gruppo così coeso, che lavora con obiettivi comuni per la stessa committenza, per renderle umane e tangibili non ci si può affidare che alla sensibilità e all’intuito. Alla capacità di creare collegamenti tra quello che si impara sui libri e quello che si apprende attraverso l’esperienza intellettuale, umana ed estetica.

Così rivive nelle pagine di Rizzo una delle stagioni più complesse dell’arte italiana. Attraverso la vicenda umana di Finoglio, così come ce la restituisce l’autore, abbiamo la possibilità di sbirciare nelle prassi di bottega, in quello strano miscuglio di sapienza artigiana, organizzazione aziendale, cialtroneria e talento tanto lontano dalla piatta, riduttiva e insidiosa rappresentazione post-ottocentesca del genio pittorico.

Dipingere nel Seicento

Dipingere nel Seicento, così come praticamente in tutta la storia prima del ventesimo secolo, significa essere artigiani, imprenditori, mercanti di se stessi (e di altri). Senza che tutto questo possa offuscare la reale passione, si potrebbe dire il demone della creazione, di quel fare artistico che inevitabilmente ha qualcosa a che fare con la magia. Rievocare figure, imitarne la carne, il sangue, il calore, fino a renderle più inesorabilmente vere e presenti dei modelli cui si ispirano: il romanzo ci suggerisce che dipingere sia un atto stregonesco, o sciamanico.
E non si può dare torto al suo autore per aver concepito questa lettura dell’opera di Finoglio. Occorre al contrario riconoscere che ci sia qualcosa di dolce e al contempo perturbante nel costante ritorno dei visi femminili, tutti allo stesso modo infantili e imbronciati. Nel dialogo impervio e gustoso degli azzurro polvere con i verdi vescica, che a loro volta duettano con i rossi aranciati, come nei bagliori dei riflessi sui metalli, luci improvvise che mantengono un insondabile fondo di oscurità.

Paolo Finoglio, Martirio di Sant'Orsola e le compagne. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Terra d’ombra è un romanzo che ha più di un merito: provare a indagare un momento vivacissimo dell’arte italiana. Farlo a partire da un nome non così noto, da un autore non impeccabile dal punto di vista tecnico;‌ farlo a partire da un’indagine scrupolosa delle fonti, si tratti di documenti o dipinti. E soprattutto utilizzare l’invenzione, la finzione, come strumento d’indagine. Come metodologia che consente di stabilire una verità più solida, completa e coerente di quella cui possiamo arrivare se ci fermiamo all’indagine delle fonti certe.
​Per raccontare l’avventura di dipingere serve un romanzo.


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I turbamenti di Paolo Finoglio: Terra d'ombra di Mariano Rizzo

I turbamenti di Paolo Finoglio: Terra d'ombra di Mariano Rizzo

Recensione a cura di Esther Celiberti

Terra d’ombra, pubblicato sul finire del 2020 da Edizioni di Pagina, è l’avvincente romanzo di Mariano Rizzo costruito intorno alla figura del pittore campano Paolo Finoglio (1590-1645), noto in Puglia per aver dipinto le volte della camera nuziale del castello di Conversano e il ciclo della Gerusalemme Liberata su committenza di Giangirolamo II d’Acquaviva d’Aragona, il “Guercio delle Puglie”.

Lungo un asse binario e chiaroscurale la trama si snoda alternando parti scritte in prima persona ed altre in terza, con slittamenti non esplicitati ma visibili grazie alla cifra stilistica della sfumatura; si passa così dal piano introspettivo e onirico, lo “scuro” della nuova moda caravaggesca, a quello “chiaro” del reale, all’imitazione del naturale, dal fantastico alla “prosa del mondo”.

Nella prima pagina Rizzo scrive:

[...] Poiché un quadro non è che una storia, un racconto di tela e pigmento, allora il pittore è egli stesso un narratore, che prima di tutto deve avere ben chiaro nella sua mente cosa emergerà dal buio e come dosare correttamente la luce”.

Questa scelta imprime movimento alla narrazione attenuando alcune ridondanze. 

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L'autore Mariano Rizzo con una copia del suo romanzo Terra d'ombra (2020), pubblicato da Edizioni di Pagina

Il ritratto che di Finoglio si tratteggia prende le mosse dall’apprendistato napoletano, prosegue a Lecce, ci riconduce a Napoli per poi concludersi in Terra di Bari, a Conversano. La salda struttura del testo si scompone in quattro parti, che come l'intero romanzo recano il nome di un pigmento: Bianco d’ossa (Napoli,11604-1612), Blu d’oltremare (Lecce,1613-1623), Rosso di Marte (Napoli,1623-1632), Nero di vite (Conversano,1635-1645). Queste sono a loro volta suddivise in capitoletti che hanno come titolo un dipinto e gli incipit smussano le suddivisioni grazie alle malìe delle immagini suggerite. Gli spazi sono ben descritti, soprattutto quelli urbani, unitamente al microcosmo della cittadina/corte di Giangirolamo II, alle botteghe e ai fondachi, luoghi deputati alla ideazione di tele religiose e scene profane ove coniugare trionfo della Fede e successo mondano.

Nell’alunnato di Finoglio i maestri dei quali è stato allievo si mescolano al racconto delle forti influenze di icone come Caravaggio e Artemisia Gentileschi, risonanti di grandezza. La pittura, i problemi della rappresentazione e delle tecniche emergono nella storia così come la ricerca di una via personale, più libera dall’obbedienza alle convenzioni che, però, tenga conto della duttilità necessaria a fronteggiare le richieste dei committenti. Incontreremo la famiglia dell’artista, i pochi amici, gli intermediari, le autorità e una lunga teoria di figuranti da presepe.

Emerge il tema del femminile legato alla figura materna, ai suoi amori, alla misericordia del mito di Cimone e Pero. Le molteplici valenze di una quête simile a quella del Santo Graal conducono il protagonista ai turbamenti dell’eros, ad un infruttuoso tentativo di ricomposizione delle tante tessere del mosaico dell’altro sesso, in infinite sequenze di volti sfuggenti, identità imprecise e lontane sempre in dissolvenza. Di scorcio giocano un ruolo importante il mistero, l’irrazionale, i regni sotterranei e inferi, forse proprio quelle “terre d’ombra” suggerite dal titolo, il buio oscillante fra sogno e incubo alla Fussli.

Mariano Rizzo, che ha esordito nel 2019 con la raccolta Storie di tenebre nella Storia di Puglia, mosso da una vena passionale ha scritto questo romanzo grazie anche a un puntuale lavoro di studio e documentazione, ove qualche falla va ascritta ad alcune stonature espressive, ingenuità o a non sempre riuscite caratterizzazioni psicologiche.

Nel bell’autoritratto di Finoglio, riprodotto sulla copertina, raffiguratosi a mezzobusto, il pittore campeggia tra velature e tonalità terrose, in compagnia di un’ombra/seno, forse eco arcaica di quel regressus ad uterum sotteso al plot. E l’espressione malinconica dell’artista lo sigla come appartenente a quella genìa di “nati sotto Saturno” che spesso presiede alla creatività.

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Ritrae Paolo Finoglio la copertina del romanzo storico Terra d'ombra, di Mariano Rizzo, pubblicato da Edizioni di Pagina (2020) nella collana lebellepagine

Storie di Tenebre, storie di Puglia di Mariano Rizzo

 

Che un marchigiano si cimenti a leggere e a recensire una silloge di racconti “localistici” di un'altra regione, ovvero Storie di Tenebre nella storia di Puglia di Mariano Rizzo, è a dir poco bizzarro. Pur conoscendo il substrato storico e culturale di quelle meravigliose terre sono comunque estraneo a certe geografie, a dialettismi e a certi scorci paesaggistici e artistici. Detto in parole povere, avevo il timore di rimanere impantanato in una ragnatela di storie a me aliene; invece il dottor Mariano Rizzo è stato capace di accogliermi immediatamente nella storia e nei luoghi della sua terra natìa.

Già dalle prime pagine mi sono sentito coccolato da una prosa classica e sobria, attenta alla costruzione di figure retoriche liriche ma non iperboliche, una scrittura - come mi piace definirla - a dir poco educata. Ma il vero pregio fu quello di ricordarmi altri autori o aneddoti del mio personale bagaglio di letture. Queste storie pugliesi hanno quindi prodotto su di me il personalissimo effetto di trasportarmi innanzitutto in un mare dorato delle granaglie marchigiane, tra le colline maceratesi dove i contadini tramandano ancor oggi una storia.

Hanno le mani callose e i visi cotti dal sole di fine agosto, sudano copiosamente ma sanno che è ora di lavorare la terra fino al calar del sole. E quando il disco dorato affoga nell'abbraccio dell'Adriatico, i braccianti si stendono su un letto di sterpaglie, per godersi la brezza del crepuscolo. Appare una figura oscura, tetra come uno scarabocchio o la fuliggine. Un uomo elegante, ben vestito come un fattore delle città importanti, si mette a ciarlare con i lavoratori stanchi. Una conversazione singolare, dialetto marchigiano da un lato e italiano impeccabile dall'altro. Da quel che si viene a capire, l'uomo dall'aria di città è un grande studioso e si occupa di sistemare diversi guazzabugli all'interno del sistema bibliotecario maceratese; insomma lo stato gli ha ordinato di catalogare, raccogliere e sistemare il patrimonio libresco di quelle terre dimenticate dai “dottori”. I contadini son ovviamente sorpresi_ perché mai uno studioso è con loro a condividere un pasto di poco conto e il puzzo della campagna? Non dovrebbe stare in mezzo ai libri? L'uomo risponde dicendo che in tutti libri non ha mai trovato le risposte di cui ha bisogno.

Perché le persone sono migliori dei libri, la notte vola via seguendo i racconti dei braccianti, dei contadini e di quelle persone semplici che tanto ricordano seppur non hanno mai letto un libro. L'oralità è importante, forse è tutto, e alla fine scopriamo che le differenze tra un aedo greco o un bardo scozzese e un lavoratore delle terre in Italia non è poi così aspra. L'uomo raccoglie quelle storie, magari per farci un nuovo volume di racconti popolari, magari le racconterà ai suoi figli, o il tempo gli annebbierà la memoria.

 

Quello che davvero conta è far sapere a tutti che le nostre storie, quelle che ci vengono raccontate davanti al camino o alle tavolate di parenti e amici sono vere; magari meravigliose ma vere. Perché il mito, la leggenda, la storia di un luogo sono mirabilmente intrecciati con la fantasia di ognuno di noi.

Questo è il patrimonio che ci trasmette con delicatezza narrativa Mariano Rizzo. Non un oscuro cantore e negromante che resuscita dal passato bizzarre storie piene di fantasmi e anatemi - quello lasciamolo agli emulatori dei gothic novelist tanto denigrati da Horace Walpole per la loro poca immaginazione - bensì un archeologo dei sentimenti e dei ricordi del suo popolo.

Fidatevi di me, che di horror, weird, gotico folclorico son grande fruitore: le storie di tenebre di Mariano Rizzo non sono volte a evocare qualsivoglia terrore o sense of wonder, ma a codificare le “mirabilia” di una terra che deve necessariamente ricordarsi da dove proviene; dagli arabi fino agli svevi e alla Puglia di primo Novecento.

Mariano Rizzo, archivista, diplomatista, paleografo e autore di Storie di Tenebre nella Storia di Puglia

Il libro è un atto di amore verso il passato, che non si evince solamente dalla cura certosina dello scritto, dall'approfondita ricerca storica o dall'uso dei termini dialettali, ma invero in quella prosa, che inconsapevolmente o meno, è fortemente figlia delle numerose letture del nostro autore. Tant'è che se non ci fosse stato il suo nome in copertina l'avrei ingenuamente scambiato per uno dei numerosissimi autori weird d'Inghilterra.

Bisogna infatti sottolinearlo, nonostante il setting pugliese e localistico: alcune storie sono molto simili a quelle degli autori anglo/francofoni, perché i leitmotiv del bizzarro, del fantastico nero e di un'aurea semi-gotica sono ricorrenti in tantissimi scritti, anche se sparpagliati tra le più incredule latitudini e longitudini. Alcuni racconti mi hanno condotto nell'Inghilterra vittoriana di Arthur Machen o tra le boulevard parigine di Guy Maupassant, senza mai perdere il cuore genuino e distintivo della Puglia.

Ovviamente sarebbe fin troppo prolisso analizzare racconto per racconto e non vi invoglierei in nessun modo a leggere questo libro davvero originale. Vi invito a fare un atto d'amore, verso la Puglia e verso voi stessi, perché leggendo queste storie tornerete anche a casa vostra, nei vostri ricordi.

Storie di Tenebre nella Storia di Puglia Mariano Rizzo
La copertina di Storie di Tenebre nella Storia di Puglia di Mariano Rizzo, pubblicato da Edizioni di Pagina, ripropone l'opera Sinfonia degli Opposti di Piero Schirinzi

Il book trailer è stato realizzato dalla doppiatrice Marileda Maggi.

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.