Missione Archeologica Italiana in Sudan Jebel Barkal

La Missione Archeologica Italiana in Sudan al Jebel Barkal

Poco a monte della quarta cateratta del Nilo, nell’odierno Sudan settentrionale, ai piedi del Jebel Barkal, la “montagna pura” - un elevato picco roccioso che domina il paesaggio - si estende l’omonima area archeologica.
È alle sue pendici che si sviluppò il nucleo di Napata, poco meno di 400 km a nord di Khartum, l’attuale capitale del Sudan.

Missione Archeologica Italiana Sudan Jebel Barkal
Team della Missione Archeologica Italiana Sudan Jebel Barkal. Photo credits: Francesca Iannarilli.

In questi territori la Missione Archeologica Italiana scava da 45 anni; un’attività iniziata nel 1973 da Sergio Donadoni, professore di Egittologia all’Università Sapienza di Roma.
Statue di leoni, resti di templi, statuette in calcare, lucerne e un anello in bronzo, questi i primi ritrovamenti; ma è al 1978 che risale la scoperta più significativa: il Palazzo Reale di Natakamani, fulcro dell’attività archeologica dei successivi quarant’anni. L'edificio fu assegnato al sovrano grazie al rinvenimento al suo interno, nel 1984, di una stele recante i nomi di Amanitore e Arikankharor, rispettivamente moglie e figlio di Natakamani.
Attualmente la Missione è finanziata dal Fondo Ricerche e Scavi Archeologici dell'Università Ca’ Foscari, dal Ministero degli Affari Esteri e, dal 2014, dal Qatar-Sudan Archaeological Project. È condotta dall'Università Ca’ Foscari e diretta dal professor Emanuele Ciampini.

L’area archeologica si presenta divisa in tre settori: al centro vi sono i templi, dominati dal grande santuario di Amon di Napata risalente al periodo più antico del sito (dal regno di Thutmosi III, fino al periodo meroitico, I sec. d.C.). A sud-ovest dei templi è la necropoli, dominata da una serie di piramidi datate al III-II sec. a.C., mentre a nord dell’area sacra è un vasto settore palaziale - le cui prime fondazioni sono databili al III-II sec. a.C. - dominato dal complesso regale voluto dall’ultimo grande sovrano meroitico, Natakamani (I sec. d.C.), contemporaneo alla romana Dinastia Flavia.
Natakamani promosse un imponente programma architettonico in tutto il regno; a Napata, il re riprogettò l’intero settore intorno al palazzo, precedentemente localizzato immediatamente a sud del grande tempio di Amon, con la fondazione di un vasto settore di edifici, dominato dal grande palazzo oggetto d’indagine della missione italiana.

Missione Archeologica Italiana in Sudan Jebel Barkal
Pianta del Palazzo Reale di Natakamani (elaborazione di Martino Gottardo).

 

Gli scavi della missione 2018-2019 hanno indagato l’area corrispondente a un settore posto a ovest del Palazzo principale di Natakamani (B1500); stessa area in cui precedenti indagini hanno portato alla luce le strutture monumentali B2100 e B2200 collegate, con molta probabilità, con l’edificio principale.
Gli scavi sono stati supportati da un lavoro di documentazione e dallo studio dei nuovi materiali così come di quelli provenienti dalle passate indagini.

La stagione del 2018 ha concentrato le ricerche archeologiche su una vasta area compresa tra le due strutture B2100 e B2200. Lo scopo dell’indagine era di identificare una possibile connessione fra le due, le quali sembravano rappresentare - nella pianta della città reale di Napata - un unitario complesso architettonico.
Tuttavia, dopo una pulizia della zona, quello che sembrava un unico edificio è risultato in realtà essere una doppia struttura composta da due elementi: l’Edificio occidentale, detto “dei Bacini” e un’ampia area a sud-est della corte colonnata della struttura B2100, separata dall’altra tramite uno stretto corridoio.
Il piano di calpestìo dei due edifici è risultato poi essere coerente con il livello del suolo del resto dell’area al di fuori del grande palazzo. Ciò significherebbe aver a che fare con un complesso fondato nello stesso contesto di quest’ultimo (I sec d.C).

Pianta con indicazione dei sondaggi dal rapporto della stagione 2018-2019
Fotopiano delle strutture B2100 e B2200 (dal Rapporto di scavo della stagione 2018-2019, p. 2, fig. 1).

Le strutture portate alla luce rappresentano un ulteriore tassello in quel mosaico che è la città reale di Napata e la loro funzione può aiutarci a comprendere le relazioni tra il palazzo principale (B1500) e il sistema di edifici a esso correlati.

L’edificio contrassegnato come B2100 è una struttura realizzata in mattoni crudi, di cui attualmente rimangono soltanto alcune file. La grande presenza di elementi architettonici in pietra testimonierebbe il carattere monumentale di B2100: dunque si avrebbe probabilmente a che fare con una struttura appartenente al complesso cerimoniale della città reale e collegata al palazzo.

Missione Archeologica Italiana Sudan Jebel Barkal
Copertura dell'area investigata a fine stagione (dal Rapporto di scavo della stagione 2018-2019, p. 5, fig. 13).

Le indagini dell’area collocata tra il Chiosco B2100 e il profilo orientale dell’edificio in mattoni rossi B2200 evidenziano come la cronologia delle strutture sia variabile, e come alcuni elementi sembrino essere stati aggiunti successivamente; da ciò è possibile intuire che ci troviamo di fronte a due diverse fasi del l’edificio, sebbene il team non sia giunto ancora a una datazione precisa della struttura.

La nuova indagine nel settore orientale dell’Edificio B2200, già scavato nelle stagioni precedenti, ha portato alla luce un sistema di massicce pareti, realizzate con mattoni rossi per il profilo esterno e mattoni crudi per la parte interna. La parete sud dell’edificio non fungeva da collegamento fra le due strutture (B2200 e B2100) ma da ingresso, il quale probabilmente dava accesso alla piccola stanza dei bacini.
Sono inoltre stati scoperti alcuni resti di quello che doveva essere il prezioso equipaggiamento dell’edificio, soprattutto raffinati frammenti di ceramica. Alcuni frammenti di ossa umane testimoniano invece l’uso della struttura come luogo di sepoltura nel periodo post-meroitico (IV sec. d.C.), dopo la sua distruzione.

Alla fine della stagione di scavo, l’area investigata è stata accuratamente coperta di sabbia - a esclusione di alcuni elementi architettonici -, così da proteggerne le strutture.

Muri di fondazione palazzo di Natakamani (restauro); ph. Francesca Iannarilli.

A partire dal 2015 la Missione Archeologica Italian in Sudan al Jebel Barkal ha portato regolarmente avanti un lavoro di restauro delle creste dei muri del Palazzo B1500. Nella Stagione 2018 la situazione era molto compromessa, ma si è comunque condotta l'attività di restauro. Si è quindi optato per una ricostruzione e protezione delle strutture presenti sul terreno con una segnalazione del perimetro delle pareti restaurate riempite con mattoni rossi in maniera tale da rendere meglio comprensibile ai visitatori la struttura planimetrica del Palazzo.

La calibrazione delle analisi al radiocarbonio (C14) ha confermato la datazione del Palazzo di Natakamani al I sec. d.C., ma ha anche rivelato una datazione più alta (fino al IV-II sec. a. C.) per le strutture preesistenti.

 

Sitografia e Photo credits:


Il leone e la montagna. Al museo Barracco in mostra i reperti del Sudan

Al Museo di Scultura Antica Giovanni Barracco arriva la prima tappa di Il leone e la montagna, una mostra a cura di Emanuele M. Ciampini sulla Missione Archeologica Italiana in Sudan – attiva da quasi cinquanta anni nel sito del Jebel Barkal, patrimonio mondiale Unesco – promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale  Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali.

Saranno esposti reperti che lasciano il Sudan per la prima volta e che provengono dallo scavo dell’antica città di Napata, uno dei più importanti siti archeologici dell’intero paese. Gli oggetti accompagneranno il visitatore alla scoperta di un mondo ancora poco noto e di una cultura che fa da ponte tra Africa, Egitto e Mediterraneo. L’evento espositivo, realizzato in collaborazione tra le due sedi universitarie “Ca’ Foscari” di Venezia e “Sapienza” di Roma, si avvale di una scelta di materiali che, pur nella loro fragilità e frammentarietà, sono ancora in grado di fornire – grazie anche a un corredo di testi, immagini e ricostruzioni grafiche prodotto dagli archeologi della Missione – un quadro quanto più esauriente e aggiornato possibile dell’area cerimoniale di epoca meroitica,
fiorita nell’antica Napata intorno al I sec. d.C.

Il sito fu frequentato dagli Egizi dalla seconda metà del II millennio a.C. e conosce una lunga storia, legata al prestigio dei suoi edifici sacri e al connesso settore palaziale, che testimonia del valore di Napata come città regale, dove i sovrani del regno di Kush – antico nome che per gli Egizi identifica la terra di Nubia come entità politica – sono incoronati e confermati nel loro potere. L’ultimo di questi settori regali, datato al regno del sovrano meroitico Natakamani (I sec. d.C.) costituisce l’area di scavo della Missione Italiana. Negli anni, l’indagine ha saputo
delineare le caratteristiche di un vasto spazio dominato da un grande palazzo regale e da varie strutture satelliti. Nel loro insieme, questi edifici rappresentano l’interpretazione meroitica del concetto di città regale di matrice ellenistica.

La mostra occuperà due piani del Museo Barracco, che già possiede una ricca collezione di antichità del Vicino Oriente. Qui saranno esposti una serie di materiali conservati nel magazzino messo a disposizione della Missione dalla National Corporation for Antiquities and Museums della Repubblica del Sudan, autorità preposta alla salvaguardia e alla cura delle antichità. L’evento espositivo è anche occasione per ribadire una sinergia tra l’Università “Sapienza” di Roma, nel cui museo si conservano alcuni materiali dal cantiere diretto dal fondatore della missione, prof. Sergio Donadoni, e l’Università “Ca’ Foscari” di Venezia, che ha attualmente la responsabilità della direzione. Ciò che emerge non è solo una ricostruzione della città regale voluta dal sovrano meroitico, ma anche l’evoluzione e la maturazione nell’elaborazione dei dati di scavo; grazie a questo è ora possibile offrire al
visitatore della mostra un quadro forse incompleto, ma certamente più vicino possibile a quella che deve essere stata un’importante realtà fiorita in un ricco e forte stato dell’Africa Antica.

Accanto ai reperti originali, saranno presentati calchi di materiali, alcuni dei quali di particolare importanza perché riproducono oggetti fragili andati perduti a causa di una violenta inondazione. Tra i metodi di presentazione al pubblico, alcune ricostruzioni in 3D consentiranno di avere una resa grafica particolarmente accurata di strutture
architettoniche e di oggetti di maggior rilievo. La Missione Archeologica è supportata regolarmente dal Ministero degli Affari Esteri, Divisione VI, e dal Fondo Scavi dell’Università “Ca’ Foscari” di Venezia. Nel quinquennio 2014-2018 la Missione ha anche goduto del supporto del Qatar-Sudan Archaeological Project.

info mostra: http://www.museobarracco.it/it/mostra-evento/il-leone-e-la-montagna


Tempio di Ellesiya

Vi raccontiamo il cantiere didattico del tempio di Ellesiya al Museo Egizio di Torino

Il Museo Egizio di Torino conserva al suo interno importantissimi reperti archeologici e tra i ritrovamenti più importanti riproposti, possiamo facilmente citare la tomba intatta dell'architetto Kha e della moglie Merit, con il suo impressionante corredo di mobili, tessuti, vasellame, cibarie e oggetti della vita quotidiana. Forse ben pochi sono a conoscenza del fatto che – nel cosiddetto Piano 0 – sia conservato un ulteriore tesoro che va ad arricchire il Museo, una piccola perla archeologica salvata dalle acque del Lago Nasser che la avrebbero sommersa per sempre: stiamo parlando del tempio rupestre di Ellesiya, fatto costruire da Thutmosis III e ora ricostruito interamente nelle sale del museo.

Tempio di Ellesiya
Tempio di Ellesiya

Il tempio, completamente scavato nella roccia nubiana, fu fatto costruire dal faraone nel XV secolo a.C. e fu consacrato nel 1454 a.C. Si trovava nell'area dove sorge il villaggio di Ellesiya, tra la prima e la seconda cataratta del fiume Nilo, a circa 225 chilometri a sud di Assuan. Si tratta di un tempio a pianta a T rovesciata, come quasi tutti i templi rupestri dell'epoca.

Nel 1965 il Museo Egizio si accollò il monumentale lavoro di salvataggio del tempio che rischiava di essere sommerso – come già accennato – dalle acque del Lago Nasser, una volta che si fosse conclusa la di diga di Assuan. L'Egitto donò quattro dei templi salvati ai paesi che risposero alla richiesta di aiuto in maniera significativa: Dendur agli Stati Uniti (che si trova attualmente nel Metropolitan Museum di New York), Ellesiya all´Italia, Taffa ai Paesi Bassi (conservato nel Rijksmuseum van Oudheden di Leida) e Debod alla Spagna (a Madrid).

Tempio di Ellesija. Arenaria. Nuovo Regno Regno di Tutmosi III (1458-1425). Dono dal governo egiziano all’Italia (1966)
Tempio di Ellesija. Arenaria. Nuovo Regno Regno di Tutmosi III (1458-1425). Dono dal governo egiziano all’Italia (1966)

Il 22 di Aprile del 1965, l’Ambasciatore italiano al Cairo sottoscriveva l’accordo definitivo con il Governo Egiziano. I lavori di sezionamento, in sessantasei blocchi, delle pareti in arenaria del monumento, vennero affidati alle maestranze egiziane, sotto la direzione del Service des Antiquités de l’Égypte. Il salvataggio e la ricostruzione del santuario all’interno del museo furono principalmente opera del Direttore del Museo Egizio di Torino Silvio Curto, che ne diresse i delicati lavori con maestria e precisione. Il tempio venne ufficialmente inaugurato e aperto al pubblico il 4 settembre 1970.

Dal 20 maggio al 7 giugno 2019 il Museo Egizio di Torino, in collaborazione con l'Università di Torino e con il Centro Conservazione e Restauro "La Venaria Reale", ha allestito un cantiere didattico sul tempio di Ellesiya per gli studenti del Corso di Laurea in Conservazione e Restauro dei Beni Culturali.

Tempio di Ellesiya
Tempio di Ellesiya

Lo scopo di questo progetto, delle sue attività di studio e di documentazione, era quello di definire future campagne diagnostiche ed eventuali progetti per l'intervento conservativo dell'opera in questione.

Di seguito, l'intervista alla referente del progetto per il Museo Egizio, Sara Aicardi, e ai curatori dello stesso.

Come si son svolte in particolare queste attività?

Nello specifico l’intervento è stato di spolveratura del fronte e dell'interno del tempio, durante il quale sono stati rimossi sostanzialmente i depositi incoerenti presenti sulla superficie tramite pennelli e aspiratori.
Successivamente è stata eseguita una attenta mappatura grafica e fotografica delle differenti fasi della tecnica esecutiva, dell'attuale stato di conservazione e degli interventi di restauro passati eseguiti principalmente durante il riassemblaggio del monumento all’inizio degli anni '70.

A tale proposito è stato possibile identificare differenti tipi di malte e di prodotti sintetici utilizzati come materiali di consolidamento o di incollaggio, che saranno soggetti in futuro ad ulteriori analisi di approfondimento per determinarne l’esatta natura chimica e valutarne eventualmente la rimozione a favore di materiali attualmente più idonei e non degradati.

Cosa ha concretamente costiuito oggetto di studio da parte dei ragazzi?

Lo studio dei ragazzi si è concentrato principalmente, appunto, nella mappatura dello stato di conservazione del Tempio, attraverso anche uno studio delle superfici tramite Fluorescenza UV e, da un punto di vista pratico, alla spolveratura delle superfici interne e esterne del monumento.

Dal mio punto di vista per gli studenti è stato interessante approcciarsi ad un reperto complesso come può essere un monumento di quelle dimensioni ricostruito all’interno di una struttura museale, una situazione non così comune da ritrovare, soprattutto durante un percorso formativo.

Di quali interventi ha bisogno il tempio e in che condizioni si trova?

Il Tempio si trova sostanzialmente in un buono stato di conservazione. Necessita sicuramente di una manutenzione e un monitoraggio costanti, soprattutto a causa dell’elevato depositarsi di depositi coerenti e incoerenti, derivato sostanzialmente dall’elevato numero di visitatori che il Museo ospita ogni giorno.

Questo progetto è stato molto interessante perché ci ha permesso di avviare un lavoro di studio e analisi del monumento nella sua interezza.

A questa prima fase sicuramente ne seguiranno altre come la mappatura di tutte le superfici tramite analisi multispettrali, l’identificazione delle differenti malte presenti e dei prodotti utilizzati nelle differenti integrazioni delle superfici.
Parallelamente si sta portando avanti uno studio strutturale del Tempio nella sua interezza (oltre la parte frontale anche di tutta quella retrostante) che ci permetta a capire e monitorare nel tempo il sistema di assemblaggio dei vari blocchi.
Sappiamo che il tempio fu fatto realizzare dal faraone Thutmosis III intorno al 1450 a.C. e che fu scavato direttamente nella roccia nella lontana Nubia (l'attuale Sudan).

Ci parli del tempio: a chi era dedicato e perché?
Che importanza aveva?

Nel 51° anno di regno (1454 a.C.), il faraone Thutmosis III fece scavare nella montagna dell’altipiano arabico, sulla riva destra del Nilo, un piccolo tempio dedicato al dio Horus di Maiam-Aniba e alla sua consorte Satet, raffigurati sul fondo della cella insieme al faraone. La presenza di edifici di culto dedicati a divinità egiziane, al di fuori del territorio egiziano, rientrava nell’ambito di una politica mirante a integrare la popolazione locale con quella egiziana, politica già inaugurata dai faraoni precedenti. È assai probabile che in quest’area esistesse già un centro abitato di una certa importanza dotato di edifici di culto, sebbene di questi non sia rimasta memoria.

Nel 1966 il tempio fu donato all’Italia in segno di gratitudine da parte della Repubblica Araba d’Egitto per l’aiuto ricevuto durante la campagna di salvataggio dei monumenti nubiani che, con la costruzione della diga di Assuan, rischiavano di rimanere sommersi dalle acque del lago Nasser.

Vi è qualche aneddoto interessante legato alla spedizione del tempio, al suo trasporto e alla sua successiva ricostruzione nelle sale del Museo?

Quale riconoscimento per l’opera prestata al salvataggio dei templi di Abu Simbel, il governo egiziano aveva destinato al nostro Paese il tempietto rupestre di Ellesiya, altrimenti destinato ad essere sommerso dalle acque del nascente lago. Purtroppo, la complessa opera burocratica e il reperimento dei fondi necessari per il salvamento, a carico dell’Italia, aveva provocato un tardivo intervento sul sito, ulteriormente complicato dall’innalzamento delle acque del nuovo lago che lo stava per sommergere. Fu necessario realizzare degli argini artificiali per allontanare l’acqua e consentire il completamento dei lavori.
I 66 blocchi raggiunsero Torino e il cortile del Museo nell’aprile del 1967, dove rimasero per più di un anno in attesa di reperire le necessarie competenze e i fondi per una ricostruzione rispettosa dell’originale all’interno del Museo.

Foto: Courtesy of Museo Egizio di Torino


Integrazione tra Nubiani ed Egiziani nell'antico Sudan

18 Maggio 2016

La professoressa associata di antropologia, Michele R. Buzon. Credit: Purdue University photo/Charles Jischke
La professoressa associata di antropologia, Michele R. Buzon. Credit: Purdue University photo/Charles Jischke

Nuove prove di natura bioarcheologica testimoniano come nell'antico Sudan ci fosse integrazione tra Nubiani ed Egiziani, per cui questi costituivano una comunità, potendo pure sposarsi tra loro.
Queste le conclusioni di uno studio, pubblicato su American Anthropologist, che è partito dai materiali provenienti da Tombos, sito nell'Alta Nubia, per investigare i processi di formazione delle identità e della composizione della popolazione. Il periodo preso in considerazione è quello dell'occupazione egiziana e dell'ordinamento nubiano che regnò come Venticinquesima Dinastia (750–656 prima dell'era volgare circa, Periodo Napata).
Lo studio ha preso in esame resti e pratiche funerarie da 24 unità. E se la sovrastruttura è nubiana (tombe a tumulo), l'interno delle tombe riflette caratteristiche culturali egiziane, come il posizionamento del corpo, con braccia e gambe in estensione.
L'area fu colonizzata dagli Egizi attorno al 1500 prima dell'era volgare, durante il Nuovo Regno, per guadagnare l'accesso a vie commerciali sul Nilo. Finora si era presunto che i Nubiani assorbirono caratteristiche culturali egizie perché costretti, ma in realtà aspetti delle due eredità culturali si sarebbero combinati per formare una nuova identità. Sulla base dei dati biologici e dagli isotopi, vi sarebbero state interazioni e matrimoni misti.
Attorno al 1050 prima dell'era volgare, gli Egiziani persero potere, durante il Terzo Periodo Intermedio, al termine del quale emersero i Nubiani con la XXV Dinastia. Finora si era ritenuto che, col crollo alla fine del Nuovo Regno, le cose in Nubia non andassero bene, ma in realtà il sito in questione ci racconta una situazione molto diversa. La comunità egiziana e nubiana qui continuò a prosperare, anche quando l'Egitto non giocò più un ruolo importante qui.
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Quando i vigneti fiorivano in Sudan...

25 Marzo 2016

Quando i vigneti fiorivano in Sudan...

Capitello in pietra della colonna ad Hag Magid. Foto di Dobiesława Bagińska
Capitello in pietra della colonna ad Hag Magid. Foto di Dobiesława Bagińska

Gli archeologi di Poznań hanno scoperto insediamenti, paesi e cimiteri medievali durante la loro ricerca nel Sudan settentrionale, nell'area del bacino del Letti. Ora, i ricercatori intendono esaminare uno di questi luoghi in maggior dettaglio.

Nella metà del settimo secolo, l'Egitto fu conquistato da armate musulmane. La pressione dell'esercito invasore, che avanzava verso sud nella Valle del Nilo, fermò il regno cristiano di Makuria. I resti di questa civiltà sono stati scoperti dagli archeologi di Poznań nell'area del bacino del Letti, a circa 350 km a nord di Khartoum. Makuria era un potente regno, che esistette dal sesto al quattordicesimo secolo, tra la seconda e la quinta cataratta del Nilo. Per diversi secoli il suo potere giunse persino più a nord, fin quasi al moderno Assuan.
La dott.ssa Dobiesława Bagińska controlla le coordinate GPS del sito di Hag Magid. Foto del dott. Krzysztof Grzymski
La dott.ssa Dobiesława Bagińska controlla le coordinate GPS del sito di Hag Magid. Foto del dott. Krzysztof Grzymski

"La parte meridionale del Regno di Makuria era abbastanza ben conosciuta grazie agli scavi condotti dal Centro di Archeologia Mediterranea dell'Università di Varsavia a Ghazali, Banganarti e Dongola - l'ultima era la capitale del regno. La parte settentrionale è ancora +terra incognita+" - ha spiegato a PAP la dott.ssa Dobiesława Bagińska del Museo Archeologico di Poznań, iniziatrice del progetto di ricerca nel bacino del Letti.
Nell'autunno del 2015, gli scienziati portarono avanti una ricognizione estesa nel bacino del Letti, in un'area di approssimativamente 150 km² - quest'area era in precedenza stata assai scarsamente oggetto di rilevamenti da parte degli archeologi. Diversi siti sono stati rilevati da Krzysztof Grzymski del Museo Reale dell'Ontario.
Ora gli archeologi hanno confermato la presenza di siti noti in precedenza, ma pure scoperto diversi resti di insediamenti e cimiteri fino ad ora non noti, principalmente dal periodo del regno di Makuria. Queste scoperte confermano i resoconti dei viaggiatori arabi - più di 1.000 anni fa, il Regno di Makuria era una nazione ricca, il cui potere poteva competere con gli invasori arabi, che attaccavano dall'Egitto. Il bacino del Letti era una base economica e culturale per la capitale della Makuria - Dongola.
Vista del sito di Hag Magid. Foto di Dobiesława Bagińska
Vista del sito di Hag Magid. Foto di Dobiesława Bagińska

"Hag Magid è specialmente promettente per noi - è un'enorme altura con un'area di oltre un ettaro, sulla superficie della quale abbiamo trovato colonne medievali, dettagli di architettura e migliaia di frammenti di ceramiche" - ha affermato la dott. ssa Bagińska.
La ricercatrice sospetta che sotto la sabbia vi siano i resti ben preservati di una chiesa, di un monastero e altre strutture con più di mille anni. Per confermarlo, programma di effettuare rilevamenti geofisici non invasivi, che diranno cosa si nasconde al di sotto della superficie senza dover usare il badile.
"Le strutture che si nascondono al di sotto della sabbia sono dello stesso periodo e appartengono allo stessa cerchia culturale della basilica scoperta decenni fa dal prof. Kazimierz Michałowski a Faras on - i dipinti ritrovati finirono a Khartoum e Varsavia, dove sono esibiti nei musei" - spiega la dott.ssa Bagińska.
La ricercatrice è cauta nelle sue stime sull'importanza di Hag Magid, e se queste saranno comparabili a quelle di Faras, ma il rilevamento preliminare è promettente - lei crede che sia possibile effettuare spettacolari scoperte nella forma di interni decorati con dipinti, dettagli architettonici in pietra e pavimenti decorati.
"Significativamente, in contrasto con quanto avviene in Egitto e altri paesi del Medio Oriente, dove non è possibile acquisire neppure una parte dei resti degli scavi, le autorità sudanesi sono aperte a questo tipo di soluzione. Ciò significa che risultati tangibili degli scavi non solo aumenteranno la conoscenza, ma pure le collezioni museali. Persino i monumenti ritrovati sulla superficie del nostro sito di interesse avranno un grande valore espositivo" - ha notato la dott.ssa Bagińska. Attualmente, la ricercatrice è alla ricerca di fondi per finanziare il lavoro sul campo e i rilevamenti geofisici nella stagione archeologica di quest'anno, che è programmata per l'autunno.
Piatti in ceramica riposano sulla superficie della collina presso Hag Magid, e risalgono ai secoli VII-XIII. La collina ha un'altezza di approssimativamente 6 metri; gli archeologi credono che si sia formata come risultato di centinaia di anni di insediamenti - strutture successive furono erette nello stesso luogo. Ciò creò un'enorme collina costituita dai resti di edifici, mattoni in fango, pietra e tonnellate di ceramiche.
Gli scienziati sanno che più di 1.000 anni fa il bacino del Letti sembrava molto differente da oggi - ora domina il deserto sabbioso. "Durante l'apice del regno di Makuria, un canale correva presso Hag Magid e irrigava l'intera area. Vale la pena notare che le vigne erano coltivate qui su larga scala, e il vino era prodotto, come leggiamo nei resoconti dei viaggiatori arabi che si avventurarono in questo regno cristiano" - ha affermato la dott. ssa Bagińska.
Quindi, lo scopo degli scienziati sarà anche lo studio del clima storico e delle coltivazioni - finora gli archeologi al lavoro in Sudan non hanno effettuato ricerche su questo argomento.
"Siamo anche preoccupati che Hag Magid possa essere sepolta dalle mutevoli dune sabbiose - quindi perderemmo l'opportunità di studiarla per i prossimi decenni." - ha concluso la dott. ssa Bagińska.

 
Traduzione da PAP – Science & Scholarship in Poland, Szymon Zdziebłowski. PAP non è responsabile dell’accuratezza della traduzione.


La tomba di Weret da Tombos ci parla del legame tra cultura nubiana ed egizia

1 Marzo 2016
Shebitku’s_statue_(Nubian_Museum)
Una tomba intatta di una donna della classe media, scoperta a Tombos (appena ad est del Nilo in Alta Nubia, nell'odierno Sudan), getta luce sull'incontro tra le due civiltà.
Nonostante la tomba dell'anziana donna fosse difatti egiziana, lei fu seppellita alla maniera nubiana, e cioè contratta sul fianco e su di un letto. All'interno della bara, la donna (il cui nome era Weret) è stata ritrovata insieme a uno scarabeo del cuore, mentre al collo portava un amuleto del dio Bes. Sembrerebbe vi sia stata parecchia possibilità di scelta riguardo gli elementi delle due culture che potevano essere utilizzati.
Tombos divenne un importante centro dopo la conquista egizia della Nubia, avvenuta attorno al 1500 prima dell'era volgare. Scavi recenti hanno riguardato sepolture del periodo del Nuovo Regno (1550-1070 prima dell'era volgare) e del Terzo Periodo Intermedio  (1070-615 prima dell'era volgare). Di particolare interesse il periodo di transizione culturale relativo alla conquista nubiana dell'Egitto e alla Venticinquesima Dinastia (l'ultima del Terzo Periodo Intermedio). Allora, i sovrani nubiani si presentarono come autenticamente egizi (persino più di quelli da loro sconfitti), come legittimi restauratori dell'ordine delle cose.
Gli autori del nuovo studio, pubblicato su American Anthropologist, ritengono in conclusione che l'intreccio tra cultura nubiana ed egizia sia da spiegarsi in maniera più sfumata, con maggiore attenzione alle scelte individuali.
Link: EurekAlert! via University of California - Santa Barbara
Volto della statua del sovrano Shebitku della Venticinquesima Dinastia, dal Museo Nubiano di Assuan. Foto di Flop Eared Mule - http://www.flickr.com/photos/[email protected]/2237851999/, da WikipediaCC BY 2.0


Sudan: importanti ritrovamenti ad Abu Erteila

11 Gennaio 2016
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Grandi ritrovamenti, databili tra il primo secolo a. C. e il primo secolo d. C., presso il sito nubiano di Abu Erteila, in Sudan. Si tratta di un altare rituale in basalto, di un basamento per una barca sacra e di un'iscrizione geroglifica.
Link: AGI 1, 2; RT
Il Sudan, aree contestate in verde più chiaro, da WikipediaCC BY-SA 3.0, di Dinamik - modified File:Sudan_(orthographic_projection).svg.


Egitto: alla scoperta della Venticinquesima Dinastia

4 Novembre 2015

Archeologi investigheranno gli stranieri nell'Antico Egitto

Foto di M.Kaczanowicz
Foto di M.Kaczanowicz

Alla metà dell'ottavo secolo a. C. conquistarono l'Egitto e lo governarono per quasi cento anni. Venivano da Kush. Ad oggi, poco è noto di questo episodio nella storia dell'Antico Egitto. Una ricercatrice polacca intende gettare luce su questo tema.

Il regno della Venticinquesima dinastia (747-656 a. C. circa), anche nota come Dinastia Nubiana o Impero Kushita, in quanto si trattava di invasori dalla Nubia (nell'odierno Sudan settentrionale), è una materia alla quale la letteratura scientifica ha dedicato poco spazio. Questa situazione deriva dal fatto che non molti monumenti di questo periodo sono stati descritti dagli scienziati, e i ricercatori hanno difficoltà con le loro datazioni.

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Sudan: scoperte 16 piramidi kushite a Gematon

16 - 18 Settembre 2015
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Scoperte presso il cimitero di Gematon (o Kawa) in Sudan, 16 piramidi nubiane del periodo kushita. Sei di queste sono in pietra, mentre dieci sono in mattoni di fango. La più grande misura 10,6 metri per ogni lato, con un'altezza di 13 metri.
In una tomba è stata ritrovata una tavoletta votiva in latta e bronzo, che raffigura pure Osiride. La maggior parte delle tombe sono saccheggiate.
Link: Daily Mail; Live Science; International Business Times
Edificio da Kawa in Sudan, foto da WikipediaCC BY 3.0, caricata da e di Bertramz.
 
 


Cereali nelle sepolture di 7000 anni fa in Nubia e Sudan

22 Ottobre 2014 - 9 Febbraio 2015
journal.pone.0110177.g001
 
[Dall'abstract:] Lo studio dello sfruttamento e delle prime forme di utilizzo dei cereali in Africa ha visto negli anni un grande utilizzo di resti macrobotanici essiccati o bruciati. Questo scritto presenta i risultati di uno dei pochi esempi in Africa di analisi microbotaniche. Tre contesti relativi a tombe ricche in depositi di fitoliti e di tartaro di 20 individui sono stati analizzati da due cimiteri neolitici nel Sudan del Nord e Centrale. [...] I suddetti fitoliti mostrano cereali domestici del Vicino Oriente nel Sudan del Nord, almeno 7000 anni fa, lo sfruttamento del miglio (selvatico, adattato alla savana) nel Sudan centrale tra i 7500 e i 6500 anni fa, e grani di amido relativi a frumento, orzo, leguminose. Queste prove dimostrano il consumo di cereali domestici del Vicino Oriente nell'Africa Orientale, 500 anni prima di quanto ritenuto.
journal.pone.0110177.t003
Lo studio "Microbotanical Evidence of Domestic Cereals in Africa 7000 Years Ago", di Marco Madella, Juan José García-Granero, Welmoed A. Out, Philippa Ryan, Donatella Usai, è stato pubblicato su PLOS One.
Link: PLOS One; Past Horizons
Figure 1. Map showing the location of R12 and Ghaba, as well as other settlements in Egypt and Sudan mentioned in the text. Da PLOS One, © 2014 Madella et al., Creative Commons Attribution License.
Table 3. Plant microremains recovered from dental calculi from Ghaba and R12. Da PLOS One, © 2014 Madella et al., Creative Commons Attribution License.