El Cid Campeador

Cantar de mio Cid, dal poema epico alle tensioni storico culturali

Il Cantar de mio Cid è il primo, cronologicamente, e il migliore dei poemi della produzione epica iberica. Molti degli altri elaborati componimenti sono andati perduti, ma sappiamo di certo grazie alle cronicas storiche che esistettero altri cantari, usati come fonti per la registrazione di eventi storici. Il Cid è una forma di epos biografico, nato a livello embrionale dalle recitazioni orali di giullari e poeti erranti, che narra l'epopea di Don Rodrigo Díaz de Vivar il quale venne ingiustamente accusato di sottrarre i tributi al suo re Alfonso VI e punito con l'esilio.

Cantare del Cid
La copertina del Cantare del Cid, pubblicato da Garzanti i grandi libri, con testo a fronte e introduzione, traduzione e note di Andrea Baldissera

Il Cid (probabilmente il suo nome deriva da un dialetto arabo andaluso che significa “signore”), è un cavaliere atipico animato da due immense forze vitali: l'orgoglio cavalleresco (fedeltà al sovrano) e la pietas cristiana. Non stupiscono queste considerazioni, pochi sono i nobili cavalieri che restano fedeli al proprio sovrano anche dopo accuse ingiuste. Il Cid è un prototipo di eroe completamente diverso da quelli dei cicli francesi, la primitiva forza impulsiva è domata dalla razionalità e dalla fede, il condottiero spagnolo non si lascia prendere dagli impulsi bensì ragiona e medita tutte le sue azioni e scelte.

Cantar de mio Cid
Cantar de mio Cid, f. 1r. Foto in pubblico dominio

 Preferisco soffermarmi sul retroterra storico-culturale del Cantar de mio Cid. Nel 711 gli Arabi guidati dal capo berbero Ṭāriq ibn Ziyād al-Laythī, conosciuto in Spagna come Taric el Tuerto (il Guercio), approdò sulle coste spagnole, dopo aver oltrepassato il breve braccio di mare che in suo onore prese il nome di Gibilterra (Gabal Tariq) e fagocitò in breve tempo il regno dei Visigoti, già indeboliti da conflitti dinastici, con i successi ottenuti sulle sponde del Rio Barbate, dove annientò l'esercito nemico.

 

Cartina degli sbarchi degli Arabi. Immagine opera di Bonas, CC BY-SA 3.0

Una volta assoggettata gran parte della Spagna, gli Arabi iniziarono a chiamare questa terra “Al-Andalus”. Secondo Marco di Branco è erroneo ricercare l'etimologia del nome dell'Andalusia con il nome di Vandalicia (denominazione dei Vandali data alla Spagna Betica) ma in un termine visigotico che definiva la Spagna. Dal gotico ricaviamo l'espressione “landahlauts” traslitterata poi in arabo in Andalus, poi preceduta dall'articolo determinativo al-.

Soltanto una striscia di terra a settentrione della penisola iberica rimase in mano ai cristiani, per tre secoli la Spagna sarà governata dal florido califfato ommayade di Cordova, fino a quando nella prima metà dell'XI secolo venne meno l'unità amministrativa favorendo la nascita di piccole unità territoriali, regni minori chiamati taifas, dal termine arabo che corrisponde a fazioni. Lo smembramento del califfato ommayade getterà le fondamenta per la Reconquista cristiana della Penisola Iberica, processo che si concluse dopo quasi 5 secoli nel 1492.

Cantar de mio Cid
Francisco Pradilla Ortiz, Resa di Granada. Immagine in pubblico dominio

Questo sfaccettato panorama storico, arricchito dalla presenza di forti nuclei di tutte le popolazioni “abramitiche”, ebrei, cristiani, musulmani, porterà alla nascita della fervida cultura iberica.

I gruppi si mescolano o convivono, secondo diversi gradi di tolleranza: dai mozàrabes (cristiani che vivono sotto il dominio musulmano, mantenendo la propria fede) ai mudéjares (al contrario, musulmani che possono sotto un dominio cristiano) sino ai diversi tipi di convertiti (conversos dall'ebraismo o dall'Islam; muladìes, dal cristianesimo all'Islam), che spesso mantenevano occultamente la propria religione (come i marranos ebrei).

Corano andaluso. Foto in pubblico dominio

Quel che mi preme sottolineare, parlando del Cid, è che il poema non cerca di mitizzare o di abbondare con gli stereotipi. I nemici degli spagnoli non sono selvaggi invasori che vengono da terre barbare ma sono visti come dei loro pari, anzi c'è una profonda invidia o solenne rispetto per il nemico musulmano. Il Cid tratta i mori senza enfasi religiosa o non animato da qualche spirito crociato sanguinario, anzi a volte sono gli avversari della stessa religione che incorrono nella sua ira.

Gli arabi, al contrario delle chansons, non sono strumentalizzati per arricchire di elementi pittoreschi la narrazione, essi sono il nemico reale e storico della cultura spagnola del tempo. Molto più interessante è l'antisemitismo del protagonista, gli ebrei sono sempre descritti con i soliti stilemi degli avari, dei viscidi cospiratori e dei bugiardi; e tutto ciò si riscontrerà nelle tensioni storico-politiche che sfoceranno nel 1492 con l'esilio coatto delle popolazioni sefardite e ashkenazite (tribù ebraiche).


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I Barbari del Nord agli occhi dei Romani

Gli antichi Greci utilizzavano il termine onomatopeico “barbaro” (in greco antico: βάρβαρος, bárbaros), letteralmente "balbuziente", per indicare lo straniero. La sfumatura dispregiativa, “quello che non sa parlare (e pensare)”, presente fin dall’origine, si accentuò ulteriormente dopo lo scontro con i Persiani. Durante l’età ellenistica, quando il mondo greco si dilatò a causa delle conquiste ad opera di Alessandro Magno, arrivando così ad inglobare vasti territori e nazioni panelleniche, i Greci si ritrovarono a dover riconsiderare il Barbaro in una visione cosmopolita e di scoprire aspetti morali e qualità non presi in considerazione fino a quel momento: i Barbari colti, fondatori della filosofia, della religione e dell’arte. Da quel momento infatti, ogni uomo che parlava, leggeva e scriveva in greco entrava legittimamente a far parte del mondo e della cultura greca

I Romani avevano, assistendo alle commedie di Plauto, riso della definizione greca che includeva anch’essi nel concetto di barbaro. Tale termine entrò a far parte del loro vocabolario, e a partire dal sacco di Roma del 387 a.C. ad opera dei Galli Senoni guidati da Brenno, iniziarono a chiamare Barbari, con ben altro significato rispetto a quello originario greco, questi nuovi nemici provenienti dal Nord, così diversi dai popoli italici e mediterranei con cui si erano scontrati fino a quel momento. Per tutto il II secolo a.C. i successori di quei Galli, i Cimbri e i Teutoni, continuarono a rappresentare una temutissima minaccia per i Romani. L’alterità provata nei loro confronti è visibile nelle rappresentazioni figurate (es. fregio di Civitalba, di Talomone) e nei testi letterari, in cui i Romani riproducono, accentuandoli, i caratteri di diversità di questi popoli: i lunghi capelli incolti, la corporatura gigantesca, le armi inusuali, l’uso di calzoni (bracae). Tale alterità insieme al terrore che ne derivava provocarono una reazione alquanto feroce da parte dei Romani. Si ricorda ad esempio il rito di seppellire all’interno del Forum Boarium una coppia di Galli e una di Greci - seppellimento documentato per gli anni 228, 216 e 114 - questi ultimi rei un tempo di essersi alleati con i primi, oppure la pratica dello sterminio, teorizzata come necessaria per la salvezza di Roma e dell’Italia. E ancora, se i Barbari avevano l’inmanis ac barbara consuetudo dei sacrifici umani e delle teste tagliate, Roma reagiva adottando il medesimo costume, come dimostrano alcune scene raffigurate sulla colonna Traiana che mostrano i soldati romani intenti a decapitazioni di massa, o a combattere con le teste mozzate del nemico tenute tra i denti per i capelli, o ad ornare le palizzate dei loro castra di teste mozzate (Figg. 1-3).

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Fig. 1 - Particolare del fregio della Colonna Traiana, con la raffigurazione di due ausiliari intenti a mostrare all’Imperatore le due teste mozzate di importanti capi dei Daci. Attribuito ad Apollodoro di Damasco. Immagine in Conrad Cichorius: "Die Reliefs der Traianssäule", Erster Tafelband: "Die Reliefs des Ersten Dakischen Krieges", Tafeln 1–57, Verlag von Georg Reimer, Berlino 1896. Pubblico dominio

Con la successiva romanizzazione della Gallia e al conseguente graduale mutamento della cultura celtica, i Romani rivalutarono i loro antichi nemici. Cesare e Cicerone arrivarono a considerare i Galli “consanguinei dei Romani”, mentre Timagene (I sec. a.C.) li ricollegò ad una mitica origine troiana, come riprese anche nel IV secolo d.C. lo storico Ammiano Marcellino nel suo Res gestae, dove riportò: “Aiunt quidam paucos post excidium Troiae fugitantes Graecos ubique dispersos loca haec occupasse tunc vacua” (Liber XIV, 1, 9, 5). Dall’altro lato anche le popolazioni di origine gallica iniziarono a fregiarsi di questa fraternitas con i Romani, come paiono testimoniare alcuni panegirici ad opera degli Edui, realizzati durante l’ultima epoca repubblicana e la prima età imperiale, in cui è attestata una tradizione verosimilmente originatasi contestualmente alle prime spedizioni di Roma nell’entroterra gallico, nel momento in cui gli Edui si erano a avvalsi dei successi romani per rovesciare i rapporti di forza con gli avversari Arverni1. Tale tradizione, orgogliosamente coltivata negli ambienti letterari, non priva di deformazioni un po’ tendenziose seppur interessati, enfatizzava più volte il legame di fraternitas con il popolo romano (IV, 21, 2; V, 4, 1; VII, 22, 4; VIII, 2, 4 e 3, 1), arrivando addirittura ad affermare che tale forte legame fosse stato, anche se poco credibilmente, sancito dallo stesso senato che diede agli Edui oltre all’appellativo di fratres, anche quello di consanguinitatis nomen (vd. VIII, 2, 4 e 3, 1), che li faceva distinguere dalle altre nationes galliche.

Fig. 2 - Particolare del fregio della Colonna Traiana, con soldato che combatte tenendo tra i denti la testa decapitata di uno dei Daci. Attribuito ad Apollodoro di Damasco. Immagine in Conrad Cichorius: "Die Reliefs der Traianssäule", Erster Tafelband: "Die Reliefs des Ersten Dakischen Krieges", Tafeln 1–57, Verlag von Georg Reimer, Berlino 1896. Pubblico dominio

Partendo dall’età augustea si assistette pertanto allo slittamento del termine “Barbaro” verso coloro che vivevano al di là del Reno e che fino a quel momento avevano avuto solo contatti sporadici con i Romani, i Germani.

Il primo romano ad attraversare il Reno fu Cesare nel 55 a.C., e a lui si devono le prime e sommarie notizie sui Germani e sulle altre tribù della medesima stirpe, dei quali descrisse i costumi rudi e feroci, tenendoli accuratamente distinti dai Galli, per i quali maturava un diverso e lungimirante progetto politico. Altre informazioni sugli antichi Germani erano raccolte nella perduta opera di Plinio il Vecchio, Bella Germaniae, di cui tuttavia si conservano memorie all’interno della Germania di Tacito2. All’interno di questa, l’autore fu tra i primi ad esaltare il coraggio in battaglia di questi popoli, la semplicità dei loro costumi, l'alto valore che davano all'ospitalità e di cui peraltro ammirava la conseguente sanità morale e austerità dei loro costumi barbari mettendoli in netto contrasto con l'immoralità dilagante e la decadenza dei costumi romani.

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Fig. 3 - Particolare del fregio della Colonna Traiana, dove si vedono delle teste di Daci impalate nei pressi dell’insediamento romano. Attribuito ad Apollodoro di Damasco. Immagine in Conrad Cichorius: "Die Reliefs der Traianssäule", Erster Tafelband: "Die Reliefs des Ersten Dakischen Krieges", Tafeln 1–57, Verlag von Georg Reimer, Berlino 1896. Pubblico dominio

Neanche la sanguinosa battaglia di Teutoburgo del 9 d.C., che vide le tre legioni comandate da Publio Quintilio Varo annientate da una coalizione di tribù germaniche guidata dal principe cherusco Arminio, servì a sminuire il valore attribuito a questi popoli, anzi le loro abilità di combattenti furono ulteriormente enfatizzate.

Il coraggio e la bellicosità, insieme alla lealtà personale, furono le qualità che resero questi “Barbari del Nord” dei mercenari ideali agli occhi dei Romani; e guardie del corpo barbare, Germani, insieme a Galli e ad Iberi furono ingaggiati da diversi “signori della guerra” di origine romana. Allo stesso modo molti di essi furono impiegati come gladiatori, un uso che li rese popolari, confermandone però la fama di barbari pericolosi. Non solo, con il tempo molti Germani entrarono a far parte delle truppe ausiliarie dell’esercito romano e in alcuni cari arrivarono a rivestire il ruolo di magister militum e di consoli.

Ma come vedevano i Romani questi Barbari? Il loro aspetto ci è noto attraverso l’arte ufficiale romana che si ricollegava ovviamente all’ambito militare e di conseguenza alla guerra.

Fig. 4 - Particolare del fregio della Colonna Traiana, raffigurante la fine della prima guerra dacica, in cui si hanno i due trofei di guerra, composti da un cumulo di armi tolte al nemico; al di sopra di queste si scorge il palo sul quale era ricostruita un'intera armatura dace. Si possono riconoscere le tipiche corazze loricate, i totem a testa di lupo e gli elmi ogivali tipici dei Daci. Attribuito ad Apollodoro di Damasco.

Conosciamo le diverse politiche di propaganda messe in atto per i trionfi militari dei generali romani sui popoli barbarci. Queste prevedevano che il vincitore si fregiasse del cognomen del popolo vinto (es. Germanico, Britannico, Dacico, Sarmatico, Gotico, etc.) e che si attuassero tutta una serie di celebrazioni e intitolazioni di monumenti figurati (archi, altari, templi, statue, monete), sui quali venivano rappresentati i barbari vinti legati sotto a un trofeo composto delle loro armi, un modo da imprimere nella mente dei sudditi dell’Impero la memoria della potenza di Roma (Fig. 4).

Fig. 5 - La Gemma Augustea di Vienna. Immagine di Gryffindor, CC BY 2.5

I modelli figurativi cui attinsero i Romani in queste loro prime rappresentazioni dei Barbari provenivano dell’arte pergamena che aveva creato, sul tema della vittoria dei Greci contro i Galati (all’epoca dell’invasione dell’Asia avvenuta nel 279 a.C.), i capolavori dei donari dedicati a Pergamo dai re vincitori, Attalo I e Eumene II. I Galli erano stati visti dagli artisti pergameni senza disprezzo, rappresentati in modo fiero e selvaggio, pervasi di nobiltà. Pur discendendo da questa tradizione, derivante dell’idea stoica del rispetto nei confronti del vinto, le rappresentazioni romane mostrano al contrario una caratterizzazione più accentuata della diversità ed una più diretta rappresentazione della superiorità dei Romani. Sono andate perdute le porte eburnee del tempio di Apollo Palatino, raffiguranti la sconfitta dei Galati a Delfi, ma una serie di altri importanti monumenti e manufatti (la lorica dell’Augusto di Prima Porta, la Gemma Augustea di Vienna, il Gran Cammeo di Francia, etc.) (Figg. 5-6) ci trasmettono una certa immagine codificata dei barbari sottomessi, rappresentati con fluenti capelli, barbe incolte, brache, a busto spesso nudo, talvolta recanti il torques al collo, spesso in presenza delle loro donne, in atteggiamento dismesso.

Fig. 6 - Il Gran Cammeo di Francia. Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, modificata da Janmad, CC BY-SA 3.0

Un richiamo alla propaganda attuata si aveva anche nei fori di tutte le città romane, nella decorazione degli edifici pubblici, come mostrano i trofei di armi della Schola Armaturarum di Pompei, ma anche nei monumenti privati, come nel caso di un “eques pompeianus” a Porta di Nocera, in cui si ha la rappresentazione di uno scudo in stucco il cui umbone è caratterizzato dalla presenza di una testa di Barbaro (Fig. 7).

Fig. 7 - La Tomba 13 ES, monumento funerario dell'“eques pompeianus”, presso Porta di Nocera a Pompei. Foto di Alessandra Randazzo. Si può vedere un particolare dell’umbone a p. 335 del testo di M. Castiglione, Modelli urbani per forme di auto rappresentazione locale. Il monumento funerario di un eques pompeianus a Porta di Nocera, all'interno di Arte-Potere. Forme Artistiche, Istituzioni, Paradigmi Interpretativi. Atti del convegno di studio tenuto a Pisa Scuola Normale Superiore, 25-27 Novembre 2010, a cura di M. Castiglione e A. Poggio.

Da Traiano in poi, con l’intensificarsi delle operazioni militari ai confini, le rappresentazioni di barbari si fanno sempre più numerose, ne sono un esempio monumenti famosi come il Tropaecum Traiani di Damklissi (109 d.C.) (Fig. 8), la colonna Traiana o le grandi statue di Daci in porfido. In essi, e soprattutto nella colonna Traiana, il sentimento di ammirazione per la virtus romana convive con quello di rispetto per lo sfortunato eroismo dei vinti. A partire da Marco Aurelio, con la colonna Aureliana, questo sentimento si conserva, ma vira sul patetico, allontanandosi da quel residuo di compostezza ellenistica ancora percepibile nella colonna Traiana. Un’evoluzione che per altro si osserva anche in momenti privati, come su alcuni sarcofagi con scene di battaglia, come ad esempio quello Amendola, di Portonaccio o il più tardo Ludovisi (Figg. 9-10).

Fig. 8 - Il Tropaecum Traiani di Damklissi. Immagine di CristianChirita, modificata da Francesco Bini, CC BY-SA 3.0

Quest’evoluzione in senso drammatico rifletterebbe il fragile equilibrio del limes renano-danubiano.

Da Marco Aurelio, in poi, all’interno dell’Impero, la parola Barbaro acquisì un valore sempre più sinistro, legato al tema della distruzione. In questo periodo infatti diverse incursioni germaniche superarono il confine arrivando ad oltrepassare sempre più di frequente i claustra Italiae. Queste provocarono le cosiddette guerre marcomanniche, un lungo periodo di conflitti militari combattuti tra l'esercito romano e le popolazioni germano-sarmatiche dell'Europa continentale (167-189 ca.), rappresentante il preludio alle grandi invasioni barbariche di III-V secolo che portarono alla caduta dell’Impero romano d’Occidente e al formarsi dei regni romano-barbarici.

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Fig. 9 - Sarcofago Amendola; immagine da R. Banchi Bandinelli e M. Torelli, L'arte dell'antichità classica, Etruria-Roma, Utet, Torino 1976. Pubblico dominio

Le fonti tardoantiche presentano questi Barbari attraverso il nuovo filtro creatosi dalla polemica tra paganesimo e cristianesimo e successivamente tra cristianesimo e arianesimo, sicché ne risulta spesso un giudizio discorde. Prevalse, specialmente dopo il sacco di Roma del 410 ad opera dei Visigoti guidati da Alarico dei Balti e la conquista dell’Italia con la deposizione del giovane imperatore Romolo Augusto del 476 da parte del re degli Eruli, Odoacre, un certo senso di disprezzo nei confronti di questi popoli. Un disprezzo al quale i Barbari rispondevano ribaltando le ingiurie con toni non meno aspri.

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Fig. 10 - Grande Ludovisi Altemps (III secolo d. C.) Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, pubblico dominio

Tale astio non parve chetarsi se ancora secoli dopo, l’imperatore bizantino Niceforo II Foca apostrofò con "Vos non Romani, sed Langobardi estis [Voi non siete Romani, siete Longobardi]" il vescovo di Cremona Liutprando, che era stato inviato come ambasciatore alla corte bizantina dall’imperatore del Sacro Romano Impero Germanico, Ottone I, per combinare un matrimonio e dirimere il difficile contenzioso tra i due imperi, relativamente all'Italia meridionale. Al suo ritorno, il longobardo raccontò d'avere replicato come segue allo sprezzante ospite: “Romulum fratricidam, ex quo et Romani dicti sunt, porniogenitum, hoc est ex adulterio natum, chronographia innotuit, asylumque sibi fecisse in quo alieni aeris debitores, fugitivos servos, homicidas ac pro reatibs suis morte dignos suscepit, multitudinemque quandam talium sibi ascivit, quos Romanos appellavit; ex qua nobilitate propagati sunt ipsi, quos vos kosmocratores, id est imperatores, appellatis. Quos nos, Langobardi, scilicet Saxones, Franci, Lotharingi, Bagoarii, Suevi, Burgundiones, tanto dedignamur [coloro che son detti Romani], ut inimicos nostros commoti nil aliud contumeliarum, nisi: Romane! dicamus, hoc solo, id est Romanorum nomine quicquid ignobilitatis, quicquid timiditatis, quicquid avaritiae, quicquid luxuriae, quicquid mendacii, immo quicquid vitiorum est, comprehendentes". 'Romano!', quindi, per "nos Langobardi" [la storia ci ha fatto sapere che il fratricida Romolo, dal quale i Romani traggono il nome, era un pomiogenito, cioè nato da un adulterio, sappiamo anche che creò un luogo d’asilo e vi accolse i debitori insolventi, gli schiavi fuggitivi, gli omicidi… Da questa nobile stirpe discendono coloro che voi chiamate Cosmocrati, ossia imperatori. Noi, poi, e cioè i Longobardi, Sassoni, Franchi, Lotaringi, Bavari, Svevi, Borgognoni, li abbiamo in tanto sdegno che quando siamo in collera e dobbiamo dire qualcosa di offensivo ad un nostro nemico, gli gridiamo “tu sei Romano”, intendendo con questo appellativo di Romano tutto quanto vi è nel mondo di più ignobile, di più vile, di più avido, di più corrotto, di più falso, e in una parola, tutti i vizi esistenti…]3 per cui il termine “Romano” veniva impiegato in senso dispregiativo in quanto raccoglieva in sé l’espressione di diversi vizi quali: ignobilità, pavidità, avarizia, lussuria, mendacio e così via.

Tuttavia proprio la formazione dei regni romano-barbarici dimostra come le nuove élites al potere cercarono di fondere le due culture, quella germanica e quella romana. Uno dei primi esempi di tale politica è riportato dal'apologeta cristiano Orosio nel suo Historiarum adversus paganos libri septem. Orosio riferendosi al re ariano Ataulfo dei Balti scrisse che seppur il sovrano mantenesse un rapporto conflittuale con la cultura romana: “Referre solitus esset: se inprimis ardenter inhiasse, ut oblitterato Romano nomine Romanum omne solum Gothorum imperium et faceret et vocaret essetque, ut vulgarites loquar, Gothia quod Romania fuisset, et fieret nune Athaulfus quod quondam Caesar Augustus, at ubi multa experiential probavisset naque Gothos ullo modo parere legibus posse propter effrenatam barbariem neque reipublicae interdici leges oportere, sine quibus respublica non est respublica, elegisse saltim, ut gloriam sibi de restituendo in integrum augendoque Romano nomine Gothorum viribus quaereret habereturque apud posteros Romanae restitutionis auctor, postquam esse non potuerat immutator.” [Egli era solito dire di avere sopra ogni cosa ardentemente desiderato che, cancellato e dimenticato il nome di Roma, tutto il suo impero diventasse di nome e di fatto impero dei Goti, e che fosse Gothia, per dirlo in volgare, quello che era stata la Romania, e che ora Ataulfo diventasse quel che era stato una volta Cesare Augusto. Ma poiché si era reso conto per lunga esperienza sia che i Goti in nessun modo si sarebbero piegati a obbedire alle leggi per la loro sfrenata barbarie, si era scelto almeno la gloria di riportare con le armi dei Goti il nome romano al suo antico prestigio e di accrescerlo, e di essere ricordato dai posteri come restauratore della grandezza romana, giacché non gli era riuscito di esserne il distruttore]4.

Da tali parole si evince che sebbene Ataulfo avesse voluto convertire i territori romani in gotici, si rese conto che la struttura della società gotica non avrebbe potuto garantire la stessa governabilità di uno Stato come quello romano. Per cui decise, probabilmente anche grazie all'influenza della consorte Galla Placidia, di mutare strategia: avrebbe portato avanti una politica di fusione fra Goti e Romani, affinché la forza dei primi rinforzasse la cultura e il nome dei secondi.

Fig. 11 - Il mausoleo di Teodorico a Ravenna. Foto © José Luiz Bernardes Ribeiro, CC BY-SA 4.0

Tale commistione di elementi romani e germanici è anche percepibile nella scelta di alcuni sovrani barbarici di rappresentarsi quali eredi dell’Impero romano d’Occidente, attraverso l’adozione di simboli di potere propri dell’ambito romano. È il caso ad esempio del re goto Teodorico, che cresciuto presso la corte imperiale di Bisanzio, scelse come sua ultima dimora un mausoleo che esteticamente si rifaceva alla tradizione dei mausolei imperiali tardo antichi ma che tuttavia mostrava elementi decorativi “a tenaglia” propri dell’oreficeria gota (Fig. 11). Un ulteriore emblematico esempio è rappresentato dall’anello sigillare rinvenuto a Tournai nella tomba del re dei Franchi Salii Childerico (Fig. 12). Su questo si ha il nome del sovrano e la sua raffigurazione. Il re è rappresentato con elementi tipici della tradizione romana, quali la lorica e il paludamentum, accanto a questi si hanno tuttavia particolari propri dell’ambito germanico, infatti il sovrano presenta i capelli lunghi, un privilegio proprio della dinastia reale dei Salii, e la lancia, un tipico simbolo di potere presso i popoli germanici.

Fig. 12 - Riproduzione dell’anello sigillare di Childerico I. Foto da Gallica, pubblico dominio

Da questo momento iniziò la fusione iconografica, politica e religiosa tra i Barbari del Nord e i Romani che porterà come già accennato alla formazione dei regni romano-barbarici e a un primo definirsi di quelli che in futuro diverranno gli stati europei.

 

 

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1 Sull’origine e gli sviluppi del tema della fraternitas fra Edui e Romani e fondamentale Luiselli 1978, pp. 89-103; vd. anche Luiselli 1992, pp. 642-646; da ultimo cfr. Hofeneder 2008, pp. 291-295. Per la ricorrenza del tema nei panegirici cfr. Lassandro 1992. Sulla conquista romana della Gallia meridionale e le sue conseguenze sugli equilibri politici nell’ambito della Comata vd. Jullian 1993, vol. 1, lib. III, pp. 431-444; Hatt 1959, pp. 35-47; Ferdiere 2005, pp. 57-59 e 61; Zecchini 2009, pp. 67-78.

2 Tacito non visitò mai direttamente le terre e i popoli di cui parlò nella sua opera e le informazioni impiegate per la sua stesura furono probabilmente molteplici: il De bello Gallico di Gaio Giulio Cesare, la Geografia di Strabone, Diodoro Siculo, Posidonio, Aufidio Basso e interviste a mercanti e soldati.

3 Liudprandi Cremonensis, Relatio de legatione Constantinopolitana, in ID., Antapodosis, Homelia Pascalis, Historia Ottonis, Relatio de legatione Constantinopolitana, cura et studio P. Chiesa, Turnholti 1998 (Corpus Christianorum, Continuatio mediaevalis, 156), pp. 192-193, n. 12.

4 Orosius, Historia contra paganos (History aga the pagans), 7.45: C. Zangemeister, ed., CSEL 5 (Vienna, 1882), p. 413.


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Dai cocci di vaso a Carlo Magno: storia della scrittura minuscola

SCRIPTA MANENT VII

Dai cocci di vaso a Carlo Magno:

storia della scrittura minuscola

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

L'articolo che state leggendo è stato scritto utilizzando l'elaborazione elettronica di quello che sin dall'età scolastica siamo abituati a chiamare “stampatello minuscolo”; il nome della serie Scripta Manent, con tanto di numero romano, è invece in “stampatello maiuscolo”, mentre il titolo dell'articolo viene presentato in “corsivo”. Questi modi di scrivere uno stesso alfabeto ci sono estremamente familiari: essi sono adoperati per gran parte dei testi che quotidianamente ci passano sotto gli occhi; allo stesso modo i termini che li indicano sono entrati nel linguaggio comune, assieme ad altri più pertinenti all'ambito tipografico (“grassetto”, “carattere”, “interlinea” e così via). Siamo talmente abituati a usarli che spesso ignoriamo che, come qualsiasi prodotto dell'intelletto umano, queste scritture hanno una loro storia e una loro evoluzione; da circa un secolo e mezzo esiste una disciplina, la paleografia, che si occupa di ricostruire questa storia, tanto affascinante quanto, per certi versi, ancora sconosciuta.

L'avventura grafica che ha portato alla formazione della scrittura che oggi usiamo comunemente va a intrecciarsi con eventi storici e fenomeni socioculturali, che vale la pena di prendere in esame.

Dalla capitale alla minuscola

Agli occhi di noi contemporanei “maiuscole” e “minuscole” sembrano quasi del tutto differenti: se m e M si assomigliano, non è così per B e b, R e r, D e d e così via, tanto da far pensare che si tratti di due scritture distinte. Per i paleografi non è così: l'alfabeto è uno solo, quello latino, trascritto con due sistemi alfabetici differenti; in altre parole la scrittura è la stessa, mentre a cambiare è il modo di scriverla. “Maiuscolo” e “Minuscolo” sono infatti due concetti ben definiti, la cui storia e le regole grafiche sono state puntualmente ricostruite.

Semplificando al massimo la nomenclatura accademica si potrebbe dire che, in un virtuale “pentagramma”, le lettere appartenenti al sistema maiuscolo possono essere inscritte in un sistema bilineare, mentre quelle minuscole si sviluppano in quattro righe, come ben illustrato nel seguente schema.

Tra i due sistemi quello più antico è il maiuscolo, diretto discendente dell'alfabeto latino arcaico, che trova la sua massima espressione nella scrittura capitale. Si tratta di una scrittura totale, ossia adoperata indifferentemente in qualsiasi ambito: in effetti tutte le testimonianze scritte del mondo latino databili tra il secolo III a.C. e I d.C., siano esse lapidee, librarie o documentarie sono vergate in una variante di questa scrittura.

Avendo una tradizione antichissima la scrittura maiuscola possiede forme semplici e facili da memorizzare e trascrivere, tant'è che il suo utilizzo non è mai venuto meno nel corso di oltre tre millenni: verrebbe quasi da domandarsi perché mai essa sia stata sostituita dalla minuscola, che invece possiede delle forme più elaborate.

La ragioni principale risiede nel ductus, ossia nel grado di velocità con cui ciascuna mano è in grado di scrivere, che può essere posato oppure veloce, ovvero corsivo. La scrittura maiuscola ha un disegno fortemente geometrizzato, e perché sia comprensibile è necessario che le lettere siano ben staccate e distinte le une dalle altre: questo è difficilmente conciliabile con un ductus corsivo, a causa del quale le lettere tendono a comprimersi, ad accavallarsi le une sulle altre e, soprattutto, a deformarsi abbandonando la loro regolarità geometrica; tuttavia il ductus corsivo è proprio di un utilizzo istintivo della scrittura; non è dunque un caso che le prime trasformazioni delle scritture maiuscole si siano verificate in età Imperiale, quando l'accessibilità degli insegnamenti primari consentì l'alfabetizzazione delle classi sociali più basse.

È proprio nell'ambito della scrittura d'uso comune che la capitale subisce i suoi primi cambiamenti, riscontrabili nelle testimonianze grafiche di artigiani e commercianti ma anche nei moltissimi graffiti pervenutici: le rigide regole che avevano caratterizzato la scrittura fino al secolo I d.C. vengono pian piano meno e si assiste a una corsivizzazione della capitale, specie in ambito documentario; questa usanza finirà per canonizzarsi in una vera e propria tipologia grafica denominata corsiva romana (anche detta antica). A partire da essa si svilupperanno in seguito due scritture a sé stanti, l'onciale e la semionciale, entrambe adoperate massimamente in ambito librario. Sebbene si tratti di scritture maiuscole, alcune lettere (A,D,E,M e altre) si sviluppano in un sistema quadrilineare: è dunque lecito pensare che all'epoca della loro invenzione sussistessero già alcune forme di scrittura minuscola.

Terra sigillata iscritta da Condatomagos (La Graufesenque). Foto di Rossignol Benoît, CC BY-SA 3.0

I paleografi hanno individuato i primissimi esempi di scrittura minuscola in un giacimento di ostraka nel sito archeologico francese di Condatomagos, databile tra il III secolo a.C. e il I d.C.: in età imperiale questa città era celebre per la produzione di vasellame in ceramica. Gli artigiani erano soliti riutilizzare i cocci dei manufatti scartati per incidervi a sgraffio brevi frasi con fini pratici (nome del committente, luogo di consegna e così via); l'istintiva velocità con cui questa operazione veniva compiuta, unitamente all'angolo di scrittura sfalsato, causava una deformazione delle lettere maiuscole. Fenomeni molto simili si verificarono in altre zone dell'Impero: l'utilizzo sempre più frequente di questo modo di scrivere ebbe come risultato un nuovo sistema alfabetico, quello minuscolo. Dunque la scrittura minuscola deriva geneticamente dalla maiuscola e ne rappresenta una vera e propria evoluzione, come ben si vede nello schema che illustra tutte le forme intermedie della lettera E.

scrittura minuscolaLa minuscola, più pratica e veloce da vergare, fu pian piano preferita alla maiuscola; nata come scrittura d'uso comune, pian piano si diffuse anche nei ceti sociali alti e, intorno al III secolo d.C., fu canonizzata la minuscola romana (anche detta corsiva nuova), adoperata dapprima in ambito documentario; nello stesso periodo, complice anche la diffusione della nuova forma libraria a codex, la minuscola fu adottata anche in ambito letterario, nel quale convisse a lungo con le scritture maiuscole: si cominciò ad utilizzare queste ultime per mettere in evidenza le porzioni rilevanti del testo, il cui corpo principale era invece in scrittura minuscola.

Il particolarismo grafico

Lungo tutta l'età tardoantica le scritture romane, ormai pienamente formate, si diffusero uniformemente in tutte le zone dell'Impero Romano, comprese le colonie mediorientali, africane e britanniche. L'unità grafica era uno strumento efficace per appianare le inevitabili divergenze socioculturali tra i popoli di un territorio tanto vasto: l'utilizzo di una stessa scrittura e di una stessa lingua facilitava la comprensione dei documenti e rendeva vivace la circolazione libraria.

Nel V secolo, all'indomani della dissoluzione dell'Impero, il panorama cambiò drasticamente: ciascuno dei popoli germanici che presero possesso dei territori romani instaurò nella sua zona nuove infrastrutture politiche e burocratiche, spesso estremamente diverse da quelle imperiali; le nuove genti parlavano lingue di ceppo germanico estremamente diverse dal latino, ma anche tra loro stesse; i centri scrittori laici vennero meno, così come il sistema scolastico; ci fu, in altre parole, una completa frammentazione socioculturale che influenzò notevolmente la produzione scritta, e di conseguenza l'evoluzione della scrittura.

Questa situazione frammentaria cagionò l'insorgere di impeti nazionalistici da parte di ciascuno dei regni romano-barbarici, che desideravano mettere in luce la propria supremazia nei confronti di tutti gli altri; è questo il periodo in cui vengono composte le historiae barbariche, poemi di carattere annalistico finalizzati a indagare le origini del regno, ma soprattutto a sancirne il primato assoluto. Il recupero delle proprie radici ebbe come risultato indiretto la ricerca (e talvolta l'invenzione) di quegli stilemi artistici propri di ciascun popolo, che poi venivano declinati in tutti i linguaggi artistici, esattamente com'era accaduto con i mores del mondo romano.

Questi caratteri tipici andarono quindi a fondersi con la sparuta eredità culturale dell'Impero, che comprendeva anche le scritture da noi prese in esame; esse andarono incontro a un'evoluzione grafica senza precedenti che portò alla formazione delle scritture barbariche, aventi come base principale la minuscola romana ma con l'aggiunta di caratteri tipici del regno d'adozione.

scrittura minuscola
Diploma del re franco merovingio Childeberto III (695), minuscola merovingica; dal libro di Franz Steffens, Paléographie latine, Parigi 1910, tav. 28. Foto in pubblico dominio

Così in Francia fu elaborata la scrittura merovingica, caratterizzata da un corsivo esasperato e dal disegno elaborato dei caratteri; usata in origine per la documentazione della dinastia da cui prende il nome, fu in seguito adottata per la produzione libraria dei maggiori centri scrittori monastici in area francese, Corbie, Laon e Luxeuil, ciascuno dei quali ne elaborò una propria tipizzazione.

Nei territori ispanici si diffuse invece la scrittura visigotica, detta anche mozarabica poiché nel suo disegno sussistono evidenti reminiscenze delle grafie adoperate dai popoli arabi, stanziati nella parte meridionale della Penisola. È importante notare che la visigotica, più di qualunque altra scrittura barbarica, recuperasse non solo le forme minuscole ma anche le maiuscole, le quali furono elaborate in un elegante sistema dal disegno estremamente raffinato.

Scrittura minuscola beneventana: la Regola di San Benedetto, scritta a Montecassino (tardo XI secolo), Biblioteca dell'Abbazia, Cas. 444; da E. A. Lowe, Scriptura Beneventana. A history of the South Italian minuscule, 2 voll., Oxford 1929. Foto in pubblico dominio

In Italia il panorama era invece molto più variegato: nella zona settentrionale continuò a insistere l'utilizzo delle scritture d'età romana, con minime variazioni che non trovarono mai piena canonizzazione; nel Sud, invece, fece la sua comparsa la littera langobardisca, più nota come scrittura benventana. Diretta discendente della minuscola romana, ma con un disegno ben più sofisticato e con rigide regole di realizzazione, la beneventana è per molti versi ancora avvolta dal mistero; non è ben chiaro, ad esempio, in quale centro scrittorio essa fu inventata. Non deve trarre in inganno il nome comune, che rimanda piuttosto al principale ducato longobardo: l'ipotesi più probabile è il centro di origine sia stata l'abbazia benedettina di Capua oppure quella di Cava de'Tirreni. Certo è che questa scrittura, a differenza delle altre, si rivelò estremamente longeva e fu adoperata ininterrottamente fino al XV secolo in due tipizzazioni ben distinguibili, quella d'area cassinese e quella barese.

Un caso a sé è invece costituito dalle Isole Britanniche: nell'Alto Medioevo questi territori avevano visto una massiccia immigrazione di missionari cristiani giunti per convertire i popoli autoctoni, per lo più di religione pagano-celtica; costoro avevano portato con sé una gran quantità di testi realizzati in area romana, con le scritture in uso prima del particolarismo grafico: i monasteri che essi fondarono divennero quindi delle vere e proprie roccheforti dove l'eredità grafica romana venne conservata e preservata; inoltre, poiché i testi più antichi venivano presi a modello per quelli prodotti ex novo, questi ultimi vennero trascritti con grafie imitative che riprendevano in toto i caratteri primigeni, senza le modificazioni delle scritture barbariche.

Si svilupparono quindi diversi gruppi di minuscole insulari, ben distinte le une dalle altre ma tutte riconducibili al modello romano, ben più delle scritture che sul continente avevano gradualmente soppiantato le originali romane.

La nascita della carolina

scrittura minuscola
Scrittura minuscola carolina: Volgata, Luca 1, 5-8. Foto in pubblico dominio

La data con cui convenzionalmente si fa terminare il periodo del particolarismo grafico è l'800, anno in cui Carlo Magno divenne imperatore di un territorio vastissimo nel quale erano stanziati popoli molto diversi tra loro per lingua, società e cultura. Il sovrano comprese immediatamente che amministrarli avrebbe necessariamente comportato una nuova uniformazione delle strutture politiche e burocratiche per garantire, pur nella divisione tipica della feudalità, un forte accentramento dei poteri in nome di un'identità comunitaria che unisse tutti i popoli: diede dunque inizio a quel processo che oggi chiamiamo renovatio carolingia.

Carlo Magno e la sua corte, nell'opera di Jacob van Maerlant, "Spieghel Historiael" Originale alla Koninklijke Bibliotheek, Paesi Bassi. Firma KB, KA 20, p. 208. Immagine in pubblico dominio

Questo rinnovamento comprendeva anche la burocrazia, e uno dei dilemmi da sciogliere fu proprio l'adozione di una grafia comune, facile da vergare e da leggere. Le scritture barbariche erano del tutto inadatte allo scopo, in quanto eccessivamente cariche di orpelli; il modello a cui attenersi erano invece le minuscole romane delle origini: occorreva però enuclearne le regole di base, canonizzarle e possibilmente elaborare nuove norme che le semplificassero ulteriormente per sveltirne l'apprendimento.

Non fu dunque un caso che Carlo Magno chiamasse come suo consigliere personale Alcuino di York, celebre erudito britannico, il quale portò con sé una gran quantità di libri trascritti in minuscola insulare; fu proprio grazie al raffronto tra essa e le tipizzazioni di Corbie e Laon che fu elaborata una grafia che ereditava i caratteri antichi, eppure del tutto nuova, che in onore del grande imperatore prese il nome di carolina.

Albrecht Dürer, Carlo Magno. Immagine The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distribuito da DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202, in pubblico dominio

La nuova scrittura recuperava quasi totalmente le forme della minuscola romana, rendendole se possibili ancora più veloci da scrivere grazie a uno snellimento del tratteggio; per facilitare la comprensione del testo fu inoltre elaborato un sistema di punteggiatura: sebbene anche i romani ne avessero utilizzato diversi, quello elaborato alla corte carolingia comprendeva caratteri del tutto nuovi che sono giunti fino a noi, come il punto interrogativo.

Complice anche una progressiva ripresa degli studi, questa nuova scrittura ebbe molto successo e fu presto adottata in tutti gli ambiti; successivamente essa si diffuse in tutte le zone dell'Europa continentale, andando a sostituire le scritture preesistenti; l'unica a resistere fu la Beneventana, attestata nell'Italia Meridionale fino al secolo XIV: si verificò tuttavia una vera e propria convivenza tra le due scritture, e in molti centri si adoperarono indifferentemente l'una o l'altra.

Dall'Umanesimo ai giorni nostri

Tra IX e XII secolo molti fenomeni socioculturali trovarono il loro effettivo compimento: la ripresa degli studi rese alfabetizzata gran parte della popolazione; si verificò un massiccio inurbamento che favorì la nascita delle università e, in parallelo, quella di centri scrittori laici affrancati dagli ambienti monastici. Di conseguenza il numero di persone in grado di leggere e scrivere tornò a crescere, e con esso il fabbisogno di testi e di scritture adatte alle varie necessità.

La carolina fu presa come base per lo sviluppo di nuove scritture “professionali” come la mercantesca e la notarile, adoperate in ambito commerciale e giuridico; negli ambienti universitari nacque invece la famigerata gotica: di quest'ultima parleremo diffusamente in un prossimo articolo, ma in questo contesto è bene sottolineare che essa ebbe un successo clamoroso che la portò in breve a essere la scrittura di riferimento per la produzione libraria, fino all'invenzione della stampa.

Scrittura minuscola umanistica: Poggio Bracciolini firma la sua trascrizione di Cicerone (1425). Foto in pubblico dominio

Tra '300 e '400, tuttavia, la carolina conobbe un timido revival a opera degli studiosi umanisti, i quali mal sopportavano la gotica ritenendola inutilmente artificiosa e difficile da leggere; inoltre, per i loro studi che si rifacevano ai testi antichi, desideravano una scrittura priva di modernismi e adulterazioni, rispondente invece ai modelli di austera perfezione dell'antichità. La carolina, essendo la diretta discendente dei modelli romani, fu dunque recuperata e ulteriormente perfezionata: vennero rivisti il sistema abbreviativo e la punteggiatura, e furono messe a punto efficaci regole di distanziamento tra lettere e righe, volte a rendere il testo ancora più sobrio e leggibile.

Francesco Petrarca, in un ritratto del XV secolo di Giusto di Gand ove porta la tradizionale corona d'alloro, simbolo del poeta laureato. Oggi è conservato presso la Galleria Nazionale delle Marche di Urbino.

Nonostante tra i promotori della minuscola umanistica ci fossero personalità del calibro di Francesco Petrarca, questa scrittura non godette di particolare successo ai suoi esordi, e terminata la stagione dell'Umanesimo scomparve quasi del tutto per oltre un secolo; la gotica continuò a essere adoperata massicciamente anche dopo l'avvento della stampa a caratteri mobili, negli incunaboli e i libri del primo '500.

Versò la metà del XVI secolo, tuttavia, la massiccia diffusione dei libri ebbe come conseguenza la profonda trasformazione dei modi di fruirne: il consumo di massa aveva reso necessaria l'elaborazione di nuovi specchi grafici ed espedienti tipografici volti a snellire il processo di lettura; le forme imitative dei codici medievali, che prevedevano lo specchio grafico a due colonne, l'ampia marginatura e un sistema di abbreviazioni estremamente complesso, non era funzionale a questo scopo; e soprattutto non lo era la gotica, col suo disegno elaborato che rendeva difficile realizzare i caratteri tipografici. A quel punto, iniziò l'elaborazione della minuscola tipografica, quasi del tutto identica a quella umanistica a eccezione di una sola lettera: la s.

Sin dai tempi dell'Impero romano la s minuscola era molto diversa da come la conosciamo: somigliava a una f priva del tratto orizzontale, cosa che spesso portava alla confusione dei due caratteri; per evitare questo sbaglio, nel sistema gotico si preferiva utilizzare la forma maiuscola in finale di parola, mentre all'interno di uno stesso vocabolo la s rimaneva “a effe”.

I tipografi del XVI secolo decisero di abbandonare completamente la s “a effe”, andando a creare un nuovo carattere denominato s lunga da usare all'interno della parola, mentre in finale si utilizzava ancora la s maiuscola a modulo ridotto. Questa usanza rimase in voga fino ai primi decenni del XX secolo, quando la s minuscola divenne quella che noi conosciamo: questa fu l'ultima tappa di un lunghissimo processo attraverso il quale la scrittura che oggi adoperiamo si è stabilizzata; nonostante le molte trasformazioni subite nel corso dei millenni, essa è rimasta sostanzialmente uguale a quella utilizzata dai romani e da Carlo Magno.


La battaglia di Poitiers del 732: tra leggenda e realtà

Per molto tempo la Battaglia di Poitiers del 732 è stata considerata un evento cruciale nella storia europea, al di là del suo reale valore storico e della cifra militare e strategica dispiegata, ed è stata issata per lungo tempo a vero e proprio riferimento culturale europeo.

Da tempo, però, gli storici hanno riconsiderato la reale portata dell’evento, definendolo come uno scontro marginale e decisamente non risolutivo circa il periodo della conquista musulmana della penisola iberica, che effettivamente perdurò ancora a lungo nei territori continentali.

Nonostante, quindi, il ruolo pressoché secondario dell’evento, lo scontro tra l’esercito di Carlo Martello e quello guidato da Abd al-Raḥmān anticamente è stato considerato come evento cruciale, in quanto ritenuto funzionale alla formazione di un’identità europea, prestando il fianco ad interpretazioni speculative e certamente poco storiche ma, al contempo, ispirando arte e letteratura.

Resta però utile un’attenta disamina dell’episodio, in modo da capirne a fondo le premesse, storiche e militari, che costituiscono invece la pietra angolare dell’intera comprensione dell’evento e che ci offrono l’opportunità di avere comunque preziose testimonianze su una fase storica, nonostante l'importanza relativa dello scontro.

Contesto storico

Nel cuore dell’Europa dell’VIII secolo, infatti, i musulmani iniziarono a diventare una presenza importante nel continente, frutto di una campagna di conquista iniziata sul finire del secolo precedente prima dalle incursioni perpetrate dal condottiero berbero Arif ibn Malik (invitato da Giuliano di Ceuta per vendicarsi dei Visigoti1), e poi da Tariq ibn Ziyad, primo wali della conquista musulmana della penisola iberica. La presenza musulmana in terra iberica si strutturava sulla forma di una specie di governatorato alle dipendenze formali della dinastia omayyade, al cui vertice vi era appunto un wali che godeva di una sostanziale libertà amministrativa e d’azione. Il governatorato iberico veniva chiamato al-Andalus, toponimo arabo che molto probabilmente deriva dalla storpiatura del nome greco di Atlas, a suffragio della credenza che voleva nello stretto di Gibilterra la fine del mondo conosciuto.

L’Andalusia, come è noto, è una regione meridionale della Spagna e tutt’oggi rappresenta, nelle proprie architetture e nelle proprie tradizioni, uno dei più bei esempi di commistione tra cultura araba e retaggio europeo.

L’ambizione araba di voler vedere nei territori iberici una florida opportunità di conquista ben presto si scontrò con la forza catalizzatrice dei Franchi, che già da tempo rappresentavano una potenza organizzata e politicamente attenta, capace di intessere relazioni e rapporti di forza con le variegate anime dello scacchiere europeo. La storia riserverà, successivamente agli eventi della battaglia, un ruolo di prestigio a Carlo Magno, nipote di Carlo Martello, capo dello schieramento opposto ai musulmani: il futuro Re dei Franchi, Carlo Magno appunto, viene considerato una figura importante nella storia occidentale, ma è nelle trame di questa battaglia che si delineeranno forma ed equilibri del suo Impero.

Il casus belli

Come sempre la storia attende delle opportunità per compiersi, ed in questo caso il pretesto per la battaglia, che in realtà già covava nelle ambizioni di entrambi gli schieramenti2, fu dato dalla sconfitta di Oddone d’Aquitania nella battaglia della Garonna, subita per mano dei musulmani guidati da Ab al-Rahman: l’esercito dei Mori sconfisse le truppe di Oddone in prossimità di Bordeaux e si preparava ad avanzare a nord, verso la basilica di S. Martino di Tours per farne razzia. Gli storiografi moderni concordano nel riconoscere ad Oddone (che pure in passato aveva proficuamente collaborato con i musulmani) il merito di aver comunque rallentato un’improvvisa avanzata araba in terra iberica, anche se a costo di una sonora sconfitta.

A seguito delle vicende e della richiesta di aiuto di Oddone, i merovingi si trovarono a dover preparare un esercito eterogeneo e colorito, composto da alemanni, da soldati di Assia e Franconia, di Bavari, tutti dotati di lunghe lance, di contadini gallo-latini, di gente proveniente dalla Borgogna, ma anche di cavalleria leggera visigota, di un folto gruppo di volontari della Sassonia armati di enormi spadoni a due mani, di un nutrito gruppo di gepidi, vestiti di pelle dorso ed armati in maniera non uniforme e di popoli della Foresta nera che combattevano col corpo totalmente dipinto di nero e privi di protezione: tutti popoli che nel passato recente o più lontano avevano combattuto su fronti opposti.

Gli schieramenti

battaglia di Poitiers
La battaglia di Poitiers nelle Grandes Chroniques de France (1356), BNF, FR2813. Gallica Digital Library, immagine in pubblico dominio

La data convenzionalmente indicata per l’inizio della battaglia è il 25 ottobre del 7323.

L’esercito di Carlo si presentava con uno schieramento compatto e quadrato. La scelta non fu casuale e fu stabilita sulla base della morfologia del campo: Carlo, in prossimità di Poitiers, a metà strada tra Tours e Bordeaux, decise di usufruire di una piana creata dall’intersezione di due fiumi, il Clain ed il Vienne, in modo da poter sfruttare una prima linea di fanteria armata di francisca, utile per il corpo a corpo con la fanteria nemica, seguita da linee composte da fanti dotati di giavellotti e picche per l’eventuale avanzata della cavalleria leggera, che per la prima volta montava sui propri animali staffe per permettere un maggiore dinamismo durante la cavalcata4. Carlo, inoltre, scelse l’incrocio dei due fiumi in modo che il suo schieramento quadrato non fosse esposto sui fianchi a ipotetiche incursioni della cavalleria; in più intervallò le file di fanteria con file di cavalleria e rafforzò i lati con altrettanti cavalieri, così da prevenire aggiramenti durante lo scontro.

Infine, Oddone si nascose in una foresta alla sinistra dello schieramento, pronto a venire in soccorso in caso di un eventuale sfondamento della cavalleria pesante musulmana e per razziare il campo nemico durante le fasi di scontro, in modo da compromettere eventuali ritirate e obbligare così il nemico a combattere su due fronti. Le fonti dell’epoca stimano in circa 15-20.000 unità i combattenti dello schieramento cristiano.

D’altro canto, forti di circa 25-30.000 unità, i musulmani si presentavano con la classica forma a mezzaluna, lasciando i reparti di cavalleria leggermente più avanti sui lati rispetto alle linee di fanteria. Infatti, l’ala sinistra, composta principalmente da cavalleria leggera (kurdos), era a ridosso del fiume Clain, l’ala destra vedeva la presenza di altra cavalleria e si dislocava lungo un basso colle, infine il centro era composto principalmente da fanti ed arcieri, ed occupava la carreggiata dell’antica via Romana. Vi è una piccola curiosità: a dispetto dell’ostilità dei luoghi, i musulmani avevano portato con loro anche dei dromedari, dispiegati nel corso della battaglia nonostante il loro utilizzo fosse prettamente per fini logistici, e questo perché vi era la credenza che l’olezzo pungente di questi inusuali animali potesse far imbestialire i cavalli e quindi rompere le file dell’esercito nemico.

La battaglia

La battaglia di Poitiers nelle Grandes Chroniques de France (circa 1415), f.166 British Library Cotton MS Nero E II. Immagine in pubblico dominio

Le schermaglie andarono avanti per quasi una settimana, ma il giorno del 25 ottobre si consumarono le fasi di scontro vero e proprio: gli storici ritengono che la battaglia si sia protratta dal mattino fino a sera, ed ebbe inizio per mano dell’esercito musulmano, che ebbe a schiantarsi con le fila di fanteria merovinge con incessante utilizzo di picche e giavellotti. A fondamento dell’azione musulmana vi era una precisa strategia, chiamata al-qarr wa al-farr, consistente in una rapida avanzata seguita da un’improvvisa ritirata che facesse intendere al nemico la possibilità di guadagnar terreno a scapito dei soldati in fuga, salvo poi sferrare l’attacco finale ai danni di un esercito a quel punto spaesato e ormai disunito: la loro strategia, quindi, si basava su una dissimulazione.

Carlo però era preparato a questa evenienza, e diede ordini precisi di rispondere agli attacchi dei Mori solo col corpo a corpo, evitando inseguimenti e non cedendo alla trappola di una fuga fittizia. Anche qui vi è una curiosità particolare: gli equipaggiamenti dell’esercito di Carlo erano pesanti e solidi, utili appunto per una battaglia di posizione e certamente non dediti ad una condotta dinamica delle fasi di scontro; al contrario, invece, i Mori viaggiavano leggeri ma, costretti ad un estenuante corpo a corpo, si trovarono maggiormente esposti ai colpi d’arma dei cristiani, che invece reggevano efficacemente. Per i Mori, quella di combattere senza significative protezioni era comunque una scelta ben precisa: combattere con l’armatura era visto come un segno di debolezza e di viltà, tant’è che proprio sulla scia della contrapposizione con la civiltà occidentale nacque la celebre imprecazione beduina “Possa tu essere maledetto come il franco che indossa una corazza poiché teme la morte”.

Questo impegno massiccio favorì la distrazione di parte della cavalleria musulmana lanciata in inseguimento della cavalleria aquitana, lasciando così scoperte le file centrali composte da arcieri e fanti, che furono letteralmente massacrate dalle picche e dai giavellotti dell’esercito merovingio.

A Carlo non restò che dare il segnale ad Oddone, il quale, mimetizzato nel bosco alla sua sinistra, mise in fuga tutto il fianco destro dello schieramento dei Mori.

battaglia di Poitiers
Charles de Steuben, Bataille de Poitiers, en octobre 732; olio su tela (1837). Mostra in modo romantico il momento cruciale dello scontro, la morte di Abd al-Raḥmān. Pubblico dominio

L’esercito musulmano fu letteralmente spazzato via. Lo stesso Abd al-Raḥmān morì per un colpo d’ascia, ma è a questo punto che la storia incontra la leggenda: fonti dell’epoca ritengono che il colpo mortale fu inferto al comandante moro da Carlo Martello in persona.
Infine, vi è discordanza tra la storiografia araba e quella occidentale sugli avvenimenti immediatamente successivi alle fasi finali della battaglia, difatti secondo la versione degli storici europei l’accampamento arabo, lasciato sguarnito dai pochi sopravvissuti in fuga, fu razziato con conseguente rinvenimento di tutta la refurtiva frutto delle campagne d’Aquitania; per gli storiografi del mondo arabo, invece, i Mori, pur riuscendo a sfondare le fila cristiane, scelsero di ripiegare quando videro minacciati i proventi delle proprie scorrerie e, quindi, tornarono all’accampamento per salvare quanto possibile, salvo poi disperdersi in maniera confusa.

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Tomba di Carlo Martello a St. Denis. Foto di J. Patrick Fischer, CC BY 2.5

Nonostante la limitatezza degli eventi, fu evidente la portata del successo di Carlo Martello e della misura della sconfitta araba, tanto che nella tradizione araba tale evento è tutt’ora ricordato come balāt al-shuhadā, ovvero il “lastricato di morti”.

Probabilmente una vittoria netta e riportata sotto l’attenta guida militare di un solo comandante ha fagocitato l’alone di leggenda che per secoli ha caratterizzato lo scontro, nonostante la dimensione marginale che gli eventi hanno avuto nella conquista araba della penisola iberica che, anche in seguito alla battaglia, non si arrestò per nulla ma, anzi, vide più feroci e più alti momenti di scontro.

Comprendere questa battaglia resta comunque un’utile esercizio per indagare sui motivi di tanta fama, nonché un’opportunità per avere uno spaccato di tecnica militare frutto dell’esperienza e delle capacità di uno dei padri dei casati più importanti della storia europea la cui testimonianza, forse, senza la suddetta interpretazione degli eventi, non sarebbe arrivata in maniera così dettagliata.

Bibliografia:

W. Blanc, C. Naudin, Que s' est-il vraiment passé à Poitiers en 732?, in «L'Histoire» 429, 2016, pp. 22-23.

E. Percivaldi, Grandi Battaglie/Poitiers, 732, in Storie di guerre e guerrieri, 7, 2016, pp- 66-71.

A. C. L. F. Silva, A Batalha de Poitiers (732) por um cronista árabe anônimo, in «Revista Brasileira de História Militar», 1, 2010

J. Wilson, Poitiers 732 CE: Interpretation and Remembrance, oral presentation in MARCUS Conference, Sweet Briar College, October 12, 2013.

Note:

1Giuliano fu Governatore della città di Ceuta; la leggenda vuole che Roderigo, Re dei Visigoti in Spagna, rapì e violentò la figlia di Giuliano.

2Già dopo le incursioni in Aquitania del 717-18, gli arabi iniziarono a definire il territorio della Gallia e più in generale tutta l’Europa come la “Grande Terra”.

3 Gli storici non sono concordi sulla data: altri indicano il 7 ottobre, altri il 10 o l’11. Il 25 è la data convenzionale che tiene conto anche delle schermaglie iniziali e dell’effettiva fase conclusiva del conflitto.

4Tale pratica era già in uso presso Bizantini, Visigoti e Longobardi, ma fino ad allora sconosciuta al disorganizzato esercito merovingio.


Tre scheletri documentano l'espansione araba dell'ottavo secolo fino in Settimania

24 Febbraio 2016
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Le analisi di carattere archeologico e genetico, effettuate su tre scheletri ritrovati in altrettante tombe medievali a Nîmes, in Francia, indicano che si trattava di tre musulmani.
La rapida espansione araba nei primi secoli del Medio Evo portò profondi cambiamenti nel mondo mediterraneo, ma se questa presenza è ampiamente attestata in Spagna, lo è assai meno a nord dei Pirenei. Il nuovo studio, pubblicato su PLOS One, ha dunque cercato di verificare una relazione tra queste tre tombe e la presenza musulmana nella Francia dell'ottavo secolo.
journal.pone.0148583.g003
Si sono esaminate le pratiche funerarie, DNA, sesso ed età degli individui in questione. Ne è risultato che si seguivano i rituali islamici, con gli scheletri che hanno testa e corpo orientati verso La Mecca. Dal DNA si è rilevata una probabile stirpe paterna dal Nord Africa. La datazione è compresa tra il settimo e il nono secolo. Gli autori sospettano perciò si tratti di Berberi integrati nell'esercito degli Omayyadi durante l'espansione araba in Nord Africa dell'ottavo secolo.
Lo studio fornirebbe dunque le prime prove riguardanti l'occupazione del territorio della Settimania (attuale Linguadoca-Rossiglione), allora in mano ai Visigoti, e mette in luce la complessità di relazioni tra le due comunità all'epoca.
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