La prima rivoluzione della preistoria? Avvenne a Gerico e la racconta Lorenzo Nigro nel suo romanzo

Docente, ricercatore e adesso scrittore di romanzi. Lorenzo Nigro smette i panni per un attimo del Professore e Direttore della Missione archeologica a Gerico e racconta in prima persona, nel suo romanzo archeologico d'esordio, cosa significa lavorare e scavare in un luogo di antico fascino, nella città più antica del mondo, situata nei pressi di una rigogliosa sorgente e posta a 260 metri sotto il livello del mare: Gerico. Un viaggio lungo secoli in cui il passato può essere toccato e rievocato e questo l’archeologo lo sa bene, quando a contatto con la terra e i manufatti antichi cerca di ricostruire storie, volti, eventi, le cui tracce sono così effimere da perdersi nella notte dei tempi. Nel sito, dove la missione della Sapienza lavora da oltre venti anni e la stratificazione archeologica ha raggiunto diverse profondità, generazioni e conquiste umane divengono tangibili e non più solo mere ricostruzioni di un gruppo di “romantici” archeologi.

In questo luogo magico che è Gerico, circa 12.000 anni fa, una comunità umana diede vita alla prima rivoluzione della storia, attuando un qualcosa di inimmaginabile per un tempo così lontano. La domesticazione di piante ed animali, la prima costruzione di una casa, l’invenzione della ruota, l’uso del mattone e la sua formazione con argilla, il fuoco che riscalda e che permette la sopravvivenza, così la cultura e le idee di una civiltà, insieme alle credenze più profonde per l’uomo quali la vita e la morte. Questo romanzo, che racconta la vita di una missione archeologica, sveglia la voglia di apprezzare e soffermarsi sul tempo che scorre e di riflettere sul grande bagaglio culturale che abbiamo ricevuto dai nostri progenitori. L’emozione dello studio e della scoperta passano anche attraverso le emozioni di un archeologo che a fronte dei tanti anni di ricerca e di abitudine trova ancora tempo e modo di approfondire il passato e apprezzare ancora di più il presente di ciascuno di noi.

Le scene sono narrate e illustrate in maniera volutamente leggera in questo libro e in prima persona da parte dell’autore, attraverso le tecniche narrative dei ricordi, del flashback, delle emozioni, ma l’approccio rimane sempre rigorosamente scientifico perché i dati e le scoperte non sono frutto d’invettiva ma di esperienza e anni di lavoro sul campo e di pubblicazioni. La vita della missione, che oltre al Prof. Nigro è arricchita da altri collaboratori, è scandita nei suoi momenti nell’arco delle giornate di lavoro, pausa e studio e in quelli che possono essere momenti di imprevisto, così tipici nelle missioni archeologiche. Non mancheranno anche toni più leggeri e una descrizione vivida e giocosa della vita di un archeologo.

Protagonista indiscussa anche la città di Gerico in cui si svolgono quasi tutte le attività raccontate nelle trincee di scavo alte fino a 17 metri sul Tell es-Sultan (la collina del sultano), presso la vicina sorgente di ‘Ain es-Sultan e nell’oasi che circonda il sito. I tempi della narrazione sono suddivisi nell’arco di un mese nel 2014 e gli scavi degli archeologi approfondiscono gli aspetti dell’insediamento neolitico di Gerico durante il suo iniziale sviluppo nel periodo Aceramico; parliamo di un periodo che va tra i 10.800 e gli 8.000 anni fa.

Perché leggere questo libro? Il romanzo archeologico, come già detto, si sveste dal racconto esclusivamente scientifico e vuole essere spunto per una riflessione sulla rivoluzione delle prime comunità del passato, attraverso alcuni aspetti fondamentali per la sopravvivenza stessa di Gerico e dei suoi abitanti.

“Gli archeologi vengono a contatto non solo con le prime grandi invenzioni, ma anche con le strategie adottate per tenere unita e viva la società, resistendo alle pulsioni violente che pure lasciano ferite profonde come i dodici scheletri scoperti nella grande torre tonda centro e simbolo della comunità di Gerico. Da questo emerge la necessità di recuperare quei valori di partecipazione e solidarietà che danno senso ad ogni comunità umana. La separazione dei crani, la loro ostentazione e, successivamente la trasformazione tramite modellazione con argilla e sangue, adottata dai gerichioti, segna il passaggio più inquietante e affascinante del libro: il sacrificio umano, il valore dei rapporti di sangue, la nascita della famiglia, il culto degli antenati e il bisogno di crearsi dei feticci e dei totem, sono temi esistenziali che emergono potentemente nel racconto e trascinano il lettore, con una semplicità che sfiora l’ingenuità, fin dentro le grandi domande della vita".

Vivere con gli archeologi ci aiuta a porci domande su chi siamo e ci restituisce speranza. “Il passato appartiene a tutti” afferma l’autore “o vive in ognuno di noi o è perduto per sempre”.

Il libro è il primo di una collana di romanzi archeologici dal titolo “Scavare è il mio peccato”, e si è affermato nell’estate come un inatteso caso letterario, un esperimento di divulgazione scientifica fatta da specialisti per i giovani lettori. Dopo questa prima uscita sulla preistoria e Gerico, sarà la volta dell’Isola di Mozia, antica colonia fenicia in Sicilia.

L’autore: Lorenzo Nigro, è un archeologo con 30 anni di esperienza sul campo sia nel Vicino Oriente che nel Mediterraneo. I suoi primi scavi sono stati ad Ebla, successivamente ha fondato la Missione archeologica in Palestina e Giordania che ha scavato presso Tell es-Sultan (antica Gerico), nei siti preclassici di Betlemme e Tell Abu Zarad in Palestina; in Giordania ha riportato alla luce la città di Khirbet al-Batrawy, un sito del III millennio a.C. prima sconosciuto e i siti di Jamaan e Rujum al-Jamus. Dal 2002 è Direttore della Missione archeologica sull’isola di Mozia, colonia fenicia in Sicilia Occidentale, di fronte Marsala. Ha scritto numerosi saggi, monografie, rapporti di scavo e più di 200 articoli scientifici su riviste internazionali. È considerato uno degli archeologi più esperti del Levante e del Mediterraneo preclassici.

Casa Editrice: Il Vomere


Gonnostramatza Project

Gonnostramatza Project, ricerche archeologiche in Marmilla: l’archeologia di tutti e per tutti

Gonnostramatza Project - ricerche archeologiche in Marmilla: l’archeologia di tutti e per tutti

Lo studio del passato e la sua divulgazione via social

Archeologia, conoscenza e cultura che fanno rima col mondo dei social e della divulgazione ai cittadini: questi i punti di forza del “Gonnostramatza Project - ricerche archeologiche in Marmilla”, evento nato per ricostruire la vita nelle comunità della Marmilla tra la fine dell’età del Rame e del Bronzo. Con un punto di partenza d’eccezione: la Tomba di Bingia e Monti, uno dei più importanti siti d’Europa. Il via al progetto, alla sua quarta edizione, è stato dato lo scorso 30 settembre: un team di studenti e archeologi dell’Università di Cagliari è arrivato in paese per portare avanti attività di ricognizione archeologica.

“Si tratta di un qualcosa di totalmente nuovo, spiega Riccardo Cicilloni, archeologo dell’Università di Cagliari e Direttore Scientifico dei lavori. Non si tratta di un semplice censimento del territorio ma di Field Walking, uno studio eseguito a tappeto attraverso tecniche sistematiche e statistiche il cui frutto dovrà portare ad avere un quadro d’insieme della situazione archeologica della zona presa in esame. Abbiamo utilizzato sistemi scientifici avanzati volti a produrre delle pubblicazioni per riviste d’eccellenza”.

Gonnostramatza ProjectMa la novità e l’unicità del progetto sta nell’affiancare il progetto scientifico a quello della divulgazione. Secondo Marco Cabras, l’archeologo che coordina le operazioni sul campo, “la comunità deve essere sempre più informata e coinvolta nelle attività che facciamo. E se per far conoscere i nostri studi c’è bisogno dei social ben venga, li usiamo e li useremo, così come abbiamo già fatto”. Basti pensare che anche YouTube è entrato a far parte del progetto attraverso il docufilm dal titolo “Gonnostramatza Project: the movie”, realizzato da Nicola Castangia. In questo cortometraggio i responsabili scientifici e i ragazzi del team hanno potuto raccontare, in maniera semplice e divulgativa, quanto avvenuto durante la campagna di ricerca archeologica. Il documentario racconta nel dettaglio le fasi di ricerca ma anche semplici momenti della vita del team. Insieme a questa modalità divulgativa “social” (Facebook e Instagram) sono state organizzate conferenze, mostre, laboratori didattici per i più piccoli, visite guidate ai siti: il tutto culminato nell’Archeofestival, tenutosi lo scorso 19 ottobre, un evento a carattere scientifico-divulgativo che annualmente si tiene a fine lavori.

L’Università, tiene a precisare inoltre Cicilloni, ha tre missioni: didattica, ricerca, divulgazione. “Tra le altre cose lavoro coi bambini è stato uno dei focus su cui abbiamo maggiormente puntato. La scoperta, l’azione, la gioia del riunire i pezzi di ciò che si è o non si è trovato, ai piccoli entusiasma parecchio. E, chi lo sa, magari qualcuno di loro, grazie al Gonnostramatza Project, sarà un archeologo di domani!”.

Il progetto - Il Gonnostramatza Project nasce dalla collaborazione, iniziata dal 2016, tra l’Amministrazione comunale di Gonnostramatza e l’Insegnamento di Preistoria e Protostoria dell’Università di Cagliari. L’Amministrazione comunale, e in particolar modo il sindaco, Alessio Mandis, ha fortemente voluto intraprendere l’iniziativa con l’intento di approfondire lo studio delle risorse archeologiche del territorio ai fini della loro valorizzazione. Il territorio di Gonnostramatza offre infatti numerosi ed interessanti contesti archeologici di pregio, una su tutti la tomba ipogeico-megalitica di Bingia’e Monti scoperta e scavata da Enrico Atzeni. Le indagini effettuate dall’archeologo negli anni ’80 del secolo scorso hanno messo in luce, presso l’omonimo nuraghe, una tomba preistorica dalle caratteristiche straordinarie, sia per la formula architettonica ipogeico-megalitica che per l’eccezionalità dei ritrovamenti, riferibili ad una fase di transizione tra l’Eneolitico e l’età del Bronzo Antico. Alcuni dei siti nuragici erano già segnalati in letteratura, ma la raccolta di segnalazioni da parte della comunità locale riguardanti altre emergenze sconosciute in bibliografia ha portato a nuove scoperte, tra cui, ad esempio il nuraghe complesso in località Procilis.

Il contesto funerario della tomba di Bingia’e Monti ha restituito un prezioso spaccato archeologico relativo al momento di passaggio tra l’età del Rame e del Bronzo; dialto interesse scientifico, lo scavo della tomba ha restituito materiali archeologici di grande pregio, tra cui una preziosa torque (collier, girocollo) in oro.

Le ricerche, effettuate su autorizzazione della competente Soprintendenza archeologica, si sono articolate in quattro anni e hanno visto un collaudato team di allievi di diverse università (Cagliari, Bologna, Granada) al lavoro sul campo alla ricerca dei siti già segnalati a cui si è provveduto, però, ad una nuova schedatura. Il lavoro, oltre ad essere finalizzato ad aggiornare lo stato delle condizioni attuali dei siti e dei monumenti, ha costituito una proficua attività didattica tramite l’esercizio, per gli studenti assistiti sul campo da tutor, di schedatura dei monumenti. Le attività del primo anno hanno permesso al team di familiarizzare con il contesto territoriale al punto di progettare in maniera pertinente la ricerca da svolgere durante gli anni successivi. Durante la seconda annualità, infatti, l’indagine si è concentrata su un’area campione del territorio comunale nel quale in precedenza non erano state segnalate emergenze archeologiche. Si è proceduto all’indagine sistematica di un transetto di ca. 150 ettari. Anche durante la terza e quarta annualità l’approccio è stato quello della raccolta sistematica e si è concentrato su alcune aree già oggetto di ricognizione durante le precedenti campagne. L’intento dell’equipe di ricerca e dell’amministrazione comunale è sempre stato quello di ricostruire il rapporto tra le persone e il territorio tramite la scoperta del passato.

Precisione scientifica e linguaggio adatto a tutti: il Gonnostramatza Project ha puntato, punta e punterà ad unire questi due obiettivi, lo studio attento e scrupoloso e la divulgazione ai cittadini, ormai sempre più partecipi e attenti al lavoro degli archeologi, nell’ottica della valorizzazione del territorio.

Il progetto è stato finanziato dal Comune di Gonnostramatza e dalla Fondazione di Sardegna – Bando “Arte, Attività e Beni Culturali” (Anno 2018 e 2019).

Gonnostramatza Project

Per info

Sito web: www.gonnostramatzaproject.it

Facebook: Gonnostramatza Project

Instagram: Gonnostramatzaproject

YouTube: docufilm di Nicola Castangia “Gonnostramatza Project: the movie”; docufilm curato da Marco Cabras e dagli allievi dell’Università di Cagliari “Gonnostramatza Project 2019 - Ricerche Archeologiche in Marmilla


Nuova campagna al Santuario Nuragico di Santa Vittoria di Serri, nel Recinto delle feste

Nuova campagna di scavi presso il Santuario Nuragico di Santa Vittoria di Serri, nel c.d. Recinto delle feste

Recinto delle feste Santuario Nuragico di Santa Vittoria di SerriDal 1 ottobre la Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio di Cagliari ha dato avvio a una nuova campagna di scavi archeologici e di lavori di consolidamento e restauro nel santuario nuragico di Santa Vittoria di Serri, grazie a un finanziamento di € 111.557,18 € ottenuto a valere sulla ripartizione della quota dell'8 per mille dell'IRPEF a diretta gestione statale per l'anno 2016.

Localizzato sul margine orientale della Giara di Serri, altopiano basaltico al confine tra la Trexenta e il Sarcidano, il santuario di Santa Vittoria rappresenta ad oggi uno dei siti più importanti della Sardegna per la ricostruzione della protostoria dell’isola nell’età del Bronzo e del Ferro e per la conoscenza delle pratiche religiose delle popolazioni nuragiche. L’area conosce inoltre una continuità di frequentazione che perdura fino all’età altomedievale.

La scoperta del santuario risale al 1909, quando Antonio Taramelli diede inizio agli scavi archeologici nel sito che proseguirono a più riprese fino al 1931, portando alla luce la maggior parte delle strutture e degli edifici oggi noti e visibili, oltre a importanti reperti archeologici, molti dei quali attualmente esposti nel Museo Archeologico Nazionale di Cagliari. Ulteriori interventi di scavo e restauro vennero condotti a partire dagli anni ‘60 dalla Soprintendenza Archeologica per le province di Sassari e Nuoro, da Ercole Contu, da Fulvia Lo Schiavo e da Maria Ausilia Fadda, a cui si sono aggiunti negli ultimi anni gli scavi in regime di concessione ministeriale realizzati dal Comune di Serri con la direzione del dott. Giacomo Paglietti.

Le indagini in corso interessano in particolare il cd. recinto delle feste, una vasta area situata nel cuore del santuario nuragico costituita da un muro di recinzione ellittico a cui si addossano vari ambienti a pianta circolare, un settore verosimilmente porticato e altre strutture ancora di non chiara definizione. Interpretato da Giovanni Lilliu come luogo di incontro delle genti nuragiche in occasione dello svolgimento delle cerimonie religiose, il complesso necessita indubbiamente di ulteriori approfondimenti di indagine, considerando in particolare che tutta la zona centrale risulta sostanzialmente non ancora scavata e di non facile lettura. L’obiettivo dei lavori in corso è infatti quello di verificare l’articolazione di questi spazi e di indagare, anche alla luce del progresso degli studi in ambito nuragico, la funzione di questo settore centrale nella topografia complessiva del santuario, evidenziando anche eventuali fasi di rioccupazione e frequentazione in età punica, romana e altomedievale.

Il potenziamento conoscitivo della storia del sito e il miglioramento delle condizioni conservative e del percorso di visita risultano fondamentali anche a fronte di un investimento in risorse umane ed economiche fatto negli anni dagli enti locali per garantire i servizi aggiuntivi e la fruibilità dell’area archeologica.

A tale scopo il complesso nuragico di Santa Vittoria assieme ad altri 18 siti archeologici, è stato inserito dalla Soprintendenza anche all’interno di un ulteriore finanziamento finalizzato alla definizione di un sistema museale delle aree archeologiche della Sardegna centro-meridionale, i cui lavori, per un importo complessivo di 3 milioni e mezzo di euro, sono in fase di aggiudicazione. Di questo, 448.686,34 € saranno destinati al proseguimento delle ricerche, al restauro e alla valorizzazione del sito di Santa Vittoria.

Per tutta la durata dei lavori, il cantiere di scavo archeologico sarà visibile al pubblico che visiterà l’area archeologica di Santa Vittoria.

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Il recinto delle feste fu scavato tra il 1929 e il 1931 da Antonio Taramelli, e definito dal Giovanni Lilliu come luogo dedicato alla collettività. Dopo degli interventi negli ultimi decenni da parte di Ercole Contu e Fulvia lo Schiavo, e grazie ad un contributo statale nell'ambito dei fondi a valere sulla ripartizione della quota dell'8 per mille dell'IRPEF a diretta gestione statale per l'anno 2016, è stato possibile programmare l’inizio di una prima campagna di indagine al fine di conservare, valorizzare e salvaguardare tutta l’area. La campagna di scavo è iniziata il primo ottobre del 2019 per un importo di 110.000 euro, grazie ad un progetto della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Cagliari e le province di Oristano e Sud Sardegna che interesserà varie aree archeologiche della Sardegna.

Il progetto di scavo interesserà tutto il villaggio di Santa Vittoria, la prima parte di tale progetto è stata avviata il primo ottobre scorso e la seconda vedrà l’avvio nei prossimi mesi, grazie ad un progetto della Soprintendenza che interesserà varie aree archeologiche del Sud Sardegna.

L’area archeologica di Santa Vittoria di Serri si trova all'estremità sud-occidentale della Giara di Serri, in un'area di oltre venti ettari, solo in parte riportata alla luce a partire dal 1907 grazie alle prime campagne di scavo ad opera dall'archeologo Antonio Taramelli. Dagli studi è emerso che tale sito archeologico abbia goduto di una continuità insediativa, dal periodo nuragico fino all'età medievale, e può essere considerato un grosso e strategico centro religioso, con ampia valenza storico-culturale e artistica.

A partire dalle ore 11:30, nell’area archeologica di Santa Vittoria, verranno presentate le attività di scavo e ricerca nell’area dalla Soprintendente, la Dott.ssa Maura Picciau, della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Cagliari e le province di Oristano e Sud Sardegna, insieme alle direttrici dello scavo, le Dott.sse Gianfranca Salis e Chiara Pilo, entrambe funzionare archeologhe nel medesimo ufficio, e Samuele Antonio Gaviano, Sindaco di Serri.

Altra novità di questo scavo archeologico è che il cantiere archeologico è aperto al pubblico: curiosi, turisti e comunità locale potranno vedere gli archeologi al lavoro.

Dichiarazioni del sindaco di Serri, Samuele Antonio Gaviano: "Continua l’attività di indagine nel Santuario nuragico di Santa Vittoria, e stavolta con un importante scavo curato direttamente dalla Soprintendenza in una delle sue aree più belle ed affascinati, il recinto delle feste. Siamo certi che anche questa campagna contribuirà a scrivere importanti pagine di storia del territorio e della Sardegna.

In questi anni l’Amministrazione comunale ha investito tante risorse per la salvaguardia, la promozione e lo studio di uno dei siti nuragici più importanti del Mediterraneo. Pubblicazioni, scavi, restauri, eventi, opere e infrastrutture per conoscere e far conoscere sempre di più il patrimonio del nostro territorio. E altre risorse importanti sono in arrivo per i prossimi mesi con il Piano Strategico: 250mila euro per nuovi stradelli, impianto di illuminazione e restauri, e 200mila euro per l’apertura del museo del territorio."

Comunicati e foto dal Comune di Serri, lievemente adattati.


in minimis maxima

In minimis maxima

"In minimis maxima", scriveva Plinio il Vecchio riferendosi alla Natura. La frase diventa il titolo di questo originale documentario, artistico e archeologico, in cui la storia della ricerca nel sito paleolitico di Valle Giumentina, in Abruzzo, si intreccia con quella degli studiosi coinvolti nello scavo.
Il film, dei registi Pierre Gaignard e Laura Haby aprirà la giornata di domenica 20 ottobre, alle 17:00, alla "Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea".

#inminimismaxima - Chronique d'une fouille

in minimis maximaNazione: Francia

Regia: Pierre Gaignard, Laura Haby

Consulenza scientifica: Elisa Nicoud

Durata: 52’

Anno: 2018

Produzione: CNRS CEPAM

Sinossi:

Questo film ibrido, artistico e archeologico, invita a pensare l’Umanità di ieri guardando quella di oggi, a meno che non sia il contrario, attraverso ciò che ci lega tutti: i nostri gesti, le nostre tradizioni, i nostri territori, la nostra resilienza, i nostri oggetti tecnici, che si tratti di bifacciali o degli smartphone. L’archeologo e il regista si confrontano con l’assenza di documenti scritti o figurativi. Ciò nonostante, il lavoro di ciascuno di loro è di fornire al pubblico delle vere immagini della Preistoria di Valle Giumentina. Attraverso un va e vieni tra il tempo che passa sul cantiere di scavo e il lungo tempo che si esplora, lo sguardo etnografico si forma, la memoria si sveglia, il discorso storico si scrive.

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

  • Firenze Archeofilm

Informazioni regista:

Pierre Gaignard si è laureato in Belle Arti a Rennes e Lione. Regista, scultore, narratore, dà ai suoi soggetti di ricerca opere eclettiche sotto forma di film o costruzioni metalliche motorizzate.

Laura Haby si è formata in pittura e arte audiovisiva presto le scuole d’arte di Montpellier e Lione e a Fresnoy, presso lo studio nazionale di arti contemporanee. Adesso incentra i suoi film su vari temi di ricerca, combinando storie intime e contesti sociali, linguaggio e modellatura plastica.

Informazioni casa di produzione: http://www.cepam.cnrs.fr/projets/autres-projets/idex-uca-in-minimis-maxima-elisa-nicoud/amp/

Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=i9vDwgtIxZY

Altro (articoli dedicati al film, curiosità, approfondimenti):

http://univ-cotedazur.fr/fr/idex/academies/human-societies-ideas-and-environments/contents/news/inminimismaxima-au-festival-du-film-archeologique-de-florence

Scheda a cura di: Fabio Fancello


rencontre Néandertal

À la rencontre de Néandertal

La IX edizione della "Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea" aprirà con "À la rencontre de Néandertal", documentario prodotto da Fred Hilgemann Films per la regia di Rob Hope e Pascal Cuissot.
La proiezione, in anteprima nazionale, avrà luogo giovedì 17 ottobre alle 17.30 presso l'ex chiesa di S. Benedetto e S. Chiara, che da nove anni rappresenta il baricentro culturale del Comune di Licodia Eubea, grazie all'intervento di recupero dell'Archeoclub Licodia Eubea.

À la recontre de Néandertal

Incontrando i Neanderthal

rencontre Néandertal

Nazione: Francia

Regia: Rob Hope e Pascal Cuissot

Consulenza scientifica: Jean-Luc Locht, Ludovic Slimak

Durata: 52’

Anno: 2019

Produzione: Fred Hilgemann Films in coproduzione con Arte France, France Télévisions & Inrap

Sinossi:

I registi Rob Hope e Pascal Cuissot, specialisti della preistoria, ci portando indietro nel tempo, sulle tracce delle misteriose popolazioni nomadi dei Neanderthal, che vissero nell’Europa nord-occidentale per 300.000 anni, aggirandosi in Francia, Belgio, Paesi Bassi, Germania e Inghilterra meridionale.

Grazie ai ritrovamenti archeologici ed antropologici delle loro tracce, è possibile oggi comprendere la profonda connessione con l’ambiente del primo popolo europeo.

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

  • Festival du film d'archéologie - Amiens - Gaumont, settembre 2019

Informazioni regista:

Rob Hope, originario dell’area di confine tra Scozia e Inghilterra, vive oggi in Francia, dove lavora come regista di film documentari, specializzati in scienze naturali e archeologia (soprattutto preistoria). Ha già realizzato una dozzina di documentari di 52 minuti e anche dei cortometraggi documentari. Alcune delle sue opere hanno ricevuto premi con menzioni speciali all’interno di alcuni festival. Scrive anche articoli per riviste anglosassoni sugli stessi temi.

Informazioni casa di produzione: http://fredhilgemann.frr/ - https://www.inrap.fr

Scheda a cura di: Fabio Fancello

 

La IX edizione della "Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea" aprirà con "À la rencontre de Néandertal"

Homo erectus a tavola. Così tagliava e preparava la carne

Come mangiava l’Homo erectus? Uno studio condotto dalla Sapienza in collaborazione con l’Università di Tel Aviv ha gettato nuova luce sugli strumenti di taglio della carne caratterizzanti la cultura acheuleana. Questa cultura, che risale all’era del Paleolitico inferiore, è caratterizzata dalla produzione e utilizzo di manufatti litici bifacciali a forma di mandorla, lavorati su entrambi i lati e simmetrici.

Foto: SAPIENZA
Università di Roma

Questa tipologia di utensile ha sempre attirato l’attenzione degli studiosi per lo studio delle tecniche di sussistenza dell’Homo erectus, il diretto antenato dei Neanderthal ma studi recenti e approfonditi, hanno portato all’attenzione anche un’ulteriore produzione di piccoli strumenti e schegge che per decenni sono stati ignorati perché considerati prodotti di scarto delle produzioni principali. Nel sito archeologico di Revadim, in Israele, sono state scoperte centinaia di schegge di selce associate alla presenza di numerosi bifacciali, raschiatoi, resti di fauna e anche di elefante.

Flavia Venditti dell’Università di Tel Aviv e membro del Laboratorio di Analisi tecnologica e funzionale di manufatti preistorici della Sapienza e altri studiosi hanno condotto analisi microscopiche su 283 piccole schegge datate 300-500.000 anni, al fine di ricostruirne la modalità di produzione e utilizzo.

Foto: SAPIENZA
Università di Roma

I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Scientific Reports di Nature e hanno evidenziato come questi piccoli elementi non fossero solamente il risultato degli scarti di produzione dei bifacciali, bensì prodotti riutilizzati per la produzione di nuove schegge affilate. Inoltre, ulteriori analisi microscopiche dei segni di usura hanno messo in luce come questi strumenti fossero utilizzati anche durante le diverse fasi di lavorazione delle carcasse animali.

Centosette schegge, in particolare, hanno mostrato chiari segni di usura attraverso specifiche rotture del margine d’uso, segno di utilizzo e di contatto con osso e tessuti animali. Questi dati hanno ricevuto ulteriore conferma grazie alle tracce organiche e inorganiche incredibilmente conservatesi su questi strumenti preistorici.

Foto: SAPIENZA
Università di Roma

Tali residui (come osso, grasso, fibre di collagene) sono stati riconosciuti su 41 schegge e identificati attraverso analisi della loro morfologia, analisi chimica all’infrarosso e analisi ai raggi X, effettuate grazie alla collaborazione con il laboratorio Diet and Ancient Technology (DANTE) e il Dipartimento di Chimica della Sapienza.

“Con questo studio – concludono Flavia Venditti e Cristina Lemorini – abbiamo dimostrato come niente venisse scartato dagli hominins di Revadim: vecchie schegge abbandonate venivano raccolte e riciclate come nuclei per la produzione di piccole schegge affilate utilizzate per macellare carcasse animali ed ottenere il massimo delle calorie indispensabili per il loro sostentamento. Questa produzione litica, ed il suo utilizzo peculiare, riflettono un comportamento molto articolato che ha permesso a queste antiche comunità di prosperare per migliaia di anni”.

 

Riferimenti:

Animal residues found on tiny Lower Paleolithic tools reveal their use in butchery – Venditti F., Cristiani E., Nunziante-Cesaro S., Agam A., Lemorini C., Barkai R. – Scientific Reports, Nature 9, 1-14 (10 Settembre 2019) DOI https://doi.org/10.1038/s41598-019-49650-8

 

 


grotta di Acquacadda Nuxis

Nuove ricerche e scavi dell’Università di Cagliari nella grotta di Acquacadda a Nuxis

Nuove ricerche e scavi dell’Università di Cagliari nella grotta di Acquacadda a Nuxis

grotta di Acquacadda NuxisIl 2 settembre a Nuxis, presso la grotta di Acquacadda prenderà avvio la prima campagna di scavo archeologico diretta dal Professor Riccardo Cicilloni, Docente e Ricercatore di Preistoria e Protostoria presso il Dipartimento di Lettere, Lingue e Beni Culturali dell’Università degli Studi di Cagliari in collaborazione con la Prof.ssa Elisabetta Marini del Dipartimento di Scienze della Vita e dell’Ambiente. Lo scavo si svolgerà per tutto il mese di settembre.

Le attività di scavo e ricerca sono stare rese possibili grazie alla concessione di scavo da parte del MIBAC - Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e si svolgeranno con il contributo della Regione Autonoma della Sardegna, del Parco Geominerario Storico Ambientale della Sardegna e del Comune di Nuxis, con il supporto tecnico dell’Associazione Speleo Club Nuxis, che gestisce l’area, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Cagliari e per le Province di Oristano e Sud Sardegna.

grotta di Acquacadda NuxisL’importante sito preistorico della grotta di Acquacadda (o Grotta de Su Montixeddu), frequentato a scopo funerario almeno dall’età del Rame, è già noto in letteratura in quanto negli anni ’60 del secolo scorso fu oggetto di un primo saggio di uno scavo, ancora praticamente inedito, condotto dalla compianta Prof.ssa Maria Luisa Ferrarese Ceruti, afferente allora all’Università di Cagliari.

Da queste indagini si ricavò una delle prime datazioni radiocarboniche dell’archeologia sarda, che ha fatto sì che la grotta di Acquacadda sia stata citata in numerose pubblicazioni a carattere nazionale ed internazionale.

grotta di Acquacadda NuxisLa ricerca ricade nell’ambito di un progetto più ampio, portato avanti dalla Cattedra di Preistoria e Protostoria dell’Università di Cagliari, mirante all’investigazione delle fasi preistoriche antecedenti alla nascita della civiltà nuragica, con particolare riferimento alle attività di estrazione dei metalli ed alle attività metallurgiche che le popolazioni dell’età del Rame e poi del Bronzo effettuarono a partire dall’inizio del III millennio a.C. L’obiettivo principale delle indagini di scavo sarà quello di indagare il passaggio dalla cultura di Monte Claro (età del Rame) a quella di Bonnanaro (prima età del Bronzo), e capire quale ruolo quest’ultima abbia nella formazione della successiva civiltà nuragica.

La possibilità di riprendere le indagini archeologiche nella Grotta di Acquacadda ha da subito entusiasmato me ed il mio team di collaboratori. L’unione di intenti tra noi, l’amministrazione e lo Speleo Club è stata da subito importante per impostare un lavoro scientifico all’avanguardia e soprattutto duraturo” afferma Riccardo Cicilloni, direttore scientifico dello scavo.

Alla ricerca archeologica sul campo si alterneranno una serie di attività di tipo divulgativo, a cui prenderanno parte studiosi provenienti da più parti d’Europa, tra cui: Annaluisa Pedrotti dell’Università di Trento (31 agosto), di Fernando Molina Gonzalez, Juan Antonio Cámara Serrano e Liliana Spanedda dell’Universidad de Granada (4 settembre), di Valentina Matta dell’Università di Aarhus in Danimarca (11 settembre), di Sabrina Cisci, funzionaria archeologa della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Cagliari e per le Province di Sud Sardegna e Oristano (17 settembre).

La giornata del 31 testimonia un passaggio molto importante nel progetto di valorizzazione delle risorse del territorio in cui l'Amministrazione Comunale ripone molta fiducia. Un percorso ancora lungo, nel quale crediamo e che abbiamo fortemente voluto, convinti possa aggiungere un tassello importante per lo sviluppo futuro delle nostre comunità” afferma Piero Andrea Deias, sindaco di Nuxis, “nutriamo molta fiducia e speranza nei risultati dello scavo, che sarà egregiamente coordinata e condotta dal Prof. Riccardo Cicilloni e dai suoi validissimi collaboratori e studenti, con l'indispensabile supporto logistico dello Speleo Club Nuxis”. “Chiedo ai cittadini e a tutte le Associazioni del nostro paese, in tanti lo hanno già fatto, di condividere, appoggiare e sostenere questo progetto, soprattutto in questa importantissima fase, che vorremmo diventasse, attraverso varie iniziative, un importante esperimento socioculturale per la comunità intera. Sono certo che saremo all'altezza” prosegue il primo cittadino di Nuxis. “Persone da più parti della Sardegna ma anche provenienti dal di fuori dell’isola risiederanno nella nostra comunità per un mese, e per noi anche questo aspetto sarà di fondamentale importanza”.

Alle attività in programma prenderà, infatti, parte un team di circa 30 studenti provenienti da diversi atenei europei e internazionali, oltre quello cagliaritano, le università di Bologna, Granada, Barcellona e Melbourne, coordinati sul campo dagli archeologi Marco Cabras e Federico Porcedda.

Tutto il progetto sarà caratterizzato dalla collaborazione interdisciplinare tra i dipartimenti di Lettere, Lingue e Beni Culturali e quello di Scienze della Vita e dell’Ambiente dell’Università degli Studi di Cagliari, ma non solo. Sono in progetto una serie di analisi archeometriche finalizzate alla ricostruzione della vita delle comunità del tempo. L’obiettivo è quello di ricavare dati sul DNA e sulla dieta delle popolazioni dell’età del Rame sardo, sulle cause di morte degli individui sepolti nella grotta di Acquacadda. Tramite le analisi polliniche si proverà inoltre a ricostruire l’ambiente antico di questa zona del Sulcis. Sui reperti che verranno rinvenuti saranno immediatamente portate avanti una serie di attività laboratoriali: catalogazione, studio dei reperti ceramici, malacologici e metallici, ma anche dei resti osteologici.

Grande importanza verrà data alla comunicazione. Alle attività di studio e ricerca infatti ne saranno affiancate altre finalizzate alla divulgazione dei risultati e ad una maggiore conoscenza del dato scientifico attraverso una serie di iniziative online e offline: social network, scavo aperto al pubblico, seminari e attività con la comunità locale.

Tutto ciò rientra nella cosiddetta “Terza Missione” dell’Università di Cagliari, la quale si pone come obiettivi quelli di favorire l'applicazione diretta, la valorizzazione e l'impiego della conoscenza per contribuire allo sviluppo sociale, culturale ed economico della società.

Per Roberto Curreli, presidente dell’Associazione Speleo Club Nuxis “lo scavo presso la grotta di Acquacadda consiste un quid in più nell’offerta di conoscenza che offre, già da anni, l’ex sito minerario di Sa Marchesa: un polo culturale che man mano si va perfezionando nella divulgazione degli aspetti geologici, speleologici e archeologici di quest’area del Sulcis”.

Conferenza stampa ed inaugurazione delle attività

31 AGOSTO DALLE ORE 10:30

presso sito geo speleo archeologico «Sa Marchesa»

Ex miniera Sa Marchesa – Acquacadda – Nuxis (SU) – incrocio: S.P. 78 km 0,2/S.S. 293 km 50,4

Plus code: 5QJ2+3F Acquacadda, Nuxis CI

Interventi:

Saluti delle autorità regionali e provinciali;

Piero Andrea Deias, Sindaco di Nuxis;

Tarcisio Agus, Presidente del Parco Geominerario Storico Ambientale della Sardegna;

Sabrina Cisci, Funzionario archeologo, Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Cagliari e per le Province di Sud Sardegna e Oristano;

Riccardo Cicilloni, Università di Cagliari, direttore scientifico dello scavo archeologico presso la Grotta di Acquacadda;

Elisabetta Marini, Università di Cagliari, Dipartimento di Scienze della Vita e dell’Ambiente;

Salvatore Buschettu, Presidente Federazione Speleologica Sarda;

Roberto Curreli, Presidente Associazione Speleo-Club Nuxis;

Marco Cabras, archeologo;

Federico Porcedda, archeologo.

DALLE ORE 18:00

Conferenza a tema archeologico

Annaluisa Pedrotti (Professore associato - Università degli Studi di Trento), Ötzi, l’uomo venuto dai ghiacci: le novità della ricerca scientifica.

La conferenza costituisce il primo evento del Ciclo di Conferenze «Incontri di archeologia alla Grotta di Acquacadda. Cinquant’anni di ricerche nel Sulcis-Iglesiente» organizzato dall’associazione speleo club Nuxis.

A seguire intervento dal titolo: Archeologia e viticoltura, a cura dell’Associazione Italiana Sommelier. Per finire degustazione di vini della Cantina di Santadi e dell’Agricola Punica.

Previsto intrattenimento per bambini nel giardino del sito di Sa Marchesa.


inchiostri Egitto

Uno studio rivela la composizione degli inchiostri per tessuti nell’Antico Egitto

Uno studio internazionale, coordinato dal Centro NAST -  Centro interdipartimentale Nanoscienze e Nanotecnologie e Strumentazione dell'Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, ha dimostrato l’utilizzo di inchiostri a base di ferro nell’Antico Egitto, fornendo così nuove informazioni e prospettive riguardo alla genesi degli inchiostri nelle antiche culture mediterranee.

inchiostri EgittoPubblicato su “Scientific Reports”, rivista open access del gruppo editoriale Nature, con il titolo “Egyptian metallic inks on textiles from the 15th century BCE unravelled by non-invasive techniques and chemometric analysis”, lo studio condotto su 19 tessuti dipinti, utilizzando tecniche non invasive, ha permesso di identificare la composizione chimica dell’inchiostro nero utilizzato su lino antico egiziano. 

I tessuti oggetto dello studio fanno parte del corredo funerario della tomba egizia dell’architetto Kha e della moglie Merit, datata XV secolo a.C., una delle più importanti scoperte archeologiche in Egitto condotta, nel 1906, nei pressi del villaggio di Deir el-Medina (Luxor) da Ernesto Schiaparelli (1856-1928), allora direttore del Museo Egizio. Il corredo funerario, ad eccezione di pochi oggetti, fu trasportato a Torino e rappresenta un ununicum in egittologia: si tratta, infatti, del corredo funerario non regale più ampio e completo mai ritrovato.

Poca attenzione era stata prestata finora alla natura e alla tecnologia degli inchiostri usati sui rituali e tessuti di uso quotidiano per l'Antico Egitto

Sebbene finora un grande sforzo di ricerca sia stato dedicato allo studio dei pigmenti e dei coloranti usati nell'antico Egitto per decorare le pareti e gli arredi delle sepolture, o per scrivere su papiro, poca attenzione è stata prestata alla natura e alla tecnologia degli inchiostri usati sui rituali e tessuti di uso quotidiano, che potrebbero aver favorito il trasferimento della tecnologia dell'inchiostro metallico su supporti di papiro e pergamino.

«Abbiamo osservato che gli inchiostri su questi tessuti hanno un aspetto brunastro e hanno corroso le fibre di lino nella maggior parte dei casi – racconta Giulia Festa, autrice dello studio e ricercatrice del Centro Fermi. Questa evidenza ci ha interessato e ne abbiamo quindi studiato la composizione tramite tecniche complementari». 

Un inchiostro metallico a base di ferro, quindi, che potrebbe essere definito un antenato dell’inchiostro ferro-gallico, la cui introduzione è comunemente attribuita al III secolo a.C., come spiega Roberto Senesi del Centro NAST Roma “Tor Vergata”.

 La ricerca dimostra che per produrre un liquido di scrittura nero/marrone non solo sono stati utilizzati i sali di ferro, probabilmente in combinazione con i tannini (ancora da accertare), ma è stata aggiunta anche l'ocra, ottenendo coloranti neri simili a quelli che venivano impiegati dagli indiani Navajo all'inizio del XX secolo. «I nostri risultati – continua Giulia Festa - suggeriscono che gli antichi egizi usavano un tipo di miscela simile già 3.400 anni fa. Perché questa miscela è stata impiegata non è noto; probabilmente, il motivo è legato alla resistenza di questi inchiostri al lavaggio, a differenza del nero carbone. Ma per rispondere a questa, e ad altre domande, con certezza, come la presenza o meno di tannini, sono necessari ulteriori lavori sperimentali per valutare la composizione e la provenienza dei composti di ferro e l’analisi degli inchiostri neri sugli altri oggetti inscritti, provenienti dalla tomba di Kha, come ceramiche, papiri e legno».

Lo studio è parte del progetto di ricerca ARKHA (ARchaeology of the invisible: unveiling the grave-goods of KHA) nell’ambito della convenzione tra l’Università di Roma “Tor Vergata”, il Museo Egizio Torino, il Museo Storico della Fisica e Centro Studi e Ricerche “Enrico Fermi”, la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Torino e l’Università di Milano Bicocca.

inchiostri EgittoLeggi l’articolo pubblicato su Scientific Reports “Egyptian metallic inks on textiles from the 15th century BCE unravelled by non-invasive techniques and chemometric analysis”, Nature, 13 Maggio 2019

Immagini dall' Ufficio Stampa di Ateneo Università degli Studi di Roma "Tor Vergata".


Campi Flegrei eruzione di Masseria del Monte dei Campi Flegrei

Individuata la terza misteriosa grande eruzione dei Campi Flegrei

Individuata la terza misteriosa grande eruzione dei Campi Flegrei

Campi Flegrei eruzione di Masseria del Monte dei Campi Flegrei
La caldera dei Campi Flegrei vista da nord con la citta di Napoli e il Vesuvio sullo sfondo (immagine da Google Earth)

Attribuita ai Campi Flegrei l’origine di una misteriosa grande eruzione che 29mila anni fa ha ricoperto di ceneri l’area del Mediterraneo centrale. A svelarlo, uno studio condotto da Cnr, Ingv, università britanniche di Oxford, Durham, St Andrews, Cnrs francese e Università di California. Il lavoro è stato pubblicato su Geology

È stata la misteriosa grande eruzione di Masseria del Monte dei Campi Flegrei, sconosciuta fino a oggi, a ricoprire di ceneri 29.000 anni fa l’area del Mediterraneo centrale. A individuarne l’origine, un team internazionale di ricercatori dell’Istituto di geologia ambientale e geoingegneria del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Igag), dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), delle Università britanniche di Oxford, Durham e St Andrews, del Cnrs francese e dell’Università di California. Il lavoro Evidence for a large magnitude eruption from Campi Flegrei caldera (Italy) at 29 ka è stato pubblicato su Geilogy.

“Il materiale vulcanico”, spiega Biagio Giaccio, ricercatore del Cnr-Igag, “proiettato nell’alta atmosfera durante le grandi eruzioni esplosive può raggiungere grandi distanze dal vulcano e, ricadendo al suolo, formare sottili coltri di ceneri che ricoprono enormi superfici, fino a milioni di km quadrati”. Sin dagli anni ’70 un livello di ceneri datato a circa 29.000 anni fa è stato ritrovato nei sedimenti lacustri e marini di un’ampia area del Mediterraneo centrale, fornendo la prova indiretta di una grande eruzione avvenuta nella regione. Nonostante questa considerevole evidenza regionale e la sua relativa giovane età, nessuna prova geologica di un simile evento era stata fino a oggi mai trovata nelle aree vulcaniche mediterranee.

“Attraverso indagini stratigrafiche, geochimiche e datazione di rocce vulcaniche dei Campi Flegrei, rinvenute nella periferia settentrionale di Napoli, è stato possibile identificarne l’origine dell’eruzione che distribuì le sue ceneri nell’area”, prosegue Roberto Isaia, ricercatore dell’Ingv-Osservatorio Vesuviano. “Inoltre, attraverso un’elaborazione al computer dei dati di dispersione delle ceneri, eseguita da Antonio Costa, ricercatore dell’Ingv-Bologna, è stato possibile ottenere un modello simulato dell’eruzione di Masseria del Monte dei Campi Flegrei e la stima della sua magnitudo”. Questi dati indicano che la magnitudo (M) dell’eruzione di Masseria del Monte fu 6.6, quindi molto simile a quella della più recente grande eruzione del Tufo Giallo Napoletano (circa 14mila anni fa, M=6.8) i cui depositi formano uno spesso banco di tufo nel sottosuolo della città di Napoli, cavato e utilizzato fin dall’età classica come pietra da costruzione.

“Quella del Tufo Giallo Napoletano”, continua Giaccio, “è la seconda più grande eruzione della storia eruttiva dei Campi Flegrei, inferiore solo all’enorme eruzione dell’Ignimbrite Campana di circa 40mila anni fa che ricoprì la Campania di una spessa coltre di tufo, e le cui ceneri sottili raggiunsero anche la Pianura Russa, a migliaia di km di distanza”. Con l’identificazione dell’eruzione di Masseria del Monte, si aggiunge quindi un terzo evento di grande magnitudo nella storia vulcanica flegrea, che dimezza il tempo di ricorrenza medio delle grandi eruzioni di questo vulcano.

“Questo studio mette in evidenza come, nonostante la lunga storia di ricerca condotta nei Campi Flegrei, le testimonianze geologiche di questo vulcano possano essere frammentarie, difficili da cogliere e non pienamente rappresentative della storia e intensità degli eventi del passato. Da qui l’importanza di un approccio multidisciplinare, che usa e integra dati da archivi sedimentari distali e delle aree vulcaniche, nonché modelli di dispersione delle ceneri, ai fini di una più dettagliata ricostruzione della storia e stima delle magnitudo e stili eruttivi, e quindi della pericolosità, di uno dei vulcani più produttivi dell’Europa”, concludono i due ricercatori.

 

Vedi anche:

 

Testo e immagine dal Consiglio Nazionale delle Ricerche


Time Machine: come liberare i big data del passato

LIBERARE I BIG DATA DEL PASSATO: CA’ FOSCARI NELLA ‘MACCHINA DEL TEMPO’ EUROPEA

L’ateneo nel progetto scelto dalla Commissione europea per sviluppare le future iniziative di ricerca su larga scala

Time MachineVENEZIA - La Commissione europea ha scelto Time Machine tra le sei proposte di iniziative di ricerca su larga scala da sviluppare strategicamente nei prossimi 10 anni. L’Università Ca’ Foscari Venezia è tra i 33 partner europei di questa iniziativa, coordinata dall‘Ecole Polytechnique Federale de Lausanne, che punta ad estrarre e utilizzare i big data del passato. I team di università, organizzazioni e imprese ha ora a disposizione un milione di euro per preparare nel dettaglio il progetto. Time Machine progetterà e metterà a disposizione nuove ed avanzate tecnologie di digitalizzazione e di intelligenza artificiale per esplorare il vasto patrimonio culturale europeo, garantendo l’accessibilità a informazioni che supporteranno futuri avanzamenti scientifici e tecnologici.

“L’Università Ca' Foscari è parte del network di istituzioni scientifiche, costituito da 33 partner e più di 200 altri enti e istituzioni coinvolti, finanziato dalla Commissione Europea per il progetto “Time Machine” nell’ambito del programma quadro Horizon2020 – dichiara il Rettore Michele Bugliesi - Il progetto permetterà alle ricercatrici e ai ricercatori di costruire e quindi di consentire l’accesso aperto a un patrimonio digitale sulla storia del passato conservato negli archivi, nei musei e nelle biblioteche di tutto il mondo. È un risultato di particolare rilievo per la ricerca di Ca’ Foscari in un campo, quello delle digital humanities, che vede il nostro Ateneo in prima linea con i propri gruppi scientifici e i finanziamenti di eccellenza già acquisiti dal MIUR, il finanziamento del Patto di Venezia con l’Università Iuav di Venezia e la partenship con l’Istituto Italiano di tecnologia”.

https://www.instagram.com/p/Bud_gCzlf_v/

Venice Time Machine

Venezia sarà protagonista, con una speciale ‘macchina del tempo’. Ca’Foscari, infatti, ha saputo negli anni costruire un polo di conoscenze trasversali nell’ambito di beni culturali e una solida rete di legami con le istituzioni locali depositari di questi beni come archivi, musei e biblioteche. Il suo ruolo fondamentale nella Venice Time Machine sarà sfruttare al meglio le conoscenze archivistiche, della storia del libro, dell’archeologia, della storia e storia dell’arte del paleografia, epigrafia e la lingua veneta per lavorare fianco a fianco con ingegneri, fisici, chimici, informatici e progettare una piattaforma multi-funzionale che potrebbe avere interessanti ricadute economiche sui settori di smart tourism, creative industries e GLAM (Galleries, Libraries, Archives, Museums).

“L'idea dietro la Venice Time Machine - spiega Dorit Raines, professoressa di Archivistica e coordinatrice scientifica del progetto per Ca’ Foscari -  è che estraendo milioni, miliardi di dati autenticati e inseriti in piattaforme interoperabili, interrogabili e ad accesso libero, saremmo in grado di porre nuove domande soprattutto riguardo a strutture e narrazioni invisibili che raccontano la storia di Venezia da una prospettiva diversa o che ci fanno comprendere sia a livello micro e macro i processi economici, sociali e culturali che hanno contribuito a plasmare Venezia così com'è oggi”.

Uno dei più avanzati sistemi di intelligenza artificiale

Time Machine creerà tecnologie avanzate di intelligenza artificiale per dare significato alla massa di informazioni contenute nei complessi archivi storici. Questo renderà possibile la trasformazione di dati frammentati in conoscenza utile per il settore industriale. Si parla di contenuti che spaziano dai manoscritti industriali e oggetti storici a smartphone e immagini satellitari. In sostanza, una grande infrastruttura di calcolo e digitalizzazione mapperà l’intera evoluzione sociale, culturale e geografica dell’Europa. Considerando la scala e la complessità senza precedenti dei dati, la tecnologia di Time Machine avrà anche il potenziale per creare un forte vantaggio competitivo per l’Europa nella corsa allo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

https://twitter.com/TimeMachineEU/status/1100081816998998017

Un’alleanza unica e un network di città

Time machine promuove un’alleanza europea unica nel suo genere, che comprende le maggiori organizzazioni accademiche e di ricerca, le istituzioni per la salvaguardia del patrimonio culturale e aziende private che colgano l’enorme potenziale della digitalizzazione e i percorsi scientifici e tecnologici che possono essere aperti attraverso il sistema informativo che verrà sviluppato, basato sui Big Data del passato. In aggiunta alle 33 istituzioni centrali che verranno finanziate dalla Commissione Europea, più di 200 organizzazioni di 33 paesi parteciperanno alle iniziative, comprese 7 biblioteche nazionali (Austria, Belgio, Francia, Israele, Paesi Bassi, Spagna, Svizzera), 19 archivi di stato (Belgio, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Ungheria, Lituania, Malta, Norvegia, Polonia, Romania, Slovenia, Spagna, Slovacchia, Svezia e Svizzera), musei di fama internazionale (Louvre, Rijkmuseum), 95 istituzioni accademiche e di ricerca, 30 aziende europee e 18 enti pubblici.

Time Machine è anche un network di città in continua crescita. Il progetto si basa su un modello di “franchise”, che riunisce studiosi, organizzazioni per il patrimonio culturale, enti pubblici e gruppi di volontari attorno a specifici progetti integrati, incentrati su temi riguardanti la città. La partecipazione di un gran numero di volontari a queste iniziative locali di Time Machine, è un altro elemento chiave per assicurare la sostenibilità a lungo termine del progetto. Al momento si stanno sviluppando Time Machine locali a Venezia, Amsterdam, Parigi, Gerusalemme, Budapest, Regensburg, Norimberga, Dresda, Antwerp, Ghent, Bruges, Napoli, Utrecht, Limburg e molte altre. Nei prossimi 12 mesi, Time Machine crescerà come una grande comunità fatta di comunità, che condivideranno tutte una piattaforma standardizzata, con strumenti più efficaci.

Il percorso

All’inizio del 2016, la Commissione Europea, tenne una consultazione pubblica della comunità ricercatrice al fine di raccogliere idee sulle sfide della scienza e della tecnologia, da affrontare nelle future edizioni di FET Flagships. A fine 2016, il Commissario Oettinger organizzò una tavola rotonda con alti rappresentanti degli Stati Membri, dell’industria e del mondo accademico. Vennero individuate le 3 macro-aree nelle quali agire con gli interventi delle FET Flagships: “ICT e società connessa”, “Salute e scienze della vita” e “Energia, ambiente e cambiamento climatico”. Come risultato di questa decisione, nell’ottobre 2017 è stata lanciata una call per azioni preparatorie riguardanti future iniziative di ricerca, come parte del programma operativo di  Horizon 2020 FET 2018. Su 33 proposte ricevute, 6 sono state selezionate per essere attuate, dopo un processo di doppia valutazione da parte di esperti indipendenti di alto livello.
Le 33 istituzioni che riceveranno parte del finanziamento del valore totale di 1 milione di euro per sviluppare Time Machine:

  1. Ecole Polytechnique Federale De Lausanne
  2. Technische Universitaet Wien
  3. International Centre For Archival Research
  4. Koninklijke Nederlandse Akademie Van Wetenschappen
  5. Naver France
  6. Universiteit Utrecht
  7. Friedrich-alexander-universitaet Erlangen Nuernberg
  8. Ecole Nationale Des Chartes
  9. Alma Mater Studiorum - Università Di Bologna
  10. Institut National De L'information Geographique Et Forestiere
  11. Universiteit Van Amsterdam
  12. Uniwersytet Warszawski
  13. Universite Du Luxembourg
  14. Bar-ilan University
  15. Universita Ca' Foscari Venezia
  16. Universiteit Antwerpen
  17. Qidenus Group Gmbh
  18. Technische Universiteit Delft
  19. Centre National De La Recherche Scientifique
  20. Stichting Nederlands Instituut Voor Beeld En Geluid
  21. Fiz Karlsruhe- Leibniz-institut Fur Informations Infrastruktur Gmbh
  22. Fraunhofer Gesellschaft Zur Foerderung Der Angewandten Forschung E.V.
  23. Universiteit Gent
  24. Technische Universitaet Dresden
  25. Technische Universitat Dortmund
  26. Oesterreichische Nationalbibliothek
  27. Iconem
  28. Instytut Chemii Bioorganicznej Polskiej Akademii Nauk
  29. Picturae Bv
  30. Centre De Visió Per Computador
  31. Europeana Foundation
  32. Indra
  33. Ubisoft

Link del Progetto Time Machine

Sito ufficiale: https://timemachine.eu/

Twitter: @TimeMachineEU

Instagram: @timemachineeu

 

Foto Pixabay di Gkenius

Testo da Ufficio Comunicazione Università Ca' Foscari Venezia