Pompei. Si restaurano le colonne della Casa del Fauno

Dopo anni di vicende travagliate si procede al restauro delle colonne dell’atrio secondario della Casa del Fauno, una delle abitazioni più grandi e sontuose della città antica situata nella Regio VI, 12. 1-8. La domus che risulta essere fra le case più sontuose dell’intera città, occupa un intero isolato e si estende all’incirca su un’area di 3.000mq. L’abitazione nelle forme attualmente visibili è il risultato di due fasi costruttive risalenti al II sec. a.C.

La sua fama si deve al ritrovamento del mosaico di Alessandro in battaglia ad Isso contro Dario III di Persia che consta di circa 1 milione e mezzo di tessere e risulta essere una copia di un celebre dipinto realizzato dal pittore greco Filosseno di Eretria. Probabilmente i proprietari della domus dovevano avere rapporti con un atelier di origine alessandrina che si occupò anche dell’esecuzione dei restanti mosaici della casa, mentre una tesi poco accreditata vuole il mosaico un originale alessandrino saccheggiato dalla Grecia e portato a Roma.

colonne Casa del Fauno
Restauro delle colonne della Casa del Fauno. Foto: Parco Archeologico di Pompei

La casa del Fauno è stata colpita durante i bombardamenti aerei del settembre 1943 e ha subito numerosi danni. Due bombe precipitarono sull’abitazione e una di queste colpì l’atrio che conduceva alla zona privata della casa radendo al suolo tre delle quattro colonne corinzie in tufo dell’atrio.

Nel 1946 si procedette alla ricostruzione di queste secondo gli usi dell’epoca, utilizzando grappe in ferro e malte cementizie che successivamente non si rivelarono materiali idonei ai fini della conservazione. Anche nel 1980, successivamente al disastroso terremoto, furono effettuati lavori di conservazione sulle colonne ma anche questi procedimenti si rivelarono estremamente dannosi.

colonne Casa del Fauno
Restauro delle colonne della Casa del Fauno. Foto: Parco Archeologico di Pompei

I recenti lavori di restauro hanno permesso di recuperare in maniera integrale l’atrio tetrastilo intervenendo con procedure idonee secondo i dettami del restauro dell’antico e del moderno. Sono dunque stati rimossi tutti quegli elementi non più idonei e che anzi nel tempo avrebbero causato ulteriori danni alla conservazione (elementi metallici, stuccature cementizie e  malte di restauro non più capaci  di sostenere le varie parti) per sostituirli con nuovi materiali di restauro più stabili e duraturi. Su tutte le colonne, infine, per salvaguardare i materiali originali in pietra, stucco ed intonaco (già consumati dal vento e dalle piogge) sono state eseguite operazioni di pulitura, trattamento biocida, stuccatura, consolidamento, protezione.

colonne Casa del Fauno
Restauro delle colonne della Casa del Fauno. Foto: Parco Archeologico di Pompei

Si tratta di un importante intervento, atteso da anni – dichiara Massimo Osanna, Direttore Generale ad interim del Parco archeologico - che consente di restituire alla pubblica fruizione un altro ambiente di questa prestigiosa dimora, che reca in sé la testimonianza di un capitolo drammatico di Pompei, quello del bombardamento. Come testimoniato anche dai resti degli ordigni conservati, allo scopo, nell’atrio. Un intervento complesso di consolidamento, che ha inteso risolvere in maniera radicale il restauro delle colonne per lunghi anni lasciate in condizioni conservative precarie. Ma anche una operazione di riqualificazione e di recupero estetico, realizzata uniformando e integrando i materiali di restauro. “

https://www.youtube.com/watch?v=dL06lscdaLs&feature=youtu.be

 

 


restauro mosaico Alessandro

Partono le attività di restauro del Mosaico di Alessandro al MANN

Partono le attività di restauro del Mosaico di Alessandro
Il Direttore del MANN, Paolo Giulierini: "Scriviamo una pagina importante per la storia del Museo
e la conservazione dei beni culturali"
La supervisione è dell'Istituto Centrale per il Restauro
Entro luglio 2021, sarà ultimato il cantiere, visibile al pubblico durante i lavori
Foto del Mosaico della Battaglia di Isso tra Alessandro Magno e Dario di Persia (fine II/ inizi I sec. a.C.), partono le attività di restauro. Credits: Pedicini Fotografi

In rete per il “Gran Musaico”a fine mese, partirà la campagna di restauro del Mosaico della Battaglia di Isso, capolavoro che rappresenta un simbolo, universalmente noto, dei tesori custoditi dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Il restauro, che sarà concluso a luglio, è realizzato con la supervisione dell’Istituto Centrale per il Restauro (ICR); le attività diagnostiche sono promosse in rete con l’Università del Molise (UNIMOL) ed il Center for Research on Archaeometry and Conservation Science (CRACS).

"Con l'avvio, nel 2021, del restauro del Mosaico di Alessandro, scriviamo insieme una pagina importante nella storia del Museo Archeologico Nazionale di Napoli e quindi della conservazione dei beni culturali. Sarà un restauro grandioso,  che si compirà sotto gli occhi del mondo. Un viaggio entusiasmante lungo sette mesi ci attende: dopo il minuzioso lavoro preparatorio, studiosi ed esperti  si prenderanno cura con le tecniche più avanzate  del nostro iconico capolavoro pompeiano, raffigurante la celebre battaglia di Isso. La tecnologia e le piattaforme digitali ci consentiranno di seguire le  delicatissime operazioni, passo dopo passo, in una sorta di 'cantiere trasparente', come mai accaduto prima.  Per realizzare  una  operazione così  ambiziosa e complessa è stata attivata dal MANN una rete di collaborazioni scientifiche e di partnership  di grande prestigio", commenta il Direttore del MANN, Paolo Giulierini.
Immagini delle attività di diagnostica sul mosaico del MANN. Credits: Pedicini Fotografi
Lo stato dell'arte: guardando indietro nel tempo, le ragioni del restauro.
Milioni di tessere ed una superficie di eccezionale estensione (5,82X 3,13 m): nella casa del Fauno di Pompei, il mosaico, che decorava il grande pavimento dell'esedra, era al centro di una ricca “architettura” iconografica. Agli occhi degli scopritori, nel 1831, il capolavoro non soltanto si rivelò nell'unicità e nelle dimensioni della scena rappresentata, ma anche nello stato sostanzialmente buono di conservazione: le ampie lacune riscontrate riguardavano, infatti, la sezione sinistra dell'opera, senza “intaccare” il fulcro della raffigurazione. Fu travagliata, in ogni caso, la decisione di distaccare il mosaico, per trasportarlo nel Real Museo Borbonico: dopo circa 12 anni di accesi dibattiti, una commissione espresse parere favorevole e l'opera, il 16 novembre 1844, fu messa in cassa e condotta lentamente da Pompei a Napoli, su un carro trainato da sedici buoi.
 Durante il tragitto, all'altezza di Torre del Greco, un incidente minacciò l'integrità del mosaico: l'opera fu sbalzata a terra e, soltanto nel gennaio del 1845, venne aperta la cassa per verificare l'integrità del capolavoro che, fortunatamente, non aveva subito danni. La prima collocazione della Battaglia di Isso fu, dunque, il pavimento della sala CXL, secondo il progetto iniziale di Pietro Bianchi; fu Vittorio Spinazzola, nel 1916, a definirne la nuova sistemazione a parete nelle riallestite sale dei mosaici. Da allora, in oltre un secolo, il “Mosaico dei record” ha catturato, con la sua bellezza magnetica, l'attenzione dei visitatori di tutto il mondo: dietro il fascino di un'opera senza tempo, si sviluppa il lavoro di scienziati ed esperti per garantire manutenzione e conservazione del nostro capolavoro. L'attività di restauro del mosaico è ontologicamente complessa: conservazione, collocazione, peso (verosimilmente sette tonnellate) e rilevanza storico-artistica del manufatto enfatizzano la necessità di un progetto esecutivo puntuale e delicatissimo. Il mosaico di Alessandro presenta, infatti, diverse criticità conservative, consistenti sostanzialmente in distacchi di tessere, lesioni superficiali, rigonfiamenti ed abbassamenti della superficie. In particolare, la zona centrale destra è affetta da una visibile depressione; rigonfiamenti puntuali sono presenti lungo il perimetro del mosaico, probabilmente dovuti a fenomeni di ossidazione degli elementi metallici dell’intelaiatura lignea posta in opera durante il trasferimento del 1916. Sono presenti, inoltre, microfratture ad andamento verticale e orizzontale, nonché una lesione diagonale, già oggetto di velinatura nel corso di precedenti restauri. Negli ultimi venti anni, la necessità di un restauro complessivo si è resa chiara grazie anche alle indagini diagnostiche eseguite: alle ragioni conservative si sono associate le esigenze di una migliore lettura organica dell'opera.
Immagini delle attività di diagnostica sul mosaico del MANN. Credits: Pedicini Fotografi

Due i momenti significativi nell'iter diagnostico effettuato: nel 2015, con il contributo di IPERION CH.it e del CNR-ISTI di Pisa, si è documentato lo stato di fatto dell’opera, in relazione ai materiali costitutivi, distinguendoli da quelli riconducibili ai restauri effettuati in epoca antica e moderna. Nel 2018, con la partecipazione dell’Università del Molise e del CNR, è stato eseguito il rilievo di dettaglio del mosaico, mediante fotogrammetria ad alta risoluzione: al modello tridimensionale dell'opera si è aggiunta l’indagine tramite georadar per verificare le condizioni del supporto. Tali operazioni hanno consentito anche di mettere in evidenza fratture e fessurazioni non visibili ad occhio nudo, così come anomalie negli strati costitutivi il supporto.

restauro mosaico Alessandro
Immagini delle attività di diagnostica sul mosaico del MANN. Credits: Pedicini Fotografi
Il progetto: metodologia e fasi esecutive.
 Un percorso in fieri, tra diagnostica, tecnologia e restauro.
 Alla luce degli studi realizzati, sembra probabile che i fenomeni di deterioramento siano dovuti essenzialmente all’ossidazione dei supporti in ferro del mosaico ed al degrado delle malte: a questi fattori può attribuirsi l’accentuata depressione che interessa la parte centrale/destra del pannello musivo. Tale stato di fatto è certamente aggravato dal peso del mosaico e dalla posizione verticale, entrambe cause cui può essere ricondotto lo scorrimento verso il basso dello strato più superficiale di malta e tessere. Per avere un quadro esaustivo sulle effettive condizioni dell’opera, è stata prevista una nuova campagna di indagini diagnostiche, effettuate dall’Università del Molise e dal CRACS (Center for Research on Archaeometry and Conservation Science); le indagini interesseranno anche la fase esecutiva del restauro. Un'attenzione particolare riguarderà, inoltre, le condizioni microclimatiche ed ambientali, non soltanto per comprenderne l'eventuale incidenza nel processo di degrado del mosaico, ma soprattutto per individuare le migliori condizioni espositive future, in termini di illuminazione e parametri termoigrometrici. Il progetto di restauro, connotato dal principio del minimo intervento e finalizzato alla conservazione dell'integrità materiale dell'opera nello stato in cui si trova, si articolerà in due fasi diverse: tra i due momenti, sarà effettuata la movimentazione del mosaico. La movimentazione si rende necessaria per esplorare la parte retrostante la battaglia di Isso, verificare lo stato del supporto e definire compiutamente gli interventi conservativi complessivi da realizzare.
restauro mosaico Alessandro
Immagini delle attività di diagnostica sul mosaico del MANN. Credits: Pedicini Fotografi

 

 PRIMA FASE (gennaio- febbraio 2021):
 L’intervento ipotizzato, da eseguirsi in situ mediante l’allestimento di un cantiere visibile, è finalizzato alla messa in sicurezza della superficie musiva prima della movimentazione dell’opera.
 In questa fase, il mosaico sarà oggetto di:
  • Accurata ispezione visiva e tattile di tutta la superficie, preliminare alla successive lavorazioni;
  • pre-consolidamento delle tessere e degli strati di malta distaccati;
  • pulitura;
  • velinatura con idonei bendaggi di sostegno su tutta la superficie attualmente visibile.
In un momento immediatamente successivo, previa apposizione di un tavolato ligneo di protezione, nonché di un'idonea intelaiatura metallica di sostegno, il mosaico sarà rimosso dall'attuale collocazione, mediante un sistema meccanico di movimentazione appositamente progettato. L’indagine diretta sarà accompagnata da ulteriori analisi strumentali, grazie alle quali si definiranno gli interventi di restauro ipotizzati nella prima fase della progettazione, stabilendo le azioni da eseguire sul supporto per garantire la conservazione del manufatto. 
restauro mosaico Alessandro
Immagini delle attività di diagnostica sul mosaico del MANN. Credits: Pedicini Fotografi
SECONDA FASE (aprile- luglio 2021):
La seconda ed ultima fase esecutiva del restauro, quindi, interesserà, innanzitutto, il supporto del mosaico: le lavorazioni saranno eseguite, dunque, sulla superficie retrostante dell'opera.
Per tutelare le tessere musive, che, in tale frangente, non saranno visibili perché coperte dal tavolato ligneo di protezione, un significativo contributo tecnologico sarà fornito dalla TIM: la realizzazione di appositi smart glasses, indossati direttamente dai restauratori, consentirà di monitorare costantemente la corrispondenza tra la zona di intervento e la relativa superficie non visibile.
Le strumentazioni permetteranno, con una metodologia assimilabile a quella utilizzata in chirurgia: 1) la proiezione in scala 1:1 della parte frontale del mosaico su una apposita superficie, che potrebbe essere una parete o un telo appositamente collocato in loco. La proiezione sarà non soltanto uno strumento di lavoro per i restauratori, ma renderà fruibile dal pubblico quanto accade nel cantiere; 2) l’associazione alla proiezione di una serie di parametri geofisici desunti dalle indagini: questi parametri potranno essere interrogati dagli operatori in tempo reale, analizzando tutti i dati inerenti al manufatto nel suo complesso (supporto e superficie). Terminato l'intervento sul supporto, si prevede la rimozione dei bendaggi posti durante la fase iniziale d'intervento ed il completamento del restauro con operazioni di pulitura, ulteriori ed eventuali consolidamenti, trattamento protettivo finale. Il progetto di restauro, così, diverrà un'occasione per valorizzare, anche nella percezione dei visitatori, non solo il complesso percorso di ricerca, ma anche la metodologia adottata: in questa esperienza, la dimensione progressiva, puntuale ed attenta delle diverse fasi di lavoro, sarà una componente essenziale per sottolineare l'interconnessione di contributi e professionalità, alla base di un evento di rilevanza internazionale. 
restauro mosaico Alessandro
Il Mosaico della Battaglia di Isso tra Alessandro Magno e Dario di Persia (fine II/ inizi I sec. a.C.), partono le attività di restauro. Credits: Pedicini Fotografi
Testo e immagini dall'Ufficio Comunicazione MANN sulle attività di restauro del mosaico della Battaglia di Isso tra Alessandro Magno e Dario di Persia. Crediti di tutti gli scatti: Pedicini Fotografi

Tutti uniti contro il barbaro! Riflessioni sul Panegirico di Isocrate

L’antichità greca ci ha tramandato un corpus cospicuo di orazioni che non solo fungono da insostituibile fonte per la comprensione dei fenomeni giuridico-politici della Grecia classica e post-classica, ma che risultano anche essere dei veri e propri libelli d’arte nei quali la parola – l’‘arma’ prediletta dagli oratori! – è declinata secondo le diverse abilità retoriche.

Tra i discorsi degni di menzione va annoverato il Panegirico di Isocrate, probabilmente composto intorno al 380 a.C. Il titolo dell’orazione isocratea si spiega con le Panegire, una festa religiosa cui partecipava una gran moltitudine di greci e durante la quale erano soliti essere premiati gli atleti più meritevoli.

Nei primissimi capitoli del suo discorso, Isocrate si scaglia contro gli organizzatori delle gare atletiche che si tenevano durante la celeberrima festa religiosa dal momento che a ricevere magnificenti premi erano soltanto coloro che esibivano lo sfarzo del corpo a discapito, invece, di chi, con il saggio uso della parola e dello spirito, si batteva per il bene dell’intera comunità, infatti l’oratore così si esprime: «[…] se gli atleti avessero anche il doppio della loro forza fisica, l’umanità non ci guadagnerebbe nulla, ma se un solo uomo è saggio, tutti quelli che vogliono condividerne le idee possono trarne vantaggio».

Alla premessa iniziale, Isocrate fa seguire l’argomento principale del suo discorso: una Grecia coalizzata contro il pericolo persiano. I contenuti dell’orazione non si distinguono per originalità, perché già utilizzati dai predecessori, ma sono trattati dal logografo secondo uno stile ed una argomentazione degna della più alta oratoria.

Nel periodo in cui Isocrate ‘mette mano’ al Panegirico, Atene è nelle mani degli spartani, vincitori della feroce e più che ventennale guerra peloponnesiaca, culminata con la distruzione delle mura del Pireo ad opera del generale Lisandro nel 404 a.C. e con la breve instaurazione oligarchica ad Atene.

Panegirico Isocrate Mura Pireo
Le mura del Pireo furono ricostruite solo nel 393 a. C. Immagine ad opera di Ernest Dudley Heath (1867-1945) e tratta dal libro Hutchinson's History of the Nations (1915). Pubblico dominio

Ci sarà stato un evento che avrà spinto Isocrate a comporre un’orazione di questo genere? È la pace di Antalcida del 386 a.C., stipulata tra Sparta e la Persia, a segnare profondamente il logografo che additerà agli spartani uno degli errori più gravi: aver consegnato, praticamente, il popolo greco al Gran Re persiano. In uno dei capitoli finali della sua orazione, Isocrate afferma, per l’appunto: «[…] la cosa più ridicola di tutte è che noi, del trattato [la pace di Antalcida], osserviamo scrupolosamente soltanto gli articoli peggiori […] quelli […] che ci coprono di vergogna e hanno consegnato al barbaro molti dei nostri alleati […]. Chi infatti non sa che trattati sono quelli che contengono disposizioni uguali ed imparziali per entrambi i contraenti, e invece ordini quelli che mettono in condizione di inferiorità uno dei due contro ogni giustizia?».

Le condizioni imposte dal trattato di pace non sono gradite ad Isocrate, il quale, con il Panegirico, tenta di porre rimedio ad una situazione, ormai, ben che compromessa. L’obiettivo del logografo è legato al tentativo – che risulterà vano! – di riconciliare i diversi popoli greci, soprattutto ateniesi e spartani, per fronteggiare un’ultima e decisiva guerra contro il barbaro d’Oriente.

Il presupposto della conciliazione è fondato, a detta dell’oratore, su due poli fondamentali: da un lato, il valore di Atene e del suo popolo, dall’altro, l’iniziale ‘amicizia’ tra ateniesi e spartani. Su quest’ultimo punto Isocrate si mostra piuttosto modesto e si limita a ricordare come due popoli afferenti ad una stessa area geografica, la Grecia per l’appunto, si siano strenuamente battuti, agli inizi del V a.C., per sconfiggere la fitta armata persiana. Al contrario, sul primo punto, Isocrate (si badi, è un panegirico, dunque un discorso d’elogio) si effonde in una serie di lodi che, diremmo, offuscano la realtà dei fatti.

Atene è resa, dall’oratore, l’esempio più riuscito di città-stato alla guida di un imperium vincente, motivo per cui in un nuovo conflitto versus il barbaro persiano spetterebbe ad Atene mantenere le redini dell’imperium, proprio come, secondo Isocrate, gli stessi Ateniesi avevano fatto, agli inizi del V a.C., durante il primo scontro contro i persiani. L’argomentazione isocratea non mira a gettare discredito sulle altre popolazioni greche, ma ad ingigantire l’efficienza ateniese che, al contrario, si è mostrata tutt’altro che perfetta!

Di Atene Isocrate elogia l’autoctonia, motivo per cui spetta agli ateniesi il primato tra i popoli della Grecia, infatti l’oratore afferma: «Noi infatti non abbiamo dovuto cacciare un altro popolo per abitare questa terra, né l’abbiamo occupata deserta, né dopo esserci mescolati a razze diverse: la nostra stirpe è pura e originaria, perché occupiamo da sempre la terra sulla quale siamo nati, autoctoni quali siamo e nelle condizioni di dare alla nostra città gli stessi nomi dei genitori: solo a noi fra tutti i Greci spetta il diritto di chiamarla nutrice, patria e madre» (il mito dell’autoctonia ateniese è spesso utilizzato come motivo d’elogio della città-stato). Inoltre, Atene è ben voluta dagli Dèi – si pensi al mito di Demetra – , oltre che fondatrice di nuove colonie, ha pure instaurato la miglior forma di governo che una città-stato potesse avere: la democrazia.

Anfora a figure nere dalla bottega di Exekias (540 a. C. circa), raffigurante due guerrieri che lottano sul corpo di un caduto. Probabilmente Aiace ed Ettore che lottano per il corpo di Patroclo. Immagine CC0

Tutti questi elementi fungono da contorno al discorso di Isocrate che mira a persuadere l’uditorio sulla necessità di un cambiamento, di un ritorno al passato e di un’emancipazione sociale che risolleverebbe le sorti di una Grecia sull’orlo del baratro.

La necessità di una riconciliazione tra Atene e Sparta crea il presupposto per un’ulteriore riflessione finalizzata ad sostenere ulteriormente il proposito di Isocrate. Nei capitoli finali del Panegirico, l’oratore elogia il coraggio mostrato nei secoli dai popoli greci chiamando in causa la tradizione poetica ed, in ispecie, Omero. Quali erano, per gli antichi greci, le epopee più gradevoli all’ascolto, se non quelle relative alla guerra troiana, prima, e persiana, poi? Isocrate, infatti, è convinto che: «[…] la poesia di Omero gode di una fama così superiore alle altre proprio perché ha tessuto uno splendido elogio dei Greci che combatterono contro i barbari». In entrambi i conflitti, i popoli della Grecia, afferma l’oratore, hanno dato prova di grande valore, mostrando sia solidità che unione e, soprattutto, si sono riuniti per fronteggiare il vero nemico ‘pubblico’. Al contrario, ogni disfatta greca è giudicata, dal logografo, un vero e proprio rito funebre. Allora perché non permettere ad un nuovo poeta di decantare ulteriori gesta di un popolo greco pronto a respingere il ‘grido’ persiano?

La volontà isocratea di ripristinare l’‘età dell’oro’ (da intendere gli inizi del V a.C. sino all’epoca periclea) in cui regnava concordia tra i popoli greci e coesione militare si mostra un vero e proprio azzardo dal momento che, agli inizi del IV a.C., quando Isocrate compose il Panegirico, Atene stava attraversando uno dei periodi più turbolenti della sua storia: l’egemonia spartana e l’effimera avanzata dei tebani di Epaminonda. I tanto nominati persiani rappresentavano sì il nemico ‘storico’ per eccellenza, ma ormai si avviavano ad una terribile decadenza che culminerà con la fuga di Dario III e la vittoria di Alessandro il Grande che darà inizio ad un nuovo e florido periodo: l’Ellenismo.

Opliti che vanno alla carica, mentre i peltasti lanciano i giavellotti. Il tutto sotto la pioggia di frecce nemiche. Immagine realizzata da F. Mitchell, Department of History, United States Military Academy e tratta da un libro di May, Elmer; Stadler, Gerald; Votaw, John; Griess, Thomas (series ed) (1984). Si tratta del contributo Classical Warfare: The Age of the Greek Hoplite all'interno di Ancient and Medieval Warfare: The History of the Strategies, Tactics, and Leadership of Classical Warfare, New Jersey, United States: Avery Publishing Group, p. 4. Pubblico dominio

(Le traduzioni dei passi dell’orazione sono cavate dall’edizione BUR (1993) delle Orazioni di Isocrate a cura di Chiara Ghirga e Roberta Romussi).


“L’Egitto di Belzoni”: in mostra a Padova il "forzuto" agli albori dell'egittologia

Gli inizi dell'archeologia in generale e dell'egittologia in particolare, al di là della curiosità, a volte morbosa, che le rovine scatenarono nell'antichità e nel Medioevo, avvenne tra la fine del XVIII secolo e la prima metà del XIX secolo, essendo  da una serie di nomi che anche per "i non addetti ai lavori" sono già quasi familiari: Jean-François Champollion o Karl Richard Lepsius; altri sarebbero William Flinders Petrie, Bernardino Drovetti, Henry Salt, John Gardner Wilkinson, Amelia Edwards, Ippolito Rosellini… Però probabilmente il più importante di tutti fu Giovanni Battista Belzoni.

​Belzoni, nativo di Padova, allora facente parte alla Repubblica di Venezia, nacque nel 1778. Aveva non meno di tredici fratelli e, poiché suo padre era un barbiere modesto in perenne lotta per la sopravvivenza di una famiglia tanto numerosa, un adolescente Giovanni fu inviato a Roma, la città da cui proveniva la sua famiglia paterna (che era anche in migliori condizioni economiche), per guadagnarsi da vivere. Tuttavia, la sua idea era un'altra: aveva una profonda vocazione religiosa che lo spingeva a prendere in considerazione di entrare in un monastero. Pensate a come sarebbe avrebbe cambiato il suo futuro - e quello dell'egittologia - se avesse esaudito questo desiderio. Tuttavia, si verificò un evento imprevisto: nel 1798 le truppe francesi occuparono la città, revocarono l'autorità del Papa e proclamarono la Repubblica Romana; sembra che Belzoni avesse preso parte ad qualche intrigo e che, minacciato di essere imprigionato, decise di fuggire il più lontano possibile. ​
Ritratto di Giovanni Belzoni ad opera di Jan Adam Kruseman (1824)(Artdaily.com), conservato al Fitzwilliam Museum, pubblico dominio

Così, nel 1800 cercò di ricominciare daccapo e si trasferì nei Paesi Bassi, esercitando l'ufficio imparato da suo padre. Questa nuova vita non durò però non a lungo; dopo tutto, Napoleone aveva trasformato quel territorio nella Repubblica Batava e il pericolo di essere riconosciuto e detenuto era sempre presente, anche nel caso in cui fosse riuscito a passare inosservato (grazie al suo aspetto settentrionale e ai capelli rossi). Tre anni dopo si trasferì in Inghilterra. E fu in quel Paese che incontrò sua moglie, Sara Bane, l'artefice del totale cambiamento della vita del giovane Belzoni. Sara era uno spirito irrequieto e convinse il suo futuro marito - si sarebbero sposati nel 1813 - a unirsi a un circo itinerante con cui giravano il paese.​
Belzoni superava i due metri e aveva una costituzione robusta, che avrebbe fatto invidia ai migliori influencer e body builder di Instagram. Il suo contributo al mondo circense consisteva in dimostrazioni di forza - era il classico "forzuto" - finché non andò ad esibirsi all'Astley's Anphitheatre, un prestigioso circo permanente situato nel quartiere londinese di Lambeth. Lì si interessò ad altre sfaccettature di quel mondo, come la cosiddetta "fantasmagoria" (una sorta di spettacolo spaventoso, basato sulla proiezione di immagini terrificanti: scheletri, fantasmi, demoni...) con una lanterna magica. Il nostro connazionale si interessò così tanto a questa forma di proiezione che iniziò a studiare ingegneria meccanica - qualcosa che era già iniziato durante il suo soggiorno a Roma - progettando ingegnosità idrauliche che applicò anche nelle esibizioni circensi di Covent Garden. Tutto ciò gli sarebbe stato parecchio utile in futuro. ​
Nel 1812 lasciò l'Inghilterra per un tour europeo. Visitò la Spagna, l'Olanda, il Portogallo e Malta, non perdendo mai l'occasione (da bravo italiano) di vendere il progetto per una ruota panoramica totalmente idraulica che aveva concepito. Questo è esattamente ciò che gli ha permise di mettersi in contatto con un diplomatico egiziano, Ismael Gibraltar, interessato ad al progetto dato che il pascià d'Egitto, Mehmet Ali, stava perseguendo una politica di modernizzazione e voleva espandere le aree in crescita. Così Belzoni visitò per la prima volta il paese dei faraoni e, anche se l'esperienza non fu così soddisfacente come si aspettava - dato che alla fine il pascià respinse l'invenzione - lui decise di rimanere.​
Giovane Memnone Ramesse II
Il "Giovane Memnone", in realtà Ramesse II, statua in granito (1270 circa a. C.), conservata al British Museum. Foto di Nina Aldin Thune, CC BY-SA 3.0

Durante questo periodo progettò nuove cose ingegnose, questa volta destinate a facilitare il trasporto di grandi blocchi di pietra, poiché era consuetudine rimuoverli dagli antichi monumenti, per riutilizzarli in edifici moderni. Inoltre, attraverso lo storico svizzero Jacob Burckhardt, che era in visita in Egitto (e con il quale strinse amicizia) poté mettersi in contatto anche con Henry Salt, il console britannico. Costui gli assegnò una missione: andare a Tebe per prendere l'enorme busto di Ramses II (che all'epoca tutti chiamavamo Giovane Memnone per errore, ma questa è un'altra storia...) che decorava il tempio di quest'ultimo, il Ramesseum, e trasferirlo al British Museum, così come autorizzato da una firma (ordine) del pascià. La "statuetta" pesava sette tonnellate e Belzoni dovette attingere a tutte le sue conoscenze e trucchi circensi per poterla spostare; ci riuscí sollevandola per mezzo di leve e rulli, proprio come, molto probabilmente, era stato fatto nell'antico Egitto. Fu un duro lavoro che lo tenne occupato per diciassette lunghi giorni e con più di centotrenta uomini, finché raggiunse il fiume, dove imbarcarono il "piccolo" reperto.​
Il successo di questa impresa gli aprì la porte ad altre commissioni analoghe, quasi tutte dovendo superare difficoltà complesse. Ad esempio, un obelisco che stava trasportando in barca fino ad Alessandria si inabissò nelle acque del Nilo e dovette salvarlo costruendo una sorta di ponteggio acquatico.​
Giovanni Battista Belzoni
Giovanni Battista Belzoni, come da raffigurazione nel suo libro Narrative of the Operations and Recent Discoveries Within the Pyramids, Temples, Tombs and Excavations in Egypt and Nubia and of a Journey to the Coast of the Red Sea, in search of the ancient Berenice; and another to the Oasis of Jupiter Ammon, Londra, John Murray, 1820

Nel 1815 accompagnò William Beechey, il segretario di Salt, in un viaggio ad Abu Simbel per vedere come potevano scavare i templi scavati nella roccia, scoperti da Jacob Burckhardt un paio di anni prima. Questi ultimi erano coperti da migliaia di tonnellate di sabbia, che rendevano impossibile l'accesso al loro interno. Il nostro Belzoni dovette dimettersi, deluso, ma tornò nel 1817, accompagnato dalla moglie che colse l'occasione per lasciare testimonianze scritte della vita delle donne egiziane. Questa volta, con tanto sforzo e pazienza, Belzoni riuscì a rimuovere abbastanza sabbia da scoprire parzialmente l'ingresso, di modo da poter entrare in cerca di pezzi per collezionisti. Non trovò quasi nulla ed è per questo che i templi, sia quelli di Ramses II che di Nefertari, ricaddero nell'oblio per qualche altro anno. ​
Nello stesso anno, Belzoni scavò nella Valle dei Re, dove scoprì - tra le altre cose - le tombe dei faraoni Ay e Ramesse I, e dissoterrò tutti gli oggetti per venderli (sigh). So che adesso griderete tutti allo scandalo, ma questo atteggiamento non dovrebbe sorprendere, poiché in quella prima metà del XIX secolo l'archeologia era, fondamentalmente, una raccolta di pezzi e reperti per i collezionisti e lo spoglio era visto come normale per il bene della scienza che, naturalmente, aveva sede in Europa occidentale. Ecco perché Belzoni non esitò a portare via le cose senza il loro contesto e non esitò neanche a far saltare in aria i coperchi dei sarcofago (con la dinamite) in cerca di gioielli.​
Il nostro forzuto connazionale era una miscela tra l'avventuriero e il collezionista, ma fu anche grazie al suo lavoro che l'egittologia ha cominciato a prendere forma. ​
Dal momento che scoprì anche la tomba di Seti I (che fu battezzata la Tomba di Belzoni perché, non avendo ancora tradotto Champollion la scrittura geroglifica, non si sapeva a chi apparteneva), studiò i templi di File, di Edfu e di Elefantina, ed effettuò scavi in Karnak.​

Giovanni Battista Belzoni
La firma di Giovanni Battista Belzoni all'interno della piramide di Chefren. Foto di Jon Bodsworth (www.egyptarchive.co.uk), Copyrighted free use
Nel 1818, dopo un viaggio in Terra Santa (accompagnato dalla moglie Sara), dedicò la sua attenzione alle piramidi di Giza, convinto che - contrariamente alla visione dei suoi compagni - avrebbe trovato le cose di interesse proprio al loro interno. Divenne così il primo ad entrare in quella di Chefren (dove lasciò un'enorme iscrizione col carbone che diceva "Scoperta da G. Belzoni 2 mar. 1818"). Fu anche il primo a visitare El-Wahat el-Bahariya, un'oasi nel mezzo del deserto che Alessandro Magno avrebbe superato sulla strada per Siwa (in realtà, vi costruí solo un tempio lì), e nell'indagare le rovine del porto Berenice sul Mar Rosso (costruito da Tolomeo II). ​
A questo punto Belzoni e sua moglie erano stati in Egitto per sei anni e per un totale di ben venti anni fuori dall'Inghilterra: decisero così di farvi ritorno. Lo fecero nell'autunno del 1819 e - ça va sans dire - portandosi dietro il sarcofago di Seti I come bagaglio a mano.​

Giovanni Battista Belzoni
Giovanni Battista Belzoni è raffigurato in un medaglione a Palazzo della Ragione, opera di Rinaldo Rinaldi (1793-1873), foto di Colin Rose

 

Se tutto questo che avete letto e scoperto vi ha interessato, allora vi consiglio vivamente di fare un salto alla mostra “L’Egitto di Belzoni”, visitabile al Centro Culturale Altinate - San Gaetano di Padova fino al 28 Giugno 2020.​
La sua città natale gli rende omaggio con una una mostra che vuole raccontare una vita avventurosa e ricca di imprese. Il percorso espositivo alterna sistemi di visita tradizionali a momenti di grande impatto emotivo, grazie a tecnologie immersive, effetti multisensoriali ed enormi riproduzioni in scala reale. Gli ambienti storici, ricostruiti con la massima precisione, diventano spazi scenici che coinvolgono in spettacoli teatrali e in giochi d’acqua virtuali.​
Inoltre, da buon nerd quale sono, non posso che consigliarvi una lettura edita niente meno che da Sergio Bonelli Editore dal titolo "Il Grande Belzoni". Il talentuoso Walter Venturi ha ricreato magistralmente il mondo e la vita di Belzoni in forma di fumetto.​
Giovanni Battista Belzoni
Raffigurazione di Giovanni Battista Belzoni dal libro Viaggi in Egitto ed in Nubia, Tomo I, Livorno, 1827.