Népmese napja, la Giornata della fiaba popolare ungherese

Népmese napja, la Giornata della fiaba popolare ungherese

 

Csontváry Kosztka Tivadar, Magányos cédrus ("Il cedro solitario"), olio su tela (1907), Csontváry Museum. Foto di Szilas in pubblico dominio

Il 30 settembre ricorre l’anniversario della nascita di Benedek Elek (1859-1929), scrittore, traduttore, giornalista, pedagogista ed etnografo ungherese che dedicò la sua vita alla raccolta delle fiabe popolari da lui definite «tesori dell’anima del popolo ungherese». Per la sua intensa attività di raccolta, scrittura e traduzione di fiabe popolari, Benedek viene ancora oggi ricordato come il nagy mesemondó, il grande narratore di fiabe. Dal 2005, su iniziativa della Magyar Olvasástársaság (“Società ungherese di lettura”), il 30 settembre è divenuto, proprio in onore di Benedek, la Giornata della fiaba popolare (népmese napja), che coincide con la Giornata mondiale della traduzione.

Cresciuto ascoltando i racconti popolari degli anziani della natia Kisbacon, paesino della Transilvania passato alla Romania in seguito al Trattato di Trianon (4 giugno 1920), Benedek maturò ben presto uno spiccato interesse per la cultura popolare, in particolar modo per la favolistica ungherese. Fin da giovane prese parte ad alcune spedizioni etnografiche in compagnia dell’amico Sebesi Jób grazie al quale entrò in contatto con la Kisfaludy Társaság, società letteraria di cui divenne membro dal 1900. Le fiabe raccolte in questo frangente vennero pubblicate nel 1882 in Székelyföldi gyűjtés (“Raccolta della terra dei secleri[1]”). Benedek si dedicò anche alla traduzione e alla riscrittura di fiabe classiche, tratte principalmente dalle Mille e una notte e dalle Kinder- und Hausmärchen dei Gebrüder Grimm che confluirono in varie raccolte intitolate Kék, Piros, Ezüst, Arany mesekönyv (“Libro di fiabe azzurro, rosso, argento, d’oro”). La sua opera monumentale fu Magyar mese- és mondavilág (“Mondo delle fiabe e delle leggende ungheresi”), raccolta originariamente in cinque volumi, pubblicata tra il 1894 e il 1896 in occasione dei festeggiamenti del Millennium, i mille anni di presenza degli ungheresi nel Bacino dei Carpazi.

Benedek Elek, foto di ignoto (1924) in pubblico dominio

Il contributo di Benedek Elek fu fondamentale per promuovere il rinnovamento della letteratura ungherese nei secoli XIX e XX: a lui spetta il merito di aver creato il vero e proprio canone della fiaba popolare ungherese. Il suo primo pensiero fu quello di rendere le fiabe popolari ungheresi accessibili a tutti, in modo che potessero essere lette con diletto da giovani e anziani che ne avrebbero tratto «beneficio per l’anima». Si chiese pertanto quale fosse la lingua da impiegare nei testi delle fiabe, in quanto ciascuna era trasmessa in una variante dialettale differente. All’epoca non erano ancora stati pubblicati studi sulle tecniche traduttologiche, ma ciononostante Benedek rese unitari i testi delle fiabe sia dal punto di vista stilistico che linguistico e lo fece non impiegando la lingua ungherese standard in sostituzione ai dialetti, bensì si adoperò per creare una nuova variante che potremmo chiamare Benedek Elek-i népnyelv (la “lingua popolare di Benedek Elek”). Essa ha come base l’ungherese moderno di uso comune ma viene arricchita con un gran numero di elementi dialettali, quali modi di dire, proverbi, oppure semplicemente con espressioni arcaicizzanti tipiche della cultura popolare. Per Benedek era essenziale “consegnare” alle nuove generazioni la favolistica ungherese quale testimone della quotidianità, degli affanni e delle gioie del proprio popolo. “Consegnare” è volutamente rimarcato, in quanto è lo stesso Benedek a impiegare questa espressione (átad in ungherese) nel peritesto di chiusura alla raccolta Magyar mese- és mondavilág, intitolato Itt a vége (“Questo è tutto”). Consegnare le fiabe alle nuove generazioni è un modo per sensibilizzare la loro anima e trasmettere i valori del popolo ungherese in quanto:

Il popolo ungherese ha riversato anche nelle fiabe le eccellenti caratteristiche che lo contraddistinguono da ogni altro popolo: la sua immaginazione coraggiosa che vola in alto, ma tenendo ben saldi sani princìpi lontani dalla smoderatezza e dall’esagerazione; il suo umorismo inesauribile, le sue narrazioni geniali; il suo amore per il linguaggio costumato che offende molto di rado la pudicizia e il sentimento morale; […].[2]

Secondo Benedek le pubblicazioni rivolte ai ragazzi costituivano uno dei generi letterari più difficili, in quanto anche lo scrittore più geniale avrebbe fallito se al talento non avesse affiancato un profondo sentimento e un immenso amore per il mondo fanciullesco. Nella sua teoria pedagogica che ebbe modo di formulare “operando sul campo” come editore di riviste per ragazzi, i giovani dovevano incontrare la letteratura tradizionale in compagnia di genitori, pedagoghi e scrittori ai quali spettava il compito di favorire la loro lelkesítés, ovvero entusiasmarli e incoraggiarli nella lettura. In questo ambito Benedek affermò si operare come magvető (“seminatore”) e gyűmölcsfaültető (“piantatore di alberi da frutto”) in grado di fornire al seme o alla pianticella il giusto nutrimento letterario affinché possa sviluppare radici profonde e dare buon frutto, forgiando la propria identità. Era pertanto fondamentale che la letteratura fosse di alta qualità, in modo che potesse essere impiegata non solo tra le mura domestiche, ma anche negli istituti scolastici che allora non disponevano di testi adeguati per la formazione dei ragazzi. Durante la sua breve esperienza politica (1887-1902), Benedek ebbe modo di presentare in Parlamento le questioni che più gli stavano a cuore, ovvero quelle relative alla letteratura giovanile, poesia popolare, lingua nazionale e all’istruzione pubblica. Nello specifico egli insistette nella necessità di finanziare la scuola pubblica e le case editrici, settori che versavano in condizioni misere, nonché la necessità di disporre di buone traduzioni di opere letterarie straniere in ungherese, al fine di educare i ragazzi alla fratellanza attraverso un’educazione multiculturale.

In onore all’operato di Benedek, desidero proporvi una fiaba popolare ungherese da lui raccolta e da me tradotta in lingua italiana, unendo pertanto le due passioni (la favolistica e la traduzione) che fino all’ultimo sostennero la “stanca mano” di Elek apó (“nonno Elek”) per trasmettere la letteratura e il folklore ungherese.

 

 

Réka királyné sírja (“La tomba della regina Réka”), contenuta in Magyar mese- és mondavilág

 Nel famoso bosco di Rika[3], sulla sponda del ruscello Rika[4], sotto una gigantesca roccia riposa Réka, la moglie di Attila.

Vi ho già raccontato che il potente re degli unni, ogni volta che ritornava dalla battaglia, si ritirava nel bosco di Rika. Gli piaceva abitare qui. Nel bosco di Rika si trovava il colle di Hegyes-tető[5]: qui si ergeva il palazzo di Attila dove abitava con la moglie Réka e i tre figli belli e prodi.

Un giorno Réka fece attaccare quattro focosi puledri alla carrozza dorata foderata di velluto e si fece condurre tra le siepi e i fossati del bosco di Rika.

Proprio mentre i destrieri stavano galoppando sulla collina di Bikás-tető[6], un toro inferocito venne incontro alla carrozza, muggendo in modo terribile. I destrieri si spaventarono, galopparono per monti e valli, attraverso siepi e fossati, ad un tratto la carrozza si capovolse, e la regina Réka precipitò nel ruscello di Rika, morendo di una morte orribile.

Ad Attila fu portata la notizia, come pure il corpo morto della regina Réka. Un panno nero a lutto avvolse la corte di Attila: era morta la regina che il popolo amava intensamente.

La camera ardente per la regina Réka durò tre giorni. Nel frattempo la triste novella venne portata in ogni luogo abitato dagli unni: da ogni dove venivano uomini, donne, bambini per vedere ancora una volta, seppur nella bara, la buona regina.

La regina Réka fu sepolta il quarto giorno e nel momento della sepoltura tutte le persone vennero allontanate dal bosco di Rika, affinché nessuno sapesse dove Réka sarebbe stata sepolta. Il corpo venne posto in una tripla bara: la prima era dell’oro più puro, la seconda di bell’argento chiaro e la più esterna di metallo.[7] Dopodiché quattro schiavi sollevarono la tripla bara e la portarono giù, lungo la sponda del ruscello di Rika, e qui la misero sotto l’enorme roccia dove ancora oggi si trova – la può vedere chiunque vi si rechi –, scavarono una fosse molto profonda e vi posero la tripla bara. Poi ricoprirono per bene la fossa, nascondendola con zolle erbose: non rimase traccia che qualcuno vi fosse stato sepolto.

Nel frattempo Attila se ne stava sul colle di Hegyes-tető da solo e quando si presentarono al suo cospetto i quattro schiavi, li abbatté con la propria spada, gettandoli giù dalla cima.

La regina Réka poteva dormire in pace, nessuno avrebbe disturbato la sua tomba. Prima che giungesse qualcuno, le belve del bosco avevano già divorato i cadaveri dei quattro schiavi e di essi non era rimasta neppure la polvere.

Questa enorme roccia si trova ancora oggi lungo la sponda del ruscello Rika, sotto di essa dorme pacificamente la regina Réka, nessuno turberà la sua silenziosa tranquillità.

 

 

Bibliografia di riferimento

Zanchetta 2020. Benedek Elek, C’era una volta o forse non c’era. Fiabe cosmologiche ungheresi, traduzione e cura di Elisa Zanchetta, Vocifuoriscena, Viterbo 2020.

La copertina del libro C’era una volta o forse non c’era… Fiabe cosmologiche ungheresi che traduce e analizza fiabe popolari con testo ungherese a fronte, tratte dall’opera Magyar mese- és mondavilág di Benedek Elek: il volume è a cura di Elisa Zanchetta e pubblicato da Vocifuoriscena nella collana Bifröst

Note:

[1] Ungherese székely (plurale székelyek). A differenza della concezione occidentale di Attila, gli ungheresi, e in particolare i secleri, sono molto fieri delle loro supposte origini unne. Molte e svariate sono infatti le ipotesi relative alle origini dei secleri, alcune delle quali vorrei menzionare brevemente. Anonymus nei Gesta Hungarorum (1200-1210 ca.) scrisse che i secleri facevano parte delle genti di re Attila che avevano aiutato i magiari a stabilitisi nel bacino dei Carpazi, precedendoli e sconfiggendo i popoli presenti in quest’area; secondo un’altra leggenda, i secleri sarebbero stati i tremila prodi che Csaba, il figlio prediletto di Attila, avrebbe lasciato nel Bacino dei Carpazi (definito Attila földje, “terra di Attila”) affinché occupassero il suolo mentre lui sarebbe ritornato in Scizia a prendere i magiari che non avevano voluto in precedenza seguirlo (cfr. la fiaba A Hadak útja, “La via delle schiere”, contenuta nel volume Magyar mese- és mondavilág).

[2] Zanchetta 2020, pp. 349-350

[3] Rika-erdő.

[4] Rika-patak.

[5] Letteralmente “cima del monte”, rilievo (482 m) situato lungo l’ansa del Danubio dal quale si può godere di una splendida vista del territorio circostante.

[6] Letteralmente “cima del toro”, collina (300 m) che si trova nella città di Eger in Ungheria settentrionale, capoluogo della provincia di Heves.

[7] Secondo Prisco di Panio, fu Attila a essere posto in una tripla bara, l’interna d’oro massiccio, l’intermedia d’argento massiccio e l’esterna di ferro e poi adagiata in una semplice fossa di cui non sarebbe rimasta traccia alcuna. Anche Jordanes riferì che nottetempo «seppellirono il suo corpo in terra, sigillando le sue bare, la prima con l’oro, la seconda con l’argento e la terza con la forza del ferro» (cit. in Scalabrini 1997). Questa informazione è ripresa anche nella fiaba intitolata A hadak útja (“La via delle schiere”), anch’essa contenuta nella raccolta di Benedek Elek, la quale narra invece che la bara sarebbe stata posta sul fondale di un corso d’acqua (probabilmente il ruscello di Rika?). Nella riscrittura della leggenda di Attila fornita da Komjáthy István (1917-1963) nel suo Mondák könyve (“Libro delle leggende”, 1964), sarebbe stato un sogno di Réka (qui nella variante Ríka) a predire come sarebbe stata la sepoltura del marito: «Attila koporsója: Napkirály hajfonata, Hold mosolya és Éjfél pillantása legyen» («La bara di Attila dovrà essere [come] la treccia del Re del Sole, il sorriso della Luna e l’occhiata della Mezzanotte»). Al che il saggio Torda, che secondo alcune leggende sarebbe stato il capo unno padre di Bendegúz, nonché nonno di Attila, fornisce la seguente interpretazione: «Attilának a föld alatt is palotát kell epíteni. Koporsóba kell tenni. Hármas koporsóba. Aranyba, ezüstbe és vasba. Ezt jelenti Napkirály hajfonata, Hold mosolya és Éjfél szempillantása» («Bisogna costruire un palazzo per Attila anche sottoterra. Deve essere sepolto in una bara, una tripla bara d’oro, d’argento e di ferro. Questo sta a significare treccia del Re del Sole, sorriso della Luna e occhiata della Mezzanotte»).

Népmese napja
Népmese napja, la Giornata della fiaba popolare ungherese

Giorgio Ravegnani Venezia prima di Venezia

Venezia prima di Venezia. Mito e fondazione della città lagunare

Venezia è una città ricca di storia, di arte, di bellezza, le cui origini sono alquanto oscure. Il volume curato da Giorgio Ravegnani, Venezia prima di Venezia. Mito e fondazione della città lagunare, si propone pertanto di far luce sulle fonti in nostro possesso relative a questa illustre città, con l’intento di rendere meno oscuro il processo che ha portato alla sua formazione e al suo successivo sviluppo.

Giorgio Ravegnani Venezia prima di Venezia
La copertina del saggio di Giorgio Ravegnani, Venezia prima di Venezia. Mito e fondazione della città lagunarepubblicato da Salerno Editrice (2020)

Il primo capitolo, rivolto all’età romana, si apre con una contraddizione che potremmo definire concettuale, dal momento che non esisteva a quel tempo una Venezia come la conosciamo noi oggi: nelle lagune in cui sarebbe sorta la città non c’erano altro che alcuni insediamenti, oltre alla civiltà dei Veneti sviluppata sulla terraferma. A partire da questo dato, Ravegnani ripercorre dal punto di vista geografico il territorio veneto in un modo così preciso che permette di farci immaginare, anche a molti secoli di distanza, i diversi centri abitativi della regione, nonché l’intensa rete viaria e fluviale da cui essi erano percorsi. In questo excursus sull’area veneta ci si rivolge anche all’elemento fisico più tipico di questo territorio, la laguna, facendo così riferimento anche a testimonianze letterarie come quelle di Cassiodoro e Procopio. La trattazione della “Venezia romana” si conclude ricordando i numerosi danni subiti dalle invasioni barbariche del V secolo, che ebbero proprio come terreno privilegiato di scontro l’area veneta.

Nel capitolo successivo continua la trattazione delle vicende storiche del territorio lagunare, riconoscendo come l’arrivo dei Bizantini in Italia segni di fatto la genesi della città veneziana. In particolare, sono tre i momenti storici analizzati come preludio della nascita di Venezia: la guerra greco-gotica (535-553), l’invasione longobarda e l’età degli esarchi. Si tratta dunque di un capitolo prettamente storico, ma questo non esclude riferimenti a fonti letterarie o epigrafiche che permettono di comprendere meglio il clima di questo periodo di guerre, e anche come esso fosse vissuto dalla gente comune. A riguardo, è interessante un passaggio del De bello Gothico di Procopio in cui, descrivendo la strage causata dalla carestia del 538, si nota come certe persone fossero così oppresse dalla fame da mangiare anche carne umana (Procopio, De bello Gothico, VI, 20, 27-30). Ugualmente, per l’età degli esarchi, si cita l’iscrizione in memoria dell’esarca Isacio (625-643) collocata nella chiesa di S. Vitale a Ravenna, nella quale si esaltano il suo valore al servizio dell’Impero Bizantino e la sua morte gloriosa in battaglia.

I tre momenti analizzati nel secondo capitolo, come già accennato, sono un preludio della genesi di Venezia, che, come afferma Ravegnani, “nacque bizantina”. Alle origini della città si rivolge pertanto il terzo capitolo, nel quale si passano in rassegna le diverse fonti sulla fondazione, che in generale contrappongono due filoni: il primo vedeva una discendenza dagli antichi abitanti della laguna, con alcune teorie sul legame dei Veneziani con la Gallia o con la città di Troia; il secondo, invece, collocava le origini di Venezia al tempo delle invasioni degli Unni di Attila. Riportando tali leggende, si ricorda anche quella relativa al patrono S. Marco e alla traslazione del suo corpo da Alessandria d’Egitto, con la successiva costruzione della chiesa in onore del santo. Il capitolo si conclude ripercorrendo le vicende dell’invasione longobarda e dello scontro con l’Impero Bizantino, in seguito al quale le genti del luogo inizieranno a trasferirsi nella laguna dando finalmente vita alla Venezia marittima. Seguendo dunque un percorso che intreccia storia e leggenda, Ravegnani discute e vaglia le varie fonti in modo critico, cercando di far luce sulle origini della città lagunare e di renderle anche un po’ meno oscure.

Il capitolo successivo continua la trattazione della storia di Venezia, discutendo vari momenti significativi del suo periodo bizantino: la separazione tra la Venezia continentale e quella marittima a seguito di alcuni contrasti religiosi, l’istituzione del duca (o doge) e la fine dell’esarcato. Vi sono poi riferimenti ad eventi della storia bizantina che coinvolsero anche Venezia, come per esempio i contrasti religiosi che nel 553 portarono alla condanna dei Tre Capitoli (Teodoreto di Cirro, Iba di Edessa, Teodoro di Mopsuestia) oppure la ribellione all’iconoclastia propugnata dall’imperatore bizantino Leone III (717-741). Una certa rilevanza è data anche alle testimonianze archeologiche, soprattutto di epoca prebizantina, ritrovate nell’area urbana di Venezia e in altre località vicine. È interessante, per esempio, come l’esistenza del ceto tribunizio nel territorio lagunare sia testimoniata da un’iscrizione di un sarcofago di Jesolo, città che tra l’altro in origine era chiamata Equilium per l’allevamento di cavalli praticato dai cittadini. Il capitolo si conclude con la progressiva indipendenza, o meglio dire affrancamento, di Venezia da Bisanzio, sia dal punto politico che culturale.

L’ultimo capitolo si rivolge al riavvicinamento di Venezia e Bisanzio, analizzando il periodo che va dalle scorrerie degli Arabi alla quarta crociata del 1204. Per Venezia questo riavvicinamento significò un ingente numero di privilegi da parte dell’Impero, costituiti da elargizioni in denaro, proprietà e anche concessioni di carattere commerciale. Dopo questa prima parte, riguardante uno dei momenti più belli della storia bizantina, il capitolo discute ancora il rapporto tra le due potenze, mostrando la ripresa del modello bizantino in vari ambiti. Riguardo all’arte veneziana si ricorda, per esempio, come l’attuale Basilica di S. Marco, iniziata nel 1063, ebbe a modello la chiesa dei SS. Apostoli di Costantinopoli; sotto il profilo politico, allo stesso modo, si nota come il sistema della coreggenza, già presente nell’Impero, fosse adoperato per la successione al potere dei dogi. E proprio con la figura del doge si conclude il capitolo, notando un progressivo ridimensionamento del suo potere con la nascita del sistema comunale.

Interno della Basilica di S. Marco aVenezia. Foto di Tango7174, CC BY-SA 4.0

Per trarre alcune riflessioni conclusive, possiamo dire che il volume di Giorgio Ravegnani, Venezia prima di Venezia. Mito e fondazione della città lagunare costituisce un importante strumento per conoscere o approfondire le origini e la storia di una delle città più affascinanti d’Italia. Come si è cercato di far notare in questa recensione, spesso l’autore intreccia l’aspetto prettamente storico a quello aneddotico e leggendario, citando numerose fonti che permettono di confrontarci sia con avvenimenti realmente accaduti che con tradizioni tramandate nel corso del tempo. Possiamo dunque riconoscere come l’obiettivo del volume, già espresso in qualche modo nel titolo, sia stato raggiunto perfettamente da Ravegnani, che grazie alle diverse testimonianze è riuscito a rendere meno oscuro un capitolo come quello delle origini di Venezia. Far luce su questo argomento è sicuramente un elemento aggiuntivo negli studi sulla città lagunare, qualcosa che ci rende più consapevoli dello sviluppo di Venezia per come la conosciamo oggi.

Foto Flickr di Juliette Gibert, CC BY-SA 2.0

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Prima Diffusa Attila Milano Teatro alla Scala

Milano: la “Prima diffusa” torna con “Attila” di Giuseppe Verdi

Cultura

La “Prima diffusa” torna in città con “Attila” di Giuseppe Verdi

Più di 40 luoghi e spazi della città interessati da oltre 50 tra concerti, reading e installazioni gratuiti; 37 proiezioni in diretta dal Teatro alla Scala

Milano, 21 novembre 2018 – Dal 1° al 9 dicembre, il Comune di Milano e Edison portano in città l’energia dell’opera che inaugura la stagione 2018/2019 del Teatro alla Scala, “Attila” di Giuseppe Verdi diretto da Riccardo Chailly e con la regia di Davide Livermore, trasmesso in diretta mondiale da Rai, grazie alla settima edizione della Prima diffusa che accenderà oltre 40 luoghi e spazi della città con più di 50 eventi gratuiti tra proiezioni, rievocazioni, laboratori, reading e performance, incontri e conferenze dedicati all’opera di inaugurazione della stagione scaligera.

“Questa ottava edizione di Prima diffusa - uno dei primi progetti di partecipazione artistica e culturale promossi dalla città di Milano - conferma la bontà di una scelta che punta a condividere emozioni e bellezza con un pubblico sempre più ampio grazie a un programma che, ad ogni edizione, diventa sempre più ricco e diffuso – ha dichiarato l’assessore alla Cultura Filippo Del Corno –. Anche questa nuova edizione infatti porta la Prima della Scala fuori dal teatro e la diffonde in città, consentendo una grande partecipazione a questo appuntamento così importante per la nostra città”.

“Siamo orgogliosi di annunciare per l’ottavo anno consecutivo la collaborazione di Edison con il Comune di Milano e con il Teatro alla Scala in occasione di Prima diffusa – dichiara Marc Benayoun, amministratore delegato di Edison –. In questi anni abbiamo costantemente fornito la nostra energia per alimentare un’idea e un progetto innovativi ed esclusivi per la ‘nostra’ città di nascita e in collaborazione con un’icona milanese – il Teatro alla Scala – che da sempre crea e rappresenta una delle maggiori eccellenze italiane nel mondo. Edison da oltre 130 anni produce e diffonde energia al Paese. Da allora, l’energia è evoluta, è più intelligente, più pulita, più versatile, è sempre più vicina alle persone. Siamo emozionati nel pensare che grazie a Prima diffusa l’energia Edison diventa anche una razionale forma di magia.”

“Rendere la Scala sempre più aperta e accessibile è per noi un impegno fondamentale –, afferma il Sovrintendente Alexander Pereira –. Per tutto l’anno coinvolgiamo il nostro pubblico attraverso convegni, proiezioni, serate a prezzo ridotto: Prima diffusa è il momento in cui grazie alla collaborazione del Comune di Milano e di Edison il teatro dialoga con la città in modo più intenso e capillare portando le riprese realizzate dalla Rai in cinema, teatri e luoghi di aggregazione. Attila di Verdi con la direzione del M° Chailly e la regia di Davide Livermore è un titolo particolarmente adatto, per il valore musicale ma anche per i moltissimi rimandi storici e culturali”.

Il cuore della Prima diffusa 2018 tornano ad essere le proiezioni in diretta dell’opera inaugurale della stagione scaligera, in collaborazione con Teatro alla Scala e RAI, che ne cura le riprese e la diffusione in diretta su Rai 1 e via satellite. Trentasette luoghi di proiezione nei nove municipi della città e fuori città. Molti i luoghi simbolici come gli Istituti penitenziari San Vittore e Cesare Beccaria, la Casa dell’Accoglienza ‘Enzo Jannacci’, il Teatro Rosetum, ma anche nuove sedi come i tre grandi alberghi Hotels Four Points by Sheraton, Double Tree by Hilton e Grand Hotel Villa Torretta. Sempre più ampio il numero delle proiezioni in diretta nei municipi: dal Barrio’s al MuDeC, dal Borgo Sostenibile Figino a Villa Scheibler, dal Teatro Munari fino al Mercato Comunale Ferrara.
Molte delle proiezioni sono precedute da guide all’ascolto a cura dell’Accademia Teatro alla Scala.

Il Teatro alla Scala accompagnerà il pubblico alla scoperta dell’opera di Giuseppe Verdi attraverso diversi eventi, tra cui l’incontro del Maestro Riccardo Chailly con i loggionisti giovedì 22 novembre, l’inaugurazione venerdì 23 novembre del ciclo “Note di storia” con cui la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli offre un inquadramento storico e sociale delle opere in cartellone - che costituirà il primo incontro pubblico con Davide Livermore - per culminare con l’ormai tradizionale quanto atteso, appuntamento con gli studenti universitari della città, ripreso da Rai Cultura, che il Maestro Riccardo Chailly incontrerà prima di una prova aperta a loro riservata martedì 27 novembre. Queste iniziative prepareranno l’apertura ufficiale del palinsesto di Prima diffusa edizione 2018 sabato 1° e domenica 2 dicembre (dalle 10.30 alle 18.30) negli spazi del Castello Sforzesco con una rievocazione storica che riporterà in vita i protagonisti del capolavoro verdiano.

Le schiere unne di Attila si fronteggeranno alle legioni di Ezio, l’ultimo valoroso generale romano che sconfisse l’unno nella battaglia dei Campi Catalaunici.
Durante le due giornate sarà possibile visitare l’accampamento dei romani e quello dei barbari, assistere a duelli tra guerrieri germanici e giochi di abilità tra cavalieri unni, tirare con archi storici, seguire le attività degli artigiani impegnati nella forgiatura del ferro e scoprire le origini della falconeria. Alla luce di bracieri, attori-narratori racconteranno i passi più misteriosi della vita di Attila, colui che per vent’anni tenne in scacco i due imperi Romani, ma il cui dominio, dopo la morte, si dissolse come neve al sole.
Saranno tante anche le sorprese per i più piccoli: dall’addestramento alla battaglia al tiro con l’arco, fino alla possibilità assistere a vere e proprie sfide a cavallo.

Lo stesso 1° dicembre gli allievi dell’Accademia Teatro alla Scala grazie a un progetto espositivo che dalla Sala Viscontea del Castello Sforzesco si svilupperà fino al 9 dicembre su diverse sedi (CineTeatro Delfino, Spazio Tadini e Barrio’s), daranno la loro personale lettura di Attila, mettendo in luce il lavoro delle molteplici figure professionali tecnico-artistiche coinvolte nella produzione dell’opera: dallo scenografo al sarto, dall’esperto in trucco ed effetti speciali al lighting designer al fotografo e videomaker.

Il percorso comprende una videoinstallazione e l’esposizione di bozzetti e figurini ispirati all’opera verdiana, di costumi di scena di storiche edizioni scaligere, oltre a progetti di special make-up con la realizzazione live del trucco speciale per il personaggio di Attila: avvolto in uno spazio sonoro dominato da grandi pannelli su cui scorreranno video ed immagini fotografiche, il pubblico, guidato dai protagonisti della Prima, potrà così aggirarsi indisturbato dietro le quinte e nella sala del Teatro, dove si sta preparando Attila e vedere in anteprima alcune delle scene dell’opera.

Un incontro tra il Maestro Chailly e l’Assessore alla Cultura Filippo Del Corno, al Barrio’s mercoledì 5 dicembre alle ore 18, consentirà di approfondire ulteriormente la conoscenza dell’opera attraverso un dialogo informale, ma appassionato, tra i due musicisti. A seguire, un recital dei solisti dell’Accademia Teatro alla Scala impegnati in un programma che oltre ad Attila esplorerà altre pagine verdiane tratte da Oberto, conte di San Bonifacio, I Lombardi alla prima crociata, Giovanna D’Arco, I masnadieri, Rigoletto.

Wow Spazio fumetto ospiterà “Attila, dall’opera di Verdi al mito”, una mostra che consentirà di scoprire come l’illustrazione popolare, il fumetto e il cinema abbiano raccontato il personaggio Attila.

Neri Marcorè, Valerio Massimo Manfredi, Daniele Giglioli, Antonio Sgobba, Gaia Berruto e Pacifico saranno protagonisti in diversi luoghi della città (dalla Triennale al Mare Culturale Urbano, dallo Spazio Teatro 89 allo Spazio Tadini e al Castello Sforzesco) di una serie di Incontri barbari, che, partendo dallo sfondo storico dell’opera verdiana, vogliono essere un’occasione per leggere la storia contemporanea e per mettere a confronto la barbarie di ieri con quella di oggi.

Infine, una rassegna di film ironica che racconta la figura di Attila – “Il re dei barbari”, “Attila” e “Attila flagello di Dio” – avrà luogo al MIC - Museo Interattivo del Cinema il 6 e 7 dicembre.

Il programma e l’intero palinsesto di Prima diffusa 2018 sono disponibili su comune.milano.it/primadiffusa e su edison.it/prima-diffusa.

Come da Comune di Milano.


Mummia di neonato di 1500 anni fa dalla Repubblica dell'Altai

25 - 26 Agosto 2015
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Un neonato di 1500 anni fa è stato ritrovato presso il villaggio di Kurai nel distretto di Kosh-Agach della Repubblica siberiana dell'Altai.
Il bambino era all'interno di una bara in pietra, all'interno della quale si è prodotto un processo di mummificazione accidentale. Il piccolo tumulo era collocato tra quelli di due adulti, forse i genitori.
Il DNA potrà permettere di comprendere ulteriormente la Cultura di Bulan-Kobinskaya, che si ritiene abbia contribuito alla formazione degli Unni di Attila.
Link: The Siberian TimesThe Moscow Times; Daily Mail; Archaeology News Network
La Repubblica dell'Altai, da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da e di TUBS (TUBS - Own work This vector graphics image was created with Adobe Illustrator. This file was uploaded with Commonist. This vector image includes elements that have been taken or adapted from this:  Russia edcp location map.svg (by Uwe Dedering)).