E... state al MANN con gli Etruschi

Un anno difficile anche per l’organizzazione di grandi mostre in tutta Italia ma, passata in parte l’emergenza, è stato possibile inaugurare la grande mostra degli Etruschi al MANN: un progetto curato da Valentino Nizzo, Direttore del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia e da Paolo Giulierini, Direttore del Museo Archeologico di Napoli, in collaborazione con Electa.

Allestimento Etruschi 1. Foto di Giorgio Albano

Il percorso espositivo nasce per raccontare la storia degli Etruschi nella sua lunga evoluzione cronologica e territoriale che abbraccia secoli importanti di storia e un territorio come quello campano ancora poco studiato nella sua fase più antica. Oltre 600 reperti suddivisi in due percorsi tematici definiscono un itinerario di indagine che parte da molto lontano, dal X secolo per arrivare al IV secolo a.C. quando sul fronte Mediterraneo saranno altre le potenze in gioco sul grande palcoscenico marino e terrestre.

Già lo storico Polibio nel II secolo a.C. diceva che “chi vuol conoscere la storia della potenza degli Etruschi non deve riferirsi al territorio che essi possiedono al presente, ma alle pianure da loro controllate”. La storia avvincente di questo popolo, la cui presenza più nota la si pone in centro Italia, ha in realtà orizzonti più ampi, sebbene ancora non interamente studiati e indagati.

etruschi al MANN
Allestimento Etruschi 2. Foto di Giorgio Albano

La pianura padana nel nord e il sud con le pianure della Campania hanno permesso agli studiosi di indagare ancora i rapporti con i popoli e le mire espansionistiche degli Etruschi; in particolare la storia etrusca della Campania ha permesso, anche grazie a questa mostra e ai ricchissimi depositi del MANN, di fornire un inedito spaccato di studi, forse ancora poco esplorato, sul patrimonio immenso di informazioni e reperti che compongono in un puzzle complesso gli albori di questa terra fino al declino di una delle sue componenti più importanti. Gli Etruschi subiranno presso Cuma tra VI e V secolo a.C. diverse sconfitte fino alla progressiva scomparsa e affermazione del popolo dei Campani.

Allestimento Etruschi 3. Foto di Giorgio Albano

L’allestimento creato per l’esposizione invita lo spettatore a guardare una grande carta geografica e a riflettere sulla frase di Polibio, lo storico greco che paragona la piana della regione ad una sorta di grande palcoscenico, in cui terra e mare rappresentano una perfetta quinta teatrale per la grande storia etrusca nel sud Italia.

Il progetto, firmato dall’architetto Andrea Mandara e accompagnato dalla grafica di Francesca Pavese, sdoppia il percorso espositivo rendendolo al tempo stesso complementare. Nel primo ambiente tematico i reperti sono raccolti secondo un itinerario cronologico e per contesti, nel secondo vi è ampio spazio per l’esposizione di reperti etruschi acquisiti nel corso dei secoli dal Museo napoletano e i cui interventi di conservazione sono stati curati dal Laboratorio di Restauro del MANN.

Allestimento Etruschi 4 @ foto di Giorgio Albano

Le opere restaurate presentavano in gran numero interventi ottocenteschi e per tali reperti il restauro, molto impegnativo, ha previsto anche indagini diagnostiche tuttora in via di svolgimento. Due allievi dell’Accademia di Belle Arti di Napoli hanno partecipato alle attività di laboratorio con lo scopo di realizzare due tesi di laurea con focus su un’oinochoe, un’hydria etrusco-corinzia ed un’oinochoe in bucchero.

Cosa vedere

Preziosi i reperti provenienti dalle necropoli campane in aree di passaggio dall’entroterra appenninico verso il Tirreno: le necropoli di Carinaro e Gricignano d’Aversa, quella di Capua per la cultura proto villanoviana indicano come l’interazione con gli Etruschi abbia avuto, ab origine, una valenza economica, commerciale e culturale.

Gruppo plastico
(carpentum con figura antropomorfa)
Terracotta
Ultimi decenni del IX - primi decenni
dell’VIII sec. a.C.
Da Gricignano di Aversa, Tomba LXII
Succivo (CE), Museo Archeologico
dell’Agro Atellano
© Ministero per i Beni e le attività Culturali
e per il Turismo
Polo Museale della Campania, Museo
Archeologico dell’Agro Atellano

Da Gricignano di Aversa, la sepoltura ad incinerazione LXII, proveniente dal Museo dell’Agro Atellano (Succivo), restituisce un importante corredo, in cui risalta un modello di calessino trainato da una coppia di cavalli aggiogati e condotto da una figura maschile; l’opera in terracotta (databile tra gli ultimi decenni del IX ed i primi decenni dell’VIII sec. a.C.) adotta il motivo figurativo del carpentum (calesse) per testimoniare il prestigio del defunto.

Ammirando i reperti ritrovati a Santa Maria Capua Vetere, è possibile ripercorrere il fenomeno di formazione, nella pianura campana, delle prime “città” degne di questo nome: la Tomba 1/2005 (in prestito dal Museo dell’Antica Capua e risalente al primo quarto del IX secolo a.C., monumentale sepoltura di un capo-guerriero rinvenuta nella necropoli del Nuovo Mattatoio), così come le Tombe 662 e 664 della necropoli Fornaci (seconda metà dell’VIII secolo a.C.), testimoniano una forma di osmosi culturale “ante litteram” con i Greci, da poco stabilitisi a Ischia e a Cuma.

Corredi come quelli capuani attestano la presenza nella regione dei “primi Etruschi” portatori della cosiddetta cultura villanoviana caratterizzata dall’adozione prevalente dell’incinerazione, con ossuario tendenzialmente biconico, decorato con motivi geometrici incisi a pettine.

Fibula da parata a grande disco
con molte spirali
Bronzo, lamina, decorazione a sbalzo, fusione
VIII sec. a.C.
Da Suessula, necropoli (Collezione Spinelli)
Napoli, Museo Archeologico Nazionale
© Ministero per i Beni e le attività Culturali
e per il Turismo
Museo Archeologico Nazionale, Napoli

Da Suessula, Acerra, in occasione della mostra, è stato restaurato e ricomposto un reperto proveniente dalla collezione Spinelli del MANN. Si tratta di un pendaglio pettorale in bronzo laminato con pendenti in bronzo fuso risalente all’VIII secolo a.C. e recante tre figure ornitomorfe e terminante con il caratteristico motivo della barca solare.

Il fenomeno definito dagli studiosi “orientalizzante”,sviluppatosi tra l’VIII e il VII secolo a.C., adotta nuovi modelli artistici e comportamentali ispirati alle mode dell’aristocrazia orientale e agli eroi omerici. Ne è testimone la tomba 104 Artiaco di Cuma scoperta nel 1902 da Gaetano Maglione e Giuseppe Pellegrini con reperti di straordinario valore appartenenti ad un ricco personaggio che ha inteso far proprio l’ethos eroico-omerico.

In stretto dialogo con questa preziosa testimonianza orientalizzante anche un prestito proveniente dal Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia: il corredo della tomba Bernardini di Palestrina (675-650 a.C.), uno dei più ricchi tesori che l’archeologia ci abbia mai restituito. Si tratta di un vero “manifesto” dell’arte orientalizzante, una tomba scoperta nel 1876 dai fratelli Bernardini nella necropoli dell’antica Praeneste, oggi Palestrina, la cui ricchezza è stata rimandata immediatamente ad un principe sepolto nel VII secolo a.C. con ori e argenti di manifattura etrusca e armi reali e da parata oltre ad oggetti tipici del banchetto.

Affibbiaglio
Oro
Inizio del secondo quarto del VII sec. a.C.
Da Palestrina, Tomba Bernardini
Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia
© Ministero per i Beni e le attività Culturali
e per il Turismo
Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia,
Archivio fotografico

La seconda sezione, improntata sulla ricerca prima antiquaria poi archeologica, presenta reperti delle collezioni del MANN. Tra questi spicca la raccolta Borgiana con il bronzetto dell’offerente dell’Elba di probabile produzione populoniese e databile a fine VI, inizio V a.C. e la cista Bianchini appartenuta al celebre mercante d’arte Francesco Ficoroni prima di entrare nella celebre raccolta del cardinale Borgia.

Cista
Bronzo, fusione delle parti plastiche, bulino,
cesello, martellatura
Fine del IV - inizi del III sec. a.C.
Dal territorio di Palestrina
Napoli, Museo Archeologico Nazionale
© Ministero per i Beni e le attività Culturali
e per il Turismo
Museo Archeologico Nazionale, Napoli

Da collezioni “minori” anche delle prime visioni in esposizione al MANN: due balsamari plastici a forma di cerbiatto accovacciato, provenienti dalla collezione Santangelo e databili al secondo quarto del VI secolo a.C.; un anello con scarabeo della stessa collezione e databile al IV a.C. con intagliato il suicidio di Aiace; una coppia di orecchini a bauletto della seconda metà del VI. Chiude l’esposizione lo splendido carrello incensiere in lamina di bronzo della fine dell’età del ferro.

etruschi al MANN
Anello con scarabeo
Oro, corniola, lamina, intaglio
Inizi del IV sec. a.C.
Da Cuma? (Collezione Stevens)
Napoli, Museo Archeologico Nazionale
© Ministero per i Beni e le attività Culturali
e per il Turismo
Museo Archeologico Nazionale, Napoli

Ad accompagnare questo ricco percorso anche un catalogo edito da Electa curato da Valentino Nizzo che mira a restituire al pubblico un’idea, da un lato, delle testimonianze lasciate dagli Etruschi in Campania (I parte) e, dall’altro, di come la riscoperta del passato etrusco della regione e del suo rapporto dialettico con la Magna Grecia abbiano appassionato sin dal tardo Rinascimento generazioni di intellettuali, incoraggiandoli a sviluppare nuovi metodi di indagine per svelare un enigma storico profondamente radicato nell’identità culturale del Mezzogiorno e che solo al principio del XX secolo l’archeologia avrebbe risolto, dando finalmente un volto e una consistenza alla potenza etrusca (II parte).

etruschi al MANN
Urna Terracotta, cassa lavorata a stampo, coperchio lavorato a stampo e a stecca, abbondanti resti di scialbatura, tracce di sovradipintura Seconda meta del II - prima meta del I sec. a.C. Da Chiusi? Napoli, Museo Archeologico Nazionale © Ministero per i Beni e le attività Culturali e per il Turismo Museo Archeologico Nazionale, Napoli

Gli Etruschi al MANN tornano per restare. Non solo con una mostra raffinata e dall’altissimo rigore scientifico, ma con l’annuncio dell’allestimento permanente che restituirà alla fruizione del pubblico un altro fondamentale pezzo della storia del nostro Museo, ‘casa’ dei tesori di Pompei ed Ercolano, così come custode di eredità molto più antiche. Museo della capitale di un Regno, l’Archeologico di Napoli vanta, infatti, collezioni sterminate derivate sia da scavi che da acquisizioni come, ad esempio, quella del bronzetto dell’Elba, reperto più antico ritrovato sull’isola toscana. Ma, soprattutto, nei nostri depositi c’è la testimonianza di una Campania centrale nel Mediterraneo e da sempre coacervo di popoli: Greci, Etruschi e Italici, a conferma che la ricchezza della cultura del Meridione sta nella diversità e nella contaminazione. Per comprendere in pieno gli Etruschi, oggi bisogna quindi volgersi anche al Sud e al patrimonio del MANN, dove duecento pezzi, praticamente inediti, splendono di nuova luce grazie allo straordinario lavoro del Laboratorio di Restauro del Museo. Un traguardo che mi riempie, come etruscologo, di personale soddisfazione, e che è occasione per ricordare la figura del celebre archeologo Marcello Venuti, nel 1727 fondatore dell’Accademia Etrusca e, poi, tra gli scopritori di Ercolano”, dichiara il Direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Paolo Giulierini.

etruschi al MANN
Coppia di orecchini
Oro, lamina, applicazioni a stampo, filigrana
(produzione dell’Etruria meridionale)
Seconda meta del VI sec. a.C.
Provenienza ignota
Napoli, Museo Archeologico Nazionale
© Ministero per i Beni e le attività Culturali
e per il Turismo
Museo Archeologico Nazionale, Napoli

Scavare negli sterminati depositi del MANN è sempre un privilegio unico. Farlo per ‘andare a caccia di Etruschi’ lo ha reso ancora più avvincente. Da un lato perché si è così potuto delineare un rigoroso percorso storico-archeologico volto a ricostituire la trama di relazioni che caratterizzò la plurisecolare presenza degli Etruschi in Campania. Dall’altro perché l’approfondimento delle vicende antiquarie e collezionistiche legate alla riscoperta dell’importanza del loro dominio nella regione ha offerto una prospettiva per molti versi inedita sull’evoluzione della disciplina archeologica e sul contributo dato ad essa da generazioni di studiosi che, da Camillo Pellegrino a Giovanni Patroni, passando attraverso nomi del calibro di Giovan Battista Vico, Alessio Simmaco Mazzocchi, Johann Joachim Winckelmann, Pietro Vivenzio, Eduard Gerhard, Raffaele Garrucci, Theodor Mommsen, Giuseppe Fiorelli, Julius Beloch, si sono confrontati con questo presunto enigma, fino ad arrivare alla sua definitiva soluzione, al principio del ‘900, quando il reperto più prezioso, la Tegola di Capua, aveva ormai irreparabilmente lasciato il nostro Paese alla volta di Berlino”, commenta Valentino Nizzo, Direttore del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

"Gli Etruschi e il MANN" al Museo Archeologico di Napoli fino al 31 maggio 2021.


scoperte parco Baia

Nuove scoperte dal Parco Archeologico di Baia

Durante alcune attività di ricerca condotte dal Parco Archeologico dei Campi Flegrei in vista della riapertura, gli specialisti hanno recuperato un trapezoforo, un sostegno per tavolo in marmo decorato con testa felina. L’operazione è stata possibile grazie ai tecnici del Parco supportati dalla Capitaneria di Porto – Locamare di Baia e della Naumacos Underwater Archaeology.

Il reperto è stato poi trasportato nei laboratori per i primi interventi di restauro presso il Castello di Baia. L’elegante reperto di arredo, in marmo, è stato realizzato in età imperiale e serviva a sostenere una mensa, probabilmente in marmo anche questa, inserita in uno degli ambienti che oggi costituiscono una i percorsi archeologici del ricco Parco archeologico sommerso.

scoperte parco Baia

“Il Parco sommerso di Baia continua a regalare sorprese. Interpretiamo il rinvenimento di oggi come il segnale di una nuova stagione del Parco che, dopo la riapertura, deve proseguire nella strada intrapresa per favorirne lo sviluppo. Per un archeologo il rinvenimento di un reperto è sempre motivo di gioia ed emozione, il recupero dal mare aggiunge inevitabilmente una suggestione particolare. Dopo i primi interventi conservativi necessari il reperto sarà mostrato, in anteprima, al pubblico all’interno del Museo archeologico del Castello di Baia per trovare poi una sua collocazione definitiva all’interno nel percorso espositivo” ha dichiaro il direttore Fabio Pagano.

La costa dei Campi Flegrei è un esempio unico al mondo, a causa dello sprofondamento dell’antica fascia costiera e alla conseguente trasformazione del territorio. Quanto vi si conserva sott’acqua rappresenta dunque un patrimonio storico archeologico di eccezionale valore per la sua peculiarità.

La storia di Baia risale a tempi ben precedenti la colonizzazione greca. Molti sono i ritrovamenti sui fondali di ancore litiche datate tra la fine dell’Età del Bronzo e l’inizio dell’Età del Ferro. Con la fondazione di Cuma e i successivi eventi legati alla storia della Campania, Baia entrò a far parte del suo territorio e della sua egemonia.

La sua storia, successivamente, si legò  indissolubilmente alla città di Roma, qui infatti, già in epoca tardo repubblicana, gli aristocratici  si facevano costruire fastose residenze, attratti dal clima mite della costa e soprattutto dalle acque termali.

« Nullus in orbe sinus Baiis praelucet amoenis. » « Nessuna insenatura al mondo risplende più dell’amena Baia. » (Orazio)

In età imperiale, anche molti imperatori scelsero Baia come luogo di villeggiatura. Augusto non amò molto questi luoghi e il suo successore Tiberio preferì di gran lunga Capri, molto più appartata e meno caotica. Ma altri imperatori, così come molti personaggi illustri, citati dalle fonti antiche, frequentarono volentieri la regio baiana.

Marcello la scelse per cercare di curare i suoi malanni, Caligola per celebrare la sua divinizzazione, tanto che si fece costruire un ponte di barche che traversava tutta la rada per galopparci con addosso le armi di Alessandro.

Claudio lo frequentò assiduamente e Nerone addirittura aveva grandi progetti per questi luoghi, come quello che avrebbe dovuto convogliare tutte le acque termali in un grande bacino unendo Miseno all’Averno.

Scoperte odierne dal Parco sommerso di Baia

Ma Baia fu anche il luogo dove venne uccisa Agrippina, la madre dell’imperatore, sentita ormai come un enorme ostacolo alle sue scelte politiche e private.

Con i Flavi l’ambiente di Baia tornò ad essere austero, ma è con Domiziano che il sito venne riportato alle sue celebri dissolutezze. Baia fu allora all’apice della sua fama che ritornò appieno nel III secolo d.C. con Alessandro Severo che vi fece erigere una lussuosa residenza imperiale per la madre Giulia Mamea.

scoperte parco Baia

La fortuna di Baia fu comunque legata a quella dell’Impero e nel momento della sua decaduta anche le zone flegree inevitabilmente caddero in miseria. Le guerre gotiche prima e il bradisismo in seguito portarono al definitivo abbandono dell’area.

Tra il VII e l’VIII secolo buona parte della città era completamente sommersa.

Foto delle scoperte odierne dal Parco sommerso di Baia: Courtesy Parco Archeologico dei Campi Flegrei

 


Etruschi e il MANN. Una mostra imperdibile sulla storia etrusca della Campania

C'è attesa per la nuova mostra al Museo Archeologico di Napoli dedicata agli Etruschi. Rimandata a causa dell'emergenza sanitaria che ha visto la chiusura di siti e musei italiani, la mostra "Etruschi e il MANN aprirà finalmente i battenti al Museo Archeologico di Napoli il 12 giugno 2020 ( l'inaugurazione era prevista per il 17 marzo) e sarà un’occasione imperdibile per approfondire la storia etrusca della regione e di alcuni centri fortemente influenzati da questo antico popolo. L’esposizione, che abbraccerà un arco cronologico ampio che va dal X al IV secolo a.C. indagherà sulla scoperta e sulla storia di una Etruria Campana, idea che fino alla fine dell’Ottocento, pur attestata da molteplici fonti letterarie è stata rifiutata fino a quando l’archeologia ha mostrato interessanti dati anche sulla fondazione etrusca di Pompei.

Statuetta di offerente togato
Napoli, Museo Archeologico Nazionale
Inv. 5534
Bronzo
Alt. cm 24
600 a.C. ca.
Dall’isola d’Elba (collezioni borboniche)

Alla fine dell’VIII secolo, la Campania era abitata da genti di provenienza diversa che si differenziavano dal punto di vista dell’ethnos, della lingua e per cultura. Tre erano i grandi gruppi linguistici: una lingua italica, l’osco e due lingue straniere: greco ed etrusco. Le relazioni tra comunità favorirono la creazione di culture ibride ma contribuirono anche all’inasprirsi dei conflitti armati per il possesso di terre ed il controllo del mare. Intorno al 700 a.C. in quell’epoca definita orientalizzante per i continui scambi con i porti del Mediterraneo orientale, i principali centri della costa tirrenica erano controllati da potenti èlite aristocratiche che si facevano realizzare tombe sfarzose secondo una moda diffusa tanto in Etruria quanto nei centri campani etruschizzati di Capua e Pontecagnano.

Stamnos a figure rosse
Napoli, Museo Archeologico Nazionale
Inv. 81884
Ceramica a figure rosse
Alt. cm 36; diam. orlo cm 21
IV sec. a.C.
Da Ruvo (acquisto Gargiulo)

Nel VII secolo, la Campania, grazie alla maggiore richiesta di vino, olio e prodotti di lusso da parte dell’èlite occidentale, si ritrovò inserita sulle rotte del commercio arcaico. La costa si riempì di insediamenti che si trovavano lungo le rotte e prendevano parte ai vari commerci. Sull’isola di Ischia, precisamente nel villaggio di Punta Chiarito, diverse erano le coltivazioni di vino e qui arrivavano prodotti greci, campani ed etruschi in senso stretto.

Le famiglie aristocratiche continuavano a farsi seppellire in modo misto e la fine del secolo vide fiorire anche la nascita di una nuova èlite media che si sviluppò tanto nei centri etruschi di Capua e Pontecagnano che a Cales nel nord della Campania e a Stabiae nella valle del Sarno. La cultura materiale si standardizza. Nascono botteghe di qualità ordinaria che producono bucchero nero etrusco e ceramica etrusco-corinzia di imitazione. Questo è il contesto in cui Pompei si trova e questo è il contesto in cui altre città vengono fondate pressappoco contemporaneamente.

Etruschi MANN
Oinochoe in bucchero pesante
Napoli, Museo Archeologico Nazionale
Inv. 114275
Ceramica in bucchero
Alt. cm 36; diam. bocca cm 17
Seconda metà del VI sec. a.C.
Da Chiusi (?), acquisto Scognamiglio

Il percorso espositivo, pensato dall’archeologo Valentino Nizzo e promosso dal MANN in collaborazione con Electa, si articolerà in due sezioni. Un focus archeologico sugli Etruschi in Campania in cui sarà approfondita la documentazione relativa alla presenza degli Etruschi nella regione, dal I millennio fino al processo di sannitizzazione del territorio quando dopo le sconfitte di Cuma tra VI e V secolo a.C. il potere  etrusco sul Mediterraneo tramonterà con la nascita di nuovi e più complessi sistemi all’orizzonte.

La seconda sezione, invece, valorizzerà i materiali etruschi presenti al Museo, esterni al territorio campano, ma acquisiti sul mercato collezionistico dal MANN in varie fasi della sua storia. Accanto ad oggetti anche volumi e documenti d’epoca che illustreranno l’evoluzione del pensiero scientifico nel corso del Settecento e fino al Novecento, assieme ai protagonisti che hanno contribuito alla riscoperta di un passato etrusco della Campania.

Etruschi MANN
Carrello cultuale in bronzo
Napoli, Museo Archeologico Nazionale
Senza inv.
Bronzo laminato e fuso
Carrello: alt. (senza coperchio) cm 19,5; diam. ruote cm 5,3 (anteriori) e cm 5,7 (posteriori); bacile: alt. cm 8; diam. orlo cm 12
Fine dell’VIII - inizi del VII sec. a.C.
Provenienza sconosciuta

Ad arricchire l’esposizione un gruppo di materiali dal Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia. L’intero corredo della Tomba Bernardini da Palestrina (675 – 650 a.C.), una delle più importanti e ricche tombe del periodo orientalizzante, epoca di fruttuosi scambi e commerci di lusso nella grande culla del Mediterraneo antico. Un confronto nasce anche con la tomba Artiaco 104, occasionalmente in mostra, in cui il defunto di Cuma, principe tirrenico – orientalizzante rappresenta un caso simbolo per questo periodo ricco. I suoi resti furono deposti in un calderone in argento come gli eroi omerici dell’Iliade: “Mangiava e beveva come un greco, portava abiti e armi etruschi e si comportava da re orientale”.

Seicento i reperti che saranno presentati al pubblico e almeno duecento opere esposte per la prima volta dopo un’attenta campagna di studio e restauro ma soprattutto occasione per addetti ai lavori e non di conoscere la potente storia degli Etruschi e il territorio di loro pertinenza che si estendeva dall’Etruria padana fino a Pontecagnano.

 

Etruschi e il MANN: foto courtesy Uffici Stampa Electa e MANN


Neapolis Partenope

Neapolis: la città del sole e di Partenope

Com’è noto, la città di Napoli fu fondata intorno al 470 a.C. da coloni greci di Cuma e chiamata  Neapolis ("città nuova") per distinguerla da Palaepolis (o Parthenope, latino per Partenope). Quest'ultima era il primo nucleo insediativo risalente all'VIII secolo a.C., che sorgeva sulla collina di Pizzofalcone. L’impianto stradale, tuttora leggibile nel tessuto urbano di Napoli, anticipa la rigorosa griglia ortogonale attribuita all’architetto Ippodamo da Mileto.

Tre sono le strade principali, in direzione nord-sud, dette plateiai; e ventuno quelle minori, in direzione est-ovest, chiamate stenopoi. Per convenzione oggi si fa riferimento alla dizione romana di decumani e cardini.

Il decumano superiore è via dell’Anticaglia (che prende il nome dalle strutture ad arco in laterizio di rinforzo alla "cavea" del teatro romano); il decumano maggiore è via dei Tribunali (lungo il quale sorgeva l’agorà, in corrispondenza di piazza San Gaetano); il decumano inferiore, che “spacca” il cuore della città in due, è appunto Spaccanapoli.
Tra i cardini principali vi sono via San Gregorio Armeno (nota come la via dei presepi) e via Duomo.

Alessandro Baratta, Fidelissimae urbis neapolitanae cum omnibus viis accurata et nova delineatio aeditam in luce ab Alexandro Baratta MDCXXVIIII (1629). Immagine in pubblico dominio

Il centro storico di Napoli, riconosciuto nel 1995 quale Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, rappresenta dunque un rarissimo caso di stratificazione storica, culturale e materiale senza soluzione di continuità per oltre due millenni.

Neapolis Partenope
Napoli dal Belvedere San Martino. Foto di Raffaele Bruno Pinto

Un recente studio archeoastronomico dal titolo “The city of the sun and Parthenope: classical astronomy and the planning of Neapolis, Magna Graecia” pubblicato sul Journal of Historical Geography da Nicola Scafetta e Adriano Mazzarella (entrambi docenti presso il Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente e delle Risorse DISTAR dell’Università di Napoli Federico II), indaga su quali potrebbero essere le ispirazioni cosmologiche e religiose per l’impianto urbanistico della città di Neapolis.

Lo studio dimostrerebbe che l'orientamento e le proporzioni della rete viaria dell'antica Neapolis furono scelte in modo che potesse essere riconosciuta come la città di Helios/Apollo (dio greco del sole) e di Partenope (mitica sirena che divenne il simbolo della città).

Fonte d’ispirazione per l’impianto urbanistico è la cosmologia di Pitagora, basata sull'armonia della sezione aurea.

Le proporzioni geometriche tra le strade e la cinta delle mura urbiche sono quindi determinate dalla sezione aurea che è legata al numero dieci, al decagono e al pentagono, tutti simboli sacri pitagorici.

Colonna corinzia dalla facciata della Basilica di San Paolo Maggiore. Foto IlSistemone, CC BY-SA 3.0

Dieci sono i settori formati dall'intersezione dei cardini con il quadrato centrale.  Il fulcro di questo sistema cade nel tempio dei Dioscuri (sul quale sorge alla fine del XVI e la prima metà del XVII secolo la basilica di San Paolo Maggiore in piazza San Gaetano). Quest’area, che misura 2x2 stadi greci (1 stadio corrisponde a circa 190 m), è delimitata dai decumani superiore e inferiore e dai cardini di via Atri e via Duomo. Inoltre, è ruotata rispetto agli assi cardinali di circa un sedicesimo di cerchio e la stella a sedici raggi rappresentava tra i Greci il sole e il dio Apollo.

Il decagono (la stella a dieci punte) è la figura iscritta in un cerchio di raggio pari al doppio della sezione aurea.

Il pentagono, come il decagono, è definito dall’angolo di 36° (l’angolo aureo), che è anche la frazione d’arco dei dieci settori del grande decagono che caratterizza la geometria della città.

 

Le geometrie pitagoriche riconoscibili nella trama urbana del centro antico di Napoli (fonte: unina.it)

Queste geometrie erano ispirate ai percorsi del sole osservabili dalla città di Neapolis ai solstizi: il 21 dicembre il sole sorgeva sopra i monti Lattari a 36° sud-est, mentre il 21 giugno, appariva 36° sopra il punto d'est.

Inoltre, all’alba e al tramonto degli equinozi, era possibile assistere ad una sorta di spettacolo di luci che coinvolgeva il sole, il complesso vulcanico del Somma-Vesuvio, la collina di Sant'Elmo, le costellazioni della Vergine e dell'Aquila (legate al culto di Partenope come dea e sirena) e del Toro (che richiamava il culto del Sebeto, il fiume divinizzato di Neapolis).

Fonti dirette di questo studio sono state le monete antiche di Neapolis mostranti Partenope, un toro ed una dea alata in posizioni che richiamano il sorgere del sole sopra il Vesuvio durante gli equinozi di autunno. Il questo particolare momento dell'anno il sole si trovava nel segno della Vergine, che in greco è detto Parthenos da cui deriva il nome Partenope.

Napoli è dunque città del sole, la città di Partenope.


Lonely Planet Campania

Quattro itinerari Lonely Planet per riscoprire la Campania

La Regione Campania costituisce da sempre un serbatoio incredibile di meraviglie artistiche, culturali, naturali ed enogastronomiche a cui bisognerebbe necessariamente attingere nei modi più corretti e rispettosi, per provare a tradurre in economia reale le enormi potenzialità derivanti da questo immenso patrimonio.
Ed è a nostro avviso proprio in quest'ottica che sembrano muoversi i quattro itinerari creati da Lonely Planet che attraversano la Campania. La conosciutissima casa editrice australiana, diventata ormai una Bibbia per i viaggiatori di tutto il mondo, ha realizzato infatti questi itinerari che non mancano certamente di rivelare anche luoghi e peculiarità finora tenuti in secondo piano. Lo fa attraverso una ripartizione in aree territoriali - anche piuttosto ampie - ed evidenziando ciò che sarebbe meritevole dell'occhio attento del visitatore.
Si cerca in particolare anche di uscire un po' fuori dagli stereotipi tradizionali e consolidati, che vedono la Regione Campania essenzialmente divisa in tre macro distretti turistici fondamentali, corrispondenti alla città di Napoli, al Parco Archeologico di Pompei ed alla "Divina" Costa D'Amalfi.
Lonely Planet Campania
Il Sentiero degli Dei sui Monti Lattari, una delle scelte di Lonely Planet per questi itinerari in Campania. Foto di Jack45, CC BY 3.0
Di Napoli infatti ritroviamo labili tracce nella proposta turistica, Pompei stessa risulta appena citata mentre la Costiera Amalfitana lo è in modo più sostanzioso ma solo per focalizzare l'attenzione su Positano e la spettacolare passeggiata naturalistica del cosiddetto Sentiero degli Dei, oltre alla splendida Villa Romana recentemente scoperta.
Lonely Planet Campania
Annuncio a Zaccaria, dettaglio degli affreschi (fine VIII-inizi IX secolo) di Santa Sofia a Benevento. Foto di Sailko
Attenta, puntuale e mai banale risulta la descrizione di Benevento e dei suoi tesori, tra i quali lo splendido complesso di S. Sofia, e della sua provincia; ardito ma tutto sommato riuscito il "salto" tra le meraviglie naturali amalfitane e vesuviane ed il conseguente aggancio a quelle archeologiche di Ercolano, così come precise, dettagliate e piene di spunti risultano le digressioni sul Cilento e sull'area flegrea, quest'ultima troppo spesso abbandonata al proprio destino in maniera colpevole, ma recentemente rientrata nell'occhio attento degli operatori turistici.
Fin qui ci siamo soffermati sui meriti che indubbiamente vanno riconosciuti - a prescindere - a Lonely Planet, se non altro per la modernità con cui ha saputo sdoganare intere aree attrattive regionali della Campania, portandole o in taluni casi riportandole all'attenzione del vastissimo pubblico di cui dispone; alcune osservazioni crediamo vadano fatte, certamente non per spirito polemico ma - al contrario - nella direzione di una più completa e agevole lettura delle attrazioni turistiche regionali.
Non convince pienamente, ad esempio, il modo - che riteniamo troppo frettoloso e decontestualizzato - con cui sono indicate alcune evidenze artistiche della provincia di Caserta, quali la celebre Reggia vanvitelliana, l'Acquedotto Carolino e l'Anfiteatro Campano di Santa Maria Capua Vetere, mentre ad esempio la meravigliosa Casertavecchia non viene minimamente citata.
Sarebbe stato necessario, a nostro avviso, creare un ulteriore itinerario che comprendesse ed anzi approfondisse gli aspetti peculiari di questa area, non solo dal punto di vista storico-artistico ma anche naturalistico, includendo ad esempio le aree del Matese e del Parco di Roccamonfina, per provare a portare questa area finalmente fuori dagli stereotipi che la vogliono solo preda del malaffare.
Un poì ardito sembra anche, da un punto di vista storico-archeologico, l'accostamento tra la famosa Tomba del Tuffatore ritrovata a Paestum e le pitture recentemente scoperte nelle necropoli degli scavi di Cuma, evidenziate nell'itinerario cilentano.
Ed in questo stesso itinerario grave e colpevole riteniamo sia l'omissione completa del Parco Archeologico di Elea-Velia, antica ed importantissima colonia della Magna Grecia, patria tra l'altro dei famosi filosofi Parmenide e Zenon, sita nell'attuale comune di Ascea.
Altra colpevole omissione riteniamo sia quella relativa alla Casina vanvitelliana di Bacoli, in un itinerario flegreo forse un po troppo ricco di dettagli sulla Solfatara a danno di evidenze quali la Casina, fatta costruire dal re di Napoli e delle due Sicilie Ferdinando IV di Borbone nel meraviglioso contesto naturale del Lago Fusaro.
Tirando alla fine le somme di quella che riteniamo essere una guida preziosa e non stereotipata della Campania, ci sentiamo di esprimere un giudizio buono ma non ottimo rispetto ad essa, dettato soprattutto dallo spirito con cui essa si presenta e che vuole comunicare ai lettori, cioè del focalizzare l'attenzione su luoghi non usuali o agevoli al turismo di massa, per cui non andrebbero a nostro parere omessi i luoghi che abbiamo appena ricordato.

Una tomba dipinta del II secolo a.C. dalla necropoli di Cuma

UNA NUOVA TOMBA DIPINTA DA CUMA:
UN BANCHETTO PER L'ETERNITÀ
Dettaglio delle pitture conservate sulla porzione destra della parete d’ingresso © E. Lupoli, Jean Bérard Centre (CNRS_École française de Rome)

È dal 2001 che, ai piedi della rocca sulla quale si erge l’acropoli dell’antica città di CumaPriscilla Munzi, ricercatrice del Centre Jean Bérard (CNRS - École française de Rome) e Jean-Pierre Brun, professore del Collège de France, lavorano con la loro équipe per riportare alla luce l’antica necropoli cumana.

Oggi hanno deciso di svelare la loro ultima scoperta: una tomba dipinta datata al II secolo a.C., eccezionalmente conservata e le cui pitture immortalano una scena di banchetto.

Due volte più grande di Pompei, la città di Cuma è situata a 25 Km a ovest della città di Napoli, sulla costa tirrenica di fronte all’isola di Ischia e all’interno dell’attuale Parco archeologico dei Campi Flegrei.

Le fonti storiche la considerano come la più antica colonia greca d’Occidente, fondata da greci provenienti dall’Eubea intorno alla metà dell’VIII secolo a.C.

«Il Parco Archeologico dei Campi Flegrei sostiene in forma sistematica la ricerca, con particolare riguardo a quella internazionale – ha commentato il direttore del PaFleg, Paolo Giulierini che accolto entusiasta la scoperta - e considera il rapporto con il Centro Jean Bérard una collaborazione di altissimo profilo. La scoperta, che arricchirà il museo e il Parco, è in primo luogo fonte di grande progresso scientifico e storico»

Da diversi anni gli archeologi francesi conducono le loro ricerche nella zona situata immediatamente al di fuori di una delle porte principali delle fortificazioni settentrionali, dove, nel corso dei secoli, si è sviluppata una grande necropoli pluristratificata.

Veduta dell’interno della camera funeraria con i letti per le inumazioni © E. Lupoli, Jean Bérard Centre (CNRS_École française de Rome)

Nel corso del II secolo a.C., il paesaggio funerario davanti alla Porta mediana è caratterizzato dalla presenza di diverse tombe a camera di tipo ipogeo, con volte a botte e facciata monumentale, costruite in blocchi squadrati di tufo.

L’accesso alle tombe avveniva attraverso un lungo corridoio scavato nella terra (dromos), mentre la porta della camera funeraria era chiusa da un grande blocco di pietra. I monumenti erano destinati ad accogliere inumazioni plurime, deposte in cassoni o su letti funerari. La tipologia architettonica e i corredi mostrano l’alto livello sociale conseguito dai defunti.

Nel mese di giugno di quest’anno i ricercatori francesi hanno riportato alla luce una nuova tomba riferibile alla stessa tipologia architettonica, ma dall’eccezionale decorazione figurata: sulla lunetta in corrispondenza dell’ingresso della camera funeraria, sono ancora visibili, infatti, una figura maschile nuda stante che sorregge nella mano destra una brocca in argento (oinochoe) e nella sinistra un calice; ai lati del personaggio, sono rappresentati un tavolino (trapeza) e alcuni vasi di grandi dimensioni tra i quali un cratere a calice su supporto, una situla e un’anfora su treppiede. Sulle pareti laterali, s’intravedono verosimilmente scene di paesaggio. La decorazione è delimitata nella parte alta da un fregio floreale. L’intradosso della volta è giallo, mentre le pareti al disotto della cornice e i tre letti funerari sono dipinti di rosso. La qualità delle pitture è eccezionale. Purtroppo la tomba è stata più volte visitata e pochi sono gli elementi dei corredi recuperati, anche se sufficienti a confermarne la datazione.

I temi rappresentati sulle pareti della tomba, poco consueti per questo periodo cronologico, offrono nuovi e importanti spunti di riflessione per delineare e ricostruire l’evoluzione artistica della pittura parietale cumana.

Lo scavo è stato realizzato grazie al sostegno finanziario del Ministère de l’Europe et des affaires étrangères, dell’École française de Rome e della Fondation du Collège de France. Le ricerche sono svolte nell’ambito di una concessione di scavo e ricerche del Ministero per i beni e le attività culturali e in collaborazione con il Parco archeologico dei Campi Flegrei.

Dettaglio dell’interno della camera funeraria e della scena figurata conservata sulla parete d’ingresso e sulle pareti laterali © E. Lupoli, Jean Bérard Centre (CNRS_École française de Rome)

 

 

Testo e immagini da Ufficio Stampa Parco Archeologico dei Campi Flegrei


Pozzuoli Jazz Festival 2017: il jazz approda nell’antica città di Cuma

POZZUOLI JAZZ FESTIVAL 2017

Il Festival dei Campi Flegrei

VIII Edizione

Il JAZZ approda nell’antica città di CUMA  

Mercoledì 12 luglio 2017

 

La fisarmonica di Vincent Peirani e di  Emile Parisien

 portano per la pima volta il Jazz nel Parco archeologico di Cuma

(contributo associativo 5€) 

Mercoledì 12 luglio il Parco archeologico di Cuma , negli spazi della di quella che un tempo fu la parte bassa  dell’antica città,   diventa la quinta naturale del concerto di uno degli indiscussi talenti del Jazz d’oltralpe, il fisarmonicista: Vincent Peirani,  con il suo nuovo progetto in duo con il sassofonista Emile Parisien, entrambi considerati di diritto tra i capifila della nuova generazione del jazz francese. 
La musica Vincent Peirani  si anima e prende forma da una delle infinite tracce lasciate da Miles Davis, una delle figure in assoluto più grandi della storia del Jazz, per il suo livello artistico, ma soprattutto per le sue posizioni estreme e innovatrici, che ha indicato le tante strade possibili di una percorso di contaminazione culturale inarrestabile.
Per la prima volta la suggestiva Cuma, attraverso gli artisti del Pozzuoli Jazz Festival si apre ad una nuova suggestiva fruizione, notturna e al suono delle soavi melodie jazz.
Il Festival  è organizzato dall’Associazione Jazz & Conversation, impegnata da anni a testimoniare il proprio ruolo nella cultura dei Campi Flegrei, attraverso un percorso in cui la musica incontra il territorio, la suggestione dei suoi paesaggi, la sua storia e le sue contraddizioni. La manifestazione è organizzata in collaborazione con l’Azienda autonoma di Cura Soggiorno e Turismo di Pozzuoli e si avvale del patrocinio morale del Comune di Pozzuoli, nonché del contributo dell’Ordine dei dottori commercialisti e degli esperti contabili di Napoli. 

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