Musei: comunicare in digitale. Intervista a Nicolette Mandarano

Che tipo di rapporto c'è tra i musei e il mondo digitale?

È una domanda che sorge naturalmente, soprattutto in questi tempi, ed è stata percepita con urgenza negli ultimi mesi, pur non essendo certo un tema nuovo per gli addetti ai lavori.

Nicolette Mandarano,  Digital Media Curator delle Gallerie Nazionali di Arte Antica Palazzo Barberini e Galleria Corsini, ha realizzato una dettagliata disamina del fenomeno che lega tecnologie e musei nel volume “Musei e Media Digitali”. Il testo ne illustra il processo di nascita e di sviluppo, ma anche i momenti di stasi, dovuti non tanto a carenze tecniche quanto ad una mentalità non sempre in grado di apprezzare la potenzialità del digitale. Non di rado, infatti, lo strumento informatico è percepito come un elemento "contaminatore" della nobiltà dell'arte o addirittura sostitutivo dell'arte. Si tratta naturalmente di un preconcetto: il discorso sotteso alla crescita del digitale espresso, da Nicolette Mandarano, non auspica a sostituire la visita fisica al museo, bensì ad una fruizione sempre più  ampia, coinvolgendo un maggior numero di pubblico.

Riportando esperienze e considerazioni puntuali sull'utilizzo della tecnologia nel mondo museale, Nicolette Mandarano delinea un quadro completo e soprattutto critico di una materia quantomai discussa, e che è stata oggetto di dibattito anche in un'interessante diretta con Christian Greco e Paola Matossi, rispettivamente Direttore e Direttore della comunicazione del Museo Egizio di Torino. Il confronto ha messo in luce aspetti positivi e criticità su temi quali le visite virtuali ai musei, il dialogo della cultura sui social, e i risvolti della digitalizzazione del patrimonio museale.

In questa nostra intervista a Nicolette Mandarano qui di seguito riportata, discutiamo proprio di questi temi.

Nicolette Mandarano
Nicolette Mandarano

Nella diretta con Christian Greco e Paola Matossi si è parlato dell’importanza del dialogo digitale tra istituzione e fruitori online, e di come molte persone che hanno visitato fisicamente il museo - e ne sono state entusiaste - siano propense a seguirlo anche virtualmente. Se questa è una conseguenza molto spontanea che avviene subito dopo l’esperienza positiva, potrebbe non esserlo quando è già trascorso diverso tempo dalla visita. Come si possono, quindi, mantenere vivi l’attenzione e l’interesse dei visitatori nel lungo periodo?

Dobbiamo sempre partire dal presupposto che può non esistere una simmetria fra visitatori “reali” del museo e visitatori online. Ci possono essere persone che non potranno mai compiere la visita al museo e ci saranno, d’altra parte, visitatori che non seguiranno il museo sui canali social o sul sito. Detto questo, la comunicazione deve essere univoca e ben strutturata fra spazio fisico e digitale per consentire a tutti i visitatori, reali o virtuali, di accedere alle stesse informazioni e poter scoprire il museo e le sue opere nel miglior modo possibile e con la scelta di fruizione preferita.

Per mantenere vivo l’interesse nel lungo periodo – che è uno degli obiettivi della comunicazione digitale – è fondamentale il dialogo, che permette di instaurare un rapporto continuativo fra visitatori e museo. Dobbiamo, infatti, ricordare sempre che il web 2.0 è partecipato, quindi un’istituzione culturale non è tenuta solo a veicolare comunicazione e a coinvolgere, ma anche ad ascoltare e rispondere. Il sistema virtuoso del dialogo permette di implementare un rapporto che contempli sia la diffusione e l’incremento della conoscenza, sia la creazione di una community. Se ci si mette in ascolto le persone si metteranno in gioco facendo domande, rilasciando contenuti e partecipando attivamente alla vita del museo. In questo modo la comunicazione si trasforma in una rete di partecipazione e coinvolgimento.

Un tema molto interessante riguarda la reticenza nei confronti delle visite ad un museo, che per alcuni è ancora un luogo che suscita soggezione. Il compito dei social in questo caso è di “agevolare” l’avvicinamento. Quali sono i modi che ritiene migliori per attirare le persone che sono meno sensibili a questi temi?

Il museo ha l’indubbio vantaggio di possedere un patrimonio di storie, bisogna “solo” trovare il giusto modo per raccontarle. È fondamentale lavorare sulle storie, sulle diverse chiavi per raccontarle e sul linguaggio più adatto a farlo, per permettere l’accessibilità al più ampio pubblico possibile.

Io, ad esempio, amo molto lavorare su rubriche ad hoc per dare sempre un taglio diverso alle storie che raccontiamo. Di una stessa opera, di un ritratto per esempio, potremmo raccontare mille cose. La storia del personaggio ritrattato, la storia dell’artista, la storia che probabilmente legava i due personaggi, il contesto storico in cui è nata quella determinata opera, il luogo per cui era stata pensata, che storia ha avuto nei secoli successivi, se è diventata protagonista di un libro o di un film, come accaduto per esempio per il presunto ritratto di Beatrice Cenci, già attribuito a Guido Reni e oggi attribuito a Ginevra Cantofoli e conservato a Palazzo Barberini a Roma. Se anche solo una di queste storie raggiunge il suo obiettivo noi avremo avvicinato un nuovo potenziale visitatore al nostro museo.

La comunicazione in ambito digitale - partita dall'estero - è ormai pratica comune anche nel nostro Paese, Sono ancora percepibili differenze, realtà in cui il potenziale dei social non è dovutamente preso in considerazione? Sarebbe ancora possibile riscontrare problemi di mentalità in questo?

In Italia si trovano ancora molte realtà che non utilizzano le piattaforme social per la comunicazione o che non le utilizzano al meglio, a volte anche per la mancanza di figure professionali dedicate alla loro gestione. I recenti dati pubblicati dall’Osservatorio per l’innovazione digitale nei Beni e Attività culturali del Politecnico di Milano fotografano una realtà piuttosto interessante da questo punto di vista e segnalano che molto è ancora da fare. Dall’ultima rilevazione emerge, infatti, che in questo 2020 il 76% dei musei è presente su almeno una piattaforma social (Facebook è la piattaforma preferita, seguita da Instragram), ma sappiamo che non basta essere presenti sui social per dire di fare comunicazione.

È necessario lavorare ad un piano strategico della comunicazione in generale e poi della comunicazione digitale in particolare. È importante decidere su quali piattaforme essere presenti, sapendo che ogni social ha un suo linguaggio, un suo pubblico, caratteristiche peculiari che la rendono diversa dalle altre, nell’utilizzo e nella fruizione. Bisogna poi capire cosa si vuole comunicare, a chi si vuole comunicare (analisi del pubblico e obiettivi da raggiungere nel coinvolgimento), e poi analizzare quale sia lo strumento più adatto per raggiungere gli obiettivi dati. Inoltre è di fondamentale importanza essere in grado anche di valutare le risorse a disposizione, sia umane che economiche e, ovviamente, bisogna ideare un piano editoriale.

Per affrontare al meglio questa sfida sono necessarie professionalità specifiche, ma sempre dai dati dell’Osservatorio emerge che il 51% delle istituzioni non ha personale dedicato all’innovazione digitale, e questo è un problema non trascurabile. Da un confronto fra i numeri citati possiamo facilmente comprendere come alcune istituzioni siano presenti sui social ma senza personale adeguatamente formato per lavorarci.

Ovviamente ci portiamo dietro ancora dei problemi di mentalità e probabilmente alcune persone ancora non hanno compreso l’importanza della comunicazione digitale in generale e sui social in particolare. Forse i mesi di lockdown dovuti all’emergenza Covid-19 – e immagino anche i mesi che verranno in cui gli accessi ai musei saranno per forza di cose più limitati – hanno però iniziato a far comprendere a tutti, anche ai più “resistenti”, quanto sia necessario essere presenti online e quanto sia necessario fare una comunicazione di qualità.

Daniele da Volterra presso la Galleria Corsini a Roma. Fotografia: Alberto Novelli

Nel momento in cui si fa divulgazione, uno degli aspetti più complessi da affrontare forse è il tono da mantenere: un museo è visitato da specialisti, così come da appassionati, fino ad arrivare a chi è completamente inesperto in materia, e per finire ai bambini. Quali sono le basi di una comunicazione tipo, dalle quali partire e le modalità quindi per differenziarla?

La diversità di pubblici è una delle ricchezze del museo, tuttavia dal punto di vista comunicativo può creare delle complessità. Per quanto riguarda la comunicazione interna al museo è più semplice studiare supporti alla visita, analogici e digitali, che siano destinati a pubblici differenti e con diverse finalità di coinvolgimento.

Per quanto riguarda, invece, la comunicazione online bisogna fare un’analisi per comprendere quale tipologia di pubblico si vuole raggiungere. Solo dopo si può pensare a strutturare una comunicazione adeguata, con un tono di voce che rappresenti l’istituzione e che la renda riconoscibile alla propria community, una modalità espressiva per parlare con il proprio pubblico.

Mi aspetto però, come già accennato sopra, che l’istituzione culturale adotti un linguaggio accessibile ai più, un linguaggio scevro da complessità non necessarie. Se, ad esempio, non si può evitare di utilizzare un tecnicismo mi aspetto che questo venga spiegato in modo da non mettere in difficoltà i fruitori.
Dobbiamo assolutamente fare in modo che l’accesso al museo, fisico o digitale che sia, sia per tutti. Lavoriamo, tutti insieme, per accogliere e per diffondere conoscenza, questi sono due importanti obiettivi della comunicazione museale.

Musei e media digitali Nicolette Mandarano comunicazione digitale
La copertina del saggio Musei e media digitali, di Nicolette Mandarano, pubblicato da Carocci editore nella collana Bussole

Archeologia Invisibile, il Museo Egizio in digitale #restandoacasa

Scienza e archeologia, tra rivoluzione digitale e umanesimo al Museo Egizio, nella mostra “Archeologia Invisibile”, ovviamente #restandoacasa

In questo periodo di emergenza sanitaria il Museo Egizio si è fin da subito impegnato per incrementare la digitalizzazione delle sue sale e della sua collezione, già ben avviata da tempo ma resasi necessaria in questa delicata situazione.

Il Museo con la più importante collezione egizia fuori dal territorio egiziano si rende “vivo e attivo” e vicino più che mai al suo pubblico, attraverso pillole video dello staff scientifico, appuntamenti con le “passeggiate del Direttore” e visite virtuali.

Archeologia Invisibile

La mostra “Archeologia Invisibile” racconta il dialogo e la connessione tra egittologia e scienze naturali (fisica, chimica, biologia) che rendono finalmente possibile l’accesso alla biografia degli oggetti e alle conoscenze tecniche antiche che hanno permesso la trasformazione delle materie elementari in oggetti complessi. La mostra - inaugurata il 12 marzo 2019 e prorogata fino al 7 giugno 2020, ora visitabile on line - pone al centro dell’attenzione il reperto, la cui “biografia” diventa essenziale per svincolarlo dal semplicemente bello e farlo tornare a essere ciò che in realtà è: la manifestazione concreta di un pensiero che si è fatto materia.

A tal riguardo, l’esposizione ci sottolinea che l’archeologia non scopre oggetti ma contesti archeologici; il reperto, se privato del suo contesto archeologico, diventa un semplice oggetto. Ed è proprio durante lo scavo che il reperto si trasforma da oggetto d’uso a reperto archeologico ricevendo un nuovo interesse all’interno di un percorso di musealizzazione che dovrebbe tener conto del contesto archeologico che lo riguarda.

L’invisibilità di cui ci parla questa mostra del Museo Egizio di Torino è un’invisibilità che ha varie e differenti sfaccettature.
Riguarda l’indagine dell’invisibile che giace sotto i nostri piedi; è attinente all’invisibilità degli oggetti, al loro contenuto, al luogo di provenienza e alla loro produzione.

L’attuale rivoluzione digitale, la fotogrammetria, le indagini multispettrali, la spettroscopia e la modellazione 3D - astrusi tecnicismi "rubati" agli scienziati - mettono in grado gli archeologi di documentare l’intero processo di scavo e di ricostruirne i contesti anche dopo la loro rimozione, o di riprodurre un sarcofago con precisione, registrando tutte le sue fasi di realizzazione e di riutilizzo. La diagnostica per immagini, non invasiva, ci permette di scrutare all’interno di un vaso ancora sigillato e di sbendare virtualmente le mummie.
Sono lo scienziato e l’umanista a lavorare assieme nel mondo contemporaneo per conoscere i processi sociali tramite i quali la cultura materiale è prodotta e in che modo questa influenza l’esistenza umana, sostiene il direttore Christian Greco.

Così la materia di cui è fatto ogni oggetto comunica informazioni attraverso le diverse frequenze dello spettro elettromagnetico; alcune di esse generano dei colori e luce visibile che i nostri occhi riescono a percepire; altre invece ci risultano invisibili ed è quindi necessario andare “al di là della luce” con l’aiuto delle indagini multispettrali, che ci permettono di acquisire numerose informazioni sui reperti e di avvicinarci a una più ampia comprensione sulla natura dei pigmenti, sulle tecniche pittoriche utilizzate e sullo stato dei materiali.

Un esempio di questo approccio è fornito dall’analisi di oltre 400 reperti che compongono il corredo funerario della tomba di Kha (la TT8) - ritrovata intatta da Schiaparelli a Deir el-Medina nel 1906 - risalente alla seconda metà del Nuovo Regno (ca. 1425-1353 a.C.).


In questo caso tutti gli oggetti che presentano una pellicola pittorica sono stati sottoposti a riprese in UV (ultravioletto) per rilevare l’esistenza di restauri precedenti e lo stato di conservazione di questo strato; a riprese in IR (infrarosso) capace di rendere visibili eventuali disegni sottostanti, e VIL (visible-induced luminescence) tecnica atta a identificare il celebre “blu egizio” in pigmentazione primaria o come componente minore la cui chimica è resa comprensibile grazie a una collaborazione con il Massachussetts Institute of Technology (MIT). In questo video, presente nella playlist YouTube “Archeologia Invisibile” del Museo Egizio di Torino, è spiegata la composizione del blu egizio:

 

I reperti inoltre sono stati indagati con un tipo di analisi più recente chiamato MA-XRF (macro X-ray fluorescence), che mappa la distribuzione degli elementi chimici che compongono i colori utilizzati per decorare una superficie. È il caso di un cofanetto policromo con scena di offerta - presente in mostra - sul quale, grazie a quest’ultima tecnica di indagine, è stato possibile rilevare, accanto al più comune nerofumo, l’utilizzo di un secondo nero caratterizzato dalla presenza di ossido di manganese utilizzato per tracciare essenzialmente i geroglifici, le linee più sottili e tutte quelle esecuzioni che richiedevano una particolare accuratezza.

Tra gli oggetti della tomba vi sono anche sette vasi in alabastro che si presentano ancora oggi sigillati e pieni del loro contenuto. Per evitare di compromettere la loro integrità con una eventuale apertura, il materiale è stato analizzato attraverso radiografie neutroniche, poiché la tradizionale tecnica delle radiografie a raggi X non può essere applicata a qualsiasi tipologia di materiale; alcuni di questi, tra i quali gli oggetti in alabastro, assorbono quasi del tutto i raggi X e non permettono una diagnostica precisa del contenuto. Nelle radiografie/tomografie neutroniche i neutroni interagiscono con la materia in maniera diversa, possono facilmente attraversare spessi strati di metallo, mentre subiscono un’elevata attenuazione quando incontrano elementi leggeri come i composti organici.
Nel caso specifico di questi vasi le analisi sono state effettuate presso lo Science & Technologies Facilities Council di Oxford, importante centro di ricerca britannico.

Le indagini sulle mummie umane, che precedentemente avvenivano mediante la rimozione delle bende, degli amuleti e dei gioielli che accompagnavano il defunto - processo ai tempi alquanto invasivo e irreversibile -, sono state invece successivamente affiancate e sostituite dalle prime lastre radiologiche negli anni Sessanta e da scansioni mediante TAC (Tomografia Assiale Computerizzata) a partire dagli anni Novanta del Novecento. Esse insieme al più recente sbendaggio virtuale hanno rivelato dati fondamentali sulle condizioni fisiche delle mummie e confermato varie ipotesi sulle tecniche utilizzate per la mummificazione dei corpi di Kha e Merit, rinvenute nel 1906 dall’egittologo italiano Ernesto Schiapparelli, il quale le salvò dal tradizionale sbendaggio, preservandole per le generazioni future.

I “facoltosi” coniugi, oltre a essere accompagnati da ricche parure di gioielli e amuleti - virtualmente estratti e riprodotti in modelli digitali, materializzati grazie alla stampa 3D ed esposti nel percorso mostra - e da una parrucca, nel caso di Merit, non furono eviscerati poiché polmoni e fegato sono ancora ben visibili insieme a reni e parte del cervello. Le condizioni della mummia di Merit si sono inoltre rivelate peggiori , forse per via di un processo di mummificazione non ottimale e a causa di pesanti danni post mortem.

Archeologia Invisibile Museo Egizio digitale

Esami tomografici e archeometrici sono invece stati effettuati sulle mummie animali, evidenziando le diverse tecniche di mummificazione adottate, permettendo di datare i reperti e consentendo di avere una panoramica dei materiali utilizzati per l’imbalsamazione, oltre che per ricavare la specie di appartenenza, studiare i colori dei bendaggi e, in alcuni casi, riconoscere dei falsi. Due degli esemplari presi in esame, una mummia di gatto e una di coccodrillo, sono state sottoposte all’analisi dei filati che compongono l’involucro esterno e a TAC.

Archeologia Invisibile Museo Egizio digitale
Nel caso del felino, al microscopio ottico è emersa la composizione delle bende, attraversate da un fascio di luce che ha restituito immagini ingrandite e dettagliate e ha permesso di ricostruire la bicromia originaria di colore rosso e marrone ormai sbiadita. La successiva TAC ha mostrato la tipica posizione “a birillo” dell’animale, e l’assenza degli organi interni.
La mummia di coccodrillo, il cui involucro esterno è realizzato in fibre vegetali, una volta sottoposta a TAC ha mostrato un esemplare di ben più modeste dimensioni rispetto a come appare a occhio nudo.

 

La terza sezione illustra il fondamentale ruolo dell’indagine archeometrica nello studio dei materiali e nella scelta delle tecniche da adottare per la conservazione e il restauro dei reperti più delicati.

La diagnostica applicata ai beni culturali ha un importante ruolo nell’ambito dei processi conservativi e di ripristino dei reperti, partendo dalle analisi dei materiali e del livello di degrado fino ad arrivare all’intervento di restauro e alla sua movimentazione. La mancanza di un’approfondita conoscenza degli aspetti materici può indurre a scelte improprie dei metodi o dei materiali nelle varie operazioni che caratterizzano un intervento di restauro. È il caso, ad esempio, delle pitture parietali che nel corso degli scavi della Missione Archeologica Italiana furono staccate e portate a Torino dalla tomba di Iti e Neferu a Gebelein, secondo una prassi all’epoca diffusa.

I lavori di analisi e restauro condotti sulle pitture tentano di restituire a questi fragili elementi la loro biografia. Le pitture sono state infatti sottoposte a spettroscopia, tecnica non invasiva utilizzata per l’analisi superficiale dei materiali nella fase preliminare del restauro ottenendo informazioni utili per la scelta della migliore metodologia operativa. Le analisi spettroscopiche hanno inoltre consentito di riconoscere ricostruzioni erronee e di ipotizzare il disegno e la collocazione originale delle pitture, correggendo le precedenti sistemazioni.

Nella sezione dei papiri “patch-work” troviamo un unicum della collezione torinese: il “rattoppo” di un papiro funerario del Terzo Periodo Intermedio (XI-VII sec. a.C.) con frammenti di papiri di epoca ramesside (XII-XI sec. a.C.). Tale intervento è oggi un testimone prezioso della storia del restauro di questi fragili reperti e per questo - proprio per ragioni di etica del restauro conservativo - non è stato rimosso. Compito di una collezione museale è infatti di custodire e consolidare la memoria culturale: anche i restauri antichi fanno parte della biografia dell’oggetto e meritano di essere conservati in quanto testimonianze storiche.

Proseguendo nel percorso mostra è possibile ammirare un raro e inedito reperto tessile appartenente a un lotto di manufatti donati dal Museo del Cairo al Museo Egizio di Torino nei primi anni del Novecento, restaurato ed esposto lasciando visibili entrambi i lati del manufatto, data la particolarità delle due tecniche esecutive di cui si compone.

Archeologia Invisibile Museo Egizio digitale

Tutto il percorso espositivo confluisce infine nell’ultima sala, dedicata proprio al momento in cui questi dati invisibili raccolti trovano una manifestazione materiale: l’esperienza condotta sul caso studio del sarcofago di Butehamon.

Le indagini diagnostiche, perlopiù non invasive, hanno fornito interessanti indizi sulla storia del manufatto e sulle tecniche di falegnameria utilizzate. Le radiografie hanno chiarito la struttura generale del coperchio - composto da 16 elementi - e della cassa - costituita da 11 pezzi -, confermando che solo gli elementi del primo sono stati assemblati per Butehamon, mentre quelli del secondo sono stati ricavati riutilizzando parti di almeno quattro sarcofagi diversi. La tecnica dei raggi X ha mostrato anche numerosi interventi eseguiti per rimodellare gli elementi di riuso, come le meni e il volto.

L’osservazione della pellicola pittorica, associata all’esame di alcune microstratigrafie, ha infine evidenziato almeno due strati pittorici sovrapposti; sul fianco destro e sulla testa della cassa queste due stesure pittoriche sono precedute da una terza più antica, che decorava originariamente un sarcofago a “vernice nera” dal quale provengono gli elementi usati per assemblare il lato destro e la testa.

Sul sarcofago esterno di Butehamon - scriba della necropoli reale vissuto tra la fine del Nuovo Regno e l'inizio del Terzo Periodo Intermedio (ca. 1069 a. C.) - il Politecnico di Milano ha realizzato in contemporanea due rilievi, il primo utilizzando un laser scanner, che raccoglie informazioni estremamente dettagliate della geometria dell’oggetto ma non fornisce dati sul colore, il secondo ottenuto tramite la tecnica fotogrammetrica che ha restituito sia il modello digitale dell’oggetto che la sua pigmentazione. Dal prototipo digitale l’immagine del reperto è stata convertita in un’esperienza tangibile attraverso una riproduzione con stampante 3D a grandezza naturale. È stato poi utilizzato un sistema di proiezioni (video mapping) per raccontare in modo dinamico le sue fasi costruttive, mostrando come il sarcofago fu concepito, dal legno al disegno preparatorio, allo strato pittorico, e poi restaurato, per provare ad analizzare quello che è il rapporto, ancora discusso, tra materiale e digitale: può un oggetto digitale sostituire in un museo un oggetto vero, reale?

 

Museo Egizio digitale

Archeologia Invisibile

Archeologia Invisibile Museo Egizio digitale

Archeologia Invisibile

  Archeologia InvisibileIn un oggetto si incontrano i significati di una cultura e l’abilità tecnica che hanno permesso al pensiero umano di trasformare semplici materie prime in testimoni insostituibili di una civiltà.

“La natura stessa dell’oggetto digitale non è quella di sostituire, non è quella di essere una replica, è in realtà quella di diventare un intermediario, un interprete che sia in grado di restituire la voce a un oggetto che per natura è muto e che noi però abbiamo la possibilità di interrogare”, afferma Enrico Ferraris curatore della mostra.

È così che i segreti custoditi per millenni in vasi sigillati, dietro papiri usurati e sotto strati di bende vengono svelati dalla tecnologia non invasiva, rispettando l’integrità del reperto, grazie alle numerose collaborazioni italiane e internazionali, con il MIT di Boston, il British Museum, il Politecnico di Milano, l’Università degli Studi di Torino, il Centro di Conservazione e Restauro La Venaria Reale, l’Università Sapienza di Roma, i Musei Vaticani, con Tokyo, Cambridge e altre istituzioni.

Il MiBACT, nell’ambito dell’iniziativa del MiBACT “Gran Virtual Tour”, si impegna attraverso uno sforzo corale di tutti i propri istituti, a mostrare così non solo ciò che è abitualmente accessibile al pubblico, ma anche il “dietro le quinte” dei beni culturali con le numerose professionalità che si occupano di conservazione, tutela, valorizzazione del patrimonio culturale.

Tutte le foto della mostra Archeologia invisibile sono state scattate da Ilaria Lely


VDLied: un nuovo portale per pamphlet musicali

7 Luglio 2016

Source: VDLied
Source: VDLied

Un nuovo portale online renderà ora disponibili al pubblico 14 mila pamphlet di canzoni tedesche, con un repertorio che va dal sedicesimo al ventesimo secolo. Il progetto, “VDLied – Das Verzeichnis der deutschsprachigen Liedflugdrucke”, è opera del Centro per la Musica e per la Cultura Popolare dell'Università di Friburgo, l'archivio austriaco dei brani popolari della Österreichisches Volksliedwerk e la Biblioteca di Stato di Berlino. Le preziose risorse conservate finora dalle suddette istituzioni formeranno quindi un database al cui interno è possibile ricercare sulla base di diversi fattori.

Prima che vi fossero spartiti e dell'utilizzo di registratori, i brani popolari circolavano su pamphlet che erano venduti agli angoli delle strade e alle fiere. I brani potevano toccare tutti gli aspetti della vita quotidiana: sesso, crimine, e c'erano pure brani politici e religiosi. Per aumentarne il valore potevano pure essere decorati, e alcuni contenevano pure le notazioni musicali per poter essere cantati.

Link: AlphaGalileo via Albert-Ludwigs-Universität Freiburg


BIBVIO, Biblioteche virtuali online

BIBVIO BIBLIOTECHE VIRTUALI ONLINE
Le 46 biblioteche statali presentano lo straordinario patrimonio storico bibliografico

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È disponibile in rete, sul portale della Direzione generale Biblioteche e Istituti Culturali, il sito BIBVIO Biblioteche virtuali online, curato dalla stessa Direzione Generale e realizzato, con il coordinamento dell’ ICCU,  con il software MOVIO.
Il sito presenta per ciascuna delle 46 biblioteche pubbliche statali italiane le principali immagini delle prestigiose strutture architettoniche e di alcuni particolari significativi delle facciate e degli interni, evocando la valenza delle sedi storiche e delle pregiate collezioni tutelate nelle stesse.
Il  progetto è stato reso possibile grazie al cofinanziamento della Fondazione Telecom Italia e ulteriormente sviluppato nell'ambito di Athena plus.

La prima Settimana delle Culture Digitali dal 4 al 10 Aprile #SCUD2016

#SCUD2016. Iª Settimana delle Culture Digitali
Dal 4 al 10 Aprile 2016, eventi organizzati su tutto il territorio nazionale.

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Avrà luogo dal 4 al 10 Aprile la Iª Settimana delle Culture Digitali - #SCUD2016, promossa dalla Rete Digital Cultural Heritage, Arts & Humanities School (che riunisce oltre 50 soggetti tra università, enti di ricerca nazionali, istituti di cultura, associazioni e altre organizzazioni).
La #SCUD2016 è una settimana di eventi dedicati al valore delle culture digitali in tutte le loro forme, organizzati dagli aderenti alla Digital Cultural Heritage, Arts & Humanities School  e da tutte le organizzazioni/istituzioni  che ne condividano gli obiettivi.
Sono previsti convegni, seminari, iniziative di orientamento, mostre, laboratori aperti, performance e ogni altra manifestazione o forma di comunicazione suggerita dalla creatività dei proponenti, purché efficace in funzione dell’obiettivo di divulgare una seria cultura digitale di base. Per registrare le iniziative: http://www.diculther.eu/settimana-delle-culture-digitali/
Durante la #SCUD2016 verranno poi resi noti i vincitori del concorso “Crowddreaming: i giovani co-creano culture digitali” che ha coinvolto circa 85 scuole in tutta Italia nella creazione del primo #monumentodigitale. (http://www.crowddreaming.academy/) , che verranno successivamente premiati nell'ambito di una giornata di approfondimento da realizzare prima della pausa estiva.

Testi dal MiBACT e dalla DiCultHer - Digital Cultural Heritage School.


È online il nuovo sito della Pinacoteca di Brera

È ONLINE IL NUOVO SITO WEB DELLA PINACOTECA DI BRERA
http://pinacotecabrera.org

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Il nuovo sito della Pinacoteca, non è solo completamente rivoluzionato dal punto di vista del design: è semplice da consultare e permette di cercare informazioni sulle opere in Museo e su tutte le attività che si svolgono a Brera in modo assolutamente innovativo.
Sarà possibile scoprire le collezioni, ammirare i capolavori con immagini ad altissima definizione, partecipare ad attività educative, accedere ad approfondimenti su restauri, guardare video, condividere eventi e sentirsi parte di un sistema di conoscenza e intrattenimento centralizzato e in aggiornamento continuo.
Abbiamo creato anche un vero e proprio calendario degli eventi, per potervi far scoprire in un solo colpo d’occhio le attività in programmazione e pianificare una visita.
Importanti novità anche per la collezione di opere on line che è ora navigabile con schede dettagliate per ogni opera e immagini grandi.
Partiamo con quasi 600 opere d’arte on line compresi tutti i capolavori. La strada è appena iniziata e continueremo a lavorare per poter arricchire l’esperienza sul web con l’intera collezione della Pinacoteca, i disegni, le fotografie e il cospicuo patrimonio di opere attualmente non esposte, insieme con le traduzioni in inglese di ogni scheda on line.
Sviluppato in modalità responsive, il nuovo sito sarà consultabile sia da computer, tablet o smartphone.? Attraverso una navigazione modulare e con opzioni ben segnalate e un design facile e piacevole, vogliamo rivolgerci a tutti, ai turisti, ai milanesi, agli appassionati d’arte, ai curiosi e ai diffidenti, desideriamo fornire informazioni utili e coinvolgenti sia per utenti occasionali sia abituali.
Come ogni nuovo sito web ci si potrebbe imbattere in qualche bug o in pagine che hanno ancora bisogno di intervento, è per questo che in homepage abbiamo voluto indicare che si tratta ancora di una versione Beta.
Roma, 8 marzo 2016

Come da MiBACT, Redattore Renzo De Simone


Egitto: documenti del diciottesimo e diciannovesimo secolo dai magazzini dello SCA

7 Marzo 2016

Importanti documenti del diciottesimo e diciannovesimo secolo ritrovati nei magazzini del Consiglio Supremo delle Antichità————————————————————————————————————

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Il Ministro delle Antichità, dott. Mamdouh Eldamaty, ha dichiarato il ritrovamento di diversi importanti documenti risalenti al diciottesimo e diciannovesimo secolo, presso uno dei magazzini del Consiglio Supremo delle Antichità (Supreme Council of Antiquities - SCA) ad Abbasiya. I documenti sono considerati come i più antichi del Ministero.
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Eldamaty ha chiarito che i documenti sono relativi a diverse corrispondenze scambiate con coloro che erano in carica alle Antichità Egizie al tempo, come Maspero, Lacau e De Morgan, e con gli egittologi Flinders Petrie, Howard Carter, Legrand e altri. Inoltre, si sono ritrovati diversi resoconti di scavi del diciottesimo secolo, in diverse lingue, e documenti relativi a due famiglie che commerciavano in antichità, Elgabry e Fayed.
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Eldamaty ha aggiunto che - tra gli altri documenti - è stato anche ritrovato un intero archivio delle attività della Egypt Exploration Society, diverse leggi importanti di regolamentazione del lavoro archeologico e di come i reperti archeologici scoperti venivano divisi tra le missioni straniere e il governo egiziano, oltre a un intero archivio dei lavori dell'IFAO a Tanis e Qantir.
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D'altra parte, il dott. Hesham Elleithy, Direttore Generale del Centro di Documentazione delle Antichità ha affermato che il Ministro ha ordinato il trasporto di questi documenti al Centro di Documentazione a Zamalek. Il coordinamento è stato effettuato col Dipartimento di Restauro dei Papiri al Museo Egizio del Cairo, per investigare i documenti e preparare un immediato programma di restauro, al quale seguirà la registrazione digitale, prima e dopo il restauro stesso.
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Link: Ministry of Antiquities - Egypt
Traduzione dal Ministero delle Antichità Egizie, Ufficio Stampa. © Ministry of Antiquities: scritto da Asmaa Mostafa, tradotto da Eman Hossni. Il Ministero delle Antichità Egizie non è responsabile dell’accuratezza della traduzione in Italiano. Foto dal Ministero delle Antichità Egizie.


L'insediamento medievale di Nieszawa, fatto risorgere dagli studiosi

7 Marzo 2016

Insediamento medievale fatto risorgere dagli studiosi

Ricostruzione artistica in 3D digitale dell'insediamento medievale di Nieszawa/Dybów, sulla base di analisi non invasive (autori: J. Zakrzewski, S. Rzeźnik, P. Wroniecki).
Ricostruzione artistica digitale in 3D dell'insediamento medievale di Nieszawa/Dybów, sulla base di metodologie non invasive (autori: J. Zakrzewski, S. Rzeźnik, P. Wroniecki).
Gli studiosi hanno sintetizzato uno dei più grandi progetti archeologici in Polonia ad oggi, portato avanti utilizzando metodologie non invasive. Utilizzando moderni metodi, senza spingere il badile nel terreno, hanno scoperto la medievale Nieszawa, una ricca città del quindicesimo secolo che è esistita solo per pochi decenni.
I risultati degli studi sul campo e delle analisi peritali sono stati presentati nella pubblicazione "Alla ricerca della città perduta: 15 anni di ricerca nella luogo della Nieszawa medievale" (Inglese: "In search of the lost city: 15 years of research of the medieval location of Nieszawa").
Ricostruzione artistica in3D digitale dell'insediamento medievale di Nieszawa, vista da nord (autori: J. Zakrzewski, T. Mełnicki).
Ricostruzione artistica digitale in 3D dell'insediamento medievale di Nieszawa, vista da nord (autori: J. Zakrzewski, T. Mełnicki).

"Senza precedenti è il fatto che il libro sia largamente fondato sui risultati di studi non invasivi, che hanno permesso di rilevare la struttura urbana e di confrontarla con la documentazione da studi precedenti e fonti storiche" - così ha spiegato Piotr Wroniecki, archeologo, uno dei curatori del volume.
Nieszawa era una città commerciale, dalla vivace vita, abitata da diverse migliaia di persone provenienti da luoghi diversi del Regno Polacco, e da molte città europee. Era densamente popolata, con un enorme mercato, parcellizzazione chiara con edifici, disposizione stradale regolare. Al suo interno vi erano edifici religiosi, commerciali, spazi per la produzione e l'immagazzinamento - tutte le strutture sono state ben ricercate dagli archeologi, nonostante il fatto che gli scavi siano stati portati avanti su una scala molto piccola. La città era protetta dal vicino castello di Dybów - situato nell'odierna Toruń, e spesso visitato dai sovrani polacchi.
Ricostruzione artistica in3D digitale dell'insediamento medievale di Nieszawa, vista dal fiume Vistola (autori: J. Zakrzewski, T. Mełnicki).
Ricostruzione artistica digitale in 3D dell'insediamento medievale di Nieszawa, vista dal fiume Vistola (autori: J. Zakrzewski, T. Mełnicki).

Nieszawa fu deliberatamente fondata di fronte a Toruń - sul lato occidentale del fiume Vistola, appartenente all'Ordine Teutonico - al fine di competere politicamente ed economicamente con Toruń. Lo sviluppo dinamico di Nowa Nieszawa non poté essere arrestato dalla pressione politica o dalle incursioni militari dei Cavalieri Teutonici, ma alla fine la città lo pagò con la distruzione e lo spostamento.
"Fortuitamente, i resti della città sono rimasti relativamente inalterati per cinque secoli e mezzo, diventando una sorta di capsula temporale, fino a quando non abbiamo utilizzato diversi metodi di ricerca archeologica, che hanno permesso un rilevamento non distruttivo dei resti e il ripristino di quella che era Nieszawa sulle cartine di storia medievale" - ha aggiunto Wroniecki.
Ricostruzione artistica in3D digitale dell'insediamento medievale di Nieszawa, vista da occidente (autori: J. Zakrzewski, T. Mełnicki).
Ricostruzione artistica digitale in 3D dell'insediamento medievale di Nieszawa, vista da occidente (autori: J. Zakrzewski, T. Mełnicki).

Si crede che la "perduta" Nieszawa sia stata fondata nel 1423 per ordine di Re Władyslaw Jagiełło. Le furono rapidamente concessi i diritti di una città. Grazie alla collocazione favorevole sul fiume Vistola, nel punto dove il fiume incrocia un'importante via commerciale dalla Cuiavia attraverso lo stato teutonico e fino al Mar Baltico, Nowa Nieszawa si sviluppò rapidamente - lo sviluppo urbano avvenne in legno o in legno e muratura, ma le strutture importanti di rappresentanza o religiose furono costruite in mattoni.
A causa della vicinanza del confine con l'Ordine Teutonico, dopo soli 40 anni appena la città fu abbandonata e ricollocata a poche dozzine di chilometri più a sud. Lo sviluppo di Nieszawa fu interrotto dall'invasione dei Cavalieri Teutonici e dei cittadini di Toruń, che nel 1431 saccheggiarono e distrussero la città e assediarono il castello. Ma già nel 1436 con il trattato di Brest i Polacchi riguadagnarono i possedimenti sulla riva occidentale del fiume. Nel 1454 la situazione politica cambiò, in seguito alla rivolta della borghesia prussiana contro le autorità dei Cavalieri Teutonici. Dopo la sottomissione all'autorità del sovrano polacco, i cittadini di Toruń, che domandarono in modo insistente la distruzione di Nieszawa, ottennero la promessa da Casimiro della distruzione del centro rivale in tre anni. Il sovrano tergiversò per qualche tempo, ma nell'autunno del 1462 la distruzione di Nowa Nieszawa divenne realtà. Nieszawa rinacque ed è sopravvissuta fino ad oggi a circa 30 km a sud est del luogo dove era originariamente collocata.
"Molti anni di ricerca archeologica hanno reso possibile provare che lo sforzo fatto per la localizzazione di Nuova Nieszawa era parte di una complessa strategia economica e politica contro l'Ordine Teutonico e i suoi piani di dominio del commercio sulla Vistola e sulla regione. Anche se Nieszawa scomparve dalla faccia della terra, la sua presenza nelle vicinanze di Toruń contribuì infine alla presa di potere a Toruń del Regno Polacco" - così ha sintetizzato Wroniecki.
Copertina della monografia "In search of the lost city: 15 years of research of medieval Nieszawa." (autore: J. Sikora).
Copertina della monografia "Alla ricerca della città perduta: 15 anni di ricerca nella luogo della Nieszawa medievale" (autore: J. Sikora).

La monografia pubblicata è un lavoro collettivo che include studi tematici del gruppo di ricercatori che hanno studiato il sito nell'ultimo decennio e mezzo. Presenta non solo gli spettacolari risultati di studi non invasivi (compresi rilevamenti aerei e magnetici), ma pure i risultati di analisi storiche e geomorfologiche (permettendo di determinare le condizioni naturali di allora). Il testo è accompagnato dalle ricostruzioni artistiche digitali in 3D di Nowa Nieszawa.
Curatori del volume sono: Aleksander Andrzejewski e Piotr Wroniecki, i cui testi aprono e chiudono la pubblicazione.
La monografia è stata pubblicata congiuntamente dalla sede di Łódź dell'Associazione Scientifica degli Archeologi Polacchi e dall'Istituto di Archeologia dell'Università di Lodz. La sua pubblicazione è stata possibile col finanziamento del Ministero della Cultura e del Patrimonio Culturale Nazionale sotto il programma del Patrimonio Culturale. La versione elettronica del libro sarà presto disponibile per il download presso il sito www.staranieszawa.pl
Traduzione da PAP – Science & Scholarship in Poland. PAP non è responsabile dell’accuratezza della traduzione.
 

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