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Non solo Lady Oscar, sei romanzi sulla Rivoluzione Francese

 

La Rivoluzione Francese è un periodo estremamente complesso, denso di avvenimenti, ma che per questo è anche molto entusiasmante.

Purtroppo, però, non ha ricevuto da parte della narrativa italiana una grande attenzione e alcuni romanzi molto validi non sono ancora stati tradotti nella nostra lingua. Durante gli anni di stesura del mio romanzo, oltre a documenti originali, memorie e saggi ho letto anche moltissimi romanzi e, da appassionata del periodo, ne continuo a leggere; per questo voglio condividere con voi cinque titoli che amo e che possono servire da trampolino di lancio per conoscere meglio il periodo. Nella mia selezione ho lasciato volutamente fuori quei romanzi che non rientrano pienamente nel genere storico o che comunque forzano molto la mano sugli eventi (insomma, non troverete L’armata dei sonnambuli di Wu Ming, La primula rossa o le variazioni sul tema dei diari più o meno segreti di Maria Antonietta).

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Jean-Pierre Houël, La prise de la Bastille, acquerello (1789). Presso la Bibliothèque nationale de France, immagine Gallica in pubblico dominio

Il classico imprescindibile: Novantatré di Victor Hugo

Novantatré è Parigi, la Vandea, intrighi politici, vendette personali, avventura: in questo capolavoro c’è tutta un’epoca che si apre di fronte ai nostri occhi. Nelle vicende di Lantenac, capitano di un manipolo di truppe monarchiche, Gauvain, suo pronipote, ufficiale dell’esercito rivoluzionario mandato in Vandea a combattere i ribelli e del rappresentante in missione Cimourdain, precettore di Gauvain quando questi fu stato accolto nella casa di Lantenac prende corpo la guerra civile e si scontrano le anime della Rivoluzione.

L’ultimo capolavoro di Hugo, che per afflato politico e umano ricorda I Miserabili, è uno sguardo lucido sulle anime della Rivoluzione e sulle reazioni umane ai grandi cambiamenti. L’indulgenza e la generosità paga? Anche i malvagi hanno una possibilità tutta laica di riscatto e di salvezza? Fino a dove si piò giustificare l’uso della violenza?

Questi sono i grandi interrogativi che percorrono la trama del romanzo, perfetto accompagnamento ai molti saggi che sono usciti, soprattutto nell’ultimo decennio, sul Terrore. Non mancano anche i grandi protagonisti, della storia, così insieme a personaggi di invenzione, ritroviamo, in una scena iconica che poi è stata ripresa nell’immaginario, Danton, Marat e Robespierre a colloquio tra loro in un dibattito il cui vero oggetto sono il senso e i limiti della Rivoluzione.

Una lettura impegnativa per chi ha voglia di cominciare a entrare nel vivo delle questioni.

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La copertina del romanzo Novantatrè di Victor Hugo, pubblicato da Mondadori nella collana Classici

Il piccolo gioiello, Gli undici di Pierre Michon

Ho letto Gli undici appena uscito in lingua originale (Les onze), perché adoro Michon da quando ho letto il suo Vite minuscole, sempre tradotto per i tipi Adelphi). Gli undici è un libro quasi sperimentale: è la storia di un capolavoro, Gli undici del titolo, che non è mai stato realizzato, di un pittore che non è mai esistito. La scrittura precisa, cesellata e pur immaginifica di Michon ci fa apparire questa tela di grandi dimensioni al centro del Louvre e ce la descrive rendendola viva. Gli undici sono i membri del “Gran Comitato”, cioè del Comitato di Salute pubblica nella sua ultima composizione, dopo l’esecuzione di Hérault de Seychelles nel febbraio (?) 1794.

Gli undici è un romanzo per immagini, che riesce a immergere il lettore nell’atmosfera del Terrore con poche sparse pennellate. Proprio come i grandi pittori neoclassici, attraverso una trama di luci ed ombre, prospettive e pennellate di colore Michon riesce a rendere vivi i grandi protagonisti (più o meno noti al pubblico italiano) dell’anno II. È il libro giusto per chi vuole entrare nella storia immergendosi in un’atmosfera.

La copertina del romanzo Gli Undici Pierre Michon, tradotto da Giuseppe Girimonti Greco e pubblicato da Adelphi nella collana Fabula

La rivoluzione dove non te l’aspetti, Nozze a Haiti di Anna Seghers

La figura di Toussaint Louverture, il giacobino nero reso noto al grande pubblico dal logo della rivista The Jacobin, ha suscitato grande interesse nel secondo Novecento, come icona antirazzista e anticolonialista; è proprio lui il grande protagonista di Nozze a Haiti. In questo breve romanzo, la scrittrice tedesca Anna Seghers ripercorre le vicende della rivoluzione di Haiti attraverso lo sguardo di Michel Nathan, scrivano di Louverture. Il tema di tutto il romanzo è l’intersezionalità delle oppressioni e delle lotte: i ricchi bianchi, proprietari delle piantagioni di Haiti, si rifiutano di adottare i provvedimenti delle assemblee rivoluzionarie francesi che garantiscono l’uguaglianza tra tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro etnia, anche nelle colonie. Saranno i neri, schiavi ed ex schiavi, ad organizzarsi, rivendicando libertà e uguaglianza, anche attraverso la lotta armata e la violenza. Questi rivoluzionari troveranno come oppositori non solo i bianchi, ma soprattutto i creoli, che hanno paura di perdere la loro posizione nella scala sociale.

Nozze ad Haiti è una lettura molto attuale, che fa riflettere sulla problematicità di certe lotte e su come i principi nati dalla Rivoluzione Francese non siano affatto scontati.

Nozze a Haiti di Anna Seghers, tradotto da I. Nerozzi e pubblicato da Filema nella collana Conchiglie

Una prospettiva femminista, La donna che visse per un sogno di Maria Rosa Cutrufelli

Nella mia personale selezione non poteva mancare un romanzo che ha come oggetto la nascita del primo movimento femminista europeo. La donna che visse per un sogno è la biografia romanzata della più celebre femminista della Rivoluzione, Olympe de Gouges, l’autrice della Dichiarazione della donna e della cittadina.

La figura di Olympe spicca il volo, circondata da una corale tutta femminile, e da personaggio storico diventa il simbolo romantico di tutte le donne che lottano e hanno lottato per i propri diritti e che hanno sacrificato tutto, anche la loro vita, per il bene delle generazioni future.

È un libro che può aprire una prospettiva nuova sulla storia, un modo per entrare nella storia di genere attraverso una storia coinvolgente.

La copertina del romanzo La donna che visse per un sogno di Maria Rosa Cutrufelli, pubblicato da Sperling & Kupfer

La rivoluzione a casa nostra, Il resto di niente di Enzo Striano

Un’altra grande protagonista femminile, Eleonora de Fonseca-Pimentel, ci accompagna nell’avventura tragica delle repubbliche sorelle degli stati italiani. Quando il fuoco della rivoluzione si sta ormai spegnendo, in Italia fioriscono le Repubbliche giacobine, nella speranza che Napoleone e i Francesi portino anche negli stati della penisola i principi rivoluzionari. Il resto di niente è un’amara riflessione sull’effimera esperienza della Repubblica Napoletana del 1799, ma in generale sul ruolo della nostra esperienza individuale nella storia.

La vicenda narrativa, straziante e sublime, non è che un pretesto per una riflessione sulla futilità dell’esperienza umana, che viene annullata dalla morte e che è sempre in balia della “forza delle cose”, che sovradetermina le scelte individuali e collettive. Ed è forse proprio questo senso di impotenza che si scontra continuamente con la voglia di vivere della protagonista la caratteristica più interessante del romanzo e che ricorda tanti passaggi dell’oratoria rivoluzionaria.

È un romanzo per chi vuole andate oltre gli eventi e immergersi nella filosofia della Rivoluzione.

Il resto di niente di Enzo Striano, pubblicato da Oscar Mondadori

Il romanzo indie, Robespierre, le parole e il silenzio di Maria Fabbri

Fra i tanti romanzi che danno voce ai protagonisti della rivoluzione, vi consiglio di recuperare Robespierre, le parole e il silenzio di Maria Fabbri. Pur essendo un romanzo, infatti, questo libro ha la precisione di un saggio nella cura del dato storico e nella precisione ideologica. L’autrice accompagna chi legge alla scoperta degli anni 1789-1794, attraverso il percorso politico e umano di Robespierre. L’utilizzo estensivo della prima persona, unito a un linguaggio diretto e contemporaneo, ma allo stesso tempo mai banalizzante, fa entrare in medias res nei pensieri del protagonista e negli eventi.

La narrazione, dunque, è dichiaratamente partigiana, ma questa è proprio la forza del libro, che lo distingue da molte altre pubblicazioni, perché la passione e la competenza dell'autrice pungolano chi legge e costringono a considerare un punto di vista forse diverso da quello che normalmente ci immaginiamo.

La copertina del romanzo Robespierre - Le parole e il silenzio di Maria Fabbri

La selva degli impiccati Marcello Simoni

Il poeta-brigante e la reliquia diabolica: La selva degli impiccati di Marcello Simoni

Il poeta-brigante e la reliquia diabolica:

La selva degli impiccati di Marcello Simoni

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

La biografia di Marcello Simoni, puntualmente riportata nell'aletta in quarta di copertina, riserva diverse sorprese a chi non conosce questo scrittore. Innanzitutto, a dispetto della sua giovane età, egli può già vantare una cospicua carriera: il suo primo romanzo Il mercante di libri maledetti è infatti uscito nel 2011 per Newton-Compton; in soli nove anni Simoni ha prodotto circa trenta romanzi e un gran numero di racconti brevi e saggi.

La maggior parte dei titoli delle sue opere contiene riferimenti a libri proibiti e/o maledetti, ad abati e abbazie, reliquie e biblioteche: Simoni si è infatti specializzato nel filone dei thriller medievali che negli anni '80 venivano definiti, non senza un vago tono dispregiativo, i cloni della Rosa. Tuttavia è bene specificare che, lungi dal copiare pedissequamente l'opera di Umberto Eco, Marcello Simoni ha saputo proporre una personale visione del genere “giallo gotico” che gli ha consentito di ritagliarsi un posticino di tutto rispetto nel panorama editoriale italiano: il suo romanzo del 2019 Il lupo nell'abbazia è comparso nella prestigiosa collana dei Gialli Mondadori, mentre la trilogia avente come protagonista l'inquisitore Girolamo Svampa è stata pubblicata da Einaudi; per la stessa casa editrice è in libreria da qualche settimana La selva degli impiccati.

In questa sua ultima opera Simoni compie la difficile scelta di distaccarsi del tutto (o quasi) dalla sua comfort zone popolata di monaci sanguinari e manoscritti malefici; il protagonista è François Villon, poeta maledetto realmente vissuto nella Francia del XV secolo, al quale viene risparmiata la pena capitale in cambio di un patto scellerato: dovrà infatti collaborare con le autorità parigine per catturare Nicolas Dambourg, capitano dei briganti denominati coquillard, dei quali lo stesso Villon ha fatto parte; la faccenda è però resa complicata non solo dall'amicizia che lega il poeta a Dambourg, ma anche dalla scomoda presenza di una reliquia demoniaca, bramata e ricercata da una moltitudine di persone.

Xilografia che ritrarrebbe François Villon, realizzata da Pierre Levet per il Grand Testament de Maistre François Villon, Parigi, 1489. Immagine in pubblico dominio

Riassumere in poche frasi La selva degli impiccati non è semplice: molte sono infatti le trame secondarie collegate a quella principale, ciascuna delle quali coinvolge un gran numero di personaggi e le relative vicende; si tratta di un feuilleton con tutti i crismi, nel quale ciascun capitolo costituisce un nucleo narrativo a sé. In esso riecheggiano svariati generi, dal thriller all'horror al picaresco, in un amalgama tutto sommato compatto; la storia complessiva che ne emerge è avvincente e in grado di catturare l'attenzione del lettore: più che a Eco, Simoni sembra volersi ispirare a Victor Hugo, citato in esergo e nelle prime pagine del romanzo, dove si ha perfino una fugace visione della “Festa dei Folli” ampiamente descritta in Notre-Dame de Paris.

È però il tono avventuroso a permeare l'intero libro: il Villon dipinto dal Simoni è molto più simile al Conte di Montecristo di Dumas padre che a un Gwynplayne o a un Jean Valjean; mascalzone e scavezzacollo quanto basta, il poeta de La ballata degli impiccati non riesce affatto a essere un antieroe come il suo autore lo vorrebbe, e finisce per barattare il suo lato oscuro con una pittoresca, a tratti romantica umanità. L'influsso di Dumas è particolarmente evidente nella parte centrale del libro, ambientata in una foresta zeppa di briganti che ricorda da vicino la Sherwood descritta nel Robin Hood dumasiano.

François Villon, La ballade des pendus, J. Trepperel éditeur (Paris 1500) - Bibliothèque nationale de France - Gallica, immagine in pubblico dominio

Proprio le ambientazioni sono un punto di forza del libro: Simoni è particolarmente audace nel dare la sua visione di una Francia oscura e nebbiosa, nella quale corruzione e malvagità serpeggiano sotto una pelle di stretti vicoli e sordide osterie; molti sono i personaggi grotteschi, il cui fascino rischia tuttavia di far sfigurare quelli principali, eroi o antieroi che siano. La trama principale è portata avanti con disimpegno, in un continuo rovesciarsi di ruoli e situazioni che occasionalmente sfiora la genialità; il tutto condito da duelli e torture, impiccagioni e perfino quel pizzico di romance che il lettore si aspetta e che, puntualmente, gli viene dato in pasto. In sintesi, se la vicenda principale e il suo setting sono originali e ben confezionati, non lo sono tutti gli elementi di contorno, che rispondono fin troppo ai cliché del genere.

Non è questo, tuttavia, il vero problema della Selva, che soffre semmai di un ritmo non omogeneo: Il continuo alternarsi dei punti di vista causa infatti frequenti sfasamenti tra sezioni rapide e ricche d'azione e frangenti lunghi e tediosi nei quali vengono distillati i molti (non sempre necessari) spiegoni; è la prima metà del libro a risentire maggiormente di questo difetto, che porterà i lettori meno pazienti a saltare interi capitoli e a perdere frammenti indispensabili di questo mosaico; viceversa la parte finale risulta fin troppo veloce e ricca di eventi, tanto che a fine lettura si potrebbe avere la sensazione che non tutti i conti tornino come dovrebbero. Uno studio più attento dello schema narrativo avrebbe forse evitato questi scompensi.

Anche la caratterizzazione dei personaggi risulta in qualche modo discontinua: a molti di essi viene data una dignità eccessiva in relazione al loro ruolo nell'economia della storia, mentre altri, più affascinanti e meglio costruiti, spariscono del tutto nelle fasi più avanzate della vicenda. Simoni, inoltre, correda il romanzo di una lunga nota ex-post, nella quale spiega che gran parte dei personaggi citati è realmente esistita, ma manca una documentazione adeguata per ricostruirne la biografia: una vera e propria excusatio non petita per aver inventato di sana pianta le loro vicissitudini, espediente che sarebbe stato del tutto perdonabile anche senza questa spiegazione.

Occorre infine rimarcare un editing non sempre preciso, che glissa su evidenti errori di sintassi come il continuo utilizzo dell'avverbio affatto con funzione di negazione.

Queste pecche, è bene precisarlo, non compromettono la leggibilità de La selva degli impiccati, che di certo donerà agli appassionati del genere un'avventura di tutto rispetto, gustosa al punto giusto e ben congegnata, con una morale di fondo che, senza fare spoiler, risulterà sorprendentemente attuale.

La selva degli impiccati Marcello Simoni
La copertina del romanzo La selva degli impiccati di Marcello Simoni, pubblicato da Giulio Einaudi Editore nella collana Stile Libero Big

Chapelle Expiatoire Rivoluzione Francese Catacombe ossario

Una necropoli post-rivoluzionaria nel cuore di Parigi?

Gli storici e gli appassionati dell'orrore sanno che a Parigi c'è un luogo dove riposano, mescolati alle tante persone comuni morte per le più svariate causa, le ossa (o meglio, quel che ne rimane) delle vittime del Terrore. Questo luogo sono le Catacombe di Parigi. Ma una nuova scoperta, annunciata dal direttore della Chapelle Expiatoire, Aymeric Peniguet de Stoutz,  mette in dubbio quella che pareva una certezza granitica: nel monumento sarebbe stato trovato un ossario risalente alla Rivoluzione Francese. Siamo di fronte alla possibilità di ritrovare i corpi di Robespierre e Danton?

Le Catacombe

Le Catacombe di Parigi. Foto di Michael Reeve, CC BY-SA 3.0

La creazione di questo enorme deposito di ossa è stato creato in circa un secolo, sfruttando una parte del reticolato sotterraneo di preesistenti miniere. Lo scopo di queste catacombe, che in realtà presero questo nome soltanto dopo il loro completamento, fu soprattutto quello di liberare il suolo del centro città dai resti dei cimiteri. Già poco prima della Rivoluzione, le idee illuministe sull'igiene avevano portato alla chiusura del cimitero dei Saints-Innocents nelle Halles. La traslazione dei resti (sia quelli identificati che non identificati) continuò poi durante la rivoluzione e l'età napoleonica. In età huysmaniana, quando il volto di Parigi piano piano prendeva l'aspetto attuale, ricominciò la traslazione dei resti anche dai cimiteri delle zone toccate dalla nuova pianificazione della città. Alcuni di questi cimiteri, come quello appena nominato, erano stati usati durante la Rivoluzione per seppellire i giustiziati del Terrore. Fino ad ora, dunque, si è sempre dato per scontato che i resti delle grandi personalità della Rivoluzione fossero finiti confusi con tutte le altre ossa nelle Catacombe di Parigi.

 

La Chapelle expiatoire

Chapelle Expiatoire Rivoluzione Francese Catacombe ossario
Chapelle Expiatoire. Foto di Annick314, CC BY-SA 3.0

Nel 1814 Louis XVIII acquistò il terreno del cimitero della parrocchia della Madeleine, situato a lato dell'attuale rue d'Anjou. Questo cimitero fu utilizzato per seppellire alcune delle vittime illustri della ghigliottina, fra i quali Louis XVI e Marie-Antoinette e infatti l'interesse principale di Louis XVIII era proprio quello di ritrovare le salme del fratello e della cognata per permettere la loro traslazione nella Basilica di Saint-Denis, la necropoli reale che ospita le spoglie di (quasi) tutti i reali di Francia. Su questo luogo fu fatta edificare una cappella votiva, dal simbolico nome di Chapelle Expiatoire, in onore non solo della coppia reale, ma anche di coloro che furono giustiziati per avere difeso la monarchia (compreso Philippe Egalitè,  duca d'Orléans e cugino del re, perdonato post-mortem). Si pensava che, per costruire l'edificio, una volta riesumate le salme reali,  fosse stato bonificato dagli altri resti, trasportandoli nelle Catacombe.

La scoperta

Chapelle Expiatoire. Foto di Annick314, CC BY-SA 3.0

Qualche giorno fa il direttore della Chapelle Expiatoire, Aymeric Peniguet de Stoutz, ha annunciato la scoperta di un ossario, contenente i resti di 500 persone ghigliottinate tra il 21 gennaio 1793 (data dell'esecuzione di Louis XVI) e il 27 luglio 1794/9 Termidoro II (esecuzione dei Robespierristi). L'annuncio è avvenuto dopo la conclusione di una serie di indagini iniziate nel 2018. Una serie di saggi effettuati dall'archeologo Philippe Charlier con una telecamera hanno permesso di individuare dietro una parete del colonnato, che, secondo la pianta dell'edificio, non avrebbe dovuto nascondere nulla, quattro ossari di legno e cuoio, contenenti resti umani. Il confronto con fonti d'archivio ha permesso di ipotizzare l'attribuzione e la datazione dei resti. La cappella, dunque, non sarebbe soltanto un monumento in memoria di Louis XVI e Marie-Antoinette, ma anche una vera e propria necropoli della Rivoluzione. Si tratterebbe, quindi, di attribuire un nuovo significato all'intero monumento.

 

Alla ricerca dei corpi perduti

L'annuncio ha avuto un effetto mediatico dirompente, anche perché riaccende una curiosità antica: quella di ritrovare i corpi della rivoluzione, per farne sia oggetto di studio che di culto laico. I tentativi di riesumazione eseguiti nell'Ottocento, proprio a cominciare dai corpi dei reali, sono sempre stati complessi e dai risultati incerti. Gli stessi rivoluzionari, infatti, ebbero cura di seppellire i corpi delle grandi personalità in modo che le spoglie non diventassero oggetto di commemorazione o di vilipendio, seppellendoli nella calce viva (misura igienica oltre che ideologica), spogliandogli di abiti ed oggetti personali che potessero renderli riconoscibili e disponendoli nella medesima posizione (con la testa tra le gambe). Il ritrovamento della salma stessa di Louis XVI suscitò molti dubbi ed è ancora materia incerta.

Oltre il clamore mediatico, è il caso di agire con cautela e non fare ipotesi troppo azzardate.

Non bisogna necessariamente pensare a una sorta di necropoli della rivoluzione, quanto a un'operazione dettata più dal bisogno: quei corpi potrebbero essere stati semplicemente rimossi dal terreno del cimitero sul quale sorge la cappella. Può darsi, dunque, che tra quelle ossa ci siano anche quelle di alcuni dei condannati (anche se il cimitero era già in attività prima della Rivoluzione).

La finestra temporale indicata da de Stoutz, infatti, sembra oltremodo larga,  poiché il cimitero fu dismesso nella primavera del 1794, prima delle epurazioni di Germinale.

Il Palazzo delle Tuileries attorno al 1860. Fu distrutto nel 1883, in considerazione degli ingenti danni dovuti all'incendio del 1871, relativi ai fatti della Comune di Parigi. Foto di ignoto in pubblico dominio

Sembra improbabile che Louis XVIII abbia voluto traslare dagli altri cimiteri usati durante il Terrore (in particolare il cimitero degli Errancis, attuale rue Monceau, utilizzato tra la primavera e l'estate del 1794) i corpi dei regicidi per seppellirne le ossa proprio in un monumento dedicato alla coppia reale giustiziata; mentre quei resti, mescolati insieme ai morti comuni e ai morti dell'assalto alle Tuileries del 10 agosto 1792 (per esempio gli Svizzeri che difendevano il palazzo e che furono massacrati dalla folla), potrebbero appartenere, almeno nell'intenzione di chi la costruì, i giustiziati per le loro idee monarchiche o per aver in passato collaborato con la monarchia costituzionale, dai Girondini a Madame du Barry, passando per la celebre femminista Olympe de Gouges.

Speriamo che le nuove indagini, che dovrebbero essere svolte l'anno prossimo, riescano a fare chiarezza.

 


La Rivoluzione delle donne giacobine: le Nocturnales di Beatrice Da Vela

Il notturlabio è uno strumento che serve per la misurazione degli astri, un corrispettivo dell'astrolabio.

Dal notturlabio Beatrice Da Vela prende il titolo per il suo Nocturnales (Triskell Edizioni), la storia di quattro donne giacobine rimaste a portare avanti la memoria della rivoluzione terminata nel Termidoro 1794, con la morte di Robespierre e dei suoi ultimi sostenitori.

Notturlabio francese del Seicento, presso lo Oxford University Museum of the History of Science. Foto Flickr di takomabibelot, CC BY 2.0

Le Nocturnales sono Eléonore, Babette, Henriette: donne che credono nella rivoluzione e nei loro uomini e costrette a fare i conti con la fine dell'ideale giacobino quando tutto finisce.

A loro si aggiunge Charlotte, sorella di Robespierre, che degli avvenimenti è una vittima: non le interessa la politica, vorrebbe forse una vita normale, ma il suo cognome la costringe a prendersene carico.

Siamo in presenza di un romanzo storico, preciso nel suo racconto, puntuale nelle descrizioni e nella ricerca delle fonti, dove ha potuto trovarle perché sulle donne della Rivoluzione Francese c'è stata una rimozione lunga duecento anni.

Ma siamo soprattutto in presenza di una storia femminista.

E non è un modo di dire.

All'inizio vediamo quattro donne rimaste sole dopo la morte o la carcerazione dei loro uomini: donne che resistono alla prigione con tutti i mezzi a loro disposizione, nel caso di Charlotte anche cedendo a un ricatto. O con un matrimonio che restituisce moralità, nel caso di Henriette.

Nocturnales Le ultime giacobine Beatrice Da Vela
La copertina di Nocturnales - Le ultime giacobine, di Beatrice Da Vela. Foto di Giuliana Dea

Eppure queste donne sole hanno qualcosa che le accomuna, volenti o meno: hanno condiviso l'ideale di un mondo più equo ereditato dai loro uomini e possono ancora contare sull'aiuto reciproco.

C'è un grandissimo balzo in avanti nella coscienza di queste quattro donne, evidente anche nel racconto. Finché sono costrette a misurare le parole come si conviene ai veri rivoluzionari sono soggetti passivi delle loro vite. Tutto ruota intorno alle grandissime personalità, destinate anche alla memoria nei libri di storia, di Robespierre, Saint-Just, Le Bas.

Quando i loro uomini spariscono dall'orizzonte devono sopravvivere da sole.

E ci riescono, con l'aiuto reciproco. Non sono più gli uomini i protagonisti delle loro vite, ma le loro scelte.

Henriette - l'amante di Saint-Just - sceglie il male minore, un matrimonio senza amore che però le permette di tornare là dove può essere circondata dalle sue simili: la Parigi della rivoluzione, anche se la rivoluzione non è più. Ma è pur sempre il luogo dove succedono le cose e dove può essere sé stessa, almeno fuori dalla casa coniugale.

Babette, giovane vedova con un figlio, scopre di poter amare ancora e di non doversi rintanare dietro uno status di eterna vedovanza.

Charlotte, per chi scrive il personaggio più sfortunato, riesce a lasciarsi dietro le convezioni che la tenevano imprigionata, comprende che l'amore può anche non avere una certificazione ufficiale e riesce a riconciliarsi con la compagna del fratello e con Maxime stesso cominciando a tenere traccia scritta dei suoi ricordi.

Eléonore, la più difficile da decifrare, resta per molto tempo legata alla sua ossessione per Robespierre. Ne esce prima del baratro, e a salvarla sarà di nuovo una donna, Marianne, l'unico personaggio inventato pur se costruito su basi reali (è un miscuglio di caratteri).

Alla fine del romanzo queste quattro donne non avranno più bisogno degli uomini per esistere come individui. Non vivranno più in funzione dei loro compagni e fratelli.

Da soggetti passivi diventeranno soggetti attivi.

E prenderanno la decisione di tramandare il ricordo della Rivoluzione a chi verrà dopo di loro.

Siamo davanti a un romanzo storico che racconta delle donne di una modernità sconcertante, che potrebbero essere nostre contemporanee e che probabilmente vorremmo avere accanto molto più dei loro compagni nei momenti di difficoltà.

Se non è femminismo questo tipo di sorellanza, chi scrive non ha capito nulla del femminismo.

Nocturnales
La copertina del romanzo storico Nocturnales - Le ultime giacobine, di Beatrice Da Vela, pubblicato da Triskell Edizioni

scrittura minuscola

Dai cocci di vaso a Carlo Magno: storia della scrittura minuscola

SCRIPTA MANENT VII

Dai cocci di vaso a Carlo Magno:

storia della scrittura minuscola

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

L'articolo che state leggendo è stato scritto utilizzando l'elaborazione elettronica di quello che sin dall'età scolastica siamo abituati a chiamare “stampatello minuscolo”; il nome della serie Scripta Manent, con tanto di numero romano, è invece in “stampatello maiuscolo”, mentre il titolo dell'articolo viene presentato in “corsivo”. Questi modi di scrivere uno stesso alfabeto ci sono estremamente familiari: essi sono adoperati per gran parte dei testi che quotidianamente ci passano sotto gli occhi; allo stesso modo i termini che li indicano sono entrati nel linguaggio comune, assieme ad altri più pertinenti all'ambito tipografico (“grassetto”, “carattere”, “interlinea” e così via). Siamo talmente abituati a usarli che spesso ignoriamo che, come qualsiasi prodotto dell'intelletto umano, queste scritture hanno una loro storia e una loro evoluzione; da circa un secolo e mezzo esiste una disciplina, la paleografia, che si occupa di ricostruire questa storia, tanto affascinante quanto, per certi versi, ancora sconosciuta.

L'avventura grafica che ha portato alla formazione della scrittura che oggi usiamo comunemente va a intrecciarsi con eventi storici e fenomeni socioculturali, che vale la pena di prendere in esame.

Dalla capitale alla minuscola

Agli occhi di noi contemporanei “maiuscole” e “minuscole” sembrano quasi del tutto differenti: se m e M si assomigliano, non è così per B e b, R e r, D e d e così via, tanto da far pensare che si tratti di due scritture distinte. Per i paleografi non è così: l'alfabeto è uno solo, quello latino, trascritto con due sistemi alfabetici differenti; in altre parole la scrittura è la stessa, mentre a cambiare è il modo di scriverla. “Maiuscolo” e “Minuscolo” sono infatti due concetti ben definiti, la cui storia e le regole grafiche sono state puntualmente ricostruite.

Semplificando al massimo la nomenclatura accademica si potrebbe dire che, in un virtuale “pentagramma”, le lettere appartenenti al sistema maiuscolo possono essere inscritte in un sistema bilineare, mentre quelle minuscole si sviluppano in quattro righe, come ben illustrato nel seguente schema.

Tra i due sistemi quello più antico è il maiuscolo, diretto discendente dell'alfabeto latino arcaico, che trova la sua massima espressione nella scrittura capitale. Si tratta di una scrittura totale, ossia adoperata indifferentemente in qualsiasi ambito: in effetti tutte le testimonianze scritte del mondo latino databili tra il secolo III a.C. e I d.C., siano esse lapidee, librarie o documentarie sono vergate in una variante di questa scrittura.

Avendo una tradizione antichissima la scrittura maiuscola possiede forme semplici e facili da memorizzare e trascrivere, tant'è che il suo utilizzo non è mai venuto meno nel corso di oltre tre millenni: verrebbe quasi da domandarsi perché mai essa sia stata sostituita dalla minuscola, che invece possiede delle forme più elaborate.

La ragioni principale risiede nel ductus, ossia nel grado di velocità con cui ciascuna mano è in grado di scrivere, che può essere posato oppure veloce, ovvero corsivo. La scrittura maiuscola ha un disegno fortemente geometrizzato, e perché sia comprensibile è necessario che le lettere siano ben staccate e distinte le une dalle altre: questo è difficilmente conciliabile con un ductus corsivo, a causa del quale le lettere tendono a comprimersi, ad accavallarsi le une sulle altre e, soprattutto, a deformarsi abbandonando la loro regolarità geometrica; tuttavia il ductus corsivo è proprio di un utilizzo istintivo della scrittura; non è dunque un caso che le prime trasformazioni delle scritture maiuscole si siano verificate in età Imperiale, quando l'accessibilità degli insegnamenti primari consentì l'alfabetizzazione delle classi sociali più basse.

È proprio nell'ambito della scrittura d'uso comune che la capitale subisce i suoi primi cambiamenti, riscontrabili nelle testimonianze grafiche di artigiani e commercianti ma anche nei moltissimi graffiti pervenutici: le rigide regole che avevano caratterizzato la scrittura fino al secolo I d.C. vengono pian piano meno e si assiste a una corsivizzazione della capitale, specie in ambito documentario; questa usanza finirà per canonizzarsi in una vera e propria tipologia grafica denominata corsiva romana (anche detta antica). A partire da essa si svilupperanno in seguito due scritture a sé stanti, l'onciale e la semionciale, entrambe adoperate massimamente in ambito librario. Sebbene si tratti di scritture maiuscole, alcune lettere (A,D,E,M e altre) si sviluppano in un sistema quadrilineare: è dunque lecito pensare che all'epoca della loro invenzione sussistessero già alcune forme di scrittura minuscola.

Terra sigillata iscritta da Condatomagos (La Graufesenque). Foto di Rossignol Benoît, CC BY-SA 3.0

I paleografi hanno individuato i primissimi esempi di scrittura minuscola in un giacimento di ostraka nel sito archeologico francese di Condatomagos, databile tra il III secolo a.C. e il I d.C.: in età imperiale questa città era celebre per la produzione di vasellame in ceramica. Gli artigiani erano soliti riutilizzare i cocci dei manufatti scartati per incidervi a sgraffio brevi frasi con fini pratici (nome del committente, luogo di consegna e così via); l'istintiva velocità con cui questa operazione veniva compiuta, unitamente all'angolo di scrittura sfalsato, causava una deformazione delle lettere maiuscole. Fenomeni molto simili si verificarono in altre zone dell'Impero: l'utilizzo sempre più frequente di questo modo di scrivere ebbe come risultato un nuovo sistema alfabetico, quello minuscolo. Dunque la scrittura minuscola deriva geneticamente dalla maiuscola e ne rappresenta una vera e propria evoluzione, come ben si vede nello schema che illustra tutte le forme intermedie della lettera E.

scrittura minuscolaLa minuscola, più pratica e veloce da vergare, fu pian piano preferita alla maiuscola; nata come scrittura d'uso comune, pian piano si diffuse anche nei ceti sociali alti e, intorno al III secolo d.C., fu canonizzata la minuscola romana (anche detta corsiva nuova), adoperata dapprima in ambito documentario; nello stesso periodo, complice anche la diffusione della nuova forma libraria a codex, la minuscola fu adottata anche in ambito letterario, nel quale convisse a lungo con le scritture maiuscole: si cominciò ad utilizzare queste ultime per mettere in evidenza le porzioni rilevanti del testo, il cui corpo principale era invece in scrittura minuscola.

Il particolarismo grafico

Lungo tutta l'età tardoantica le scritture romane, ormai pienamente formate, si diffusero uniformemente in tutte le zone dell'Impero Romano, comprese le colonie mediorientali, africane e britanniche. L'unità grafica era uno strumento efficace per appianare le inevitabili divergenze socioculturali tra i popoli di un territorio tanto vasto: l'utilizzo di una stessa scrittura e di una stessa lingua facilitava la comprensione dei documenti e rendeva vivace la circolazione libraria.

Nel V secolo, all'indomani della dissoluzione dell'Impero, il panorama cambiò drasticamente: ciascuno dei popoli germanici che presero possesso dei territori romani instaurò nella sua zona nuove infrastrutture politiche e burocratiche, spesso estremamente diverse da quelle imperiali; le nuove genti parlavano lingue di ceppo germanico estremamente diverse dal latino, ma anche tra loro stesse; i centri scrittori laici vennero meno, così come il sistema scolastico; ci fu, in altre parole, una completa frammentazione socioculturale che influenzò notevolmente la produzione scritta, e di conseguenza l'evoluzione della scrittura.

Questa situazione frammentaria cagionò l'insorgere di impeti nazionalistici da parte di ciascuno dei regni romano-barbarici, che desideravano mettere in luce la propria supremazia nei confronti di tutti gli altri; è questo il periodo in cui vengono composte le historiae barbariche, poemi di carattere annalistico finalizzati a indagare le origini del regno, ma soprattutto a sancirne il primato assoluto. Il recupero delle proprie radici ebbe come risultato indiretto la ricerca (e talvolta l'invenzione) di quegli stilemi artistici propri di ciascun popolo, che poi venivano declinati in tutti i linguaggi artistici, esattamente com'era accaduto con i mores del mondo romano.

Questi caratteri tipici andarono quindi a fondersi con la sparuta eredità culturale dell'Impero, che comprendeva anche le scritture da noi prese in esame; esse andarono incontro a un'evoluzione grafica senza precedenti che portò alla formazione delle scritture barbariche, aventi come base principale la minuscola romana ma con l'aggiunta di caratteri tipici del regno d'adozione.

scrittura minuscola
Diploma del re franco merovingio Childeberto III (695), minuscola merovingica; dal libro di Franz Steffens, Paléographie latine, Parigi 1910, tav. 28. Foto in pubblico dominio

Così in Francia fu elaborata la scrittura merovingica, caratterizzata da un corsivo esasperato e dal disegno elaborato dei caratteri; usata in origine per la documentazione della dinastia da cui prende il nome, fu in seguito adottata per la produzione libraria dei maggiori centri scrittori monastici in area francese, Corbie, Laon e Luxeuil, ciascuno dei quali ne elaborò una propria tipizzazione.

Nei territori ispanici si diffuse invece la scrittura visigotica, detta anche mozarabica poiché nel suo disegno sussistono evidenti reminiscenze delle grafie adoperate dai popoli arabi, stanziati nella parte meridionale della Penisola. È importante notare che la visigotica, più di qualunque altra scrittura barbarica, recuperasse non solo le forme minuscole ma anche le maiuscole, le quali furono elaborate in un elegante sistema dal disegno estremamente raffinato.

Scrittura minuscola beneventana: la Regola di San Benedetto, scritta a Montecassino (tardo XI secolo), Biblioteca dell'Abbazia, Cas. 444; da E. A. Lowe, Scriptura Beneventana. A history of the South Italian minuscule, 2 voll., Oxford 1929. Foto in pubblico dominio

In Italia il panorama era invece molto più variegato: nella zona settentrionale continuò a insistere l'utilizzo delle scritture d'età romana, con minime variazioni che non trovarono mai piena canonizzazione; nel Sud, invece, fece la sua comparsa la littera langobardisca, più nota come scrittura benventana. Diretta discendente della minuscola romana, ma con un disegno ben più sofisticato e con rigide regole di realizzazione, la beneventana è per molti versi ancora avvolta dal mistero; non è ben chiaro, ad esempio, in quale centro scrittorio essa fu inventata. Non deve trarre in inganno il nome comune, che rimanda piuttosto al principale ducato longobardo: l'ipotesi più probabile è il centro di origine sia stata l'abbazia benedettina di Capua oppure quella di Cava de'Tirreni. Certo è che questa scrittura, a differenza delle altre, si rivelò estremamente longeva e fu adoperata ininterrottamente fino al XV secolo in due tipizzazioni ben distinguibili, quella d'area cassinese e quella barese.

Un caso a sé è invece costituito dalle Isole Britanniche: nell'Alto Medioevo questi territori avevano visto una massiccia immigrazione di missionari cristiani giunti per convertire i popoli autoctoni, per lo più di religione pagano-celtica; costoro avevano portato con sé una gran quantità di testi realizzati in area romana, con le scritture in uso prima del particolarismo grafico: i monasteri che essi fondarono divennero quindi delle vere e proprie roccheforti dove l'eredità grafica romana venne conservata e preservata; inoltre, poiché i testi più antichi venivano presi a modello per quelli prodotti ex novo, questi ultimi vennero trascritti con grafie imitative che riprendevano in toto i caratteri primigeni, senza le modificazioni delle scritture barbariche.

Si svilupparono quindi diversi gruppi di minuscole insulari, ben distinte le une dalle altre ma tutte riconducibili al modello romano, ben più delle scritture che sul continente avevano gradualmente soppiantato le originali romane.

La nascita della carolina

scrittura minuscola
Scrittura minuscola carolina: Volgata, Luca 1, 5-8. Foto in pubblico dominio

La data con cui convenzionalmente si fa terminare il periodo del particolarismo grafico è l'800, anno in cui Carlo Magno divenne imperatore di un territorio vastissimo nel quale erano stanziati popoli molto diversi tra loro per lingua, società e cultura. Il sovrano comprese immediatamente che amministrarli avrebbe necessariamente comportato una nuova uniformazione delle strutture politiche e burocratiche per garantire, pur nella divisione tipica della feudalità, un forte accentramento dei poteri in nome di un'identità comunitaria che unisse tutti i popoli: diede dunque inizio a quel processo che oggi chiamiamo renovatio carolingia.

Carlo Magno e la sua corte, nell'opera di Jacob van Maerlant, "Spieghel Historiael" Originale alla Koninklijke Bibliotheek, Paesi Bassi. Firma KB, KA 20, p. 208. Immagine in pubblico dominio

Questo rinnovamento comprendeva anche la burocrazia, e uno dei dilemmi da sciogliere fu proprio l'adozione di una grafia comune, facile da vergare e da leggere. Le scritture barbariche erano del tutto inadatte allo scopo, in quanto eccessivamente cariche di orpelli; il modello a cui attenersi erano invece le minuscole romane delle origini: occorreva però enuclearne le regole di base, canonizzarle e possibilmente elaborare nuove norme che le semplificassero ulteriormente per sveltirne l'apprendimento.

Non fu dunque un caso che Carlo Magno chiamasse come suo consigliere personale Alcuino di York, celebre erudito britannico, il quale portò con sé una gran quantità di libri trascritti in minuscola insulare; fu proprio grazie al raffronto tra essa e le tipizzazioni di Corbie e Laon che fu elaborata una grafia che ereditava i caratteri antichi, eppure del tutto nuova, che in onore del grande imperatore prese il nome di carolina.

Albrecht Dürer, Carlo Magno. Immagine The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distribuito da DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202, in pubblico dominio

La nuova scrittura recuperava quasi totalmente le forme della minuscola romana, rendendole se possibili ancora più veloci da scrivere grazie a uno snellimento del tratteggio; per facilitare la comprensione del testo fu inoltre elaborato un sistema di punteggiatura: sebbene anche i romani ne avessero utilizzato diversi, quello elaborato alla corte carolingia comprendeva caratteri del tutto nuovi che sono giunti fino a noi, come il punto interrogativo.

Complice anche una progressiva ripresa degli studi, questa nuova scrittura ebbe molto successo e fu presto adottata in tutti gli ambiti; successivamente essa si diffuse in tutte le zone dell'Europa continentale, andando a sostituire le scritture preesistenti; l'unica a resistere fu la Beneventana, attestata nell'Italia Meridionale fino al secolo XIV: si verificò tuttavia una vera e propria convivenza tra le due scritture, e in molti centri si adoperarono indifferentemente l'una o l'altra.

Dall'Umanesimo ai giorni nostri

Tra IX e XII secolo molti fenomeni socioculturali trovarono il loro effettivo compimento: la ripresa degli studi rese alfabetizzata gran parte della popolazione; si verificò un massiccio inurbamento che favorì la nascita delle università e, in parallelo, quella di centri scrittori laici affrancati dagli ambienti monastici. Di conseguenza il numero di persone in grado di leggere e scrivere tornò a crescere, e con esso il fabbisogno di testi e di scritture adatte alle varie necessità.

La carolina fu presa come base per lo sviluppo di nuove scritture “professionali” come la mercantesca e la notarile, adoperate in ambito commerciale e giuridico; negli ambienti universitari nacque invece la famigerata gotica: di quest'ultima parleremo diffusamente in un prossimo articolo, ma in questo contesto è bene sottolineare che essa ebbe un successo clamoroso che la portò in breve a essere la scrittura di riferimento per la produzione libraria, fino all'invenzione della stampa.

Scrittura minuscola umanistica: Poggio Bracciolini firma la sua trascrizione di Cicerone (1425). Foto in pubblico dominio

Tra '300 e '400, tuttavia, la carolina conobbe un timido revival a opera degli studiosi umanisti, i quali mal sopportavano la gotica ritenendola inutilmente artificiosa e difficile da leggere; inoltre, per i loro studi che si rifacevano ai testi antichi, desideravano una scrittura priva di modernismi e adulterazioni, rispondente invece ai modelli di austera perfezione dell'antichità. La carolina, essendo la diretta discendente dei modelli romani, fu dunque recuperata e ulteriormente perfezionata: vennero rivisti il sistema abbreviativo e la punteggiatura, e furono messe a punto efficaci regole di distanziamento tra lettere e righe, volte a rendere il testo ancora più sobrio e leggibile.

Francesco Petrarca, in un ritratto del XV secolo di Giusto di Gand ove porta la tradizionale corona d'alloro, simbolo del poeta laureato. Oggi è conservato presso la Galleria Nazionale delle Marche di Urbino.

Nonostante tra i promotori della minuscola umanistica ci fossero personalità del calibro di Francesco Petrarca, questa scrittura non godette di particolare successo ai suoi esordi, e terminata la stagione dell'Umanesimo scomparve quasi del tutto per oltre un secolo; la gotica continuò a essere adoperata massicciamente anche dopo l'avvento della stampa a caratteri mobili, negli incunaboli e i libri del primo '500.

Versò la metà del XVI secolo, tuttavia, la massiccia diffusione dei libri ebbe come conseguenza la profonda trasformazione dei modi di fruirne: il consumo di massa aveva reso necessaria l'elaborazione di nuovi specchi grafici ed espedienti tipografici volti a snellire il processo di lettura; le forme imitative dei codici medievali, che prevedevano lo specchio grafico a due colonne, l'ampia marginatura e un sistema di abbreviazioni estremamente complesso, non era funzionale a questo scopo; e soprattutto non lo era la gotica, col suo disegno elaborato che rendeva difficile realizzare i caratteri tipografici. A quel punto, iniziò l'elaborazione della minuscola tipografica, quasi del tutto identica a quella umanistica a eccezione di una sola lettera: la s.

Sin dai tempi dell'Impero romano la s minuscola era molto diversa da come la conosciamo: somigliava a una f priva del tratto orizzontale, cosa che spesso portava alla confusione dei due caratteri; per evitare questo sbaglio, nel sistema gotico si preferiva utilizzare la forma maiuscola in finale di parola, mentre all'interno di uno stesso vocabolo la s rimaneva “a effe”.

I tipografi del XVI secolo decisero di abbandonare completamente la s “a effe”, andando a creare un nuovo carattere denominato s lunga da usare all'interno della parola, mentre in finale si utilizzava ancora la s maiuscola a modulo ridotto. Questa usanza rimase in voga fino ai primi decenni del XX secolo, quando la s minuscola divenne quella che noi conosciamo: questa fu l'ultima tappa di un lunghissimo processo attraverso il quale la scrittura che oggi adoperiamo si è stabilizzata; nonostante le molte trasformazioni subite nel corso dei millenni, essa è rimasta sostanzialmente uguale a quella utilizzata dai romani e da Carlo Magno.


Ritratto della giovane in fiamme

Ritratto della giovane in fiamme: gli sguardi di Orfeo ed Euridice

Ritratto della giovane in fiamme è l’ultimo film della regista francese Céline Sciamma, nota al pubblico per i film Water Lilies (2007) e Tomboy (2011). Presentato alla 72esima edizione del Festival di Cannes, Ritratto della giovane in fiamme ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura e, in seguito, la Palma d’oro Queer. La pellicola è arrivata nelle sale italiane il 19 dicembre del 2019, distribuita dalla Lucky Red nei circuiti d’essai riuscendo ad incassare 90,9 mila euro nella prima settimana di programmazione.

 

UNA TRAMA A COLORI

Francia, 1770. Marianne (Noémie Merlant), una giovane pittrice parigina, viene ingaggiata da una contessa (Valeria Golino) per ritrarre la figlia Héloïse (Adele Haenel) prossima alle nozze. Héloïse, tuttavia, rifiuta questo matrimonio e, di conseguenza, rifiuta di posare. Marianne sarà costretta a dipingere Héloïse di nascosto, mentre finge di essere la sua nuova dama di compagnia. Il rapporto tra le due protagoniste evolverà fino al nascere di una travolgente storia d’amore.

Il perno centrale del film è l’eccelso equilibrio tra immagine e parola.

Ritratto della giovane in fiammeLa fotografia di Claire Mathon gioca fondamentalmente con tre tinte di colore: il rosso, il verde e il blu. Il rapporto rosso e verde, colori complementari, dona una sensazione di armonia allo spettatore. Il blu ha una valenza più spirituale e tende a rappresentare il mondo dell’introspezione personale. Il film, come la relazione tra le protagoniste, cresce e muta come i colori di cui sopra. Nel primo atto, quando Marianne non rivela la propria identità, Héloïse indossa un abito blu mentre la pittrice indossa il solito abito rosso.

Di fatti, nel primo atto, Marianne non è capace di comprende e rappresentare la vera Héloïse, perché la loro relazione non è sincera e, di conseguenza, i colori non possono essere complementari. Nel secondo atto, quando Marianne butta via la maschera ed Héloïse decide volontariamente di posare per lei, i colori mutano. La contessa parte per fare visita ad un’amica, pretendendo di trovare il nuovo dipinto al suo ritorno. Marianne resta con il suo abito rosso, mentre Héloïse indossa un tessuto verde. Il rapporto tra le due protagoniste non è più sbilanciato e, quindi, anche il colore trova nuovamente equilibrio.


I dialoghi danno il ritmo finale al film fungendo, il più delle volte, da analisi della vicenda che le protagoniste vivono. Le prime conversazioni tra Marianne e la contessa o tra Marianne ed Héloïse sono fugaci e non comunicano molto allo spettatore, perché i personaggi non riescono a comunicare tra loro.

Nel secondo atto anche le parole assumono un peso differente, soprattutto perché aiuteranno Marianne ed Héloïse a comprendere e condividere l’amore che provano l’una per l’altra. Cèline Sciamma compone una storia che non parla solo d’amore, ma omaggia l’arte e le donne con i continui riferimenti all’arte pittorica e letteraria. Infine, la pellicola è una tagliente riflessione sul ruolo della donna nella società e nel contemporaneo mondo delle immagini.

Ritratto della giovane in fiamme
La locandina del film Ritratto della giovane in fiamme (titolo originale Portrait de la jeune fille en feu), regia e sceneggiatura di Céline Sciamma, distribuito in Italia da Lucky Red

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ius primae noctis Le droit du Seigneur

Lo ius primae noctis e le leggende del diritto

Quando pensiamo a tempi passati, specialmente quelli medioevali, ai più vengono in mente riti e tradizioni ancestrali e mistiche, e spesso ci persuadiamo dell’esistenza di regole e norme improbabili, di usanze e diritti che nell’immaginario collettivo colpivano i più deboli ad appannaggio dei più forti.

Se è vero che per tanto tempo i deboli sono stati schiacciati da leggi assurde, è pur vero che nel corso del tempo tanti argomenti sono stati mitizzati e hanno lasciato il campo del reale per modificarsi in leggenda.

Tra questi leggendari racconti, vi è sicuramente quello relativo allo ius primae noctis, il diritto sulla prima notte, che aveva ad oggetto il presunto diritto a “dormire” con le novelle spose, da esercitare da parte dell’autorità locale.

Piccolo spoiler: non vi è stato mai, tecnicamente, alcun ius primae noctis. Ciononostante non sono mancati veri e propri soprusi perpretati ai danni dei più deboli: alcuni di questi, di cui parleremo nell’articolo, non sono certamente meno fantasiosi e, probabilmente, costituiscono la base ideologica dalla quale si è propagato il mito di diritti impossibili e soprusi imposti ex lege.

Lo ius primae noctis ed il diritto medievale

Fare un’analisi giuridica di un fenomeno normativo mai verificatosi potrebbe sembrare pleonastico, eppure vale la pena considerare il contesto di diritto dove la leggenda nasce, non solo per raccontare al meglio le origini di questo medievalismo, ma per analizzarne correttamente le dinamiche che lo hanno reso celebre.

L’ambito di riferimento è quello del diritto medievale, cioè di quella fase storica che segna il passaggio dal diritto romano a quello comune, caratterizzato principalmente dalla coesistenza di più sistemi giuridici talvolta accomunati esclusivamente dall’influenza della stessa autorità. Giuridicamente è difficile tenere il passo dei molteplici strumenti normativi di quei secoli, soprattutto dal momento che, essendo il potere legislativo una prerogativa in capo all’autorità di turno, in pratica ogni regnante imponeva un proprio carattere normativo all’ordinamento, cancellando le norme dei predecessori (solo nel XVIII secolo, con Montesquieu, si opererà la separazione teorica del potere legislativo da quello esecutivo). Questa impostazione da un lato ha favorito l’affermarsi di norme consuetudinarie, dall’altro un’intensa produzione legislativa che sfocerà in una prolifica e qualificata attività di studio, spostando gli equilibri legislativi ad appannaggio degli studiosi che, seppur sempre sotto una rigida egida autoritaria, resero la giustizia e la legge un discorso più professionale (sono gli anni del Palatium e del diritto palatino). Nell’arco di mille anni, quindi, gli ordinamenti europei furono caratterizzati da varie iniziative legislative, dal Corpus Iuris Civilis di Giustiniano (prima e granitica opera articolata di diritto civile universale) fino al Decretum Gratiani, generalmente riconosciuto come spartiacque della storia del diritto tra il mondo antico e quello del diritto comune (o diritto dei canoni, da qui diritto canonico): è in questo ambito, caratterizzato da un’ampia porzione di diritto consuetudinario che andava sempre più a concretizzarsi in termini normativi, trovando solidità e riconoscimento giuridico, che si inizia ad affermare il mito di un diritto antico, frutto del sopruso dei potenti, il cui racconto - probabilmente orale e consuetudinario - bastò per farsi percepire dal popolo scarsamente informato e distante dalla solennità del diritto di palazzo, come una realtà facile da credersi.

Causa la totale inesistenza, fonti normative e compilazioni dell’epoca non riportano alcun dettaglio circa tale diritto, la cui natura è da rinvenirsi solo nel folklore, eppure nei secoli successivi - soprattutto nel XIX sec. - più opere di diritto ne utilizzarono il racconto come paradigma di un complesso periodo della storia del diritto, usandolo per descriverne il metro giudizio iniquo del diritto medievale.

La nascita della leggenda

ius primae noctis
Vasilij Dmitrievič Polenov: Le droit du Seigneur, olio su tela alla Galleria Tret' jakov (1874). Foto in pubblico dominio

La leggenda inizia a prendere forma nel X secolo, quando l’oppressione fiscale delle rudimentali istituzioni medioevali assumeva connotati invasivi e tendeva a tassare gli unici aspetti dinamici della vita dei contadini, tra cui il matrimonio. In realtà il diffuso misticismo di quegli anni portò a pensare che tale innovazione normativa, diffusissima tra i servi della gleba, si limitasse a tradurre in termini civili un’arcaica usanza barbara.

La storica Regine Peronoud ipotizza che tale tassa venisse imposta ai contadini che, sposandosi, abbandonavano la propria terra per trasferirsi con la nuova famiglia in un altro feudo: la tassa aveva, quindi, uno scopo compensativo in luogo della forza lavoro che veniva meno. A queste, vanno aggiunte le normali tasse sul matrimonio che i servi della gleba già versavano.

Alla nascita del mito si aggiunge anche un’altra teoria, questa volta frutto di un fraintendimento: nel 1247, a Verson in Francia, fu redatto un documento che divideva i diritti di natura ecclesiastica spettanti alla locale comunità di benedettini da quelli laici spettanti al signore, tra cui la tassa sul matrimonio. Un monaco, in evidente clima goliardico, volle canzonare tali pretese in versi, scrivendo “Oggi si pagano 3 soldi, ma ai contadini va bene, perché nei tempi antichi la tassa era tanto costosa che, piuttosto che dare al signore un capo di bestiame, il padre gli offriva la verginità della figlia: è plausibile, quindi, che alla base di uno dei più diffusi miti sul medioevo ci sia un chiaro malinteso nato dall’errata interpretazione dell’ironia di un monaco benedettino.

È probabile, comunque, che già nel X secolo questo racconto venisse utilizzato a scopo speculativo onde sottolineare la civilizzazione di un’usanza arcaica per evidenziare l’ammodernamento delle istituzioni. Tramite il falso retaggio di questa tassa, si invogliava così l’adempimento del tributo sotto una minaccia fondata su una leggenda.

Ci troviamo, quindi, di fronte a una manipolazione della realtà, per rafforzare pretese fiscali ad opera dei potenti, il che faciliterà l'evoluzione nei secoli successivi dello ius primae noctis come mito, come falso storico e quindi medievalismo. Tale costrutto potrebbe essere confermato proprio da alcuni giuristi del ‘400 che, nello studiare tale assetto finanziario, ipotizzarono che potesse essere la derivazione di una pratica più antica ed aggressiva. Fatto sta che la leggenda ha da subito ispirato narratori e scrittori, i quali sicuramente la usarono in termini romanzati per descrivere più genericamente l’oppressione feudale.

Malcolm III e Santa Margherita di Scozia in un'opera (1899) di William Hole  alla Scottish National Portrait Gallery. Foto di Kim Traynor, CC BY-SA 3.0

Su questa falsariga fiorirono leggende e miti, alcuni davvero ben costruiti, al punto da lasciar intendere per tanti secoli che le vicende mitiche raccontate fossero vere: è il caso del filosofo scozzese Hector Boece, il quale racconta di un tirannico decreto di Evenio III per mezzo del quale egli potesse disporre della verginità di tutte le ragazze. La liberazione da tale sopruso fu compiuta da Santa Margherita di Scozia, che premette affinché il diritto fosse convertito in una tassa per poi essere abolita anni dopo da Malcolm III. Peccato, però, che Evenio III fosse un personaggio di fantasia, mai storicamente esistito e che il conseguente racconto fosse altrettanto un esercizio di fantasia.

Eppure di leggende (e leggi leggendarie) ce ne sono state altre, tutte accomunate da un background romantico che vede contrapposti il potente alla coppia di sposi; tra questi: Enkidu, epico eroe del mito di Gilgamesh, che impedisce al tiranno di esercitare un similare dello ius primae noctis; Eraclide Pontico, invece, ci racconta dell’ascesa a signore dell’isola di Cefalonia di un uomo che, travestendosi da donna, impedisce il concretizzarsi della pretesa; oppure in una variante del mito irlandese di Cú Chulainn (o Cuculino in italiano).

Aspetti storici reali

Posta, quindi, l’assoluta inesistenza storica dello ius primae noctis così come immaginato in epoca moderna, sussistono però alcuni spunti in vari contesti che sottolineano come la verginità e del matrimonio potessero essere argomento oggetto di considerazioni “civiche” e, pertanto, sottoposto a rituali e credenze che ne dettassero non solo i tempi di inserimento in società, ma che ne disegnassero i limiti civici con una credenza talmente forte da determinare l’ingresso o meno nella comunità, in termini non meno coercitivi di una legge. Sono i casi dei rituali prematrimoniali in Mesopotamia e Libia del VI secolo a.C., ove si riteneva che la sacralità di tale momento potesse essere gestita solo da stregoni o re, a causa della presunta energia mistica che accompagnava le vergini fino al momento della deflorazione.

Quasi due millenni dopo, Marco Polo racconta di popoli del Tibet che, invece, per gli stessi motivi, preferivano donne già “esperte”, onde evitare di essere soverchiati dalla potenza di una giovane vergine.

È evidente come, però, tali circostanze siano lontane dalla narrazione europea, dove l’argomento veniva usato a sottolineare la condizione di oppressi dei contadini, mentre altrove offriva spunti per rituali collettivi e propiziatori, in un clima di assoluto consenso. Nondimeno è probabile che nel retaggio di tali storie e tradizioni abbia trovato terreno fertile il diffondersi di leggende e racconti di leggi mitiche come, appunto, lo ius primae nocits, anche al di fuori del mondo del diritto.

Il mito dello ius primae noctis nell’arte e nelle tradizioni popolari

Violetta, la mugnaia del Carnevale di Ivrea. Foto di Laurom, pubblico dominio

Il mito ha affascinato studiosi e curiosi, ma anche influenzato il mondo della letteratura, basti pensare al Matrimonio di Figaro di Pierre-Augustine Beaumarchaise (che ispirerà Mozart), al Pascal Bruno di Dumas padre, o al più recente I pilastri della terra di Ken Follett, nonché dell’arte (celebre il dipinto Le droit du Seigneur del 1874 di Vasilij Polenov).Non si può negare però che tale leggenda abbia esercitato una certa dose di fascino anche nelle classi sociali più deboli, le quali attraverso questa seppur falsa rappresentazione di storia del diritto, riuscivano a trovare motivo di riscatto nei confronti del potere costituito al punto da essere stato l’espediente storico nella nascita o nella liberazione di alcune città dalle rispettive signorie, come ad Ivrea, dove ancora oggi la maschera di Violetta ogni carnevale ricorda la leggenda della mugnaia che sfruttò lo ius primae noctis per uccidere il signore della città, ma anche a Montalto Ligure, Nizza MonferratoRocca Scalena e la città di Cuneo, di cui è arrivata proprio per quel periodo la testimonianza di Giovan Francesco Rebaccini, il quale riportava, tra il mito e la reale ferocia delle autorità, questa testimonianza: “[…] sottomettendo la ragion alla libidine e sensualità, defloravano le figlie de sudditi e parimenti le spose, persuadendo a sudditi che fosse loro antica ragione e privilegio lor concesso […]”. Altri racconti, infine, sono rinvenibili nelle tradizioni pugliesi (specificamente in terra d’Otranto) e nelle realtà rurali abruzzesi. 

In definitiva, è innegabile che, nonostante la natura leggendaria dello ius primae noctis, questo mito sia stato talmente ben raccontato non solo da portare a pensare che fosse vero, ma anche da porsi come metafora di un periodo storico segnato da squilibri sociali e, in casi storici peculiari, come motore di riscatto sociale.

Bibliografia

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La battaglia di Poitiers del 732: tra leggenda e realtà

Per molto tempo la Battaglia di Poitiers del 732 è stata considerata un evento cruciale nella storia europea, al di là del suo reale valore storico e della cifra militare e strategica dispiegata, ed è stata issata per lungo tempo a vero e proprio riferimento culturale europeo.

Da tempo, però, gli storici hanno riconsiderato la reale portata dell’evento, definendolo come uno scontro marginale e decisamente non risolutivo circa il periodo della conquista musulmana della penisola iberica, che effettivamente perdurò ancora a lungo nei territori continentali.

Nonostante, quindi, il ruolo pressoché secondario dell’evento, lo scontro tra l’esercito di Carlo Martello e quello guidato da Abd al-Raḥmān anticamente è stato considerato come evento cruciale, in quanto ritenuto funzionale alla formazione di un’identità europea, prestando il fianco ad interpretazioni speculative e certamente poco storiche ma, al contempo, ispirando arte e letteratura.

Resta però utile un’attenta disamina dell’episodio, in modo da capirne a fondo le premesse, storiche e militari, che costituiscono invece la pietra angolare dell’intera comprensione dell’evento e che ci offrono l’opportunità di avere comunque preziose testimonianze su una fase storica, nonostante l'importanza relativa dello scontro.

Contesto storico

Nel cuore dell’Europa dell’VIII secolo, infatti, i musulmani iniziarono a diventare una presenza importante nel continente, frutto di una campagna di conquista iniziata sul finire del secolo precedente prima dalle incursioni perpetrate dal condottiero berbero Arif ibn Malik (invitato da Giuliano di Ceuta per vendicarsi dei Visigoti1), e poi da Tariq ibn Ziyad, primo wali della conquista musulmana della penisola iberica. La presenza musulmana in terra iberica si strutturava sulla forma di una specie di governatorato alle dipendenze formali della dinastia omayyade, al cui vertice vi era appunto un wali che godeva di una sostanziale libertà amministrativa e d’azione. Il governatorato iberico veniva chiamato al-Andalus, toponimo arabo che molto probabilmente deriva dalla storpiatura del nome greco di Atlas, a suffragio della credenza che voleva nello stretto di Gibilterra la fine del mondo conosciuto.

L’Andalusia, come è noto, è una regione meridionale della Spagna e tutt’oggi rappresenta, nelle proprie architetture e nelle proprie tradizioni, uno dei più bei esempi di commistione tra cultura araba e retaggio europeo.

L’ambizione araba di voler vedere nei territori iberici una florida opportunità di conquista ben presto si scontrò con la forza catalizzatrice dei Franchi, che già da tempo rappresentavano una potenza organizzata e politicamente attenta, capace di intessere relazioni e rapporti di forza con le variegate anime dello scacchiere europeo. La storia riserverà, successivamente agli eventi della battaglia, un ruolo di prestigio a Carlo Magno, nipote di Carlo Martello, capo dello schieramento opposto ai musulmani: il futuro Re dei Franchi, Carlo Magno appunto, viene considerato una figura importante nella storia occidentale, ma è nelle trame di questa battaglia che si delineeranno forma ed equilibri del suo Impero.

Il casus belli

Come sempre la storia attende delle opportunità per compiersi, ed in questo caso il pretesto per la battaglia, che in realtà già covava nelle ambizioni di entrambi gli schieramenti2, fu dato dalla sconfitta di Oddone d’Aquitania nella battaglia della Garonna, subita per mano dei musulmani guidati da Ab al-Rahman: l’esercito dei Mori sconfisse le truppe di Oddone in prossimità di Bordeaux e si preparava ad avanzare a nord, verso la basilica di S. Martino di Tours per farne razzia. Gli storiografi moderni concordano nel riconoscere ad Oddone (che pure in passato aveva proficuamente collaborato con i musulmani) il merito di aver comunque rallentato un’improvvisa avanzata araba in terra iberica, anche se a costo di una sonora sconfitta.

A seguito delle vicende e della richiesta di aiuto di Oddone, i merovingi si trovarono a dover preparare un esercito eterogeneo e colorito, composto da alemanni, da soldati di Assia e Franconia, di Bavari, tutti dotati di lunghe lance, di contadini gallo-latini, di gente proveniente dalla Borgogna, ma anche di cavalleria leggera visigota, di un folto gruppo di volontari della Sassonia armati di enormi spadoni a due mani, di un nutrito gruppo di gepidi, vestiti di pelle dorso ed armati in maniera non uniforme e di popoli della Foresta nera che combattevano col corpo totalmente dipinto di nero e privi di protezione: tutti popoli che nel passato recente o più lontano avevano combattuto su fronti opposti.

Gli schieramenti

battaglia di Poitiers
La battaglia di Poitiers nelle Grandes Chroniques de France (1356), BNF, FR2813. Gallica Digital Library, immagine in pubblico dominio

La data convenzionalmente indicata per l’inizio della battaglia è il 25 ottobre del 7323.

L’esercito di Carlo si presentava con uno schieramento compatto e quadrato. La scelta non fu casuale e fu stabilita sulla base della morfologia del campo: Carlo, in prossimità di Poitiers, a metà strada tra Tours e Bordeaux, decise di usufruire di una piana creata dall’intersezione di due fiumi, il Clain ed il Vienne, in modo da poter sfruttare una prima linea di fanteria armata di francisca, utile per il corpo a corpo con la fanteria nemica, seguita da linee composte da fanti dotati di giavellotti e picche per l’eventuale avanzata della cavalleria leggera, che per la prima volta montava sui propri animali staffe per permettere un maggiore dinamismo durante la cavalcata4. Carlo, inoltre, scelse l’incrocio dei due fiumi in modo che il suo schieramento quadrato non fosse esposto sui fianchi a ipotetiche incursioni della cavalleria; in più intervallò le file di fanteria con file di cavalleria e rafforzò i lati con altrettanti cavalieri, così da prevenire aggiramenti durante lo scontro.

Infine, Oddone si nascose in una foresta alla sinistra dello schieramento, pronto a venire in soccorso in caso di un eventuale sfondamento della cavalleria pesante musulmana e per razziare il campo nemico durante le fasi di scontro, in modo da compromettere eventuali ritirate e obbligare così il nemico a combattere su due fronti. Le fonti dell’epoca stimano in circa 15-20.000 unità i combattenti dello schieramento cristiano.

D’altro canto, forti di circa 25-30.000 unità, i musulmani si presentavano con la classica forma a mezzaluna, lasciando i reparti di cavalleria leggermente più avanti sui lati rispetto alle linee di fanteria. Infatti, l’ala sinistra, composta principalmente da cavalleria leggera (kurdos), era a ridosso del fiume Clain, l’ala destra vedeva la presenza di altra cavalleria e si dislocava lungo un basso colle, infine il centro era composto principalmente da fanti ed arcieri, ed occupava la carreggiata dell’antica via Romana. Vi è una piccola curiosità: a dispetto dell’ostilità dei luoghi, i musulmani avevano portato con loro anche dei dromedari, dispiegati nel corso della battaglia nonostante il loro utilizzo fosse prettamente per fini logistici, e questo perché vi era la credenza che l’olezzo pungente di questi inusuali animali potesse far imbestialire i cavalli e quindi rompere le file dell’esercito nemico.

La battaglia

La battaglia di Poitiers nelle Grandes Chroniques de France (circa 1415), f.166 British Library Cotton MS Nero E II. Immagine in pubblico dominio

Le schermaglie andarono avanti per quasi una settimana, ma il giorno del 25 ottobre si consumarono le fasi di scontro vero e proprio: gli storici ritengono che la battaglia si sia protratta dal mattino fino a sera, ed ebbe inizio per mano dell’esercito musulmano, che ebbe a schiantarsi con le fila di fanteria merovinge con incessante utilizzo di picche e giavellotti. A fondamento dell’azione musulmana vi era una precisa strategia, chiamata al-qarr wa al-farr, consistente in una rapida avanzata seguita da un’improvvisa ritirata che facesse intendere al nemico la possibilità di guadagnar terreno a scapito dei soldati in fuga, salvo poi sferrare l’attacco finale ai danni di un esercito a quel punto spaesato e ormai disunito: la loro strategia, quindi, si basava su una dissimulazione.

Carlo però era preparato a questa evenienza, e diede ordini precisi di rispondere agli attacchi dei Mori solo col corpo a corpo, evitando inseguimenti e non cedendo alla trappola di una fuga fittizia. Anche qui vi è una curiosità particolare: gli equipaggiamenti dell’esercito di Carlo erano pesanti e solidi, utili appunto per una battaglia di posizione e certamente non dediti ad una condotta dinamica delle fasi di scontro; al contrario, invece, i Mori viaggiavano leggeri ma, costretti ad un estenuante corpo a corpo, si trovarono maggiormente esposti ai colpi d’arma dei cristiani, che invece reggevano efficacemente. Per i Mori, quella di combattere senza significative protezioni era comunque una scelta ben precisa: combattere con l’armatura era visto come un segno di debolezza e di viltà, tant’è che proprio sulla scia della contrapposizione con la civiltà occidentale nacque la celebre imprecazione beduina “Possa tu essere maledetto come il franco che indossa una corazza poiché teme la morte”.

Questo impegno massiccio favorì la distrazione di parte della cavalleria musulmana lanciata in inseguimento della cavalleria aquitana, lasciando così scoperte le file centrali composte da arcieri e fanti, che furono letteralmente massacrate dalle picche e dai giavellotti dell’esercito merovingio.

A Carlo non restò che dare il segnale ad Oddone, il quale, mimetizzato nel bosco alla sua sinistra, mise in fuga tutto il fianco destro dello schieramento dei Mori.

battaglia di Poitiers
Charles de Steuben, Bataille de Poitiers, en octobre 732; olio su tela (1837). Mostra in modo romantico il momento cruciale dello scontro, la morte di Abd al-Raḥmān. Pubblico dominio

L’esercito musulmano fu letteralmente spazzato via. Lo stesso Abd al-Raḥmān morì per un colpo d’ascia, ma è a questo punto che la storia incontra la leggenda: fonti dell’epoca ritengono che il colpo mortale fu inferto al comandante moro da Carlo Martello in persona.
Infine, vi è discordanza tra la storiografia araba e quella occidentale sugli avvenimenti immediatamente successivi alle fasi finali della battaglia, difatti secondo la versione degli storici europei l’accampamento arabo, lasciato sguarnito dai pochi sopravvissuti in fuga, fu razziato con conseguente rinvenimento di tutta la refurtiva frutto delle campagne d’Aquitania; per gli storiografi del mondo arabo, invece, i Mori, pur riuscendo a sfondare le fila cristiane, scelsero di ripiegare quando videro minacciati i proventi delle proprie scorrerie e, quindi, tornarono all’accampamento per salvare quanto possibile, salvo poi disperdersi in maniera confusa.

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Tomba di Carlo Martello a St. Denis. Foto di J. Patrick Fischer, CC BY 2.5

Nonostante la limitatezza degli eventi, fu evidente la portata del successo di Carlo Martello e della misura della sconfitta araba, tanto che nella tradizione araba tale evento è tutt’ora ricordato come balāt al-shuhadā, ovvero il “lastricato di morti”.

Probabilmente una vittoria netta e riportata sotto l’attenta guida militare di un solo comandante ha fagocitato l’alone di leggenda che per secoli ha caratterizzato lo scontro, nonostante la dimensione marginale che gli eventi hanno avuto nella conquista araba della penisola iberica che, anche in seguito alla battaglia, non si arrestò per nulla ma, anzi, vide più feroci e più alti momenti di scontro.

Comprendere questa battaglia resta comunque un’utile esercizio per indagare sui motivi di tanta fama, nonché un’opportunità per avere uno spaccato di tecnica militare frutto dell’esperienza e delle capacità di uno dei padri dei casati più importanti della storia europea la cui testimonianza, forse, senza la suddetta interpretazione degli eventi, non sarebbe arrivata in maniera così dettagliata.

Bibliografia:

W. Blanc, C. Naudin, Que s' est-il vraiment passé à Poitiers en 732?, in «L'Histoire» 429, 2016, pp. 22-23.

E. Percivaldi, Grandi Battaglie/Poitiers, 732, in Storie di guerre e guerrieri, 7, 2016, pp- 66-71.

A. C. L. F. Silva, A Batalha de Poitiers (732) por um cronista árabe anônimo, in «Revista Brasileira de História Militar», 1, 2010

J. Wilson, Poitiers 732 CE: Interpretation and Remembrance, oral presentation in MARCUS Conference, Sweet Briar College, October 12, 2013.

Note:

1Giuliano fu Governatore della città di Ceuta; la leggenda vuole che Roderigo, Re dei Visigoti in Spagna, rapì e violentò la figlia di Giuliano.

2Già dopo le incursioni in Aquitania del 717-18, gli arabi iniziarono a definire il territorio della Gallia e più in generale tutta l’Europa come la “Grande Terra”.

3 Gli storici non sono concordi sulla data: altri indicano il 7 ottobre, altri il 10 o l’11. Il 25 è la data convenzionale che tiene conto anche delle schermaglie iniziali e dell’effettiva fase conclusiva del conflitto.

4Tale pratica era già in uso presso Bizantini, Visigoti e Longobardi, ma fino ad allora sconosciuta al disorganizzato esercito merovingio.


HomeMusicians: ogni sera musica fresca sui nostri schermi

HomeMusicians: la rassegna dell’Associazione Cam.To porta ogni sera video fatti in casa di musicisti, nazionali e internazionali, sugli schermi di tutti gli italiani in quarantena

In questa parentesi in cui tutti ci troviamo, mai come in tempi passati, una buona connessione Internet fa la differenza. Tra i molti intoppi causati da questa pandemia, si annovera sicuramente una situazione di stand by del settore culturale; nello specifico, in riferimento agli spettacoli dal vivo.

In questo scenario surreale – seppur per certi versi fortunato – , inimmaginabile anche per registi di film horror, ovvero quello di uno status di “quarantena perpetua”, molti di noi trovano nei social network una finestra su di un mondo che, in maniera quasi illusoria o, se vogliamo, esorcizzante, sembra in certe cose non essersi fermato.

Così l’Associazione Cam.To (Cultura, Arte, Musica Torino) che, già da tempi non sospetti si occupa dell’organizzazione di concerti musicali, rassegne e mostre, ha deciso di lanciare una rassegna fuori dagli schemi. Con il nome “HomeMusicians”, che potrebbe già suggerire qualcosa, ovvero “Musicisti a casa”, l’Associazione ha raccolto, e raccoglie quotidianamente, video di molti musicisti che, costretti anche loro alla quarantena casalinga, hanno registrato con un semplice smartphone alcune loro performance sui propri strumenti che fortunatamente gli fanno compagnia in clausura. Alcuni, non avendo questa possibilità, hanno comunque fornito video registrati in tempi recenti.

HomeMusicians
Foto di Niek Verlaan

Ogni sera, rigorosamente in orario da concerto, alle ore 21:15, sulla Pagina Facebook “Associazione Culturale Cam.To” viene così pubblicato un video inedito di un musicista, con tanto di “lancio” al pomeriggio con una foto dello stesso.

Tanti i musicisti che hanno aderito dall’iniziativa troviamo clavicembalisti, pianisti, violinisti, organisti (solo per citarne alcuni) ma anche quartetti e duetti, come il Quartetto Effe (tre violini e un violoncello) che ha regalato al pubblico virtuale l’esecuzione di “Arrival of The Birds”, tratto dalla colonna sonora de “La teoria del tutto”, con un’esecuzione delle quattro ragazze musiciste registrata davanti al loro smartphone in quattro parti diverse d’Italia.

Molte sono state anche le risposte all’appello dell’Associazione da diverse parti del mondo; tra i musicisti che hanno sposato l’iniziativa di regalare musica di alta qualità negli schermi dei confinati troviamo anche artisti internazionali come Jiae Teresa Kwak, giovane organista di Seul, Ana Sofia Sousa, violinista ad Aveiro in Portogallo, María Márquez Torres, pianista di Malaga e Lucile Dolat, organista a Parigi.

Abbiamo scelto di non menzionare tutti i musicisti poiché la rassegna HomeMusicians proseguirà fino al termine della quarantena italiana, e pertanto se ne aggiungeranno di nuovi ogni sera, ma questo è anche un invito ad andarli a scoprire di persona. Buona visione e buon ascolto.


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Notre-Dame de Paris: la flèche, l'incendio e le strategie di restauro

Lo scorso 14 febbraio, presso la sede della Scuola di Specializzazione in Beni architettonici e del Paesaggio dell'Ateneo Federico II di Napoli, nello splendido coro della chiesa trecentesca di Donnaregina, si è tenuta l’inaugurazione dell'anno accademico 2019-2020 della Scuola.

Nell'introduzione, il Direttore Prof. Arch. Renata Picone ha ricordato il ruolo centrale della Scuola napoletana nella formazione di professionisti capaci di operare su beni facenti parte di un patrimonio irriproducibile. 
La Lectio del Prof. Arch. Carlo Blasi, Ordinario di Restauro f.r. dell’Università di Parma e docente dell’École de Chaillot di Parigi, a dieci mesi dall'incendio che ha distrutto una parte significativa delle coperture della cattedrale di Notre-Dame a Parigi, ha illustrato i progetti e le attività di messa in sicurezza a cui sta collaborando, come unico italiano nel team di esperti. La conferenza ha rappresentato l’occasione per fare il punto della situazione sullo stato dei lavori della cattedrale parigina e per discutere sulle scelte restaurative per il ripristino della copertura e delle volte crollate.
L'intervento del Prof. Arch. Andrea Pane, docente di restauro del Dipartimento di Architettura dell'Ateneo federiciano, sulla flèche di Eugène Viollet-Le-Duc (andata distrutta durante l'incendio), ha aperto un interessante dibattito che ha visto partecipare docenti, ricercatori, dottorandi e specializzandi.

 

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La cattedrale di Notre Dame de Paris durante l'incendio del 15 aprile 2019 | Foto: Godefroy Trude, CC BY-SA 4.0

 

I danni dell'incendio
La sera del 15 aprile 2019, le immagini della cattedrale di Notre-Dame in fiamme fanno il giro del mondo in una manciata di secondi. Una delle più importanti icone del patrimonio mondiale è divorata da un incendio che divampa a partire da un ponteggio - non finito - appoggiato sulle navate laterali della cattedrale. Il collasso della flèche comporta il crollo della crociera del transetto e delle vele nella navata centrale, nonché la perdita della magnifica capriata lignea. Danni si registrano anche ai materiali lapidei a causa dell'azione diretta del fuoco e della fusione del piombo delle capriate che si è poi risolidificato suoi paramenti murari.

Il monitoraggio e la messa in sicurezza
La cattedrale è costantemente monitorata ed è oggetto di prove diagnostiche sui materiali e sulle strutture.
Gli interventi di messa in sicurezza sono stati tempestivi, ma assolutamente non facili. Si sono aperte questioni complesse su come intervenire per non danneggiare ulteriormente un monumento così fragile, dopo il trauma subito.
L'assenza delle volte ha provocato un'instabilità del sistema di scarico che va dagli archi rampanti ai contrafforti. Grazie a centine lignee e tiranti è stato evitato lo spanciamento delle pareti laterali. Anche i timpani nelle navate sono stati controventati con impalcati di legno. I danni alla base delle colonne sono stati contenuti da cerchiature.
Gli esperti stanno ora studiando una soluzione per il montaggio di un ponteggio interno, tenendo in considerazione il carico graverebbe sul pavimento, sotto il quale si apre la cripta che ospita le spoglie dei vescovi della cattedrale.
Altra criticità da affrontare sarà quella dello smontaggio del ponteggio esterno che è stato deformato dalle fiamme ed è in condizione di forte labilità. Si dovrà attuare quindi un consolidamento per evitarne il crollo sulle strutture sottostanti.

La questione della flèche
Un dibattito dai toni accesi si è aperto sulle ipotesi di ricostruzione della guglia della cattedrale di Notre-Dame. Al di là delle ipotesi fantasiose e - molto spesso - provocatorie, la soluzione a questa delicata questione non è affatto banale e non può che essere ricercata nella storia.
Com'è noto, la flèche è il frutto della ricostruzione neogotica disegnata in prima battuta da Viollet-le-Duc e Lassus. Dopo la morte di quest'ultimo, Viollet-le-Duc presenta nel 1857 un nuovo progetto, più ardito del precedente: gli stilemi gotici vengono reinterpretati in chiave creativa.
In un articolo uscito sulla Gazette de Beaux Arts nel 1860 l'architetto convince i parigini - sulla base dell'iconografia storica - che Notre-Dame era dotata di una guglia. Infatti, alla fine del Settecento (probabilmente tra il 1792 e il 1797, dunque in piena Rivoluzione) la guglia duecentesca era stata smontata.
Caratterizzata dall'incontro raffinato delle soluzioni sia tecniche che formali, la flèche di Viollet-le-Duc diventa dalla fine del XIX secolo parte integrante dell'immagine sedimentata nella memoria collettiva della cattedrale di Parigi. Non un falso storico - come molti l'hanno definita - bensì un elemento dal valore identitario inestimabile.

In un cantiere che vede tante difficoltà tecniche, qualsiasi elaborazione progettuale è prematura e non può essere ridotta a questioni meramente estetiche.
L'immagine della futura Notre-Dame, dunque, è ancora tutta da disegnare.

 


La cattedrale di Notre-Dame, prima dell'incendio del 15 aprile 2019. Foto di Steven G. JohnsonCC BY-SA 3.0