Josef Koudelka Radici

Josef Koudelka, Radici: passato e presente al Museo dell'Ara Pacis

Josef Koudelka, Radici. Evidenza della storia, enigma della bellezza

Roma, Museo dell’Ara Pacis

1° febbraio – 29 agosto 2021

 

«Ruins are not the past, they are the future which draws our attention and make us enjoy the present»

«Le rovine non sono il passato, sono il futuro che ci invita all’attenzione e a godere del presente»

Josef Koudelka

Radici Josef Koudelka
Amman, Giordania, 2012. Foto © Josef Koudelka/ Magnum Photos

Se siete a Roma in questo ancora strano periodo estivo avete la possibilità di visitare, fino al 29 agosto, una mostra che si può definire, dando veramente senso a un’espressione nota, unica nel suo genere: Koudelka imprime sulla pellicola fotografica il paesaggio dei siti archeologici più importanti che i territori del Mediterraneo ancora offrono agli occhi dei loro abitanti.

Oggi questo territorio molto ampio ospita contesti e popoli vari e diversi, ma gli scatti di Koudelka, ancora più suggestivi nella scelta del bianco e nero, ci restituiscono uno sguardo su un paesaggio in cui la contemplazione dell’antico raccoglie i pensieri e unisce le lontananze.

Il paesaggio, spesso, non è semplicemente uno sfondo per la vita umana, ma un personaggio vivo, con il quale si instaurano rapporti profondi e duraturi.

Nel paesaggio reale si sovrappongono livelli diversi, legati all’esperienza emotiva, personale di chi lo abita, finché il confine tra l’elemento geografico e quello mentale ed emozionale diventa sfumato e inafferrabile. La riflessione sul paesaggio e sul suo legame con l’esistenza umana è profonda e antica[1] e traspare anche dalle fotografie di Koudelka: non si tratta di una semplice documentazione dei siti archeologici, ma della restituzione di un paesaggio dell’anima che trova nel rapporto tra antico e moderno la sua intensità.

Radici Josef Koudelka
Roma, Italia, 2000. Foto © Josef Koudelka/ Magnum Photos

Uniti dal rapporto con il Mediterraneo, i luoghi testimoniati da Koudelka si snodano come una grande mappa della geografia e dell’anima: non solo l’Italia, ma anche  il Portogallo, la Spagna, la Francia, la Croazia, l’Albania, la Grecia, la Turchia, Cipro (sia il Nord che il Sud), la Siria, il Libano, Israele, la Giordania, l’Egitto, la Libia, la Tunisia, l’Algeria, il Marocco.

Il paesaggio di questi luoghi rivela l’influenza delle loro antiche civiltà, dalle quali è stato plasmato, che ha reso parte di sé: le rovine di questo passato si ergono maestose accanto alla modernità, o emergono dal paesaggio naturale, anch’esso in bilico tra la costanza e le trasformazioni.

Chi decida di visitare la mostra è indotto a camminare, letteralmente, tra gli scatti delle rovine, che non compaiono solo sui pannelli posti alle pareti, ma informano anche dei particolari blocchi orizzontali – su cui avrete l’accortezza di non sedervi – che abitano fisicamente le varie stanze in cui si articola il percorso espositivo.

Se il viaggio è talvolta - e non solo in questi tempi non ancora tornati a una tranquilla normalità - una possibilità più sognata che realizzata, camminare lungo questo percorso vuol dire davvero immergersi, almeno un po' in quel sogno.

Giungere alle radici, insomma, che sono quelle di un territorio vasto, di popoli diversi e di un passato che vive e dialoga con e dentro di noi.

 

Dal sito del Museo dell’Ara Pacis:

«Tappa unica in Italia, la mostra dedicata al grande fotografo dell’agenzia Magnum Photos documenta con oltre cento spettacolari immagini lo straordinario viaggio fotografico di Koudelka alla ricerca delle radici della nostra storia nei più importanti siti archeologici del Mediterraneo.»

 

 

[1] Basti pensare che è stato il tema scelto dall’ultimo Convegno Properziano organizzato dall’Accademia Properziana del Subasio (27-29 maggio 2021)

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yiddish

Yiddish: il viaggio millenario di una lingua e del suo popolo

YIDDISH: IL VIAGGIO MILLENARIO DI UNA LINGUA E DEL SUO POPOLO

Introduzione all'argomento con la professoressa Marisa Ines Romano

 

Parlare di lingua e cultura yiddish implica, inevitabilmente, il fatto che ci si occupi della lunga e travagliata storia del Popolo ebraico. Facciamo infatti riferimento ad una cultura millenaria, che affonda le sue radici nel X secolo.

Ad introdurci in questo mondo estremamente affascinante e variegato è stata la professoressa Marisa Ines Romano, docente di Lingua e Letteratura Yiddish presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”. Laureatasi nel 1993 in Lingue e Letterature Straniere Moderne (cum laude), ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Scienze Letterarie (Letterature Moderne Comparate) con una tesi dal titolo Le saghe familiari di Isaac Bashevis Singer, Israel Joshua Singer e Der Nister in rapporto di scambio con il canone di genere europeo e come specchio delle tensioni culturali e delle dinamiche sociali nel mondo yiddish del XX secolo. Da quel momento l’intera attività di ricerca della Professoressa è stata dedicata allo studio e alla divulgazione della cultura yiddish.

La sua ricca produzione scientifica, comprendente articoli, saggi, recensioni e conferenze, vanta svariate traduzioni dallo Yiddish, come Acquario verde di Avrom Sutskever (La Giuntina, Firenze 2010), Quando Yash è partito di Yankev Glatshteyn (La Giuntina, Firenze 2017) e Yiddish. Lingua, Letteratura e Cultura. Corso per principianti di Sheva Zucker (La Giuntina, Firenze 2007). Quest’ultimo testo, inoltre, rappresenta l’unico manuale in circolazione in Italia per l’apprendimento della lingua yiddish.

Col presente articolo andiamo alla scoperta dello straordinario mondo della cultura Yiddish assieme alla professoressa Marisa Ines Romano, che ha messo gentilmente a disposizione del pubblico di ClassiCult la sua conoscenza.

Uniba Marisa Ines Romano yiddish
Laprofessoressa Marisa Ines Romano sullo sfondo dell'Università di Bari. Collage di Chiara Torre, foto del riquadro di Marisa Ines Romano; foto dell'Università di Bari di Laura Beato, CC BY-SA 4.0

 

Non si può comprendere quanto importante sia questa cultura per le nostre radici se non si conosce a fondo la sua storia. Lo Yiddish nasce nel cuore dell’Europa e con l’Europa. Si sviluppa dalla peculiarità dell’ebraismo europeo, che vede il suo epicentro sulle rive del Reno, intorno a Mainz (Magonza), proprio nella zona di confluenza tra il Reno e il Mosella, che sarà anche punto di diramazione del Sacro Romano Impero. Come si vede, la cultura europea e quella ebraico-europea condividono il medesimo luogo e tempo di nascita e sviluppo. Va altresì ricordato che la lingua yiddish è classificata come lingua neogermanica, contraddistinta, dunque, da una doppia anima ebraico-europea.

Gli Ebrei erano arrivati in Europa dalla Palestina tempo addietro, in seguito alla grande diaspora, determinata dalla sconfitta dei rivoltosi ebrei all’epoca di Tito (I sec. d. C.). L’assoggettamento della Palestina da parte dei Romani era malvisto dalla popolazione ebraica, che si organizzò e diede origine a delle tremende rivolte, sedate nel sangue, e identificabili come guerre giudaiche, descritte dallo storico Yosef ben Matityahu, meglio conosciuto come Giuseppe Flavio. La sorte riservata ai rivoltosi sconfitti fu, nella maggior parte dei casi, la schiavitù, che è testimoniata dallo stesso arco di Tito, nel rilievo del quale riconosciamo una scena di deportazione di schiavi ebrei. Lo stesso Anfiteatro Flavio, simbolo della romanità, fu realizzato grazie alla manodopera servile ebraica.

I tesori di Gerusalemme, particolare dall'Arco di Tito. Foto di Jebulon, CC0

Prima ancora della diaspora, però, Roma conteneva al suo interno una comunità ebraica non poco rilevante, se si pensa che già nel II sec. d.C. gli Ebrei incidevano per il dieci per cento sul totale della popolazione urbana. Interessante sottolineare come una delle vie privilegiate della grande diaspora fu proprio la Puglia. Ci sono testimonianze di insediamenti ebraici lungo la via Appia: a partire da Brindisi, importanti tappe del percorso degli Ebrei su suolo italico furono Oria, Bari e Trani (solo per fare alcuni esempi). Notevole anche il caso di Benevento e di Venosa, città a maggioranza ebraica in alcuni periodi della sua storia.

Per raggiungere il cuore dell’Europa centrale, gli Ebrei seguirono le espansioni romane e il progressivo allargamento del limes, interagendo con le popolazioni locali. A questa spinta da sud e sud-est, si unisce tempo dopo la direttrice determinata dai flussi provenienti dall’Impero Romano d’Oriente. Lì gli Ebrei si erano stanziati, dopo la grande diaspora, presso le rive del Mar Nero e nelle città della Grecia. A Costantinopoli, la quantità di Ebrei era estremamente elevata e in città di dimensioni inferiori, come Smirne, raggiungeva, se si includono oltre ai circoncisi anche i cosiddetti giudeizzanti, il cinquanta per cento del totale degli abitanti.

Non va dimenticato neanche che l’Ebraismo esercitava un forte potere attrattivo soprattutto tra i ceti più umili, per il suo rigore e le sue regole chiare. Gli stessi Greci ne subirono il fascino e vi fu un’influenza reciproca tra la cultura greca e quella ebraica, in una fase in cui il paganesimo era entrato in forte crisi. L’altra alternativa, il Cristianesimo, risultava maggiormente attraente per i ceti intermedi, capace poi di espandersi fino alle vette del potere politico con conseguenze ben note. L’Ebraismo, nella sua radicalità, risultava però più diretto ed immediato e attirava i ceti più umili, facendo incrementare esponenzialmente il numero dei proseliti giudaizzanti ed entrando in competizione con il Cristianesimo stesso. Tra popolazione strettamente ebraica e giudaizzante, la percentuale di Ebrei nell’Impero Romano d’Oriente era considerevole.

Man mano che il Cristianesimo assumeva prestigio, diventando poi la religione di stato dell’Impero sotto Costantino, gli Ebrei furono colpiti da una serie di duri editti restrittivi e furono costretti ad abbandonare le grandi città per dirigersi più ad Est, verso le attuali aree di Crimea e Moldavia. Con le invasioni barbariche e la conseguente occupazione di questi territori da parte di gruppi di popolazioni scito-sarmatiche, gli Ebrei si trovarono a dividere lo spazio con popoli che subivano il fascino dei loro precetti, dando vita a delle interazioni tra le diverse culture e allo spostamento verso l’Europa centrale della lingua e della cultura ebraica, a causa della migrazione di questi popoli. Gli Ebrei provenienti dall’Europa orientale, portati nella parte centrale sotto la spinta delle popolazioni slave, chiamarono sé stessi aschenaziti (da Ashkenaz, nome, in ebraico medievale, della regione franco-tedesca del Reno). La lingua di questi Ebrei, per ovvie ragioni, entrò in contatto con quella germanica già presente.

Essendo una lingua neogermanica, lo Yiddish risulta fondamentale per comprendere le tappe dello sviluppo del tedesco, poiché ha fotografato la situazione della lingua tedesca non più recepibile, se non attraverso lo studio delle strutture yiddish. Questa lingua, peraltro, si è fatta anche veicolo di miti tipicamente germanici, come il mito di Kudrun, oggi attestati esclusivamente in Yiddish. Gli Ebrei hanno fuso la loro lingua a quella tedesca, dando vita ad un mosaico linguistico estremamente interessante, avente per base il tedesco con termini ebraici e slavi.

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Piastrelle in ceramica da Caltagirone. foto di Andrewb1990, in pubblico dominio

Per la scrittura, inoltre, venivano utilizzati i caratteri ebraici. Il fattore di riprendere le lingue locali e unirle all’idioma ebraico è comprovabile analizzando altri casi. Ad esempio, è stata rintracciata una parlata siculo-ebraica, che aveva per base il dialetto siciliano scritto in caratteri ebraici e contenente termini afferenti alla fede e alla quotidianità ebraica. Inoltre, ci sono testimonianze di ebraico livornese, ma si potrebbe continuare a lungo. Gli Ebrei che si stabilirono in Spagna, diedero vita al cosiddetto giudeo-spagnolo, detto anche judezmo o giudesmo. In spagnolo, la lingua è definita ladino, da non confondersi con il ladino dolomitico, ed è parlata ancora oggi dagli Ebrei sefarditi. In questo ricco panorama di varietà linguistiche, siamo in grado di rintracciare una tipicità: da un lato, emerge la volontà di interagire con le popolazioni circostanti per ragioni di natura economico-sociale, dall’altro, c’è il chiaro obiettivo di conservare una lingua distintiva, un socioletto, parlato e comprensibile soltanto da un gruppo specifico. Pertanto è questo il contesto in cui vanno inserite le parlate giudaiche e lo Yiddish, nate da una spinta centrifuga e centripeta al tempo stesso.

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Dal Makhazor di Worms, il testo yiddish è in rosso. Foto di joystick, in pubblico dominio

Un manoscritto ritrovato a Magonza, il Makhazor di Worms, risalente al 1272, conserva la più antica glossa in lingua yiddish, una piccola benedizione che recita: Colui che porta questo Makhazor nella sinagoga sia gratificato di una buona giornata.

Lo Yiddish dovette faticare molto prima di assumere la dignità di una lingua letteraria, sulla falsa riga di quanto accadde per il volgare italiano. Lo Yiddish, infatti, era sovrastato dal prestigio dell’Ebraico, la lingua sacra di un popolo legato visceralmente alle proprie tradizioni.

Si può dire che i primi esperimenti di produzione letteraria yiddish risalgano al XV/XVI secolo, quando iniziarono ad essere composte opere di carattere omiletico, destinate a fornire spiegazioni accessibili a tutti delle 613 mitzvòt, i precetti ebraici, che per i fedeli era necessario conoscere alla perfezione. Si diffusero anche versioni in Yiddish delle narrazioni della Torah, rivolti alle donne e a chi non aveva i mezzi per comprendere autonomamente i testi sacri. Tra il XVII e il XVIII secolo, si diffondono opere che imitano la letteratura europea. È proprio in questo periodo che la mobilità del popolo ebraico in Europa si intensifica, a seguito di vari fenomeni non slegati da ondate di antisemitismo. Si verificò un grande spostamento verso est e verso la parte meridionale del Regno di Polonia. A causa di questo travaso, nella lingua yiddish aumentarono gli elementi slavi.

Colonie di commercianti ebrei tedeschi si stanziarono anche nel Nord Italia, fino all’Emilia Romagna. Si trattava di individui attratti dalla Penisola per ragioni commerciali e non è un caso che uno degli esponenti principali di letteratura yiddish rinascimentale sia stato Elia Levita, nativo di Ipsheim, nei pressi di Norimberga, e trasferitosi ben presto nell’Italia settentrionale. Svolse l’attività di grammatico e interagì con il cardinale e umanista Egidio da Viterbo, che divenne suo amico e mecenate. Scrisse le 650 stanze in ottava rima del Bovo-Bukh, basato sul popolare romanzo Buovo d'Antona, a sua volta tratto dal romanzo normanno Sir Bevis of Hampton. Oltre ad essere la prima opera letteraria laica in Yiddish, il Bovo-Bukh è il più popolare romanzo cavalleresco scritto in Yiddish e adeguato alla dimensione della vita ebraica.

Una letteratura yiddish vera e propria, però, nasce con l’Illuminismo. L’Illuminismo yiddish nacque sulla falsa riga dell’Illuminismo francese e tedesco, grazie a Moses Mendelssohn, amico di Christoph Friedrich Nicolai e Gotthold Ephraim Lessing. Mendelssohn aveva tradotto la Torah in tedesco con l’intenzione di valorizzare una lingua considerata superiore, ma suo malgrado veicolò la lingua yiddish, in quanto la redasse in caratteri ebraici, proprio per farsi comprendere da un pubblico quanto più ampio possibile.

Jean-Pierre-Antoine Tassaert, busto di Moses Mendelssohn, presso la Neue Synagoge di Berlino; foto di Yair Haklai, CC BY-SA 4.0

Nacquero così le varie correnti fino ad arrivare ai fondatori della moderna letteratura yiddish: Mendele Moykher Sforim, Sholem Aleichem e Yitskhok Leybush Peretz. Si tratta di autori abbastanza tradotti in lingua italiana, ma le maggiori traduzioni sono state realizzate in lingua inglese. Questo è dovuto agli avvenimenti della fine del XIX secolo.

Il 1881, in particolare, è un anno cruciale per gli ebrei che vivevano nell’Impero russo. Peraltro, la Russia, in quegli anni, era riuscita ad appropriarsi di gran parte della Polonia, inglobando i territori maggiormente abitati dagli Ebrei. Ci fu una tremenda scossa di odio antisemita quando, nel 1881, Alessandro II fu vittima di un attentato da parte di un giovane ebreo anarchico. Questa vicenda scatenò una campagna di pogrom, attacchi di una violenza inaudita ed indiscriminata nei confronti della popolazione ebraica, caratterizzati da saccheggi, incendi, razzie e stupri.

Molti Ebrei decisero di emigrare e, tra il 1881 e gli anni Trenta del Novecento, gli Stati Uniti d’America accolsero oltre tre milioni di profughi. Questa cospicua immigrazione in un paese anglosassone fece in modo che si creasse un’interazione speciale con la lingua inglese e si traducessero molte opere dallo Yiddish. Pur rimanendo discriminati e vittime di pregiudizi, negli Stati Uniti gli Ebrei non subirono le violenze sistematiche perpetrate ai loro danni in Europa. Dopo la Shoah e la Seconda guerra mondiale, l’Europa risultò praticamente svuotata dagli Ebrei e molti superstiti decisero di raggiungere l’America. Altri, invece, raggiunsero la Palestina, aspirando alla creazione dello stato di Israele. Oggi gli Ebrei si trovano in gran parte distribuiti tra queste due realtà e in Europa ne è rimasto soltanto un milione, contro i 12 milioni  che vi abitavano agli inizi del Novecento.

A causa del nazismo, l’Europa ha divelto le proprie radici ebraiche, perdendo una cultura millenaria che sul suo suolo si era espansa, godendo degli apporti delle altre culture e donando menti geniali, in uno scambio vitale e prolifico. Se, per fortuna, il popolo ebraico è rinato e si è risollevato dalla catastrofe dell’Olocausto, la civiltà di lingua yiddish è pressoché scomparsa. Alcuni gruppi sociali ben definiti, però, utilizzano ancora lo Yiddish come lingua ufficiale. Gli ultraortodossi parlano in Yiddish nella quotidianità per non profanare l’ebraico biblico, la lingua sacra. In Israele, un gran numero di Ebrei parla lo Yiddish e a New York esiste una comunità che lo utilizza regolarmente, proprio per non dover adoperare l’inglese in alternativa all’ebraico. Appare quasi paradossale il fatto che lo Yiddish venga oggi usato dagli ultraortodossi, mentre un tempo aveva contraddistinto una letteratura laica, proletaria, nata dalle lotte sociali. Lo Yiddish, però, è usato oggi come seconda lingua da molti Ebrei in America e in Israele: una serie tv distribuita da Netflix, Shtisel, ben dipinge lo scenario bilingue del mondo ebraico ed ebraico-ortodosso. In forme meno specialistiche, il cinema mondiale continua a mostrare interesse per la lingua e la cultura yiddish. Come non menzionare, a tal proposito, l’incipit di A Serious Man di Ethan e Joel Coen.

I fratelli Coen. Foto di Rita Molnár, CC BY-SA 2.5

In Europa, lo Yiddish è parlato specialmente in Francia, dove si trovano Ebrei aschenaziti arrivati in seguito all’ondata migratoria che, nel 1905, li fece riparare lì dalla Russia. Non a caso, il più grande centro di studi per la lingua yiddish si trova proprio a Parigi. L’Inghilterra, terra di transito per molti Ebrei in fuga dalla Mitteleuropa tra le due guerre, ospita un risicato numero di parlanti yiddish, perlopiù anziani.

In ambienti universitari e di ricerca, la lingua, la letteratura e la cultura yiddish vengono ancora insegnate, ma, con il passare del tempo, sempre meno costantemente. Nelle università italiane ci sono stati più o meno significativi avvicinamenti allo Yiddish negli anni Novanta, quando Moni Ovadia iniziò la sua carriera teatrale. Ovadia è stato un grande divulgatore di questa cultura, mediante i suoi lavori e i suoi spettacoli, tra i quali è bene ricordare Golem (che ha portato in tournèe a Bari, Milano, Roma, Berlino, Parigi e New York), Oylem Goylem (con cui si è imposto all’attenzione del grande pubblico, unendo musica klezmer, umorismo ebraico, storielle e barzellette), Dybbuk (spettacolo sull’Olocausto), Taibele e il suo demone, Diario ironico dall’esilio, Ballata di fine millennio, Il caso Kafka, Trieste… ebrei e dintorni, La bella utopia. Nei suoi spettacoli, l’ebreo è l’estraneo per eccellenza e si guarda alla tradizione del popolo ebraico dell’Europa centro-orientale con la piena consapevolezza della distanza da quel mondo e dell’impossibilità di resuscitarne le vite e le forme. Quello dell’artista è uno sguardo strabico: fisso nostalgicamente sul passato e al contempo puntato ostinatamente sul futuro.

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La professoressa Marisa Ines Romano e Moni Ovadia. Foto courtesy Marisa Ines Romano

A ridosso del grande interesse per lo Yiddish nato tra gli ultimi anni Novanta e i primi anni Duemila, nelle università di Roma, Milano, Bologna, Venezia, Torino, Trieste (grazie a Claudio Magris, uno dei primi ad occuparsi di letteratura yiddish) nacquero degli esperimenti. Anche l’esperienza di studio della Professoressa Romano risulta legata a Moni Ovadia, preziosa fonte di ispirazione per una ricerca che avesse attinenza con la dimensione europea e delle letterature comparate. La lingua e la letteratura yiddish, avendo interagito con le varie culture, ben si prestavano al lavoro di comparazione portato avanti da Marisa Romano, specializzatasi in Lingua e Cultura Yiddish presso The Oxford Institute for Yiddish Studies e successivamente presso AEDCY/Bibliotheque Medem (Parigi). Nei suoi anni di formazione, è stata supportata dal professor Giuseppe Farese, Emerito dell’Università di Bari, grande germanista e principale studioso italiano dell'autore austriaco Arthur Schnitzler, di cui ha tradotto le opere. Farese appoggiò immediatamente il campo di indagine della Professoressa Romano, dimostrando grande interesse per lo Yiddish e introducendone a Bari l’insegnamento. Altri colleghi, come il professor Domenico Mugnolo, il professor Pasquale Guadagnella e la professoressa Marie Thérèse Jacquet, ex Presidi della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, hanno poi sostenuto la presenza dell’insegnamento.

A partire dal 1998, prima di diventare Professore a contratto di Lingua e Letteratura Yiddish (L/LIN/13) presso l’Università degli Studi di Bari, la Professoressa Romano ha tenuto corsi presso l’Associazione Culturale Italo-Tedesca (ACIT) di Bari, ambiente culturalmente vivace che ha accolto  con entusiasmo la sua ricerca. Un suo ambito di studio è quello della canzone yiddish colta, dove sussiste un’interazione diretta tra il mondo letterario e quello della musica. A tal proposito, occorre annoverare, tra i numerosi progetti realizzati, la traduzione, introduzione e cura di diverse liriche yiddish, racchiuse nei lavori Betàm Soul (CD, Digressione Music, 2010), Far Libe (CD, Digressione Music, 2012) e Mirazh: le città inaudite (CD, Digressione Music, 2014).

Diversamente da quanto è accaduto per gli altri ambienti accademici italiani, il caso barese nell’insegnamento della Lingua e della Letteratura Yiddish ha avuto una longevità e una costanza che rappresentano un unicum in ambito universitario. Da ben dodici anni, lo Yiddish attira presso l’Ateneo barese centinaia di studenti, incuriositi da questa cultura e desiderosi di apprenderne le principali caratteristiche e peculiarità. Solo nel corso di quest’anno accademico, il Seminario ha potuto vantare più di 180 iscritti, quota che stupisce persino i principali Maestri esteri di questo campo di ricerca. Per la Professoressa, un tale interesse per l’insegnamento si spiega alla luce del rapporto tra la Puglia e l’Ebraismo, che è stato documentato da vari percorsi e progetti, come un documentario realizzato da RAI 3 L’ebraismo a Bari, a cura di Enzo Del Vecchio, a cui la stessa Romano ha collaborato. La Professoressa, inoltre, ha realizzato per due volte di seguito un progetto patrocinato dalla Regione Puglia, Mai Più, consistente in un ciclo di sei seminari per docenti e alunni degli istituti superiori pugliesi, comprendente l’allestimento delle mostre Il treno della memoria, viaggio ad Auschwitz e SHOAH. Fotografie, Video storici, Documenti, Installazioni Incontri e Testimonianze. Grazie a queste iniziative, la Puglia ha assunto consapevolezza della sua importanza per il popolo ebraico. Non va dimenticato che la Puglia fu una terra di transito cruciale per gli Ebrei in fuga dalla Palestina nel corso della grande diaspora e le città pugliesi hanno ospitato importanti insediamenti.

La Sinagoga Scolanova a Trani. Foto di Tommytrani, CC BY-SA 3.0

A Trani è ancora presente una piccola comunità e le due sinagoghe presenti su quel territorio attirano gli Ebrei sparsi per tutta la Puglia. Il numero degli Ebrei in Puglia attualmente non è minimamente paragonabile a quello registrato in passato. Verso la metà del XVI secolo, in seguito alla cacciata dei Semiti da parte dei cattolicissimi re di Spagna, gli Ebrei vennero banditi anche dall’Italia meridionale e alcuni si convertirono, pur rimanendo legati alle proprie tradizioni (cf. Marranesimo). Anche in tempi più recenti, la Puglia ha rappresentato un punto di passaggio fondamentale per gli Ebrei. Dopo il 1943, molti Ebrei in fuga dai nazisti si imbarcarono per la Palestina dai porti pugliesi. Vennero creati diversi campi per rifugiati, come quello di Nardò o quello nei pressi di Barletta. Una grande comunità di sopravvissuti ha trovato accoglienza ed ospitalità in queste terre, conservando ricordi splendidi della sua permanenza. Furono celebrati qui molti matrimoni tra gente che aveva perso tutto e voleva rinascere, cominciare una nuova vita.

Angelo Fortunato Formiggini in una cartolina postale degli anni venti, dalla serie "Cartoline Parlanti"; dalla Collezione privata di Tony Frisina - Alessandria. Immagine di Tony Frisina, in pubblico dominio

Interessante anche occuparsi della diffusione e della traduzione della letteratura yiddish in Italia. Pioniere in tal senso fu, negli anni Venti del Novecento, l’editore modenese di origini ebraiche Angelo Fortunato Formiggini, fondatore dell’omonima casa editrice. Tra le collane principali, è bene ricordare Profili, Classici del ridere, Apologie, Medaglie e Guide radio-liriche. Formiggini pubblicò per la prima volta classici della letteratura yiddish in italiano a partire dalle traduzioni inglesi, poiché non disponeva di traduttori dallo Yiddish. Diede alle stampe, per la collana Classici del ridere, diverse opere di Sholem Aleichem, come La storia di Tewje il lattivendolo (1928) e Marienbad (1918). Angelo Fortunato Formiggini è stato un personaggio di spicco nel panorama editoriale e culturale italiano dei primi del Novecento, ma la sua tragica vicenda biografica pose ben presto fine al suo progetto. Nel 1938, il regime fascista proclamò le leggi razziali, accompagnate da una terribile propaganda antisemita, e Formiggini fu costretto a mutare proprietà e nome della Casa editrice per cercare di evitare l’espropriazione. Il 29 novembre del 1938, stremato su più fronti, decise di mettere in atto il suicidio che premeditava da tempo e si gettò dalla Ghirlandina, la torre del Duomo di Modena. La casa editrice continuò ad esistere fino al 1941, quando fu posta definitivamente in liquidazione.

In tempi più recenti, tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, altre traduzioni sono state fatte dallo Yiddish, per conto di case editrici specializzate nella diffusione di letteratura ebraica, come la casa editrice La Giuntina di Firenze. Anche la casa editrice Adelphi ha pubblicato titoli fondamentali in materia, essendo stata fondata dagli editori ebrei Luciano Foà, Alberto Zevi e Roberto Olivetti nel 1962 ed essendosi avvalsa di collaboratori del calibro di Roberto Bazlen, Giorgio Colli, Sergio Solmi, Claudio Rugafiori, Franco Volpi, Roberto Calasso e Giuseppe Pontiggia. Le figlie di Zevi, Elisabetta e Susanna, continuano a tradurre tuttora opere letterarie dallo Yiddish e dall’Ebraico. Susanna Zevi, in particolare, cura le opere di Meir Shalev, Haim Baharier e del grande Moshe Idel.

Una lingua straordinaria, che rispecchia la storia del popolo più antico. Una lingua ricca, variegata, pregna di storia. La lingua di voci immortali, che continuano a riverberarsi in pagine uniche. Una cultura che merita attenzione e che è necessario conoscere, anche per recuperare l’essenza di un popolo massacrato (per citare il poeta polacco Itzhak Katzenelson, ucciso ad Auschwitz nel 1944). Ritengo sia importante concludere il percorso tracciato in questo articolo, reso possibile dalla competenza e dalla disponibilità della Professoressa Romano, con le parole del Premio Nobel Isaac Bashevis Singer, che, a proposito dello Yiddish, scrive:

C'è chi chiama lo Yiddish una lingua morta, ma così venne chiamato l'ebraico per duemila anni. È stato riportato in vita ai giorni nostri in modo sbalorditivo, quasi miracoloso. L'aramaico è certamente stata una lingua morta per secoli, ma poi ha dato alla luce lo Zohar, un'opera mistica di sublime valore. È un fatto che i classici della letteratura yiddish sono anche i classici della letteratura ebraica moderna. Lo Yiddish non ha ancora pronunciato la sua ultima parola. Serba tesori che non sono ancora stati rivelati agli occhi del mondo. Era la lingua di martiri e santi, di sognatori e cabalisti – ricca di spirito e di memorie che l'umanità non potrà mai dimenticare. In senso figurato, lo Yiddish è l'umile e sapiente linguaggio di noi tutti, l'idioma dell'umanità che teme e spera.

 

 

Si informano i lettori che la Summer School del Centro per la Cultura Yiddish di Parigi quest'anno (2021) si terrà su Zoom, risultando dunque facilmente accessibile da qualsiasi punto del globo.

Quest'anno sono disponibili molte borse di studio per studenti fino a 30 anni, che coprono fino all'intero importo della tassa di partecipazione (normalmente 680 o 450 euro per 3 settimane, a seconda del numero delle ore che si intende frequentare).

Registrazione: https://www.yiddishparis.com/registration/

Borse di studio: https://www.yiddishparis.com/fr/inscription/

Link al sito: https://www.yiddishparis.com/yi/aynshraybn/


Megara Hyblaea: riprese le attività di scavo

Sono iniziati, dopo una lunga attesa legata alla situazione pandemica, i lavori di scavo archeologico presso il sito di Megara Hyblaea, in provincia di Augusta. Ad osservare le operazioni di scavo, l'assessore dei Beni culturali e dell'Identità siciliana, Alberto Samonà.

Le ricerche sono dirette dall'Ècole Française de Rome in collaborazione con il Parco Archeologico di Leontinoi, sotto la direzione del professor Jean-Christophe Sourisseau, dell'Università di Marsiglia, e del direttore del Parco Lorenzo Guzzardi.

La dottoressa René-Marie Berard coordinerà i lavori di ricerca nel settore occidentale della città in merito ad un impianto arcaico, già oggetto di studio nel 2019, risalente alla fine dell'VIII secolo a.C.

Megara Hyblaea
Megara Hyblaea, scavo. Foto: Assessorato regionale dei Beni Culturali e dell'Identita' Siciliana

Inoltre, le nuove indagini si concentreranno sui resti di un fossato di un villaggio di età neolitica su cui aveva lavorato anche Paolo Orsi durante i primi decenni del Novecento. Al progetto parteciperà il personale scientifico del Parco Archeologico di Leontinoi e del Parco Archeologico di Siracusa, Eloro, Villa del Tellaro e Akrai.

Megara Hyblaea
Megara Hyblaea, scavo. Foto: Assessorato regionale dei Beni Culturali e dell'Identita' Siciliana

Così il Direttore del Parco, Lorenzo Guzzardi: "La nuova esplorazione  seguirà l'andamento del fossato, un'importante opera di difesa che prevedeva anche un aggere, un terrapieno difensivo in terra, che fa di Megara Hyblaea uno tra i più grandi insediamenti trincerati della Sicilia neolitica. Si punta anche ad esplorare i resti delle capanne preistoriche, in parte visibili al di sotto della griglia di strade e case di epoca greca".

Megara Hyblaea
Megara Hyblaea, scavo. Foto: Assessorato regionale dei Beni Culturali e dell'Identita' Siciliana

Significative anche le parole dell'assessore Alberto Samonà: "Il progetto di scavo rappresenta un esempio virtuoso di collaborazione con le università straniere, nel quadro di una lettura multidisciplinare del mondo antico, il cui punto di forza è costituito dall'interazione tra saperi scientifici e discipline umanistiche. Dopo oltre settant'anni da quando Luigi Bernabò Brea, Soprintendente alle Antichità per la Sicilia Orientale, affidò alla missione francese di G. Vallet e F. Villard l'esplorazione di Megara, continua, oggi come allora, la collaborazione tra la Sicilia e la Francia con un ambizioso progetto di recupero della memoria storica del Mediterraneo, che vede in Sicilia un territorio privilegiato di indagine".


Un lupo nella stanza di Amélie Cordonnier come rilettura del disamore e dell'identità

Una prosa lacerante e costruita con brevi fraseggi, perché la protagonista di Un lupo nella stanza (NN editore, 2021) di Amélie Cordonnier è una madre che singhiozza di fronte alle incertezze della propria esistenza pregressa e futura. Un romanzo (tradotto dal francese da Francesca Bononi) che racchiude in sé le molteplici problematiche insite del tessuto socio-culturale della Francia di tutto il Novecento e del presente.

Un romanzo intimo, vibrante di una potente individualità, non potrebbe essere altrimenti, quando scopriamo che il piccolo Alban, appena nato, presenta diverse macchioline scure che destabilizzano la madre perché è il principio di un qualcosa di incomprensibile. E infine la verità, Alban è sempre più scuro perché in realtà è mulatto e qualcosa nell'albero genealogico dei genitori non quadra, visto che sono entrambi bianchi e il tradimento della moglie è escluso.

In questo micro-universo interiore grottesco e allucinato, il caos familiare all'interno della donna che sembra echeggiare la condizione della depressione post-parto, rimaniamo bloccati in uno stallo drammatico di grande efficacia che ci accompagna al primo colpo di scena del romanzo (che ha un ritmo non dissimile dai romanzi di genere); la donna è stata adottata perché abbandonata da bambina e probabilmente i suoi genitori biologici erano una coppia mista, una delle tante che in Francia hanno reso il meticciato una cosa comune e naturale. Ma il dolore vero è conoscere una verità celata dal suo padre adottivo per ben 35 anni, la nascita del figlio della donna si rivela un'esistenza interrotta per lei stessa, è la presa di coscienza di una natività negata dai suoi genitori adottivi, che così facendo non hanno soltanto nascosto la verità ma tagliato i legami con altre culture, altre sensibilità, altri colori. Perché lei è nera ma con la pelle bianca, una generazione saltata e ora suo figlio è l'unica cosa che la allontana da se stessa ma l'avvicina a colei che sarebbe potuta essere. Amélie Cordonnier, maestra assoluta nel gestire la narrazione, con una prosa davvero straziante che farà sanguinare i suoi lettori.

Un lupo nella stanza è un romanzo soffocante, carico di incomprensioni e vittima di una claustrofobia della frase e dell'identità devastata. Una verità oscura, in tutti i sensi della parola, allineata ai tumulti socio-culturali e identitarii della Francia coloniale e del meticciato. In Francia la questione nera è un argomento molto sensibile, non per una limitata questione razziale bensì come processo di determinazione personale; tant'è che i sociologi d'oltralpe hanno spesso ribadito che "essere nero non è un fatto identitario o una cultura a sé [...] ma un fattore sociale, i neri esistono perché li si considera tali" (cit. Pap Ndiaye). Da ciò poi ne deriva un bagaglio non solo di stereotipi, ma pure di esotismi che distorcono la figura dei soggetti in esame; le coppie miste sono moltissime in Francia eppure (seppur sia un fatto comune) sono tutte vittime di una controgerarchizzazione sociale sulla base del colore della pelle.

Come nel caso del romanzo dell'autrice Maria Grazia Calandrone, Splendi come vita (Ponte Alle Grazie, 2021), in corsa al premio Strega, anche Un lupo nella stanza è la storia di un disamore tra la madre e la propria creatura, che diventa il capro espiatorio di qualcosa di enorme e antichissimo. L'accettazione nel consorzio umano della società. Molto alienante il fatto che la giovane madre sia incappata in una sorta di xenofobia verso se stessa, con l'ossessione di non essere accettata (quando pochi mesi prima ne era parte) delle sue bolle sociali tipicamente occidentali. L'immagine sociale che difende con una forza indemoniata sarà forse divorata da quel lupo che si cela nella stanza. E che forse le consegnerà la pace interiore.

L'abbandono dei genitori naturali innesca una metamorfosi kafkiana dentro la neomamma, portando il lettore in un mondo distrutto dalla depressione, curata con un realismo disarmante da Amélie Cordonnier. La rabbia per ossimoro riuscirà forse a modellare il disamore e riusciremo ad entrare in un visionario racconto d'amore originale e straziante. I rapporti familiari sono ridotti all'osso, al puro essenzialismo della carne e della pelle, delle paranoie e delle crisi della personalità. Doloroso e sperimentale nella sua lingua corrosiva. Eppure così dolce.

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.

Amélie Cordonnier un lupo nella stanza
La copertina del romanzo Un lupo nella stanza di Amélie Cordonnier, tradotto da Francesca Bononi e pubblicato da NN Editore (2021)

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Nicolas Poussin rubato

Recuperato dipinto di Nicolas Poussin rubato nel 1944 in Francia

I Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale recuperano dipinto di Nicolas Poussin, rubato nel 1944 in Francia dalle truppe di occupazione tedesche

Il dipinto a olio su tela risalente al Seicento “Loth avec ses deux filles lui servant à boire” attribuito all’artista francese Nicolas Poussin (Les Andelys 1594 - Roma 1665), noto in Italia come Niccolò Pussino, è stato recuperato dai Carabinieri del Nucleo per la Tutela del Patrimonio Culturale di Monza e restituito ai legittimi proprietari.

Nicolas Poussin rubato
I Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale recuperano dipinto di Nicolas Poussin, dipinto a olio su tela risalente al Seicento “Loth avec ses deux filles lui servant à boire” rubato nel 1944 in Francia dalle truppe di occupazione tedesche

L’indagine era stata avviata il 25 maggio 2020 quando gli aventi diritto, una novantottenne svizzera e un sessantacinquenne americano, tramite il loro legale italiano, avevano denunciato il furto dell’opera, delle dimensioni di 120x150 cm, consumato a Poitiers (Francia) dalle truppe di occupazione tedesche nell’abitazione dei loro avi ebrei tra febbraio e agosto del 1944.

I primi accertamenti hanno permesso di appurare che sin dal 22 febbraio 1946 le vittime avevano iniziato le ricerche delle opere asportate dai nazisti in Francia e trasferite in Germania, interessando la Commission de Récupération Artistique e producendo un inventario in cui figurava anche il dipinto in esame. Nel 1947 il bene venne inserito nella pubblicazione “Répertoire des biens spoliés en France durant la guerre 1939-1945”, pubblicato tra il 1947 e il 1949 dal Bureau Central des Restitutions (Gruppo francese del Consiglio di controllo del Comando francese in Germania - Direzione generale dell'economia e delle finanze - Divisione riparazioni e restituzione).

Nel corso delle indagini è emerso che nel 2017 il bene era stato importato in Italia dalla Francia da un antiquario emiliano, che lo aveva poi esportato temporaneamente in Belgio per una mostra mercato a Bruxelles.

Nel 2019, il reale possessore, un antiquario milanese, lo aveva esportato in Olanda in occasione della fiera mercato internazionale di Maastricht. In quella circostanza, il bene veniva individuato da un esperto d’arte olandese residente in Italia che lo riconosceva come una delle opere presenti nella citata pubblicazione.

Le investigazioni hanno, infine, condotto a localizzare e sequestrare il prezioso dipinto, custodito nell’abitazione dell’antiquario milanese in provincia di Padova, che è stato restituito ai legittimi proprietari su disposizione dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano che ha diretto le indagini.

Monza, 1° aprile 2021.

Testo e immagini dall'Ufficio Stampa Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale


Leonardo RAI1

Leonardo, in prima tv mondiale su Rai1 dal 23 marzo

Leonardo

In prima tv mondiale su Rai1 dal 23 marzo

Leonardo RAI1
LEONARDO - una nuova serie evento di Rai1

LEONARDO - una nuova serie evento di Rai1, in onda in prima visione dal 23 marzo, prodotta da Lux Vide con Rai Fiction, Big Light Productions in associazione con France Télévisions, RTVE e Alfresco Pictures, co-prodotta e distribuita nel mondo da Sony Pictures Television, con un cast d’eccezione guidato da Aidan Turner (Poldark, Lo Hobbit), Matilda De Angelis (The Undoing, I ragazzi dello Zecchino d’Oro, Tutto può succedere), Freddie Highmore (The Good Doctor, Bates Motel) nel ruolo di Stefano Giraldi e con la partecipazione straordinaria di Giancarlo Giannini nel ruolo di Andrea del Verrocchio.

LEONARDO racconta in otto episodi (quattro serate), girati interamente in inglese, la storia di un genio la cui personalità complessa ed enigmatica rimane ancora oggi un segreto avvincente. LEONARDO vuole svelare il mistero di uno dei personaggi più affascinanti ed enigmatici della Storia. Conosciamo tutti le sue opere d’arte, ma il suo carattere è ancora ignoto. Cosa muoveva la sua infinita immaginazione? Quale travaglio nascondevano le sue più grandi creazioni? Chi era la donna misteriosa che ha ispirato il suo capolavoro perduto, Leda col cigno, di cui restano solo copie dalla simbologia enigmatica?

Leonardo era il figlio illegittimo di un notaio, Piero Da Vinci. Non riconosciuto dal padre e abbandonato dalla madre, il bambino fu affidato ai nonni paterni che lo crebbero in condizioni durissime. Osservare la natura divenne per Leonardo l’unica via di fuga possibile. La solitudine impostagli da bambino,una volta adulto, diventa un’esigenza: la condizione indispensabile per inseguire e soddisfare la sua curiosità.
Usava l’arte per realizzare opere che glorificassero Dio e la scienza per creare armi, mappe e opere d’ingegneria che rafforzavano il potere di brutali tiranni. Nessun sacrificio era troppo grande, ma nessun risultato era mai abbastanza. Realizzò capolavori come l’Ultima cena, ma molte altre opere rimasero incomplete, perché non raggiungevano, secondo il suo severissimo giudizio, i traguardi impossibili che Leonardo aveva imposto a se stesso.

La serie ha inizio con Leonardo poco più che ventenne; lavora come apprendista nella bottega di Andrea Del Verrocchio a Firenze, dove incontra Caterina Da Cremona che posa come modella.
Ogni episodio si concentra su una delle opere di Leonardo, alcune radicate nella memoria collettiva, altre meno note al grande pubblico: non solo dipinti, ma anche invenzioni, macchine da guerra, grandi sculture in bronzo. In ogni episodio si svela la vicenda che si nasconde dietro ogni opera per raccontare il serrato dialogo che si stabilisce tra questa, la formazione intellettuale di un grande artista e la complessità di un uomo quale è stato Leonardo. Ogni episodio metterà in luce la relazione tra vita e opera d’arte, formazione intellettuale e complessità umana di un grande artista come Leonardo.

LEONARDO svela per la prima volta il mistero dell’uomo nascosto dietro al genio: è la storia di come l’artista più grande che il mondo abbia mai conosciuto scopre che esiste qualcosa di più importante dell’arte: il prezzo della genialità.

LEONARDO è il primo progetto a guida italiana dell’Alleanza tra i tre grandi broadcaster pubblici dell’Europa continentale (Rai, France Télévisions, ZDF) che ha visto la Rai collaborare con il servizio pubblico radiotelevisivo francese.
La serie evento LEONARDO sarà visibile anche in 4k sul canale via satellite Rai4K disponibile al numero LCN 210 della piattaforma tivùsat.

Per visionare il NewsRai dedicato aprire il link.

La storia nella serie TV RAI1 Leonardo

Figlio illegittimo di un notaio della cittadina rurale di Vinci, in Toscana, Leonardo vive un'infanzia solitaria, guidata da un profondo bisogno di ricerca e scoperta. Con instancabile curiosità, spazia tra arte, scienza e tecnologia, infondendo in ogni disciplina una profonda e coraggiosa umanità, liberandole dalle convenzioni del tempo, guidato da un intenso desi- derio di svelare i segreti del mondo che lo circonda. La serie racconta l’enigma dell'uomo oltre il genio, attraverso una storia inedita e originale, fatta di mistero e passione che scava a fondo in una personalità complessa, rivelandone la straordinaria modernità e la profondissi- ma umanità.

I personaggi della serie TV RAI1 Leonardo

Leonardo da Vinci
(Aidan Turner)

Descritto come “l’uomo più instancabilmente curioso della storia”, Leonardo da Vinci incarna l’emblema dell’uomo rinascimentale: pittore, scultore, scienziato, inventore e ingegnere. I suoi codici contengono invenzioni rivoluzionarie che avrebbero richiesto quattro secoli per essere realizzate. Cresciuto in solitudine, Leonardo si tiene lontano da tutti. Tuttavia, è un osservatore attento che guarda il mondo e vede cose che gli altri non vedono. Prova una meraviglia quasi infantile di fronte ai miracoli della creazione. Leonardo mira all’impossibile: la perfezione nell’arte. Le sue debolezze lo tormentano.
La sua energia creativa esplode in modi e toni diversi ogni giorno, a volte controllata, dando poi vita a opere meravigliose, altre, anarchica e vulcanica, rischiando di diventare autodistruttiva per l’artista. Nonostante il suo talento, la perfezione gli sfugge. È inquieto, impaziente e spesso insoddisfatto. Dedica la vita al suo lavoro, a spese di chi gli sta accanto

Stefano Giraldi
(Freddie Highmore)

Stefano Giraldi è un rappresentante della legge a Milano: giovane, ambizioso e di talento. È totalmente dedito al lavoro e vuole fare carriera, con ogni mezzo. Quando un caso insolito arriva davanti al Podestà – Leonardo da Vinci, il più famoso artista del suo tempo, è accusato di omicidio – Stefano pensa sia l’occasione giusta per farsi notare, ma ben presto si accorge di lacune e incongruenze nella ricostruzione dei fatti. Nel tempo che trascorre interrogandolo, inizia a nutrire per lui un profondo rispetto. Il giovane ufficiale inizialmente disinteressato all’arte comincia a esserne toccato.

Caterina da Cremona
(Matilda De Angelis)

Migliore amica di Leonardo, Caterina è diversa da qualsiasi altra donna l’artista abbia mai incontrato. Nata
povera ma con uno spirito inquieto e indomabile, Caterina ha una personalità che lo conquista. È sicura di
sé, diretta, ma il suo comportamento apparentemente deciso e sicuro cela una vulnerabilità e una sofferenza
che solo Leonardo riesce a cogliere. C’è qualcosa nella sua bellezza che Leonardo trova affascinante, ma indefinibile e ben presto ne diventa ossessionato. Caterina è lusingata e al tempo stesso irritata da quest’uomo così singolare.

Ludovico Sforza
(James D’Arcy)

Il Reggente di Milano, Ludovico Sforza, è un uomo potente, affascinante e perspicace. La sua ricchezza
e posizione gli procurano molti nemici, ma è un patrono delle arti e si presenta a Leonardo come un
possibile mecenate. È profondamente orgoglioso e non è abituato ai rifiuti, eppure può anche mostrarsi sorprendentemente gentile. Può esibire grande fascino e affabilità, ma al tempo stesso può risultare
molto pericoloso. Sa essere persuasivo ed è abile a manipolare gli altri in modo da ottenere ciò che
vuole: il potere, la regalità e il prestigio che vengono da un grande passato.

Salaì
(Carlos Cuevas)

Apprendista e amico intimo di Leonardo, Salaì, di straordinaria bellezza, ha un fascino disarmante e un diabolico senso dell’umorismo (da cui il soprannome, Salaì significa “diavoletto”). Pur essendo molto giovane sa comprendere le persone, ma può anche essere arrogante e invadente. C’è qualcosa in lui di istintivamente malizioso e giocoso che deriva forse dalla vita che ha condotto per strada a Milano. Eppure è molto leale e solidale e farebbe qualunque cosa per Leonardo.

Andrea del Verrocchio
(Giancarlo Giannini)

Il giovane Leonardo da Vinci lavora come apprendista nella bottega di un artista conosciuto, Andrea del Verrocchio. Verrocchio è un uomo che suscita timore e i suoi apprendisti lo adulano, ansiosi di colpirlo e fare carriera sotto la sua guida. Ma Verrocchio è un critico severo e non ha tempo per la mediocrità. Ha una solida reputazione da proteggere, per non parlare del suo desiderio di conquistare la gloria artistica. All’inizio non considera molto il singolare, introverso Leonardo, ma quando l’aspirante giovane artista salva una delle sue commissioni più difficili, Verrocchio è colpito dalla sua genialità e lo ingaggia subito per assisterlo a dipingere il famoso Battesimo di Cristo.

Tommaso Masini
(Alessandro Sperduti)

Tommaso è un uomo ambizioso, con una vena di gelosia che affiora quando si sente minacciato e che lo porta ad agire in modo vendicativo, come quando cerca di impedire che Leonardo diventi il primo apprendista del Maestro Verrocchio. Tuttavia è in grado di ammettere i propri errori e porvi rimedio. Dopo aver lavorato per anni accanto a Leonardo, litiga con lui quando si accorge che è disposto a sacrificare la sicurezza di chi gli sta accanto se questa compromette o mette in pericolo la sua arte, e lo abbandona. Spesso Tommaso ha opinioni forti e le esprime in modo diretto, perciò - quando gli viene richiesto da Stefano di descrivere la personalità di Leonardo - non si tira indietro.

Piero da Vinci
(Robin Renucci)

Piero da Vinci è il padre di Leonardo. Assente dalla vita di Leonardo, Piero è rimasto indifferente al figlio, forse vergognandosi della relazione avuta con la madre, una ragazza proveniente da una famiglia povera. Sembra anaffettivo e distante, ma in realtà cerca di aiutare il figlio, mandandolo nella bottega del Verrocchio e finanziando il suo apprendistato. Quando Leonardo verrà allontanato dalla bottega del maestro, gli procurerà una commissione e a dispetto delle accuse di sodomia rivolte a suo figlio, garantisce per lui offrendogli
l’opportunità di portare a termine l’opera. Per la prima volta sembra interessarsi a lui, ma esprime il suo profondo disappunto quando Leonardo non riesce a completare la commissione, distruggendo la
sua speranza di essere finalmente accettato. Quando si rivedranno, alcuni anni più tardi, Piero è consapevole del successo di Leonardo, ma non riesce a esprimere il suo affetto e il suo orgoglio nei confronti del figlio.

Bernardo Bembo
(Flavio Parenti)

Bernardo Bembo, ambasciatore veneziano presso il Duca di Milano, è attraente e possiede un fascino disarmante. Il suo carisma e la sua ricchezza sono notevoli. Caterina è attratta dalla sua sicurezza e dal suo approccio diretto e ne diventa l‘amante. La sua autostima, però, si sgretola quando Bernardo intuisce la profondità del legame che la unisce a Leonardo.
Spinto dalla gelosia, impedisce a Caterina di frequentare l’artista, ma si rende conto che per quanti sforzi possa fare, lei non lo amerà mai dello stesso amore. Perciò la lascia, interrompendo la relazione. Anni dopo, prova ancora affetto per Caterina e così, quando riceve una lettera dalla sua ex amante che è preoccupata per il comportamento di Leonardo, corre subito in suo aiuto.

Galeazzo Sanseverino
(Antonio De Matteo)

Sanseverino è il comandante militare, braccio destro di Ludovico Sforza a cui è profondamente fedele. Protegge il Duca Reggente da qualsiasi minaccia alla sua sicurezza e punisce in fretta chiunque osi tradirlo. È intelligente e spietato. Condivide la sete di potere di Ludovico che considera il duca legittimo di Milano e farà qualsiasi cosa per aiutarlo a conservare il potere.

Note di regia

La prima esperienza che ho vissuto durante la lavorazione di Leonardo è stata un privilegio indimenticabile: un tour privato della collezione di bozzetti leonardeschi della Regina, a Buckingham Palace. Io e gli sceneggiatori  siamo stati accompagnati stanza dopo stanza alla scoperta delle singole pagine estratte dai famosi quaderni di Leonardo, testimoni del suo complesso ed eclettico pensiero reso sotto forma di parole e disegni incredibilmente minuscoli. Nessun frammento di carta è stato sprecato, nessuna idea lasciata inesplorata.
Ciò che colpisce maggiormente l’osservatore è però l’attenzione maniacale di Leonardo per i dettagli. Il suo approccio al processo creativo era quello di uno scienziato, che si trattasse di dissezionare un fiore o cogliere il movimento di un cavallo rampante. Testava e ritestava ogni nozione fino a scoprire una verità o una realtà a cui aggrapparsi. L’immagine che emerge è quella di un uomo ossessivo, in perpetua tensione, totalmente votato alla ricerca, instancabile e sempre insoddisfatto.
Anche noi, in qualità di cineasti, abbiamo dovuto sforzarci di trovare un linguaggio per raccontare questa singolare figura di artista e inventore. Come vedeva il mondo Leonardo? Che esperienza ne aveva? Quali paure lo guidavano, quali gioie lo motivavano, quali relazioni muovevano il suo animo? E come possiamo comprendere la mente di questo straordinario essere umano? Non è una questione di poco conto perché, per quanto Leonardo fosse un genio fuori dal comune dotato di un talento unico, era anche un uomo tormentato da dubbi, debolezze e passioni.
Per guardare il mondo attraverso gli occhi di Leonardo, il mio principio ispiratore è stato quello di rendere ogni aspetto della produzione il più autentico possibile. Dai paesaggi ai suoni, dai materiali alle tecniche, fino ai capelli unti e allo sporco sotto le unghie. Non volevo che ci accontentassimo di provare il mondo di Leonardo, dovevamo abitarlo.
Il nostro direttore della fotografia, Steve Lawes, ha scelto di ricorrere solo alla luce che Leonardo stesso avrebbe utilizzato per dipingere. Luce solare e lunare per gli esterni, lume di candela e fuoco del camino per gli interni.
Il nostro costumista, Alessandro Lai, ha creato un guardaroba spettacolare partendo unicamente dai modelli, dalle trame e dai tessuti dell’epoca.
Anche lo scenografo, Domenico Sica, ha progettato set spettacolari per gli ambienti interni ed esterni, ricreando non solo le location più famose, come il refettorio di Santa Maria della Grazie, dove ancora ammiriamo l’Ultima Cena, ma tutte le strade, le piazze, i tuguri e i saloni dei palazzi del Rinascimento fiorentino e milanese.
Anche nella riproduzione dell’arte leonardesca ci siamo sforzati di perseguire l’autenticità sia nei metodi e nei materiali, sia nella minuziosa cura per i dettagli che Leonardo metteva in ogni cosa.
La sfida che più di tutte ci preoccupava era quella di ricreare l’arte perduta di Leonardo - dipinti come Leda col cigno, sculture come il Gran Cavallo o il gigantesco affresco de La Battaglia di Anghiari, quattro volte più grande dell’Ultima Cena. È quasi disarmante cercare di riprodurre questi capolavori quando tutto quello che hai in mano è qualche studio abbozzato.
Per riuscire nell’impresa, ci siamo affidati a un team di straordinari artisti che hanno cercato, disegnato, dipinto e scolpito 24 ore su 24.
Proprio come la pittura tuttavia il cinema punta non tanto a riprodurre la realtà quanto piuttosto a creare un’impressione del mondo. Un’impressione che ha una sua estetica, una sua palette cromatica, che vive di umori, toni ed espressioni visive proprie.
Uno dei compiti più ardui per noi cineasti è quello di capire come trasmettere la percezione unica di Leonardo, i suoi sogni, i suoi ricordi, le sue fonti di ispirazione. Per farlo, dobbiamo amplificare le sequenze girate con la CGI, sempre però nel pieno rispetto del principio dell’autenticità. Per creare questi voli pindarici, i professionisti degli effetti visivi di Stargate hanno utilizzato solo elementi fisici che Leonardo stesso conosceva e studiava: vento, acqua, fuoco, polvere, fumo e luce.
Al di là delle scelte tecniche la mia speranza è che Leonardo sia una serie davvero appassionante e di rara bellezza, capace di rendere onore a questo sbalorditivo artista.

Daniel Percival

 

 

Comunicato stampa e Foto dall'Ufficio Stampa RAI sulla serie TV RAI1 Leonardo


indipendenza Grecia greca

Il lungo e tortuoso cammino dell'indipendenza greca

Quest’anno ricorre il bicentenario dell’indipendenza della Grecia. Ripercorriamone le tappe salienti.

La Grecia aveva perso la sua autonomia dopo la caduta dell’Impero Romano d'Oriente, avvenuta nel 1453. Solo le isole, e Creta in modo particolare, avevano mantenuto una certa indipendenza, ma erano state sottomesse dagli ottomani nella fase della massima espansione di questi ultimi.

Differentemente da altri territori, che con il tempo avevano perduto il tratto essenziale della loro identità culturale, in Grecia tutto questo non accadde probabilmente grazie alla forza coesiva della religione e all’influsso della Chiesa Ortodossa che, per merito del patriarca di Costantinopoli, continuava a mantenere un certo controllo sul territorio ellenico, fungendo da coagulo attorno a cui la cultura e la lingua greca riuscirono a sopravvivere. Ciò che mai si affievolì fu un certo spirito di rivalsa che, nel corso dei secoli, condusse a numerose rivolte e ad un continuo e sfibrante periodo di guerriglia contro le forze ottomane, manifesto di un sentimento di perdurante disagio.

Eugene Delacroix (1789-1863), Guerriero greco a cavallo (1856), olio su tela, Galleria Nazionale di Atene (inv. no. 5618). Foto Flickr di Tilemahos Efthimiadis, CC BY 2.0

I principali fautori di questa guerriglia erano i discendenti di coloro che avevano preferito rifugiarsi negli inaccessibili luoghi di montagna pur di tenere lontano il dominio ottomano. Contro di loro i turchi avevano arruolato altri greci, detti armatolì, che avrebbero dovuto riconquistare i passi più importanti e che, invece, finirono per mischiarsi con questi, al punto che, quando scoppiò la guerra di indipendenza nel 1821, tali forze paramilitari andarono a costituire il grosso dell'esercito rivoluzionario greco.

I finanziamenti più consistenti delle rivolte arrivarono dall’estero, da tutti quei greci espatriati in Europa, soprattutto dalla città ucraina di Odessa dove, nel 1814, un gruppo di greci aveva fondato la filiki eteria, una società segreta che propugnava il ritorno alla indipendenza del territorio ellenico.

E, finalmente, il 1821 fu l'anno in cui questa rivolta prese concretezza. Sembrava un momento propizio, innanzitutto perché l'impero ottomano si era molto indebolito, essendo impegnato in Oriente su un altro fronte di guerra contro l'impero persiano; una guerra che stava portando via ingenti risorse all'impero, costretto a spostare gran parte delle milizie dal territorio europeo verso est.

A questo si aggiungeva una motivazione di politica estera. Come è noto, gli anni Venti dell’Ottocento segnarono l’emergere dei focolai rivoluzionari in tutta Europa; un'epoca in cui le grandi potenze erano impegnate ad evitare l'insorgenza di un nuovo Napoleone che avrebbe potuto mettere a rischio la già labile stabilità internazionale. Più di ogni altro luogo, in Francia e in Inghilterra il popolo accolse con favore la ribellione greca, si crearono dei veri e propri movimenti filellenici a supporto dei movimenti di rivolta.

Dopo l'assedio di Missolungi, la rivolta ebbe inizio al confine fra impero turco e impero russo il 6 marzo 1821, non in Grecia, e questo perché il movimento della filiki eteria era convinto che, per poter avere la meglio sugli ottomani e cacciarli definitivamente dai loro territori, fosse necessario allearsi con tutti i popoli balcanici per conseguire un obiettivo comune. Questa idea, seppur valida in teoria, non trovò riscontro nella realtà e finì col mettere in serie difficoltà i battaglioni dei ribelli della filiki eteria, sconfitti in due battaglie e costretti a fuggire in Austria, terra storicamente ostile all’impero turco.

Si dovette attendere qualche mese prima di vedere la rivolta in Grecia, e la prima zona a mettersi in azione fu il Peloponneso, la terra che più duramente si era opposta al dominio ottomano. La rivolta partì da Patrasso, benché focolai di rivolta scoppiarono in tutta la penisola; senza disperdere molte energie e con grande rapidità, le forze greche riuscirono a prendere il controllo delle campagne, costringendo gli ottomani a ritirarsi nelle città, che caddero una dopo l'altra. A guidare la rivolta, partita il 23 marzo, fu un prete ortodosso, noto con lo pseudonimo di Gregorio Papaflessa, uno dei più importanti esponenti politici della Grecia indipendentista. La data celebrativa del 25 marzo indica l'atto solenne di benedizione del vescovo metropolita di Patrasso, Germanos, che benedisse gli insorti al Monastero della Grande Laura. Decisivo fu anche il ruolo di un giovane capitano di vascello, Theodoros Kolokotronis, che, a soli 17 anni, nel mese di settembre di quello stesso anno, dopo aver vinto i turchi a Valtetsi il 15 maggio, riuscì ad espugnare la piazzaforte ottomana a Tripoli. In risposta all'avvio dei conflitti, a Costantinopoli si dà vita ad una serie di esecuzioni di massa: viene impiccato il patriarca di Costantinopoli, il vescovo Gregorio V, ricordato come martire dalla Chiesa ortodossa.

In Grecia centrale la rivolta colpì Tebe, in Beozia, e rapidamente si diffuse ovunque fino ad interessare Atene. La risposta ottomana non si fece attendere e fu cruenta, com’era facile attendersi, ma la capacità di resistenza convinse i Greci della necessità di riconquistare il territorio. Delle rivolte scoppiarono nelle isole, a Creta e a Cipro, ma anche a Tessalonica, dove i rivoltosi seppur in un bagno di sangue riuscirono a conquistare una certa autonomia tra il 1824 e il 1825. In questo biennio decisivo va ricordata la figura di Lord Byron, che visse in prima persona i contrasti tra i greci che lottavano per la resistenza a Missolungi; e, proprio per celebrare questo eroico atteggiamento degli elleni che seppero resistere eroicamente a Missolungi, il celebre poeta greco Dionysios Solomos scrisse L'inno alla libertà, le cui prime due strofe divennero l'inno nazionale del paese.

A questo punto, in Grecia si cercò di creare un governo ma sorsero le prime rivalità e alcune delle associazioni che avevano maggiormente spinto per la rivolta, tra cui la stessa filiki eteria, vennero messe da parte poiché considerate poco presenti sul territorio greco e, dunque, poco incisive. A ciò si aggiunsero i forti contrasti tra le varie zone della Grecia, in particolare tra i partigiani dell’Attica e quelli del Peloponneso, con questi ultimi che cercarono di rivendicare ad ogni costo la loro maggior forza numerica e militare. Le opposizioni sfociarono in una guerra civile che ovviamente indebolì il fronte greco e lo costrinsero a chiedere un appoggio economico esterno.

La guerra civile si spense improvvisamente perché arrivò un nuovo nemico da fronteggiare: gli egiziani. L’Egitto da parecchi decenni era ormai autonomo ed era governato da Muhammad Ali, un personaggio chiave per il raggiungimento dell’autonomismo del suo paese. Gli ottomani si mostrarono restii a chiedere il loro aiuto, ma quando fu chiaro che non avrebbero potuto farcela da soli, fecero in modo che Ali inviasse le truppe in Grecia, comandate dal figlio Ibrahim Pascià. Gli egiziani sbarcarono nel Peloponneso nel febbraio del 1825 con un contingente di circa 10 mila uomini. I Greci commisero un grave errore di valutazione: erano convinti di poter vincere facilmente anche stavolta; non sapevano che l'esercito egiziano, a differenza di quello ottomano, era molto meglio organizzato grazie ad una serie di addestratori francesi che, negli anni precedenti, avevano migliorato le tecniche di combattimento.

I Greci erano sul punto di capitolare, quando a venire in loro soccorso intervenne l'opinione pubblica europea. Molto rapidamente si diffuse in tutto il vecchio continente la notizia dei massacri egiziani; notizie, queste, di certo veritiere ma ingigantite dai cronisti dell’epoca. Si giunse addirittura a scrivere che il desiderio della potenza ottomana fosse quello di estirpare i Greci e la loro cultura dal territorio ellenico, sostituendoli con turchi ed egiziani, e mettere un punto definitivo alle rivolte. Questo fece un grande effetto sull’Europa e il risultato fu che le potenze iniziarono ad intervenire.

Ioannis Kapodistrias (Giovanni Capodistria) in una litografia di Gustave Adolf Hippius (1822). Гиппиус, Г. А. Современники, собрание литографических портретов государственных чиновников, писателей и художников, ныне в России живущих : Посвящено Его Величеству государю Императору Александру I Г. Гиппиусом. - СПб. : Изд. Г. Гиппиуса ; (Литогр. Гельмерсена), 1822. Immagine in pubblico dominio

La prima potenza a mandare aiuti militari fu la Russia che, in quel periodo, aveva un Ministro degli Esteri greco, Ioannis Kapodistrias, il quale aveva più volte spinto lo zar di Russia ad intervenire in favore della sua patria d’origine. Si fecero avanti anche la Francia e l’Inghilterra; quest’ultima era molto amica dell'impero ottomano, ma decise ugualmente di gettarsi nella mischia, anche perché alcuni dei comandanti inglesi erano dichiaratamente filelleni.

La situazione mutò all’improvviso nel 1827, quando la flotta egiziana, riunitasi a Navarino, venne raggiunta dalle tre flotte di aiuti europei.

La battaglia di Navarino, uno dei momenti più importanti verso l'indipendenza della Grecia. Incisione di Robert William Smart e Henry Pyall, sulla base dei disegni di Sir John Theophilus Lee sotto la supervisione immediata di del Capitano Lord Vis. Inglesre, al National Historical Museum (1830 circa). Foto Flickr di Tilemahos Efthimiadis, CC BY-SA, 2.0

Le trattative di pace vennero avviate da Kapodistrias, che nel frattempo aveva lasciato il Ministero degli Esteri in Russia ed era giunto in Grecia dove era stato nominato Governatore. Gli egiziani furono costretti a lasciare il Peloponneso assieme a tutte le loro truppe; con gli ottomani si cercò di raggiungere una pace che potesse condurre alla tanto agognata autonomia. I primi accordi vennero disattesi, perché gli ottomani manifestarono il loro interesse a proseguire la guerra ad oltranza. Le cose cambiarono quando la Francia inviò 15 mila uomini nel Peloponneso per addestrare le truppe greche: fu grazie a quell’esercito che la Grecia riuscì ad ottenere la sua autonomia. Il 12 settembre 1829 l'esercito greco sconfisse quello ottomano nella battaglia di Petra, località a nord della Beozia, e pose fine alla ribellione. Negli anni successivi si giunse al trattato di Costantinopoli che sancì finalmente l’indipendenza del paese. A quell’epoca la Grecia era formata soltanto da una parte di quella attuale: mancavano infatti tutte le isole, tra cui Creta, e il nord. Ci vollero altri sanguinosi scontri prima di arrivare a definire il paese che conosciamo oggi.

 

Bibliografia:

  • F. Benigno – M. Giannini – N. Bazzano, L’età moderna. Dalla scoperta dell’America alla Restaurazione, Editori Laterza, Roma 2005;
  • R. Clogg, Grecia. Dall’indipendenza ad oggi, Beit Editore, Trieste 2015;
  • M. Veremis – I. S. Koliopulos, La Grecia Moderna. Una storia che inizia nel 1821, Argo Editore, Lecce 2014;
  • E. Ivetic, I Balcani. Civiltà, confini, popoli (1453-1912), Il Mulino Editore, Bologna 2020.

Prehistorica Editore: un laboratorio indipendente per scoprire la letteratura francese

Nel mese di gennaio ho letto due brevi romanzi usciti dalla fucina di Prehistorica Editore, una realtà indipendente e piccola ma attenta al mondo della cultura e del libro. I loro lavori sono estremamente curati, dal punto di vista contenutistico e filologico, grazie ai contributi di notevoli curatori e traduttori e all'attenta selezione dei testi, ma anche sul lato materiale l'editore investe in grafiche accattivanti, un design particolare e una carta pregiata. I libri di Prehistorica Editore sono piccole chicche bizzarre, con un occhio di riguardo al mondo transalpino, da custodire gelosamente in libreria.

Pierre Jourde, Paese perduto

Tradotto con perizia dal professor Claudio Galderisi, di cui l'editore riporta anche una densa introduzione critica e nota traduttiva, Paese perduto è un romanzo-mondo che si fa specchio di una micro realtà grottesca e letteralmente sperduta. Il racconto di due fratelli che ritornano in quel paese che sembra allontanarsi ad ogni passo, una mina vagante e rurale in questo panorama che non si limita ad essere bucolico ma che chilometro dopo chilometro regredisce a una stadio ctonio e arcano. Paese perduto nel tempo, nello spazio, nei ricordi.

Prehistorica Editore Pierre Jourde Paese perduto
La copertina del romanzo breve di Pierre Jourde, Paese perduto, tradotto da Claudio Galderisi e pubblicato da Prehistorica Editore (2019)

C'è pathos tragico, il ritmo predestinato di eventi dannati che devono ancora avvenire ma di cui un'ombra profetica si può scorgere nelle pieghe, nelle rughe, nei calli delle mani di quegli abitanti del Paese perduto. C'è un'atmosfera rarefatta e grottesca, dove elementi scarnificati compongono un mosaico slabbrato di volti grigi, relazioni pericolose, incontri e scontri di un popolino che si abbarbica sulle pendici dimenticate del Paese Perduto. L'autobiografia si fonde con la narrazione possente, scarnificata da elementi ridondanti e pedissequi, rimane solo la bruttezza minimale e sintetica di un reticolo di strade, erbacce e campagne in cui rincorrere la giovinezza e l'infanzia patinata da una serenità eterea e disillusa.

Pierre Jourde rievoca la Commedia Umana di Balzac imbastendo una galleria di personaggi, equivoci e situazioni che tratteggiano un immaginario e una realtà disincantata. I due fratelli che tornano al Paese perduto per finalizzare diatribe familiari e poi assistono a un funerale di una giovane donna che aveva segnato i loro momenti felici del passato sono tetri osservatori di una realtà arcaica che si perde nel sortilegio del tempo. Prehistorica Editore inoltre ha arricchito il volumetto con delle mappe autografe di Pierre Jourde, con un effetto complessivo stupendo.

Jean-Marc Aubert, Argomentazione di Linès-Fellow

Jean-Marc Aubert è un discendente della scuola dell'Assurdo di Samuel Beckett e lo dimostra felicemente in questo piccolo gioiello narrativo: il romanzo è la lunga esposizione dei fatti del medico Linès-Fellow. Linès-Fellow  è un dottore dall'animo estremamente analitico, seppur dal carattere cinico e manipolatore, per questa ragione l'incontro con con Mell Fellops darà vita a un'assurda storia di realismo grottesco a tinte bizzarre, infatti il nostro medico convincerà Fellops a correre una maratona. Peccato che il suo paziente sia un invalido in carrozzina. Questa atipica esibizione agonistica si svolge tra Fellops e altri partecipanti non invalidi. Ma Fellops è molto di più della sua disabilità, è un'anima inquieta e metodica, ancorata a una titanica routine giornaliera che lo avvicina allo studio del pianoforte, alla bulimica lettura di libri di tutti i generi e a una spossante attività fisica del busto e delle braccia che gli conferisce una prestanza di tutto rispetto. Un ercole sulla sedia a rotelle dalla mente educata allo studio, in pratica.

Prehistorica Editore Jean-Marc Aubert, Argomentazione di Linès-Fellow
La copertina del romanzo breve di Jean-Marc Aubert, Argomentazione di Linès-Fellow, pubblicato da Prehistorica Editore (2020)

Un romanzo velenoso e dissacrante, patinato da una fittizia carica moraleggiante, Fellow è il perfetto manipolatore di Fellops e i due si auto-danneggiano a vicenda. Uno spingendo l'altro agli estremi limiti della sua disabilità e l'altro opponendosi ottusamente a tutto ciò che gli sembra un ostacolo. Una storia profonda sulla disabilità che non è quella etichetta che ci viene data a seguito di un incidente, una malattia o una condizione genetica bensì una norma sociale perché a volte sono gli altri a creare le barriere architettoniche definitive.

Prehistorica Editore si rivela una realtà sorprendente, della quale voglio conoscere l'intero catalogo.

Foto di Bohdan Chreptak

I libri recensiti sono stati cortesemente forniti dalla casa editrice.

 


Polifonia

Polifonia: suonando la colonna sonora della Storia

Polifonia: suonando la colonna sonora della Storia

Al via un nuovo progetto internazionale, coordinato dall'Università di Bologna, che indaga il patrimonio musicale europeo, per migliorare la comprensione dell’evoluzione dei generi musicali, la loro diffusione nel tempo e nello spazio e le relazioni esistenti tra musica e società

Foto di Pexels 

Ricreare le connessioni tra musica, persone, luoghi ed eventi in Europa dal XVI secolo fino ad oggi. È l'obiettivo di Polifonia, nuovo progetto europeo finanziato con 3 milioni di euro dal programma quadro Horizon 2020 e coordinato dall'Università di Bologna. Il progetto si svilupperà nel corso dei prossimi 40 mesi, e i risultati - che saranno pubblici e disponibili via web sotto forma di un dataset globale e interconnesso - forniranno un contributo fondamentale al miglioramento della comprensione del patrimonio musicale europeo.

“Polifonia svilupperà strumenti di intelligenza artificiale che permetteranno di navigare attraverso un’incredibile mole di suoni e testi plurilingue”, spiega Valentina Presutti, coordinatrice del progetto e ricercatrice al Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Moderne dell’Università di Bologna. “In questo modo, sarà possibile capire come la musica è cambiata e come ha reagito al contesto sociale e politico negli ultimi sei secoli”.
Louis P. Grijp, professore all’Università di Utrecht e ricercatore in musicologia della Royal Netherlands Academy of Arts and Sciences (KNAW), purtroppo recentemente scomparso, ha dimostrato come la musica tradizionale olandese della fine del XVI secolo fosse stata influenzata dall’Opera francese dello stesso periodo. Considerando che in quegli anni i due paesi erano in guerra, risulta evidente come le connessioni musicali tra individui possano essere stabilite nonostante apparenti ostacoli o confini. Quanti casi analoghi potrebbero esistere? Ci sono somiglianze per quanto riguarda il contesto culturale, politico o artistico di diverse realtà? Attualmente è difficile rispondere a simili domande anche perché i musicologi lavorano principalmente su cataloghi non connessi tra loro.
Lo scopo di Polifonia è creare una risorsa vasta e accessibile da chiunque - ricercatori, artisti, produttori musicali, musicisti e amanti della musica - attraverso un portale web, permettendo in tal modo di svelare fenomeni di connessione in modo sistematico.
Utilizzando la stessa metodologia sarà possibile migliorare la comprensione dell’evoluzione dei generi musicali, la loro diffusione nel tempo e nello spazio e le relazioni esistenti tra musica e società, come le colonne sonore delle rivoluzioni, dei movimenti di emancipazione, delle guerre o addirittura delle pandemie. L’industria musicale, per citarne una, avrà finalmente la possibilità di sfruttare appieno il proprio enorme catalogo: collegamenti inaspettati tra musiche apparentemente lontane potranno rivelare nuovi metodi di classificazione in aggiunta alle usuali etichette.
Tra i diversi temi attorno ai quali si articolerà il progetto, uno è dedicato nello specifico a Bologna, città nella quale la musica riveste da sempre un ruolo centrale, ma con un patrimonio musicale solo in parte conosciuto e sfruttato se comparato al suo pieno potenziale. Il pilot MUSICBO si propone di creare un corpus digitale plurilingue (italiano, inglese, francese, spagnolo e tedesco) contenente testimonianze di studiosi, giornalisti, viaggiatori, scrittori e studenti in un periodo compreso dal Medioevo ai giorni nostri. Saranno pubblicati documenti che mostrano diversi stili discorsivi come narrazioni, epistole, notizie di attualità, resoconti di viaggio: un corpus che costituirà il punto di partenza per costruire un dataset disponibile per il riuso da parte di ricercatori, istituti culturali e pubbliche amministrazioni.

Il consorzio di Polifonia è un gruppo interdisciplinare composto da ricercatori e amanti della musica: informatici, antropologi ed etnomusicologi, storici della musica, linguisti, archivisti del patrimonio musicale, amministrativi e professionisti creativi. Coordinato dall'Università di Bologna, il progetto coinvolge inoltre: The Open University (Regno Unito), King’s College London (Regno Unito), National University of Ireland Galway (Irlanda), Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo (Italia), Centre National de la Recherche Scientifique (Francia), Conservatoire National des Arts et Metiers (Francia), Stichting Nederlands Instituut Voorbeeld en Geluid (Paesi Bassi), Koninklijke Nederlandse Akademie van Wetenschappen (Paesi Bassi), Digital Paths srl (Italia).

Per maggiori informazioni: https://polifonia-project.eu/.

Testo dall'Ufficio Stampa Alma Mater Studiorum - Università di Bologna

Dal Booker allo Strega: inclusività e diversità nei premi letterari

Mentre leggevo, qualche settimana fa, i nomi dei finalisti del Booker Prize 2020, mi ha attraversata un pensiero fugace ma ben definito, quasi inevitabile: quanto deprimente può essere il confronto di questa shortlist con le cinquine dei più prestigiosi premi letterari per romanzi italiani?

premi letterari inclusività diversità
Premi letterari: a che punto siamo per inclusività e diversità? Foto di Roberta Berardi

La risposta è semplice: molto deprimente. Non perché la qualità dei libri in lingua inglese finalisti al Booker Prize sia necessariamente più alta di quella dei libri italiani selezionati dai comitati dello Strega e del Campiello – non avendoli letti tutti, non saprei come giudicare – ma per l’inquietante dominanza nei premi italiani del fenotipo scrittorio del “maschio bianco”.
Ha fatto discutere la comprensibilmente risentita reazione di Valeria Parrella, l’unica donna finalista per lo Strega, durante la sua intervista la sera della premiazione, quando ha tristemente constatato che il dibattito su movimento #MeToo e letteratura sarebbe avvenuto fra due uomini: “e lei ne vuole parlare con Augias? Auguri!”, ha detto Parrella al giornalista, esternando sentimenti comuni a molte scrittrici donne, o semplicemente a molte donne.

Il risentimento di Valeria Parrella merita di caricarsi di ulteriore significato se guardiamo ai nomi dei finalisti dei tre premi appena menzionati.

Allo Strega, su sei finalisti sei erano bianchi e cinque erano uomini. La longlist non era affatto più incoraggiante, se pensiamo che al fianco di Valeria Parrella, c’erano solo altre due donne, Marta Barone e Silvia Ballestra. Al Campiello, si è presentata una situazione analoga: ancora una volta, tutti erano bianchi, e una sola era donna. Tra l’altro, non si trattava neanche di una romanziera, ma di Patrizia Cavalli, autrice senz’altro illustre, ma tutto sommato una poetessa voltasi alla prosa solo ora, in età avanzata, come forma di autocelebrazione di un’intensa carriera. Il Booker Prize, invece, su sei finalisti, ci presenta ben quattro persone di colore, di cui solo una è un uomo. La longlist era ugualmente riccamente popolata di donne.

Se per il colore della pelle, qualcuno può semplicisticamente obiettare che in Italia la maggior parte degli scrittori sono di fatto bianchi, sulla questione di genere non ci sono scuse. Il panorama della narrativa italiana contemporanea pullula di donne, più o meno esordienti. Di scrittrici in gamba e con idee originali.
Il problema sembra presentarsi in una forma simile anche in altri premi dell’Europa continentale: in Francia, il premio Goncourt ha attualmente solo quattro donne su quindici in longlist.

Sembra che i premi letterari anglofoni abbiamo invece deciso di puntare sui principi di diversità e inclusività, in modo da assicurare che le scelte del comitato rispecchino la società multiforme che la letteratura finisce per rappresentare. Alle scelte della giuria del Booker, si affiancano quelle simili della giuria del National Book Award americano, dalla longlist estremamente variegata sia in termini di genere che di origini degli scrittori. Il Pulitzer, quest’anno, ha assegnato per la seconda volta il premio per la narrativa a Colson Whitehead, uno scrittore di colore.

È facile bollare queste scelte come banali e comode mosse commerciali. Si tratta, è vero, di scelte politiche, ma sono scelte politiche di cui è difficile negare la necessità in questo momento storico. Sono segnali, messaggi di un cambio di mentalità non solo auspicabile, ma impellente. Segnali che è giusto arrivino proprio da chi detiene il potere nell’editoria e nei media in generale. Segnali che l’Italia si ostina a voler dare solo in una forma fittizia, di facciata, quando lascia a Corrado Augias l’onere e l’onore di dibattere di scrittura al femminile, credendo così di aver archiviato il problema del politically correct, e potendo così tornare senza troppi sottili stratagemmi a premiare un uomo.

Colson Whitehead. Foto di David Shankbone, CC BY 3.0