Vesti sacerdotali e bende di mummia: il fascino dei libri lintei

SCRIPTA MANENT III
Vesti sacerdotali e bende di mummia:
il fascino dei libri lintei

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Numa Pompilio
Felice Giani, Numa Pompilio riceve dalla ninfa Egeria le leggi di Roma, olio su tela (1806), Palazzo dell'Ambasciata di Spagna - Sala dei Legislatori, Roma. Immagine in pubblico dominio

Secondo una tradizione inaugurata da Valerio Massimo e ripresa tra gli altri da Tito Livio e Plutarco, Numa Pompilio, successore di Romolo e re-filosofo di stirpe sabina morto nel 673 a.C., era stato seppellito in un sontuoso sepolcro sul Gianicolo di cui si era persa ben presto memoria; quando cinque secoli dopo esso venne accidentalmente ritrovato e aperto, vi furono rinvenuti anche i suoi numerosi libri. Le fonti sono discordi circa il loro destino: Valerio Massimo narra che, in un impeto di nazionalismo, i romani (nel frattempo divenuti repubblicani) bruciarono quelli in lingua greca e conservarono quelli latini; Plutarco riporta invece che all'apertura della tomba molti dei testi fino allora intatti scomparvero, al pari del corpo incorrotto del sovrano.

Questi avvenimenti a metà tra storia e leggenda hanno avuto negli anni svariate interpretazioni: c'è chi vi ha letto il tramonto definitivo dell'età regia, chi i prodromi dell'avventura imperiale; con un pizzico di audacia, noi preferiamo prenderli come trampolino di lancio per parlare di uno degli argomenti più nebulosi della paleografia e soprattutto della codicologia: i libri lintei.

Una forma libraria perduta

Numerose sono le fonti che tramandano la memoria del liber linteus, peculiare forma di libro molto simile al volumen di papiro ma dalle dimensioni ridotte, realizzato in floema di lino, materiale ben più comune in territorio latino, il cui utilizzo è attestato a Roma tra V e I a.C.

In questo periodo, in cui la lingua latina e il relativo alfabeto non sono ancora giunti a una piena canonizzazione, la scrittura era adoperata più che altro per fini strettamente pratici in ambito legale, politico e religioso; la neonata letteratura latina, intanto, andava gradualmente liberandosi dei retaggi greci, nel contesto di una generale ricerca di identitas che sarà decisiva in età imperiale. Proprio a causa di questo stretto legame con la cultura greca, la forma libraria destinata ad accogliere i testi letterari rimane il volumen, adoperato da secoli in tutto il bacino del Mediterraneo. Il papiro viene inoltre utilizzato per alcuni documenti di natura giuridica, mentre per gli atti trascritti dagli avvocati si utilizzano le tabulae albatae, tavolette di legno la cui superficie veniva sbiancata con pomici o vernici: questa è probabilmente l'unica tipologia di supporto scrittorio autoctona, e in effetti i paleografi ravvisano in essa le caratteristiche genetiche delle tabulae ceratae, le tavolette ricoperte di ceralacca attestate in età imperiale, la cui forma a loro volta ispirerà, in età tardoantica, quella del codex pergamenaceo.

Si può concludere che l'utilizzo di un supporto rispetto a un altro dipendesse, nel periodo repubblicano, dalla sua destinazione d'uso; è per questo che il liber linteus viene adoperato per registrare le memorie della repubblica romana, in una peculiare forma letteraria a metà tra la documentazione giuridica e l'annalistica che di lì a poco diverrà uno dei pilastri della letteratura.

Del resto il sottile spessore e la forma ridotta rendevano questo libro simile a un moderno microfilm, pratico da riporre in grandi quantità e in luoghi ristretti: in effetti molte fonti riportano che il luogo deputato alla conservazione di tali testi fosse il sotterraneo del Tempio di Giunone Moneta sul Campidoglio (oppure, secondo altre, il poco distante Tempio di Saturno); così sarebbe stato almeno fino al secolo I a.C., quando nella medesima zona fu costruito il Tabularium, il primo vero e proprio archivio di stato di Roma. Cosa ne fu, a questo punto, dei libri lintei? Probabilmente i testi superstiti vennero trascritti su altri materiali, come le tabulae di bronzo; tuttavia è molto difficile stabilire quando, come e perché essi caddero in disuso.

Ma le incertezze attorno ai libri lintei non riguardano solo la loro fine, bensì anche la loro origine. Gli storici romani datano la loro invenzione tra il V e il II secolo a.C., ma in realtà il loro utilizzo si perde nella leggenda: pare che già in età regia i sacerdoti avessero l'abitudine di trascrivere orazioni e formule magiche su brogliacci di risulta rimasti dopo la realizzazione di vesti e paramenti in lino; proprio l'utilizzo in ambito sacrale sembra essere un'altra incognita nella storia dei libri lintei.

Sul finire del secolo XIX alcuni paleografi hanno avanzato l'ipotesi che anche i libri del rex sacrorum fossero in lino, così come i celebri libri sibillini, contenenti i vaticini della sibilla cumana riguardanti il destino di Roma, conservati sul Campidoglio. È bene precisare che questa teoria è stata a lungo avversata e oggi, in mancanza di ulteriori sviluppi, viene in genere rigettata.

In effetti qualsiasi teoria avanzata sui libri lintei è stata per molti secoli priva di fondamento, poiché di essi non era pervenuto alcun esemplare. Le ragioni di questa scomparsa sono molteplici, ma il motivo principale sembra essere l'estrema volatilità del materiale: a differenza del foglio di papiro, che in un ambiente secco si indurisce, il foglio di lino tende invece a sfaldarsi e sfibrarsi. In conclusione, i libri lintei sembravano scomparsi proprio come i leggendari libri di Numa Pompilio.

La Mummia di Zagabria

libri lintei liber linteus zagrabiensis Mummia di Zagabria
Il Liber linteus zagrabiensis, foto di SpeedyGonsales, CC BY 3.0

Ma i libri lintei erano destinati a stupire la comunità scientifica anche molti secoli dopo la loro presunta sparizione, tornando sulla scena in circostanze a dir poco sorprendenti.

Nella seconda metà del secolo XIX il nobile croato Mihajl Brarić intraprese un viaggio in Egitto, come voleva la moda dell'epoca; come singolare souvenir l'uomo si portò dietro nientemeno che la mummia di una donna d'età tolemaica (III- I secolo a.C.), che espose nel salotto della sua casa di Zagabria. Questa macabra pratica non deve meravigliare: negli anni successivi alla campagna d'Egitto napoleonica i nobili d'Europa furono colti dalla smania di procacciarsi una mummia, una statua, un rotolo di papiro egizio; molti dei reperti oggi ammirabili nei nostri musei sono pervenuti in questa maniera.

Qualche anno dopo Brarić si accorse che sulle bende che fasciavano la mummia erano vergati dei caratteri alfabetici: anche questo particolare sulle prime non destò scalpore, poiché in età tolemaica era consuetudine tanto scrivere sulle bende formule magiche e orazioni quanto riutilizzare come bende degli stracci di papiro o altra fibra su cui in precedenza era stato scritto qualcosa. Il nobile croato dovette pertanto credere di trovarsi di fronte a un testo in scrittura demotica, la forma più semplice di alfabeto egizio.

Fu solo alla morte di Brarić che il mistero poté essere risolto: l'uomo donò la mummia al museo archeologico di Zagabria, i cui esperti compresero immediatamente che quella sulle bende non era lingua egizia; inizialmente si pensò al greco trascritto in alfabeto copto, ma poco dopo fu fatta una scoperta sensazionale: il testo riportato sulla Mummia di Zagabria era in etrusco. Le bende di lino che la ricoprivano erano infatti parte di un unico rotolo su cui era riportato un calendario di ricorrenze religiose destinato agli aruspici: esso era, ed è tuttora, il più lungo testo etrusco pervenutoci, nonché l'unico esemplare conservatosi di liber linteus.

Cosa ci faceva un manufatto etrusco in terra egizia? I rapporti tra queste due civiltà hanno aperto un campo d'indagine sterminato e tuttora con numerosi punti oscuri: solo nel 2007, con il rinvenimento di un talismano egizio del secolo VII a.C. nella necropoli di Vulci, si è cominciato a teorizzare che i loro contatti non avvenissero esclusivamente in maniera indiretta per il tramite dei romani e dei coloni greci; non deve perciò stupire che all'epoca della sua scoperta la mummia di Zagabria fu vista con sospetto. Stabilita l'autenticità del libro linteo, si dubitò a lungo di come esso fosse stato ridotto a benda da imbalsamazione: ci fu addirittura chi arrivò ad accusare alcuni antiquari di aver bendato artificiosamente una mummia disadorna al solo scopo di aumentarne il prezzo, adoperando materiale antico che solo a posteriori e per puro caso era risultato essere tanto prezioso.

I rilievi effettuati negli anni '90 del secolo XX stabilirono però che il libro linteo era stato utilizzato contestualmente al processo di mummificazione, sin dall'inizio, e che fosse databile tra il III e il I secolo a.C., quindi grosso modo coevo alla defunta che per quasi due millenni aveva accompagnato; bisogna sottolineare che in questo periodo la civiltà etrusca fosse in pieno declino, ormai quasi completamente assorbita da quella latina e relegata geograficamente alla zona settentrionale della penisola italica. Difficilmente sapremo mai se esso sia arrivato in Egitto per mezzo di un mercante etrusco, o se sia passato di mano in mano tra le popolazioni mediterranee fino a raggiungere la sua destinazione finale; possiamo però intuire che, una volta entrato in possesso dell'imbalsamatore, questi lo abbia giudicato privo di valore perché vecchio, non interpretabile o entrambe le cose, e che quindi si sia sentito libero di adoperarlo per il suo lavoro: una catena di casualità che ha garantito la sua sopravvivenza fino ai giorni nostri.

Tradizione etrusca ed eredità latina

libri lintei Mummia di Zagabria liber linteus zagrabiensis
La Mummia di Zagabria, Museo Archeologico Nazionale di Zagabria. Foto di SpeedyGonsales, CC BY 3.0

Il liber linteus zagrabiensis, oggi conservato insieme alla mummia nel Museo Archeologico Nazionale di Zagabria, è stato in anni recenti studiato da paleografi e codicologi che ne hanno ricostruito l'aspetto e interpretato parzialmente il testo.

L'alfabeto utilizzato è quello etrusco, perfettamente formato, privo di arcaismi e contaminazioni; l'andamento bustrofedico del testo e il modo in cui esso si relaziona alle dimensioni del libro ha permesso di ipotizzare che esso non fosse arrotolato, ma piegato “a soffietto” e poi svolto man mano che lo si leggeva; alcuni archeologi hanno messo in relazione il libro di Zagabria con simili manufatti privi di testo ritrovati in luoghi di sepoltura etruschi, lunghi nastri di lino che venivano piegati in questo modo e posti sotto il capo dei defunti a uso cuscino. Una forma, dunque, piuttosto dissimile da quella che dovevano avere i libri lintei latini, stando alle fonti che ne hanno tramandato la memoria; a questo punto, tuttavia, è possibile ipotizzare una cronologia completa per questa forma libraria.

Il libro linteo doveva essere un prodotto autoctono etrusco, assorbito dalla civiltà latina assieme a molte altre tecniche, pratiche e usanze; qui, durante l'età repubblicana, visse un'evoluzione autonoma, in linea con le trasformazioni della lingua e della scrittura: alla piegatura a soffietto, necessaria per una scrittura bustrofedica, si preferì l'arrotolamento, più funzionale all'andamento destrorso che la scrittura latina acquisisce proprio intorno al III secolo a.C.

In seguito, con l'affermarsi della civiltà latina, il libro linteo dovette essere abbandonato in favore di nuove forme libarie più pratiche, di pari passo con l'avanzare della tecnologia e con la scoperta di nuovi materiali facilmente rinvenibili nella zona di Roma; nel frattempo, poco prima dell'era cristiana, la civiltà etrusca tramontò definitivamente, sancendo la scomparsa definitiva del liber linteus.

BIBLIOGRAFIA

AGATI M., Il libro manoscritto. Da Oriente a Occidente. Per una codicologia comparata, Roma 2009.

BALDACCHINI L., Il libro antico, Roma 1982.

BISCHOFF B., Paleografia Latina. Antichità e medioevo, Padova 1992.

CHERUBINI P. - PRATESI A., Paleografia latina. L'avventura grafica del mondo occidentale, Città del Vaticano 2010.

MANIACI M., Terminologia del libro manoscritto, Roma 1996.

PICCALUGA G., La specificità dei libri lintei romani, in Scrittura e civiltà, 18, Roma 1994.

PLUTARCO, Vite parallele. Licurgo e Numa Pompilio, Milano 2012

http://www.amz.hr/hr/naslovnica/ sito ufficiale del Museo Archeologico di Zagabria (HR)

http://museu.ms/museum/details/383/archaeological-museum-in-zagreb sito a proposito del Museo Archeologico di Zagabria (EN)


Emilio Gallori e il Monumento a Garibaldi sul Gianicolo

MUSEO DELLA REPUBBLICA ROMANA E DELLA MEMORIA GARIBALDINA

SABATO 10 SETTEMBRE 2016, ore 16.00

EMILIO GALLORI E IL MONUMENTO

A GARIBALDI SUL GIANICOLO

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Sabato 10 settembre 2016, il Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina dedica a questo argomento una conferenza, a cura dell’Istituto Giuseppe Garibaldi, tenuta dal Prof. Franco Tamassia dal titolo Emilio Gallori e il monumento a Garibaldi sul Gianicolo, dalle ore 16.00 alle 18.00. L’iniziativa è promossa da Roma Capitale Assessorato alla Crescita culturale- Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, presenzia e introduce Mara Minasi, responsabile del Museo.

Il colle Gianicolo, dopo il Palatino, costituisce uno dei luoghi della Roma di ogni epoca dove la sacralità è più intensa e le valenze misteriche coinvolgono il visitatore di ieri e di oggi in un dialogo con le grandi anime del passato. Agli esordi del Risorgimento, la Repubblica Romana ha reso più intensa questa sacralità e il successivo pensiero laico risorgimentale ha ispirato la ricostruzione e la costruzione di un tessuto organico di monumenti (Porta San Pancrazio, il Vascello, i Monumenti di Garibaldi e di Anita, di Ciceruacchio e di Righetto, i busti della rimembranza, il Mausoleo Ossario dei caduti per Roma capitale, il Faro) dal quale emana, sulla visione di Roma che si stende ai piedi del Colle, una severa ammonizione per la coscienza etica e politica degli italiani.

L’epicentro del Colle è costituito dal Monumento a Garibaldi che l’artefice, Emilio Gallori, ha concepito, attraverso le rappresentazioni plastiche e figurative, le proporzioni e le volumetrie geometriche, come un insieme coeso ed armonico di simbologie essoteriche, cioè rivolte al pubblico più ampio, ed esoteriche, cioè rivolte al gruppo ristretto di coloro che intendono avviarsi nel sentiero della meditazione profonda sui valori che rendono una Nazione attrice nella Storia.

Franco Tamassia, già dirigente del Ministero della Pubblica Istruzione, professore di Diritto Pubblico a riposo, e Direttore dell’ ha collegato i suoi interessi professionali di giurista con lo studio dei problemi istituzionali della Nuova Italia connessi ai problemi che attualmente impegnano le trasformazioni dell’ordinamento costituzionale italiano.

Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina

Largo di Porta San Pancrazio

Info 060608 – Ingresso libero fino ad esaurimento posti www.museodellarepubblicaromana.it

Testo e immagini da Ufficio Stampa Zètema - Progetto Cultura


Stasera concerto per l'Italia e per Roma: canti in memoria di Goffredo Mameli

Martedì 6 LUGLIO,

Mausoleo Ossario Garibaldino, ore 21.30

IN OMAGGIO A GOFFREDO MAMELI

 concerto

PER L’ITALIA E PER ROMA.

Canti in memoria di Goffredo Mameli

 Graziella Antonucci Voce

Marco Quintiliani Chitarra

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È il 3 giugno 1849. Al Gianicolo, davanti al Casino dei Quattro Venti infuria terribile la battaglia tra difensori della Repubblica Romana e truppe francesi filo pontificie, quando un giovane ragazzo di poco più di vent’anni, giunto da Genova animato dal più fervente spirito repubblicano ed imbevuto del pensiero di Giuseppe Mazzini, cade ferito ad una gamba. Una ferita banale, ma che presto degenera, conducendo il giovane poeta, vate della futura Italia, pupillo dei due giganti della Repubblica Romana del 1849, Garibaldi e Mazzini, ad una precoce e dolorosissima morte.
Scompare cosi uno dei fiori più freschi del ’48, Goffredo Mameli, poeta delicato e appassionato, noto per i versi di quel “Canto degli Italiani” che ancora oggi è il nostro inno Nazionale. Una perdita irreparabile e di grande valore simbolico percepita come tale anche dal nemico - per l’entusiasmo, la giovinezza, l’acume politico e la gentilezza dell’animo, per la penna tagliente e appassionata - che ne decretò l’impossibilità del rientro in patria, una volta che, il 6 luglio del 1849, dopo più di un mese di agonia, si arrese alla morte tra le cure amorevoli delle infermiere dell’Ospizio della Trinità dei Pellegrini.
Dopo una prima sepoltura monumentale al Verano, ove ancora è possibile imbattersi nella sua tomba divenuta ormai cenotafio, dal 1941 le sue spoglie riposano al Gianicolo nel sacrario sottostante il Mausoleo Ossario Garibaldino.
Ossario
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Mausoleo Ossario dei Caduti per Roma. Storia di un quasi sconosciuto monumento del Gianicolo

Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina

Roma, sabato 12 dicembre 2015 ore 16.00

conferenza

il Mausoleo Ossario dei Caduti per Roma. Storia di un quasi sconosciuto monumento del Gianicolo

di Alessandro Cartocci

per l’occasione

Apertura straordinaria del Mausoleo Ossario garibaldino

Roma, domenica 13 dicembre ore 10.00 – 20.00

Via Giuseppe Garibaldi, 29

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Roma, 3 novembre 1941, una solenne processione sfila per le vie della città. Con giro volutamente tortuoso, lambisce il colle capitolino e punta poi dritto sul Gianicolo, in testa un feretro avvolto nella bandiera tricolore. Lì, a dominio della città, è stato innalzato un nuovo, fiammante monumento: il Mausoleo Ossario Garibaldino che, con la sua mole candida immersa nel verde del colle, attende le spoglie di uno dei padri della patria, Goffredo Mameli.
Sono le immagini, in parte inedite, di un prezioso filmato Luce proiettate in occasione della presentazione al Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina dell’opuscolo dedicato al monumento - <<Il Mausoleo Ossario Gianicolense e la società di mutuo soccorso “Giuseppe Garibaldi”>>, a firma Alessandro Cartocci, edito dall’Istituto Internazionale di Studi “Giuseppe Garibaldi”  -  che ci restituiscono l’atmosfera ad un tempo solenne  e festosa che accompagnò in quel lontano 1941 il ritorno del giovane poeta sul colle fatale che lo vide solo ventiduenne prima combattere e poi cadere, il 3 giugno 1849, in difesa del sogno democratico della Repubblica Romana. E proprio a Roma, bandiera ideale dell’Italia unita e a i suoi combattenti, si volle fosse consacrato il Monumento dopo quasi un secolo di voluto oblio.
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