Messina Judaica di Giuseppe Campagna: la comunità ebraica messinese tra il XV e il XVI secolo

G. Campagna, Messina Judaica. Ebrei, neofiti e criptogiudei in un emporio del Mediterraneo (secc. XV-XVI), prefazione di L. Scalisi, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2020, pp. 246.

Recensione a cura di Elena Nicoletta Barile

Un nuovo tassello si aggiunge alla nostra conoscenza della storia ebraica in Italia. Il recente volume di Giuseppe Campagna, Messina Judaica, edito da Rubbettino Editore, restituisce infatti una sapiente ed efficace ricostruzione della comunità ebraica messinese tra il XV e il XVI secolo, esplicitandone l’indissolubile intreccio con le dinamiche sociali e politiche cittadine e del più ampio contesto mediterraneo. Inserendosi nel solco degli studi di Shlomo Simonsohn1 e Cesare Colafemmina2, grande attenzione è posta dall’Autore alla raccolta e alla sensibile integrazione della documentazione latina, pubblica e privata, conservata nei principali Archivi siciliani e nell’Archivio Ducale Medinaceli di Toledo, pur nella consapevolezza delle ingenti perdite documentarie dovute al terremoto di Messina del 1908 e ai bombardamenti del 1943, durante l’ultimo conflitto europeo.

Iscrizione dalla Sinagoga di Messina, distrutta col terremoto del 1908. Foto di Michele Bassi, in pubblico dominio

L’esito di questa operazione di spoglio e analisi dei materiali di archivio è una ricostruzione puntuale dei molteplici aspetti della vita ebraica messinese nei due secoli considerati. È offerta infatti un’accurata descrizione del quartiere di residenza e dei luoghi di culto della comunità cittadina, la sua amministrazione interna, in particolare alla figura del dienchelele, giudice generale degli ebrei per le cause di diritto mosaico, lo status giuridico, il matrimonio e la condizione femminile, nonché gli aspetti linguistici e culturali, quali la mistica e la circolazione libraria. La ricostruzione proposta si avvale, all’occorrenza, del confronto con fonti di diversa tipologia e matrice culturale, tra cui la produzione epistolare ebraica, in particolare una lettera del rabbino Ovadyah da Bertinoro del 1487, contratti matrimoniali (ketubot), testimonianze epigrafiche in giudeo-arabo, oltre alla trattatistica cristiana di età moderna.

Un ampio e dettagliato prospetto illustra le professioni, le attività produttive e le reti commerciali della comunità messinese, profondamente inserita nel contesto dei traffici mediterranei, dei quali Messina è punto di partenza e di arrivo: flussi di merci, mercanti, maestranze ebraiche viaggiano da e per la Catalogna, Costantinopoli, Rodi, Tessalonica, passando per le sponde calabre e adriatiche, lasciando traccia nei documenti dei loro contatti con la comunità e con le autorità cittadine, che dall’Autore vengono individuati ed analizzati. Particolarmente suggestiva e precisa è inoltre la ricostruzione delle principali casate ebraiche messinesi dell’epoca, i loro esponenti, i legami parentali, le attività e i mestieri a cui esse devono il proprio prestigio, nonché le loro conflittualità interne ed esterne.

Messina
Messina prima della costruzione della grande palazzata del 1622. Immagine in pubblico dominio

Di carattere più evenemenziale, i capitoli conclusivi rievocano le conseguenze dell’editto di Granada del 1492, con cui i Re Cattolici decretano l’espulsione delle comunità ebraiche dai propri territori, tra cui, appunto, la Sicilia. Gli eventi messinesi subito successivi all’emanazione dell’editto sono esaminati dall’Autore, anche alla luce della più recente bibliografia, seguendo le vicende della comunità ebraica di Messina fino alla definitiva partenza dalla città e alla conseguente diaspora lungo le principali rotte del Mediterraneo, verso il Regno di Napoli, la Calabria, la Puglia (fino al 1541), ma soprattutto Roma, l’Italia centro-settentrionale e il Levante, nei territori dell’Impero Ottomano.

La matrice religiosa dell’editto di espulsione spinge l’Autore ad analizzare un particolare aspetto della storia ebraica e del suo rapporto con il mondo cristiano, ossia il fenomeno delle conversioni forzate. Ai conversos o nuovi cristiani è dedicato l’ultimo capitolo del volume, che accoglie stime quantitative, vicende di singoli esponenti e famiglie abbienti, aree di residenza, mestieri di una comunità divisa tra l’omologazione forzata, la perdita identitaria, la pratica nascosta del proprio culto manifestamente perseguitata dalle autorità cattoliche, ma anche, a volte, la convinta adesione alla nuova fede: una casistica assai eterogenea, e assai ricca di significati se considerata alla luce delle sue ricadute sui successivi rapporti ebraico-cristiani, che completa e arricchisce il presente volume.

Uno studio accurato, che rivela grande dimestichezza con la documentazione d’archivio, nonché con le dinamiche storiche che sono alla base della sua produzione, perdita e conservazione. Una particolare tipologia di fonti quantitativamente ingente, ma anche estremamente dispersa nelle sue diverse occorrenze, che lo studio di Giuseppe Campagna riesce pienamente a valorizzare, apportando un significativo contributo alla storia dell’ebraismo italiano.

Messina judaica Giuseppe Gabriele Campagna
La copertina del saggio di Giuseppe Gabriele Campagna, Messina Judaica. Ebrei, neofiti e criptogiudei in un emporio del Mediterraneo (secc. XV-XVI), con prefazione di Lina Scalisi, pubblicato da Rubbettino Editore (2020)

1 S. Simonsohn, The Jews in Sicily, 18 vols., Brill, Leiden-Boston, 1997-2010.

2 C. Colafemmina, The Jews in Calabria, Brill, Leiden-Boston 2012.


indipendenza Grecia greca

Il lungo e tortuoso cammino dell'indipendenza greca

Quest’anno ricorre il bicentenario dell’indipendenza della Grecia. Ripercorriamone le tappe salienti.

La Grecia aveva perso la sua autonomia dopo la caduta dell’Impero Romano d'Oriente, avvenuta nel 1453. Solo le isole, e Creta in modo particolare, avevano mantenuto una certa indipendenza, ma erano state sottomesse dagli ottomani nella fase della massima espansione di questi ultimi.

Differentemente da altri territori, che con il tempo avevano perduto il tratto essenziale della loro identità culturale, in Grecia tutto questo non accadde probabilmente grazie alla forza coesiva della religione e all’influsso della Chiesa Ortodossa che, per merito del patriarca di Costantinopoli, continuava a mantenere un certo controllo sul territorio ellenico, fungendo da coagulo attorno a cui la cultura e la lingua greca riuscirono a sopravvivere. Ciò che mai si affievolì fu un certo spirito di rivalsa che, nel corso dei secoli, condusse a numerose rivolte e ad un continuo e sfibrante periodo di guerriglia contro le forze ottomane, manifesto di un sentimento di perdurante disagio.

Eugene Delacroix (1789-1863), Guerriero greco a cavallo (1856), olio su tela, Galleria Nazionale di Atene (inv. no. 5618). Foto Flickr di Tilemahos Efthimiadis, CC BY 2.0

I principali fautori di questa guerriglia erano i discendenti di coloro che avevano preferito rifugiarsi negli inaccessibili luoghi di montagna pur di tenere lontano il dominio ottomano. Contro di loro i turchi avevano arruolato altri greci, detti armatolì, che avrebbero dovuto riconquistare i passi più importanti e che, invece, finirono per mischiarsi con questi, al punto che, quando scoppiò la guerra di indipendenza nel 1821, tali forze paramilitari andarono a costituire il grosso dell'esercito rivoluzionario greco.

I finanziamenti più consistenti delle rivolte arrivarono dall’estero, da tutti quei greci espatriati in Europa, soprattutto dalla città ucraina di Odessa dove, nel 1814, un gruppo di greci aveva fondato la filiki eteria, una società segreta che propugnava il ritorno alla indipendenza del territorio ellenico.

E, finalmente, il 1821 fu l'anno in cui questa rivolta prese concretezza. Sembrava un momento propizio, innanzitutto perché l'impero ottomano si era molto indebolito, essendo impegnato in Oriente su un altro fronte di guerra contro l'impero persiano; una guerra che stava portando via ingenti risorse all'impero, costretto a spostare gran parte delle milizie dal territorio europeo verso est.

A questo si aggiungeva una motivazione di politica estera. Come è noto, gli anni Venti dell’Ottocento segnarono l’emergere dei focolai rivoluzionari in tutta Europa; un'epoca in cui le grandi potenze erano impegnate ad evitare l'insorgenza di un nuovo Napoleone che avrebbe potuto mettere a rischio la già labile stabilità internazionale. Più di ogni altro luogo, in Francia e in Inghilterra il popolo accolse con favore la ribellione greca, si crearono dei veri e propri movimenti filellenici a supporto dei movimenti di rivolta.

Dopo l'assedio di Missolungi, la rivolta ebbe inizio al confine fra impero turco e impero russo il 6 marzo 1821, non in Grecia, e questo perché il movimento della filiki eteria era convinto che, per poter avere la meglio sugli ottomani e cacciarli definitivamente dai loro territori, fosse necessario allearsi con tutti i popoli balcanici per conseguire un obiettivo comune. Questa idea, seppur valida in teoria, non trovò riscontro nella realtà e finì col mettere in serie difficoltà i battaglioni dei ribelli della filiki eteria, sconfitti in due battaglie e costretti a fuggire in Austria, terra storicamente ostile all’impero turco.

Si dovette attendere qualche mese prima di vedere la rivolta in Grecia, e la prima zona a mettersi in azione fu il Peloponneso, la terra che più duramente si era opposta al dominio ottomano. La rivolta partì da Patrasso, benché focolai di rivolta scoppiarono in tutta la penisola; senza disperdere molte energie e con grande rapidità, le forze greche riuscirono a prendere il controllo delle campagne, costringendo gli ottomani a ritirarsi nelle città, che caddero una dopo l'altra. A guidare la rivolta, partita il 23 marzo, fu un prete ortodosso, noto con lo pseudonimo di Gregorio Papaflessa, uno dei più importanti esponenti politici della Grecia indipendentista. La data celebrativa del 25 marzo indica l'atto solenne di benedizione del vescovo metropolita di Patrasso, Germanos, che benedisse gli insorti al Monastero della Grande Laura. Decisivo fu anche il ruolo di un giovane capitano di vascello, Theodoros Kolokotronis, che, a soli 17 anni, nel mese di settembre di quello stesso anno, dopo aver vinto i turchi a Valtetsi il 15 maggio, riuscì ad espugnare la piazzaforte ottomana a Tripoli. In risposta all'avvio dei conflitti, a Costantinopoli si dà vita ad una serie di esecuzioni di massa: viene impiccato il patriarca di Costantinopoli, il vescovo Gregorio V, ricordato come martire dalla Chiesa ortodossa.

In Grecia centrale la rivolta colpì Tebe, in Beozia, e rapidamente si diffuse ovunque fino ad interessare Atene. La risposta ottomana non si fece attendere e fu cruenta, com’era facile attendersi, ma la capacità di resistenza convinse i Greci della necessità di riconquistare il territorio. Delle rivolte scoppiarono nelle isole, a Creta e a Cipro, ma anche a Tessalonica, dove i rivoltosi seppur in un bagno di sangue riuscirono a conquistare una certa autonomia tra il 1824 e il 1825. In questo biennio decisivo va ricordata la figura di Lord Byron, che visse in prima persona i contrasti tra i greci che lottavano per la resistenza a Missolungi; e, proprio per celebrare questo eroico atteggiamento degli elleni che seppero resistere eroicamente a Missolungi, il celebre poeta greco Dionysios Solomos scrisse L'inno alla libertà, le cui prime due strofe divennero l'inno nazionale del paese.

A questo punto, in Grecia si cercò di creare un governo ma sorsero le prime rivalità e alcune delle associazioni che avevano maggiormente spinto per la rivolta, tra cui la stessa filiki eteria, vennero messe da parte poiché considerate poco presenti sul territorio greco e, dunque, poco incisive. A ciò si aggiunsero i forti contrasti tra le varie zone della Grecia, in particolare tra i partigiani dell’Attica e quelli del Peloponneso, con questi ultimi che cercarono di rivendicare ad ogni costo la loro maggior forza numerica e militare. Le opposizioni sfociarono in una guerra civile che ovviamente indebolì il fronte greco e lo costrinsero a chiedere un appoggio economico esterno.

La guerra civile si spense improvvisamente perché arrivò un nuovo nemico da fronteggiare: gli egiziani. L’Egitto da parecchi decenni era ormai autonomo ed era governato da Muhammad Ali, un personaggio chiave per il raggiungimento dell’autonomismo del suo paese. Gli ottomani si mostrarono restii a chiedere il loro aiuto, ma quando fu chiaro che non avrebbero potuto farcela da soli, fecero in modo che Ali inviasse le truppe in Grecia, comandate dal figlio Ibrahim Pascià. Gli egiziani sbarcarono nel Peloponneso nel febbraio del 1825 con un contingente di circa 10 mila uomini. I Greci commisero un grave errore di valutazione: erano convinti di poter vincere facilmente anche stavolta; non sapevano che l'esercito egiziano, a differenza di quello ottomano, era molto meglio organizzato grazie ad una serie di addestratori francesi che, negli anni precedenti, avevano migliorato le tecniche di combattimento.

I Greci erano sul punto di capitolare, quando a venire in loro soccorso intervenne l'opinione pubblica europea. Molto rapidamente si diffuse in tutto il vecchio continente la notizia dei massacri egiziani; notizie, queste, di certo veritiere ma ingigantite dai cronisti dell’epoca. Si giunse addirittura a scrivere che il desiderio della potenza ottomana fosse quello di estirpare i Greci e la loro cultura dal territorio ellenico, sostituendoli con turchi ed egiziani, e mettere un punto definitivo alle rivolte. Questo fece un grande effetto sull’Europa e il risultato fu che le potenze iniziarono ad intervenire.

Ioannis Kapodistrias (Giovanni Capodistria) in una litografia di Gustave Adolf Hippius (1822). Гиппиус, Г. А. Современники, собрание литографических портретов государственных чиновников, писателей и художников, ныне в России живущих : Посвящено Его Величеству государю Императору Александру I Г. Гиппиусом. - СПб. : Изд. Г. Гиппиуса ; (Литогр. Гельмерсена), 1822. Immagine in pubblico dominio

La prima potenza a mandare aiuti militari fu la Russia che, in quel periodo, aveva un Ministro degli Esteri greco, Ioannis Kapodistrias, il quale aveva più volte spinto lo zar di Russia ad intervenire in favore della sua patria d’origine. Si fecero avanti anche la Francia e l’Inghilterra; quest’ultima era molto amica dell'impero ottomano, ma decise ugualmente di gettarsi nella mischia, anche perché alcuni dei comandanti inglesi erano dichiaratamente filelleni.

La situazione mutò all’improvviso nel 1827, quando la flotta egiziana, riunitasi a Navarino, venne raggiunta dalle tre flotte di aiuti europei.

La battaglia di Navarino, uno dei momenti più importanti verso l'indipendenza della Grecia. Incisione di Robert William Smart e Henry Pyall, sulla base dei disegni di Sir John Theophilus Lee sotto la supervisione immediata di del Capitano Lord Vis. Inglesre, al National Historical Museum (1830 circa). Foto Flickr di Tilemahos Efthimiadis, CC BY-SA, 2.0

Le trattative di pace vennero avviate da Kapodistrias, che nel frattempo aveva lasciato il Ministero degli Esteri in Russia ed era giunto in Grecia dove era stato nominato Governatore. Gli egiziani furono costretti a lasciare il Peloponneso assieme a tutte le loro truppe; con gli ottomani si cercò di raggiungere una pace che potesse condurre alla tanto agognata autonomia. I primi accordi vennero disattesi, perché gli ottomani manifestarono il loro interesse a proseguire la guerra ad oltranza. Le cose cambiarono quando la Francia inviò 15 mila uomini nel Peloponneso per addestrare le truppe greche: fu grazie a quell’esercito che la Grecia riuscì ad ottenere la sua autonomia. Il 12 settembre 1829 l'esercito greco sconfisse quello ottomano nella battaglia di Petra, località a nord della Beozia, e pose fine alla ribellione. Negli anni successivi si giunse al trattato di Costantinopoli che sancì finalmente l’indipendenza del paese. A quell’epoca la Grecia era formata soltanto da una parte di quella attuale: mancavano infatti tutte le isole, tra cui Creta, e il nord. Ci vollero altri sanguinosi scontri prima di arrivare a definire il paese che conosciamo oggi.

 

Bibliografia:

  • F. Benigno – M. Giannini – N. Bazzano, L’età moderna. Dalla scoperta dell’America alla Restaurazione, Editori Laterza, Roma 2005;
  • R. Clogg, Grecia. Dall’indipendenza ad oggi, Beit Editore, Trieste 2015;
  • M. Veremis – I. S. Koliopulos, La Grecia Moderna. Una storia che inizia nel 1821, Argo Editore, Lecce 2014;
  • E. Ivetic, I Balcani. Civiltà, confini, popoli (1453-1912), Il Mulino Editore, Bologna 2020.

Butrint Project

Butrint Project: archeologi all'approdo di Enea; intervista a Enrico Giorgi

Il Butrint Project nasce nel 2015 come esito della cooperazione scientifica italo-albanese all’interno del più ampio accordo di ricerca sull'Antica Caonia avviato nel 2000 tra l'Istituto Archeologico di Tirana e l'Università degli Studi di Bologna. Dal 2017 è una Missione Archeologica sostenuta dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale della Repubblica Italiana.

Il progetto è strutturato secondo diversi temi di ricerca legati allo studio dell’antica città di Butrinto, dalle sue tracce materiali corrispondenti alle diverse fasi di occupazione (circuito murario, necropoli, acropoli) all’analisi sistematica dei reperti mobili, ceramici in particolare, fino alla conduzione di ricognizioni e survey nel territorio contermine all’insediamento. Simultaneamente alle prospezioni e alle indagini archeologiche, sono state condotte importanti campagne di documentazione dei monumenti dell’abitato antico, attraverso l’impiego di Laser Scanner e riprese aeree da drone, contribuendo al monitoraggio dello stato di conservazione dei principali monumenti del Parco Archeologico di Butrinto, a partire dal circuito murario.

L’antica città di Butrinto si trova in Albania (l’antico Epiro). Sorge all’interno di un’area che ha visto la presenza dell’uomo attestata sin dalla Preistoria (almeno dal 50000 a.C.) fino ai giorni nostri, senza soluzione di continuità. Greci, Romani, Bulgari, Bizantini, Epiroti, Veneziani e Ottomani si sono di volta in volta susseguiti in una complessa sequenza di attività che ha fatto di Butrinto un sito unico al mondo, di prima importanza storica e archeologica, incluso dal 1992 nella lista dei Beni Patrimonio dell’Umanità protetti dall’UNESCO.

La prima missione italiana sulle scalinate del teatro appena scoperto. Foto dall'Archivio fotografico della Missione

L’importanza della città si deve anche all’epopea di Enea, laddove, secondo Virgilio, l’esule troiano vi avrebbe trovato Andromaca, vedova di Ettore e anch’ella superstite alla caduta di Troia. Proprio il legame con l’Eneide e le vicende collegate alla fondazione di Roma hanno costituito, nel 1928, la base ideologica dietro l’avvio della prima missione archeologica italiana a Butrinto (la seconda in Albania, dopo le ricerche avviate a Phoinike nel 1926 sotto la guida di Luigi M. Ugolini). Le ricerche italiane a Butrinto sono proseguite, dopo la morte di Ugolini (1936), fino al 1943, sotto la direzione di Pirro Marconi (1938-1941) e Domenico Mustilli (1941-1943), prima di interrompersi a causa del II Conflitto Mondiale.

Momenti dalla prima missione italiana. Foto dall'Archivio fotografico della Missione

A 72 anni dalla brusca conclusione delle ricerche scientifiche italiane, il Butrint Project segna un nuovo inizio, partendo idealmente dalle tradizionali ricerche di Ugolini ma rinnovandone il significato secondo una linea di condotta improntata alla cooperazione e alla valorizzazione del sito archeologico come spazio culturale di comunità. 

Abbiamo intervistato Enrico Giorgi, professore di Metodologie della Ricerca Archeologica presso il Dipartimento di Storia Culture Civiltà, Sezione di Archeologia, dell'Università di Bologna Alma Mater Studiorum.


Butrint Project:
Butrint Project: il teatro, foto di Federica Carbotti

Le ricerche dell'Ateneo di Bologna in Albania hanno compiuto 20 anni nel 2020. Il Butrint Project esiste dal 2015: può essere considerato un "punto di arrivo"?

Nella tradizione virgiliana Butrinto è l’approdo di Enea, la tappa di un viaggio che determinerà il destino di Roma. Più recentemente e in maniera certamente meno letteraria a Butrinto sono giunti anche gli archeologi dell’Ateneo di Bologna e dell’Istituto di Archeologia di Tirana, dopo la ventennale esperienza nella vicina Phoinike, ripercorrendo i passi già compiuti dalla Missione Italiana diretta da Luigi Maria Ugolini negli anni Trenta del Novecento. Dunque, per certi versi, Butrinto può essere considerato un punto d’arrivo. Non certo, però, dal punto di vista della ricerca e di quella archeologica in particolare. Terminata l’indagine stratigrafica inizia la riflessione sui dati, compresi quelli raccolti in passato. È come se lo stesso terreno venisse analizzato con setacci sempre più raffinati, capaci di trovare tesori che, ad esempio, Ugolini non poteva apprezzare.

Butrint Project
Butrint Project: foto della campagna 2015 di Michele Silani

 

Butrint Project
Butrint Project: foto della campagna 2015 di Michele Silani

L’attuale ricerca archeologica, potenziata come le altre scienze dagli strumenti digitali e dal dialogo con le altre discipline, è capace di raccogliere e immagazzinare enormi quantità di dati anche in contesti relativamente piccoli, innescando innumerevoli possibilità di analisi. Infine, oggi l’archeologia è più interessata al metodo, a rendere espliciti i meccanismi della ricerca e all’impostazione delle domande piuttosto che al perseguimento incondizionato di approdi definitivi.

Butrint Project
Butrint Project: rilevamento topografico dello scavo del 2017, foto di Enrico Giorgi

Questo non significa rinunciare a trovare le risposte e abbandonarsi a una sorta di paralizzante relativismo, ma piuttosto coscienza contemporanea della complessità del mondo antico, con il quale instauriamo un dialogo dinamico che rinnova continuamente le nostre curiosità. Mentre leggiamo di Enea, analizziamo le lettere che Cicerone inviava ad Attico nella campagna a sud Butrinto, raccogliamo i resti della vita quotidiana dei pellegrini che frequentavano il Santuario di Asclepio o dei coloni romani che vivevano nella pianura oltre il canale di Vivari, analizziamo i resti dei loro pasti oppure dell’ambiente antico, diamo avvio a un percorso di comprensione che ci fa riflettere anche su noi stessi e innesca nuove domande.

Butrint Project
Butrint Project: rilevamento topografico dello scavo del 2019, foto di Francesco Pizzimenti
Butrint Project
Butrint Project: rilevamento topografico dello scavo del 2019, foto di Francesco Pizzimenti

In estrema sintesi una ricerca archeologica può certamente giungere a un punto d’arrivo, ma con la coscienza di avere raggiunto solo un gradino di un percorso ancora lungo e noi a Butrinto siamo, probabilmente ancora sul pianerottolo di partenza. Le nostre domande di ricerca riguardano soprattutto la genesi dell’abitato in età arcaica e il suo sviluppo dopo la conquista romana. Le scoperte fatte sino a ora hanno soprattutto posto nuove domande, ma siamo ancora nella fase iniziale di una ricerca che ci auguriamo lunga ed emozionante.

L'ultima campagna di indagini archeologiche ha risentito delle misure restrittive dovute alla pandemia tutt'ora in corso, portando allo stesso tempo allo sviluppo di "investimenti digitali", come la piattaforma web del progetto. Un "disastro" o un'opportunità? Sono in cantiere (!) altre iniziative?

Risulterà probabilmente noioso ricordare che i momenti di crisi possono trasformarsi in opportunità. Credo però che per l’archeologia questa considerazione sia particolarmente stimolante. Andare sul campo per inseguire l’emozione della scoperta in un contesto di eccezionale bellezza come Butrinto, su un promontorio in mezzo a una laguna davanti a Corfù, ha un’attrattiva irresistibile. Ma spesso questo entusiasmo ci porta a privilegiare la raccolta dei dati trascurando la potenzialità di informazioni che racchiudono e che emergono solo lavorando attentamente in laboratorio e in biblioteca.

Butrint Project: il Lago di Butrinto visto dall’alto, foto di Pierluigi Giorgi

Innanzi tutto, grazie ai colleghi albanesi, non abbiamo rinunciato del tutto all’attività sul campo e una Campagna di scavo a Butrinto è attualmente in corso, anche per non interrompere la manutenzione delle strutture riportate in luce.

Tuttavia, se le restrizioni sanitarie ci hanno in gran parte privato dell’emozione dello scavo, hanno però permesso di destinare molto tempo all’analisi e allo studio, ma anche al confronto. Abbiamo all’improvviso compreso che non c’è necessariamente sempre bisogno di navi e di aerei per avvicinare i ricercatori.

Iscrizioni del teatro di Butrinto, foto della campagna 2017 di Enrico Giorgi

Il tempo guadagnato e le piattaforme informatiche hanno incentivato il confronto, seppure in remoto, superando anche grandi distanze con notevoli economie di risorse e con facilità di coinvolgimento per gli interessati. In questo periodo, con l’Ambasciata e le altre Missioni Archeologiche Italiane, abbiamo inaugurato due Webinar di successo dedicati all’Epiro e frequentati anche da molti colleghi albanesi. Abbiamo messo in rete un Sito Web che vuole essere il portale di accesso a tutte le nostre ricerche e alle attività in corso (https://site.unibo.it/butrint/en). Infine abbiamo potuto investire maggiori risorse in analisi di laboratorio indispensabili per ricostruire l’ambiente antico, ossia lo scenario al cui interno si collocano le nostre storie. Il gusto dello scavo talvolta privilegia il mero dato archeologico e ci fa dimenticare che il paesaggio antico è frutto di un’interazione in cui l’uomo gioca un ruolo ma l’altro attore è l’ambiente, che va indagato con metodologie specifiche che richiedono risorse dedicate.

Iscrizioni del teatro di Butrinto, foto della campagna 2018 di Enrico Giorgi

Soprattutto abbiamo fatto anche quest’anno un’inattesa scoperta archeologica, grazie alla collaborazione con la cattedra di Epigrafia Latina dell’Università di Macerata, riscoprendo reperti che non erano stati coperti dalla terra ma si erano comunque persi negli archivi. Si tratta di decine di calchi di iscrizioni di Butrinto che risalgono indietro nel tempo di circa un secolo, al tempo della prima Missione Italiana di Luigi Ugolini. Questi fragili reperti ci aprono nuove prospettive, quasi di Archeologia dell’Archeologia.

Butrint Project
Butrint Project: calchi delle epigrafi. Foto di Simona Antolini

L’emozione della comunicazione in diretta da parte della collega Simona Antolini è ancora viva e ha innescato una serie di reazioni a catena, a partire dall’indagine a ritroso per comprendere come siano giunti sino ai depositi dell’Università di Macerata. Furono realizzati dall’epigrafista del team, Luigi Morricone, e passarono dalla Scuola Archeologica Italiana di Atene. Resta poi da comprendere se la loro lettura, che testimonia uno stato di conservazione migliore di quello degli attuali originali, potrà fornire occasioni per nuove interpretazioni, che ci riserviamo di comunicare appena possibile.

Butrint Project
Butrint Project: calchi delle epigrafi. Foto di Simona Antolini

Tuttavia il dovere di aggiornare gli interessati sugli sviluppi del progetto non deve farci dimenticare che la ricerca scientifica ha bisogno di tempo. Lo stiamo sperimentando in questo frangente per obiettivi ben più importanti. Il nostro lavoro ha certamente un impatto non così determinante sulla società, tuttavia ha il suo peso e richiede tempi che non possono essere immediati.

Sarà cura dei ricercatori impegnati nel progetto e di Simona Antolini fornire una comunicazione preliminare e probabilmente questo avverrà a breve. Potete considerarlo un impegno preso.

 


Possiamo avere alcune anticipazioni sulle finalità della campagna di scavi 2021?

La scoperta dei calchi delle iscrizioni condizionerà sicuramente il programma dei lavori e, per questo, dovremo attendere che i colleghi epigrafisti ci passino di nuovo la palla dopo che avranno completato la loro revisione. Certamente, dato che la maggior parte delle epigrafi si trova nel Teatro all’interno del Santuario di Asclepio, accenderemo un faro su questo interessantissimo complesso architettonico cresciuto in età romana e pieno di fascino anche per il conteso ambientale in cui sorge. L’anno scorso, mentre lo scavo era in corso, assistemmo all’apparizione di un bel serpente che decise di farci visita. Trattandosi dell’animale sacro ad Asclepio, passata la paura, lo prendemmo come un buon presagio che in effetti parrebbe realizzarsi e dunque non resterà che assecondarlo!

Il Santuario di Asclepio. Foto di Veronica Castignani

Trattandosi di edifici già riportati in luce in passato dagli archeologi italiani, e considerando la difficoltà di ulteriori approfondimenti dello scavo, perché qui emerge l’acqua del lago, si tratterà soprattutto di Archeologia dell’Architettura e rilievi laser scanner, ossia analisi di ciò che è già fuori dalla terra, al pari di quanto stiamo già facendo per le Mura Ellenistiche.

Il Santuario di Asclepio. Foto di Veronica Castignani

Lo Scavo Archeologico sulla cima dell’Acropoli, invece, dovrebbe continuare alla ricerca della storia più antica della città di Enea.

 


L'antica Butrinto è un bene protetto dall'UNESCO e l'Italia ha da poco ratificato la Convenzione di Faro. A riguardo, qual è stato il rapporto tra gli studiosi, la ricerca e la comunità locale? Ritiene che in futuro le attività del Butrint Project possano costituire un'opportunità di sviluppo economico e professionistico per la comunità locale?

Il nostro approdo a Butrinto è avvenuto nel segno della condivisione con i colleghi albanesi, con il personale del Parco e con la comunità locale. Questo è certamente un segno distintivo rispetto ai lavori, pur meritori, della Missione Italiana degli anni Trenta.

Butrint Project
Porta del Leone. Foto di Federica Carbotti

Spero che sarà presto possibile tornare a visitare il Parco di Butrinto per apprezzare il Santuario di Asclepio, le Mura con la Porta Scea e la Porta del Leone, l’Acropoli ma anche la Torre Veneziana e il Castello di Alì Pascia, raggiungendolo oltre il canale di Vivari con la chiatta costruita con i resti della decoville di Ugolini. Ebbene tutti questi monumenti sono stati riportati in luce e dagli archeologi italiani nel secolo scorso. Questo significa che, qualora gli amici albanesi richiedano la nostra collaborazione, la loro conservazione è per noi un impegno che siamo moralmente chiamati a onorare, tanto più alla luce dell’esperienza che il nostro Paese ha maturato in questo campo.

Queste considerazioni hanno ispirato il progetto nel 2015, attraverso l’impiego di metodologie di documentazione e mappatura del degrado innovative, messe a punto dal medesimo team nell’ambito del Piano della Conoscenza di Pompei. Quest’archeologia, che cerca di andare in profondità senza scavare o almeno considerando i rischi della conservazione e del consumo del deposito archeologico, richiama lo spirito della Convenzione di Malta e rappresenta già un primo passo verso l’idea della Public Archaeology. Tale approccio ha consentito anche di attuare un percorso formativo e professionalizzante per alcuni studenti di archeologia dell’Università di Tirana residenti in zona. Non solo, è stato possibile anche coinvolgere alcuni membri del villaggio più vicino nei primi interventi di conservazione e valorizzazione, fornendo loro un’occasione di specializzazione, di guadagno e insieme di conoscenza del nostro lavoro.

Butrint Project
Butrint Project: foto della campagna 2018 di Enrico Giorgi

La condizione di Butrinto, però, è una condizione particolare, perché si tratta di un sito noto e già frequentato da centinaia di migliaia di turisti al quale non solo la comunità locale ma l’intero Paese è molto affezionato, in una regione che è tra le più attrattive. Esiste quindi già una sensibilità particolare e condivisa nei confronti dell’archeologia e del suo potenziale. Per un Paese che ha attraversato periodi di difficoltà e di isolamento, anche in tempi recenti, il ricordo di un passato nel quale alcune sue città erano al centro della storia è stato sempre molto attuale. Ci sarebbe molto da aggiungere, magari in altra occasione, sull’uso distorto della storia e dell’archeologia per alimentare la coesione delle comunità e, in tal senso, Butrinto è un caso emblematico per italiani e albanesi. Ma la percezione dell’importanza delle proprie radici storiche non è estranea a questi luoghi.

Butrint Project
Butrint Project: foto della campagna 2019 di Francesco Pizzimenti

Ma Butrinto è anche un Parco archeologico e naturalistico con i suoi confini. La loro tutela ha permesso di salvaguardare l’area dall’indiscriminata espansione edilizia che ha afflitto il resto della costa meridionale dell’Albania, ma ha anche necessariamente posto inevitabili limiti alla vita delle comunità. In questo senso molto c’è ancora da fare perché Butrinto, che è un patrimonio della Nazione e dell’Umanità, lo sia sempre più anche per le comunità locali, non solo per il suo valore in termini di economia del turismo.


Viaggiatori europei in Oriente tra Settecento e Ottocento. Meta: Hierapolis

Nell'Autunno del 1749 quattro giovani gentiluomini si incontrano a Roma per pianificare e preparare un lungo viaggio che li condurrà attraverso i luoghi più impervi dell'Impero Ottomano, fino al deserto siriano e alle montagne del Libano; un pericoloso itinerario che esigerà la vita del più giovane tra loro ma che garantirà, a lui e ai suoi compagni, un posto non piccolo nella storia di quel giardino di simboli che è il viaggio.

La curiosità per quell'avventura illuminista mi spinse, ormai tanti anni fa, ad avviare un'indagine approfondita delle relazioni dei viaggiatori sette-ottocenteschi in Oriente -in Asia Minore, in particolare- convinto della loro specifica utilità nello studio dell'architettura antica con il confronto con il dato archeologico e architettonico.

È un argomento, quello dei viaggi, di grande interesse ed attualità, non solo per gli specialisti ma anche per chi si appassiona alle avventure, al fascino di un mondo ormai perduto per sempre e, perché no, alla possibilità di avere una visione molto particolare e comunque affascinante delle antichità.

Ricollegandomi al precedente articolo pubblicato su questo sito sulle meraviglie di Hierapolis di Frigia, voglio riprendere alcune delle testimonianze più interessanti di quei primi viaggiatori -comprese tra la metà del Settecento e la metà dell’Ottocento- per esplorare con i loro occhi la città microasiatica. Oggi, dopo gli scavi della Missione italiana fondata nel 1957, l’immagine della città è profondamente cambiata e molti dei monumenti descritti da quei pionieri sono stati scavati, restaurati e valorizzati in modo esemplare, tanto da far guadagnare al sito di Hierapolis-Pamukkale l’iscrizione al Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Resta intatto il fascino di quei luoghi e, pur nella difficoltà di chi non li conosce direttamente di visualizzarli all’attualità, immergersi nelle descrizioni dei viaggiatori rappresenta un viaggio affascinante nel tempo e nello spazio.

Hierapolis Frigia Turchia
Hierapolis di Frigia. Foto: Paolo Mighetto

Possiamo immaginare che i quattro giovani gentiluomini partiti da Roma alla scoperta di Ba’albek e Palmira attraverso l’Impero Ottomano, Robert Wood, James Dawkins, John Bouverie e Giovanni Battista Borra, durante la preparazione del complesso itinerario del loro viaggio (1750-51), abbiano letto con crescente curiosità i passi di Strabone, Plinio, Cassio Dione relativi a Hierapolis, alle sue sorgenti calde e al Plutonio, confrontandoli, senza dubbio, con le descrizioni di altri viaggiatori come Jacob Spon e George Wheler (Lyon, 1678), di Thomas Smith (Trajecti ad Rhenum [Utrecht], 1694) e, soprattutto, di Richard Pococke (London, 1743-45). I gentiluomini inglesi e l'architetto italiano decisero di attraversare la vallata del Meandro, partendo da Smirne, con l'evidente obiettivo di raggiungere i siti di Laodicea e di Hierapolis. Da Palat (ora Balat), il sito dell'antica Mileto, seguirono il corso del fiume visitando Priene (Samsun, 10-12 Settembre 1750), Magnesia al Meandro (Iné, 13 Settembre), Tralles (Guzel Hissar, 15-22 Settembre) - dove, a causa di un colpo di sole mal curato, morirà il più giovane di loro, John Bouverie - e Nyssa (Sultan Hissar, 22-23 Settembre); il 26 Settembre giunsero a Laodicea (Eski Hissar) e due giorni dopo visitarono Hierapolis (Pambouk Kalessi), per poi tornare verso la costa, a Bodrum (10 Ottobre). Dopo aver passato la notte del 28 nella casa di campagna dell'Aga di Denizli, Wood e compagni si spostarono a Pamukkale.

[...] which affords the grandest scene of antiquities I ever beheld a most magnificent Pile of Buildings, grand arch'd Rooms & prodigious Walls [...] (Robert Wood).

Videro il teatro, un edificio di ordine ionico e le colonne doriche della via di Frontino che, dalla grande porta a tre fornici, si estendeva a fianco della vasta agora commerciale, coprendo un'area di circa tre ettari, tra la plateia major e le pendici delle montagne a Est; oltre a questi resti segnalarono la necropoli, le mura cittadine, dove trovarono un'iscrizione recante il nome di Hierapolis, e, infine, un laghetto contenente tre pilastri dorici, già descritto da Pococke. Il laghetto fu anche notato da un altro viaggiatore inglese, Richard Chandler, che giunse a Pambouk il 30 Aprile 1765 e visitò i resti di Hierapolis il giorno successivo; la pozza di acqua limpida, che sgorga nei pressi del tempio di Apollo, costituiva, già allora, un elemento di svago e refrigerio per le signore del luogo e il viaggiatore inglese ne approfitta per offrire una suggestiva scena di colore locale.

I resti del colonnato della Plateia Maior in una veduta di Richard Chandler. In alto a destra emerge una tomba della necropoli settentrionale.

The pool before the theatre has been a bath, and marble fragments are visible at the bottom of the water, which is perfectly transparent, and of a briny taste. The women of the Aga, after bathing in it, came to the theatre, where we were employed, to see us, with their faces muffled . They were succeeded by the Aga, with several attendants. He discoursed with our Janizary, fitting cross-legged on the ruins, smoking and drinking coffee; and expressed his regret, that no water fit to drink could be discovered there; wishing, if we possessed the knowlege [sic] of any from our books, we would communicate it to him; saying, it would be a benefit, for which all future travellers should experience his gratitude. (Chandler, 1775, pp. 234-235).

Durante la sua visita all'antica città l'inglese analizzò il teatro, copiandovi alcune iscrizioni, e soprattutto si dedicò all'illustrazione delle sorgenti calde e alla ricerca del Plutonio. Descrivendo in termini generali le rovine egli, erroneamente, identifica i resti del teatro ellenistico, posto al di fuori delle mura e a Nord della città, con quelli di uno stadio e individua, con maggior perspicacia, i resti di quello che fu un castello selgiuchide del XI-XIII sec. (a Ovest delle terme) e che indica come modern fortress per sottolineare al sua minore antichità rispetto agli altri resti cittadini. Nella tavola che accompagna il testo la “fortezza” si staglia sulle vasche che caratterizzano ancora oggi, con il candido manto di calcare depositato dallo scorrere delle acque termali, la collina di Pamukkale.

L’incisione di Richard Chandler risente di un gusto per il sublime nella rappresentazione delle vasche calcaree della collina di Pamukkale. Sulla sommità, I resti del Castello Selgiuchide.

We ascended in the morning to the ruins, which are on a flat, passing by sepulchres with inscriptions, and entering the city from the east. We had soon the theatre on our right hand, and the pool between us and the cliff [è il dirupo delle concrezioni calcaree. I viaggiatori si trovano nel settore Sudorientale della città]. Opposite to it, near the margin of the cliff, is the remain of an amazing structure, once perhaps baths, or, as we conjectured, a gymnasium; the huge vaults of the roof striking horror as we rode underneath. [Si tratta del vasto complesso termale edificato, nella zona Sudoccidentale dell'abitato, all'inizio del II secolo d.C..] Beyond it is the mean ruin of a modern fortress; and farther on, are massive walls of edifices, several of them leaning from their perpendicular, the stones distorted, and seeming every moment ready to fall, the effects and evidences of violent and repeated earthquakes. In a recess of the mountain on the right hand is the area of a stadium. (Chandler, 1775, p. 233).

Il nuovo secolo vide un gran numero di viaggiatori intenti ad esplorare le rovine di Hierapolis e a dare avvio a quella investigazione che culminerà con le ricerche approfondite degli Altertümer von Hierapolis (in "Jahrb. Deutsch. Arch. Instituts", Ergänz, 4, 1898) di C. Humann, C. Cichorius, W. Judeich, F. Winter, già un vero e proprio strumento per le indagini archeologiche contemporanee.

William Martin Leake e Charles Robert Cockerell visitarono la città nei primi anni del secolo e il secondo, che vi giunse nel marzo 1812, cercò di localizzare il Plutonio nei pressi del teatro ma senza risultati positivi. L’antro di Plutone sarà riscoperto solo a partire dal 2008, dagli scavi di Francesco D’Andria e costituisce oggi, nella sua straordinaria monumentalizzazione, una delle tappe imprescindibili della visita del sito.

Molto interessante è il resoconto della visita compiuta da Léon de Laborde; il francese giunse in città il 22 Ottobre 1826, provenendo da Est (da Çivril e Belevi) anziché da Denizli come quasi tutti gli altri viaggiatori, e vi restò appena quattro giorni, fino al 25 dello stesso mese, in compagnia dell’anziano genitore Alexandre. Purtroppo la pubblicazione tarda delle sue esperienze (dopo il 1861) non ha giovato alla loro diffusione presso gli altri viaggiatori e inoltre, per lo stesso motivo, non si possono discernere con certezza i dati osservati direttamente da quelli aggiunti in seguito e tratti da altri testi. Quel che è certo è che la sua rappresentazione del teatro costituisce un documento fondamentale per la conoscenza delle condizioni del monumento prima degli scavi italiani.

Hierapolis
Il teatro di Hierapolis nella veduta di Léon de Laborde, pubblicata dopo il 1861.

Laborde compì anche degli esperimenti per verificare la veridicità delle leggende in merito alla velenosità del Plutonio - che sembra identificare con la sorgente delle acque calcaree, nei pressi del tempio di Apollo - e, postosi alla sommità del teatro, realizzò la bella veduta di cui si parlava e la cui descrizione offre un parziale panorama dei resti cittadini quali si presentavano nel 1826.

In primo piano, a sinistra, si staglia il grande portico [intende, forse, i resti della plateia maior -la via principale della città antica- che giacciono nelle vicinanze della grande chiesa a pilastri paleocristiana]; più avanti, di fronte, in mezzo ai bagni e ai fabbricati che formavano la palestra, scorre il ruscello che monda tutta questa porzione di città, non per l'acqua ma per i suoi depositi calcarei, sorta di marciapiede abbagliante o di lastricato monolitico, il cui eclatante candore supera in bellezza i marmi del le cave di Paros e del Pentelico. In mezzo a questa neve solidificata, una sorgente calda lascia sfuggire il vapore delle sue acque, e qualche pianta acquatica cresce sui suoi bordi, così come d'inverno, dalle nostre parti, una sorgente si staglia in mezzo alle nevi. Le rovine dei monumenti contrastano allo stesso modo con il suolo. Sebbene costruiti in pietra calcarea di un bel bianco, spiccano dallo sfondo. A qualche centinaia di metri al di sotto di questa vasta terrazza e separata da essa da una linea marcata, dai contorni decisi, si profila la piana del Lycus, infiorata di città e villaggi, di campi coltivati e di aree boscose, pianura di grande estensione, circondata da montagne dalle cime innevate [...]. Mai una vista più dolce e più gradevole è stata offerta da una balconata più strana, mai una posizione ha riunito insieme tanto fascino e tanto contrasto. (Laborde, 1838, p. 81).

Dalla cavea del teatro di Hierapolis Léon de Laborde fa spaziare la vista verso le Terme sud-occidentali, a sinistra, e sulla piana del fiume Lykos.

Pochi anni dopo Laborde, durante il suo primo viaggio nell’Impero Ottomano, compiuto nel 1834, giunse a Hierapolis Charles Texier che, oltre a bellissime vedute del teatro e di altri resti, pubblicò i primi rilievi dei monumenti cittadini. Il viaggiatore francese riserva una lunga descrizione alle sorgenti minerali e ai loro depositi calcarei, senza tralasciare di puntare la massima attenzione nei confronti delle antiche architetture, in particolare delle terme, del teatro e dell'agora.

Un’incisione di Charles Texier con la veduta del teatro dai quartieri meridionali della città antica.

Lo stesso testo, corretto e arricchito dagli studi di altri viaggiatori, venne pubblicato nel 1862, nell'edizione più maneggevole della collana "l'Universe pittoresque" di Firmin Didot. Un'altra notevole descrizione delle rovine di Hierapolis e delle sue eminenze naturali è quella pubblicata da William Hamilton, che visitò il sito il 10 Ottobre 1836; dal testo si può dedurre il percorso che egli compì attraverso i monumenti, ma prima possiamo seguirlo nella salita attraverso il dirupo delle concrezioni calcaree.

Ascending the cliff by a rocky path to the east, we passed a curious bridge formed by the calcareous stream, and extending over the ravine below by the continual advance of the deposit, while the stream flowing at the bottom has kept its bed clear, and reduced the deposit into the form of an arch [...]. (Hamilton, 1842, I, p. 518).

Hierapolis
Le formazioni calcaree di Hierapolis (de Laborde 1838, pl. LXX)

La sua visita ebbe inizio con le grandi terme - da lui definite ginnasio - per poi proseguire al teatro, senza tralasciare la pozza d'acqua contenente tracce di un colonnato di belle colonne scanalate, così perfetto da sembrare appena crollato (pag. 519); superò le mura e si interessò della necropoli che riveste le pendici della collina orientale; rientrato in città si diresse verso l'ampliamento domizianeo, illustrando la porta e la via di Frontino, ornata di un magnifico colonnato Dorico lungo 200 passi, con le basi delle colonne ancora in situ (pag. 521); la vasta necropoli Nord e, al ritorno, quella meridionale conclusero una visita breve ma completa e dettagliata.

Possiamo concludere questa breve rassegna delle fonti della riscoperta moderna di Hierapolis, limitata al periodo compreso tra la metà del Settecento e la metà del secolo successivo, con le testimonianze del francese Baptistin Poujoulat, fratello cadetto del collaboratore di Michaud (autore delle Correspondance d'Orient), e dell’inglese Charles Fellows, che visitò il sito una prima volta l'8 Maggio 1838 e vi fece ritorno il 23 Maggio 1840. Il primo testimoniò la propria visita in una lettera scritta al fratello da Denizli (Dégnislèh) e datata Gennaio 1837; anch'egli cercò senza successo l'antro del Plutonio, sulla scorta delle parole di Strabone, e percorse quasi tutta la città, individuando, non senza qualche errore, i diversi monumenti e lasciandosi andare a lugubri suggestioni nel percorrere le necropoli.

Quand on promène ses pas à travers ces avenues de sépulcres où règne un morne et lugubre silence, et qu'on arrète ses regards sur le squelette d'Hiérapolis effrayant de nudité, l'imagination est comme frappée d'une sorte de vertige; on croirait à l'anéantissement de tout ce qui respire, à la fin de toutes choses; on dirait que la grande famille humaine est descendue tout entière dans le cercueil, et que déjà les tombeaux s'ouvrent pour rendre les morts à leur dernier juge! (Poujoulat, 1840, I, pp. 63-64).

Charles Fellows è invece molto meno propenso al dramma delle rovine e della caducità della vita e si accontenta di fornire un breve quadro generale delle cose viste, soffermandosi in particolare sulle terme - secondo lui i resti di palazzi (Fellows, 1839: pag. 284) - e sul teatro, senza tralasciare, come al solito, una lunga disquisizione sulle concrezioni calcaree. Durante la sua seconda visita si limitò a confermare le precedenti impressioni e a copiare due iscrizioni.

Hierapolis
Hierapolis. Foto: Paolo Mighetto

Le descrizioni dei viaggiatori -e queste sono rapide e sintetiche pennellate- ci raccontano una parte della storia dell’antico. L'analisi dello stato di fatto e lo studio delle fonti antiche, possono costituire due momenti estremi della ricerca, i due limiti a cui si può tendere per individuare il presente e il passato remoto dell'oggetto posto in analisi; tra il periodo in cui l'oggetto era "in funzione" e il momento attuale vi è, però, una fase di progressiva decadenza fisica, o meglio di trasformazione, la cui analisi può offrire numerose altre tessere di quel mosaico che rappresenta la ricerca storica. Questa "storia” della progressiva trasformazione del manufatto antico può essere ricostruita, sovente, proprio grazie alle testimonianze di tutta quella varia umanità che, con le motivazioni più diverse, si trovò a viaggiare e a raccontare le proprie esperienze. Dalle attestazioni dei diari di viaggio, dal loro confronto critico, dalla loro a volte difficile interpretazione possiamo, quindi, raccogliere ulteriori elementi per la definizione della conoscenza, tenendo conto peraltro che, spesso, proprio le parole dei viaggiatori rappresentano l'ultima prova dell'esistenza di un monumento antico.

da: Paolo Mighetto, Viaggiatori in Oriente 1749-1857. Studio dell'architettura antica dell'Asia Minore attraverso le relazioni dei viaggiatori europei nell'Impero Ottomano, tesi di Laurea, Politecnico di Torino, Facoltà di Architettura, a.a. 1993/94, pp. 306-309; 325 sg. I brani citati in italiano sono stati tradotti dall'autore.


Ritrovata la tomba di Solimano il Magnifico?

9 - 11 Dicembre 2015
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Solimano I, detto il Magnifico, fu il decimo Sultano dell'Impero Ottomano, e quello che regnò più a lungo, per 46 anni dal 30 Settembre 1520 fino alla morte, avvenuta il 7 Settembre 1566 (nacque il 6 Novembre 1494). Il suo regno coincidette con l'epoca d'oro dell'Impero Ottomano.
In quel 7 Settembre 1566, Solimano I era nella sua tenda, mentre si svolgeva l'assedio della fortezza ungherese di Szigetvár, che fu conquistata due giorni dopo, nonostante un'eroica resistenza delle truppe guidate dal Croato-Ungherese Miklos Zrinyi. Si racconta che allora, i seguaci del Sultano costruirono una tomba nello stesso luogo nel quale sorgeva la tenda. La notizia della morte pare sia stata tenuta segreta per 48 giorni, fino all'insediamento del successore, il figlio Selim II, per non demoralizzare le truppe ottomane. L'assedio si rivelò infine una vittoria di Pirro, che rallentò l'avanzata ottomana.
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Il corpo imbalsamato di Solimano I fu quindi consegnato alla moschea Süleymaniye di Istanbul (allora ancora chiamata Costantinopoli). I suoi organi interni, e in particolare il cuore, furono invece sepolti in una tomba in località ignota. Lo storico ungherese Norbert Pap dell'Università di Pécs ritiene ora di aver ritrovato quel luogo, in tutta certezza, presso l'insediamento di Turbek, che fu distrutto attorno al 1680. Per la precisione, si tratterebbe dell'attuale vigna di Turbék-Zsibót dove, secondo la popolazione locale, vi sarebbero state lì "rovine turche". Il sito è nelle vicinanze dell'attuale castello di Szigetvár (di costruzione turca, data la distruzione di quello ungherese nel 1566).
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Petrolio e acqua dolce in Arabia Saudita

28 Ottobre 2015
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L'Arabia Saudita è oggi uno dei maggiori produttori di petrolio: un nuovo studio sottolinea però come si sia arrivati a questa situazione anche grazie alla ricerca di acqua dolce potabile, cominciata nel diciannovesimo secolo con gli Ottomani.
Questa ricerca si rese necessaria allora a causa di siccità e colera. Si tratta di una situazione che ha dei risvolti anche oggi, visto che una parte importante delle entrate da petrolio sono necessarie per gli impianti di desalinizzazione.
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Turchia: crolla durante i restauri ponte del Sultano Murat II

2 Settembre 2015
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Erano in corso i restauri, ed era sospeso grazie a un sistema di impalcature in ferro che lo sostenevano, quando è crollata parte del ponte Dandalaz. La struttura era nota per la tecnica di costruzione, senza malta o ferro, e fu costruita nel 1426, durante il regno del Sultano Ottomano Murat II (anche Murad). Il ponte è nel distretto di Karacasu, nella provincia di Aydın, vicino l'antica città di Aphrodisias.
Link: Daily Sabah, Hurriyet Daily News via Doğan News Agency
La provincia turca di Aydın, da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da e di TUBS (TUBS Own work This vector graphics image was created with Adobe Illustrator. This file was uploaded with Commonist. This vector image includes elements that have been taken or adapted from this:  Turkey location map.svg (by NordNordWest)).


Una nave del deserto nel Danubio: storia di un cammello all'assedio di Vienna

1 - 2 Aprile 2015
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Durante i lavori di costruzione di un centro commerciale a Tulln, tra il 2006 e il 2007, sono stati ritrovati diversi reperti, riguardanti la città medievale e della prima modernità. Tra questi, anche quelli di una taverna, “Auf der Rossmühle”, citata anche dalle fonti dell'epoca.
Nella cantina di questa è avvenuto uno dei ritrovamenti più interessanti: quello dello scheletro di un cammello ibridato, risalente all'epoca dell'assedio di Vienna, da collocarsi durante la Grande Guerra Austro-Turca. Nell'estate del 1683, le truppe ottomane giunsero nella città di Tulln, cercando di raggiungere Vienna e setacciando la regione a sud del Danubio. La città fu assediata ma mai conquistata.
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Il relitto della fregata turca Ertuğrul in Giappone

21 Marzo 2015
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La fregata ottomana Ertuğrul, battezzata nel 1863, affondò nel 1890 a causa di un tifone nella prefettura giapponese di Wakayama, presso Kii Oshima. Dal 2004 ad oggi, un team congiunto di ricercatori turchi e giapponesi sta effettuando ricerche nell'area, recuperando oltre 7500 oggetti. Tra questi: monete, chiodi, palle di cannone, e altri oggetti metallici.
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La nave si era recata in Estremo Oriente in un contesto di amicizia tra i due Paesi, per ringraziare l'Imperatore Meiji dell'onorificenza che aveva inviato al sultano Abdülâziz. Nonostante la sostituzione di parte dello scafo, il viaggio non era stato privo di incidenti. Oltre a questi, dodici membri dell'equipaggio perirono in Giappone, prima dell'incidente, a causa di epidemie. Anche se il numero esatto di marinai presenti sulla nave è discusso, ne sarebbero morti almeno 500 (incluso il comandante, l'Ammiraglio Ali Osman Pasha) a causa del tifone. 69 furono invece i Turchi tratti in salvo dai Giapponesi. Nonostante la natura tragica dell'evento, questo contribuì a rafforzare la simpatia tra i due popoli, ed è commemorato ancora oggi.
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Link: Japan News
Viaggio della fregata  Ertuğrul verso il Giappone, del Commodoro Mirliva Nuri (1839-1906), World Imaging - fotografia al Museo Navale di Istanbul. Da WikipediaPubblico Dominio, caricata da Ras67.
Il luogo del naufragio, Kii Oshima. Foto da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata e di Opqr.
Il Memoriale della Fregata Ertuğrul a Kushimoto, in Giappone. Foto da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da Mps2, caricata in origine da s Los688 sulla pagina di Wikipedia Giapponese.
 
 
 


Completata la prima stagione di scavi del relitto del Nissia

11 Febbraio 2015
Completata la prima stagione di scavi del relitto del Nissia, a Paralimni nell'isola di Cipro. La nave risale al tardo periodo Ottomano: il sito era noto dagli anni '80 del secolo scorso, ma solo di recente, con The Nissia Shipwreck Project, si sta cercando di preservare l'area.
Link: The University of CyprusCyprus Mail; Greek Reporter; Archaeology News Network