L'Italia trionfa al Bram Stoker Award con Alessandro Manzetti, il poeta dark

Alessandro Manzetti vince per la secondo volta il Bram Stoker Award, nella sezione poetica con la raccolta The place of broken things scritta insieme a Linda D. Addison.
È la seconda volta che conquista questo prestigioso premio, ma la cosa più importante è che sia stato l'unico italiano nella storia del premio ad averlo vinto. È anche editore della Indepedent Legions Publishing di Trieste e si occupa di promuovere la letteratura dark, gotica e horror. Con lo pseudonimo di Caleb Battiago ha scritto molti romanzi e firmato raccolte di racconti per il pubblico italiano.

 

Iniziamo con le domande più semplici (o forse le più difficili). Come ci si sente a vincere un Bram Stoker Award? E a vincerne due?

Naturalmente è una grande soddisfazione, il Bram Stoker Award rappresenta, per gli autori horror e dark fantasy, uno dei traguardi più ambiti a livello internazionale, un punto d’arrivo e nello stesso tempo di ripartenza, e un riscontro di notevole importanza per il proprio lavoro. Difficile spiegare come ci si sente, cosa si prova, a salire sul palco per accettare un premio di tale caratura, come mi è successo nel 2016, a Las Vegas; la mia prima volta, che è quella che lascia il segno più profondo.

La kermesse della convention annuale (lo StokerCon) che ruota attorno alla cerimonia di premiazione è di grande impatto. L’emozione è forte, specie quando si rappresenta un paese, l’Italia, che non aveva mai portato un proprio autore fino a quei livelli, considerati (erroneamente) dai nostri stessi connazionali come inaccessibili fino a poco tempo fa.

Vincere di nuovo il premio quest’anno, e quindi confermarsi, è ancora più difficile e importante; è una sorta di certificazione, da parte di tantissimi colleghi e operatori del settore, e dunque del mercato internazionale stesso, della continuità di un percorso artistico di qualità portato avanti negli anni, che nel mio caso era già stato avvalorato in precedenza, attraverso 10 nomination ricevute in varie edizioni del premio, a partire dal 2014, e in diverse categorie.

Però l’emozione della prima volta non è ripetibile, a livello personale, e la stessa cosa mi hanno raccontato altri autori, parlandomi della loro esperienza a questo premio.


Ho avuto il piacere di leggere in lingua originale il volume che ha meritato di vincere il Bram Stoker: parlo ovviamente di The Place of Broken Things (Crystal Lake Publishing). Una raccolta di poesie struggenti, dolci, oscure e scritte con l'anima, davvero uniche. Ci sarà modo di leggerle anche in italiano?

Purtroppo in Italia la poesia moderna e contemporanea non ha mercato, se non per i classici, e questo è un vero peccato, considerando invece la dignità, importanza e visibilità offerta a questa forma di comunicazione in tutti gli altri paesi, dagli Stati Uniti all’Europa.

Non credo che l’opera sarà tradotta in Italiano, non ho ricevuto manifestazioni di interesse di editori del nostro paese, ma per i lettori italiani ci sarà l’opportunità di leggere alcune poesie incluse in The Place of Broken Things (pubblicato in inglese dall’editore Crystal Lake Publishing) all’interno di una raccolta di racconti e poesie in uscita questi giorni per la mia casa editrice Independent Legions, dal titolo I Sogni del Re Nero, un’edizione a tiratura limitata, da collezione.

Diversamente, l’altra mia raccolta di poesie vincitrice nel 2016 del Bram Stoker Award, Eden Underground, è stata pubblicata anche in italiano, in edizione illustrata, dall’editore Cut Up Publishing. Ma si tratta della classica eccezione che conferma la regola.

La poesia in Italia, a causa di una formazione scolastica inadeguata, e della conseguente poca conoscenza della materia da parte di gran parte di lettori ed editori stessi, legati ad antichi pregiudizi di forme e linguaggi di tempi lontani, è purtroppo marchiata come difficilmente commercializzabile, e se ne disinteressano, mentre in tutti gli altri paesi viene considerata (come è giusto e normale che sia) un’essenziale contributo alla cultura, e punta di avanguardia anche della fiction, che da sempre è stata profondamente nutrita e influenzata dalla poesia, in termini di visione e linguaggio.

Vai a far capire, qui da noi, che la poesia (che esiste anche di genere, quindi dark o speculativa) è la forma più moderna e attuale di scrittura, la più affilata per raccontare le dinamiche del mondo contemporaneo, non il contrario, come purtroppo viene ritenuto nel nostro mercato.

In Francia, tanto per parlare di un paese europeo, senza prendere sempre come esempio il mercato di lingua anglosassone, la poesia viene promossa, divulgata, tradotta, pubblicata in tutti i modi e canali/media possibili.
Un mercato, il loro, che promuove anche gli editori indipendenti, che non sono vittime di cartelli di distribuzione, e dunque è facile trovare pubblicazioni di qualità in ogni libreria (e in vetrina) che non sono per niente meri supermercati di libri.

Invito lettori ed editori (in particolare) a tirar fuori la testa, per un momento, dalla cupola trasparente che tiene sottovuoto il nostro mercato editoriale, e a stupirsi di ciò che accade nella maggior parte degli altri paesi, anche a pochi chilometri da noi.

Non serve nemmeno parlare degli Stati Uniti e Inghilterra, mercati sui quali ormai lavoro da anni, che fin dall’inizio si sono mostrati aperti e interessati a recepire opere di qualità, sia prosa che poesia, senza dover contare su amici in paradiso. I premi internazionali, e le tante mie opere pubblicate in lingua inglese (e non solo) sono prova di questo diverso approccio editoriale.

Un libro scritto a quattro mani con Linda D. Addison e credo sia impossibile non parlare di lei. Come è nato e come si è sviluppato questo sodalizio? Ci nascondete un nuovo progetto?

Scrivere un libro insieme a una cara amica e grande poetessa come Linda è stata un’esperienza formidabile per entrambi. Il sodalizio è nato anni fa per l’amicizia e il feeling che ci lega, non per lo stile e visione delle nostre poetiche, che è molto diverso.

Per i poeti, scrivere assieme e collaborare, e dunque stimolarsi a vicenda, è cosa naturale da sempre, così nel 2016 è nata l’idea di scrivere assieme una raccolta di poesie dark/speculative, che si è materializzata lo scorso anno con The Place of Broken Things.

Gran parte delle opere contenute nella raccolta sono scritte a quattro mani, e ciò ha materializzato qualcosa di diverso, che va oltre me e Linda come singoli autori. Ha preso vita uno stile e visione peculiare di un’unione artistica. Nonostante le profonde differenze, siamo riusciti a mescolare in modo armonico le nostre singole voci e visioni, creandone una nuova di zecca. Scrivere assieme, come ha più volte affermato la stessa Linda, Premio Bram Stoker Award alla carriera, è stato semplice e naturale. Sicuramente in futuro lavoreremo ancora assieme, per un altro progetto che abbiamo già in testa, e nel cuore.

Tra le poesie che trovo più belle c'è senza ombra di dubbio Kolkata's Little Girl e la rivisitazione di Linda con Philly's Little Boy. Quanto è importante nel tuo immaginario l'India e in particolar modo Calcutta?

Qui parliamo di due poesie ‘soliste’ della raccolta, quindi non scritte a quattro mani, ma anche in questo caso la collaborazione artistica a tutto tondo si è ben manifestata, in quanto Linda ha scritto il suo pezzo ispirandosi al mio, quindi creando una virtuosa connessione.

L’India è sempre stata uno dei cardini della mia immaginazione, basti pensare ai miei romanzi Naraka, Shanti e Samsara (titoli in sanscrito) che contengono riferimenti alle tradizioni e filosofie induiste. La città di Calcutta invece è entrata nelle mie visioni successivamente, diventandone sempre più protagonista, grazie al celebre racconto Calcutta Lord of Nerves di Poppy Z. Brite, che tradussi cinque anni fa (opera mai apparsa prima di allora in italiano, eppure da anni già tradotta in diverse lingue) e poi per la sceneggiatura che ho scritto recentemente (adattamento di quel racconto) della graphic novel Calcutta Horror (che ha ricevuto proprio quest’anno una nomination al Bram Stoker Award), illustrata da Stefano Cardoselli, che mi ha costretto a studiare a lungo e nei dettagli la città, scoprendone ogni singola via, cosa che ha aumentato a dismisura il mio interesse per quella che viene definita City of Joy (Città della Gioia), nonostante la povertà, le immense baraccopoli, le sperequazioni sociali e tanti altri aspetti negativi, noti a tutti, di quei luoghi e regioni.

Studiando e approfondendo, ho scoperto la magia e i colori metafisici di Calcutta, e ne sono rimasto imprigionato, tanto da scrivere poi altri racconti ambientati nella Città della Gioia, e sto per accingermi a lavorare a un’altra sceneggiatura, stavolta con un mio soggetto originale, per una graphic novel ambientata in questa città che non ho mai visitato, ma che ha penetrato profondamente le mie emozioni.

Non solo autore, ma pure editore e curatore delle pubblicazioni per Indipendent Legion Publishing, realtà editoriale vivacissima e attenta a proporre contenuti di qualità e testi altrimenti inediti e non nel focus dei famosi "grandi editori". Parlaci dell'obiettivo della tua casa editrice, del perché è così importante (ri)leggere il dark fantasy, l'horror, il weird e tutte le sfumature che ne derivano

L’obiettivo della mia casa editrice penso sia evidente, basta osservare l’offerta che abbiamo messo in piedi durante questi anni, caratterizzata da opere tradotte in italiano di grandi autori internazionali di genere, molti dei quali dimenticati o sconosciuti ai lettori italiani.

Come editore sono orgoglioso di aver tradotto e opere inedite in italiano di autori del calibro di Clive Barker, Richard Laymon, Ramsey Campbell, Poppy Z. Brite, Robert McCammon, Jack Ketchum, Brian Keene, John Skipp e Craig Spector, David J. Schow e tanti altri.

Sono ancora più felice di aver pubblicato per la prima volta nella nostra lingua altri grandi maestri, come Edward Lee, Charlee Jacob, Richard Christian Matheson (con una sua opera completa), Owl Goingback, Nicole Cushing, giusto per citarne alcuni, e di aver pubblicato diverse antologie di racconti di alto livello, contenenti opere di autori da noi già molto noti (King, Lansdale, Ellison, Gaiman, Lindqvist) ma anche di interpreti da conoscere (Kiernan, Etchison, Hodge, Lumley).

La missione di Independent Legions è dunque ben chiara, proporre ai lettori italiani le opere dei grandi maestri dell’horror e del dark fantasy internazionale, che erano diventate sempre più irreperibili (perfino classici come ‘Schiavi dell’Inferno’ di Barker o ‘Cadavere Squisito’ di Poppy Z. Brite, che abbiamo tradotto di nuovo e ristampato).

Oltre al beneficio per i lettori, che possono scoprire nuovi interpreti di genere, e riscoprire o approfondire i grandi maestri, ciò che sta portando avanti la mia casa editrice è di indubbio valore per la diffusione nel nostro paese di cultura di genere, e di ricucire un movimento degno di questo nome, di appassionati e autori stessi.
Il genere horror/dark fantasy, con tutti i vari sottogeneri, può proporre titoli per tutti i gusti, e conoscerne storia, derivazioni e nuove interpretazioni, con vista internazionale, è una grande opportunità.

Ma, oltre all’offerta per il mercato italiano, Independent Legions opera direttamente anche sul mercato internazionale, con un’offerta di titoli in lingua inglese, diversi dalla selezione di opere in lingua italiana, alcuni dei quali premiati o in nomination in molti importanti premi internazionali. Un’altra caratteristica molto peculiare della mia casa editrice.
Manzetti Bram Stoker Award

Una delle cose che mi ha colpito di più del vostro lavoro è il connubio tra "letteratura d'intrattenimento" e apparati critico-saggistici, come per esempio i titoli Leggere Stephen King, Horror Guru e Colpevole ma pazza; questo è sicuramente ammirevole perché noi fruitori  possiamo anche essere, come nel mio caso, animati da interessi accademici e divulgativi. Questa inclinazione connota la casa editrice come una voce importante del panorama culturale di questa letteratura, intendete proporre altri volumi simili?

Oltre alla narrativa e al fumetto di genere, pubblichiamo anche saggistica, e ai titoli da te menzionati intendiamo aggiungerne altri, per rafforzare quest’offerta specifica; pubblicazioni mirate alla formazione e approfondimento del lettore. Fatto sta che il programma Elite, dedicato ai migliori lettori di Independent Legions, propone tra l’altro titoli di saggistica gratuiti, in funzione della formazione del lettore, cosa penso senza precedenti in Italia.

Il progetto integra pubblicazioni di grandi classici del genere come le poesie di Poe e Crowley e le ritraduzioni "moderne" dei racconti lovecraftiani. Avete annunciato una nuova edizione integrale della Justine scritta da De Sade. Ci parleresti nel dettaglio delle attenzioni filologiche che state dedicando al capolavoro del marchese ?

Oltre alla narrativa horror e dark fantasy moderna e contemporanea, che resta il nostro focus principale, abbiamo recentemente ampliato l’offerta con la creazione delle collane Specters, dedicata ai grandi classici di genere (vedi Poe e Lovecraft), includendo anche la poesia, e Imaginarium, caratterizzata da una selezione di capolavori precursori del moderno hardcore horror o della letteratura dark contemporanea, con titoli come Justine di De Sade o Le Undicimila Verghe di Apollinaire.

Per quanto riguarda Sade, stiamo attualmente lavorando a un recupero storico del celebre romanzo ‘Justine’, per una nuova traduzione (naturalmente integrale) della primissima versione dell’opera, scritta dall’autore durante la sua permanenza alla Bastiglia, differente dalla successiva versione modificata da Sade e poi data alle stampe (l’edizione che poi viene comunemente tradotta in italiano).

Per la ricerca del testo originale di riferimento e per la traduzione, ci siamo affidati a un gruppo di artisti, scrittori e traduttori che opera in Francia per nostro conto, dedicato alla letteratura francese, capeggiato da Barbara Manzetti, ballerina, artista, scrittrice e scenografa che lavora nell’ambiente artistico parigino da oltre trentacinque anni.
La nostra Justine in questo momento è già stata tradotta, e stiamo revisionando il testo per mandare in stampa il libro.

Leggendo Il Libro degli Orrori, raccolta antologica dei grandi maestri del settore,  scopro che il curatore Stephen Jones denuncia la presenza sempre più invasiva (se non un vero e proprio monopolio per il settore) dell'horror lite, ovvero quella letteratura che stempera i toni e gli obiettivi del vero horror. Secondo te con i tuoi scritti e le tue proposte editoriali stai riportando l'attenzione dei lettori verso standard nuovi per questo genere? Ovviamente senza rinunciare allo sperimentalismo e all'originalità dei contenuti

Si parla molto dell’horror lite, sul mercato internazionale, ed effettivamente negli ultimi anni ha una certa prevalenza tra le opere pubblicate. Credo si tratti del tentativo di avvicinare al genere una più ampia audience, ma non è una strategia che condivido. L’horror fiction, che si suddivide in molti rivoli e correnti, sottogeneri e contaminazioni (queste specie negli ultimi anni) andrebbe comunicato meglio, più che tagliargli le ali, scardinarne alcuni punti di forza o adattarlo a qualcosa di diverso dalla sua essenza. Molti lettori potrebbero avvicinarsi a questo genere, avendo informazioni più accurate, senza essere deviati altrove da pregiudizi costruitisi negli anni a causa della scarsa conoscenza dell’argomento ‘letterario’, che viene equiparato, grossolanamente, con la cinematografia di intrattenimento di genere, che fa da erroneo ‘testimonial’ di qualcosa di molto diverso, in realtà.

Le mie proposte editoriali, sia come autore che come editore, cercano dunque di diffondere il genere per ciò che è, nella sua massima espressone di qualità e non di semplice intrattenimento, senza cercare mezze misure, ma accendendo la luce sulle tante meraviglie sconosciute che purtroppo il più delle volte restano nell’ombra.
Lavorando con passione, e selezionando le giuste opere, gli appassionati stanno iniziando ad aprire gli occhi, e capire di quante belle cose sono stati privati da una pessima editoria (e comunicazione) italiana di genere, e dai tanti pregiudizi senza alcun fondamento dai quali sono stati bersagliati, e danneggiati.

 

 

Tutte le foto sono state gentilmente fornite da Alessandro Manzetti


Lusiadi

I Lusiadi e l'epica portoghese, tra orientalismo ed esotismo

Dal 1500 divenne una prassi dimenticare le vicende dei paladini carolingi o ai cavalieri della tavola rotonda e ispirarsi agli eroi contemporanei o ai condottieri delle crociate. L'esempio più illustre di questo atteggiamento poetico è la Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso, dove gli eroi delle crociate come Goffredo di Buglione o Tancredi appartengono alla storia della conquista cristiana della Terra Santa. La passione di Tasso relativa alle vicende dei primi crociati si traduce in un rinnovato interesse per liberare il Santo Sepolcro, la Gerusalemme Liberata fu l'elisir che avrebbe dovuto ispirare tutti i cavalieri della cristianità; si denota la seria intenzione di creare il poema epico moderno. Sullo stesso piano di Torquato Tasso si staglia la figura di Luís Vaz de Camões (1524-1580), l'autore dei Lusiadi (1572) è sospinto dagli stessi eventi storici che hanno influenzato la Gerusalemme Liberata a creare un poema eroico e soprattutto nazionale.

Il poeta portoghese si ispira ugualmente a un personaggio storico e allo stesso tempo leggendario: Vasco de Gama. Il poema di Camões è un attacco alle finte epopee del passato, siano esse le gesta cavalleresche dell'Orlando Furioso o i mitici viaggi delle Argonautiche di Apollonio Rodio e Valerio Flacco. Camões si aggancia alla scrittura più classica, a testi come l'Odissea e l'Eneide, tanto che Gozzano lo etichetterà «pallido emulatore di Virgilio». I suoi eroi sono uomini che colonizzano e combattono per il Portogallo e contro nuovi mondi, come Ulisse a Troia per la gloria dei Greci e durante i suoi vagabondaggi mediterranei o come Enea, fondatore di una dinastia millenaria in lotta contro i latini, protetto dai penati salvati dalle ire degli Achei.

I Lusiadi, Canto IV, 87. Immagine di Igordeloyola, FAL 

I Lusiadi condividono con la Gerusalemme Liberata l'interesse per l'Oriente, a cominciare dalla mitologica descrizione dell'aurora e dell'esotico cielo asiatico (Canto I Lusiadi, e IX Gerusalemme Liberata). L'Oriente “portoghese” è notevolmente più vasto e, nel canto X, a Vasco de Gama viene profetizzato il destino del Portogallo che da piccolo regno iberico diventerà un impero. Oltre al fascino che l'Oriente esercita su Torquato Tasso è necessario prendere in considerazione il punto di vista dell'Autore italiano sui popoli che non appartengono alla religione cristiana.

E qui specifico che non si parla esclusivamente di musulmani ma di quel vaso di Pandora in cui sono contenuti anche i popoli delle Nuove Indie occidentali. Se ad Est c'è l'Oriente infedele che ha conquistato la città santa di Gerusalemme, ad Ovest corrisponde il Nuovo Mondo selvaggio da civilizzare e cristianizzare. Basti vedere il canto XV, dove la Fortuna descrive i popoli oltre le colonne d'Ercole con "barbari costumi ed empi" tratteggiando i connotati di una (in)civiltà animalesca. Gli stessi stilemi usati dal poeta dei Lusiadi nel primo canto "Gli indigeni cresciuti sulla costa non han di leggi e civiltà nozione".

Nella versione, detta riformata, della Gerusalemme Liberata, cioè la Conquistata, affiorano ancora più ossessivamente i contrasti tra la civitas christiana e le barbarie dei popoli infedeli, gli eroi di queste genti sono sempre politeisti o idolatri e quindi degli incivili. Differentemente, i crociati guidati da Goffredo di Buglione sono chiamati «buon popolo di Cristo», «la gente fedel», e così via. Gli Arabi sono oltremodo dipinti malevolmente nella Gerusalemme Conquistata: «Arabi avari e ladroni in ogni tempo o mercenari» (canto IX), «Feccia del mondo, Arabi inetti» (canto IX).

Altro punto che accomuna il poeta portoghese e l'italiano è l'odio per i Turchi, ma la visione di Tasso è certamente più radicale; l'Islam è l'incarnazione del male e rovina del mondo. L'Oriente stesso smette di essere un luogo geografico ma diventa un piano demoniaco, estraneo alle terre cristiane e labirinto di magie oscure e blasfeme. Innegabilmente, Torquato Tasso è affascinato da questo mondo (basta leggere la Liberata), ma nella versione riformata il reale viene distorto e enfatizzato. Anche la sensualità orientale viene condannata e attaccata, invece Camões - seguendo maggiormente l'epos classicheggiante - fa ristorare i marinai portoghesi tra le affettuose attenzioni delle ninfe di un'isola incantata.

La Gerusalemme Conquistata orientalizza l'Oriente, come direbbe Edward Said, l'Oriente è visto e concepito solamente con il punto di vista cristiano-occidentale e per questo è (ir)reale. Infatti gli stereotipi non finiscono mai, l'Oriente è la terra dei despoti, dei traditori e degli usurpatori. Anche Camões condivide questi punti di vista, mettendo in luce il suo eurocentrismo, i popoli africani sono senza legge, avari e incolti. Il mondo asiatico e quello africano nel poema di Camões sono considerati inferiori, non toccati dalla religione cristiana e dalla cultura classica, questi spazi geografici sono l'ultimo gradino dell'humanitas.

Siamo di fronte a un paradosso, l'interesse congiunto di Tasso e Camões per i fatti storici, la geografia e per la verità scompare quando si deve descrivere il mondo orientale: contraddizioni, iperboli, pregiudizi, mistificazioni esotiche e leggendarie sono solo alcuni degli elementi che serpeggiano tra i due grandi poemi eroici. Ma l'Oriente favoloso affascina anche positivamente l'autore portoghese che si dilunga in curiose e divertenti descrizioni etnografiche dei popoli incontrati dal navigatore Vasco de Gama.

Alla spontaneità dei lusitani, i lusiadi-portoghesi, si contrappone sempre il dispotismo orientale indiano-islamico dei regni a cui approdano i naviganti iberici. I musulmani o gli indiani sono falsi, spergiuri e ipocriti oltre che perfidi e malvagi.

Lusiadi
La tomba di Luís Vaz de Camões al Monastero dos Jerónimos a Belém. Foto di Joaquim Alves Gaspar, CC BY-SA 3.0

Ovviamente l'aspetto diabolico e corrotto del mondo africano-asiatico non serve da contraltare al mondo europeo, quest'ultimo non è risparmiato dalle critiche aperte di Camões. L'Europa è corrotta e nessuna nazione può rivaleggiare contro l'umile e onesta popolazione portoghese. Tutti gli aspetti negativi sembrano scomparire davanti all'opulenza delle civiltà asiatiche o delle corti islamiche, l'esotismo è forte nel poema Lusiadi e Camões viaggiatore e uomo di cultura non resiste al fascino delle spezie, dei mari ignoti e delle bellezze orientali.

In Tasso e Camões sono notevoli e numerose le convergenze di pensiero riguardo l'Islam e l'Oriente, ma sono presenti anche diverse divergenze che ho cercato di far risaltare. Camões è attratto culturalmente dall'Oriente e non soffre - a differenza di Tasso - della pressione della Chiesa della Controriforma, non deve forzare la sua visione dell'Oriente. La sessualità non è un male equiparabile alla demoniaca eresia musulmana, l'Oriente è la culla di meraviglie e tesori che gli occidentali non possono comprendere. Tasso, seppur inizialmente interessato al Vicino Oriente, non riesce a non mistificarlo e demonizzarlo; Gerusalemme sarà sempre corrotta dal male, finché non sarà liberata dai mostri pagani dei musulmani. Non rientrando pienamente nella definizione di poema cavalleresco, I Lusiadi connotano felicemente gli interessi eroici, cristiani e culturali di un autore simbolo del rinascimento portoghese, criticato aspramente dagli studiosi per le numerose incongruenze logiche ma apprezzato da tutti i portoghesi che hanno voluto sognare.

Un plauso va all'editore Schegge Riunite per aver riproposto finalmente un testo così importante per letteratura rinascimentale e moderna.

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La copertina del poema I Lusiadi di Luís Vaz de Camões, pubblicato dall'editore Schegge Riunite

La civetta cieca, capolavoro persiano tra gotico ed esistenzialismo francese

Torno con molto piacere a parlare di Carbonio Editore e della sua ultima impresa libresca, che va ad arricchire ulteriormente il già fin troppo interessante catalogo: sto parlando del romanzo La civetta cieca di Sadeq Hedayat, uno dei più fini e colti scrittori della letteratura iraniana e persiana. Il testo presentato dalla Carbonio Editore ha il pregio di essere la prima traduzione nella nostra lingua dal persiano - ovvero la più fedele possibile agli intenti primigeni dell'autore - e porta la firma di una delle più grandi iraniste e islamiste in Italia, ovvero Anna Vanzan, che è anche l'autrice di una curatissima introduzione.

Il lettore attento magari ha già conosciuto Hedayat nelle pagine iniziali di Bussola di Mathias Énard, visto che la prima sezione del romanzo dello scrittore francese è un'ode all'autore de La civetta cieca, prematuramente morto suicida a Parigi nel 1951.

L'ultima foto di Sadeq Hedayat ai suoi parenti a Teheran (1951). Foto di Mosaffa~commonswiki, in pubblico dominio

Il romanzo fu completato e pubblicato a Bombay, ma la scrittura dello stesso cominciò al più nel 1930, negli anni dell'auto-esilio di Sadeq Hedayat a Parigi. Risente infatti di tutte le contaminazioni culturali del mondo francofono; tantissimi critici lo hanno associato a ragione all'esistenzialismo di Sartre, ignorando però la forza evocativa e folclorica che soltanto un lettore compatriota di Hedayat avrebbe colto. Purtroppo il testo arrivò in Iran una decina d'anni dopo e scosse visceralmente la società cristallizzata dell'Iran degli anni '40 e dell'India; il romanzo di Hedayat infatti è intriso della cultura dell'India pre-islamica e del sufismo persiano, tant'è che possiamo etichettare La civetta cieca come uno dei monumenti principe della letteratura persiana moderna.

Mi prendo la libertà (e anche l'azzardo) di chiamare questo libro “piccolo gioiello del gotico orientale” poiché condivide tantissime sfumature con la letteratura weird-gotica dell'ottocento vittoriano. L'opera di Hedayat è però completamente diversa - ad esempio - dal Vathek di William Beckford: se da un lato abbiamo un inglese vittima della mitomania orientaleggiante de Le Mille e una Notte, dall'altro c'è un paziente creatore di angosce sonnambule, che usa l'Oriente non come orpello esotico a fine ornamentale, ma per descrivere uno stato dell'anima sconosciuto agli europei del tempo, uno struggente tentativo (riuscito) di portare il misticismo indiano tra i boulevard.

Ovviamente la mia “etichetta” è volta a descrivere di primo acchito un'opera così indomabile e scevra da asettiche nomenclature, perché La civetta cieca è un inno a un lirismo onirico e oscuro che non ha niente da invidiare a Les Chants de Maldoror di Lautréamont e alle angosce di un Io tormentato di kafkiana memoria. Siamo di fronte a un testo che può essere letto e recepito per mezzo di diversi stadi di comprensione, e delle riletture sono obbligatorie per non perdere le intense sfumature dell'India preislamica e del folclore della Persia.

Il protagonista del racconto è un pittore di astucci per penne, tipici prodotti dell'artigianato indo-persiano, costantemente assuefatto dal consumo di oppio e dall'ingurgitare vino in gran quantità. Il personaggio è un riflesso pallido di un altro fantasma, l'autore, un uomo disilluso dalla vita e dagli affetti come il pittore, continuamente tormentato da amori defunti. Il racconto è una fumosa visione di una realtà onirica e confusa, sfacciata e dissacrante e ornata da sofismi mistici e lirismi sufi. La Persia entra nella melanconia sfuggente di una scrittura moderna ma ricca di classicismi e richiami al mondo della tradizione.

La trama potrebbe sembrare semplice e stereotipata, l'innamoramento istantaneo per una femme fatale, la seduzione lasciva di quest'ultima e poi la sua morte, il carosello di spettri e visioni surreali, il rumore dell'eco del mondo e di universi spenti dal canto della fine dell'esistenza; un tetro inno alla desolazione e al nichilismo del proprio micro-cosmo interiore. Hedayat crea una genesi della fine e lo fa fondendo la magia e il realismo imperante del dolore.

Nel dettaglio, ora andremo a conoscere Anna Vanzan e la sua splendida traduzione. Avevo già letto il testo qualche anno fa, ma con una traduzione dall'inglese: nella versione della Carbonio Editore sono rimasto ancor più affascinato dall'irresistibile prosa fumosa dell'autore iraniano. Ringrazio ancora la professoressa Vanzan per la sua disponibilità.

1) Finalmente uno dei capolavori di Sadeq Hedayat, La civetta cieca, viene tradotto per la prima volta dal persiano. Quanto è importante rapportarsi con le intenzioni primigenie dell'autore, senza i filtri di altre lingue come il francese e l'inglese? Ma soprattutto quante sfumature in più questo teste riesce a trasmettere con la sua vera anima orientale?

Le traduzioni da lingue ponte, o traduzioni da traduzioni, sono ovviamente esposte al rischio di diluire ulteriormente le connotazioni culturali e ambientali del testo di partenza. Ad esempio, un buon traduttore inglese cercherà di rendere ai suoi lettori un proverbio persiano con uno equivalente presente nella cultura anglosassone; se noi ritraduciamo quel proverbio trasportandolo nella lingua italiana rischiamo di allontanarci dall’originale fino a raggiungere l’incomprensibilità. Nella traduzione indiretta si perdono necessariamente molte cose finendo per confezionare un testo addomesticato, eccessivamente preoccupato della sua ricezione e poco rispettoso della cultura in cui è stato prodotto. Un’opera complessa e sofisticata come La civetta cieca presenta notevoli difficoltà anche in traduzione diretta, ma certamente mantiene maggiormente il colore locale.

2) Come lei ci lascia intendere nella sua precisa introduzione, La civetta cieca non è un romanzo semplice, o di immediata lettura. Quanto ha influito il patrimonio culturale persiano, indiano e islamico e soprattutto il folclore popolare all'interno dello scritto di Sadeq Hedayat?

Nella sua breve vita Sadeq Hedayat ha coltivato molte passioni : una era indirizzata a far rivivere il passato glorioso dell’Iran (molti suoi racconti sono basati su eventi storici accaduti prima dell’avvento dell’Islam). Poi l’interesse per l’India si materializzò in un lungo soggiorno in cui si avvicinò al buddismo e all’induismo; mentre per il folclore persiano manifestò un costante trasporto, seguendo una meticolosa ricerca per tutta la durata della sua vita. Questi aspetti emergono ne La civetta cieca, a cominciare da titolo, dedicato a un animale che ha
molteplici e profondi significati nelle credenze e nella letteratura persiana e con il quale l’Autore si identifica. All’interno del testo ci si imbatte continuamente in riferimenti alla cultura indiana, ma soprattutto alla storia e ai costumi persiani descritti dall’Autore con un misto di amore e grande crudeltà.

3) Lo scritto fu recepito con entusiasmo in Europa, quali sono secondo lei le ragioni del successo di questo gioiello della letteratura persiana moderna?

La versione francese de La Civetta cieca a cura di Roger Lescot venne pubblicata nel 1953, due anni dopo il suicidio di Hedayat e quindi carica del tragico evento. Venne positivamente recensita da André Breton, e pertanto accolta con favore dagli amanti del surrealismo, che videro nel romanzo hedayatiano la versione “esotica” del surrealismo. Qualcuno riconobbe in Hedayat la filosofia pessimista di un altro artista iraniano assai amato (e perlopiù incompreso) in occidente, Omar Khayyam, altri individuarono somiglianze con alcune pagine di Sartre. Insomma, il romanzo si rivelava quale perfetto connubio tra immaginazione orientale e occidentale. Anche in Germania il libro riscosse grande successo, con ben due traduzioni a breve distanza; mentre il mondo anglosassone rimase più scettico, quantomeno a livello generale. Successivamente fu il mondo accademico legato alla cultura persiana che ne decretò il successo.

La civetta cieca Sadeq Hedayat
La copertina del romanzo La civetta cieca di Sadeq Hedayat, edito da Carbonio Editore, con traduzione e introduzione di Anna Vanzan

4) Leggendo il romanzo ho provato diverse emozioni contrastanti. Delicatezza, inquietudine, sensualità, gelosia e via dicendo. In poche pagine Sadeq Hedayat codifica il sottobosco letterario della culturale weird anglo-francese per tradurlo in un romanzo che ricorda le atmosfere gotiche e fantasmagoriche europee, ma rimane comunque un romanzo profondamente legato alla cultura del suo autore. Possiamo secondo lei parlare di gotico orientale?

La definizione “gotico orientale” è molto suggestiva, ma tralascia aspetti molto importanti della narrazione di Hedayat, ovvero la disperazione del protagonista, che è autobiografica (il romanzo è in prima persona, diversamente dal suo solito stile), il suo pessimismo cosmico, la sua consapevolezza di essere un fuori casta dal consesso dell’umanità, che disprezza, ma alla quale, al contempo, anela. Lo stato ipnotico in cui il lettore è trascinato è sicuramente gotico, ma è calato in un ambiente tipicamente persiano.

civetta cieca
Immagine ad opera di Gerhard Gellinger da Pixabay

Eldorado El Dorato

Il mito di El Dorado: un revival medievale nelle Americhe

Il mito di El Dorado
di Antonio Fichera – Maurizio Reina de Jancour

Un revival medievale nel nuovo mondo

Eldorado (1848)

Vestito di tutto punto,
Un coraggioso cavaliere,
Al sole e all'ombra,
Aveva viaggiato a lungo,
Cantando una canzone,
Alla ricerca di Eldorado.

Ma diventò vecchio-
Questo cavaliere così audace-
E sul suo cuore un'ombra-
Calò, quando non trovò
Nessun pezzo di terra
Che somigliasse all'Eldorado.

E, quando le forze
Alla lunga lo abbandonarono,
Incontrò un'ombra pellegrina-
“Ombra,” lui chiese,
“Dove può essere-
Questa terra d'Eldorado?”

“Oltre le Montagne
Della Luna,
Giù per la Valle delle Ombre,
Cavalca, cavalca col sangue freddo”
Rispose l'ombra-
“Se cerchi l'Eldorado”

[Edgar Allan Poe, da Il Corvo e tutte le poesie, traduzione di Alessandro Manzetti, Independent Legions Publishing ]

In seno alla letteratura odeporica (di viaggio) notiamo come l'uomo medievale riversi tutte le sue fantasie in fantasmagoriche terre remote, in particolare quelle orientali. Dalle prime esplorazioni nell'impero Mongolo di Giovanni Pian del Carpine, a Guglielmo di Rubruk e alle ben più celebrate spedizioni di Marco Polo il locus asiatico tramutò inesorabilmente in un altro mondo popolato da portenti magici e bizzarrie varie. Tale trasformazione del resto era già in atto durante la cultura classica grazie alle immaginifiche descrizioni di Erodoto delle terre egizie e persiane, agli esoticismi curiosi descritti da Arriano nell'India o nella satira narrativa di Luciano di Samosata. Ad alimentare questo orientalismo fantastico arrivò anche la Chiesa cattolica e il mondo cavalleresco, rispettivamente con i testi legati al Prete Gianni (mistico sovrano cristiano che nascondeva il suo ricchissimo regno in inaccessibili terre asiatiche) e ai poemi/romanzi cavallereschi con protagonisti Alessandro Magno o paladini carolingi/arturiani persi nelle terre degli infedeli.

Il mito di una terra rigogliosa, ricca, opulenta e di difficile collocazione si radicò facilmente per tutto il medioevo (e oltre) a ogni latitudine, dal paese della Cuccagna di sapore provenzale al paese dei Bengodi descritto da Boccaccio nel Decameron, per poi essere usato come metafora satirica da Sebastian Brant ne La Nave dei folli o come elemento di fascinazione nelle opere di Lope de Rueda nel cinquecento spagnolo.

Proprio il mondo ispanico sarà il principale protagonista di questa folle caccia delle mirabilia asiatiche grazie ai viaggi di Cristoforo Colombo del 1492. Sappiamo che all'inizio gli esploratori e gli intellettuali del XVI secolo credevano di aver trovato la rotta per raggiungere l'Oriente, in particolare il Cipango (Giappone) la terra dove i sovrani abitavano palazzi dai tetti d'oro, passando per l'Occidente. Quando l'Europa sbarcò sulle coste americane fu davvero convinta di essere entrata in contatto con il Giappone e l'India. I meravigliosi paesaggi lussureggianti, i primi contatti pacifici con gli indigeni e i doni ricevuti come offerte di ospitalità alimentarono la convinzione degli spagnoli di essere giunti alle famose isole della Macaronesia (isole dei beati) e quindi nel Regno del Prete Gianni o nel dorato Cipango.

Eldorado El Dorato
Il Lago Parime (Parime Lacus) su una cartina di Hessel Gerritsz (1625). Situata sulla riva occidentale del lago, Manõa o El Dorado. Immagine in pubblico dominio

Il mito di El Dorado nasce quindi con queste istanze, è il frutto di una proteiforme traslazione del repertorio mitico, folclorico e odeporico del mondo europeo in queste nuove terre. In sintesi l'orientalismo coltivato per secoli in Asia viene trapiantato nelle americhe, portando a una nuova distorsione perpetua e locale dei miti europei. Il vello d'oro degli Argonauti, le misteriose amazzoni (guarda caso il Rio delle Amazzoni e la foresta amazzonica derivano dalla mitologia greca e dai nomi usati dall'esploratore Francisco de Orellana), e l'età aurea dell'antichità classica vengono rievocati soavemente nelle nuove Indie, ciò che non era mai stato scoperto dagli europei per tutto il Medioevo ora è alla portata di mano dei coraggiosi hidalgos che con spirito picaresco e cavalleresco si sobbarcano responsabilità e pericoli pur di soddisfare la sete di gloria, ricchezza e per onorare la corona spagnola.

Il libro edito dalla ASEQ Edizioni di Roma e scritto a quattro mani da Antonio Fichera e Maurizio Reina de Jancour ripercorre con sintetica capacità l'architettura mitica de El Dorado, dal pallido vociferare dei soldati spagnoli a mito trainante della conquista delle nuove terre, fino alla codificazione di una vera e propria leggenda aurea amerinda che ingolosì non solo avventurieri e cavalieri ma anche le sfere ecclesiastiche e politiche di Spagna, Portogallo e delle forze interessate alle Americhe. Il saggio inoltre è arricchito da numerose immagini e fotografie, cartine e citazioni d'epoca che rendono la lettura coinvolgente e fruibile a tutti. Tale edizione a mio avviso è il perfetto vandemecum per iniziare uno studio del fenomeno El Dorado e delle sue implicazioni storico-culturali, poiché oltre a tratteggiare una genealogia del mito offre diversi apparati critici di livello: come una lista ben documentata delle principali spedizioni esplorative e militari perpetrate dai paesi coinvolti nella conquista, lista che si connota anche degli sviluppi del dialogo/scontro tra conquistadores e Inca, Maya e Aztechi; si conclude nel tratteggiare le più interessanti scoperte archeologiche (false, probabili e verificate) degli ultimi anni. Inoltre presenta una nutrita bibliografia saggistica delle fonti secondarie poiché delle crónicas ispaniche (fonti primarie, insieme alle epistole di funzionari ispanici e ecclesiastici) gli autori ne discutono ampiamente nei capitoli centrali. Il mito di El Dorado quindi è anche un invito allo studio del mito e del periodo storico, una perfetta introduzione a lavori più di nicchia che possono essere compresi con questa lettura preliminare ma ottima, figlia della collana Antropos.

El Dorado
La copertina del libro "Il mito di El Dorado" di Antonio Fichera e Maurizio Reina de Jancour per ASEQ Edizioni

Il bambino che inventò lo zero Amedeo Feniello

Incontro "Il bambino che inventò lo zero" a Monte Castello di Vibio

Venerdì 3 maggio 2019, ore 11.00
Teatro della Concordia - Monte Castello di Vibio

Il bambino che inventò lo zero

INCONTRO
con lo storico
Amedeo Feniello
Introduce Federico Fioravanti

ingresso libero

Il bambino che inventò lo zero Amedeo FenielloLA STORIA - È una di quelle che hanno cambiato il mondo. I numeri dall'1 al 9 e il misterioso zero vengono da lontano. Li ha portati nel nostro continente Leonardo Fibonacci, che nel 1202 pubblicò il libro che ne svelava simboli e segreti. Il Liber Abaci inizia così: "Le nove figure degli indiani sono queste: 9 8 7 6 5 4 3 2 1. Con queste nove cifre, assieme al simbolo 0 che gli indiani chiamano zephirum, è possibile scrivere qualunque numero”. Leggi qui tutta la storia.

IL LIBRO - Leonardo, il protagonista del libro, è una vera peste. A Bugia, dove è arrivato con suo padre, porta scompiglio, fa scherzi, combina guai nelle viuzze tortuose della città. Ma ha una dote straordinaria: in men che non si dica, apprende la scienza dei numeri arabi da un grande matematico del posto: «Tu che sai tutto, tu che sai come è stato creato il mondo, dimmi, esiste un numero da cui sono discesi tutti gli altri?». Amedeo Feniello, Il bambino che inventò lo zero, ed. Laterza.

Il bambino che inventò lo zero Amedeo FenielloL'AUTORE - Amedeo Feniello è uno storico e autore di numerosi saggi. Per la casa editrice Laterza ha pubblicato, oltre a Il bambino che inventò lo zeroSotto il segno del leone. Storia dell’Italia musulmana e Dalle lacrime di Sybille. Storia degli uomini che inventarono la banca. Ha anche partecipato alla stesura del volume Storia mondiale dell’Italia, una raccolta di saggi curata dallo storico Andrea Giardina. Pubblica anche con Mondadori e collabora con La Lettura, l’inserto culturale del Corriere della Sera. Leggi di più sull'autore.

Il bambino che inventò lo zero Amedeo FenielloL'evento è organizzato dal Festival del Medioevo
con la collaborazione del Comune di Monte Castello di Vibio.

 

Testo e immagini da Festival del Medioevo

Copyright © 2019 Associazione culturale Festival del Medioevo, all rights reserved.


Mostra "Tesori dei Moghul e dei Maharaja" al Palazzo Ducale di Venezia


Arriva a Venezia, per la prima volta in Italia, la prestigiosa e celebre mostra dedicata alle gemme e ai gioielli indiani, dal XVI al XX secolo, appartenenti alla collezione Al Thani.
Oltre 270 oggetti esposti a Palazzo Ducale ci raccontano
cinquecento anni di storia dell’arte orafa legata, per origine o ispirazione, al subcontinente indiano.

Gemme splendenti, pietre preziose, antichi e leggendari gioielli, accanto a creazioni contemporanee ci conducono in un viaggio attraverso cinque secoli di pura bellezza e indiscussa maestria artigiana, specchio della gloriosa tradizione indiana: dai discendenti di Gengis Khan Tamerlano ai grandi maharaja che, nel XX secolo, commissionarono alle celebri maison europee gioielli d’inarrivabile bellezza e straordinaria modernità.
Fin dall’antichità l’India è stata una terra ricca di pietre preziose
e patria di una tradizione orafa di estrema raffinatezza
.
Qui gemme e gioielli sono parte integrante dell’abbigliamento
e dello stile di vita quotidiano. L’impareggiabile qualità dei diamanti di Golconda, gli spinelli - pietre preziose simili a rubini - del Badakhshan, le spettacolari tonalità degli zaffiri del Kashmir resero celebre l’Asia meridionale, dove confluivano anche i rubini di Ceylon (l’attuale Sri Lanka) e della Birmania (l’attuale Myanmar), e le perle del Golfo persico.
Così quando i Moghul assursero al potere, nel XVI secolo, i loro maestri gioiellieri elevarono l’oreficeria a vera e propria forma d’arte.
Promossa dalla Fondazione Musei Civici di Venezia, nella
cornice suggestiva di Palazzo Ducale, la mostra
Tesori dei Moghul e dei maharaja: la Collezione Al Thani
offre l’opportunità al pubblico italiano di ammirare per la prima volta quasi trecento pezzi provenienti dalla preziosa collezione creata da Sua Altezza lo sceicco Hamad bin Abdullah Al Thani,
membro della famiglia reale del Qatar.
In India, i gioielli rappresentano qualcosa di più di un semplice ornamento.
Ogni gemma ha un suo significato particolare nell’ordine cosmico o
le viene attribuito un carattere propiziatorio.
Nella cultura popolare, alcuni tipi di gioielli riflettono il rango, la casta, a terra d’origine, lo stato civile o la ricchezza di chi li indossa.
Metalli e gemme preziose, del resto, venivano utilizzati anche nell’arredamento degli ambienti di corte, nella confezione degli abiti cerimoniali, delle armi e del mobilio.

La mostra di Venezia rappresenta un incredibile viaggio
nell’universo dell’oreficeria indiana dal XVI secolo ai nostri giorni.
Il percorso è scandito da alcune pietre miliari di un’arte che non ha mai smesso di colpire e affascinare lo spirito occidentale, alimentando un immaginario popolato da sovrani e divinità ricoperte
di gioielli.

 
Curata da Amin Jaffer, conservatore capo della collezione Al Thani e
da Gian Carlo Calza, insigne studioso di arte dell’Estremo Oriente,
con la direzione scientifica di Gabriella Belli, la mostra condurrà il pubblico alla conoscenza di leggendari gioielli indiani e diamanti carichi di storia, espressione di un gusto artistico raffinato e di un perfetto dominio della tecnica.
Il punto di partenza storico della mostra è lo stile di corte dei Moghul (1526-1858) la dinastia timuride fondata all’indomani della conquista di gran parte dell’India settentrionale per mano di Babur (1526). La corte Moghul divenne da subito l’epicentro di uno stile peculiare, destinato a diffondersi in tutta l’India.
In particolare è ai regni del quarto e del quinto imperatore Moghul
che si deve la cosiddetta età dell’oro
, durante la quale i gioiellieri crearono opere meravigliose che con gemme di qualità eccezionale fondevano arte e cultura d’Oriente e Occidente.
Con il declino del regno, seguito da un periodo d’instabilità politica e
dal colonialismo britannico di metà del Settecento, la committenza dell’alta gioielleria passò ai governanti degli Stati sorti sulle ceneri dell’impero Moghul: fossero essi maharaja, nawab o nizam.
Ricchi e dai gusti sempre più occidentalizzati, furono loro a commissionare lavori a rinomate maison europee, prima fra tutte Cartier.
È così che instillarono nuova vita nella gioielleria: antiche gemme montate in composizioni moderne e la creazione di un nuovo stile, frutto dell’incontro tra le tradizioni indiane e la cultura orafa dell’Occidente.
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Milano: l'uomo di ferro dell'India - mostra fotografica

Municipio 6

L'uomo di ferro dell'India - mostra fotografica

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Milano, 29 novembre 2016 - Mostra fotografica dedicata al politico indiano che al suo tempo fu vice primo ministro di Nerhu in occasione del 141° anniversario della sua nascita.

Vallabhbhai Jhaverbhai Patel prese a modello la filosofia di Gandhi, partecipò attivamente alla lotta per l’indipendenza del suo Paese con metodi non violente e basati sulla disobbedienza civile, divenne successivamente uno dei leader più influenti.

La mostra, ad ingresso libero, avrà luogo dal 5 al 9 dicembre 2016, presso lo spazio Seicentro Fois, a Milano in via Savona 99.

Come da Comune di Milano.


Ca' Foscari guarda all'India

All’Università Ca’ Foscari Venezia al via un calendario di eventi sull’India, organizzato in collaborazione con l’Ambasciata italiana a New Delhi, con il patrocinio del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Main sponsor: Benetton Group

Ca' Foscari guarda all'India, con una mostra sulla cultura Adivasi e una rassegna di cinema d’autore

Cà_Foscari_from_San_Toma'

Inaugura giovedì 15 settembre la mostra sulla cultura indigena Adivasi. Dal 16 partono le proiezioni della rassegna cinematografica Le Indie del cinema. Entrambi gli eventi sono a ingresso libero

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Corni dell'Irlanda dell'Età del Ferro in uso nella moderna India

13 Maggio 2016

Billy Ó Foghlú. Credit: Stuart Hay, ANU
Billy Ó Foghlú. Credit: Stuart Hay, ANU

I corni dell'Irlanda dell'Età del Ferro sarebbero ancora in uso nella moderna India. Queste le conclusioni di Billy Ó Foghlú, dottorando della Australian National University, pubblicate sul Journal of Indian Ocean Archaeology.
Le tradizioni musicali dell'India meridionale (nello stato del Kerala, in questo caso), possono quindi fornirci conoscenze sulla preistoria musicale europea.

Video credit: ANU Multimedia
Link: EurekAlert! via Australian National University


La Via della Seta si spingeva più a sud di quanto ritenuto?

1 Aprile 2016

Maschera in oro/argento dal complesso della tomba 5 a Samdzong, Mustang (Nepal). Credit: M. Aldenderfer
Maschera in oro/argento dal complesso tombale 5 a Samdzong, Mustang (Nepal). Credit: M. Aldenderfer

Resti di un tessuto in seta, ritrovati dalla complesso tombale 5 a Samdzong, nel Mustang (Nepal), fanno ritenere che la Via della Seta si spingesse più a sud di quanto ritenuto.
Samdzong non è infatti un luogo di produzione della seta (non vi sono prove in merito), ma i materiali ritrovati suggeriscono un utilizzo di materiali importati da Cina e India in congiunzione con quelli locali.
 
Probabili resti di decorazioni per la testa, forse uniti alla maschera in oro/argento. Credit: M. Gleba
Probabili resti di decorazioni per la testa, forse uniti alla maschera in oro/argento. Credit: M. Gleba

Le prime analisi su tessuto e pigmenti utilizzati lo collocano tra il 400 e il 650 d. C. Pochi tessuti dell'epoca sono sopravvissuti, ma le condizioni ambientali hanno permesso lo straordinario ritrovamento. Il sito di Samdzong è datato alla stessa epoca, e consta di dieci tombe a pozzo, presso una collina a 4.000 metri di altitudine.
Un oggetto ritrovato sarebbe poi in lana con grani in rame, vetro e tessuto: è stato ritrovato vicino una bara di un adulto che portava una maschera funeraria in oro/argento. Piccoli buchi sulla maschera fanno ritenere che il tutto costituisse una decorazione per la testa.
Il Mustang non sarebbe quindi stato un luogo isolato, ma parte di una rete di persone e luoghi. Queste le conclusioni di un nuovo studio, pubblicato su STAR: Science & Technology of Archaeological Research.
Seta in colore rosso irregolare. Non essendovi indicazioni di Samdzong come luogo di produzione locale del materiale, si suggerisce fosse parte del commercio sulla lunga distanza della Via della Seta. Credit: M. Gleba
Seta in colore rosso irregolare. Non essendovi indicazioni di Samdzong come luogo di produzione locale del materiale, si suggerisce fosse parte del commercio sulla lunga distanza della Via della Seta. Credit: M. Gleba

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